CANTO TERZO

44

Ma in mezzo una brigata d'ignoranti, che ne trovava a sua soddisfazione, metteva nelle ceste tutti quanti, ma n'usciva con gran riputazione. Era solo in famiglia, e poco inanti il padre suo, chiamato Guglielmone, se n'era morto ed ito non so dove, e lasciatolo ricco a tutte prove.

45

Fra l'altre cose, per parer uom grande faceva pompa d'esser miscredente, scherzando sul digiun, sulle vivande ed altre cose impertinentemente. Ma poi tremava da tutte le bande a un po' di febbre, e allor divotamente chiamava sant'Antonio e san Bastiano e gli pregava umíle a farlo sano.

46

Era costui vizioso in generale, e sendo il lusso alla moda e lo spendere, poiché allo scrigno fece metter l'ale, incominciò le possessioni a vendere; e si ridusse in breve a caso tale che nessun era che il sapesse intendere: e alfin si diede a prendere a credenza, che in ciò buona compagna ha l'eloquenza.

47

A chi per caso gli dava un saluto, tosto chiedeva sei zecchini d'oro: per la restituzion, fosse vissuto quanto Nestorre, era vano il lavoro. Non c'era uom che l'avesse conosciuto, che non dovesse aver da Filinoro; e sempre par che furberie ritrovi per accoccarla e far debiti nuovi.

48

Quando avea fatti debiti in cittade, pe' quali ad ogni passo avea la stretta, diceva a tutti:—Io vo a vender le biade;— e se n'andava in una sua villetta a infinocchiare i villan per le strade con affittanze a buon mercato in fretta, e beccava le rate anticipate di ben venduti prima sei giornate.

49

Poscia con un borsotto di ducati alla cittá ritornava di nuovo, ed i piú sciocchi creditor pagati, dicea:—Cosí l'operar mio vi provo.— Ma non eran tre giorni ancor passati, che due pulcin schizzavan da quest'uovo; e quivi doppio il debito piantava, poi nella faccia piú non gli guardava.

50

Se avviluppar sapeva le ragioni, quando nel fòro alcun lo fa citare, ed interdire, e far le sospensioni al messo che gli andava a pignorare, e predicare i creditor bricconi, ladri, usurai, non è da dimandare. E dir che conosceva il suo dovere e l'onore, e giurar da cavaliere!

51

E benché mille truffe fatte avesse e disertati mille poveretti, nol concedeva, e parmi ch'ei dicesse che gli erano obbligati de' farsetti. E dicon gli scrittor che pretendesse un nobil nato non abbia difetti, e che a un uom d'arti inique e vizi pieno fosse la nobiltá contravveleno.

52

Donde intuonava quasi ogni momento la somma antichitá del suo casato. Credo e' dicesse discendea dal vento e d'aver sangue netto di bucato. Ma si ridusse alfin in sí gran stento, che piú in Guascogna non era guardato, e stava per morirsi dalla fame, e mal dormia, pisciando in un tegame.

53

Mi piacque un caso che di lui si legge. A un creditor, che gli era sempre a fianco, disse un dí:—Tu mi par di buona legge. Io mi vo' far di quel debito franco, s'io ne dovessi andare a pezzi e in schegge, perocché tu debb'esser molto stanco. Io deggio darti que' ducati mille, che sento al cor per altrettante spille.

54

Ho un capital che agli antenati miei costò tremila scudi e piú qualcosa. Io tel vo' dare, e immaginar ti déi che m'esce dalle viscere tal cosa. Sino a un grosso il dí piú chieder potrei d'investitura tanto preziosa. Danne mille in aggiunta al mio dovere, e l'istrumento cedo in tuo potere.—

55

Il creditor col dito il cielo tocca, e disse:—Io vo' veder l'investitura.— Filinor nelle mani gli raccocca in una pergamena una scrittura. Colui, leggendo pian, mena la bocca; vide ch'egli era d'una sepoltura un acquisto, che fecion gli antenati di Filinoro, in chiesa a certi frati.

56

Quel poveruom perdé la pazienza: come un castrato s'è messo a gridare. Filinor diede mano all'eloquenza, e seppe in modo tal ciaramellare, e lo rimise tanto in coscienza, e il fece cosí bene intabaccare, che gli trasse di scudi piú di cento, facendo la cession del monumento.

57

I danari in bagasce ed in bassetta, come s'usava allor, fecion le piume; e Filinor in men ch'io non l'ho detta rimase come prima in mendicume, e va facendo a' sozi di berretta ed a' parenti. Ma correa costume in quell'etá, che parenti ed amici non soccorrean di nulla gl'infelici.

58

Dappoich'egli ebbe con la sua bellezza a molte vecchie ricche e scostumate succiata con infamia la ricchezza, e piantate anche quelle disperate, non sapea dove appiccar piú cavezza. Molti dicevan ch'egli andasse frate: tutta Guascogna stava in attenzione che si fuggisse o n'andasse prigione.

59

Egli avea de' parenti di gran stima e in gran riputazion per la Guascogna. Questi:—Pagargli i debiti per prima —avevan tra lor detto—non bisogna; ma non convien la sbirraglia l'opprima, ché ne verrebbe a noi troppa vergogna.— E con uffizi e secreti e trattati teneano in soggezione i magistrati.

