Stanza 19.
e le stimate fece colle mani, giunta a Marfisa…
Modo usato da Luigi Pulci nel suo poema delMorgante, forse tratto dall'attitudine in cui è dipinto san Francesco dalle stimate, con le braccia e le mani aperte in atto di preghiera.
Stanza 30.
Facendo il sordo o albanese messere…
«Far albanese messere» è proverbio toscano antico, e vale finger di non capire.
Stanza 38.
Di Marco e di Matteo nelle riforme scopre il bel, vede il buono, è a me conforme.
Altro scherzo derisorio satirico sugl'infiniti volumi posti alle stampe dal Goldoni e dal Chiari, tenuti da Marfisa per classici ed eccellenti.
Stanza 44.
suo padre di Martan fu servitore…
Martano è dipinto, nell'Orlando furiosodi Lodovico Ariosto, codardo, traditore ed esecrabile.
Stanza 57.
—Corpo di Bacco!—giura in ogni lato— del primo mio romanzo nella storia vo' metter la persona del marchese in vista da far ridere il paese.
Il «corpo di Bacco!» era il giuramento favorito del Chiari. Tal giuramento si legge con frequenza ne' suoi romanzi e nelle sue commedie.
Il Chiari, se aveva collera con alcuno, si svelenava ne' suoi romanzi, mettendo in quelli i suoi avversi in un aspetto ridicolo e abborribile, a misura del di lui cruccio e con una trivialitá plebea, sfogando persino la sua bile a farli perire per le mani d'un carnefice. Dalla ottava 57 fino alla 63 è derisoria censura delle opere del Chiari e del Goldoni e sulle replicate edizioni di quelle.
Stanza 63.
che sembrava un'idea del Masgumieri…
Il Masgumieri fu noto ciarlatano, venditor di balsami e taccomacchi inVenezia.
Stanza 64.
Un altro scrittorel di simil forma, il qual delleStagionfacea poemi…,
Certo conte Orazio Arrighi Landini, che in quel tempo scriveva e stampava poemetti sulleStagioni dell'annoed altre poesie, dedicando le operette sue indistintamente a soggetti da' quali sperava qualche sovvenimento. Egli passava in Venezia per buon poeta alla sprovveduta. Questo signore, niente censurabile sull'ottimo carattere e costume, era però infelice poeta. Un piccolo tratto di gioviale ironia poetica, sopra a' suoi scritti e sopra gli accidenti della sua vita, dello scrittore dellaMarfisa, lo fece entrare in furore e nel desiderio di vendicarsi con qualche scrittura, che fu ignuda affatto di merito, e di maniere incivili, le quali non fecero che far ridere l'autore dellaMarfisa. Le ottave 64-67 contengono un cenno di questo fatto.
Stanza 68.
Gl'impostori scrittor d'allora in caldo appiccorno question co' buon scrittori.
Sino all'ottava 73 è storia veridica e satirica sopra al Chiari e il Goldoni, iracondi con gli accademici detti granelleschi, ch'esistevano in Venezia, gran difensori della puritá del nostro idioma e della buona poesia.
Stanza 3.
par loro avere in sul capo il mantello…
I birri, che pigliano qualche delinquente in Venezia per condurlo in prigione, gli mettono in sul capo un tabarro per coprirlo alla vista del popolo. I soli ladri sono via condotti, da' birri, scoperti.
Stanza 4.
ma come, verbigrazia, quel di Praia…
A Praia, nel territorio padovano, v'è un ricchissimo convento di monaci cassinensi.
Stanza 37.
Correa pel monastero una pazzia: che si tenea per moral lavorio l'opre e i romanzi del poeta Marco, ed ogni tavolin n'era giá carco.
Le universali letture erano allora le opere del Chiari e del Goldoni.Dalla ottava 37 all'ottava 46 è censura derisoria de' romanzi delChiari.
Stanza 71.
