ROMAGNA

ROMAGNAQuando ideammo laGiovane Italia, le sorti della Romagna pendevano incerte. La nota presentata alla segreteria di stato di Gregorio XVI, la sera del 21 maggio 1831 assicurava agli stati pontificii riforme che costituissero un'eraaffatto nuova e felice. — La corte romana dava invece illusioni e frodi, o minaccie. Ma le popolazioni forti del loro dritto, e d'una promessa europea avevano assunta una attitudine energica e deliberata, che avrebbe fruttato un miglioramento qualunque, se l'intervento d'una forza brutale non avesse troncato a mezzo le speranze autorizzate dalla diplomazia. — Il popolo dall'impeto d'unarivoluzionecaduta era passato ad unaopposizioneparziale che non varcava i confini di ciò che i gabinetti chiamanolegalità. Il Papa esauriva tutte l'arti d'una politica perfida per suscitarlo a moti dichiaratamente rivoluzionarii. — Ma il popolo s'avvedeva dell'inganno e non si dipartiva da un sistema d'azione lenta e pacifica, ch'escludeva ogni intervento straniero.Allora, noi avevamo in animo d'esporre in un [pg!76] quadro esatto la condizione di Bologna e della Romagna: i diritti che la espressione del voto comune avea posti in luce: le inchieste fatte, e non contrastate: e le vie che rimanevano alle potenze perché la rivoluzione inevitabile un dí o l'altro scoppiasse meno sanguinosa e irritata dalla intolleranza d'una parte e dalla impazienza dell'altra.Era un tributo che si pagava per noi ad una illusione di giustizia politica, che non esisteva se non nell'anime nostre. Guardando alla importanza della questione che s'agitava, guardando all'utile che sgorgava innegabilmente da un sistema di concessioni progressive, unico sistema che valesse a indurre una pace che i governi invocavano primi, guardando ai patti giurati, alla promessa sancita da una conferenza di ministri europei, ai principii banditi da una nazione grande a un tempo ed avida di tenere il primato della civiltà, noi cedevamo ad una speranza, ad una lusinga che non fosse spenta ogni generosità nei popoli. — E però il linguaggio nostro era volto ad ammaestrarli delle condizioni nelle quali era posta una gente insorta per eccesso di tirannide, caduta in fondo per troppa credulità, schernita da quei medesimi, che l'avevano accarezzata di lusinghe mortali. — Ci travolgeva un errore; e ne abbiamo rimorso; però che siamo a tale di sventura e d'esperienza nel passato che oggimai ogni errore è delitto. Questo errore noi lo scontammo amaramente; e il grido dei nostri fratelli scannati nel nome di Cristo dai soldati del pontefice [pg!77] a Ravenna, a Cesena, a Forlí, ci suona tremendo all'orecchio come un rimprovero. — La diplomazia europea non vide nei reclami legittimi d'un popolo mille volte deluso che un pretesto all'intervento straniero. Le baionette tedesche ci recarono solenne risposta. — Quattro potenze dichiararono nulle e intaccate di ribellione le pretese, ch'esse alcuni mesi prima aveano dichiarate giuste e fondate. Quattro potenze diffusero colle loro minaccie il terrore sovra una moltitudine inerme, incerta e divisa — poi, quando lo stupore ebbe spento anche quel poco entusiasmo suscitato da una contesa civile — quando l'oro ebbe stillata la seduzione ne' ranghi dei cittadini — quando il mutamento improvviso ebbe scemata colla differenza delle opinioni la forza della concordia — le potenze diedero il segnale, e dissero alle bande romane:ferite il cadavere.— Quattro mila soldati del pontefice s'affacciarono da un lato, dodici mila tedeschi dall'altro. — I nostri erano 1603!Cosí doveva essere. — Maledetto colui, che fida in altri che in se medesimo!Noi lacerammo lo scritto. — Ogni sillaba ci pesava sull'anima come una condanna — e da tutto quel cumulo di conghietture, da quelle parole di pace, da quella luce di speranza vilmente concetta, e stoltamente nudrita, sorgeva un grido: guai a chi si commette alla fede dello straniero! le illusioni della vittoria si convertono per lui in derisioni d'inferno: i frutti ch'egli immaginava cogliere colle altrui mani, si tramutano in cenere, [pg!78] come i frutti del lago Asfaltide. Oh! non impareremo mai nulla dalle nostre sciagure? Non impareremo mai, che lo schiavo non ha per sé e che il proprio braccio, e il proprio diritto? Noi calchiamo una terra la cui polvere è polvere d'uomini venduti dallo straniero. Non v'è pietra di tomba, non v'è rovina di monumento che non ci parli una delusione, che non c'insegni un tradimento de' potenti che ci sedussero alla confidenza per coglierci alla sprovveduta. E non faremo senno mai della lunga vicenda?Noi lacerammo lo scritto — però che non avevamo mestieri di snudare agli oppressori la infamia loro, né volevamo levar la voce a giustificarci della sommessione apparente. Le infamie sono palesi, e la vera giustificazione d'un popolo oppresso è quella, che si scrive col sangue degli oppressori. Né maledizione, né gemito. — Poi che non abbiamo saputo maturare il tempo della vendetta, soffriamo in silenzio: stiamo soli colla nostra rabbia: pasciamoci di furore muto: non lo sperdiamo in lamenti, che nulla fruttano — è tesoro, che dobbiamo custodire gelosamente — beviamo tutto il calice amaro: forse un giorno, quando avremo esaurite l'ultime stille, frangeremo quel calice.Perché, a chi rivolgerci? — ai governi? cos'è per essi il gemito d'una gente tradita? Son cinque e piú secoli, ch'essi trafficano di noi come i mercanti de' poveri negri. Son cinque e piú secoli, ch'essi non guardano in noi che come in materia di negoziati e di protocolli. — Alle nazioni? — le [pg!79] nazioni stanno pei forti — e noi non lo siamo: le nazioni non hanno finora simpatia per la sciagura, ma per l'attitudine dello sciagurato, scendono nell'arena talvolta a soccorrere al gladiatore morente senza batter palpebra — e noi finora — convien dirlo e arrossire — abbiamo levata la mano prima di averla adoperata sul nemico. — Da esse ci verrà forse un compianto sterile e breve. Che giova il compianto? Hanno pianto anche sulla Polonia. Hanno pianto, mentre un ministro d'un popolo libero ne decretava la perdita come pegno di pace. Ma quel pianto ha forse risparmiata una goccia sola del sangue dei prodi? Quel pianto ha forse fecondata di nuovi difensori la polvere, dove cadevano i primi? — Lasciate star quella polvere! non agitate il lenzuolo de' morti! — Possono esse le vostre lagrime rianimare il cadavere?Un giorno, quando convinti della onnipotenza d'un popolo che vuole rigenerarsi davvero, noi ci saremo levati di dosso la vergogna e l'oltraggio, alzeremo la voce, e narreremo a' popoli, che allora ci stenderanno la mano, l'arti adoprate del tedesco voglioso d'un nuovo dominio, per trascinarci a insurrezioni brevi, e non concertate — e l'armi somministrate perfidamente, poche per la difesa, tante da invogliare gl'incauti ad osare — e l'oro diffuso a promuovere le divisioni tra le guardie civiche e le moltitudini — e le proteste di pace fatte ad illuderci, e illudere un popolo vicino, mentre un proclama pubblico imponeva la mossa alle truppe straniere — poi le predicazioni furibonde [pg!80] de' preti che rinnegano ogni santità di ministero: le calunnie versate nell'orecchio delle ignare popolazioni: le stragi commesse sopra gente inerme, e tranquilla, preparate con astuzia, e bassamente scolpate. — Quel giorno, verrà, però che nessuna forza può far retrocedere il secolo, e i delitti di sangue si scontano nel sangue — e allora noi potremo narrar queste cose, e documentare la storia delle nostre sventure, senza astio, senz'odio, senza rancore per la inerzia delle nazioni, perché noi vagheggiamo da lungi la fratellanza europea, e serbiamo dentro tanta potenza d'amore da affogarvi molti secoli di memorie. Ma ora, fresche ancora le piaghe, calde le ceneri dei caduti a Forlí, noi non potremmo rivolgere la parola allo straniero, senza che un alito d'ira la facesse amara, e sdegnosa, senza che un fremito di deluso vi scorresse dentro a convertirla in suono di maledizione. Però, abbiamo risolto tacere per tutti, intorno agli ultimi eventi — per tutti, fuorché pe' nostri.E ai nostri, traviati sovente ne' loro giudizi dalle menzogne, che i governi italiani astutamente diffondono, gioverà ridire, come dagli ultimi fatti della Romagna debbano trarre conforto a sperare ed osare, anziché scoraggiamento, o terrore. Gioverà convincerli, che gli ultimi fatti travisati da' nostri padroni a trarne un tentativo di rivoluzione assoluta, per millantare d'averla vinta una seconda volta non furono in sostanza che conseguenze d'una discussione municipale, d'una questione piú civile, che politica, questione che né si [pg!81] doveva né si volle sostenere coll'armi dalle moltitudini, però che la Romagna contempla, anzi i fati italiani che i propri! — e non pertanto quel pugno di giovani, raccolto in armi, subitamente assalito, era tale, che i pontificii disperavano vincerlo, se non lo atterrivano colla minaccia di quattro nazioni, e colla mossa dell'Austriaco. Gioverà mostrar loro i due vantaggi che sgorgano da que' fatti, il primo riposto nella coscienza che ogni italiano può trarre dalla lotta durata dalle legazioni contro la oppressione papale; della unione universale in un solo voto di libertà; l'altro, che deriva dalla complicazione delle differenze che regnano tra gabinetti, aumentata dalla nuova occupazione tedesca e in oggi dalla francese. — E noi ne parleremo forse distesamente nel secondo fascicolo dellaGiovine Italia, dacché in questo non possiamo per l'angustia dello spazio.Ma i nostri concittadini della Romagna veglino da forti, e accolgano la voce de' loro fratelli, che noi qui esprimiamo: vegliate, ed unitevi: ritemprate il vincolo dalla concordia nel servaggio comune: non vi lasciate sedurre a divisioni fatali da vanità meschine, da rancori di municipio. Strignetevi nella comunione della sventura: santificatevi nel pensiero della vendetta; però che la vendetta della patria è santa di religione, e di solenne dovere. E sopratutto non fidate nello straniero. Non fidate nello straniero, che vi reca speranze nuove, poiché v'ha travolto nel precipizio: ritrarre il ferro dalla ferita, poiché s'è immerso fino all'elsa, muta forse il feritore in [pg!82] proteggitore? Non, fidate nello straniero, che oggi sommoverà i soldati del pontefice a trucidarvi per ottener vanto il domani d'averli frenati, o puniti. Non vi lasciate sedurre da quell'arti: non vi lasciate adescare da quel finto sorriso. È il sorriso dell'assassino sulla sua vittima. Ricordatevi dei vostri padri. Ricordatevi che quei ferri, ch'ora s'ostenta di stendere a serbare intatto l'ordine pubblico, e a tutela degl'individui, hanno tal macchia di sangue fraterno, che veglia fra il tedesco, e voi, come un decreto di Dio tra l'innocente e lo scellerato. — Curvate la testa, poiché i fati lo vogliono, sotto il giogo abborrito; ma frementi, vivi nell'odio, e col sospiro a quel giorno, che darà moto in Italia al grido d'Unione, d'Indipendenza, e di Libertà.Un Italiano.P.S.