INTRODUZIONE.Il giornaleLa Giovine Italia, indicato nel frontispizio come una «serie di scritti intorno alla condizione politica, morale e letteraria della Italia, tendenti alla sua rigenerazione», è un de' rappresentanti maggiori, se non il migliore, di quella raccolta di periodici mazziniani, che s'inizia con l'Indicatore Genovese, che si chiude con laRoma del Popolo, e che aspetta sempre uno studioso di coscienza, il quale ne indaghi le vicende e ne stabilisca l'importanza, certamente moltissima, che tiene tra la stampa periodica italiana negli anni piú splendidi del nostro Risorgimento1. Divenuto raro sin da' primi anni della sua pubblicazione, tanto per le difficoltà che incontrava nel diffondersi all'interno ed all'estero, quanto per il pericolo che minacciava tutti coloro che ne possedessero qualche fascicolo, dacché, una volta scoperti, avrebbero scontato «l'errore con una vita di dolore2», il periodico si sarebbe [pg!iv] dovuto ristampare per le cure stesse del Mazzini, di modo che, ristretto nel materiale, sfrondato degli articoli di minore importanza, avrebbe potuto ancor degnamente rappresentare l'eco di nobilissimi propositi, i quali, anche sette anni dopo, possedevano il pregio dell'attualità: inerte, torpido, prostrato sotto il vigile occhio dell'Austria e dei governi d'Italia essendo sempre il paese, che il grande apostolo tentava ancora una volta di galvanizzare, uscente da quella tremenda [pg!v]tempesta del dubbiodapprima, e dal doloroso raccoglimento di poi, in cui rimase per oltre anni, quando una persecuzione senza tregua lo ebbe obbligato ad abbandonare la Svizzera e avere un piú sicuro asilo in Inghilterra.La ristampa doveva compiersi a Parigi, per i tipi della vedova Lacombe, casa editrice ben nota agli studiosi del nostro Risorgimento, in quanto ad essa gli esuli italiani di Francia affidarono gran parte de' loro scritti, perché fossero divulgati per [pg!vi] le stampe. Alla fine di maggio del 1840 uscì infatti il seguente manifesto che annunciava la nuova edizione del periodico: "L'edizione dellaGiovine Italiaessendo da piú anni esaurita, alcuni italiani hanno pensato che una ristampa potrebbe riuscire giovevole all'educazione della gioventú italiana ed avviamento a nuovi lavori. Ma tra gli scritti contenuti in quella raccolta, molti uscirono dettati dall'impulso di circostanze oggi modificate, e non importa ripubblicarli; altri, dotati di valore storico piú che teorico, spetterebbero [pg!vii] ad una collezione ordinata con intento diverso da quello degli editori di quest'annunzio. L'intento è quello di presentare agli Italiani, raccolti in un libro, que' scritti soli che contengono il programma primo dellaGiovine Italia, e insegnano nello spirito dell'associazione il fine da prefiggersi agli sforzi della nazione, e i mezzi opportuni a raggiungerlo. E que' scritti spettano presso che tutti a un solo fra i collaboratori, Giuseppe Mazzini. Gli editori si sono dunque rivolti a lui richiedendolo d'ordinar quegli articoli, condurre a termine quei ch'erano rimasti, pe' casi de' tempi, imperfetti, modificare e aggiungere dov'ei credesse. Risultato di un lavoro siffatto è il libro che qui si propone alla sottoscrizione, col titolo:LaGiovine Italia,raccolta di scritti pubblicati in diversi tempi da Giuseppe Mazzini.Oltre un'introduzione e un articolo scritto ora espressamente dall'autore, ecco i titoli degli argomenti che entreranno in questa ristampa: LaGiovine Italia, programma politico; D'alcune cause che impedirono finora lo sviluppo della libertà in Italia; — Dell'Unità Italiana; — Della guerra d'insurrezione; — Ai preti Italiani; — Ai poeti, pensieri; — Fratellanza de' popoli; — Cose di Savoia; — Lettera alla Gioventú Italiana, ecc. ecc. — Due volumi. Prezzo 6 franchi per i sottoscrittori, 8 per gli altri, ecc. Parigi». Ma il periodico aveva suscitato troppo fermento in Italia, perché tutti i governi non si commovessero all'annuncio che ancora una volta si tentasse diffonderlo nel popolo. Cominciarono [pg!viii] quindi i preparativi per impedirgli l'entrata all'interno, tanto piú che la pubblicazione di esso segnava il cominciamento d'un nuovo periodo di riscossa, alla quale il Mazzini s'accingeva con metodi piú pratici, migliori ad ogni modo di quelli che già gli aveano procurate due amare delusioni, lanciando quel memorando invito agli Italiani, perché s'aggregassero allaGiovane Italiae operassero «tutti concordemente colla massima attività pel conseguimento del divisato intento». Una circolare a tutti i commissari superiori di polizia nel Lombardo-Veneto avvertiva il 25 luglio dello stesso anno: «Con apposito avviso a stampa la tipografia di Madama Lacombe di Parigi ha pubblicato da poco tempo la comparsa d'una nuova opera divisa in due volumi in ottavo, ed accordata in via di associazione in Parigi al prezzo di sei franchi, quale porta per titolo:La Giovine Italia, raccolta di scritti pubblicati in diversi tempi da Giuseppe Mazzini. Collo stesso avviso si avverte che l'opera suddetta, compilata dietro quanto si potea ora esigere dal già seguito mutamento di tempi e di circostanze, tende specialmente ad istruire la gioventú nelle massime professate dalle società segrete.«Rendendone perciò consapevole cotesto..... lo s'invita simultaneamente a voler attivare le piú energiche ed avvedute misure di sorveglianza, all'uopo di possibilmente scoprire ed impedire la clandestina introduzione delle preaccennate diaboliche produzioni, quali nel caso di scoperta dovrebbero essere tantosto sequestrate e rimesse a [pg!ix] questa Direzione Generale, cui dovrebbero essere scortati anche quegli individui che mai ne fossero trovati in possesso, onde procedere in loro confronto, a norma delle superiori istruzioni»3.Tuttavia la ristampa dellaGiovine Italia, per ragioni che ora ci sfuggono, non poté effettuarsi, come era sfumato il disegno, concepito cinque anni prima, di pubblicare il giornale in una traduzione francese, che avrebbe dovuto compiersi a Losanna4. Probabilmente, le persecuzioni de' governi d'Italia, le rimostranze de' gabinetti esteri a quello di Luigi Filippo, subdolo quanto mai in quegli atti del suo governo che si riferivano alle mene contro i rifugiati politici, contribuirono a fare abortire il nobile proposito, il quale forse non fu aiutato abbastanza da' sottoscrittori. LaGiovine Italia[pg!x] rimase quindi ciò che si dice una vera rarità bibliografica, sconosciuta ai più, anche a coloro che ne parlarono di proposito, ma che ne ignorarono gran parte del contenuto, perché, ad eccezione di quegli scritti, che il Mazzini inserì nella raccolta delle sue opere, e che poterono quindi consultarsi con più agio, l'altra parte, certamente [pg!xi] meno importante, ma forse più curiosa e più utile allo studioso, in quanto riflette le passioni del momento, e abbonda di particolari di grande interesse per la storia del Risorgimento, seguitò a rimanere inaccessibile. Onde parve a noi che ripigliando il proposito del Mazzini, allargandolo in quei concetti che nel 1840 potevano essere più plausibili, e ristampando integralmente i sei fascicoli dellaGiovine Italia, riproducendo esattamente, o almeno fin dove era possibile, le caratteristiche esterne ed interne del periodico, si sarebbe reso, come si dice, un utile servigio agli studiosi della nostra storia nazionale.Il còmpito al quale ci siamo assunti è stato poi agevolato dal fatto che una copia completa dellaGiovine Italiaè conservata nel fondoRisorgimentodella Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele di Roma. La grande cortesia del bibliotecario, conte Domenico Gnoli, ci permise di trascriverla tutta, dando agio a me e al tipografo di riprodurre esattamente il frontespizio e tutte quelle particolarità che possono offrire al possessore di questa ristampa l'illusione di aver presso di sé l'originale, dal quale ad ogni modo, non riproducemmo, liberandoci d'una soverchia pedanteria di editore diplomatico, gli errori di stampa e l'errata-corrige. Diremo di più che a piede di pagina abbiamo notato le varianti degli scritti mazziniani risultate dal confronto tra laGiovine Italiae la prima edizione degliScritti editi e ineditiintrapresa per le cure stesse dell'autore nel 1861, perché ci parve che il Mazzini, grande stilista, più di quanto ai più non [pg!xii] sembri, abbia sempre prediletto di tormentare la forma classica del periodo. Abbiamo di più posto alla fine della pubblicazione un indice analitico, che servirà allo studioso per orientarsi e indagare per entro il periodico.***Sono abbastanza note, perché le narrò, forse con troppo parsimonia, lo stesso Mazzini in alcuni di quei preziosiRicordi autobiograficisparsi ne' primi volumi dei suoiScritti editi e inediti, le origini del periodico. Esso fu ideato, insieme con l'associazione omonima, nel forte di Savona, dove il Mazzini era stato rinchiuso, dopo che la delazione di Raimondo Doria aveva rivelate al governo sardo le deboli fila della Carboneria genovese, alla quale aveva aderito qualche tempo prima il grande Italiano, allora agli inizii della sua carriera di cospiratore, «Ideai — dice egli stesso — in quei mesi d'imprigionamento in Savona, il disegno dellaGiovine Italia; meditai i principii sui quali doveva fondarsi l'ordinamento del partito, e l'intento che dovevamo dichiaratamente prefiggerci: pensai al modo d'impianto, ai primi ch'io avrei chiamato ad iniziarlo con me, all'inanellamento possibile del lavoro cogli elementi rivoluzionari Europei»5. Liberato dal carcere, a condizione che scegliesse tra un soggiorno, che non fosse Genova, né Torino, né un punto qualsiasi delle [pg!xiii] spiagge liguri, e l'esilio, preferì quest'ultimo. E nell'esilio, dopo la lettera a Carlo Alberto, che gli procurò l'ira del governo sardo, dopo tante delusioni ch'ebbe per l'abortita insurrezione dell'Italia centrale e per la mancata prima spedizione in Savoia, mise ad effetto il disegno che avea maturato nel forte di Savona, cioè «la fondazione dellaGiovine Italia» a cui provvide quando dalla Corsica ritornò a Marsiglia, e «fermo nell'idea d'iniziare la doppia missione segreta e pubblica, insurrezionale e educatrice», s'affrettò a stampare il manifesto del periodico, che fu divulgato sul finire del 1831, a poca distanza dalla pubblicazione del primo fascicolo6.Ben modesti furono gl'inizi del giornale, perché quasi tutti gli esuli erano «dissestati in finanza». Tuttavia Giacomo Ciani, un de' due fratelli che tanto diedero d'opera e di danaro in que' primi movimenti patriottici, fece «guarentigia per ottomila franchi al periodico»7; il Mazzini «andava economizzando quanto più poteva sul trimestre chegliveniva dalla famiglia»8; altri aiutarono in diverse guise, come quel La Cecilia «allora dirittamente buono», che giunto in Marsiglia dalla Corsica, dove s'era rifugiato dopo l'infelice tentativo di Lione, si fece compositore di caratteri, e ad un tempo collaboratore; [pg!xiv] come Giuseppe Lamberti, l'amico, il segretario fidato del Mazzini, che assunse la correzione delle bozze. Insomma fu un affratellamento de' più eroici, accesi tutti del nobile entusiasmo di divulgare scritti che avrebbero infiammato i giovani italiani del santo amore della patria. «Vivevamo uguali e fratelli davvero — assicura il grande cospiratore, — d'un solo pensiero, d'una sola speranza, d'un solo culto all'ideale dell'anima; amati, ammirati per tenacità di proposito e facoltà di lavoro continuo dai repubblicani stranieri; spesso — dacché spendevamo, per ogni cosa, del nostro, — fra le strette della miseria, ma giulivi a un modo e sorridenti d'un sorriso di fede nell'avvenire. Furono, dal 1831 al 1833, due anni di vita giovine, pura e lietamente devota, com'io la desidero alla generazione che sorge. Avevamo la guerra accanita abbastanza e pericoli, com'ora dirò, ma da nemici dai quali l'aspettavamo. La misera tristissima guerra d'invidie, di ingratitudini, di sospetti, e calunnie da uomini di patria e spesso di parte nostra, l'abbandono immeritato d'antichi amici, la diserzione della Bandiera, non per nuovo convincimento, ma per fiacchezza, vanità offesa e peggio, di quasi una intera generazione che giurava in quegli anni con noi, non aveva ancora non dirò sfrondato o disseccato l'anime nostre, amorevoli oggi e credenti siccome allora, ma insegnato a noi pochiLa vïolenta e disperata pace,il lavoro senza conforto di speranza individuale, [pg!xv] per sola riverenza al freddo, inesorabile, sacro dovere»9.Ma a questi pericoli i quali il Mazzini poteva prevedere, agli altri, che pur troppo furono un fatto compiuto e si chiusero, tragicamente, col sangue, altri ancora s'addensavano sui capi di quei magnanimi, dacché la vigile polizia sarda a Marsiglia ne spiava attentamente i più riposti propositi, riferendoli al governo centrale di Torino. Infatti, nel dicembre del '31 il consolato sardo a Marsiglia era in grado di scrivere al suo governo: «Mi annunziano che una società di rifugiati italiani, alla testa dei quali si trova l'avvocato Mazzini, si sta attualmente occupando per trovar mezzo di pubblicare un giornale sotto il titolo diGiovine Italia, proprio ad esaltare gli spiriti e indurli alla rivolta, coll'idea poi di spanderlo a profusione per tutta Italia»10; il mese dopo, il Morra, governatore d'una città di frontiera del Piemonte, scriveva al ministro Tonduti della Scarena: «Coll'ultimo corriere di posta m'è pervenuto dal solito corrispondente di Marsiglia una nota contenente in ispecie alcune ben interessanti indicazioni sia riguardo alla società sotto il titolo diGiovine Italia, quanto principalmente sui corrispondenti, che li capi di detta Società trovansi [pg!xvi] avere tanto in Genova che a Bologna. Il solito corrispondente, essendo non senza difficoltà pervenuto a procurarsi il manoscritto del prospetto di quel giornale sotto il nome diGiovine Italia, che alcuni fuorusciti hanno intenzione di stampare in Marsiglia, me ne ha coll'ultimo corriere trasmessa copia. Da quanto egli mi annunzia, il primo numero di quel tal giornale verrà senza fallo pubblicato il 1º del prossimo mese di febbraio, e non ostante tutte le precauzioni che i redattori prendono, perché non capiti nelle mani che dei soli loro, mi lusingo nulladimeno di averne regolarmente un esemplare. Sto altresì occupandomi per conoscere di quali altri mezzi, oltre li indicati, potranno per avventura prevalersi li detti redattori dello stesso giornale in Italia»11. Prosa, come si vede, sporca e negletta, come l'abito della spia. La quale, seguendo il suo ufficio con assai diligenza, scriveva da Marsiglia alla Polizia torinese nel marzo dello stesso anno: «Enfin l'ouvrage périodique vient de paraître, et il a été distribué hier matin à tous les abonnés..... Il m'a été assuré par quelqu'un qui est à même de le savoir que le principal envoie en Italie aura lieu par le bateau à vapeur leFrancesco Primo, commandé par lecapitaineDe Martino, qui partira de cette ville le 31 de ce mois. Le capitaine