Le figure di quel pomeriggio e di quella notte si spogliarono d'ogni realtà rapidamente, fin dal risveglio del giorno dopo. Il ricordo fluttuò come l'ombra d'un sogno sul malessere primaverile. Ogni voglia di notizie e di ricerche fu sùbito contrariata dalla disciplina abituale della vita in disparte, dalla regola della clausura studiosa, dal saggio proposito di non ricascare in tentazioni. Il caso non favorì né un nuovo incontro né la scoperta d'un qualche utile informatore. A queste cagioni di rinuncia s'aggiunseroi sospetti, la vigilanza, l'assiduità dell'amica tenace. Poi seguirono le pene della rottura, una malattia d'indole nostalgica, una lunga convalescenza in un paese di colli e di prati, una rinnovata diligenza di meditazione e di contemplazione.
Le figure di quel pomeriggio e di quella notte si spogliarono d'ogni realtà rapidamente, fin dal risveglio del giorno dopo. Il ricordo fluttuò come l'ombra d'un sogno sul malessere primaverile. Ogni voglia di notizie e di ricerche fu sùbito contrariata dalla disciplina abituale della vita in disparte, dalla regola della clausura studiosa, dal saggio proposito di non ricascare in tentazioni. Il caso non favorì né un nuovo incontro né la scoperta d'un qualche utile informatore. A queste cagioni di rinuncia s'aggiunseroi sospetti, la vigilanza, l'assiduità dell'amica tenace. Poi seguirono le pene della rottura, una malattia d'indole nostalgica, una lunga convalescenza in un paese di colli e di prati, una rinnovata diligenza di meditazione e di contemplazione.
L'imagine della Leda senza cigno veniva nondimeno a me, assai spesso, con un vero alito vivo tra le labbra che il gioco dissimulatore non poteva più deformare, non mai chiuse perfettamente ma di continuo socchiuse come quelle che devono lasciar respirare più d'un'anima.
Mi visitava talvolta nell'ora delle lampade, quando il servo le governa e le accende nella camera terrena e sembrano elle già presenti per un che di divino ondesoglion essere precedute nella scala già scura ma lasciano tuttavia che nell'indugio noi conosciamo quei pensieri anche divini i quali accompagnano il partirsi dell'altra luce da ciascuna delle nostre cose amiche per ritornarsene all'Occidente.
Poi che tutto il lungo giorno non fu pel solitario se non un edificio della volontà, egli ama verso sera lasciare aperta una piccola porta franca per ove possa entrare la mendicante o la strega, la semplicista o l'avvelenatrice, una inviata dell'Ignoto insomma; e vuol ripalpitare, attendendo l'inatteso. Per lo più non entra se non qualche larva inoffensiva.
Quella mia ospite era legata alla vita da un gran numero di nodi e d'incanti, impastoiata non soltantodalla sua stretta gonna; e, ogni volta che s'inclinava verso di me, pareva tendesse una catena, schiantasse una ritòrtola, spezzasse una fune. Io le dicevo per incoraggiarla: «Non temere. Móstrati. Tu vieni all'ora della mia maturità. Tutto comprendo, tutto indovino».
Pareva che la coscienza aspirasse al momento glorioso in cui potesse tutto accogliere e rendere immune, simile a quelle città d'asilo dove si rifuggivano gli incolpati senza ragione o oltre ragione, simile a quei luoghi sacri che in antico ritenevano «la feccia e la ribalderia del mondo». Ma i suoi atti non erano senza ambiguità e contradizione. In fondo, l'affaticava la speranza di creare un sentimento nuovo, capace di condurre le più torbide forze dell'istinto e di salirepiù alto che la voluttà. Per quest'arte la giustizia e la misericordia non valgono. Convengono altre specie, altre osservanze, altri riti.
S'appressava intanto nella nuova primavera l'anniversario del giorno strano, quasi ricondotto dal lungo corteo dei bruchi per la via ringiallita di pòlline. E, quasi alla medesima data, il giovine maestro dellaSchola Cantorumtornò con gli usignuoli a dare il suo concerto italiano. Questa volta aveva seco la sua compagna: una piccola Spagnuola di Cuba, dorata come una squisita foglia di tabacco; la quale, promettendo di cantare per me solo arie ed ariette del Carissimi, del Caldara, di Antonio Lotti, mi faceva pensare non senza rammarico a quella specie di cani senza latrato che i Conquistatori trovarononell'isola di prodigio dove oggi non esiste più, perdùtasene fin la memoria.
Gli onori del cembalo erano tuttavia per Domenico Scarlatti. La Sonata in la maggiore, quasi fosse una formula magica, risollevò dal passato intera e viva l'ora misteriosa come se la sconosciuta venisse di nuovo a sedermisi accanto e di nuovo con tutto il mio acume io mi chinassi all'orlo del suo segreto.