60

Tal che pioveva a Filinoro addosso de' creditor la rabbia e le parole. Il peso era venuto troppo grosso, Filinor sofferirlo piú non puole; donde una sera, dalla stizza mosso ed invasato:—Medicar si vuole —disse—co' miei specifici ed unguenti le direzion di questi buon parenti.—

61

E se n'andò secretamente al duca, narrò del parentado la malizia. —Fatemi por da' birri nella buca —disse,—perch'abbia effetto la giustizia: voi vederete, pria che il sol riluca, comparir genti e danari e dovizia, e fien pagati tutti i creditori, ed io da mille angosce uscirò fuori.—

62

Il duca fu per scoppiar dalle risa, udendo l'acutezza di colui; pur si trattenne, e vòlto in una guisa che parve uscito da que' luoghi bui: —Com'hai sí l'alma dal ben far divisa, prostituito nobile; e da cui avesti educazion sí infame e vile, cavalier da taverna e da porcile?—

63

Filinor non si scuote e non si move. —Il mio costume—rispose—l'appresi da' cavalier delle commedie nuove e da' conti di quelle e da' marchesi. Se furon disoneste le lor prove, pur applaudire a gran furore intesi le commedie, i caratteri e i poeti, c'han premiati i miei pari e fatti lieti.—

64

E tenta con gli scherzi il tristerello la serietá del duca di recidere, e va pur dietro a far del buffoncello perché palesi l'interno col ridere; e dice i fatti di questo e di quello, e che tal visse ben ch'era da uccidere; ma sopra tutto va rammemorando le commedie d'allor di quando in quando.

65

—Orsú—rispose il duca,—non è questa una commedia, e poeta io non sono. Andrai tra ferri non per la richiesta, ma perché castigarti oggi fie buono.— E poi, rivolto con molta tempesta ed una voce che parve d'un tuono, disse a' ministri:—Costui fate porre con le catene in fondo ad una torre.—

66

Filinor volentieri andò in quel fondo per liberarsi da' creditor suoi. Tosto la fama fece il ballo tondo: i creditor l'hanno staggito poi; ed i parenti pel rossor del mondo a male in corpo divenîro eroi, quetando i creditor con piegerie e con danari, e i piú con le bugie.

67

Ma sopra tutto il duca era l'acerbo, ché volea castigar quel malvivente, e rispondeva:—In carcere lo serbo: vo' dar esempio risolutamente.— Que' cavalier, che ognuno era superbo, scoppiavan per vergogna della gente, priegano e mandan preghi e dame e conti, e non c'è caso a far che il duca smonti.

68

Un dí fu detto loro in un'orecchia: —Volete voi che il duca si rimova? E' c'è una ballerina, volpe vecchia, che dispone del duca ad ogni prova. Ma per schizzare il mel da questa pecchia, oro bisogna in una borsa nuova.— Alfin s'ebbe la grazia con la borsa, quantunque alcun autor tal cosa inforsa.

69

Fatto sta che la borsa fu donata, ma non si dice il duca avesse parte. Il duca aveva i milion d'entrata, la ballerina sol languori ed arte. Sempre fu qualche lingua infradiciata che ne' racconti dal ver si diparte; ma permetteva il costume d'allora Filinor per la borsa uscisse fuora.

70

Vero è che il duca lo lasciò con patto, tempo sei giorni, di Guascogna uscisse. Filinor non è punto stupefatto, e sue bazzicature in punto misse, avendo da' parenti in su quel fatto poche monete con parecchie risse; e dispose d'andarsene a Parigi ad uccellar qualche incarco e luigi.

71

Era lungo il viaggio e i danar scarsi, e disegnava andarvi con gran treno. Un abito comincia apparecchiarsi, di frangie e gallon falsi tutto pieno. Aveva un cocchio di que' dal tempo arsi, ma per viaggio servia nondimeno. Il nodo stava in non aver cavalli; pur non si stanca e pensa comperalli.

72

In sul mercato da certi villani compri ha quattro cavai magri e vecchioni, e non gli furon mantenuti sani, perché avean tutte le maladizioni. Eran bolsi, rappresi e storpi e strani, andavan punzecchiati a saltelloni, guardavano le stelle con bel vezzo, con sospir si movean tutti d'un pezzo.

73

Parean venuti dal mar della rena, come vengon le mummie agli speziali; avevano in su' fianchi e in sulla schiena piaghe d'un palmo, e sulle gambe mali che non gli avrebbe guariti a gran pena Galieno od Ippocrate o que' tali, non che alcun maniscalco co' suoi bagni, setoni, empiastri o rimedi compagni.

74

Fatta la spesa de' quattro corsieri, la qual gli venne a star venti ducati, comincia a rassettar due gran forzieri, e sassi e legni dentro v'ha adattati, perché non comparissero leggeri. Sopra vi pose vestiti intarlati, sei camicie da poca meraviglia e in fine l'alber della sua famiglia.

75

Aveva preso uno staffier dappoco, credo che fosse idropico un facchino, ed un lacchè, che al correr valea poco, ma a bestemmiar nessun gli andò vicino. L'arme è il Vesuvio che getta gran foco, la qual gli pose sopra il berrettino. Ed inoltre avea preso un cavalcante ed un cocchiere gobbo assai galante.

76

Vestí que' servi a livree corredate di quell'argento ch'egli aveva indosso. Basta, le cose tutte apparecchiate non parean brutte, guardate allo ingrosso. Le visite che fece e le abbracciate, i complimenti e inchin dirvi non posso. Ad un, che andava nell'Indie dicea, ad un nel Cairo, ad un nella Guinea.

77

Perocché Filinoro era sí avvezzo a dir, quando parlava, la bugia, che della veritade avea ribrezzo, e dicendone alcuna si pentia. Solo ad un certo suo par da gran pezzo il suo disegno palesato avia, ed ottenute lettre di sua mano di raccomandazione al conte Gano.

78

Chi vide un burchio dalla riva sciolto gire a seconda per un'acqua cheta con due marinai soli, c'hanno tolto d'andare adagio con voga discreta; pensi che tale o dissimil non molto della carrozza da poca moneta fosse, e l'andar del nostro Filinoro, con quei rozzoni, i servi e il suo tesoro.

79

Urla mette il cocchiere e la scuriada sempre ha sul dosso alle bestie deformi. E il cavalcante non istava a bada; batte all'orecchie, gridando:—Oh! tu dormi?— E triema il caval sotto a terra cada, ed una gamba in rocchi gli trasformi. Appariva il lacchè de' piú gagliardi, correndo innanzi ad animai sí tardi.