— La occupazione francese, accaduta dopo scritto l'articolo, complica gravemente la questione politica: la complica di tanto, che forse a sciorla non varrà che la spada. E non pertanto noi non vogliamo cancellare parole dall'ultime linee dello scritto. L'Arti diplomatiche, e le paure de' gabinetti possono rimoveremomentaneamentele nuove speranze. Nuove combinazioni possono differire lo scoppio degli odi celati, e giova, non obbliare come il ministero Perier è il ministero della paceà tout prix, e come la esistenza sua è stretta a questa pace, mercata finora l'Europa sa come. Chi decise la occupazione, commise un errore contro il proprio sistema; le conseguenze possono uscirne prepotenti, ed irreparabili; ma gl'Italiani, noi lo ripetiamo, hanno a fidare in sé, non in altri.————[pg!83]Un cenno ad onore dell'estinto PIETRO COLLETTA,benemerito italiano, gia' tenente-generale, e ministro della guerra a Napoli, nel 1821.Naturæ clamat ab ipso vox tumulo.Ciascun giorno che si perde fra gl'immensi spazi del tempo, è per l'Italia cinto di funereo lume; ciascuna contrada di quella miseranda terra vede biancheggiare le ossa d'immensi martiri sacrificati all'onnipotenza di un dispotismo contro del quale alzarono la voce, ed osarono proclamare il diritto degli uomini: tutta la penisola che dall'Alpi al mare siciliano si estende sembra un vasto sepolcro, ove tra i gemiti de' traditi, e l'aggirarsi d'ombre squallide, tremenda s'innalza la tirannide de' principi e de' sacerdoti, e degli stranieri. — Da ogni regione Italiana sorge eziandio un grido lugubre che chiede vendetta pel fiore de' suoi figli caduti sotto la scure, o spenti fra ceppi, o finiti in doloroso esilio, pel solo delitto di avere amato la patria...; o se qualche generoso, accostando la mano alle tombe di quei trapassati osasse rimuoverne le ceneri, udrebbe un sol fremito dai monti al mare, ascolterebbe da ogni [pg!84] avello invocar la vendetta, — imperocché vendetta chiedono quei che caddero nelle provincie napolitane, e piemontesi, per aver dato fede alla parola dei Re, ed innalzati al sommo impero due principi nutriti nel lezzo delle corti, e noti in Europa per la sola infamia del tradimento: vendetta parimenti dimandano coloro che un ministro di pace, mutato in carnefice di oltremontano sire, spegneva sullo rive del Tevere, e nell'ubertosa Romagna: — vendetta, fu l'ultima voce de' morenti di Modena e di Sicilia: e vendetta infine invoca la spoglia di Pietro Colletta, già consunta per tiranniche persecuzioni, — e del quale alla memoria io discorro breve cenno; e il discorso, non pur depositato sul suo tumulo come fiore che abbellisce le urne degli schiavi, — ma qual pegno di animo libero ad uomo libero tributato, ma quale invito a futuro riscatto.Nella città di Napoli, di Antonio, avvocato, e Maddalena Minervino, nacque Pietro Colletta, nel 1780: ad una vivacissima infanzia tenne dietro un'ingegnosa giovinezza, passata fra i profondi studi della scuola militare di quella capitale: e quando la patria salutò l'aurora di una repubblica (che si spense quasi sul meriggio) pria l'annoverarono i patrioti fra le loro fila come officiale d'artiglieria, — e poscia l'ebbero a compagno della proscrizione che una corte sleale fulminava, ad onta de' patti giurati e garantiti dai rappresentanti delle prime potenze d'Europa: — indi, mutatesi le fortune ed i tempi, e cacciati i Borboni nell'ultima Sicilia dalla spada di Bonaparte, perveniva [pg!85] il Colletta ai sommi onori civili e militari, e vi perveniva non senza fama d'intelligente amministratore e di sagace militare. — Nominato Intendente nelle Calabrie, Consigliere di Stato, Tenente-generale dello scientifico Corpo del genio, e Direttore generale di ponti-e-strade; mostrossi sempre, qual era stato nella modesta giovinezza, cioè, affettuoso con gli amici e coi propinqui, amorosissimo della patria, e protettore de' talenti. — Cadute poi l'armi dei Francesi, — e ritornati i Borboni a ricalcare i troni abbandonati per viltà, e riottenuti per opera straniera, disponevasi il Colletta a girsene in volontario esilio, sapendosi quanta e quale fosse la fede de' reali di Napoli; ma non glielo permettevano quei principi, che allora fingevano vezzeggiare i liberali, — che anzi il destinavano al comando della divisione territoriale di Salerno. — Assumeva quell'impegno il Colletta, e con franchi accenti consigliava il ministero di secondare il voto de' popoli che già chiaro appariva per ottenere una Costituzione tante volte promessa dall'esule Ferdinando; e poiché quei consigli non spiacevano ai ministri (o almeno il dicevano), riteneva il comando, e sperava di essere un giorno veramente utile alla patria; ma quando ritornavasi a quella ferocia, ch'è il primo attributo dei Borboni, ed esigevansi persecuzioni e rigori da ogni capo-politico o militare contra i liberali, pria che contaminarsi e prestarsi ai voleri del dispotismo, deponeva ogni pubblica cura, e ritornava alla vita privata per continuare placidi studi che gli dovevano essere un giorno di conforto nell'esilio.[pg!86] Pacifico e ritirato egli se ne viveva dunque, quando si appressarono i nembi; — né cariche occupava, allorché udissi l'accento della rigenerazione sulla vetta di Monteforte — accento al quale risposero tutte le provincie del regno, — e che fu poscia ripetuto su i santi evangeli da un re, sulla tomba del quale pesa la maledizione de' popoli, e 'l giudizio della Storia. — Infranto in quella guisa il dispotismo, ricomparivano i benemeriti cittadini ai pubblici ufficii, e con essi riedeva il Colletta al Corpo del genio; indi ne andava Comandante supremo delle armi nella Sicilia, e finalmente sul finir del gennaio veniva chiamato al ministero della guerra; — né in tutti quegl'impieghi esercitati, smentiva le antecedenti pruove date alla patria; — soltanto era anch'esso aggirato nella cabala che il Principe-Vicario ordí onde ingannare un popolo, il quale fidente ed ingenuo, erasi abbandonato nelle sue mani, e che tardi comprese quanta simulazione e perfidia allignasse nel cuore de' Borboni.Mancate le promesse, — calpestati i giuramenti col sussidio del Capo della chiesa, e ritornato il Re colle austriache bandiere, dilettavasi il Principe-Vicario di scoprire al truce Canosa quei che credendo nella sua lealtà, i veri sentimenti di patriottismo gli aveano svelati; — né fra coloro fu risparmiato il Colletta: egli era reo di amare la patria: il principe adunque lo designava a Canosa, — e quel sicario della legittimità lo condannava senza verun processo, pria alla prigionia di sette mesi, e poscia ad un perpetuo esilio nella [pg!87] gelida Moravia: in vano un cadente genitore reclamava il figlio, — in vano i fratelli chiedevano, che davanti ai giudici si esponessero le sue colpe, — tutto fu negato; — ei partí per la Moravia, ed ivi rimase due anni ad attingervi il germe di quel funesto morbo che il trasse a morte. — Deposto egli dunque nell'esilio ogni pubblico pensiero, volgeva sovente lo sguardo alla patria desolata, e desiava darle l'unico conforto che rimane all'esule, — quello di scrivere i suoi mali; — e questo pensiero mandava ad effetto, allorché, stabilitosi nella gentile Firenze, addicevasi a scrivere le Napoletane Storie dai tempi di Carlo III fino ai nostri giorni, e per fortuna dell'Italia compiva il lavoro pria di morire: e noi diciamo per fortuna, poiché in esse sono registrate le pagine fedeli delle turpitudini e de' delitticonsumatidai re e dai sacerdoti pel giro di 50 e più anni. — Questo lavoro, che tanti affetti destava nello scrittore, — che tante memorie richiamava al travagliato suo animo, consumava il di lui corpo, e già sin dall'anno 1829, ei mostrava nelle sparute gote non lontano il suo fine: allorché le fasi del 1830, e le persecuzioni del Governo Toscano che di nuovo esilio il minacciava, accrescevano le sue sofferenze, e quasi a spettro vivente lo riducevano, ed ei trascinavasi appena nel cammino della vita, quando in sull'alba del 12 novembre 1831, compivasi la sua carriera, e spirava col pensiero alla patria, agli amici, — ai congiunti.Udivasi allora un sol gemito fra la gioventú [pg!88] Toscana, che a loro padre l'aveano: coprivansi di mestizia i volti de' dotti, che loro socio l'ebbero nelle letterarie ricerche; ne ripeteva la fama il merito e la perdita, — gareggiavano Pisa e Livorno per accordare alla sua memoria, i funebri onori: ciascun Italiano affrettavasi di offrire un tributo alla virtú perseguitata: e un amico ancora (il generoso Capponi, che nominiamo ad onore), offriva la tomba de' suoi padri, e raccoglieva i resti inanimati di un chiarissimo uomo, — d'un virtuoso cittadino, — e di un vero Italiano. In ogni contrada dunque della piú colta provincia italiana compiangevasi il termine immaturo dell'illustre esule; ogni cuor generoso ne sentiva l'affanno: — solo i despoti sorridevano: — e mentre l'ipocrita governo Toscano instruiva un processo contro l'immensa gioventú intervenuta ai funerali, rallegravasi la corte di Napoli, lusingandosi entrambi, cioè, l'uno che le sue mascherate prepotenze, non si scoprissero, — sperando l'altra che la Storia non divenisse di pubblica ragione, tanta ignavia per loro e pei discendenti vi ravvisano. — Ma, noi proscritti, — nel giurar la vendetta de' nostri perduti fratelli, e nel pronunziare la lode sul loro sepolcro, smascheriamo l'ipocrisia del dolcissimo imperare Austro-Toscano, ed imploriamo nel tempo stesso dagli amici dell'estinto Colletta la pubblicazione di una Storia, nella quale stanno scritte a carattere indelebile le note infami de' nostri re; e noi erranti senza patria, traditi, venduti, lo dobbiamo all'Italia, avida di conoscere le nequizie de' potenti [pg!89] che la opprimono; — lo dobbiamo infine allo stesso Colletta, — ai suoi sofferti travagli, — al suo cenere, che un giorno commisto a quello di tutt'i martiri poseremo sull'altare della patria, ed all'ombra di quel vessillo tricolore che dovrà sventolare un giorno dall'Alpi all'Etna, ed innalzarsi glorioso sulle ruine degli scettri, de' troni, delle tiare e delle corone.Gio. La Cecilia.[pg!93]