Se bene gli uditori fossero in più gran numero, la sedia vicina era rimasta vuota.
Scorsi un'ombra che s'appressava lungo la fila.
La mia inquietudine cresceva d'attimo in attimo così appassionatamente, che mi volsi, con l'anima negli occhi e col cuore balzantealla gola, come per ricevere d'un tratto quella bellezza che in tutti i miei sensi aveva già il suo luogo.
Due magre mani dalle dita a spàtola si tendevano verso di me, e il mio nome era proferito da una voce non obliata.
Riconobbi subito un amico mio, del quale da qualche tempo non avevo più notizie: un musicista di molto valore e di fama non volgare, che più d'una volta era stato ospite del triste Quartiere d'inverno nell'alternativa del meglio e del peggio.
— Tu qui? da quanto tempo?
— Ho passato qui tutto l'inverno, con mia madre, non bene.
— Ma hai un ottimo aspetto.
Per mordere il dolore gli era rimasta una mascella scarna da cuiil rasoio pareva avesse portato via brani di pelle morta sostituiti dall'unto e dal lustro della glicerina.
— No. Sono bruciato.
I pomelli delle gote erano rossi e venati come le foglie della vite vergine su per un muro in autunno, non senza qualche rimasuglio di verdiccio e qualche traccia d'allumacatura. Avevo per la sua ruina, ahimè, le stesse pupille implacabili che avrebbero notato la più lieve onda nella seta manosa di certi capelli o nelle gronde di certe palpebre il radore d'un sol ciglio caduto.
— Bruciato da che?
Egli fece un gesto d'incuranza quasi brutale, ma mi fissò con uno di quegli sguardi che da uomo a uomo scendono dentro e sembrano cercare nel cuore un punto di sostegno,il luogo d'una simpatia virile.
Anche i suoi occhi ora m'apparivano come privi della loro buccia, come messi a contatto immediato con la crudità esterna, come se fossero i vertici scoperti della sua sensibilità e non potessero da nessun collirio essere leniti. Il suo sguardo mi doleva.
— Rimani ancóra? — gli chiesi. — Vuoi che ci vediamo?
— Parto fra due o tre giorni, sabato forse. Mia madre mi strappa via.
Aveva nell'alito l'odore del vino di Porto, ma i denti bianchi lasciavano ancóra alla sua bocca un che di giovenile.
Pativo la sua umanità con una forza singolare, come se fossi stato per qualche tempo il suo infermieree avessi tollerato l'esalazione de' suoi sudori e conoscessi a una a una le sue miserie e le sue manie.
E già attendevo anche da lui l'inatteso.
— Vieni a colazione da me domani. Ti manderò la mia vettura.
— Sì, vengo.
E mi prese una mano e me la strinse tra le sue dita convulse. Come incominciava la Sonata in fa minore, tacemmo. Mi parve che la musica non ci ravvicinasse ma ci separasse, perché pensai ch'egli dovesse sentirla da artefice, in un modo assai diverso. Su la sedia non conteneva la sua irrequietezza, e me la comunicava.
— Che hai? Chi cerchi?
Come si volgeva, mi volsi. Indietro, a destra in piedi, addossata alla parete, stava la sconosciuta,col viso verso di noi accennando. I suoi lineamenti tremarono nella mia commozione e si cancellarono come un pastello immerso nell'acqua.
— La conosci? — mi chiese egli, con uno di quegli accenti che sembrano soffiare in un petto subitamente votato di tutto.
— No. L'ho veduta una volta. Chi è?
Mi disse il nome, che non aderì alla persona ma rimase in aria, suono vano ed estraneo, come quello apposto alla bellezza d'una collina lontana che da tempo viva innominata e immateriale nel nostro sentimento.
— A domani — soggiunse levandosi, mentre la cadenza si compiva.
Come la vampa riscoppia dal tizzo velato di cenere, la febbre diedelume al suo viso disfatto. Lo vidi andare verso la donna, un po' curvo ma con una sollecitudine che invadeva anche le pieghe dei suoi abiti e i suoi capelli precocemente grigi sopra il bavero. Lo vidi raggiungerla, scambiare un saluto, partire con lei. Colsi dietro di me il comento maligno di due uditori. Dominai il mio tumulto, scossi le scorie delle mie imaginazioni solitarie, riacquistai l'acume del mio sguardo, mi preparai a ricacciar le mani nella materia viva. Dimenticai i giochi d'acqua, le collane sgranellate, la scarpetta d'Amarilli in cima allo zampillo, le fughe ridenti nella scala di marmo carnicino, per sentire di nuovo stillare verso me il dolore e la morte come le gocciole che gemono dalla parete d'una caverna tenebrosa.