Chapter 8

Vi sono sentimenti di non so che virtù plastica, i quali sembrano quasi rimaneggiare la materia umana e rifoggiarla in un aspetto momentaneo.

Vi sono sentimenti di non so che virtù plastica, i quali sembrano quasi rimaneggiare la materia umana e rifoggiarla in un aspetto momentaneo.

Quando scendemmo verso il cancello, non ancora abbandonati dalla potenza musicale, mi parve che facessimo un essere solo, più grande di noi due, pieno di un'anima primitiva, e che quell'essere fantastico vacillasse da un lato, zoppicasse da una banda. Non fu se non un attimo, inesprimibile, che si dileguò nell'immensità della primavera,s'involò di là dai confini del mondo. Se la donna avesse posseduto una visione magica, avrebbe veduto avanzarsi verso di lei quella forma ineguale dell'Amore, simile a una chimera labile. Ma a ogni passo noi ci separavamo più nettamente. Sentivo la commozione del mio compagno salire in confuso a traverso la sua ebrezza fumida, a traverso i veleni del suo sangue, gli ingombri de' suoi mali. Sentivo la mia spandersi come un succo vigoroso per la leggerezza del mio corpo quasi digiuno, aumentarsi ad ogni passo come se il contatto del tallone sul suolo m'arricchisse del fervore terrestre.

Ella era rimasta nella carrozza, davanti il cancello. Quando ci vide vicini, balzò a terra, con un movimento che suscitò in me onde innumerevoli,quali nell'acqua del Bacino talora il salto di certi pesci dorati e arcuati come la giovine luna.

Non portava più le pastoie. Quella inflessione della sua grazia, che avevo già notata dalla cintola in giù a imagine di Leda in atto di accogliere il cigno, pareva favorita dalla gonna drappeggiata e quasi arrotolata in avanti su le due gambe con una maniera che mi faceva pensare ai petali ravvolti di quei grandi giaggiuoli foschi detti gigli di Susa. Ogni piega e l'ombra dentro la piega e il chiaro su la falda e la docilità del tessuto e il disegno ricorrente erano modi della sua fresca vita, che mi toccavano come la linea del suo mento tirata dalla divina giovinezza. La ricevevo in me, semplice e numerosa, in quellaguisa che la massa dell'aria ci preme intiera e nel tempo medesimo penetra ciascuno dei nostri pori. Tutto in lei m'era noto e tutto m'era ignoto, per l'attimo e per sempre. Ed ella certo lesse questa novità ammirabile nei miei occhi.

«Ancóra! Ancóra!» Uno spirito ripeteva in me la parola di chi non è mai sazio e di chi sa che dopo una cosa bella v'è una cosa più bella.

Cose visibili ed invisibili sopraggiungevano nella luce, come tratte da una corrente, con quell'aflluire precipitevole che vediamo presso le cateratte.

Il parco era trasmutato in una cuna di calore, per uno di quegli affocamenti improvvisi che nella Landa sembrano l'inganno della Morgana occidentale intenta a simularel'alito estivo. L'oro solare e il pòlline arboreo mescolavano al palpito del vento una medesima polvere. I pini avevano alla punta di ciascun ago una gocciola d'azzurro.

Parlavamo. Ciascuno di noi tre aveva l'aria d'ascoltare l'altro e di rispondergli. Ma era come quando in sogno vediamo muovere le labbra dei vivi o dei morti e non udiamo il suono. Si formava un vortice silenzioso con la sostanza fluida di due vite; e la terza vita era simile a uno di quei rottami che sono attratti, aggirati e poi respinti. Tutto era nascosto e tutto era palese, tutto accadeva alla radice dell'anima e all'estremità dei nervi, somigliava all'iniziazione e somigliava alla perdizione. E certo uno di noi era perduto, e forse due erano perduti, eforse tre, come nella canzone greca di Caronte.

— Che fai?

Non rattenni il grido, ma potei smorzarlo, davanti al gesto dell'istinto; che egli s'era aggrappato al braccio della donna, quasi fuor di sé, supplichevole e pauroso. E nulla fu più triste del modo ond'egli riescendo a dominarsi tentò di dare a quell'atto involontario l'aspetto d'una familiarità innocente.

Ella arrossì, poi si scostò, e si mise a correre verso il canile; dove già i giovani cani tumultuavano. Entrammo insieme, come nella schiuma d'un'ondata che si rompe. L'altro non osò, temendo l'urto; restò di fuori, contro le sbarre.

— Leda! Leda e i cigni!

L'antico ritmo della Metamorfosi circola tuttavia nel mondo.

Ella pareva ripresa e rifoggiata nella giovinezza della natura, abitata da una sorgente che pullulasse contro il cristallo de' suoi occhi. Ella era la sua sorgente, il suo fiume e la sua riva, l'ombra del platano, il tremolìo della canna, il velluto del musco. I grandi uccelli senz'ali l'assalivano; e certo, quando ella tendeva la mano verso alcuno e lo prendeva pel collo piumoso, ella ripeteva esattamente il gesto della figliuola di Testio.