ROMAGNAQuando ideammo laGiovane Italia, le sorti della Romagna pendevano incerte. La nota presentata alla segreteria di stato di Gregorio XVI, la sera del 21 maggio 1831 assicurava agli stati pontificii riforme che costituissero un'eraaffatto nuova e felice. — La corte romana dava invece illusioni e frodi, o minaccie. Ma le popolazioni forti del loro dritto, e d'una promessa europea avevano assunta una attitudine energica e deliberata, che avrebbe fruttato un miglioramento qualunque, se l'intervento d'una forza brutale non avesse troncato a mezzo le speranze autorizzate dalla diplomazia. — Il popolo dall'impeto d'unarivoluzionecaduta era passato ad unaopposizioneparziale che non varcava i confini di ciò che i gabinetti chiamanolegalità. Il Papa esauriva tutte l'arti d'una politica perfida per suscitarlo a moti dichiaratamente rivoluzionarii. — Ma il popolo s'avvedeva dell'inganno e non si dipartiva da un sistema d'azione lenta e pacifica, ch'escludeva ogni intervento straniero.Allora, noi avevamo in animo d'esporre in un [pg!76] quadro esatto la condizione di Bologna e della Romagna: i diritti che la espressione del voto comune avea posti in luce: le inchieste fatte, e non contrastate: e le vie che rimanevano alle potenze perché la rivoluzione inevitabile un dí o l'altro scoppiasse meno sanguinosa e irritata dalla intolleranza d'una parte e dalla impazienza dell'altra.Era un tributo che si pagava per noi ad una illusione di giustizia politica, che non esisteva se non nell'anime nostre. Guardando alla importanza della questione che s'agitava, guardando all'utile che sgorgava innegabilmente da un sistema di concessioni progressive, unico sistema che valesse a indurre una pace che i governi invocavano primi, guardando ai patti giurati, alla promessa sancita da una conferenza di ministri europei, ai principii banditi da una nazione grande a un tempo ed avida di tenere il primato della civiltà, noi cedevamo ad una speranza, ad una lusinga che non fosse spenta ogni generosità nei popoli. — E però il linguaggio nostro era volto ad ammaestrarli delle condizioni nelle quali era posta una gente insorta per eccesso di tirannide, caduta in fondo per troppa credulità, schernita da quei medesimi, che l'avevano accarezzata di lusinghe mortali. — Ci travolgeva un errore; e ne abbiamo rimorso; però che siamo a tale di sventura e d'esperienza nel passato che oggimai ogni errore è delitto. Questo errore noi lo scontammo amaramente; e il grido dei nostri fratelli scannati nel nome di Cristo dai soldati del pontefice [pg!77] a Ravenna, a Cesena, a Forlí, ci suona tremendo all'orecchio come un rimprovero. — La diplomazia europea non vide nei reclami legittimi d'un popolo mille volte deluso che un pretesto all'intervento straniero. Le baionette tedesche ci recarono solenne risposta. — Quattro potenze dichiararono nulle e intaccate di ribellione le pretese, ch'esse alcuni mesi prima aveano dichiarate giuste e fondate. Quattro potenze diffusero colle loro minaccie il terrore sovra una moltitudine inerme, incerta e divisa — poi, quando lo stupore ebbe spento anche quel poco entusiasmo suscitato da una contesa civile — quando l'oro ebbe stillata la seduzione ne' ranghi dei cittadini — quando il mutamento improvviso ebbe scemata colla differenza delle opinioni la forza della concordia — le potenze diedero il segnale, e dissero alle bande romane:ferite il cadavere.— Quattro mila soldati del pontefice s'affacciarono da un lato, dodici mila tedeschi dall'altro. — I nostri erano 1603!Cosí doveva essere. — Maledetto colui, che fida in altri che in se medesimo!Noi lacerammo lo scritto. — Ogni sillaba ci pesava sull'anima come una condanna — e da tutto quel cumulo di conghietture, da quelle parole di pace, da quella luce di speranza vilmente concetta, e stoltamente nudrita, sorgeva un grido: guai a chi si commette alla fede dello straniero! le illusioni della vittoria si convertono per lui in derisioni d'inferno: i frutti ch'egli immaginava cogliere colle altrui mani, si tramutano in cenere, [pg!78] come i frutti del lago Asfaltide. Oh! non impareremo mai nulla dalle nostre sciagure? Non impareremo mai, che lo schiavo non ha per sé e che il proprio braccio, e il proprio diritto? Noi calchiamo una terra la cui polvere è polvere d'uomini venduti dallo straniero. Non v'è pietra di tomba, non v'è rovina di monumento che non ci parli una delusione, che non c'insegni un tradimento de' potenti che ci sedussero alla confidenza per coglierci alla sprovveduta. E non faremo senno mai della lunga vicenda?Noi lacerammo lo scritto — però che non avevamo mestieri di snudare agli oppressori la infamia loro, né volevamo levar la voce a giustificarci della sommessione apparente. Le infamie sono palesi, e la vera giustificazione d'un popolo oppresso è quella, che si scrive col sangue degli oppressori. Né maledizione, né gemito. — Poi che non abbiamo saputo maturare il tempo della vendetta, soffriamo in silenzio: stiamo soli colla nostra rabbia: pasciamoci di furore muto: non lo sperdiamo in lamenti, che nulla fruttano — è tesoro, che dobbiamo custodire gelosamente — beviamo tutto il calice amaro: forse un giorno, quando avremo esaurite l'ultime stille, frangeremo quel calice.Perché, a chi rivolgerci? — ai governi? cos'è per essi il gemito d'una gente tradita? Son cinque e piú secoli, ch'essi trafficano di noi come i mercanti de' poveri negri. Son cinque e piú secoli, ch'essi non guardano in noi che come in materia di negoziati e di protocolli. — Alle nazioni? — le [pg!79] nazioni stanno pei forti — e noi non lo siamo: le nazioni non hanno finora simpatia per la sciagura, ma per l'attitudine dello sciagurato, scendono nell'arena talvolta a soccorrere al gladiatore morente senza batter palpebra — e noi finora — convien dirlo e arrossire — abbiamo levata la mano prima di averla adoperata sul nemico. — Da esse ci verrà forse un compianto sterile e breve. Che giova il compianto? Hanno pianto anche sulla Polonia. Hanno pianto, mentre un ministro d'un popolo libero ne decretava la perdita come pegno di pace. Ma quel pianto ha forse risparmiata una goccia sola del sangue dei prodi? Quel pianto ha forse fecondata di nuovi difensori la polvere, dove cadevano i primi? — Lasciate star quella polvere! non agitate il lenzuolo de' morti! — Possono esse le vostre lagrime rianimare il cadavere?Un giorno, quando convinti della onnipotenza d'un popolo che vuole rigenerarsi davvero, noi ci saremo levati di dosso la vergogna e l'oltraggio, alzeremo la voce, e narreremo a' popoli, che allora ci stenderanno la mano, l'arti adoprate del tedesco voglioso d'un nuovo dominio, per trascinarci a insurrezioni brevi, e non concertate — e l'armi somministrate perfidamente, poche per la difesa, tante da invogliare gl'incauti ad osare — e l'oro diffuso a promuovere le divisioni tra le guardie civiche e le moltitudini — e le proteste di pace fatte ad illuderci, e illudere un popolo vicino, mentre un proclama pubblico imponeva la mossa alle truppe straniere — poi le predicazioni furibonde [pg!80] de' preti che rinnegano ogni santità di ministero: le calunnie versate nell'orecchio delle ignare popolazioni: le stragi commesse sopra gente inerme, e tranquilla, preparate con astuzia, e bassamente scolpate. — Quel giorno, verrà, però che nessuna forza può far retrocedere il secolo, e i delitti di sangue si scontano nel sangue — e allora noi potremo narrar queste cose, e documentare la storia delle nostre sventure, senza astio, senz'odio, senza rancore per la inerzia delle nazioni, perché noi vagheggiamo da lungi la fratellanza europea, e serbiamo dentro tanta potenza d'amore da affogarvi molti secoli di memorie. Ma ora, fresche ancora le piaghe, calde le ceneri dei caduti a Forlí, noi non potremmo rivolgere la parola allo straniero, senza che un alito d'ira la facesse amara, e sdegnosa, senza che un fremito di deluso vi scorresse dentro a convertirla in suono di maledizione. Però, abbiamo risolto tacere per tutti, intorno agli ultimi eventi — per tutti, fuorché pe' nostri.E ai nostri, traviati sovente ne' loro giudizi dalle menzogne, che i governi italiani astutamente diffondono, gioverà ridire, come dagli ultimi fatti della Romagna debbano trarre conforto a sperare ed osare, anziché scoraggiamento, o terrore. Gioverà convincerli, che gli ultimi fatti travisati da' nostri padroni a trarne un tentativo di rivoluzione assoluta, per millantare d'averla vinta una seconda volta non furono in sostanza che conseguenze d'una discussione municipale, d'una questione piú civile, che politica, questione che né si [pg!81] doveva né si volle sostenere coll'armi dalle moltitudini, però che la Romagna contempla, anzi i fati italiani che i propri! — e non pertanto quel pugno di giovani, raccolto in armi, subitamente assalito, era tale, che i pontificii disperavano vincerlo, se non lo atterrivano colla minaccia di quattro nazioni, e colla mossa dell'Austriaco. Gioverà mostrar loro i due vantaggi che sgorgano da que' fatti, il primo riposto nella coscienza che ogni italiano può trarre dalla lotta durata dalle legazioni contro la oppressione papale; della unione universale in un solo voto di libertà; l'altro, che deriva dalla complicazione delle differenze che regnano tra gabinetti, aumentata dalla nuova occupazione tedesca e in oggi dalla francese. — E noi ne parleremo forse distesamente nel secondo fascicolo dellaGiovine Italia, dacché in questo non possiamo per l'angustia dello spazio.Ma i nostri concittadini della Romagna veglino da forti, e accolgano la voce de' loro fratelli, che noi qui esprimiamo: vegliate, ed unitevi: ritemprate il vincolo dalla concordia nel servaggio comune: non vi lasciate sedurre a divisioni fatali da vanità meschine, da rancori di municipio. Strignetevi nella comunione della sventura: santificatevi nel pensiero della vendetta; però che la vendetta della patria è santa di religione, e di solenne dovere. E sopratutto non fidate nello straniero. Non fidate nello straniero, che vi reca speranze nuove, poiché v'ha travolto nel precipizio: ritrarre il ferro dalla ferita, poiché s'è immerso fino all'elsa, muta forse il feritore in [pg!82] proteggitore? Non, fidate nello straniero, che oggi sommoverà i soldati del pontefice a trucidarvi per ottener vanto il domani d'averli frenati, o puniti. Non vi lasciate sedurre da quell'arti: non vi lasciate adescare da quel finto sorriso. È il sorriso dell'assassino sulla sua vittima. Ricordatevi dei vostri padri. Ricordatevi che quei ferri, ch'ora s'ostenta di stendere a serbare intatto l'ordine pubblico, e a tutela degl'individui, hanno tal macchia di sangue fraterno, che veglia fra il tedesco, e voi, come un decreto di Dio tra l'innocente e lo scellerato. — Curvate la testa, poiché i fati lo vogliono, sotto il giogo abborrito; ma frementi, vivi nell'odio, e col sospiro a quel giorno, che darà moto in Italia al grido d'Unione, d'Indipendenza, e di Libertà.Un Italiano.P.S.