est l'intime ami de Mazzini, et ce qui est cause qu'on compte plus sur lui qui tout autre. Mais indépendemment de celà, on se propose de profiter de [pg!xvii] toutes les occasions favorables qui peuvent se présenter. Ils ont des abonnés à Gènes, à Milan, mais sortout dans les quatres légations»12.Ma, nonostante le molte persecuzioni che forse si saranno usate per impedirne la pubblicazione, il 18 marzo del 1832 era pronto, per essere irraggiato su tutta la penisola, come un astro nuovo, puro, virgineo, che riscaldava di calore insolito l'intorpidita coscienza degl'Italiani, il primo fascicolo di quella raccolta periodica di scritti, i quali, osserva uno storico che fu tra' piú temuti avversari del Mazzini, e qui intendo accennare a Nicomede Bianchi, «col battesimo in fronte diGiovine Italia, erano indirizzati dal Mazzini a preparare una rivoluzione popolare di concorso e di attuamento; comecché invero essi dettati fossero in una lingua ardua non solo alle plebi, ma a molti eziandio che non si stimano plebe»13. Ma, questa, che nella mente del Bianchi (e non del solo storico dellaDiplomazia europea in Italia) potè sembrare un difetto dellaGiovine Italia, era invece una delle sue forze. Sino allora, se ne togli qualche rarissimo opuscolo, ad esempio il tremendo libello del Panizzi contro il Duca di Modena, la letteratura patriottica dal 1821 in poi deve considerarsi una specie di accademia; sembra, infatti, che gli scrittori, piú del contenuto!, si preoccupino della forma nelle loro argomentazioni; piú della patria, delle persone; e questo effetto produce la [pg!xviii] lettura di quella miriade di libri, di opuscoli, di fogli volanti usciti pro e contro coloro che avevano partecipato ai moti rivoluzionari del 1831 nell'Italia Centrale. Invece laGiovine Italia, sotto l'impulso del suo direttore, che volse e diresse le coscienze italiane ad altri ideali, con la santissima formula che non finí mai di ripetere, essere la vita una missione, una virtú il sacrifizio, che alla distanza di settanta anni sono oggi sempre gli stessi, o almeno dovrebbero esser tali, ebbe un diverso obbiettivo. «A principio — scrive il Mazzini nel settembre del 1832 a Pietro Giannone, — volendo pure cacciare innanzi il sistema nostro, ho dovuto esaltare la gioventú, e ingigantirla a' suoi proprii occhi. Vinto oggi, o quasi, quel primo tumulto ch'io prevedeva, ch'io suscitai deliberatamente, perché mi pareva necessaria una separazione fra chi vuole esser forte, e chi è debole, o peggio, io scemerò gradatamente le mie lodi a' giovani, serbandole a' fatti». E qui sta tutto il segreto della potenza di Giuseppe Mazzini; né alcuno meglio di lui, che aveva la parola dell'ispirato, la purezza di costumi d'un angelo, la tenacia di proposito d'un uomo veramente superiore, le predizioni d'un profeta, alcuno meglio di lui, ripetiamo, con buona pace di Nicomede Bianchi, che destinò molte pagine d'un suo libro per dimostrare il contrario, poteva degnamente prestarsi al nobile assunto.[pg!xix]***Il primo fascicolo dellaGiovine Italiauscí, insieme col secondo14, il 18 marzo 1832. Tipografo ne era Giulio Barile, amministratore e gerente Vittorio Vian. Parecchi illustri esuli, quali Guglielmo Libri, Antonio Benci, Giovanni Berchet, Giuseppe Pecchio, avevano promesso la loro collaborazione, che poi non effettuarono mai, onde il Mazzini si lamentava giustamente d'essere rimasto quasi solo15. Egli però doveva essere molto contento del successo ottenuto, poiché nel novembre del 1832 scriveva a Carlo Didier, l'autore dellaRome Souterraine: «Le journal a suscité une telle clameur, dès sa première apparition qui, inexplicable pour tout étranger non initié à nos querelles d'organisation politique, ne l'est pas pour moi. Cette clameur je l'avais prévue et calculée d'avance. Elle se rattache aux évènements [pg!xx] politiques qui ont agité l'Italie à la surface en 1831. Je dis à la surface, parce que là gît tout le levain de discorde entre nous et les vieillards; c'est à la surface qu'ils agitent et agiteront toujours l'Italie, car ils craignent l'orage, ils ont peur de soulever de tempêtes au milieu desquelles leurs faibles mains ne puissent pas gouverner; nous nous voulons remuer cette terre jusqu'aux entrailles; nous voulons bouleverser cette eau morte, soulever le flot de l'activité populaire; que si le débordement nous entraînera nous les premiers, peu importe; nous en sommes à ce point, auquel il faut prononcer le grand mot, dût-il coûter la vie à celui qui le prononce»16. Ma quante fatiche per metterlo insieme e quante astuzie perché potesse circolare in Italia! «Eravamo, Lamberti, Usiglio, un Lustrini, G. B. Ruffini ed altri cinque o sei modenesi, quasi tutti soli, senza ufficio, senza subalterni, immersi l'intero giorno e gran parte della notte nella bisogna, scrivendo articoli e lettere, interrogando viaggiatori, affratellando marinai, piegando fogli di stampa, legando involti, alternando tra occupazioni intellettuali e funzioni di operai»17. Tuttavia il lavoro di contrabbando, vitale per laGiovine Italia, irto di pericoli e di responsabilità per chi lo compieva e per chi lo commetteva, era mirabile. «Un [pg!xxi] giovane, Montanari, — scrive il Mazzini ne' suoiRicordi autobiografici, — che viaggiava sui vapori di Napoli rappresentandone la Società, e morí poi di colèra nel mezzogiorno di Francia, altri, impiegati sui vapori francesi, ci giovarono moltissimo. E finché l'ira dei governi non fu convertita in furore, affidavamo ad essi gli involti, contentandoci di scrivere sull'involto destinato per Genova un indirizzo di casa commerciale non sospetta in Livorno, su quello che spettava a Livorno un indirizzo di Civitavecchia e via cosí: sottratto in questo modo l'involto alla giurisdizione doganale e poliziesca del primo punto toccato, l'involto serbavasi dall'affratellato sul battello, finché i nostri, avvertiti, non si recavano a bordo dove si ripartivano le stampe celandole intorno alla persona. Ma quando, svegliata l'attenzione, crebbe la vigilanza e furono assegnate ricompense a chi sequestrasse, e pronunziato minacce tremende agli introduttori — quando la guerra inferocí per modo che Carlo Alberto, con editti firmati dai ministri Caccia, Pansa, Barbaroux, Lascarène, intimò, a chi nondenunzierebbe, due anni di prigione e una ammenda, promettendo aldelatoremetà della somma e il segreto — cominciò fra noi e i governucci d'Italia un duello che ci costava sudori e spese, ma che proseguimmo con buona ventura. Mandammo i fascicoli dentro barili di pietra pomice, poi nel centro di botti di pece intorno alle quali lavoravamo, in un magazzinuccio affittato, la notte: le botti, dieci dodici, si spedivano numerate per mezzo d'agenti commerciali ignari a commissionari egualmente [pg!xxii] ignari ne' luoghi diversi, dove taluno dei nostri, avvertiti dell'arrivo, si presentava a mercanteggiare la botte che indicava col numero il contenuto. Cito un solo dei molti ripieghi che andavamo ideando»18.Nonostante, quindi, le immense difficoltà e la vigilanza quasi febbrile della polizia, laGiovine Italiaentrava di soppiatto ne' luoghi dove poteva maggiormente riscaldare e far palpitare. Da Marsiglia e da Lugano, co' metodi indicati dal Mazzini e con altri che usavano i patriotti, facendo a gara d'astuzia con la polizia, il verbo della nuova associazione si diffondeva per la penisola. «Fra le risultanze processuali apparve che la filatura di cotone di Castiglione, presso Lecco, era una fucina contro lo straniero, e che ivi i fratelli Grassi ricevevano i pacchi dellaGiovine Italiae delTribuno»19. Da Genova, dove giungevano per la via di Marsiglia, i fascicoli erano distribuiti ad Alessandria, Casale, Vercelli «per il tramite Ruffini-Pianavia-Girardenghi-Bossi-Stara»20; né valse che una volta, il 4 luglio 1832, la polizia, avutane notizia da qualche vile delatore, scoprisse a colpo sicuro molte copie del periodico nel doppio fondo di un barile diretto dal Mazzini alla [pg!xxiii] madre: perché, se vigili e talvolta bene informate, erano le polizie italiane, audacissimi si dimostravano gli affigliati dellaGiovine Italia.***Ma non erano solo i governi a combattere ad oltranza il periodico, in quanto i giornali, apparsi nell'Italia centrale subito dopo la rivoluzione del 1831, quasi a distruggere le idee liberali che si andavano sempre piú sviluppando, si fecero paladini e corifei de' governi reazionari, comprendendo subito che il nemico col quale doveano cimentarsi era veramente terribile. «Che cosa è laGiovine Italia?» si domandava un di questi giornali21, il piú feroce di tutti, laVoce della Verità[pg!xxiv] di Modena, diretto apparentemente da Cesare Galvani, dacché gl'ispiratori erano il Canosa e il balí Sanminiatelli, i due piú ascoltati consiglieri del Duca di Modena. E rispondeva: «LaGiovine Italiaè un magazzino di sferravecche del filosofismo del secolo passato, è una compilazione alla vecchia moda rivoluzionaria di Francia scritta nel vecchio gergo del 1793.«LaGiovine Italiaha per iscopo di ricondurre fra noi l'anarchia, gettando in mezzo al popolo il vecchio balocco dell'indipendenzae dell'eguaglianza, sotto il patronato dei vecchi nostri Bassà a tre colori, e dei nostri vecchi espilatori.«LaGiovine Italiaha per sistema la vecchia tattica dei sofisti oltremontani, di mettere a traffico la credulità dei gonzi, obbligandoli a giurarein verba magistrisopra una quantità di cose incredibili, l'inesperienza dei giovani, allontanandoli dall'investigazione delle cose passate, e l'accidia degli adulti, dispensandoli dal peso incomodo dei doveri per trattenerli continuo di una quantità di diritti fabbricati nella vecchia fucina del 1789.«LaGiovine Italiainfine ha per ausiliarî tutti [pg!xxv] i vecchi miscredenti, i vecchi giacobini, i vecchi bonapartisti, i vecchi mercanti di rivoluzioni, e tutte le vecchie arpie della tirannide forestiera, che aspirano a gettarsi di bel nuovo sulla nostra penisola e ad ingrassare, giusta la vecchia usanza, colle rapine pubbliche e private»22.Ma ben piú villane, piú gesuiticamente esposte, erano le ingiurie dellaVoce della Verità, prima e dopo che i fascicoli uscissero alla luce. Avuta infatti notizia, dalle spie assoldate a proprie spese, o pure da comunicazioni del governo sardo, il quale, come vedemmo, poteva averle piú direttamente, che il periodico si stava preparando, pubblicava nel num. 70 del 17 gennaio 1832 una dichiarazione che vale la pena di riportare qui: «Un'empia associazione si è formata in Marsiglia dal rifiuto e dalla feccia degli emigrati italiani, e la quale impudentemente si dà il titolo diGiovine Italia. Essa non accetta nel suo novero che quelli i quali sono nati entro il secolo corrente, o quelli al piú che non oltrepassano i 40 anni, onde esser certa che il foco della gioventú spinta alle colpe dall'esempio e dai dommi di una età corrotta e corrompitrice, non sia frenato da una esperienza di disinganno. Essa ha per primo scopo quello di non risparmiare spesa alcuna e pericolo personale per portare di nuovo in Italia il fuoco della discordia e della rivoluzione: essa ha per secondo quello di pubblicare un giornale, e diffonderlo nella nostra bella Penisola, il quale serva allaPropaganda Infernale, [pg!xxvi] e susciti di nuovo alla rivolta ed al sangue. Essa spera di restare occulta fra noi, e di operare in segreto: ma noi sappiamo che sono alla sua testa Mazzini di Genova, Santi di Rimini e il Piemontese conte Bianco: noi conosciamo i nomi de' suoi corrispondenti in Ginevra, in Genova ed in Bologna: noi compiangiamo la rovina che essi vogliono trarre sul loro capo e sull'altrui. Intanto rendiamo pubblica questa infame intrapresa, perché si sappia che laVoce della Veritàraccoglie il guanto che costoro gettano all'Italia, e che combatterà le inique loro dottrine. Entrino essi nel campo: noi stiamo Mantenitori della lizza. Operino essi in segreto: noi in pieno sole, e con alzata visiera».È noto che il Mazzini, nel primo fascicolo dellaGiovine Italia, ribatté con la sua prosa alta e vibrata quella degliuomini del Canosa e del Duca, rimproverandoli alla sua volta di ravvolgersi nel velo dell'anonimo nell'atto di lanciar contumelie; onde parve al Galvani un atto di grande coraggio sottoscrivere il seguente articolo, che il Mazzini sdegnò di ribattere.«Ai Redattori dellaGiovine Italia, i Redattori dellaVoce della Verità».«Noi scrivevamo nel nostro num. 70...23.«Il giornale è uscito alla luce col 1 marzo; noi ce ne siamo procacciato un esemplare, ed abbiamo scorti che non ci eravamo ingannati nel nostro [pg!xxvii] giudizio; essi hanno tenuta la loro promessa, e noi terremo la nostra.«Ma vi è di piú. A pagina 91 del primo fascicolo è uno scritto del Mazzini in risposta alla nostra disfida. Che in esso egli accumuli il veleno e la rabbia bene gli sta: noi non compreremo né aspetteremo giammai le carezze dell'inimico. Ch'egli ci maledica, gliel perdoniamo agevolmente; perché la parola maledizione è la chiusa consueta d'ogni periodo dei liberali, e perché ci tornano in gioia i loro anatemi. Soltanto, come egli ignora o finge di ignorare quali noi siamo veramente, cosí noi vorremo svelargli il piú intimo del nostro cuore.«Sí, noi professiamo odio per le opinioni che sovvertono il mondo. Le combattiamo, le combatteremo; e consacrammo a sí nobile fine quelle forze, che, qualunque esse siano, ci furono largite da Dio. Sí, noi dunque professiamo di odiare e di combattere le opinioni dellaGiovine Italia, né cesseremo finché si possa di sclamare e di ragionare contro di esse. Questo è l'odio che abbiamo nell'anima, questa è la vendetta che ci lusinga. Odio agli errori, vendetta della verità sull'errore... Ma in queste anime nostre che temono Iddio, che a lui si volgono, e che ardentemente desiderano amarlo e servirlo; in queste anime nostre l'odio e la vendetta non passa oltre le dottrine e i delitti. Gl'incorreggibili autori del disordine si compiangono, si lasciano all'arbitrio della giustizia, e si bramerebbe il ravvedimento degli sciagurati, anziché il necessario castigo.«Voi che in queste pagine stesse dellaGiovine Italia[pg!xxviii] santificate l'assassinio e il veleno, potete voi dirci altrettanto a fronte sicura?«Voi sfrontatamente accumulando, come piú vi giova, parole di lode o di disprezzo, di apoteosi o di vitupero, lusingando le passioni, liberando da ogni freno gli affetti, spargendo il dubbio e l'incertezza sovra ogni principio piú santo, ponendo in campo una nuova filosofia di disperazione che porta il vuoto del sepolcro sull'aurora della vita, togliendo di mezzo ogni idea di placida virtú, di vergine innocenza, di gratitudine, di pure dolcezze, per sostituirvi immagini di sangue e deliri di un fanatismo fatale; voi rivestendo questi fantasmi con ampollosità di suoni, con ebbrezza di vaticini, con terrizioni di minacce e di bestemmie; voi travolgete le incaute fantasie de' giovani, e dalla vita reale le trasportate ai sogni affannosi di un tumulto di vicende decretato da destino inesorabile, a un'ansia di perigli e di licenza, a un desiderio di vendetta, a un'impazienza d'indugi, di ostacoli, di leardi e di doveri. Miserabili! E se voi rinunziaste alle speranze di un beato eterno avvenire, perché trascinare nel vostro abisso tanti infelici? Se voi contristaste le canizie de' vostri genitori, se portaste lo sconvolgimento fra le mura della patria, per quale infernal gioia volete che questi peccati si moltiplichino, e si perpetuino?