— Leda e i cigni!

S'era addossata a un tronco, per resistere all'assalto; e, quando io tentavo di scacciare con la frusta e con la voce le bestie folli, ella mi gridava:

— Lasciate! Lasciate!

Era una muta di levrieri barzoi natami nel mese d'agosto dallacandida Thamar; ma l'imagine divina della schiuma pareva legata alla loro nascita come il soprannome ellenico di Venere. Essi venivano in corsa al richiamo come il flutto viene al frangente; e dirò che ogni volta mi stupivo di non udire lo scroscio ai miei piedi? Certo, erano fatti di materie preziosissime; e nessuna conchiglia era delicata come quelle bocche nel passaggio del roseo delle gengive al bianco dei denti. Taluni nei chiari occhi variegati avevano tutte le ramificazioni della flora marina come raccolte in una gocciola incorruttibile.

— Lasciate!

Dritti su le zampe cercavano di leccarle il viso e il collo, smaniosi di carezze; ma uno più degli altri, abbagliante sebbene sparso di qualchemacchia leggera come l'ombra del fumo, uno più degli altri la incalzava e premeva.

— Oh! questo! — ella disse con un accento d'amore eleggendolo.

Riescìi ad allontanare gli altri e a lasciarle quel solo.

O imaginazione, onnipotenza del desiderio, pupilla della poesia!

Il cuore mi si empiva di una voluttà sconosciuta. Addossata al tronco, ella aveva contro di sé l'animale palpitante; e gli parlava con quelle parole che la dolcezza scioglie in suoni vani. Il lungo muso le era contro la gota; e la bocca ferina e l'umana avevano la medesima freschezza giovenile. Le dita nude s'insinuavano nel bel manto come nella piuma molle che è sotto l'ala.

Vi sono sguardi che incontrandosi celebrano un mistero in un battito di cigli. Ve ne sono altri, o gli stessi, che si scambiano tal dono ond'è menomato il pregio di tutto il resto.

La paglia di pino secca strideva sotto i passi di noi tre, mentre tornavamo verso il cancello senza parlare. I fusti da una banda splendevano come corazzati di rame, dall'altra nereggiavano come spalmati di pegola. I margini erano gialli di farina selvaggia. Concilii di bruchi stavano raccolti sotto una specie di canavaccio che poteva somigliare tanto a una spoglia di serpe quanto alle cellette d'un favo votato e disseccato. Rabbrividii udendo all'improvviso presso ilmio orecchio quella specie di tintinno sinistro che, nella notte lontana, m'aveva evocata la figura del pastore taciturno intento a oprare la sua maglia interminabile. Era la brezza del vespro nelle lunghe foglie fatte a ferro di lancia.

— Addio, dunque — disse il mio amico, presso lo sportello.

— Partirai veramente domattina?

— Partirò.

— Forse mi troverò alla partenza del treno, per salutare tua madre.

Gli si torse la bocca come a un rigurgito d'amarezza. Salì con pena, si sedette accanto alla donna del mito.

Pareva ch'ella non conoscesse più né me né lui. Ora, tra gli orli delle palpebre induriti e netti, avevadi quelli occhi che ci lasciano perplessi e disperati come davanti a una muraglia liscia di roccia senza varco e senza presa. Lo stesso bagliore obliquo, che mutava in piastra rossa la scaglia dei tronchi, le infiammò su la tempia il metallo dei capelli.

— Addio — disse ancóra il mio amico, levando la mano che aveva tratto dalla tastiera la lamentazione notturna.

«Non t'ama, non t'ama.»

Le ruote si mossero nel rombo, solcarono profondamente la via sabbiosa lasciando tra l'uno e l'altro solco qualcosa di quel fascino che la mia lanterna posta in terra aveva rischiarato nella notte lontana.

Il rombo sì attenuò, si perse. Rimasi in ascolto tuttavia. Non udivopiù se non i colpi del mio cuore ripercossi nella mia nuca. Un'ansietà simile a una vampa struggente dissolveva in me i pensieri, e mi ricacciava in bocca quel gusto di sangue e di cenere che avevo masticato sul cammino interrotto da quella mano sudicia colante e brancolante in cerca della cosa perduta.

Tornai verso il canile, come si torna verso il luogo dove si compì un miracolo di vita o d'arte, per rinnovare le domande che restano senza risposta.

I lunghi musi umidi sporgevano di tra le sbarre, e gli occhi scuriti dalla sera guatavano come quelli dei cigni quando si passa lungo l'acqua d'un giardino già invaso dall'ombra e dal sonno.