— La occupazione francese, accaduta dopo scritto l'articolo, complica gravemente la questione politica: la complica di tanto, che forse a sciorla non varrà che la spada. E non pertanto noi non vogliamo cancellare parole dall'ultime linee dello scritto. L'Arti diplomatiche, e le paure de' gabinetti possono rimoveremomentaneamentele nuove speranze. Nuove combinazioni possono differire lo scoppio degli odi celati, e giova, non obbliare come il ministero Perier è il ministero della paceà tout prix, e come la esistenza sua è stretta a questa pace, mercata finora l'Europa sa come. Chi decise la occupazione, commise un errore contro il proprio sistema; le conseguenze possono uscirne prepotenti, ed irreparabili; ma gl'Italiani, noi lo ripetiamo, hanno a fidare in sé, non in altri.————[pg!83]Un cenno ad onore dell'estinto PIETRO COLLETTA,benemerito italiano, gia' tenente-generale, e ministro della guerra a Napoli, nel 1821.Naturæ clamat ab ipso vox tumulo.Ciascun giorno che si perde fra gl'immensi spazi del tempo, è per l'Italia cinto di funereo lume; ciascuna contrada di quella miseranda terra vede biancheggiare le ossa d'immensi martiri sacrificati all'onnipotenza di un dispotismo contro del quale alzarono la voce, ed osarono proclamare il diritto degli uomini: tutta la penisola che dall'Alpi al mare siciliano si estende sembra un vasto sepolcro, ove tra i gemiti de' traditi, e l'aggirarsi d'ombre squallide, tremenda s'innalza la tirannide de' principi e de' sacerdoti, e degli stranieri. — Da ogni regione Italiana sorge eziandio un grido lugubre che chiede vendetta pel fiore de' suoi figli caduti sotto la scure, o spenti fra ceppi, o finiti in doloroso esilio, pel solo delitto di avere amato la patria...; o se qualche generoso, accostando la mano alle tombe di quei trapassati osasse rimuoverne le ceneri, udrebbe un sol fremito dai monti al mare, ascolterebbe da ogni [pg!84] avello invocar la vendetta, — imperocché vendetta chiedono quei che caddero nelle provincie napolitane, e piemontesi, per aver dato fede alla parola dei Re, ed innalzati al sommo impero due principi nutriti nel lezzo delle corti, e noti in Europa per la sola infamia del tradimento: vendetta parimenti dimandano coloro che un ministro di pace, mutato in carnefice di oltremontano sire, spegneva sullo rive del Tevere, e nell'ubertosa Romagna: — vendetta, fu l'ultima voce de' morenti di Modena e di Sicilia: e vendetta infine invoca la spoglia di Pietro Colletta, già consunta per tiranniche persecuzioni, — e del quale alla memoria io discorro breve cenno; e il discorso, non pur depositato sul suo tumulo come fiore che abbellisce le urne degli schiavi, — ma qual pegno di animo libero ad uomo libero tributato, ma quale invito a futuro riscatto.Nella città di Napoli, di Antonio, avvocato, e Maddalena Minervino, nacque Pietro Colletta, nel 1780: ad una vivacissima infanzia tenne dietro un'ingegnosa giovinezza, passata fra i profondi studi della scuola militare di quella capitale: e quando la patria salutò l'aurora di una repubblica (che si spense quasi sul meriggio) pria l'annoverarono i patrioti fra le loro fila come officiale d'artiglieria, — e poscia l'ebbero a compagno della proscrizione che una corte sleale fulminava, ad onta de' patti giurati e garantiti dai rappresentanti delle prime potenze d'Europa: — indi, mutatesi le fortune ed i tempi, e cacciati i Borboni nell'ultima Sicilia dalla spada di Bonaparte, perveniva [pg!85] il Colletta ai sommi onori civili e militari, e vi perveniva non senza fama d'intelligente amministratore e di sagace militare. — Nominato Intendente nelle Calabrie, Consigliere di Stato, Tenente-generale dello scientifico Corpo del genio, e Direttore generale di ponti-e-strade; mostrossi sempre, qual era stato nella modesta giovinezza, cioè, affettuoso con gli amici e coi propinqui, amorosissimo della patria, e protettore de' talenti. — Cadute poi l'armi dei Francesi, — e ritornati i Borboni a ricalcare i troni abbandonati per viltà, e riottenuti per opera straniera, disponevasi il Colletta a girsene in volontario esilio, sapendosi quanta e quale fosse la fede de' reali di Napoli; ma non glielo permettevano quei principi, che allora fingevano vezzeggiare i liberali, — che anzi il destinavano al comando della divisione territoriale di Salerno. — Assumeva quell'impegno il Colletta, e con franchi accenti consigliava il ministero di secondare il voto de' popoli che già chiaro appariva per ottenere una Costituzione tante volte promessa dall'esule Ferdinando; e poiché quei consigli non spiacevano ai ministri (o almeno il dicevano), riteneva il comando, e sperava di essere un giorno veramente utile alla patria; ma quando ritornavasi a quella ferocia, ch'è il primo attributo dei Borboni, ed esigevansi persecuzioni e rigori da ogni capo-politico o militare contra i liberali, pria che contaminarsi e prestarsi ai voleri del dispotismo, deponeva ogni pubblica cura, e ritornava alla vita privata per continuare placidi studi che gli dovevano essere un giorno di conforto nell'esilio.[pg!86] Pacifico e ritirato egli se ne viveva dunque, quando si appressarono i nembi; — né cariche occupava, allorché udissi l'accento della rigenerazione sulla vetta di Monteforte — accento al quale risposero tutte le provincie del regno, — e che fu poscia ripetuto su i santi evangeli da un re, sulla tomba del quale pesa la maledizione de' popoli, e 'l giudizio della Storia. — Infranto in quella guisa il dispotismo, ricomparivano i benemeriti cittadini ai pubblici ufficii, e con essi riedeva il Colletta al Corpo del genio; indi ne andava Comandante supremo delle armi nella Sicilia, e finalmente sul finir del gennaio veniva chiamato al ministero della guerra; — né in tutti quegl'impieghi esercitati, smentiva le antecedenti pruove date alla patria; — soltanto era anch'esso aggirato nella cabala che il Principe-Vicario ordí onde ingannare un popolo, il quale fidente ed ingenuo, erasi abbandonato nelle sue mani, e che tardi comprese quanta simulazione e perfidia allignasse nel cuore de' Borboni.Mancate le promesse, — calpestati i giuramenti col sussidio del Capo della chiesa, e ritornato il Re colle austriache bandiere, dilettavasi il Principe-Vicario di scoprire al truce Canosa quei che credendo nella sua lealtà, i veri sentimenti di patriottismo gli aveano svelati; — né fra coloro fu risparmiato il Colletta: egli era reo di amare la patria: il principe adunque lo designava a Canosa, — e quel sicario della legittimità lo condannava senza verun processo, pria alla prigionia di sette mesi, e poscia ad un perpetuo esilio nella [pg!87] gelida Moravia: in vano un cadente genitore reclamava il figlio, — in vano i fratelli chiedevano, che davanti ai giudici si esponessero le sue colpe, — tutto fu negato; — ei partí per la Moravia, ed ivi rimase due anni ad attingervi il germe di quel funesto morbo che il trasse a morte. — Deposto egli dunque nell'esilio ogni pubblico pensiero, volgeva sovente lo sguardo alla patria desolata, e desiava darle l'unico conforto che rimane all'esule, — quello di scrivere i suoi mali; — e questo pensiero mandava ad effetto, allorché, stabilitosi nella gentile Firenze, addicevasi a scrivere le Napoletane Storie dai tempi di Carlo III fino ai nostri giorni, e per fortuna dell'Italia compiva il lavoro pria di morire: e noi diciamo per fortuna, poiché in esse sono registrate le pagine fedeli delle turpitudini e de' delitticonsumatidai re e dai sacerdoti pel giro di 50 e più anni. — Questo lavoro, che tanti affetti destava nello scrittore, — che tante memorie richiamava al travagliato suo animo, consumava il di lui corpo, e già sin dall'anno 1829, ei mostrava nelle sparute gote non lontano il suo fine: allorché le fasi del 1830, e le persecuzioni del Governo Toscano che di nuovo esilio il minacciava, accrescevano le sue sofferenze, e quasi a spettro vivente lo riducevano, ed ei trascinavasi appena nel cammino della vita, quando in sull'alba del 12 novembre 1831, compivasi la sua carriera, e spirava col pensiero alla patria, agli amici, — ai congiunti.Udivasi allora un sol gemito fra la gioventú [pg!88] Toscana, che a loro padre l'aveano: coprivansi di mestizia i volti de' dotti, che loro socio l'ebbero nelle letterarie ricerche; ne ripeteva la fama il merito e la perdita, — gareggiavano Pisa e Livorno per accordare alla sua memoria, i funebri onori: ciascun Italiano affrettavasi di offrire un tributo alla virtú perseguitata: e un amico ancora (il generoso Capponi, che nominiamo ad onore), offriva la tomba de' suoi padri, e raccoglieva i resti inanimati di un chiarissimo uomo, — d'un virtuoso cittadino, — e di un vero Italiano. In ogni contrada dunque della piú colta provincia italiana compiangevasi il termine immaturo dell'illustre esule; ogni cuor generoso ne sentiva l'affanno: — solo i despoti sorridevano: — e mentre l'ipocrita governo Toscano instruiva un processo contro l'immensa gioventú intervenuta ai funerali, rallegravasi la corte di Napoli, lusingandosi entrambi, cioè, l'uno che le sue mascherate prepotenze, non si scoprissero, — sperando l'altra che la Storia non divenisse di pubblica ragione, tanta ignavia per loro e pei discendenti vi ravvisano. — Ma, noi proscritti, — nel giurar la vendetta de' nostri perduti fratelli, e nel pronunziare la lode sul loro sepolcro, smascheriamo l'ipocrisia del dolcissimo imperare Austro-Toscano, ed imploriamo nel tempo stesso dagli amici dell'estinto Colletta la pubblicazione di una Storia, nella quale stanno scritte a carattere indelebile le note infami de' nostri re; e noi erranti senza patria, traditi, venduti, lo dobbiamo all'Italia, avida di conoscere le nequizie de' potenti [pg!89] che la opprimono; — lo dobbiamo infine allo stesso Colletta, — ai suoi sofferti travagli, — al suo cenere, che un giorno commisto a quello di tutt'i martiri poseremo sull'altare della patria, ed all'ombra di quel vessillo tricolore che dovrà sventolare un giorno dall'Alpi all'Etna, ed innalzarsi glorioso sulle ruine degli scettri, de' troni, delle tiare e delle corone.Gio. La Cecilia.[pg!93]