… Grazie a Salomone ed a Rutilio, in altro sono dotto… Servo mille persone del paese con la miaFiorentinaeBolognese.
Rutilio Benincasa fu astronomo, e l'opere sue sono molto studiate e considerate da' giuocatori al lotto. LaFiorentinae laBolognesesono di que' molti libriccini di cabale numeriche, che si vendono agl'infiniti creduli giuocatori del lotto. Quanto agli anacronismi dell'ottava 71, si è detto che l'autore dellaMarfisavolle usarli a suo talento per render chiara la sua allegorica intenzione, senza curarsi delle stitiche censure in tal proposito.
Stanza 8.
e dice:—Eccovi alfin quel del formaggio…
Proverbio comune in Venezia. «Trovar quel del formaggio» vale abbattersi a chi sa castigare.
Stanza 9.
ne sa quanto un Macope ad una cura…
Macope fu celebre professore di medicina nella universitá di Padova.
Stanza 79.
No, che non v'è ne' romanzi del Chiari sorpresa a quella di Marfisa eguale…
L'abate Chiari nelle sue commedie e nei suoi romanzi studiava e procurava sempre di sbalordire gli spettatori e i lettori colle sorprese maravigliose e gli accidenti impossibili.
Stanza 102.
Certi Macmud dipingono prudenti, molto teneri in cor, molto pietosi, certi bey, filosofi saccenti, moralisti, divoti e generosi; e per converso cristian malviventi, marchesi ladri e conti pidocchiosi…
Son prese di mira le commedie del Goldoni, e particolarmente lePersianee le altre commedie turche, che correano in quel tempo ne' teatri di Venezia.
Stanza 108.
perocché certo e' le sapeva tutte e aggiunge alle dottrine di Margutte.
Margutte è il personaggio d'un ateo, ladro, ghiottone e colmo di tutti i vizi, dipinto anche con troppa vivacitá e imprudenza, ma felicemente e comicamente, da Luigi Pulci nel suo poema delMorgante.
Stanza 5.
Solo i Marchi e i Mattei da San Michele hanno alcune cagion d'irritamento…
L'ottava contiene una ingenua e cordiale veritá, non essendo l'autore dellaMarfisa(sempre risibile e scherzevole) stato avverso al Chiari ed al Goldoni che per uno zelo letterario d'opinione, in accordo co' suoi soci accademici detti granelleschi, e per la sovversione che facevano gli scritti di quelle due persone, sviando la gioventú dallo studio della nostra lingua legittima litterale, dalla eloquenza, dalla varietá dello stile e dalla colta poesia italiana ne' differenti generi.
Stanza 23.
con que' meschin cinque ducati al mese…
Gli ufficiali militari dell'armata veneta, che venivano riformati dopo il loro servizio, restavano con la sola paga mensuale di venti soldi al giorno.
Stanza 32.
Dal suo procurator corre volando. Ecco un messo togato viene ansante, che intima una gran pena al conte Orlando e nel casotto sequestra il gigante…
Dalla ottava 32 a tutta la ottava 35 l'autore dellaMarfisadá un'idea al lettore de' raggiri interminabili usati da' causidici del fòro veneto.
Stanza 49.
da que' che balzan giú da' campanili…
I suicidii erano divenuti frequenti in Venezia. Parecchi disperati avevano scelta la morte volontaria con lo scagliarsi dall'enorme altezza del campanile di San Marco, e morivano stritolati e stracciati.
Stanza 56.
a' mascalzoni affamati e assetati…
A Venezia vivono molti viziosi scioperati della plebaglia vendendo relazioni a stampa, vere, inventate o false, bandi e notizie di rei giustiziati, gridando con voci fastidiose e correndo per tutta la cittá, anche prima che l'infelice condannato abbia subita la sentenza, per trarne sollecitamente danari da spendere alla taverna.