«Se invece (e noi pure siam giovani, e laVoce della Veritàè stesa per la piú parte da scrittori non anco maturi), noi invece chiamiamo i nostri fratelli di studi e di età a quei principî di vero immutabile, di ordine eterno, di provata rettitudine, [pg!xxix] di consolata coscienza, coi quali solo l'uomo vive tranquillo in sé, utile ai simili suoi. Né sia chi ci accusi di voler raffreddare qualsiasi affetto forte e generoso, ché a noi Dio concesse cuori che sentono quant'altri mai, che rispondono ad ogni energico eccitamento, che vorrebbero tutta la gioventú italiana gagliarda e magnanima, ma gagliarda e magnanima quale conviensi al cristiano e al soldato d'onore; non feroce e arrabbiata quale è l'assassino e il settario. Noi amiamo la patria nostra, e perché l'amiamo, la vorremmo grande, bella, felice; e tale sarà sempre all'ombra dei legittimi troni. E voi, miserabili, voi che profanate ad ogni istante il suo nome, voi la vorreste veder di nuovo dibattersi prima fra le convulsioni intestine e le stragi cittadinesche, poi doversi necessariamente incurvare di nuovo alle falangi straniere. Voi, voi siete i veri nemici, i veri sicari della Patria.«Qui potremmo por fine alle nostre parole, e lasciare il giudizio a chiunque conosca e le reciproche dottrine, e le scambievoli azioni. Ma voi ci avete dati dei consigli, e noi vogliamo rispondervi.«Voi volete atterrirci gridando che già il decreto della nostra rovina è segnato dal secolo, dallo sviluppo degli intelletti, dall'odio alla tirannide, dai volti che impallidendo al vederci ci rivelano un nemico, dalle tante famiglie che sono un centro di congiura contro di noi. Voi volete atterrirci? Disingannatevi! Il terrore nasce dal rimorso o dalla vigliaccheria, e il Cielo ci ha scampati finora dall'uno e dall'altra. Cosí ne fossero immuni i nostri nemici![pg!xxx] «Voi ci chiamate al Tribunale di Dio? Oh, non provocate questo giudizio! Noi crediamo in questo Scrutatore cui nulla è occulto, e appunto il timore di lui ci fa difendere la causa sua contro la rabbiosa vostra guerra. Cosí ci donasse Egli coscienza in tutto, come in ciò, tranquilla: cosí ci doni di non invanire perché noi deboli ha scelti a strumenti della sua pugna. Ma voi... Deh possano gli anni ed i casi mutarvi innanzi quell'ora tremenda!«Voi ci consigliate a tenere il nostrocompianto per quella dinastia in oggi errante in cerca d'asilo sulla quale fondavamo tutte le nostre speranze. E che! insultereste ancora con empia ironia alla virtú sventurata? Sorridereste dunque di infame letizia all'esiglio, e alle amarezze di quelli che dai fratelli vostri furono cacciati di soglio per non poter sopportare i continui loro benefici, e il loro perdono? Vigliacchi! è questa la maggiore delle villane codardie. Io che scrivo queste linee stenderei, lo giuro, la mano al Mazzini, se percosso dalle meritate sciagure, mi chiedesse un soccorso; ed egli gode delle pene di un vecchio che ha per sé otto secoli di gloria domestica, e il trionfo di Algeri; di una principessa che bevve fin dall'infanzia tutto il calice de' dolori, e incanutisce tra nuovi affanni; di una madre cui il pugnale del liberalismo tolse il marito, e avrebbe tolto il figlio, se l'inferno vomitava due Louvel; di un innocente fanciullo ch'era l'amore della Francia, come ne è ora la sola speranza! Ma noi ci gloriamo di ammirare e di amare questa eroica famiglia. Potessimo [pg!xxxi] così offrirle qualche tributo più efficace del solo affetto.«Voi ci chiamateuomini di Canosa e del Duca. Sia pure: noi avremo ad onore di esser riconosciuti degni seguaci del Principe più Religioso ed Intrepido: dell'Uom di Stato più irremovibile del secol nostro.«Voi dite che millantiamo di combattervi a visiera alzata, mentre abbiamo lebaionette d'intorno, e il carnefice a fianco. Ipocriti! Forse che ignoriamo la morte di Kotzebue? Forse che le baionette e il carnefice ci difenderebbero da quelle coltella che voi invocate e dite sante; se non ce ne facesse sicuri Dio, e quel coraggio che ci viene da lui?«Voi finalmente imputate chi vi svelò nel n. 70 diravvolgersi nel velo dell'anonimo, mentre voi segnate il vostro nome. Voi mentite, Cesare Galvani che allora scrisse di voi, e qui scrive di nuovo, non si è occultato, né si occulterà mai, perché non vi teme. Egli fin dal n. 30 del suo Giornale pubblicava in simile circostanza il suo nome; egli si fa gloria della propria opinione, e degli insulti che gli versano sopra i nemici di Dio e dei legittimi Re»24.Né qui sostarono gli eroici redattori dellaVoce della Verità, perché nel supplemento al n. 106 il Canosa volle farsi anche paladino di quei Borboni di Napoli, che aveva così ben serviti, meritandosi poi, come premio, la via dell'esilio, e precisamente polemizzando col La Cecilia, il quale, nel [pg!xxxii]Cenno storico ad onore dell'estinto Pietro Collettaaveva affermato esser la ferocia il «primo attributo dei Borboni».L'articolo, che non ristampiamo, perché edito già molte volte, era preceduto da questa dichiarazione: «Pubblichiamo una lettera scritta da un valente difensore dell'Altare e del Trono, in confutazione del primo fascicolo dellaGiovine Italia, riserbandoci di pubblicare ancora le nostre osservazioni sopra questa sozza insolente, che per comando della sediziosapropagandadi Parigi tiene i suoi torchi nei bordelli di Marsiglia». Ed infatti il periodico tenne la sua parola. Quattro giorni dopo, nel n. 108, pubblicava «Alcune riflessioni sopra un articolo dellaGiovine Italia,firmatoU. D. F.», cioè sull'Elogio di Cosimo Delfantescritto dal Guerrazzi, elogio alla lettura del quale l'autore delleRiflessioniprovò un fremito paragonabile «a quello che agitava ilsuocuore quando una mesta curiositàlocondusse a por piede, ad osservare, a dar ascolto nel reclusorio d'Aversa», dove, come si sa, stanno i pazzi delinquenti. Al Canosa successe il balí Cosimo Andrea Sanminiatelli, nel n. 149 del 19 luglio 1832, con un articolo intitolatoBrevi parole agli scrittori e partigiani della«Giovine Italia»25; e di nuovo, nel supplemento [pg!xxxiii] al n. 180 del 29 settembre, il feroce consigliere di Francesco IV, che prese la difesa de' Borboni contro gli attacchi ripetuti del La Cecilia.***Abbiamo detto che, nonostante la guerra feroce che gli si muoveva, il periodico continuava le sue pubblicazioni, alle quali il Mazzini sorvegliava [pg!xxxiv] con grande cura, rimediando alle mille difficoltà che sorgevano per la compilazione di esso, resa ancor più difficile quando il grande Italiano, espulso da Marsiglia, dové nascondersi ne' pressi [pg!xxxv] della città, e colà vivere intanato come una bestia feroce, sino al giorno in cui, cedendo alle infinite persecuzioni, fu costretto a rifugiarsi nella Svizzera. Seguitò a pubblicarsi anche dopo il tentativo [pg!xxxvi] d'invasione savoiardo, anzi nel sesto fascicolo trovarono luogo que' preziosi documenti con i quali il Mazzini rese conto presso gli Italiani della sua parte di responsabilità; ma questo sesto fascicolo [pg!xxxvii] uscito nel giugno 1834, fu l'ultimo della serie; e cosí veniva a spegnersi la «prima rassegna del Partito Nazionale Italiano, ispirata, dal bisogno di ordinare a sistema le idee sconnesse ed isolate frementi nell'associazione»26. «Stamperemo anche il settimo — scriveva il Mazzini al Rosales il 20 luglio di questo anno; — appunto perché i governi non vogliono; ma per non aver vincoli, non riceveremo abbonamenti. Faremo pagare a volumi»27; nondimeno il proposito non ebbe effetto per molte ragioni, finanziarie e politiche. Alle prime il Mazzini accenna in varie sue lettere alla madre e al Rosales; le seconde crediamo riconoscere nel fatto che altri orizzonti, piú vasti, lumeggiati di ben altre tinte, si erano aperti alla mente di questo «sultano della libertà», rischiarando il cammino ad altre mète piú gloriose, se bene irte di pericoli ancor piú insormontabili; egli stava vagheggiando la fratellanza dei [pg!xxxviii] popoli europei, dapprima con laGiovine Svizzera, poi con laGiovine Europa, antiveggendo fin d'allora, in momenti di tristissimo servaggio per tutte le popolazioni europee, una nuova epoca di progresso sociale. Credette quindi troppo inadeguato allo scopo il giornale di Marsiglia, come mezzo di diffusione delle sue idee; un anno dopo ilProscrit, quindi laJeune Suissee nel 1840 l'Apostolato Popolareerano gli organi della nuova generazione, la quale, sia pure indirettamente, assorbiva la parola calda, e fascinatrice del Mazzini, e si preparava alle grandi lotte del Risorgimento, non solo, ma di tutta Europa, dalle rive della Senna, a quelle del Danubio, della Sprea, e di là per altri paesi, dovunque la feroce catena del dispotismo tenesse avvinti i popoli, sviandoli dal pensiero di liberi sensi.Roma, 10 marzo 1902.M. Menghini.————[pg!xxxix]LaGIOVINE ITALIA.SERIE DI SCRITTI INTORNO ALLA CONDIZIONE POLITICA,MORALE, E LETTERARIA DELLA ITALIA, TENDENTIALLA SUA RIGENERAZIONE.Italiam! Italiam!..Virg.Ma voi, che solitari, o perseguitati sulle antiche sciagure della nostra patria fremente, perché, non raccontate alla posterità i nostri mali? Alzate la voce in nome di tutti, e dite al mondo, che siamo sfortunati, ma né ciechi, né vili..... Scrivete. Perseguitate con la verità i vostri persecutori.Foscolo.MARSIGLIA.TIPOGRAFIA MILITARE DI GIULIO BARILE.1832.————[pg!3]
INTRODUZIONE.Il giornaleLa Giovine Italia, indicato nel frontispizio come una «serie di scritti intorno alla condizione politica, morale e letteraria della Italia, tendenti alla sua rigenerazione», è un de' rappresentanti maggiori, se non il migliore, di quella raccolta di periodici mazziniani, che s'inizia con l'Indicatore Genovese, che si chiude con laRoma del Popolo, e che aspetta sempre uno studioso di coscienza, il quale ne indaghi le vicende e ne stabilisca l'importanza, certamente moltissima, che tiene tra la stampa periodica italiana negli anni piú splendidi del nostro Risorgimento1. Divenuto raro sin da' primi anni della sua pubblicazione, tanto per le difficoltà che incontrava nel diffondersi all'interno ed all'estero, quanto per il pericolo che minacciava tutti coloro che ne possedessero qualche fascicolo, dacché, una volta scoperti, avrebbero scontato «l'errore con una vita di dolore2», il periodico si sarebbe [pg!iv] dovuto ristampare per le cure stesse del Mazzini, di modo che, ristretto nel materiale, sfrondato degli articoli di minore importanza, avrebbe potuto ancor degnamente rappresentare l'eco di nobilissimi propositi, i quali, anche sette anni dopo, possedevano il pregio dell'attualità: inerte, torpido, prostrato sotto il vigile occhio dell'Austria e dei governi d'Italia essendo sempre il paese, che il grande apostolo tentava ancora una volta di galvanizzare, uscente da quella tremenda [pg!v]tempesta del dubbiodapprima, e dal doloroso raccoglimento di poi, in cui rimase per oltre anni, quando una persecuzione senza tregua lo ebbe obbligato ad abbandonare la Svizzera e avere un piú sicuro asilo in Inghilterra.La ristampa doveva compiersi a Parigi, per i tipi della vedova Lacombe, casa editrice ben nota agli studiosi del nostro Risorgimento, in quanto ad essa gli esuli italiani di Francia affidarono gran parte de' loro scritti, perché fossero divulgati per [pg!vi] le stampe. Alla fine di maggio del 1840 uscì infatti il seguente manifesto che annunciava la nuova edizione del periodico: "L'edizione dellaGiovine Italiaessendo da piú anni esaurita, alcuni italiani hanno pensato che una ristampa potrebbe riuscire giovevole all'educazione della gioventú italiana ed avviamento a nuovi lavori. Ma tra gli scritti contenuti in quella raccolta, molti uscirono dettati dall'impulso di circostanze oggi modificate, e non importa ripubblicarli; altri, dotati di valore storico piú che teorico, spetterebbero [pg!vii] ad una collezione ordinata con intento diverso da quello degli editori di quest'annunzio. L'intento è quello di presentare agli Italiani, raccolti in un libro, que' scritti soli che contengono il programma primo dellaGiovine Italia, e insegnano nello spirito dell'associazione il fine da prefiggersi agli sforzi della nazione, e i mezzi opportuni a raggiungerlo. E que' scritti spettano presso che tutti a un solo fra i collaboratori, Giuseppe Mazzini. Gli editori si sono dunque rivolti a lui richiedendolo d'ordinar quegli articoli, condurre a termine quei ch'erano rimasti, pe' casi de' tempi, imperfetti, modificare e aggiungere dov'ei credesse. Risultato di un lavoro siffatto è il libro che qui si propone alla sottoscrizione, col titolo:LaGiovine Italia,raccolta di scritti pubblicati in diversi tempi da Giuseppe Mazzini.Oltre un'introduzione e un articolo scritto ora espressamente dall'autore, ecco i titoli degli argomenti che entreranno in questa ristampa: LaGiovine Italia, programma politico; D'alcune cause che impedirono finora lo sviluppo della libertà in Italia; — Dell'Unità Italiana; — Della guerra d'insurrezione; — Ai preti Italiani; — Ai poeti, pensieri; — Fratellanza de' popoli; — Cose di Savoia; — Lettera alla Gioventú Italiana, ecc. ecc. — Due volumi. Prezzo 6 franchi per i sottoscrittori, 8 per gli altri, ecc. Parigi». Ma il periodico aveva suscitato troppo fermento in Italia, perché tutti i governi non si commovessero all'annuncio che ancora una volta si tentasse diffonderlo nel popolo. Cominciarono [pg!viii] quindi i preparativi per impedirgli l'entrata all'interno, tanto piú che la pubblicazione di esso segnava il cominciamento d'un nuovo periodo di riscossa, alla quale il Mazzini s'accingeva con metodi piú pratici, migliori ad ogni modo di quelli che già gli aveano procurate due amare delusioni, lanciando quel memorando invito agli Italiani, perché s'aggregassero allaGiovane Italiae operassero «tutti concordemente colla massima attività pel conseguimento del divisato intento». Una circolare a tutti i commissari superiori di polizia nel Lombardo-Veneto avvertiva il 25 luglio dello stesso anno: «Con apposito avviso a stampa la tipografia di Madama Lacombe di Parigi ha pubblicato da poco tempo la comparsa d'una nuova opera divisa in due volumi in ottavo, ed accordata in via di associazione in Parigi al prezzo di sei franchi, quale porta per titolo:La Giovine Italia, raccolta di scritti pubblicati in diversi tempi da Giuseppe Mazzini. Collo stesso avviso si avverte che l'opera suddetta, compilata dietro quanto si potea ora esigere dal già seguito mutamento di tempi e di circostanze, tende specialmente ad istruire la gioventú nelle massime professate dalle società segrete.