Quando ideammo laGiovane Italia, le sorti della Romagna pendevano incerte. La nota presentata alla segreteria di stato di Gregorio XVI, la sera del 21 maggio 1831 assicurava agli stati pontificii riforme che costituissero un'eraaffatto nuova e felice. — La corte romana dava invece illusioni e frodi, o minaccie. Ma le popolazioni forti del loro dritto, e d'una promessa europea avevano assunta una attitudine energica e deliberata, che avrebbe fruttato un miglioramento qualunque, se l'intervento d'una forza brutale non avesse troncato a mezzo le speranze autorizzate dalla diplomazia. — Il popolo dall'impeto d'unarivoluzionecaduta era passato ad unaopposizioneparziale che non varcava i confini di ciò che i gabinetti chiamanolegalità. Il Papa esauriva tutte l'arti d'una politica perfida per suscitarlo a moti dichiaratamente rivoluzionarii. — Ma il popolo s'avvedeva dell'inganno e non si dipartiva da un sistema d'azione lenta e pacifica, ch'escludeva ogni intervento straniero.

Allora, noi avevamo in animo d'esporre in un [pg!76] quadro esatto la condizione di Bologna e della Romagna: i diritti che la espressione del voto comune avea posti in luce: le inchieste fatte, e non contrastate: e le vie che rimanevano alle potenze perché la rivoluzione inevitabile un dí o l'altro scoppiasse meno sanguinosa e irritata dalla intolleranza d'una parte e dalla impazienza dell'altra.

Era un tributo che si pagava per noi ad una illusione di giustizia politica, che non esisteva se non nell'anime nostre. Guardando alla importanza della questione che s'agitava, guardando all'utile che sgorgava innegabilmente da un sistema di concessioni progressive, unico sistema che valesse a indurre una pace che i governi invocavano primi, guardando ai patti giurati, alla promessa sancita da una conferenza di ministri europei, ai principii banditi da una nazione grande a un tempo ed avida di tenere il primato della civiltà, noi cedevamo ad una speranza, ad una lusinga che non fosse spenta ogni generosità nei popoli. — E però il linguaggio nostro era volto ad ammaestrarli delle condizioni nelle quali era posta una gente insorta per eccesso di tirannide, caduta in fondo per troppa credulità, schernita da quei medesimi, che l'avevano accarezzata di lusinghe mortali. — Ci travolgeva un errore; e ne abbiamo rimorso; però che siamo a tale di sventura e d'esperienza nel passato che oggimai ogni errore è delitto. Questo errore noi lo scontammo amaramente; e il grido dei nostri fratelli scannati nel nome di Cristo dai soldati del pontefice [pg!77] a Ravenna, a Cesena, a Forlí, ci suona tremendo all'orecchio come un rimprovero. — La diplomazia europea non vide nei reclami legittimi d'un popolo mille volte deluso che un pretesto all'intervento straniero. Le baionette tedesche ci recarono solenne risposta. — Quattro potenze dichiararono nulle e intaccate di ribellione le pretese, ch'esse alcuni mesi prima aveano dichiarate giuste e fondate. Quattro potenze diffusero colle loro minaccie il terrore sovra una moltitudine inerme, incerta e divisa — poi, quando lo stupore ebbe spento anche quel poco entusiasmo suscitato da una contesa civile — quando l'oro ebbe stillata la seduzione ne' ranghi dei cittadini — quando il mutamento improvviso ebbe scemata colla differenza delle opinioni la forza della concordia — le potenze diedero il segnale, e dissero alle bande romane:ferite il cadavere.— Quattro mila soldati del pontefice s'affacciarono da un lato, dodici mila tedeschi dall'altro. — I nostri erano 1603!

Cosí doveva essere. — Maledetto colui, che fida in altri che in se medesimo!