Stanza 67.
la favola di Mida e del barbiere…
La favola di Mida, re di Frigia—che aveva le orecchie d'asino e le teneva occulte per vergogna, e del barbiere che lo tondeva e che, pena la vita, non doveva palesare il secreto; il quale si sfogò palesandolo in un buco della terra, dal quale buco spuntarono canne, che percosse dal vento suonavano: «Mida ha l'orecchie d'asino», palesando cosí la sciagura di Mida,—è favola nota.
Stanza 89.
Si leggea nel lunario da Bassano…
Altro anacronismo dell'arbitrio dell'autore dellaMarfisa. Moltissimi lunari degli anni successivi, che si vendono in Venezia, giungono dalle stamperie di Bassano o di Trevigi.
Stanza 114.
Non eran di Parigi i bei talenti…
Sotto il nome di Parigi e di Francia s'interpreti sempre Venezia allegoricamente.
Stanza 116.
Marco e Matteo non eran piú scrittori, ché di seccar le coglie erano rei…
Le opere teatrali del Chiari erano rifiutate da' comici, perché non facevano piú alcun effetto in iscena, ed egli s'era ritirato a Brescia. Il Goldoni era passato a Parigi a cercar quella fortuna che in Venezia s'era per lui raffreddata.
Stanza 145.
Ecco i ministri ch'alzano il sipario, e son piú di duemila giunti in scena…
I ministri della repubblica di Venezia stipendiati e con la cieca facoltá di poter lucrare quegl'incerti, ch'essi sapevano procurarsi e far certi, erano un numero infinito.
Una parte della storia dellaMarfisaè data dal G. stesso, un po' nella prefazione, un po' nelleAnnotazioni. Sicché possiamo risparmiarci di rifarla per intero, bastando riprenderla dal punto in cui l'autore l'ha lasciata.
Scritti dunque i primi dieci canti nel 1761, e gli ultimi due, nonché dedica e prefazione, sette anni dopo (cioè nel 1768), il G. tenne chiuso per altri quattro anni il ms. nel suo cassetto, prima di darlo alla luce. Infatti soltanto nel 1772, con la falsa data di Firenze (ma con l'aggiunta: «E si vende da Paolo Colombani in Venezia, all'insegna della pace»), venne pubblicata per la prima e sola volta:La Marfisa bizzarra, poema faceto, nelle opere del conteCARLO GOZZItomo VII. È un volume in-16 di 398 pagine, oltre una pagina innumerata diErrata-corrige, nella quale, a dir vero, non è elencata neppure la metá dei molti errori di stampa ond'è deturpata la non bella edizione.
Del lavoro il G. non restò troppo soddisfatto: gli pareva, a suo dire, macchiato «di sbagli ed errori, i quali accrescono bruttura alla naturale bruttura del poema»[1]. Perciò, a libro finito, e, come pare, dopo il 1797[2], vi tornò su, e ne apparecchiò una seconda edizione, tempestando di correzioni i margini d'un esemplare stampato, intercalando alcune giunte e portando alle proporzioni di vere e proprieAnnotazionile poche e brevi note sparse qua e lá nell'edizione Colombani.
Questa nuova edizione avrebbe dovuto esser costituita, secondo il desiderio dell'autore, da due piccoli volumi[3], e recare il titolo:La Marfisa bizzarra, poema faceto del conteCARLO GOZZIveneziano, cogli argomenti del medesimo autore. Seconda edizione, ricorretta, emendata e accresciuta, giuntevi alcune annotazioni al fine d'ogni canto.