Entrai; parlai, con quelle vocigutturali che i cani comprendono. Tutti m'erano intorno, imitando su le quattro zampe la cresta del flutto quando forma la voluta o impennandosi come le capre che danzano in memoria dei satiri. Un solo in disparte s'abbandonava a una folle allegrezza, come i cuccioli quando trovano un osso, gettando in aria e riprendendo fra i denti qualcosa che non potevo distinguere. Era appunto il favorito di Leda.

Lo chiamai più volte. Egli cessava di giocare, mi guardava con diffidenza furbesca, esitava per qualche attimo, più sinuoso di un'onda in un disegno giapponese; poi si riallontanava saltabeccando e scambiettando sugli aghi di pino. Un richiamo più severo lo consigliò all'obbedienza. S'accostò gatton gattoni, quasi strisciando, con una graziadisperata; fece gli ultimi passi tutto chino sopra un fianco; poi si rovesciò sul dosso, ai miei piedi, come per svenirsi o per esalare l'ultimo fiato. Ma teneva tuttavia la cosa fra i denti con una forza accorta che la serrava senza romperla.

— Che hai? che hai? Lascia vedere.

Annaspava con le zampe in segno di supplicazione. Per forzarlo a lentare, gli misi le dita nella commessura delle mascelle. Così gli tolsi la presa; era un pettine di tartaruga bionda, un piccolo pettine caduto dai capelli di Leda!

Lo sentivo umidiccio di bava. Lo sentivo vivere d'una vita segreta nella mia palma soppesandolo. Non pesava più di una stella marina. Il cane era ancóra là disteso,come aspettando il perdono d'un fallo; e tra le frange socchiuse delle lunghe labbra i denti gli splendevano evocando in me «i carati della perfezione».

Non avevo se non un pensiero tormentoso, generato da un'angoscia oscura: tentare di rivederla prima di notte. Il pettine smarrito era un pretesto plausibile. Forse ella era rientrata a casa sua, dopo aver ricondotto l'amico. Pensavo tremando: «Se la trovassi sola! Se potessi parlarle!» Ogni indugio mi pareva favorire non so che potenza nemica e respingere la mia fortuna. L'ansia non può respirare se non nella rapidità.

Saltai su una bicicletta e presi la via, di corsa. Alla prima erta dura non ebbi alcuna pena. Uno strano vigore m'era venuto in tuttii muscoli, e il vento della sera entrava nel mio petto come in un fogliame nuovo. Traversai il Quartiere d'inverno, la città dei malati. Travidi qualche lampada accesa dietro qualche vetro. Mi parve d'indovinare, a destra, prima d'una svolta, la veste argentina del melo rifiorito. La campana sonò su la Cappella. In fondo a un viale arborato, dietro un alto Crocifisso, luccicò il Bacino.

Sapevo che la casa era in vicinanza dello sbarcatoio: la quarta, a sinistra. Per trovarla camminai a piedi, piano, mancandomi l'ardire. L'ombra era in tutte le finestre. Passai lungo il muro del giardino, dove le foglie lisce degli arbusti lustravano tuttora. Le vetrate del vestibolo erano aperte: si vedeva in fondo un balcone ancheaperto sul cielo pallido; e la brezza gonfiava le cortine, alitava sotto la volta. La casa pareva deserta. La risacca vi risonava come contro una banchina. «Forse è là, seduta nell'ombra. Ora mi riconosce, si alza e getta un grido.»

Attesi immobile, nella corrente d'aria che mi rapiva in faville la vita. Ora ella non era più davanti a me; era dietro di me, come un blocco di gelo.

Al suono d'un passo mi volsi. Qualcuno entrava dal giardino. Non so che ribrezzo istintivo e il luccichio delle lenti spesse m'avvertirono che l'uomo dal capo a piramide tronca sopraggiungeva.

— Chi è là? — domandò, con una voce secca e penetrante che fendette il romorio della marea.

Mi nominai; spiegai con pocheparole la mia presenza; gli porsi il pettine avvolto perché lo restituisse a chi l'aveva smarrito.

— Non è tornata ancóra — disse.

E, con una cortesia precisa e gelida, mi propose d'aspettarla.

Le mie pupille abituate all'ombra vedevano la testa fissa del pitone come nella incoerenza d'un sogno quando senza sospetto s'entra nella stanza e a un tratto si scopre nell'angolo il rettile enorme, fuggito dal serraglio, che guata eretto sul mucchio delle sue spire all'altezza dell'uomo.

— Grazie — risposi, non potendo dominare quello strano terrore. — Bisogna che vada.

Uscìi; ripresi la corsa; giunsi fino all'estremità del viale marino, sperando d'incontrarla. Risalìi verso le dune. Rientrai; ritrovai tra imiei libri e i miei calchi l'odore del tabacco oppiato; rividi la tastiera scoperta e l'ombra dell'Immortale su l'avorio ammutolito.

Vissi parte della notte come uno che sa di non più possedersi intero. Stetti in ascolto per cogliere un grido che non giungeva ancóra al mio orecchio ma toccava già la mia anima.


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