Noi lacerammo lo scritto. — Ogni sillaba ci pesava sull'anima come una condanna — e da tutto quel cumulo di conghietture, da quelle parole di pace, da quella luce di speranza vilmente concetta, e stoltamente nudrita, sorgeva un grido: guai a chi si commette alla fede dello straniero! le illusioni della vittoria si convertono per lui in derisioni d'inferno: i frutti ch'egli immaginava cogliere colle altrui mani, si tramutano in cenere, [pg!78] come i frutti del lago Asfaltide. Oh! non impareremo mai nulla dalle nostre sciagure? Non impareremo mai, che lo schiavo non ha per sé e che il proprio braccio, e il proprio diritto? Noi calchiamo una terra la cui polvere è polvere d'uomini venduti dallo straniero. Non v'è pietra di tomba, non v'è rovina di monumento che non ci parli una delusione, che non c'insegni un tradimento de' potenti che ci sedussero alla confidenza per coglierci alla sprovveduta. E non faremo senno mai della lunga vicenda?

Noi lacerammo lo scritto — però che non avevamo mestieri di snudare agli oppressori la infamia loro, né volevamo levar la voce a giustificarci della sommessione apparente. Le infamie sono palesi, e la vera giustificazione d'un popolo oppresso è quella, che si scrive col sangue degli oppressori. Né maledizione, né gemito. — Poi che non abbiamo saputo maturare il tempo della vendetta, soffriamo in silenzio: stiamo soli colla nostra rabbia: pasciamoci di furore muto: non lo sperdiamo in lamenti, che nulla fruttano — è tesoro, che dobbiamo custodire gelosamente — beviamo tutto il calice amaro: forse un giorno, quando avremo esaurite l'ultime stille, frangeremo quel calice.

Perché, a chi rivolgerci? — ai governi? cos'è per essi il gemito d'una gente tradita? Son cinque e piú secoli, ch'essi trafficano di noi come i mercanti de' poveri negri. Son cinque e piú secoli, ch'essi non guardano in noi che come in materia di negoziati e di protocolli. — Alle nazioni? — le [pg!79] nazioni stanno pei forti — e noi non lo siamo: le nazioni non hanno finora simpatia per la sciagura, ma per l'attitudine dello sciagurato, scendono nell'arena talvolta a soccorrere al gladiatore morente senza batter palpebra — e noi finora — convien dirlo e arrossire — abbiamo levata la mano prima di averla adoperata sul nemico. — Da esse ci verrà forse un compianto sterile e breve. Che giova il compianto? Hanno pianto anche sulla Polonia. Hanno pianto, mentre un ministro d'un popolo libero ne decretava la perdita come pegno di pace. Ma quel pianto ha forse risparmiata una goccia sola del sangue dei prodi? Quel pianto ha forse fecondata di nuovi difensori la polvere, dove cadevano i primi? — Lasciate star quella polvere! non agitate il lenzuolo de' morti! — Possono esse le vostre lagrime rianimare il cadavere?

Un giorno, quando convinti della onnipotenza d'un popolo che vuole rigenerarsi davvero, noi ci saremo levati di dosso la vergogna e l'oltraggio, alzeremo la voce, e narreremo a' popoli, che allora ci stenderanno la mano, l'arti adoprate del tedesco voglioso d'un nuovo dominio, per trascinarci a insurrezioni brevi, e non concertate — e l'armi somministrate perfidamente, poche per la difesa, tante da invogliare gl'incauti ad osare — e l'oro diffuso a promuovere le divisioni tra le guardie civiche e le moltitudini — e le proteste di pace fatte ad illuderci, e illudere un popolo vicino, mentre un proclama pubblico imponeva la mossa alle truppe straniere — poi le predicazioni furibonde [pg!80] de' preti che rinnegano ogni santità di ministero: le calunnie versate nell'orecchio delle ignare popolazioni: le stragi commesse sopra gente inerme, e tranquilla, preparate con astuzia, e bassamente scolpate. — Quel giorno, verrà, però che nessuna forza può far retrocedere il secolo, e i delitti di sangue si scontano nel sangue — e allora noi potremo narrar queste cose, e documentare la storia delle nostre sventure, senza astio, senz'odio, senza rancore per la inerzia delle nazioni, perché noi vagheggiamo da lungi la fratellanza europea, e serbiamo dentro tanta potenza d'amore da affogarvi molti secoli di memorie. Ma ora, fresche ancora le piaghe, calde le ceneri dei caduti a Forlí, noi non potremmo rivolgere la parola allo straniero, senza che un alito d'ira la facesse amara, e sdegnosa, senza che un fremito di deluso vi scorresse dentro a convertirla in suono di maledizione. Però, abbiamo risolto tacere per tutti, intorno agli ultimi eventi — per tutti, fuorché pe' nostri.

E ai nostri, traviati sovente ne' loro giudizi dalle menzogne, che i governi italiani astutamente diffondono, gioverà ridire, come dagli ultimi fatti della Romagna debbano trarre conforto a sperare ed osare, anziché scoraggiamento, o terrore. Gioverà convincerli, che gli ultimi fatti travisati da' nostri padroni a trarne un tentativo di rivoluzione assoluta, per millantare d'averla vinta una seconda volta non furono in sostanza che conseguenze d'una discussione municipale, d'una questione piú civile, che politica, questione che né si [pg!81] doveva né si volle sostenere coll'armi dalle moltitudini, però che la Romagna contempla, anzi i fati italiani che i propri! — e non pertanto quel pugno di giovani, raccolto in armi, subitamente assalito, era tale, che i pontificii disperavano vincerlo, se non lo atterrivano colla minaccia di quattro nazioni, e colla mossa dell'Austriaco. Gioverà mostrar loro i due vantaggi che sgorgano da que' fatti, il primo riposto nella coscienza che ogni italiano può trarre dalla lotta durata dalle legazioni contro la oppressione papale; della unione universale in un solo voto di libertà; l'altro, che deriva dalla complicazione delle differenze che regnano tra gabinetti, aumentata dalla nuova occupazione tedesca e in oggi dalla francese. — E noi ne parleremo forse distesamente nel secondo fascicolo dellaGiovine Italia, dacché in questo non possiamo per l'angustia dello spazio.

Ma i nostri concittadini della Romagna veglino da forti, e accolgano la voce de' loro fratelli, che noi qui esprimiamo: vegliate, ed unitevi: ritemprate il vincolo dalla concordia nel servaggio comune: non vi lasciate sedurre a divisioni fatali da vanità meschine, da rancori di municipio. Strignetevi nella comunione della sventura: santificatevi nel pensiero della vendetta; però che la vendetta della patria è santa di religione, e di solenne dovere. E sopratutto non fidate nello straniero. Non fidate nello straniero, che vi reca speranze nuove, poiché v'ha travolto nel precipizio: ritrarre il ferro dalla ferita, poiché s'è immerso fino all'elsa, muta forse il feritore in [pg!82] proteggitore? Non, fidate nello straniero, che oggi sommoverà i soldati del pontefice a trucidarvi per ottener vanto il domani d'averli frenati, o puniti. Non vi lasciate sedurre da quell'arti: non vi lasciate adescare da quel finto sorriso. È il sorriso dell'assassino sulla sua vittima. Ricordatevi dei vostri padri. Ricordatevi che quei ferri, ch'ora s'ostenta di stendere a serbare intatto l'ordine pubblico, e a tutela degl'individui, hanno tal macchia di sangue fraterno, che veglia fra il tedesco, e voi, come un decreto di Dio tra l'innocente e lo scellerato. — Curvate la testa, poiché i fati lo vogliono, sotto il giogo abborrito; ma frementi, vivi nell'odio, e col sospiro a quel giorno, che darà moto in Italia al grido d'Unione, d'Indipendenza, e di Libertà.

Un Italiano.

Un Italiano.

P.S.— La occupazione francese, accaduta dopo scritto l'articolo, complica gravemente la questione politica: la complica di tanto, che forse a sciorla non varrà che la spada. E non pertanto noi non vogliamo cancellare parole dall'ultime linee dello scritto. L'Arti diplomatiche, e le paure de' gabinetti possono rimoveremomentaneamentele nuove speranze. Nuove combinazioni possono differire lo scoppio degli odi celati, e giova, non obbliare come il ministero Perier è il ministero della paceà tout prix, e come la esistenza sua è stretta a questa pace, mercata finora l'Europa sa come. Chi decise la occupazione, commise un errore contro il proprio sistema; le conseguenze possono uscirne prepotenti, ed irreparabili; ma gl'Italiani, noi lo ripetiamo, hanno a fidare in sé, non in altri.

P.S.— La occupazione francese, accaduta dopo scritto l'articolo, complica gravemente la questione politica: la complica di tanto, che forse a sciorla non varrà che la spada. E non pertanto noi non vogliamo cancellare parole dall'ultime linee dello scritto. L'Arti diplomatiche, e le paure de' gabinetti possono rimoveremomentaneamentele nuove speranze. Nuove combinazioni possono differire lo scoppio degli odi celati, e giova, non obbliare come il ministero Perier è il ministero della paceà tout prix, e come la esistenza sua è stretta a questa pace, mercata finora l'Europa sa come. Chi decise la occupazione, commise un errore contro il proprio sistema; le conseguenze possono uscirne prepotenti, ed irreparabili; ma gl'Italiani, noi lo ripetiamo, hanno a fidare in sé, non in altri.