«Rendendone perciò consapevole cotesto..... lo s'invita simultaneamente a voler attivare le piú energiche ed avvedute misure di sorveglianza, all'uopo di possibilmente scoprire ed impedire la clandestina introduzione delle preaccennate diaboliche produzioni, quali nel caso di scoperta dovrebbero essere tantosto sequestrate e rimesse a [pg!ix] questa Direzione Generale, cui dovrebbero essere scortati anche quegli individui che mai ne fossero trovati in possesso, onde procedere in loro confronto, a norma delle superiori istruzioni»3.Tuttavia la ristampa dellaGiovine Italia, per ragioni che ora ci sfuggono, non poté effettuarsi, come era sfumato il disegno, concepito cinque anni prima, di pubblicare il giornale in una traduzione francese, che avrebbe dovuto compiersi a Losanna4. Probabilmente, le persecuzioni de' governi d'Italia, le rimostranze de' gabinetti esteri a quello di Luigi Filippo, subdolo quanto mai in quegli atti del suo governo che si riferivano alle mene contro i rifugiati politici, contribuirono a fare abortire il nobile proposito, il quale forse non fu aiutato abbastanza da' sottoscrittori. LaGiovine Italia[pg!x] rimase quindi ciò che si dice una vera rarità bibliografica, sconosciuta ai più, anche a coloro che ne parlarono di proposito, ma che ne ignorarono gran parte del contenuto, perché, ad eccezione di quegli scritti, che il Mazzini inserì nella raccolta delle sue opere, e che poterono quindi consultarsi con più agio, l'altra parte, certamente [pg!xi] meno importante, ma forse più curiosa e più utile allo studioso, in quanto riflette le passioni del momento, e abbonda di particolari di grande interesse per la storia del Risorgimento, seguitò a rimanere inaccessibile. Onde parve a noi che ripigliando il proposito del Mazzini, allargandolo in quei concetti che nel 1840 potevano essere più plausibili, e ristampando integralmente i sei fascicoli dellaGiovine Italia, riproducendo esattamente, o almeno fin dove era possibile, le caratteristiche esterne ed interne del periodico, si sarebbe reso, come si dice, un utile servigio agli studiosi della nostra storia nazionale.Il còmpito al quale ci siamo assunti è stato poi agevolato dal fatto che una copia completa dellaGiovine Italiaè conservata nel fondoRisorgimentodella Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele di Roma. La grande cortesia del bibliotecario, conte Domenico Gnoli, ci permise di trascriverla tutta, dando agio a me e al tipografo di riprodurre esattamente il frontespizio e tutte quelle particolarità che possono offrire al possessore di questa ristampa l'illusione di aver presso di sé l'originale, dal quale ad ogni modo, non riproducemmo, liberandoci d'una soverchia pedanteria di editore diplomatico, gli errori di stampa e l'errata-corrige. Diremo di più che a piede di pagina abbiamo notato le varianti degli scritti mazziniani risultate dal confronto tra laGiovine Italiae la prima edizione degliScritti editi e ineditiintrapresa per le cure stesse dell'autore nel 1861, perché ci parve che il Mazzini, grande stilista, più di quanto ai più non [pg!xii] sembri, abbia sempre prediletto di tormentare la forma classica del periodo. Abbiamo di più posto alla fine della pubblicazione un indice analitico, che servirà allo studioso per orientarsi e indagare per entro il periodico.***Sono abbastanza note, perché le narrò, forse con troppo parsimonia, lo stesso Mazzini in alcuni di quei preziosiRicordi autobiograficisparsi ne' primi volumi dei suoiScritti editi e inediti, le origini del periodico. Esso fu ideato, insieme con l'associazione omonima, nel forte di Savona, dove il Mazzini era stato rinchiuso, dopo che la delazione di Raimondo Doria aveva rivelate al governo sardo le deboli fila della Carboneria genovese, alla quale aveva aderito qualche tempo prima il grande Italiano, allora agli inizii della sua carriera di cospiratore, «Ideai — dice egli stesso — in quei mesi d'imprigionamento in Savona, il disegno dellaGiovine Italia; meditai i principii sui quali doveva fondarsi l'ordinamento del partito, e l'intento che dovevamo dichiaratamente prefiggerci: pensai al modo d'impianto, ai primi ch'io avrei chiamato ad iniziarlo con me, all'inanellamento possibile del lavoro cogli elementi rivoluzionari Europei»5. Liberato dal carcere, a condizione che scegliesse tra un soggiorno, che non fosse Genova, né Torino, né un punto qualsiasi delle [pg!xiii] spiagge liguri, e l'esilio, preferì quest'ultimo. E nell'esilio, dopo la lettera a Carlo Alberto, che gli procurò l'ira del governo sardo, dopo tante delusioni ch'ebbe per l'abortita insurrezione dell'Italia centrale e per la mancata prima spedizione in Savoia, mise ad effetto il disegno che avea maturato nel forte di Savona, cioè «la fondazione dellaGiovine Italia» a cui provvide quando dalla Corsica ritornò a Marsiglia, e «fermo nell'idea d'iniziare la doppia missione segreta e pubblica, insurrezionale e educatrice», s'affrettò a stampare il manifesto del periodico, che fu divulgato sul finire del 1831, a poca distanza dalla pubblicazione del primo fascicolo6.Ben modesti furono gl'inizi del giornale, perché quasi tutti gli esuli erano «dissestati in finanza». Tuttavia Giacomo Ciani, un de' due fratelli che tanto diedero d'opera e di danaro in que' primi movimenti patriottici, fece «guarentigia per ottomila franchi al periodico»7; il Mazzini «andava economizzando quanto più poteva sul trimestre chegliveniva dalla famiglia»8; altri aiutarono in diverse guise, come quel La Cecilia «allora dirittamente buono», che giunto in Marsiglia dalla Corsica, dove s'era rifugiato dopo l'infelice tentativo di Lione, si fece compositore di caratteri, e ad un tempo collaboratore; [pg!xiv] come Giuseppe Lamberti, l'amico, il segretario fidato del Mazzini, che assunse la correzione delle bozze. Insomma fu un affratellamento de' più eroici, accesi tutti del nobile entusiasmo di divulgare scritti che avrebbero infiammato i giovani italiani del santo amore della patria. «Vivevamo uguali e fratelli davvero — assicura il grande cospiratore, — d'un solo pensiero, d'una sola speranza, d'un solo culto all'ideale dell'anima; amati, ammirati per tenacità di proposito e facoltà di lavoro continuo dai repubblicani stranieri; spesso — dacché spendevamo, per ogni cosa, del nostro, — fra le strette della miseria, ma giulivi a un modo e sorridenti d'un sorriso di fede nell'avvenire. Furono, dal 1831 al 1833, due anni di vita giovine, pura e lietamente devota, com'io la desidero alla generazione che sorge. Avevamo la guerra accanita abbastanza e pericoli, com'ora dirò, ma da nemici dai quali l'aspettavamo. La misera tristissima guerra d'invidie, di ingratitudini, di sospetti, e calunnie da uomini di patria e spesso di parte nostra, l'abbandono immeritato d'antichi amici, la diserzione della Bandiera, non per nuovo convincimento, ma per fiacchezza, vanità offesa e peggio, di quasi una intera generazione che giurava in quegli anni con noi, non aveva ancora non dirò sfrondato o disseccato l'anime nostre, amorevoli oggi e credenti siccome allora, ma insegnato a noi pochiLa vïolenta e disperata pace,il lavoro senza conforto di speranza individuale, [pg!xv] per sola riverenza al freddo, inesorabile, sacro dovere»9.Ma a questi pericoli i quali il Mazzini poteva prevedere, agli altri, che pur troppo furono un fatto compiuto e si chiusero, tragicamente, col sangue, altri ancora s'addensavano sui capi di quei magnanimi, dacché la vigile polizia sarda a Marsiglia ne spiava attentamente i più riposti propositi, riferendoli al governo centrale di Torino. Infatti, nel dicembre del '31 il consolato sardo a Marsiglia era in grado di scrivere al suo governo: «Mi annunziano che una società di rifugiati italiani, alla testa dei quali si trova l'avvocato Mazzini, si sta attualmente occupando per trovar mezzo di pubblicare un giornale sotto il titolo diGiovine Italia, proprio ad esaltare gli spiriti e indurli alla rivolta, coll'idea poi di spanderlo a profusione per tutta Italia»10; il mese dopo, il Morra, governatore d'una città di frontiera del Piemonte, scriveva al ministro Tonduti della Scarena: «Coll'ultimo corriere di posta m'è pervenuto dal solito corrispondente di Marsiglia una nota contenente in ispecie alcune ben interessanti indicazioni sia riguardo alla società sotto il titolo diGiovine Italia, quanto principalmente sui corrispondenti, che li capi di detta Società trovansi [pg!xvi] avere tanto in Genova che a Bologna. Il solito corrispondente, essendo non senza difficoltà pervenuto a procurarsi il manoscritto del prospetto di quel giornale sotto il nome diGiovine Italia, che alcuni fuorusciti hanno intenzione di stampare in Marsiglia, me ne ha coll'ultimo corriere trasmessa copia. Da quanto egli mi annunzia, il primo numero di quel tal giornale verrà senza fallo pubblicato il 1º del prossimo mese di febbraio, e non ostante tutte le precauzioni che i redattori prendono, perché non capiti nelle mani che dei soli loro, mi lusingo nulladimeno di averne regolarmente un esemplare. Sto altresì occupandomi per conoscere di quali altri mezzi, oltre li indicati, potranno per avventura prevalersi li detti redattori dello stesso giornale in Italia»11. Prosa, come si vede, sporca e negletta, come l'abito della spia. La quale, seguendo il suo ufficio con assai diligenza, scriveva da Marsiglia alla Polizia torinese nel marzo dello stesso anno: «Enfin l'ouvrage périodique vient de paraître, et il a été distribué hier matin à tous les abonnés..... Il m'a été assuré par quelqu'un qui est à même de le savoir que le principal envoie en Italie aura lieu par le bateau à vapeur leFrancesco Primo, commandé par lecapitaineDe Martino, qui partira de cette ville le 31 de ce mois. Le capitaine est l'intime ami de Mazzini, et ce qui est cause qu'on compte plus sur lui qui tout autre. Mais indépendemment de celà, on se propose de profiter de [pg!xvii] toutes les occasions favorables qui peuvent se présenter. Ils ont des abonnés à Gènes, à Milan, mais sortout dans les quatres légations»12.Ma, nonostante le molte persecuzioni che forse si saranno usate per impedirne la pubblicazione, il 18 marzo del 1832 era pronto, per essere irraggiato su tutta la penisola, come un astro nuovo, puro, virgineo, che riscaldava di calore insolito l'intorpidita coscienza degl'Italiani, il primo fascicolo di quella raccolta periodica di scritti, i quali, osserva uno storico che fu tra' piú temuti avversari del Mazzini, e qui intendo accennare a Nicomede Bianchi, «col battesimo in fronte diGiovine Italia, erano indirizzati dal Mazzini a preparare una rivoluzione popolare di concorso e di attuamento; comecché invero essi dettati fossero in una lingua ardua non solo alle plebi, ma a molti eziandio che non si stimano plebe»13. Ma, questa, che nella mente del Bianchi (e non del solo storico dellaDiplomazia europea in Italia) potè sembrare un difetto dellaGiovine Italia, era invece una delle sue forze. Sino allora, se ne togli qualche rarissimo opuscolo, ad esempio il tremendo libello del Panizzi contro il Duca di Modena, la letteratura patriottica dal 1821 in poi deve considerarsi una specie di accademia; sembra, infatti, che gli scrittori, piú del contenuto!, si preoccupino della forma nelle loro argomentazioni; piú della patria, delle persone; e questo effetto produce la [pg!xviii] lettura di quella miriade di libri, di opuscoli, di fogli volanti usciti pro e contro coloro che avevano partecipato ai moti rivoluzionari del 1831 nell'Italia Centrale. Invece laGiovine Italia, sotto l'impulso del suo direttore, che volse e diresse le coscienze italiane ad altri ideali, con la santissima formula che non finí mai di ripetere, essere la vita una missione, una virtú il sacrifizio, che alla distanza di settanta anni sono oggi sempre gli stessi, o almeno dovrebbero esser tali, ebbe un diverso obbiettivo. «A principio — scrive il Mazzini nel settembre del 1832 a Pietro Giannone, — volendo pure cacciare innanzi il sistema nostro, ho dovuto esaltare la gioventú, e ingigantirla a' suoi proprii occhi. Vinto oggi, o quasi, quel primo tumulto ch'io prevedeva, ch'io suscitai deliberatamente, perché mi pareva necessaria una separazione fra chi vuole esser forte, e chi è debole, o peggio, io scemerò gradatamente le mie lodi a' giovani, serbandole a' fatti». E qui sta tutto il segreto della potenza di Giuseppe Mazzini; né alcuno meglio di lui, che aveva la parola dell'ispirato, la purezza di costumi d'un angelo, la tenacia di proposito d'un uomo veramente superiore, le predizioni d'un profeta, alcuno meglio di lui, ripetiamo, con buona pace di Nicomede Bianchi, che destinò molte pagine d'un suo libro per dimostrare il contrario, poteva degnamente prestarsi al nobile assunto.