80

Una testuggin, che il passo bilancia, avanza anch'essa e non perde il coraggio. Cosí va il cavalier verso la Francia, e gran pezzo avea fatto del viaggio; e pur chiedeva delle miglia, e ciancia dove passava in cittade o villaggio, e si fa grande, ed i servi rampogna. Ma dir tutto in due canti non bisogna.

Segue il viaggio Filinoro e prova accidenti moderni per la via. Soffre sventure, ciarla e ciò che giova adopra, ché non vuol malinconia. A Terigi con arte affatto nuova promessa sposa è la bizzarra mia; Gualtieri e Guottibuossi, cappellani, a questo matrimonio son mezzani.

1

Si dice:—Il mondo fu sempre il medesimo.— Io non mi voglio opporre a quel ch'è vero; credo però questo nostro millesimo assai peggior del tempo di san Piero, se ragioniamo quanto al cristianesimo e non prendiamo il mondo per l'intero. A grado a grado è andato peggiorando. Io dissi:—Credo:—a voi mi raccomando.

2

Certo è ch'io sento ad ogni passo dire: —Piú non si può durare in questo mondo,— e de' vecchioni saggi riferire: —Non era a' tempi nostri tanto immondo.— Se all'etá di Marfisa poté gire la fede e il buon costume tanto al fondo, che visse ottocent'anni dopo Cristo, pensiam quant'oggi egli debb'esser tristo.

3

E se cagion fûr l'ozio e gli scrittori del peggiorar de' costumi d'allora, pensando a' libri ch'oggi escono fuori e alla scioperatezza che s'adora, sento che freddi m'escono i sudori per il dolor che il sangue mi divora, e dico:—Oterqueequaterque beati— a que' che prima d'or son trapassati.

4

Quantunque io sia peccatorello indegno, peggior d'ogni altro e pieno di magagna, non mi stancherò mai d'usar l'ingegno per discoprir l'interno alla castagna; e vi porrò sotto agli occhi in disegno i cristian da cittade e da campagna che fûro al tempo del re Carlo Mano: voi gl'imitate, se vi sembra sano.

5

Fatta avea nota Filinor per quante ville e cittá passava in quel viaggio, e scritte sopra al foglio tutte quante le genti conosciute come saggio, sendo la cosa al mangiare importante ed al dormire, per aver vantaggio, ché, spesando ogni giorno la famiglia, avea danari da far poche miglia.

6

Non è da dir se le sapeva tutte e se all'entrar l'aiuta l'eloquenza. Alcune volte ha le bolgie condutte dove anche non aveva conoscenza, ma parentele in sul fatto ha costrutte ed amicizia inventa e confidenza; tanto che vi mangiava e vi dormiva, poi con gran baciamani si partiva.

7

Quando passava le barche sui fiumi, dove per i cavalli e per le ruote si paga e le persone, avea suoi lumi, e dicea d'esser del padron nipote. Poi sí grand'aria mostra ne' costumi, e franco è sí che lascia le man vuote al barcaiuolo, ed al partir:—Se mai t'occor mia protezion—dicea,—l'avrai.

8

Tuttoché Filinor studi ogni punto per il risparmio, alcuna volta a forza o per la pioggia o per il fango è giunto dove la sete co' danar s'ammorza; sicché della pecunia è quasi munto, e va gridando al cocchier:—Batti, isforza,— ché col viaggio il terzo gli mancava. Il cocchiere or rideva, or bestemmiava.

9

Perch'era come a batter delle botti che fosser vuote, a picchiar que' cavalli; sí rimbombavan né sentiano i bòtti, perocché in ogni parte aveano calli. Né pensar mai che nessun d'essi trotti; s'ivan di passo, era da ringrazialli. Sappi che alcuna volta si fermavano e come pietre il flagel sopportavano.

10

Un giorno, albergo a mano non trovando, dicea ch'era vigilia con digiuno ed altre maliziette va innestando. —Tiriamo innanzi—diceva a ciascuno. Il lacchè disse:—Io mi vi raccomando: voi non mi siete padrone opportuno;— e gambettando con gran leggiadria, con l'arme del Vesuvio fuggí via.

11

Poté ben Filinor gridare a gola: —Ritorna indietro, briccon, dove vai?— colui pe' fatti suoi via se ne vola, e non rispose e non si volse mai. Questa disgrazia poscia non fu sola; furon molte, lettor, come udirai. Non comincia fortuna mai per poco, quando si prende alcuno a scherzo, a giuoco.

12

Filinoro era omai senza un quattrino. Quindici miglia è lungi da Parigi: si vedeva e pareva quasi vicino un miglio il campanil di San Dionigi; ma e' cavai non potean piú far cammino, e non c'è tempo di scusa o litigi, ché bisognava o crepare o mangiare, donde fu forza a un'osteria l'andare.

13

E per far quell'avanzo della strada gagliardemente e giunger con fracasso, a' suoi rozzoni ogni momento biada e fieno e biada fa gettare a basso. Gridano i servi e non istanno a bada, fanno sudar quell'oste ch'era grasso, e la cucina è di faccende piena: Filinor sta in sul grave e pranza e cena.

14

Due giorni stette quindi a gran diletto: pensa con ciarle di pagar l'ostiere. I servi a quello avevan prima detto ch'egli era imbasciatore all'imperiere; donde tremava l'ostier poveretto, temendo di non dargli dispiacere, e va pur rovistando la credenza per boccon scelti, e dá dell'«Eccellenza».

15

La notte innanzi al partir sopravvenne una gran febbre allo staffier mal sano. Filinoro per questo non isvenne: dice all'ostier:—Tu mi sembri cristiano. Ho quel staffier che par giunto all'amenne: Dio sa se l'amo e se mi sembra strano ch'io per Parigi devo partir tosto, e devo lasciar quel cosí indisposto.

16

Anche un de' miei poledri è molto stracco, e non vorrei per la via qualche tresca. Penso lasciarlo, ed al mio legno attacco tre cavalli e men vado alla tedesca. Lo staffier t'accomando, e non a macco: fa' che il caval di stalla mai non esca. Per sicurtá dell'uomo e del cavallo, oste, io non pago il conto senza fallo.