Senonché la desiderata ristampa, per ragioni a noi ignote, non poté mai aver luogo, vivente il G. Dopo la sua morte (1806), l'esemplare da lui postillato, venuto in ereditá al nipote Carlo (figlio di Gasparo), fu da quest'ultimo dato temporaneamente in prestito al segretario Gradenigo, che s'affrettava a ricopiare giunte e correzioni su d'un altro esemplare, alla fine del quale annotava: «1806, 14 luglio. Ho io sottoscritto terminato di copiare le aggiunte e le correzioni fatte dal chiaro autore sull'originale che potei avere scritto dal di lui carattere. GRADENIGO». Quasi nel medesimo tempo (1809) Angelo Dalmistro, grande ammiratore del Gozzi, s'accingeva a curar lui la nuova edizione dellaMarfisa. Ottenne in prestito l'apografo Gradenigo, lo apparecchiò per la stampa, aggiungendovi di sua mano altre correzioni, trovò anche lo stampatore: non restava altro (cosa che a lui sembrava facile) che il giá ricordato erede del Gozzi accordasse il necessario consenso. «O il nipote dell'autore—scriveva da Montebellun, il 5 febbraio 1809, per l'appunto al Gradenigo—la fa stampare egli, o facciola stampare io: in ogni maniera io ne sarò contento, purché un sí ricco dono si faccia all'Italia, che da qualche anno l'aspetta». Ma, o che il consenso non fosse stato dato o quale altra sia stata la ragione, la ristampa, disegnata dal Dalmistro con tanta fermezza di propositi, andò in fumo. Chi ci perdette piú di tutti, fu il povero Gradenigo. È vero che il Dalmistro gli aveva promesso, nella lettera avanti citata, che «l'esemplare postillato, anzi corredato di giunte, daluifavorito, sarebbe stato tenuto sotto la piú stretta custodia diurna e notturna». Senonché codesta custodia fu cosí ferocemente gelosa o (che può anche darsi) cosí sciaguratamente trascurata, che il prezioso libro, invece di ritornare nelle mani del legittimo proprietario o del figlio di lui, il nobile Vittore Gradenigo (che della non avvenuta restituzione si lagnava col Cicogna), passò non si sa né come né quando (forse prima, forse dopo la morte del Dalmistro), in quelle di Bartolomeo Gamba. Dal Gamba a sua volta lo ebbe in prestito nel 1840 Emanuele Cicogna, il quale ricopiò correzioni e giunte su di un terzo esemplare, che, giunto fino a noi, si conserva nel Museo civico e Correr di Venezia (Libri postillati, II 17).
Un solo punto oscuro resta in questa narrazione, che abbiamo riassunta da un proemio aggiunto dal medesimo Cicogna all'esemplare sopra menzionato.
Il Cicogna annota: «Oggi, primo giugno 1856, ho veduto presso il signor conte Carlo Gozzi, figlio di Gaspare,quondamAlmorò [ossia presso il nipote dell'ultimo dei fratelli del Nostro] l'originale, stampa e manoscritto dellaMarfisa, ch'io e Tessier credevamo perduto, ma che fu sempre gelosamente conservato nella famiglia di Carlo, ed oggi è appunto nelle mani del consigliere Carlo Gozzi con altri autografi del chiarissimo autore». Ora, ebbe il Cicogna l'idea e l'agio di collazionare la copia, da lui estratta dall'apografo Gradenigo, sull'autografo gozziano? Nessun documento abbiamo rinvenuto che ci permetta di dare, a codesto interrogativo, una risposta affermativa o negativa. C'è quindi solamente da augurarsi (e anche da supporre, data l'accuratezza e la scrupolositá ben note del Cicogna) che le cose sieno andate nel modo criticamente piú desiderabile; in guisa che perfetto equipollente dell'autografo gozziano sia riuscita la copia del Cicogna, che, in mancanza di meglio, abbiamo dovuto prendere a fondamento della presente edizione.
Confrontata con l'edizione Colombani, essa, oltre molte varianti formali, che non è il caso d'enumerare, presenta le seguenti aggiunte:
a) Canto I—ottave 51-2, 66-7, 72-8. b) Canto V—ottave 84-100. e) Canto XII—ottave 118-32, 139. d) Tutta l'appendice[4].
Inoltre quelle che nell'edizione Colombani, per un assai palese errore d'impaginazione, erano le ottave 12-5 del canto quinto, presero nell'esemplare postillato il posto che loro toccava logicamente, il posto cioè delle ottave 8-11; e cosí all'inverso.