[pg!xix]***Il primo fascicolo dellaGiovine Italiauscí, insieme col secondo14, il 18 marzo 1832. Tipografo ne era Giulio Barile, amministratore e gerente Vittorio Vian. Parecchi illustri esuli, quali Guglielmo Libri, Antonio Benci, Giovanni Berchet, Giuseppe Pecchio, avevano promesso la loro collaborazione, che poi non effettuarono mai, onde il Mazzini si lamentava giustamente d'essere rimasto quasi solo15. Egli però doveva essere molto contento del successo ottenuto, poiché nel novembre del 1832 scriveva a Carlo Didier, l'autore dellaRome Souterraine: «Le journal a suscité une telle clameur, dès sa première apparition qui, inexplicable pour tout étranger non initié à nos querelles d'organisation politique, ne l'est pas pour moi. Cette clameur je l'avais prévue et calculée d'avance. Elle se rattache aux évènements [pg!xx] politiques qui ont agité l'Italie à la surface en 1831. Je dis à la surface, parce que là gît tout le levain de discorde entre nous et les vieillards; c'est à la surface qu'ils agitent et agiteront toujours l'Italie, car ils craignent l'orage, ils ont peur de soulever de tempêtes au milieu desquelles leurs faibles mains ne puissent pas gouverner; nous nous voulons remuer cette terre jusqu'aux entrailles; nous voulons bouleverser cette eau morte, soulever le flot de l'activité populaire; que si le débordement nous entraînera nous les premiers, peu importe; nous en sommes à ce point, auquel il faut prononcer le grand mot, dût-il coûter la vie à celui qui le prononce»16. Ma quante fatiche per metterlo insieme e quante astuzie perché potesse circolare in Italia! «Eravamo, Lamberti, Usiglio, un Lustrini, G. B. Ruffini ed altri cinque o sei modenesi, quasi tutti soli, senza ufficio, senza subalterni, immersi l'intero giorno e gran parte della notte nella bisogna, scrivendo articoli e lettere, interrogando viaggiatori, affratellando marinai, piegando fogli di stampa, legando involti, alternando tra occupazioni intellettuali e funzioni di operai»17. Tuttavia il lavoro di contrabbando, vitale per laGiovine Italia, irto di pericoli e di responsabilità per chi lo compieva e per chi lo commetteva, era mirabile. «Un [pg!xxi] giovane, Montanari, — scrive il Mazzini ne' suoiRicordi autobiografici, — che viaggiava sui vapori di Napoli rappresentandone la Società, e morí poi di colèra nel mezzogiorno di Francia, altri, impiegati sui vapori francesi, ci giovarono moltissimo. E finché l'ira dei governi non fu convertita in furore, affidavamo ad essi gli involti, contentandoci di scrivere sull'involto destinato per Genova un indirizzo di casa commerciale non sospetta in Livorno, su quello che spettava a Livorno un indirizzo di Civitavecchia e via cosí: sottratto in questo modo l'involto alla giurisdizione doganale e poliziesca del primo punto toccato, l'involto serbavasi dall'affratellato sul battello, finché i nostri, avvertiti, non si recavano a bordo dove si ripartivano le stampe celandole intorno alla persona. Ma quando, svegliata l'attenzione, crebbe la vigilanza e furono assegnate ricompense a chi sequestrasse, e pronunziato minacce tremende agli introduttori — quando la guerra inferocí per modo che Carlo Alberto, con editti firmati dai ministri Caccia, Pansa, Barbaroux, Lascarène, intimò, a chi nondenunzierebbe, due anni di prigione e una ammenda, promettendo aldelatoremetà della somma e il segreto — cominciò fra noi e i governucci d'Italia un duello che ci costava sudori e spese, ma che proseguimmo con buona ventura. Mandammo i fascicoli dentro barili di pietra pomice, poi nel centro di botti di pece intorno alle quali lavoravamo, in un magazzinuccio affittato, la notte: le botti, dieci dodici, si spedivano numerate per mezzo d'agenti commerciali ignari a commissionari egualmente [pg!xxii] ignari ne' luoghi diversi, dove taluno dei nostri, avvertiti dell'arrivo, si presentava a mercanteggiare la botte che indicava col numero il contenuto. Cito un solo dei molti ripieghi che andavamo ideando»18.Nonostante, quindi, le immense difficoltà e la vigilanza quasi febbrile della polizia, laGiovine Italiaentrava di soppiatto ne' luoghi dove poteva maggiormente riscaldare e far palpitare. Da Marsiglia e da Lugano, co' metodi indicati dal Mazzini e con altri che usavano i patriotti, facendo a gara d'astuzia con la polizia, il verbo della nuova associazione si diffondeva per la penisola. «Fra le risultanze processuali apparve che la filatura di cotone di Castiglione, presso Lecco, era una fucina contro lo straniero, e che ivi i fratelli Grassi ricevevano i pacchi dellaGiovine Italiae delTribuno»19. Da Genova, dove giungevano per la via di Marsiglia, i fascicoli erano distribuiti ad Alessandria, Casale, Vercelli «per il tramite Ruffini-Pianavia-Girardenghi-Bossi-Stara»20; né valse che una volta, il 4 luglio 1832, la polizia, avutane notizia da qualche vile delatore, scoprisse a colpo sicuro molte copie del periodico nel doppio fondo di un barile diretto dal Mazzini alla [pg!xxiii] madre: perché, se vigili e talvolta bene informate, erano le polizie italiane, audacissimi si dimostravano gli affigliati dellaGiovine Italia.***Ma non erano solo i governi a combattere ad oltranza il periodico, in quanto i giornali, apparsi nell'Italia centrale subito dopo la rivoluzione del 1831, quasi a distruggere le idee liberali che si andavano sempre piú sviluppando, si fecero paladini e corifei de' governi reazionari, comprendendo subito che il nemico col quale doveano cimentarsi era veramente terribile. «Che cosa è laGiovine Italia?» si domandava un di questi giornali21, il piú feroce di tutti, laVoce della Verità[pg!xxiv] di Modena, diretto apparentemente da Cesare Galvani, dacché gl'ispiratori erano il Canosa e il balí Sanminiatelli, i due piú ascoltati consiglieri del Duca di Modena. E rispondeva: «LaGiovine Italiaè un magazzino di sferravecche del filosofismo del secolo passato, è una compilazione alla vecchia moda rivoluzionaria di Francia scritta nel vecchio gergo del 1793.«LaGiovine Italiaha per iscopo di ricondurre fra noi l'anarchia, gettando in mezzo al popolo il vecchio balocco dell'indipendenzae dell'eguaglianza, sotto il patronato dei vecchi nostri Bassà a tre colori, e dei nostri vecchi espilatori.«LaGiovine Italiaha per sistema la vecchia tattica dei sofisti oltremontani, di mettere a traffico la credulità dei gonzi, obbligandoli a giurarein verba magistrisopra una quantità di cose incredibili, l'inesperienza dei giovani, allontanandoli dall'investigazione delle cose passate, e l'accidia degli adulti, dispensandoli dal peso incomodo dei doveri per trattenerli continuo di una quantità di diritti fabbricati nella vecchia fucina del 1789.«LaGiovine Italiainfine ha per ausiliarî tutti [pg!xxv] i vecchi miscredenti, i vecchi giacobini, i vecchi bonapartisti, i vecchi mercanti di rivoluzioni, e tutte le vecchie arpie della tirannide forestiera, che aspirano a gettarsi di bel nuovo sulla nostra penisola e ad ingrassare, giusta la vecchia usanza, colle rapine pubbliche e private»22.Ma ben piú villane, piú gesuiticamente esposte, erano le ingiurie dellaVoce della Verità, prima e dopo che i fascicoli uscissero alla luce. Avuta infatti notizia, dalle spie assoldate a proprie spese, o pure da comunicazioni del governo sardo, il quale, come vedemmo, poteva averle piú direttamente, che il periodico si stava preparando, pubblicava nel num. 70 del 17 gennaio 1832 una dichiarazione che vale la pena di riportare qui: «Un'empia associazione si è formata in Marsiglia dal rifiuto e dalla feccia degli emigrati italiani, e la quale impudentemente si dà il titolo diGiovine Italia. Essa non accetta nel suo novero che quelli i quali sono nati entro il secolo corrente, o quelli al piú che non oltrepassano i 40 anni, onde esser certa che il foco della gioventú spinta alle colpe dall'esempio e dai dommi di una età corrotta e corrompitrice, non sia frenato da una esperienza di disinganno. Essa ha per primo scopo quello di non risparmiare spesa alcuna e pericolo personale per portare di nuovo in Italia il fuoco della discordia e della rivoluzione: essa ha per secondo quello di pubblicare un giornale, e diffonderlo nella nostra bella Penisola, il quale serva allaPropaganda Infernale, [pg!xxvi] e susciti di nuovo alla rivolta ed al sangue. Essa spera di restare occulta fra noi, e di operare in segreto: ma noi sappiamo che sono alla sua testa Mazzini di Genova, Santi di Rimini e il Piemontese conte Bianco: noi conosciamo i nomi de' suoi corrispondenti in Ginevra, in Genova ed in Bologna: noi compiangiamo la rovina che essi vogliono trarre sul loro capo e sull'altrui. Intanto rendiamo pubblica questa infame intrapresa, perché si sappia che laVoce della Veritàraccoglie il guanto che costoro gettano all'Italia, e che combatterà le inique loro dottrine. Entrino essi nel campo: noi stiamo Mantenitori della lizza. Operino essi in segreto: noi in pieno sole, e con alzata visiera».È noto che il Mazzini, nel primo fascicolo dellaGiovine Italia, ribatté con la sua prosa alta e vibrata quella degliuomini del Canosa e del Duca, rimproverandoli alla sua volta di ravvolgersi nel velo dell'anonimo nell'atto di lanciar contumelie; onde parve al Galvani un atto di grande coraggio sottoscrivere il seguente articolo, che il Mazzini sdegnò di ribattere.«Ai Redattori dellaGiovine Italia, i Redattori dellaVoce della Verità».«Noi scrivevamo nel nostro num. 70...23.«Il giornale è uscito alla luce col 1 marzo; noi ce ne siamo procacciato un esemplare, ed abbiamo scorti che non ci eravamo ingannati nel nostro [pg!xxvii] giudizio; essi hanno tenuta la loro promessa, e noi terremo la nostra.«Ma vi è di piú. A pagina 91 del primo fascicolo è uno scritto del Mazzini in risposta alla nostra disfida. Che in esso egli accumuli il veleno e la rabbia bene gli sta: noi non compreremo né aspetteremo giammai le carezze dell'inimico. Ch'egli ci maledica, gliel perdoniamo agevolmente; perché la parola maledizione è la chiusa consueta d'ogni periodo dei liberali, e perché ci tornano in gioia i loro anatemi. Soltanto, come egli ignora o finge di ignorare quali noi siamo veramente, cosí noi vorremo svelargli il piú intimo del nostro cuore.«Sí, noi professiamo odio per le opinioni che sovvertono il mondo. Le combattiamo, le combatteremo; e consacrammo a sí nobile fine quelle forze, che, qualunque esse siano, ci furono largite da Dio. Sí, noi dunque professiamo di odiare e di combattere le opinioni dellaGiovine Italia, né cesseremo finché si possa di sclamare e di ragionare contro di esse. Questo è l'odio che abbiamo nell'anima, questa è la vendetta che ci lusinga. Odio agli errori, vendetta della verità sull'errore... Ma in queste anime nostre che temono Iddio, che a lui si volgono, e che ardentemente desiderano amarlo e servirlo; in queste anime nostre l'odio e la vendetta non passa oltre le dottrine e i delitti. Gl'incorreggibili autori del disordine si compiangono, si lasciano all'arbitrio della giustizia, e si bramerebbe il ravvedimento degli sciagurati, anziché il necessario castigo.«Voi che in queste pagine stesse dellaGiovine Italia[pg!xxviii] santificate l'assassinio e il veleno, potete voi dirci altrettanto a fronte sicura?«Voi sfrontatamente accumulando, come piú vi giova, parole di lode o di disprezzo, di apoteosi o di vitupero, lusingando le passioni, liberando da ogni freno gli affetti, spargendo il dubbio e l'incertezza sovra ogni principio piú santo, ponendo in campo una nuova filosofia di disperazione che porta il vuoto del sepolcro sull'aurora della vita, togliendo di mezzo ogni idea di placida virtú, di vergine innocenza, di gratitudine, di pure dolcezze, per sostituirvi immagini di sangue e deliri di un fanatismo fatale; voi rivestendo questi fantasmi con ampollosità di suoni, con ebbrezza di vaticini, con terrizioni di minacce e di bestemmie; voi travolgete le incaute fantasie de' giovani, e dalla vita reale le trasportate ai sogni affannosi di un tumulto di vicende decretato da destino inesorabile, a un'ansia di perigli e di licenza, a un desiderio di vendetta, a un'impazienza d'indugi, di ostacoli, di leardi e di doveri. Miserabili! E se voi rinunziaste alle speranze di un beato eterno avvenire, perché trascinare nel vostro abisso tanti infelici? Se voi contristaste le canizie de' vostri genitori, se portaste lo sconvolgimento fra le mura della patria, per quale infernal gioia volete che questi peccati si moltiplichino, e si perpetuino?«Se invece (e noi pure siam giovani, e laVoce della Veritàè stesa per la piú parte da scrittori non anco maturi), noi invece chiamiamo i nostri fratelli di studi e di età a quei principî di vero immutabile, di ordine eterno, di provata rettitudine, [pg!xxix] di consolata coscienza, coi quali solo l'uomo vive tranquillo in sé, utile ai simili suoi. Né sia chi ci accusi di voler raffreddare qualsiasi affetto forte e generoso, ché a noi Dio concesse cuori che sentono quant'altri mai, che rispondono ad ogni energico eccitamento, che vorrebbero tutta la gioventú italiana gagliarda e magnanima, ma gagliarda e magnanima quale conviensi al cristiano e al soldato d'onore; non feroce e arrabbiata quale è l'assassino e il settario. Noi amiamo la patria nostra, e perché l'amiamo, la vorremmo grande, bella, felice; e tale sarà sempre all'ombra dei legittimi troni. E voi, miserabili, voi che profanate ad ogni istante il suo nome, voi la vorreste veder di nuovo dibattersi prima fra le convulsioni intestine e le stragi cittadinesche, poi doversi necessariamente incurvare di nuovo alle falangi straniere. Voi, voi siete i veri nemici, i veri sicari della Patria.«Qui potremmo por fine alle nostre parole, e lasciare il giudizio a chiunque conosca e le reciproche dottrine, e le scambievoli azioni. Ma voi ci avete dati dei consigli, e noi vogliamo rispondervi.«Voi volete atterrirci gridando che già il decreto della nostra rovina è segnato dal secolo, dallo sviluppo degli intelletti, dall'odio alla tirannide, dai volti che impallidendo al vederci ci rivelano un nemico, dalle tante famiglie che sono un centro di congiura contro di noi. Voi volete atterrirci? Disingannatevi! Il terrore nasce dal rimorso o dalla vigliaccheria, e il Cielo ci ha scampati finora dall'uno e dall'altra. Cosí ne fossero immuni i nostri nemici![pg!xxx] «Voi ci chiamate al Tribunale di Dio? Oh, non provocate questo giudizio! Noi crediamo in questo Scrutatore cui nulla è occulto, e appunto il timore di lui ci fa difendere la causa sua contro la rabbiosa vostra guerra. Cosí ci donasse Egli coscienza in tutto, come in ciò, tranquilla: cosí ci doni di non invanire perché noi deboli ha scelti a strumenti della sua pugna. Ma voi... Deh possano gli anni ed i casi mutarvi innanzi quell'ora tremenda!«Voi ci consigliate a tenere il nostrocompianto per quella dinastia in oggi errante in cerca d'asilo sulla quale fondavamo tutte le nostre speranze. E che! insultereste ancora con empia ironia alla virtú sventurata? Sorridereste dunque di infame letizia all'esiglio, e alle amarezze di quelli che dai fratelli vostri furono cacciati di soglio per non poter sopportare i continui loro benefici, e il loro perdono? Vigliacchi! è questa la maggiore delle villane codardie. Io che scrivo queste linee stenderei, lo giuro, la mano al Mazzini, se percosso dalle meritate sciagure, mi chiedesse un soccorso; ed egli gode delle pene di un vecchio che ha per sé otto secoli di gloria domestica, e il trionfo di Algeri; di una principessa che bevve fin dall'infanzia tutto il calice de' dolori, e incanutisce tra nuovi affanni; di una madre cui il pugnale del liberalismo tolse il marito, e avrebbe tolto il figlio, se l'inferno vomitava due Louvel; di un innocente fanciullo ch'era l'amore della Francia, come ne è ora la sola speranza! Ma noi ci gloriamo di ammirare e di amare questa eroica famiglia. Potessimo [pg!xxxi] così offrirle qualche tributo più efficace del solo affetto.«Voi ci chiamateuomini di Canosa e del Duca. Sia pure: noi avremo ad onore di esser riconosciuti degni seguaci del Principe più Religioso ed Intrepido: dell'Uom di Stato più irremovibile del secol nostro.«Voi dite che millantiamo di combattervi a visiera alzata, mentre abbiamo lebaionette d'intorno, e il carnefice a fianco. Ipocriti! Forse che ignoriamo la morte di Kotzebue? Forse che le baionette e il carnefice ci difenderebbero da quelle coltella che voi invocate e dite sante; se non ce ne facesse sicuri Dio, e quel coraggio che ci viene da lui?