17

Manderò poi fra quattro o cinque giorni a levare il cavallo ed il mio servo, ch'io prego Dio che in sanitá ritorni. Il mio dovere a quel punto riservo.— L'oste guardava quegli abiti adorni; per soggezion gli tremava ogni nervo: disse che avrebbe perduta la vita, prima che uscir dagli ordini due dita.

18

A cenni d'occhi e mani nobilmente e fiutando tabacco, Filinoro fe' i tre cavalli attaccar prestamente, e lascia il quarto che vale un tesoro. L'oste gli è intorno e gli bacia umilmente con la berretta in mano il gheron d'oro. Filinor parte e l'oste inchina il cocchio insin che può discoprirlo con l'occhio.

19

Or qui potria domandarmi il lettore che cosa avvenne poi del cavalcante. Di tre cavalli è il cocchier conduttore: dunque che fu di quell'altro brigante? Dico che il pose di dietro il signore al cocchio per staffier o vuoi per fante. Filinor nostro è d'intelletto raro, e in ogni caso ritrova il riparo.

20

Fu bella cosa quell'ostier sentire a comandare alla moglie e a' famigli, che si dovesse l'infermo ubbidire. Poscia alla stalla va a dare i consigli come si debba il caval custodire; ma nel guardarlo par si maravigli. —Questo—dicea—d'una rozza è il cadavero, e debbe aver mangiato del papavero.—

21

Perocché stava molto sonnolento, e gli occhi cispi aveva e rinfossati. —Disse il signor ch'è un poledro: io pavento ch'egli abbia almen quarant'anni passati,— diceva l'oste; e pigliandolo al mento, gli vide in bocca denti smisurati. Sente che in quel spettezzava e tossiva: l'oste gridava a' que' sternuti:—Viva!—

22

E tra sé disse:—Omè lasso, ho mal fatto;— e dubitava forte del suo danno. Lasciamo l'oste irato e stupefatto, che attenda sua ventura con affanno. Filinor era da lungi un buon tratto; e mentre galluzzava dell'inganno, una sciagura gli avvenne terribile: io so, lettor, che ti parrá impossibile.

23

Ma vo' che tu mi tenga in ciò che narro uomo informato e storico fedele, perch'io non vendo per frumento farro, lasche per trotte o le zucche per mele; ché temo sempre l'occhio del ramarro, o giungan dov'è buio le candele, e se c'è fanfalucca, si discopra per biasmo dello storico e dell'opra.

24

Dico che un vento improvviso levato, il caval primo sciolto ritrovando, che pareva un carcame figurato e andava d'un trottino vacillando, lo spinse con un soffio in un fossato. Filinor esce col cocchier gridando e dice:—Tristo! il tuo mestier non sai; s'è morto il mio puledro, il pagherai.—

25

La bestia s'era scavezzata il collo, e si poté ben tirare e gridare, ché fu vana ogni voce ed ogni crollo; Filinoro il cocchier vuol batacchiare. Grida il cocchier scrignuto:—Io son satollo; so ben dove la cosa ha a terminare. Lei vuol le cento lire del salario dipennar per la rozza dal lunario.

26

Io n'ho stupore, e non sare' dovere voler per venti camuffarne cento; oltre che non fu colpa del mestiere, ma del rozzon semivivo e del vento.— Filinor grida:—Come! a un cavaliere un servo parla con tanto ardimento?— Poi croscia in sulla gobba col bastone, e due e tre e quattro delle buone.

27

Tanto che fuggí via con gli stivali colui, lasciando il padron e il guadagno. A Filinor di quattro servigiali rimase il cavalcante buon compagno, e due de' quattro valenti animali. Diceva il cavaliere:—Io son nel gagno, perdio, de' tristi;—e poi si raccomanda al cavalcante; e quel sale alla banda,

28

e me' che può verso Parigi arranca. Lungi tre miglia esser poteva ancora: non era la fortuna però stanca. Ma tacerò di Filinor per ora, perocché v'ho tenuti sulla panca a ragionarvi d'esso ben un'ora, e certi accidentucci v'ho narrati che forse v'averanno addormentati.

29

Dico però: dovete accontentarvi se gli accidenti non vi paion grandi, perocché voi dovreste ricordarvi, non s'usavan piú i fatti memorandi, e che a principio proposi narrarvi cambiati in tutto i Rinaldi e gli Orlandi e i paladini e la plebe e i signori, per la virtú dell'ozio e de' scrittori.

30

E voglio che sappiate, uditor vaghi, acciò questo viaggio non v'annoi, vi risparmiai gli accidenti degli aghi, al crepar delle redini e de' cuoi, e come cento volte con gli spaghi furon rattacconati i tiratoi; e mille accidentin non posi in rima, che non s'usavan ne' viaggi prima.

31

Io trovo ne' romanzi di que' tempi certe avventure magre da pidocchi, e fatti da sbavigli, cosí scempi, di quei poeti, e lunghi un tirar d'occhi, che riformavan quegli antichi esempi di battaglie, di giostre e spade e stocchi; onde le genti che leggevan quelli erano imitator de' scrittorelli.

32

Or vi conduco a Marfisa e a Ruggero. Io lasciai quella molto screditata, ed il fratel disperato e in pensiero pel caso che non s'era maritata. E per casa diceva:—Per Dio vero, non so che far di quella spiritata.— La moglie Bradamante lo molesta, tanto ch'egli è per spezzarsi la testa.

33

Don Guottibuossi era suo confidente, maestro a' figliuoletti e fa il fattore; teneva i conti diligentemente e sprezza anche le legna per buon core. È spenditor, mansionario e servente di Bradamante, spia e imbasciatore; ed andava anche in maschera con quella, e non aveva trista la gonnella.

34

Perocché prima di cantar la messa avea dato il manipolo a baciare; e Bradamante fu capitanessa le genti al sacro bacio ad obbligare, e delle mancie dispose con essa. Per prima cosa s'ebbe a comperare un vestito da maschera attillato, e l'ebbe caro mezzo il ricavato.