————

————

[pg!83]

Un cenno ad onore dell'estinto PIETRO COLLETTA,benemerito italiano, gia' tenente-generale, e ministro della guerra a Napoli, nel 1821.Naturæ clamat ab ipso vox tumulo.Ciascun giorno che si perde fra gl'immensi spazi del tempo, è per l'Italia cinto di funereo lume; ciascuna contrada di quella miseranda terra vede biancheggiare le ossa d'immensi martiri sacrificati all'onnipotenza di un dispotismo contro del quale alzarono la voce, ed osarono proclamare il diritto degli uomini: tutta la penisola che dall'Alpi al mare siciliano si estende sembra un vasto sepolcro, ove tra i gemiti de' traditi, e l'aggirarsi d'ombre squallide, tremenda s'innalza la tirannide de' principi e de' sacerdoti, e degli stranieri. — Da ogni regione Italiana sorge eziandio un grido lugubre che chiede vendetta pel fiore de' suoi figli caduti sotto la scure, o spenti fra ceppi, o finiti in doloroso esilio, pel solo delitto di avere amato la patria...; o se qualche generoso, accostando la mano alle tombe di quei trapassati osasse rimuoverne le ceneri, udrebbe un sol fremito dai monti al mare, ascolterebbe da ogni [pg!84] avello invocar la vendetta, — imperocché vendetta chiedono quei che caddero nelle provincie napolitane, e piemontesi, per aver dato fede alla parola dei Re, ed innalzati al sommo impero due principi nutriti nel lezzo delle corti, e noti in Europa per la sola infamia del tradimento: vendetta parimenti dimandano coloro che un ministro di pace, mutato in carnefice di oltremontano sire, spegneva sullo rive del Tevere, e nell'ubertosa Romagna: — vendetta, fu l'ultima voce de' morenti di Modena e di Sicilia: e vendetta infine invoca la spoglia di Pietro Colletta, già consunta per tiranniche persecuzioni, — e del quale alla memoria io discorro breve cenno; e il discorso, non pur depositato sul suo tumulo come fiore che abbellisce le urne degli schiavi, — ma qual pegno di animo libero ad uomo libero tributato, ma quale invito a futuro riscatto.Nella città di Napoli, di Antonio, avvocato, e Maddalena Minervino, nacque Pietro Colletta, nel 1780: ad una vivacissima infanzia tenne dietro un'ingegnosa giovinezza, passata fra i profondi studi della scuola militare di quella capitale: e quando la patria salutò l'aurora di una repubblica (che si spense quasi sul meriggio) pria l'annoverarono i patrioti fra le loro fila come officiale d'artiglieria, — e poscia l'ebbero a compagno della proscrizione che una corte sleale fulminava, ad onta de' patti giurati e garantiti dai rappresentanti delle prime potenze d'Europa: — indi, mutatesi le fortune ed i tempi, e cacciati i Borboni nell'ultima Sicilia dalla spada di Bonaparte, perveniva [pg!85] il Colletta ai sommi onori civili e militari, e vi perveniva non senza fama d'intelligente amministratore e di sagace militare. — Nominato Intendente nelle Calabrie, Consigliere di Stato, Tenente-generale dello scientifico Corpo del genio, e Direttore generale di ponti-e-strade; mostrossi sempre, qual era stato nella modesta giovinezza, cioè, affettuoso con gli amici e coi propinqui, amorosissimo della patria, e protettore de' talenti. — Cadute poi l'armi dei Francesi, — e ritornati i Borboni a ricalcare i troni abbandonati per viltà, e riottenuti per opera straniera, disponevasi il Colletta a girsene in volontario esilio, sapendosi quanta e quale fosse la fede de' reali di Napoli; ma non glielo permettevano quei principi, che allora fingevano vezzeggiare i liberali, — che anzi il destinavano al comando della divisione territoriale di Salerno. — Assumeva quell'impegno il Colletta, e con franchi accenti consigliava il ministero di secondare il voto de' popoli che già chiaro appariva per ottenere una Costituzione tante volte promessa dall'esule Ferdinando; e poiché quei consigli non spiacevano ai ministri (o almeno il dicevano), riteneva il comando, e sperava di essere un giorno veramente utile alla patria; ma quando ritornavasi a quella ferocia, ch'è il primo attributo dei Borboni, ed esigevansi persecuzioni e rigori da ogni capo-politico o militare contra i liberali, pria che contaminarsi e prestarsi ai voleri del dispotismo, deponeva ogni pubblica cura, e ritornava alla vita privata per continuare placidi studi che gli dovevano essere un giorno di conforto nell'esilio.[pg!86] Pacifico e ritirato egli se ne viveva dunque, quando si appressarono i nembi; — né cariche occupava, allorché udissi l'accento della rigenerazione sulla vetta di Monteforte — accento al quale risposero tutte le provincie del regno, — e che fu poscia ripetuto su i santi evangeli da un re, sulla tomba del quale pesa la maledizione de' popoli, e 'l giudizio della Storia. — Infranto in quella guisa il dispotismo, ricomparivano i benemeriti cittadini ai pubblici ufficii, e con essi riedeva il Colletta al Corpo del genio; indi ne andava Comandante supremo delle armi nella Sicilia, e finalmente sul finir del gennaio veniva chiamato al ministero della guerra; — né in tutti quegl'impieghi esercitati, smentiva le antecedenti pruove date alla patria; — soltanto era anch'esso aggirato nella cabala che il Principe-Vicario ordí onde ingannare un popolo, il quale fidente ed ingenuo, erasi abbandonato nelle sue mani, e che tardi comprese quanta simulazione e perfidia allignasse nel cuore de' Borboni.Mancate le promesse, — calpestati i giuramenti col sussidio del Capo della chiesa, e ritornato il Re colle austriache bandiere, dilettavasi il Principe-Vicario di scoprire al truce Canosa quei che credendo nella sua lealtà, i veri sentimenti di patriottismo gli aveano svelati; — né fra coloro fu risparmiato il Colletta: egli era reo di amare la patria: il principe adunque lo designava a Canosa, — e quel sicario della legittimità lo condannava senza verun processo, pria alla prigionia di sette mesi, e poscia ad un perpetuo esilio nella [pg!87] gelida Moravia: in vano un cadente genitore reclamava il figlio, — in vano i fratelli chiedevano, che davanti ai giudici si esponessero le sue colpe, — tutto fu negato; — ei partí per la Moravia, ed ivi rimase due anni ad attingervi il germe di quel funesto morbo che il trasse a morte. — Deposto egli dunque nell'esilio ogni pubblico pensiero, volgeva sovente lo sguardo alla patria desolata, e desiava darle l'unico conforto che rimane all'esule, — quello di scrivere i suoi mali; — e questo pensiero mandava ad effetto, allorché, stabilitosi nella gentile Firenze, addicevasi a scrivere le Napoletane Storie dai tempi di Carlo III fino ai nostri giorni, e per fortuna dell'Italia compiva il lavoro pria di morire: e noi diciamo per fortuna, poiché in esse sono registrate le pagine fedeli delle turpitudini e de' delitticonsumatidai re e dai sacerdoti pel giro di 50 e più anni. — Questo lavoro, che tanti affetti destava nello scrittore, — che tante memorie richiamava al travagliato suo animo, consumava il di lui corpo, e già sin dall'anno 1829, ei mostrava nelle sparute gote non lontano il suo fine: allorché le fasi del 1830, e le persecuzioni del Governo Toscano che di nuovo esilio il minacciava, accrescevano le sue sofferenze, e quasi a spettro vivente lo riducevano, ed ei trascinavasi appena nel cammino della vita, quando in sull'alba del 12 novembre 1831, compivasi la sua carriera, e spirava col pensiero alla patria, agli amici, — ai congiunti.Udivasi allora un sol gemito fra la gioventú [pg!88] Toscana, che a loro padre l'aveano: coprivansi di mestizia i volti de' dotti, che loro socio l'ebbero nelle letterarie ricerche; ne ripeteva la fama il merito e la perdita, — gareggiavano Pisa e Livorno per accordare alla sua memoria, i funebri onori: ciascun Italiano affrettavasi di offrire un tributo alla virtú perseguitata: e un amico ancora (il generoso Capponi, che nominiamo ad onore), offriva la tomba de' suoi padri, e raccoglieva i resti inanimati di un chiarissimo uomo, — d'un virtuoso cittadino, — e di un vero Italiano. In ogni contrada dunque della piú colta provincia italiana compiangevasi il termine immaturo dell'illustre esule; ogni cuor generoso ne sentiva l'affanno: — solo i despoti sorridevano: — e mentre l'ipocrita governo Toscano instruiva un processo contro l'immensa gioventú intervenuta ai funerali, rallegravasi la corte di Napoli, lusingandosi entrambi, cioè, l'uno che le sue mascherate prepotenze, non si scoprissero, — sperando l'altra che la Storia non divenisse di pubblica ragione, tanta ignavia per loro e pei discendenti vi ravvisano. — Ma, noi proscritti, — nel giurar la vendetta de' nostri perduti fratelli, e nel pronunziare la lode sul loro sepolcro, smascheriamo l'ipocrisia del dolcissimo imperare Austro-Toscano, ed imploriamo nel tempo stesso dagli amici dell'estinto Colletta la pubblicazione di una Storia, nella quale stanno scritte a carattere indelebile le note infami de' nostri re; e noi erranti senza patria, traditi, venduti, lo dobbiamo all'Italia, avida di conoscere le nequizie de' potenti [pg!89] che la opprimono; — lo dobbiamo infine allo stesso Colletta, — ai suoi sofferti travagli, — al suo cenere, che un giorno commisto a quello di tutt'i martiri poseremo sull'altare della patria, ed all'ombra di quel vessillo tricolore che dovrà sventolare un giorno dall'Alpi all'Etna, ed innalzarsi glorioso sulle ruine degli scettri, de' troni, delle tiare e delle corone.Gio. La Cecilia.[pg!93]

Naturæ clamat ab ipso vox tumulo.

Naturæ clamat ab ipso vox tumulo.

Naturæ clamat ab ipso vox tumulo.