«Voi finalmente imputate chi vi svelò nel n. 70 diravvolgersi nel velo dell'anonimo, mentre voi segnate il vostro nome. Voi mentite, Cesare Galvani che allora scrisse di voi, e qui scrive di nuovo, non si è occultato, né si occulterà mai, perché non vi teme. Egli fin dal n. 30 del suo Giornale pubblicava in simile circostanza il suo nome; egli si fa gloria della propria opinione, e degli insulti che gli versano sopra i nemici di Dio e dei legittimi Re»24.Né qui sostarono gli eroici redattori dellaVoce della Verità, perché nel supplemento al n. 106 il Canosa volle farsi anche paladino di quei Borboni di Napoli, che aveva così ben serviti, meritandosi poi, come premio, la via dell'esilio, e precisamente polemizzando col La Cecilia, il quale, nel [pg!xxxii]Cenno storico ad onore dell'estinto Pietro Collettaaveva affermato esser la ferocia il «primo attributo dei Borboni».L'articolo, che non ristampiamo, perché edito già molte volte, era preceduto da questa dichiarazione: «Pubblichiamo una lettera scritta da un valente difensore dell'Altare e del Trono, in confutazione del primo fascicolo dellaGiovine Italia, riserbandoci di pubblicare ancora le nostre osservazioni sopra questa sozza insolente, che per comando della sediziosapropagandadi Parigi tiene i suoi torchi nei bordelli di Marsiglia». Ed infatti il periodico tenne la sua parola. Quattro giorni dopo, nel n. 108, pubblicava «Alcune riflessioni sopra un articolo dellaGiovine Italia,firmatoU. D. F.», cioè sull'Elogio di Cosimo Delfantescritto dal Guerrazzi, elogio alla lettura del quale l'autore delleRiflessioniprovò un fremito paragonabile «a quello che agitava ilsuocuore quando una mesta curiositàlocondusse a por piede, ad osservare, a dar ascolto nel reclusorio d'Aversa», dove, come si sa, stanno i pazzi delinquenti. Al Canosa successe il balí Cosimo Andrea Sanminiatelli, nel n. 149 del 19 luglio 1832, con un articolo intitolatoBrevi parole agli scrittori e partigiani della«Giovine Italia»25; e di nuovo, nel supplemento [pg!xxxiii] al n. 180 del 29 settembre, il feroce consigliere di Francesco IV, che prese la difesa de' Borboni contro gli attacchi ripetuti del La Cecilia.***Abbiamo detto che, nonostante la guerra feroce che gli si muoveva, il periodico continuava le sue pubblicazioni, alle quali il Mazzini sorvegliava [pg!xxxiv] con grande cura, rimediando alle mille difficoltà che sorgevano per la compilazione di esso, resa ancor più difficile quando il grande Italiano, espulso da Marsiglia, dové nascondersi ne' pressi [pg!xxxv] della città, e colà vivere intanato come una bestia feroce, sino al giorno in cui, cedendo alle infinite persecuzioni, fu costretto a rifugiarsi nella Svizzera. Seguitò a pubblicarsi anche dopo il tentativo [pg!xxxvi] d'invasione savoiardo, anzi nel sesto fascicolo trovarono luogo que' preziosi documenti con i quali il Mazzini rese conto presso gli Italiani della sua parte di responsabilità; ma questo sesto fascicolo [pg!xxxvii] uscito nel giugno 1834, fu l'ultimo della serie; e cosí veniva a spegnersi la «prima rassegna del Partito Nazionale Italiano, ispirata, dal bisogno di ordinare a sistema le idee sconnesse ed isolate frementi nell'associazione»26. «Stamperemo anche il settimo — scriveva il Mazzini al Rosales il 20 luglio di questo anno; — appunto perché i governi non vogliono; ma per non aver vincoli, non riceveremo abbonamenti. Faremo pagare a volumi»27; nondimeno il proposito non ebbe effetto per molte ragioni, finanziarie e politiche. Alle prime il Mazzini accenna in varie sue lettere alla madre e al Rosales; le seconde crediamo riconoscere nel fatto che altri orizzonti, piú vasti, lumeggiati di ben altre tinte, si erano aperti alla mente di questo «sultano della libertà», rischiarando il cammino ad altre mète piú gloriose, se bene irte di pericoli ancor piú insormontabili; egli stava vagheggiando la fratellanza dei [pg!xxxviii] popoli europei, dapprima con laGiovine Svizzera, poi con laGiovine Europa, antiveggendo fin d'allora, in momenti di tristissimo servaggio per tutte le popolazioni europee, una nuova epoca di progresso sociale. Credette quindi troppo inadeguato allo scopo il giornale di Marsiglia, come mezzo di diffusione delle sue idee; un anno dopo ilProscrit, quindi laJeune Suissee nel 1840 l'Apostolato Popolareerano gli organi della nuova generazione, la quale, sia pure indirettamente, assorbiva la parola calda, e fascinatrice del Mazzini, e si preparava alle grandi lotte del Risorgimento, non solo, ma di tutta Europa, dalle rive della Senna, a quelle del Danubio, della Sprea, e di là per altri paesi, dovunque la feroce catena del dispotismo tenesse avvinti i popoli, sviandoli dal pensiero di liberi sensi.Roma, 10 marzo 1902.M. Menghini.————[pg!xxxix]LaGIOVINE ITALIA.SERIE DI SCRITTI INTORNO ALLA CONDIZIONE POLITICA,MORALE, E LETTERARIA DELLA ITALIA, TENDENTIALLA SUA RIGENERAZIONE.Italiam! Italiam!..Virg.Ma voi, che solitari, o perseguitati sulle antiche sciagure della nostra patria fremente, perché, non raccontate alla posterità i nostri mali? Alzate la voce in nome di tutti, e dite al mondo, che siamo sfortunati, ma né ciechi, né vili..... Scrivete. Perseguitate con la verità i vostri persecutori.Foscolo.MARSIGLIA.TIPOGRAFIA MILITARE DI GIULIO BARILE.1832.————[pg!3]
Il giornaleLa Giovine Italia, indicato nel frontispizio come una «serie di scritti intorno alla condizione politica, morale e letteraria della Italia, tendenti alla sua rigenerazione», è un de' rappresentanti maggiori, se non il migliore, di quella raccolta di periodici mazziniani, che s'inizia con l'Indicatore Genovese, che si chiude con laRoma del Popolo, e che aspetta sempre uno studioso di coscienza, il quale ne indaghi le vicende e ne stabilisca l'importanza, certamente moltissima, che tiene tra la stampa periodica italiana negli anni piú splendidi del nostro Risorgimento1. Divenuto raro sin da' primi anni della sua pubblicazione, tanto per le difficoltà che incontrava nel diffondersi all'interno ed all'estero, quanto per il pericolo che minacciava tutti coloro che ne possedessero qualche fascicolo, dacché, una volta scoperti, avrebbero scontato «l'errore con una vita di dolore2», il periodico si sarebbe [pg!iv] dovuto ristampare per le cure stesse del Mazzini, di modo che, ristretto nel materiale, sfrondato degli articoli di minore importanza, avrebbe potuto ancor degnamente rappresentare l'eco di nobilissimi propositi, i quali, anche sette anni dopo, possedevano il pregio dell'attualità: inerte, torpido, prostrato sotto il vigile occhio dell'Austria e dei governi d'Italia essendo sempre il paese, che il grande apostolo tentava ancora una volta di galvanizzare, uscente da quella tremenda [pg!v]tempesta del dubbiodapprima, e dal doloroso raccoglimento di poi, in cui rimase per oltre anni, quando una persecuzione senza tregua lo ebbe obbligato ad abbandonare la Svizzera e avere un piú sicuro asilo in Inghilterra.
La ristampa doveva compiersi a Parigi, per i tipi della vedova Lacombe, casa editrice ben nota agli studiosi del nostro Risorgimento, in quanto ad essa gli esuli italiani di Francia affidarono gran parte de' loro scritti, perché fossero divulgati per [pg!vi] le stampe. Alla fine di maggio del 1840 uscì infatti il seguente manifesto che annunciava la nuova edizione del periodico: "L'edizione dellaGiovine Italiaessendo da piú anni esaurita, alcuni italiani hanno pensato che una ristampa potrebbe riuscire giovevole all'educazione della gioventú italiana ed avviamento a nuovi lavori. Ma tra gli scritti contenuti in quella raccolta, molti uscirono dettati dall'impulso di circostanze oggi modificate, e non importa ripubblicarli; altri, dotati di valore storico piú che teorico, spetterebbero [pg!vii] ad una collezione ordinata con intento diverso da quello degli editori di quest'annunzio. L'intento è quello di presentare agli Italiani, raccolti in un libro, que' scritti soli che contengono il programma primo dellaGiovine Italia, e insegnano nello spirito dell'associazione il fine da prefiggersi agli sforzi della nazione, e i mezzi opportuni a raggiungerlo. E que' scritti spettano presso che tutti a un solo fra i collaboratori, Giuseppe Mazzini. Gli editori si sono dunque rivolti a lui richiedendolo d'ordinar quegli articoli, condurre a termine quei ch'erano rimasti, pe' casi de' tempi, imperfetti, modificare e aggiungere dov'ei credesse. Risultato di un lavoro siffatto è il libro che qui si propone alla sottoscrizione, col titolo:LaGiovine Italia,raccolta di scritti pubblicati in diversi tempi da Giuseppe Mazzini.Oltre un'introduzione e un articolo scritto ora espressamente dall'autore, ecco i titoli degli argomenti che entreranno in questa ristampa: LaGiovine Italia, programma politico; D'alcune cause che impedirono finora lo sviluppo della libertà in Italia; — Dell'Unità Italiana; — Della guerra d'insurrezione; — Ai preti Italiani; — Ai poeti, pensieri; — Fratellanza de' popoli; — Cose di Savoia; — Lettera alla Gioventú Italiana, ecc. ecc. — Due volumi. Prezzo 6 franchi per i sottoscrittori, 8 per gli altri, ecc. Parigi». Ma il periodico aveva suscitato troppo fermento in Italia, perché tutti i governi non si commovessero all'annuncio che ancora una volta si tentasse diffonderlo nel popolo. Cominciarono [pg!viii] quindi i preparativi per impedirgli l'entrata all'interno, tanto piú che la pubblicazione di esso segnava il cominciamento d'un nuovo periodo di riscossa, alla quale il Mazzini s'accingeva con metodi piú pratici, migliori ad ogni modo di quelli che già gli aveano procurate due amare delusioni, lanciando quel memorando invito agli Italiani, perché s'aggregassero allaGiovane Italiae operassero «tutti concordemente colla massima attività pel conseguimento del divisato intento». Una circolare a tutti i commissari superiori di polizia nel Lombardo-Veneto avvertiva il 25 luglio dello stesso anno: «Con apposito avviso a stampa la tipografia di Madama Lacombe di Parigi ha pubblicato da poco tempo la comparsa d'una nuova opera divisa in due volumi in ottavo, ed accordata in via di associazione in Parigi al prezzo di sei franchi, quale porta per titolo:La Giovine Italia, raccolta di scritti pubblicati in diversi tempi da Giuseppe Mazzini. Collo stesso avviso si avverte che l'opera suddetta, compilata dietro quanto si potea ora esigere dal già seguito mutamento di tempi e di circostanze, tende specialmente ad istruire la gioventú nelle massime professate dalle società segrete.
«Rendendone perciò consapevole cotesto..... lo s'invita simultaneamente a voler attivare le piú energiche ed avvedute misure di sorveglianza, all'uopo di possibilmente scoprire ed impedire la clandestina introduzione delle preaccennate diaboliche produzioni, quali nel caso di scoperta dovrebbero essere tantosto sequestrate e rimesse a [pg!ix] questa Direzione Generale, cui dovrebbero essere scortati anche quegli individui che mai ne fossero trovati in possesso, onde procedere in loro confronto, a norma delle superiori istruzioni»3.
Tuttavia la ristampa dellaGiovine Italia, per ragioni che ora ci sfuggono, non poté effettuarsi, come era sfumato il disegno, concepito cinque anni prima, di pubblicare il giornale in una traduzione francese, che avrebbe dovuto compiersi a Losanna4. Probabilmente, le persecuzioni de' governi d'Italia, le rimostranze de' gabinetti esteri a quello di Luigi Filippo, subdolo quanto mai in quegli atti del suo governo che si riferivano alle mene contro i rifugiati politici, contribuirono a fare abortire il nobile proposito, il quale forse non fu aiutato abbastanza da' sottoscrittori. LaGiovine Italia[pg!x] rimase quindi ciò che si dice una vera rarità bibliografica, sconosciuta ai più, anche a coloro che ne parlarono di proposito, ma che ne ignorarono gran parte del contenuto, perché, ad eccezione di quegli scritti, che il Mazzini inserì nella raccolta delle sue opere, e che poterono quindi consultarsi con più agio, l'altra parte, certamente [pg!xi] meno importante, ma forse più curiosa e più utile allo studioso, in quanto riflette le passioni del momento, e abbonda di particolari di grande interesse per la storia del Risorgimento, seguitò a rimanere inaccessibile. Onde parve a noi che ripigliando il proposito del Mazzini, allargandolo in quei concetti che nel 1840 potevano essere più plausibili, e ristampando integralmente i sei fascicoli dellaGiovine Italia, riproducendo esattamente, o almeno fin dove era possibile, le caratteristiche esterne ed interne del periodico, si sarebbe reso, come si dice, un utile servigio agli studiosi della nostra storia nazionale.
Il còmpito al quale ci siamo assunti è stato poi agevolato dal fatto che una copia completa dellaGiovine Italiaè conservata nel fondoRisorgimentodella Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele di Roma. La grande cortesia del bibliotecario, conte Domenico Gnoli, ci permise di trascriverla tutta, dando agio a me e al tipografo di riprodurre esattamente il frontespizio e tutte quelle particolarità che possono offrire al possessore di questa ristampa l'illusione di aver presso di sé l'originale, dal quale ad ogni modo, non riproducemmo, liberandoci d'una soverchia pedanteria di editore diplomatico, gli errori di stampa e l'errata-corrige. Diremo di più che a piede di pagina abbiamo notato le varianti degli scritti mazziniani risultate dal confronto tra laGiovine Italiae la prima edizione degliScritti editi e ineditiintrapresa per le cure stesse dell'autore nel 1861, perché ci parve che il Mazzini, grande stilista, più di quanto ai più non [pg!xii] sembri, abbia sempre prediletto di tormentare la forma classica del periodo. Abbiamo di più posto alla fine della pubblicazione un indice analitico, che servirà allo studioso per orientarsi e indagare per entro il periodico.
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Sono abbastanza note, perché le narrò, forse con troppo parsimonia, lo stesso Mazzini in alcuni di quei preziosiRicordi autobiograficisparsi ne' primi volumi dei suoiScritti editi e inediti, le origini del periodico. Esso fu ideato, insieme con l'associazione omonima, nel forte di Savona, dove il Mazzini era stato rinchiuso, dopo che la delazione di Raimondo Doria aveva rivelate al governo sardo le deboli fila della Carboneria genovese, alla quale aveva aderito qualche tempo prima il grande Italiano, allora agli inizii della sua carriera di cospiratore, «Ideai — dice egli stesso — in quei mesi d'imprigionamento in Savona, il disegno dellaGiovine Italia; meditai i principii sui quali doveva fondarsi l'ordinamento del partito, e l'intento che dovevamo dichiaratamente prefiggerci: pensai al modo d'impianto, ai primi ch'io avrei chiamato ad iniziarlo con me, all'inanellamento possibile del lavoro cogli elementi rivoluzionari Europei»5. Liberato dal carcere, a condizione che scegliesse tra un soggiorno, che non fosse Genova, né Torino, né un punto qualsiasi delle [pg!xiii] spiagge liguri, e l'esilio, preferì quest'ultimo. E nell'esilio, dopo la lettera a Carlo Alberto, che gli procurò l'ira del governo sardo, dopo tante delusioni ch'ebbe per l'abortita insurrezione dell'Italia centrale e per la mancata prima spedizione in Savoia, mise ad effetto il disegno che avea maturato nel forte di Savona, cioè «la fondazione dellaGiovine Italia» a cui provvide quando dalla Corsica ritornò a Marsiglia, e «fermo nell'idea d'iniziare la doppia missione segreta e pubblica, insurrezionale e educatrice», s'affrettò a stampare il manifesto del periodico, che fu divulgato sul finire del 1831, a poca distanza dalla pubblicazione del primo fascicolo6.