35

Onde si dava poi gran sicumera a servir Bradamante il carnovale alle commedie, ed al caffè la sera. Ma spesse volte la passava male, ché quella dama, dove il popol era, lo strapazzava come un animale. Egli faceva un risolin sardonico, e poscia diveniva malinconico.

36

Pur s'affannava per acquistar merito sempre, e va mulinando qualche tratto che lo faccia alla dama benemerito. Qualunque cosa per questo avria fatto, per non star sempre come nel preterito; e si pensò che, se con qualche matto o savio maritar potea Marfisa, avrebbe avuta grazia in questa guisa.

37

V'era in quel tempo un uom ricco a Parigi, che un giorno fu lo scudiere d'Orlando, come si legge, chiamato Terigi, ch'era pel mondo andato assai girando, quando s'usava, seguendo i vestigi del conte, che gran re venía ammazzando, e duchi e cavalieri carchi di perle ed oro e gemme a gran costo d'averle.

38

Costui previde che il costume antico aver dovea riforma in tempo corto, sicché per non restare un dí mendíco, quando il padrone avea qualche re morto, e' non istava a grattarsi il bellíco: tosto che l'alma andava s'era accorto, spogliava l'ammazzato d'ogni cosa, insin della camicia sanguinosa.

39

Sicché d'oro, di gioie e ricche spoglie pel corso di molt'anni un magazzino aveva empiuto, e a chi venía le voglie sapeva vender caro il malandrino, ch'avria tratti danar sin dalle foglie; e poiché in questa forma fe' bottino di piú d'un milione di ducati, prese gabelle a fitto dagli Stati.

40

E mantenendo sgherri e berovieri, degli utili sfondati ne traeva; poi comperava palagi e poderi, tanto che immense entrate fatte aveva; e infine feudi prese e misti imperi, e privilegi e titoli prendeva di conte, di marchese e di barone; facea conviti e gran conversazione.

41

Ma perch'egli era di basso lignaggio, volea nobilitare i discendenti, e cerca far qualche bel maritaggio per acquistare aderenze e parenti. Don Guottibuossi vide, come saggio, da far un colpo, con begli argomenti, che a Bradamante ed a Rugger piacesse, se Marfisa a Terigi unir potesse.

42

E dato cenno a don Gualtieri un giorno, che cappellan con Terigi si stava, di questo suo pensier e' parla adorno. Gualtier da Mulion non rinculava, anzi promise fare a lui ritorno, ma che se la faccenda bene andava, e' non saria contento a un par di guanti: poi disse mal del mestier de' pedanti.

43

Che guadagnava una pidocchieria a insegnar per le case con affanno, bastando appena la mansioneria per i suoi vizi due mesi dell'anno. —Se non guadagno qualche cortesia— dicea Gualtier—con arte e con inganno nelle inframesse o per alcun raggiro, credimi, Guottibuossi, egli è un martíro.—

44

Don Guottibuossi gli rispose:—Basta, proccuriam ch'abbia effetto la faccenda.— Alfin fu rimenata ben la pasta, per non far troppo lunga la leggenda. Terigi fu contento e non contrasta, Rugger anch'esso par che condiscenda: nel parentado ci fu qualche sciarra, ma il nodo stava in Marfisa bizzarra.

45

Diceva Bradamante al suo Ruggero: —Deve ubbidirvi, le siete fratello.— Dicea Rugger:—Perdio, che mi dispero: dovereste conoscer quel cervello. S'ella dice:—Nol voglio—dite il vero, degg'io far, ch'ella il prenda, col coltello?— Don Guottibuossi era un abile prete, e disse:—Io vo' parlarle, se il volete.—

46

Furon contenti e a lui s'accomandâro. Il prete pensa una sua malizietta. Trova Marfisa sola, ed ebbe caro, ché rado fu trovata o mai soletta. Ell'era appunto in un pensiero amaro, che le parea veder piú poca fretta ne' concorrenti e ne' visitatori, e raffreddati i sospiri e gli amori.

47

Perocch'eravam giunti agli anni trenta, e, unita agli anni la sua stravaganza, a poco a poco aveva quasi spenta ne' cori degli amanti la costanza. Stava rimproverando malcontenta in dieci lettre la poca creanza a questo e quell'amador disertato, quando don Guottibuossi è capitato.

48

Marfisa l'accettava volentieri, ch'anche de' preti comincia a degnarsi. —Ben venga il soprastante a' cimiteri— gli disse e che dovesse accomodarsi. Rispose il prete:—I'ho de' gran pensieri veder Marfisa ancor maggese starsi, e sentire i discorsi della piazza, che non fanno vantaggio a una ragazza.—

49

Disse Marfisa:—Prete mio da gabbia, deh, dimmi un poco che di me si dice;— e cominciava accendersi di rabbia, facendo sulle guancie la vernice. Dice il prete:—E' non è mestier ch'io v'abbia a narrar tutto; basta che disdice, una fanciulla d'un merto infinito invecchi in casa e non trovi marito.

50

E quel che piú mi trafigge nel core è che, pensando al caso vostro d'ora, m'affaticai come buon servidore ed avea tratto un bel partito fuora. Ma fui cacciato come un traditore, dicendolo a Rugger, che grida ancora. Fa piú d'esso la sposa Bradamante: mi die' giú per lo capo del «forfante»,

51

gridando che il partito non è buono, e ch'è passato il tempo de' mariti, e ch'io pensassi a cantare in bel tuono il vespro e non a cercarvi partiti. Io per giustificarmi sol qui sono, perché i discorsi vengon travestiti; e non vorrei, se il falso vi si mostra, uscir, Marfisa, dalla grazia vostra.—

52

Disse Marfisa:—Altro non vo' sapere; e basta mio fratello e mia cognata abbian di questo nodo dispiacere, fa ragion che la scritta sia firmata. Fosse lo sposo un magnano, un barbiere, dico per via di dire, io son parata; se fosse il diavol, non avrò paura: vo' che facciamo tosto la scrittura.