Non ci pare necessario di fare troppe parole sui criteri, comuni a tutti i volumi degliScrittori d'Italia, seguiti in questa ristampa. Basta avvertire che, oltre alla correzione di qualche svista tipografica sfuggita al medesimo G., abbiamo rettificato anche alcuni evidenti errori di distrazione, se non, anche essi, meramente tipografici, che guastavano la struttura del verso (p. es., «avea» e simili per «aveva», e all'inverso; «lor» e simili per «loro», e all'inverso, ecc. ecc.).—E neppure mette conto di estenderci in particolari bibliografici. Purtroppo laMarfisa, non ostante i suoi innegabili pregi di vivezza e freschezza, che ne costituiscono uno dei migliori poemi eroicomici della letteratura italiana (tale anzi da esser collocata assai piú in alto di lavori congeneri, i quali godono da secoli reputazione troppo superiore ai propri meriti), non ha allettato finora nessuno studioso a farla oggetto d'uno studio critico. Bisogna dunque contentarsi dei magri accenni che si trovano in lavori d'indole generale intorno al G., giá catalogati quasi tutti in bibliografie speciali, ricordate dal Prezzolini nellaNotaalla sua edizione delleMemorie inutili.
Nostro dovere imprescindibile è invece quello di manifestare tutta la nostra gratitudine al dr. Ricciotti Bratti del Museo civico e Correr di Venezia, il quale, assumendosi cortesemente per noi la parte piú delicata e ingrata del lavoro, ossia compiendo lo spoglio delle giunte e varianti dell'apografo Cicogna, ci ha permesso di riprodurre la forma definitiva voluta dal G., o almeno quella che, giusta i documenti che si posseggono, deve essere ritenuta tale.
[1] Gamba, inBiografie degli italiani illustridel DE TIPALDO, III (Venezia, 1836), 339 n.
[2] «Osservo che le giunte e annotazioni del G. devono essere state da lui fatte dopo il 1797, cioè dopo la caduta della repubblica, se non tutte almeno in parte, giacché nella annotazione alla stanza 46 del canto quinto si parla del bucintoro come cosa ch'era ricchissima». Cosí ilCicogna, nel suo proemio piú appresso citato.
[3] Quest'esemplare preparato per la stampa era «diviso in due tometti, legati in rustico, con carte frammezzate… Il primo tometto aveva pagine 226 tra stampa e ms., il secondo… pur pagine 226…; senonché per errore era scritto 126» (Cicogna, loc. cit.).
[4] Una parte di questa, e cioè leAnnotazioni, fu giá pubblicata da G. B. MAGRINI, a pp. 275-98 deI tempi, la vita e gli scritti di C. G., aggiuntevi le sue annotazioni inedite della Marfisa bizzarra(Napoli, D'Angelilli, 1887). Il resto (e cosí de pari le ottave aggiunte) comparisce nella nostra edizione per la prima volta.
A Sua Eccellenza la signora Caterina Dolfinocavaliera e procuratoressa Tron, Carlo Gozzi pag. 3
Prefazione scritta tra 'l dubbio che sianecessaria e 'l dubbio che sia inconcludente » 7
Canto primo » 13
» secondo » 35
» terzo » 57
» quarto » 77
» quinto » 99
» sesto » 133
» settimo » 159
» ottavo » 183
» nono » 205
» decimo » 225
» undecimo » 247
» duodecimo ed ultimo » 281
Appendice
I—Lo scrittore dellaMarfisaa' suoi lettori umanissimi » 323
II—Annotazioni
Avvertimento » 329
Annotazioni al canto primo » ivi
» » secondo » 332
» » terzo » 333
» » quarto » 334
» » quinto » 336
» » sesto » 338
» » settimo » 339
» » ottavo » 340
» » nono » 341
» » decimo » 342
» » undecimo » 343
» » duodecimo ed ultimo » 344