Ben modesti furono gl'inizi del giornale, perché quasi tutti gli esuli erano «dissestati in finanza». Tuttavia Giacomo Ciani, un de' due fratelli che tanto diedero d'opera e di danaro in que' primi movimenti patriottici, fece «guarentigia per ottomila franchi al periodico»7; il Mazzini «andava economizzando quanto più poteva sul trimestre chegliveniva dalla famiglia»8; altri aiutarono in diverse guise, come quel La Cecilia «allora dirittamente buono», che giunto in Marsiglia dalla Corsica, dove s'era rifugiato dopo l'infelice tentativo di Lione, si fece compositore di caratteri, e ad un tempo collaboratore; [pg!xiv] come Giuseppe Lamberti, l'amico, il segretario fidato del Mazzini, che assunse la correzione delle bozze. Insomma fu un affratellamento de' più eroici, accesi tutti del nobile entusiasmo di divulgare scritti che avrebbero infiammato i giovani italiani del santo amore della patria. «Vivevamo uguali e fratelli davvero — assicura il grande cospiratore, — d'un solo pensiero, d'una sola speranza, d'un solo culto all'ideale dell'anima; amati, ammirati per tenacità di proposito e facoltà di lavoro continuo dai repubblicani stranieri; spesso — dacché spendevamo, per ogni cosa, del nostro, — fra le strette della miseria, ma giulivi a un modo e sorridenti d'un sorriso di fede nell'avvenire. Furono, dal 1831 al 1833, due anni di vita giovine, pura e lietamente devota, com'io la desidero alla generazione che sorge. Avevamo la guerra accanita abbastanza e pericoli, com'ora dirò, ma da nemici dai quali l'aspettavamo. La misera tristissima guerra d'invidie, di ingratitudini, di sospetti, e calunnie da uomini di patria e spesso di parte nostra, l'abbandono immeritato d'antichi amici, la diserzione della Bandiera, non per nuovo convincimento, ma per fiacchezza, vanità offesa e peggio, di quasi una intera generazione che giurava in quegli anni con noi, non aveva ancora non dirò sfrondato o disseccato l'anime nostre, amorevoli oggi e credenti siccome allora, ma insegnato a noi pochi
La vïolenta e disperata pace,
La vïolenta e disperata pace,
La vïolenta e disperata pace,
il lavoro senza conforto di speranza individuale, [pg!xv] per sola riverenza al freddo, inesorabile, sacro dovere»9.
Ma a questi pericoli i quali il Mazzini poteva prevedere, agli altri, che pur troppo furono un fatto compiuto e si chiusero, tragicamente, col sangue, altri ancora s'addensavano sui capi di quei magnanimi, dacché la vigile polizia sarda a Marsiglia ne spiava attentamente i più riposti propositi, riferendoli al governo centrale di Torino. Infatti, nel dicembre del '31 il consolato sardo a Marsiglia era in grado di scrivere al suo governo: «Mi annunziano che una società di rifugiati italiani, alla testa dei quali si trova l'avvocato Mazzini, si sta attualmente occupando per trovar mezzo di pubblicare un giornale sotto il titolo diGiovine Italia, proprio ad esaltare gli spiriti e indurli alla rivolta, coll'idea poi di spanderlo a profusione per tutta Italia»10; il mese dopo, il Morra, governatore d'una città di frontiera del Piemonte, scriveva al ministro Tonduti della Scarena: «Coll'ultimo corriere di posta m'è pervenuto dal solito corrispondente di Marsiglia una nota contenente in ispecie alcune ben interessanti indicazioni sia riguardo alla società sotto il titolo diGiovine Italia, quanto principalmente sui corrispondenti, che li capi di detta Società trovansi [pg!xvi] avere tanto in Genova che a Bologna. Il solito corrispondente, essendo non senza difficoltà pervenuto a procurarsi il manoscritto del prospetto di quel giornale sotto il nome diGiovine Italia, che alcuni fuorusciti hanno intenzione di stampare in Marsiglia, me ne ha coll'ultimo corriere trasmessa copia. Da quanto egli mi annunzia, il primo numero di quel tal giornale verrà senza fallo pubblicato il 1º del prossimo mese di febbraio, e non ostante tutte le precauzioni che i redattori prendono, perché non capiti nelle mani che dei soli loro, mi lusingo nulladimeno di averne regolarmente un esemplare. Sto altresì occupandomi per conoscere di quali altri mezzi, oltre li indicati, potranno per avventura prevalersi li detti redattori dello stesso giornale in Italia»11. Prosa, come si vede, sporca e negletta, come l'abito della spia. La quale, seguendo il suo ufficio con assai diligenza, scriveva da Marsiglia alla Polizia torinese nel marzo dello stesso anno: «Enfin l'ouvrage périodique vient de paraître, et il a été distribué hier matin à tous les abonnés..... Il m'a été assuré par quelqu'un qui est à même de le savoir que le principal envoie en Italie aura lieu par le bateau à vapeur leFrancesco Primo, commandé par lecapitaineDe Martino, qui partira de cette ville le 31 de ce mois. Le capitaine est l'intime ami de Mazzini, et ce qui est cause qu'on compte plus sur lui qui tout autre. Mais indépendemment de celà, on se propose de profiter de [pg!xvii] toutes les occasions favorables qui peuvent se présenter. Ils ont des abonnés à Gènes, à Milan, mais sortout dans les quatres légations»12.
Ma, nonostante le molte persecuzioni che forse si saranno usate per impedirne la pubblicazione, il 18 marzo del 1832 era pronto, per essere irraggiato su tutta la penisola, come un astro nuovo, puro, virgineo, che riscaldava di calore insolito l'intorpidita coscienza degl'Italiani, il primo fascicolo di quella raccolta periodica di scritti, i quali, osserva uno storico che fu tra' piú temuti avversari del Mazzini, e qui intendo accennare a Nicomede Bianchi, «col battesimo in fronte diGiovine Italia, erano indirizzati dal Mazzini a preparare una rivoluzione popolare di concorso e di attuamento; comecché invero essi dettati fossero in una lingua ardua non solo alle plebi, ma a molti eziandio che non si stimano plebe»13. Ma, questa, che nella mente del Bianchi (e non del solo storico dellaDiplomazia europea in Italia) potè sembrare un difetto dellaGiovine Italia, era invece una delle sue forze. Sino allora, se ne togli qualche rarissimo opuscolo, ad esempio il tremendo libello del Panizzi contro il Duca di Modena, la letteratura patriottica dal 1821 in poi deve considerarsi una specie di accademia; sembra, infatti, che gli scrittori, piú del contenuto!, si preoccupino della forma nelle loro argomentazioni; piú della patria, delle persone; e questo effetto produce la [pg!xviii] lettura di quella miriade di libri, di opuscoli, di fogli volanti usciti pro e contro coloro che avevano partecipato ai moti rivoluzionari del 1831 nell'Italia Centrale. Invece laGiovine Italia, sotto l'impulso del suo direttore, che volse e diresse le coscienze italiane ad altri ideali, con la santissima formula che non finí mai di ripetere, essere la vita una missione, una virtú il sacrifizio, che alla distanza di settanta anni sono oggi sempre gli stessi, o almeno dovrebbero esser tali, ebbe un diverso obbiettivo. «A principio — scrive il Mazzini nel settembre del 1832 a Pietro Giannone, — volendo pure cacciare innanzi il sistema nostro, ho dovuto esaltare la gioventú, e ingigantirla a' suoi proprii occhi. Vinto oggi, o quasi, quel primo tumulto ch'io prevedeva, ch'io suscitai deliberatamente, perché mi pareva necessaria una separazione fra chi vuole esser forte, e chi è debole, o peggio, io scemerò gradatamente le mie lodi a' giovani, serbandole a' fatti». E qui sta tutto il segreto della potenza di Giuseppe Mazzini; né alcuno meglio di lui, che aveva la parola dell'ispirato, la purezza di costumi d'un angelo, la tenacia di proposito d'un uomo veramente superiore, le predizioni d'un profeta, alcuno meglio di lui, ripetiamo, con buona pace di Nicomede Bianchi, che destinò molte pagine d'un suo libro per dimostrare il contrario, poteva degnamente prestarsi al nobile assunto.
[pg!xix]
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Il primo fascicolo dellaGiovine Italiauscí, insieme col secondo14, il 18 marzo 1832. Tipografo ne era Giulio Barile, amministratore e gerente Vittorio Vian. Parecchi illustri esuli, quali Guglielmo Libri, Antonio Benci, Giovanni Berchet, Giuseppe Pecchio, avevano promesso la loro collaborazione, che poi non effettuarono mai, onde il Mazzini si lamentava giustamente d'essere rimasto quasi solo15. Egli però doveva essere molto contento del successo ottenuto, poiché nel novembre del 1832 scriveva a Carlo Didier, l'autore dellaRome Souterraine: «Le journal a suscité une telle clameur, dès sa première apparition qui, inexplicable pour tout étranger non initié à nos querelles d'organisation politique, ne l'est pas pour moi. Cette clameur je l'avais prévue et calculée d'avance. Elle se rattache aux évènements [pg!xx] politiques qui ont agité l'Italie à la surface en 1831. Je dis à la surface, parce que là gît tout le levain de discorde entre nous et les vieillards; c'est à la surface qu'ils agitent et agiteront toujours l'Italie, car ils craignent l'orage, ils ont peur de soulever de tempêtes au milieu desquelles leurs faibles mains ne puissent pas gouverner; nous nous voulons remuer cette terre jusqu'aux entrailles; nous voulons bouleverser cette eau morte, soulever le flot de l'activité populaire; que si le débordement nous entraînera nous les premiers, peu importe; nous en sommes à ce point, auquel il faut prononcer le grand mot, dût-il coûter la vie à celui qui le prononce»16. Ma quante fatiche per metterlo insieme e quante astuzie perché potesse circolare in Italia! «Eravamo, Lamberti, Usiglio, un Lustrini, G. B. Ruffini ed altri cinque o sei modenesi, quasi tutti soli, senza ufficio, senza subalterni, immersi l'intero giorno e gran parte della notte nella bisogna, scrivendo articoli e lettere, interrogando viaggiatori, affratellando marinai, piegando fogli di stampa, legando involti, alternando tra occupazioni intellettuali e funzioni di operai»17. Tuttavia il lavoro di contrabbando, vitale per laGiovine Italia, irto di pericoli e di responsabilità per chi lo compieva e per chi lo commetteva, era mirabile. «Un [pg!xxi] giovane, Montanari, — scrive il Mazzini ne' suoiRicordi autobiografici, — che viaggiava sui vapori di Napoli rappresentandone la Società, e morí poi di colèra nel mezzogiorno di Francia, altri, impiegati sui vapori francesi, ci giovarono moltissimo. E finché l'ira dei governi non fu convertita in furore, affidavamo ad essi gli involti, contentandoci di scrivere sull'involto destinato per Genova un indirizzo di casa commerciale non sospetta in Livorno, su quello che spettava a Livorno un indirizzo di Civitavecchia e via cosí: sottratto in questo modo l'involto alla giurisdizione doganale e poliziesca del primo punto toccato, l'involto serbavasi dall'affratellato sul battello, finché i nostri, avvertiti, non si recavano a bordo dove si ripartivano le stampe celandole intorno alla persona. Ma quando, svegliata l'attenzione, crebbe la vigilanza e furono assegnate ricompense a chi sequestrasse, e pronunziato minacce tremende agli introduttori — quando la guerra inferocí per modo che Carlo Alberto, con editti firmati dai ministri Caccia, Pansa, Barbaroux, Lascarène, intimò, a chi nondenunzierebbe, due anni di prigione e una ammenda, promettendo aldelatoremetà della somma e il segreto — cominciò fra noi e i governucci d'Italia un duello che ci costava sudori e spese, ma che proseguimmo con buona ventura. Mandammo i fascicoli dentro barili di pietra pomice, poi nel centro di botti di pece intorno alle quali lavoravamo, in un magazzinuccio affittato, la notte: le botti, dieci dodici, si spedivano numerate per mezzo d'agenti commerciali ignari a commissionari egualmente [pg!xxii] ignari ne' luoghi diversi, dove taluno dei nostri, avvertiti dell'arrivo, si presentava a mercanteggiare la botte che indicava col numero il contenuto. Cito un solo dei molti ripieghi che andavamo ideando»18.
Nonostante, quindi, le immense difficoltà e la vigilanza quasi febbrile della polizia, laGiovine Italiaentrava di soppiatto ne' luoghi dove poteva maggiormente riscaldare e far palpitare. Da Marsiglia e da Lugano, co' metodi indicati dal Mazzini e con altri che usavano i patriotti, facendo a gara d'astuzia con la polizia, il verbo della nuova associazione si diffondeva per la penisola. «Fra le risultanze processuali apparve che la filatura di cotone di Castiglione, presso Lecco, era una fucina contro lo straniero, e che ivi i fratelli Grassi ricevevano i pacchi dellaGiovine Italiae delTribuno»19. Da Genova, dove giungevano per la via di Marsiglia, i fascicoli erano distribuiti ad Alessandria, Casale, Vercelli «per il tramite Ruffini-Pianavia-Girardenghi-Bossi-Stara»20; né valse che una volta, il 4 luglio 1832, la polizia, avutane notizia da qualche vile delatore, scoprisse a colpo sicuro molte copie del periodico nel doppio fondo di un barile diretto dal Mazzini alla [pg!xxiii] madre: perché, se vigili e talvolta bene informate, erano le polizie italiane, audacissimi si dimostravano gli affigliati dellaGiovine Italia.
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Ma non erano solo i governi a combattere ad oltranza il periodico, in quanto i giornali, apparsi nell'Italia centrale subito dopo la rivoluzione del 1831, quasi a distruggere le idee liberali che si andavano sempre piú sviluppando, si fecero paladini e corifei de' governi reazionari, comprendendo subito che il nemico col quale doveano cimentarsi era veramente terribile. «Che cosa è laGiovine Italia?» si domandava un di questi giornali21, il piú feroce di tutti, laVoce della Verità[pg!xxiv] di Modena, diretto apparentemente da Cesare Galvani, dacché gl'ispiratori erano il Canosa e il balí Sanminiatelli, i due piú ascoltati consiglieri del Duca di Modena. E rispondeva: «LaGiovine Italiaè un magazzino di sferravecche del filosofismo del secolo passato, è una compilazione alla vecchia moda rivoluzionaria di Francia scritta nel vecchio gergo del 1793.
«LaGiovine Italiaha per iscopo di ricondurre fra noi l'anarchia, gettando in mezzo al popolo il vecchio balocco dell'indipendenzae dell'eguaglianza, sotto il patronato dei vecchi nostri Bassà a tre colori, e dei nostri vecchi espilatori.
«LaGiovine Italiaha per sistema la vecchia tattica dei sofisti oltremontani, di mettere a traffico la credulità dei gonzi, obbligandoli a giurarein verba magistrisopra una quantità di cose incredibili, l'inesperienza dei giovani, allontanandoli dall'investigazione delle cose passate, e l'accidia degli adulti, dispensandoli dal peso incomodo dei doveri per trattenerli continuo di una quantità di diritti fabbricati nella vecchia fucina del 1789.
«LaGiovine Italiainfine ha per ausiliarî tutti [pg!xxv] i vecchi miscredenti, i vecchi giacobini, i vecchi bonapartisti, i vecchi mercanti di rivoluzioni, e tutte le vecchie arpie della tirannide forestiera, che aspirano a gettarsi di bel nuovo sulla nostra penisola e ad ingrassare, giusta la vecchia usanza, colle rapine pubbliche e private»22.