53

—E' non è il diavol—rispondeva il prete,— ch'è il marchese Terigi quel ch'io dico; ma non posso giá far ciò che volete: Bradamante e Rugger non vo' nimico.— Non è da dir se a Marfisa la sete cresce di porre iscompiglio ed intrico: basta a' parenti il nodo dispiacesse, quest'era una ragion ch'ella il volesse.

54

Don Guottibuossi fa del pauroso, e dice:—O voi vedete, o voi pensate, non posso fare—e finge il schizzinoso. Marfisa alfin minaccia le ceffate. Donde pur vinse il prete malizioso con queste bagattelle artifiziate, e infine disse:—E' convien giocar netto: del resto ad ubbidirvi mi rassetto.

55

Fate la cosa appaia un voler vostro; io mi difenderò dal canto mio e porrò in opra la voce e l'inchiostro: avrem l'intento, s'è in piacer di Dio.— E detto questo, come a Rugger nostro e a Bradamante:—Che direte s'io vinta ho Marfisa—disse—in due parole? E non è condiscesa, anzi lo vuole.—

56

Diceano i due congiunti:—Com'hai fatto?— Don Guottibuossi avvisa della tresca e dice:—E' vi bisogna ad ogni patto mostrar che il matrimonio vi rincresca, e farvi trascinare in sul contratto, e lasciar che Marfisa la prima esca a ragionarne; e condurrem la trama: per altra via non si piglia la dama.—

57

Giá era di tre ore mezzogiorno suonato, e ancor da Rugger non si pranza (ché in casa a' grandi era quasi uno scorno pranzare innanzi: tal era l'usanza); onde udivansi i servi andare attorno chiamando a desco con bella creanza. Siedono a mensa. Marfisa siedeva, e sta ingrognata e mangiar non voleva.

58

Don Guottibuossi non mangia, divora, e mostra la faccenda a lui non tocchi. Rugger, ch'era pur saggio, s'addolora, e mangia adagio e talor chiude gli occhi, e tra sé duolsi d'avere una suora da pigliar con la trappola che scocchi. E Bradamante in sull'avviso stava, e spicca morsellini e sogghignava.

59

Marfisa guarda l'un l'altro nel viso, e scherza or col cucchiaio or col coltello, ed or sul grasso in qualche tondo intriso scrive con la forchetta, or fa fardello del tovagliuolo, or suona all'improvviso con le dita in sul desco il tamburello, or crolla il capo, or s'affisa nel tetto, e mostra fuor ciò che serra nel petto.

60

In tutti gli atti si vedeva aperto ch'ella voleva alcun le ragionasse, per appiccare una sciarra, un concerto di voci, che tre ore lungo andasse. Ma poich'ella ebbe il silenzio sofferto un pezzo senza che alcun le parlasse, sendo il pranzo finito, in Rugger fisse tenne le luci bieche e poi gli disse:

61

—Tempo è ch'io, stanca, fracida, annoiata, me n'esca un tratto da questa famiglia, e rimanga padrona la cognata che un po' troppo il buon sposo suo consiglia. Però, signori, io mi son maritata; abbiate se il volete maraviglia: il marchese Terigi è giá mio sposo, né fia, quando a me piace, difettoso.

62

Non crediate v'avvisi perch'io creda esser tenuta a dirvi i fatti miei. De' pregiudizi amichi non son reda e d'ubbidenze sciocche da plebei: le mie letture hanno fatto ch'io veda che farlo senza dirvelo potrei. Ma perché so che di Terigi ostico vi sembra il nodo, appunto ve lo dico.

63

Le risa appena trattien Bradamante: se stava ferma, guastava la cosa; donde rizzossi con atto arrogante e mostrò di partirsi disdegnosa. Rugger mostrossi irato nel sembiante, e disse:—O Dio, quando averò mai posa? Non mi potete dar maggior sciagura di questa ch'ora provo né piú dura.—

64

E terribil volgendosi a Marfisa, disse:—Aprite gli orecchi a quel ch'io parlo. Non sará mai la famiglia di Risa tal parentado possa sopportarlo; se tentate avvilirla in cotal guisa, e un gabellier cognato a Rugger farlo, dico che prima voi sarete appesa, sorella cieca e sorda e pazza resa.—

65

Qui le risposte, il fracasso e le grida furono orrende fuor d'ogni pensiero, e piú Marfisa al suo Terigi è fida, quanto l'aborre e disprezza Ruggero. Dicea Ruggero:—Prete, mala guida— a Guottibuossi,—io non son sí leggero, che non intendo questo guazzabuglio esser pretino fetente garbuglio.

66

Ma i preti si dovrieno all'etá nostra porgli in catena a biscottel muffato, ché in tutto voglion far di loro mostra, dimenticando il sacro chericato.— Don Guottibuossi pur la zucca prostra due o tre volte e sta mortificato, e poiché fino al finocchio ha consunto, gli parve allor di ragionare il punto.

67

E disse:—In coscienza questa dama può dir s'io feci a lei parola alcuna; ma veggio alfin che odiato è chi piú ama, e converrá ch'io cerchi altra fortuna. Vero è ch'io dissi a voi:—Terigi brama averla in moglie;—ch'io credo opportuna l'occasion, perché non cerca dote; ma feci solo a voi le cose note.

68

E poiché siamo in su questo proposito, parlerò netto e senz'alcun timore. Questo mio sacro capo vi deposito, Rugger, che a non voler siete in errore. L'usanza è dal passato ora all'opposito. È una cosa fantastica l'onore: di parentado e di genealogia si ride il mondo c'ha filosofia.

69

Voi siete pien d'antichi pregiudizi, né alle commedie nuove andate mai, né i romanzi novei, pien d'artifizi dotti, leggete, che insegnano assai. Certe antiche virtudi ora son vizi, e non importa un fil di paglia omai l'esser figliuol di dama o di puttana, come un nuovo romanzo oggi ci spiana.