Ciascun giorno che si perde fra gl'immensi spazi del tempo, è per l'Italia cinto di funereo lume; ciascuna contrada di quella miseranda terra vede biancheggiare le ossa d'immensi martiri sacrificati all'onnipotenza di un dispotismo contro del quale alzarono la voce, ed osarono proclamare il diritto degli uomini: tutta la penisola che dall'Alpi al mare siciliano si estende sembra un vasto sepolcro, ove tra i gemiti de' traditi, e l'aggirarsi d'ombre squallide, tremenda s'innalza la tirannide de' principi e de' sacerdoti, e degli stranieri. — Da ogni regione Italiana sorge eziandio un grido lugubre che chiede vendetta pel fiore de' suoi figli caduti sotto la scure, o spenti fra ceppi, o finiti in doloroso esilio, pel solo delitto di avere amato la patria...; o se qualche generoso, accostando la mano alle tombe di quei trapassati osasse rimuoverne le ceneri, udrebbe un sol fremito dai monti al mare, ascolterebbe da ogni [pg!84] avello invocar la vendetta, — imperocché vendetta chiedono quei che caddero nelle provincie napolitane, e piemontesi, per aver dato fede alla parola dei Re, ed innalzati al sommo impero due principi nutriti nel lezzo delle corti, e noti in Europa per la sola infamia del tradimento: vendetta parimenti dimandano coloro che un ministro di pace, mutato in carnefice di oltremontano sire, spegneva sullo rive del Tevere, e nell'ubertosa Romagna: — vendetta, fu l'ultima voce de' morenti di Modena e di Sicilia: e vendetta infine invoca la spoglia di Pietro Colletta, già consunta per tiranniche persecuzioni, — e del quale alla memoria io discorro breve cenno; e il discorso, non pur depositato sul suo tumulo come fiore che abbellisce le urne degli schiavi, — ma qual pegno di animo libero ad uomo libero tributato, ma quale invito a futuro riscatto.

Nella città di Napoli, di Antonio, avvocato, e Maddalena Minervino, nacque Pietro Colletta, nel 1780: ad una vivacissima infanzia tenne dietro un'ingegnosa giovinezza, passata fra i profondi studi della scuola militare di quella capitale: e quando la patria salutò l'aurora di una repubblica (che si spense quasi sul meriggio) pria l'annoverarono i patrioti fra le loro fila come officiale d'artiglieria, — e poscia l'ebbero a compagno della proscrizione che una corte sleale fulminava, ad onta de' patti giurati e garantiti dai rappresentanti delle prime potenze d'Europa: — indi, mutatesi le fortune ed i tempi, e cacciati i Borboni nell'ultima Sicilia dalla spada di Bonaparte, perveniva [pg!85] il Colletta ai sommi onori civili e militari, e vi perveniva non senza fama d'intelligente amministratore e di sagace militare. — Nominato Intendente nelle Calabrie, Consigliere di Stato, Tenente-generale dello scientifico Corpo del genio, e Direttore generale di ponti-e-strade; mostrossi sempre, qual era stato nella modesta giovinezza, cioè, affettuoso con gli amici e coi propinqui, amorosissimo della patria, e protettore de' talenti. — Cadute poi l'armi dei Francesi, — e ritornati i Borboni a ricalcare i troni abbandonati per viltà, e riottenuti per opera straniera, disponevasi il Colletta a girsene in volontario esilio, sapendosi quanta e quale fosse la fede de' reali di Napoli; ma non glielo permettevano quei principi, che allora fingevano vezzeggiare i liberali, — che anzi il destinavano al comando della divisione territoriale di Salerno. — Assumeva quell'impegno il Colletta, e con franchi accenti consigliava il ministero di secondare il voto de' popoli che già chiaro appariva per ottenere una Costituzione tante volte promessa dall'esule Ferdinando; e poiché quei consigli non spiacevano ai ministri (o almeno il dicevano), riteneva il comando, e sperava di essere un giorno veramente utile alla patria; ma quando ritornavasi a quella ferocia, ch'è il primo attributo dei Borboni, ed esigevansi persecuzioni e rigori da ogni capo-politico o militare contra i liberali, pria che contaminarsi e prestarsi ai voleri del dispotismo, deponeva ogni pubblica cura, e ritornava alla vita privata per continuare placidi studi che gli dovevano essere un giorno di conforto nell'esilio.

[pg!86] Pacifico e ritirato egli se ne viveva dunque, quando si appressarono i nembi; — né cariche occupava, allorché udissi l'accento della rigenerazione sulla vetta di Monteforte — accento al quale risposero tutte le provincie del regno, — e che fu poscia ripetuto su i santi evangeli da un re, sulla tomba del quale pesa la maledizione de' popoli, e 'l giudizio della Storia. — Infranto in quella guisa il dispotismo, ricomparivano i benemeriti cittadini ai pubblici ufficii, e con essi riedeva il Colletta al Corpo del genio; indi ne andava Comandante supremo delle armi nella Sicilia, e finalmente sul finir del gennaio veniva chiamato al ministero della guerra; — né in tutti quegl'impieghi esercitati, smentiva le antecedenti pruove date alla patria; — soltanto era anch'esso aggirato nella cabala che il Principe-Vicario ordí onde ingannare un popolo, il quale fidente ed ingenuo, erasi abbandonato nelle sue mani, e che tardi comprese quanta simulazione e perfidia allignasse nel cuore de' Borboni.

Mancate le promesse, — calpestati i giuramenti col sussidio del Capo della chiesa, e ritornato il Re colle austriache bandiere, dilettavasi il Principe-Vicario di scoprire al truce Canosa quei che credendo nella sua lealtà, i veri sentimenti di patriottismo gli aveano svelati; — né fra coloro fu risparmiato il Colletta: egli era reo di amare la patria: il principe adunque lo designava a Canosa, — e quel sicario della legittimità lo condannava senza verun processo, pria alla prigionia di sette mesi, e poscia ad un perpetuo esilio nella [pg!87] gelida Moravia: in vano un cadente genitore reclamava il figlio, — in vano i fratelli chiedevano, che davanti ai giudici si esponessero le sue colpe, — tutto fu negato; — ei partí per la Moravia, ed ivi rimase due anni ad attingervi il germe di quel funesto morbo che il trasse a morte. — Deposto egli dunque nell'esilio ogni pubblico pensiero, volgeva sovente lo sguardo alla patria desolata, e desiava darle l'unico conforto che rimane all'esule, — quello di scrivere i suoi mali; — e questo pensiero mandava ad effetto, allorché, stabilitosi nella gentile Firenze, addicevasi a scrivere le Napoletane Storie dai tempi di Carlo III fino ai nostri giorni, e per fortuna dell'Italia compiva il lavoro pria di morire: e noi diciamo per fortuna, poiché in esse sono registrate le pagine fedeli delle turpitudini e de' delitticonsumatidai re e dai sacerdoti pel giro di 50 e più anni. — Questo lavoro, che tanti affetti destava nello scrittore, — che tante memorie richiamava al travagliato suo animo, consumava il di lui corpo, e già sin dall'anno 1829, ei mostrava nelle sparute gote non lontano il suo fine: allorché le fasi del 1830, e le persecuzioni del Governo Toscano che di nuovo esilio il minacciava, accrescevano le sue sofferenze, e quasi a spettro vivente lo riducevano, ed ei trascinavasi appena nel cammino della vita, quando in sull'alba del 12 novembre 1831, compivasi la sua carriera, e spirava col pensiero alla patria, agli amici, — ai congiunti.

Udivasi allora un sol gemito fra la gioventú [pg!88] Toscana, che a loro padre l'aveano: coprivansi di mestizia i volti de' dotti, che loro socio l'ebbero nelle letterarie ricerche; ne ripeteva la fama il merito e la perdita, — gareggiavano Pisa e Livorno per accordare alla sua memoria, i funebri onori: ciascun Italiano affrettavasi di offrire un tributo alla virtú perseguitata: e un amico ancora (il generoso Capponi, che nominiamo ad onore), offriva la tomba de' suoi padri, e raccoglieva i resti inanimati di un chiarissimo uomo, — d'un virtuoso cittadino, — e di un vero Italiano. In ogni contrada dunque della piú colta provincia italiana compiangevasi il termine immaturo dell'illustre esule; ogni cuor generoso ne sentiva l'affanno: — solo i despoti sorridevano: — e mentre l'ipocrita governo Toscano instruiva un processo contro l'immensa gioventú intervenuta ai funerali, rallegravasi la corte di Napoli, lusingandosi entrambi, cioè, l'uno che le sue mascherate prepotenze, non si scoprissero, — sperando l'altra che la Storia non divenisse di pubblica ragione, tanta ignavia per loro e pei discendenti vi ravvisano. — Ma, noi proscritti, — nel giurar la vendetta de' nostri perduti fratelli, e nel pronunziare la lode sul loro sepolcro, smascheriamo l'ipocrisia del dolcissimo imperare Austro-Toscano, ed imploriamo nel tempo stesso dagli amici dell'estinto Colletta la pubblicazione di una Storia, nella quale stanno scritte a carattere indelebile le note infami de' nostri re; e noi erranti senza patria, traditi, venduti, lo dobbiamo all'Italia, avida di conoscere le nequizie de' potenti [pg!89] che la opprimono; — lo dobbiamo infine allo stesso Colletta, — ai suoi sofferti travagli, — al suo cenere, che un giorno commisto a quello di tutt'i martiri poseremo sull'altare della patria, ed all'ombra di quel vessillo tricolore che dovrà sventolare un giorno dall'Alpi all'Etna, ed innalzarsi glorioso sulle ruine degli scettri, de' troni, delle tiare e delle corone.

Gio. La Cecilia.

Gio. La Cecilia.

[pg!93]


Back to IndexNext