Ma ben piú villane, piú gesuiticamente esposte, erano le ingiurie dellaVoce della Verità, prima e dopo che i fascicoli uscissero alla luce. Avuta infatti notizia, dalle spie assoldate a proprie spese, o pure da comunicazioni del governo sardo, il quale, come vedemmo, poteva averle piú direttamente, che il periodico si stava preparando, pubblicava nel num. 70 del 17 gennaio 1832 una dichiarazione che vale la pena di riportare qui: «Un'empia associazione si è formata in Marsiglia dal rifiuto e dalla feccia degli emigrati italiani, e la quale impudentemente si dà il titolo diGiovine Italia. Essa non accetta nel suo novero che quelli i quali sono nati entro il secolo corrente, o quelli al piú che non oltrepassano i 40 anni, onde esser certa che il foco della gioventú spinta alle colpe dall'esempio e dai dommi di una età corrotta e corrompitrice, non sia frenato da una esperienza di disinganno. Essa ha per primo scopo quello di non risparmiare spesa alcuna e pericolo personale per portare di nuovo in Italia il fuoco della discordia e della rivoluzione: essa ha per secondo quello di pubblicare un giornale, e diffonderlo nella nostra bella Penisola, il quale serva allaPropaganda Infernale, [pg!xxvi] e susciti di nuovo alla rivolta ed al sangue. Essa spera di restare occulta fra noi, e di operare in segreto: ma noi sappiamo che sono alla sua testa Mazzini di Genova, Santi di Rimini e il Piemontese conte Bianco: noi conosciamo i nomi de' suoi corrispondenti in Ginevra, in Genova ed in Bologna: noi compiangiamo la rovina che essi vogliono trarre sul loro capo e sull'altrui. Intanto rendiamo pubblica questa infame intrapresa, perché si sappia che laVoce della Veritàraccoglie il guanto che costoro gettano all'Italia, e che combatterà le inique loro dottrine. Entrino essi nel campo: noi stiamo Mantenitori della lizza. Operino essi in segreto: noi in pieno sole, e con alzata visiera».
È noto che il Mazzini, nel primo fascicolo dellaGiovine Italia, ribatté con la sua prosa alta e vibrata quella degliuomini del Canosa e del Duca, rimproverandoli alla sua volta di ravvolgersi nel velo dell'anonimo nell'atto di lanciar contumelie; onde parve al Galvani un atto di grande coraggio sottoscrivere il seguente articolo, che il Mazzini sdegnò di ribattere.
«Ai Redattori dellaGiovine Italia, i Redattori dellaVoce della Verità».
«Noi scrivevamo nel nostro num. 70...23.
«Il giornale è uscito alla luce col 1 marzo; noi ce ne siamo procacciato un esemplare, ed abbiamo scorti che non ci eravamo ingannati nel nostro [pg!xxvii] giudizio; essi hanno tenuta la loro promessa, e noi terremo la nostra.
«Ma vi è di piú. A pagina 91 del primo fascicolo è uno scritto del Mazzini in risposta alla nostra disfida. Che in esso egli accumuli il veleno e la rabbia bene gli sta: noi non compreremo né aspetteremo giammai le carezze dell'inimico. Ch'egli ci maledica, gliel perdoniamo agevolmente; perché la parola maledizione è la chiusa consueta d'ogni periodo dei liberali, e perché ci tornano in gioia i loro anatemi. Soltanto, come egli ignora o finge di ignorare quali noi siamo veramente, cosí noi vorremo svelargli il piú intimo del nostro cuore.
«Sí, noi professiamo odio per le opinioni che sovvertono il mondo. Le combattiamo, le combatteremo; e consacrammo a sí nobile fine quelle forze, che, qualunque esse siano, ci furono largite da Dio. Sí, noi dunque professiamo di odiare e di combattere le opinioni dellaGiovine Italia, né cesseremo finché si possa di sclamare e di ragionare contro di esse. Questo è l'odio che abbiamo nell'anima, questa è la vendetta che ci lusinga. Odio agli errori, vendetta della verità sull'errore... Ma in queste anime nostre che temono Iddio, che a lui si volgono, e che ardentemente desiderano amarlo e servirlo; in queste anime nostre l'odio e la vendetta non passa oltre le dottrine e i delitti. Gl'incorreggibili autori del disordine si compiangono, si lasciano all'arbitrio della giustizia, e si bramerebbe il ravvedimento degli sciagurati, anziché il necessario castigo.
«Voi che in queste pagine stesse dellaGiovine Italia[pg!xxviii] santificate l'assassinio e il veleno, potete voi dirci altrettanto a fronte sicura?
«Voi sfrontatamente accumulando, come piú vi giova, parole di lode o di disprezzo, di apoteosi o di vitupero, lusingando le passioni, liberando da ogni freno gli affetti, spargendo il dubbio e l'incertezza sovra ogni principio piú santo, ponendo in campo una nuova filosofia di disperazione che porta il vuoto del sepolcro sull'aurora della vita, togliendo di mezzo ogni idea di placida virtú, di vergine innocenza, di gratitudine, di pure dolcezze, per sostituirvi immagini di sangue e deliri di un fanatismo fatale; voi rivestendo questi fantasmi con ampollosità di suoni, con ebbrezza di vaticini, con terrizioni di minacce e di bestemmie; voi travolgete le incaute fantasie de' giovani, e dalla vita reale le trasportate ai sogni affannosi di un tumulto di vicende decretato da destino inesorabile, a un'ansia di perigli e di licenza, a un desiderio di vendetta, a un'impazienza d'indugi, di ostacoli, di leardi e di doveri. Miserabili! E se voi rinunziaste alle speranze di un beato eterno avvenire, perché trascinare nel vostro abisso tanti infelici? Se voi contristaste le canizie de' vostri genitori, se portaste lo sconvolgimento fra le mura della patria, per quale infernal gioia volete che questi peccati si moltiplichino, e si perpetuino?
«Se invece (e noi pure siam giovani, e laVoce della Veritàè stesa per la piú parte da scrittori non anco maturi), noi invece chiamiamo i nostri fratelli di studi e di età a quei principî di vero immutabile, di ordine eterno, di provata rettitudine, [pg!xxix] di consolata coscienza, coi quali solo l'uomo vive tranquillo in sé, utile ai simili suoi. Né sia chi ci accusi di voler raffreddare qualsiasi affetto forte e generoso, ché a noi Dio concesse cuori che sentono quant'altri mai, che rispondono ad ogni energico eccitamento, che vorrebbero tutta la gioventú italiana gagliarda e magnanima, ma gagliarda e magnanima quale conviensi al cristiano e al soldato d'onore; non feroce e arrabbiata quale è l'assassino e il settario. Noi amiamo la patria nostra, e perché l'amiamo, la vorremmo grande, bella, felice; e tale sarà sempre all'ombra dei legittimi troni. E voi, miserabili, voi che profanate ad ogni istante il suo nome, voi la vorreste veder di nuovo dibattersi prima fra le convulsioni intestine e le stragi cittadinesche, poi doversi necessariamente incurvare di nuovo alle falangi straniere. Voi, voi siete i veri nemici, i veri sicari della Patria.
«Qui potremmo por fine alle nostre parole, e lasciare il giudizio a chiunque conosca e le reciproche dottrine, e le scambievoli azioni. Ma voi ci avete dati dei consigli, e noi vogliamo rispondervi.
«Voi volete atterrirci gridando che già il decreto della nostra rovina è segnato dal secolo, dallo sviluppo degli intelletti, dall'odio alla tirannide, dai volti che impallidendo al vederci ci rivelano un nemico, dalle tante famiglie che sono un centro di congiura contro di noi. Voi volete atterrirci? Disingannatevi! Il terrore nasce dal rimorso o dalla vigliaccheria, e il Cielo ci ha scampati finora dall'uno e dall'altra. Cosí ne fossero immuni i nostri nemici!
[pg!xxx] «Voi ci chiamate al Tribunale di Dio? Oh, non provocate questo giudizio! Noi crediamo in questo Scrutatore cui nulla è occulto, e appunto il timore di lui ci fa difendere la causa sua contro la rabbiosa vostra guerra. Cosí ci donasse Egli coscienza in tutto, come in ciò, tranquilla: cosí ci doni di non invanire perché noi deboli ha scelti a strumenti della sua pugna. Ma voi... Deh possano gli anni ed i casi mutarvi innanzi quell'ora tremenda!
«Voi ci consigliate a tenere il nostrocompianto per quella dinastia in oggi errante in cerca d'asilo sulla quale fondavamo tutte le nostre speranze. E che! insultereste ancora con empia ironia alla virtú sventurata? Sorridereste dunque di infame letizia all'esiglio, e alle amarezze di quelli che dai fratelli vostri furono cacciati di soglio per non poter sopportare i continui loro benefici, e il loro perdono? Vigliacchi! è questa la maggiore delle villane codardie. Io che scrivo queste linee stenderei, lo giuro, la mano al Mazzini, se percosso dalle meritate sciagure, mi chiedesse un soccorso; ed egli gode delle pene di un vecchio che ha per sé otto secoli di gloria domestica, e il trionfo di Algeri; di una principessa che bevve fin dall'infanzia tutto il calice de' dolori, e incanutisce tra nuovi affanni; di una madre cui il pugnale del liberalismo tolse il marito, e avrebbe tolto il figlio, se l'inferno vomitava due Louvel; di un innocente fanciullo ch'era l'amore della Francia, come ne è ora la sola speranza! Ma noi ci gloriamo di ammirare e di amare questa eroica famiglia. Potessimo [pg!xxxi] così offrirle qualche tributo più efficace del solo affetto.
«Voi ci chiamateuomini di Canosa e del Duca. Sia pure: noi avremo ad onore di esser riconosciuti degni seguaci del Principe più Religioso ed Intrepido: dell'Uom di Stato più irremovibile del secol nostro.
«Voi dite che millantiamo di combattervi a visiera alzata, mentre abbiamo lebaionette d'intorno, e il carnefice a fianco. Ipocriti! Forse che ignoriamo la morte di Kotzebue? Forse che le baionette e il carnefice ci difenderebbero da quelle coltella che voi invocate e dite sante; se non ce ne facesse sicuri Dio, e quel coraggio che ci viene da lui?
«Voi finalmente imputate chi vi svelò nel n. 70 diravvolgersi nel velo dell'anonimo, mentre voi segnate il vostro nome. Voi mentite, Cesare Galvani che allora scrisse di voi, e qui scrive di nuovo, non si è occultato, né si occulterà mai, perché non vi teme. Egli fin dal n. 30 del suo Giornale pubblicava in simile circostanza il suo nome; egli si fa gloria della propria opinione, e degli insulti che gli versano sopra i nemici di Dio e dei legittimi Re»24.
Né qui sostarono gli eroici redattori dellaVoce della Verità, perché nel supplemento al n. 106 il Canosa volle farsi anche paladino di quei Borboni di Napoli, che aveva così ben serviti, meritandosi poi, come premio, la via dell'esilio, e precisamente polemizzando col La Cecilia, il quale, nel [pg!xxxii]Cenno storico ad onore dell'estinto Pietro Collettaaveva affermato esser la ferocia il «primo attributo dei Borboni».
L'articolo, che non ristampiamo, perché edito già molte volte, era preceduto da questa dichiarazione: «Pubblichiamo una lettera scritta da un valente difensore dell'Altare e del Trono, in confutazione del primo fascicolo dellaGiovine Italia, riserbandoci di pubblicare ancora le nostre osservazioni sopra questa sozza insolente, che per comando della sediziosapropagandadi Parigi tiene i suoi torchi nei bordelli di Marsiglia». Ed infatti il periodico tenne la sua parola. Quattro giorni dopo, nel n. 108, pubblicava «Alcune riflessioni sopra un articolo dellaGiovine Italia,firmatoU. D. F.», cioè sull'Elogio di Cosimo Delfantescritto dal Guerrazzi, elogio alla lettura del quale l'autore delleRiflessioniprovò un fremito paragonabile «a quello che agitava ilsuocuore quando una mesta curiositàlocondusse a por piede, ad osservare, a dar ascolto nel reclusorio d'Aversa», dove, come si sa, stanno i pazzi delinquenti. Al Canosa successe il balí Cosimo Andrea Sanminiatelli, nel n. 149 del 19 luglio 1832, con un articolo intitolatoBrevi parole agli scrittori e partigiani della«Giovine Italia»25; e di nuovo, nel supplemento [pg!xxxiii] al n. 180 del 29 settembre, il feroce consigliere di Francesco IV, che prese la difesa de' Borboni contro gli attacchi ripetuti del La Cecilia.
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Abbiamo detto che, nonostante la guerra feroce che gli si muoveva, il periodico continuava le sue pubblicazioni, alle quali il Mazzini sorvegliava [pg!xxxiv] con grande cura, rimediando alle mille difficoltà che sorgevano per la compilazione di esso, resa ancor più difficile quando il grande Italiano, espulso da Marsiglia, dové nascondersi ne' pressi [pg!xxxv] della città, e colà vivere intanato come una bestia feroce, sino al giorno in cui, cedendo alle infinite persecuzioni, fu costretto a rifugiarsi nella Svizzera. Seguitò a pubblicarsi anche dopo il tentativo [pg!xxxvi] d'invasione savoiardo, anzi nel sesto fascicolo trovarono luogo que' preziosi documenti con i quali il Mazzini rese conto presso gli Italiani della sua parte di responsabilità; ma questo sesto fascicolo [pg!xxxvii] uscito nel giugno 1834, fu l'ultimo della serie; e cosí veniva a spegnersi la «prima rassegna del Partito Nazionale Italiano, ispirata, dal bisogno di ordinare a sistema le idee sconnesse ed isolate frementi nell'associazione»26. «Stamperemo anche il settimo — scriveva il Mazzini al Rosales il 20 luglio di questo anno; — appunto perché i governi non vogliono; ma per non aver vincoli, non riceveremo abbonamenti. Faremo pagare a volumi»27; nondimeno il proposito non ebbe effetto per molte ragioni, finanziarie e politiche. Alle prime il Mazzini accenna in varie sue lettere alla madre e al Rosales; le seconde crediamo riconoscere nel fatto che altri orizzonti, piú vasti, lumeggiati di ben altre tinte, si erano aperti alla mente di questo «sultano della libertà», rischiarando il cammino ad altre mète piú gloriose, se bene irte di pericoli ancor piú insormontabili; egli stava vagheggiando la fratellanza dei [pg!xxxviii] popoli europei, dapprima con laGiovine Svizzera, poi con laGiovine Europa, antiveggendo fin d'allora, in momenti di tristissimo servaggio per tutte le popolazioni europee, una nuova epoca di progresso sociale. Credette quindi troppo inadeguato allo scopo il giornale di Marsiglia, come mezzo di diffusione delle sue idee; un anno dopo ilProscrit, quindi laJeune Suissee nel 1840 l'Apostolato Popolareerano gli organi della nuova generazione, la quale, sia pure indirettamente, assorbiva la parola calda, e fascinatrice del Mazzini, e si preparava alle grandi lotte del Risorgimento, non solo, ma di tutta Europa, dalle rive della Senna, a quelle del Danubio, della Sprea, e di là per altri paesi, dovunque la feroce catena del dispotismo tenesse avvinti i popoli, sviandoli dal pensiero di liberi sensi.
Roma, 10 marzo 1902.
Roma, 10 marzo 1902.
Roma, 10 marzo 1902.
M. Menghini.
M. Menghini.
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LaGIOVINE ITALIA.SERIE DI SCRITTI INTORNO ALLA CONDIZIONE POLITICA,MORALE, E LETTERARIA DELLA ITALIA, TENDENTIALLA SUA RIGENERAZIONE.
La
GIOVINE ITALIA.
SERIE DI SCRITTI INTORNO ALLA CONDIZIONE POLITICA,
MORALE, E LETTERARIA DELLA ITALIA, TENDENTI
ALLA SUA RIGENERAZIONE.
Italiam! Italiam!..Virg.Ma voi, che solitari, o perseguitati sulle antiche sciagure della nostra patria fremente, perché, non raccontate alla posterità i nostri mali? Alzate la voce in nome di tutti, e dite al mondo, che siamo sfortunati, ma né ciechi, né vili..... Scrivete. Perseguitate con la verità i vostri persecutori.Foscolo.
Italiam! Italiam!..Virg.
Italiam! Italiam!..
Virg.
Ma voi, che solitari, o perseguitati sulle antiche sciagure della nostra patria fremente, perché, non raccontate alla posterità i nostri mali? Alzate la voce in nome di tutti, e dite al mondo, che siamo sfortunati, ma né ciechi, né vili..... Scrivete. Perseguitate con la verità i vostri persecutori.
Foscolo.
Foscolo.
MARSIGLIA.TIPOGRAFIA MILITARE DI GIULIO BARILE.1832.
MARSIGLIA.
TIPOGRAFIA MILITARE DI GIULIO BARILE.
1832.
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