70

Quando un uom ricco di basso lignaggio chiede una dama illustre per isposa, e senza dote a tôrla egli ha coraggio, non è alla moda il bilanciar la cosa; perocché due famiglie n'han vantaggio, e la faccenda sembra prodigiosa: se una risparmia e da quel ch'è non esce, l'altra in opinione e in boria cresce.

71

Il nobil anzi in sull'altro casato mantien certa arroganza e preminenza, ché può voler da quel ciò c'ha sognato per una stabilita conseguenza. Terigi è di Marfisa innamorato, ed è sí ricco e ha titol d'«Eccellenza»; la fanciulla il torrebbe, e non so poi per qual ragion lo ricusate voi.—

72

Rugger raddoppia minacce e disprezzi, Marfisa gonfia e grida:—Il voglio, il voglio;— in sullo spazzo i bicchier getta in pezzi, ordina al prete di rogare il foglio. Don Guottibuossi a tutti dui fa vezzi, e mena con tant'arte quell'imbroglio che fece dire a Rugger con dispetto: —Col diavol sia! l'assenso vi prometto.—

73

Ed accordata e fatta la scrittura fu da Ruggero sempre rinculando; e Bradamante brusca in guardatura si fa sentir per casa borbottando. Don Guottibuossi a Marfisa paura e gran fatica e sudor va mostrando. Dicea Marfisa:—E' l'avranno alla barba: e' de' bastar; questa cosa a me garba.—

74

Un giorno che le visite accettava, le congratulazioni, i complimenti, per tutta la cittá si ragionava che in un caffè morto era in due momenti un paladin, ma il nome si cambiava, come suol fare il furor fra le genti. Era ognun curioso di saperlo, siccome voi; ma per or vo' tacerlo.

Del sigillo real morto è il custode; nascon baruffe per la sepoltura. Pel maritaggio di Marfisa s'ode grand'apparecchio, e don Gualtieri ha cura. La bizzarra la visita si gode del sposo, ch'è una gran caricatura. Le spose alla Ruet van mascherate; una comparsa l'ha disordinate.

1

Tanto il pensar de' paladin corrotto era, per quanto leggo e al parer mio, che a gravi colpi di sopra e di sotto, fulmin, tremuoto o simil lavorio, e alle morti improvvise, sette ed otto, che per avviso lor mandava Dio, non istupiano o troncavan niente i lor vizi e lo stare allegramente.

2

I fulmini, i tremuoti e la tempesta dicevano esser cosa naturale: venti bestemmie ed un crollar di testa era sollievo a chi veniva il male. Scherzando in una forma disonesta, rideano e si diceano alla bestiale: —Io salmeggiai, arsi ulivo e candele, e la tempesta venne piú crudele.—

3

Cadeva uno, apoplettico d'un colpo: diceano:—Questo succeder dovea: egli avea membra strane come il polpo; tal macchina sussister non potea.— Alcun diceva:—Io veramente incolpo la vita solitaria che tenea. Per viver molto e godere e star bene, perdio! passarla come noi conviene.—

4

A' sacerdoti che dicean da vero: —Segni son dell'eterna providenza,— dicean col viso ironico e severo: —Dice pur ben la Vostra Riverenza!— Le femminette con umil pensiero, e i dozzinali mostravan credenza; ma tuttavia la carne ed il rubare né men per questo si vedea lasciare.

5

Ma ciò che piú di tutto fa stupire è che i ragionamenti piú divoti e piú morali e santi in sul garrire, gli accigliamenti a tempeste e tremuoti, il chiamar quelli «giuste celesti ire», il far digiuni, il far proteste e voti, e l'annodar dell'una all'altra mano, fossero azion del traditor di Gano.

6

Non so se i nostri tempi sien diversi; se non lo sono, Dio voglia che siéno. Prima da' paladin solea volersi per un buon segno sin l'arcobaleno, e per castigo soleva tenersi la troppa pioggia ed il troppo sereno, e sin l'aere che il fummo sparpagliava. Nessun de' paladin cosí pensava.

7

Del secol nostro io non dovrei dir male, perché so ben che si crede e si tiene per maldicenza sino alla morale, e non è piú moderna e non conviene. Il paladin, che aveva messe l'ale all'improvviso, ascoltator dabbene, nella bottega, come si dicea, direm ch'egli era Angelin di Bordea,

8

custode in corte del regio sigillo. Una carica grande e di gran frutto: ventimila ducati, posso dillo, ella rendeva con gl'incerti e tutto. Alla sua morte ci fu il coccodrillo, che non tenne sull'ossa il ciglio asciutto, perché l'incarco assai gli era invidiato da chi tenea su quel l'occhio tirato.

9

Era Angelin d'una statura grande, e grosso e molto greve nella pancia, magno conoscitor delle vivande, che le gustava sudando la guancia, e in tavola voleva altro che ghiande; anzi dicea tutta quanta la Francia, parlando di chi fa mensa piú buona: —Angelin di Bordea porta corona.—

10

I liquori, la pippa e i buon bocconi erano i principali suoi riflessi, né si curava di vestiti buoni, ché gli avea fuor di moda ed unti e fessi. Le sue camicie parevan carboni, ché le cambiava, come i votacessi, tre volte l'anno, e il dí che si cambiava molto quella fatica biasimava.

11

Era Angelin di Bordea generoso e non aveva al risparmio pensiere, del mal compassionevole, amoroso verso a' pitocchi ed elemosiniere. In capo all'anno era pur timoroso rimanesse un ducato nel forziere: tutta l'entrata dell'anno volea che fosse spesa, e mangiava e godea.

12

Don Martin, don Ubaldo e don Simone, preti assai dilettanti de' buon piatti, eran sue fedelissime persone, giornalier commensali allegri ed atti, autor di salse per digestione, nemici nel pulir l'ossa de' gatti. Con accidenti e nuove del paese pagano ad Angelin le grosse spese.

13

Bevendo alla bottega il cioccolato nella contrada di San Pietro, un giorno apoplettico cadde, e scilinguato rimase tosto e mai fece ritorno. I chirurghi e i dottor coll'ammalato lor salassi ed emetici provorno: Angelin di Bordea si stese morto, e cosí diede a que' dottori il torto.

14

Molti discorsi fece la plebaglia, se fosse salvo o dannato Angelino. Ognuno si riscalda e si travaglia a trovar pro e contro il bruscolino, com'anche a' nostri dí fa la canaglia quand'uno è morto in caso repentino. Don Simon, don Martino e don Ubaldo volean che fosse in cielo allegro e baldo.

15

Angelin di contrada è di San Pavolo, ed era morto in quella di San Pietro: venne a levarlo il piovan di San Pavolo; voleva il morto il piovan di San Pietro. Diceva il primo:—Egli abita a San Pavolo;— l'altro diceva:—Egli è morto a San Pietro;— donde si fece gran disputazione tra i due piovani in mezzo alle persone.

16

Poich'ebbon con flemmatiche parole cercato l'uno l'altro persuadere, dicendo:—Non si deve e non si puole i successor pregiudicar, messere;— si riscaldaron, come far si suole, gridando:—Io non vo' perder le mie cere;— né piú si contendeva pel defunto, ma son le torce del contrasto il punto.

17

E finalmente ingiurie s'hanno dette; l'uno dell'altro gran cose rivela, e de' peccati quattro, cinque e sette, che prima ricopria non so qual tela; poi tutti accesi vennono alle strette, e si detton sul ceffo la candela. Le processioni delle due contrade diêr mano a' torchi, non avendo spade.

18

E vidonsi in un punto aste e doppieri arrestati e frugoni e aperta guerra, zazzere abbrustolite e visi neri, berrette a croce e moccoli per terra; né si sentieno cantar misereri, ma bestemmie e un gridar:—Sospingi, afferra— da gole strette, con voci interrotte; e furon lacerate molte cotte.

19

Que' gaglioffacci che raccolgon cera eran nel mezzo ad accrescer baruffa. Ognun dá d'urto ed aizza la schiera, ed i pezzuoli di candela ciuffa. Color che avean la cappa indosso nera e il copertoio sul grugno, ognuno sbuffa, e tira gli occhi pe' buchi del sacco, crosciando l'aste e facendo gran fiacco.

20

Era corso a veder tutto il paese; nessun mettea del suo fuor che la voce. Dio benedetto ha mandato il danese, e beccò sopra il capo d'una croce; ma, conosciuto alquanto, si sospese al suo gridar la battaglia feroce, e tanto fece che tutti chetava: poscia co' due piovani ragionava.

21

E disse cose lor da buon cristiano, quantunque fosse un turco battezzato; ed or all'uno ora all'altro piovano con rimproveri acerbi s'è voltato. —Questo è—dicea—da voi quel che ascoltiamo, che ognun debb'esser disinteressato, se poi vi bastonate fra la gente per quattro moccol di candele spente?

22

Or oltre; io vo' che questa cosa sia dimenticata e piú non se ne parli, preti avaron, che i scandol per la via al popol date invece di troncarli, cosí facendo rider l'eresia.— E tanto seppe il danese attutarli che ognun la sua pretesa in lui rimise, ed ei la lite de' moccol decise.

23

Disse che fosse Angelin seppellito nella contrada dov'egli era morto, e il piovan di San Pavolo, apparito per la magion, non abbia in tutto il torto. Volle che fosse l'util ripartito del funeral. Cosí ridusse in porto quella battaglia, e a' casi in avvenire questo fu legge circa al seppellire.

24

Vero è che alcun piovano litigante parecchie volte volle disputare le circostanze, sequestrando inante, perch'abbia il morto in diposito a stare; e potrei dir piú d'un fatto galante, ma non vorrei fuor de' miei solchi andare; e forse uscito son dal mio viaggio, narrando questo fatto di passaggio.

25

Dall'altra parte par non istia male s'egli fu a' tempi del re Carlo Magno, perché veggiate sin nel funerale s'usava piú che la pietá il guadagno. Il dir ch'è morto Angelino, assai vale; d'aver questo narrato non mi lagno, perché vacante rimase il suo posto, per il qual molte cose verran tosto.

26

Or si de' dir che la scrittura fatta tra la pudica Marfisa e Terigi fu gran cagion d'una ciarlata matta nelle case e botteghe di Parigi. Molti stati con la faccia stupefatta, tutti cercan le cause ed i vestigi; sembra che a ognun quella faccenda tocchi, tante dispute fan, tirando gli occhi.

27

Molti dicevan gonfiando le gote: —Che avvilimento è questo di Ruggero!— Rispondean altri:—E' la dá senza dote; par ch'egli abbia giudizio, a dire il vero. So dir Terigi accomandar si puote a san Francesco, a san Gianni, a san Piero, che a pettinare e' si toglie una lana da far che sudi e scoppi di magrana.—

28

Altri in capo tre giorni, piú o meno, predicono divorzi o scioglimento. Nessuno c'è che voglia stare a freno: fanno argomenti per mostrar talento. Solo Dodon, tenendo il mento in seno, guarda sottecchi or l'uno or l'altro attento, e sogghignava spesso e si stupiva dell'eterno ciarlar che lo stordiva.

29

E alla bottega del caffè dov'era, ad uno che faceva gran contrasto e volea pur sapere in qual maniera l'intendesse, Dodon, ch'era omai guasto, rispose alfin:—Non presi mai mogliera, prima perché non mi piacque un tal pasto, ma sopra tutto per non dar cagione di tanto affanno alle vostre persone.

30

Marfisa prende Terigi in consorte, Terigi n'è contento e la vuol prendere. Io vi rispondo, andando per le corte, che son contento anch'io, né vo' contendere. Né intendo disputar della lor sorte, perché l'astrologia non soglio vendere. Se buona fia, godrò di lor quiete; se trista, a pianger non mi vederete.

31

Sol mi rincresce questo maritaggio, perch'è cagion che voi stracco m'avete.— Cosí detto, Dodon fece viaggio con riverenze tonde assai facete. Quegli oziosi cambiaron linguaggio sopra Dodon con parole indiscrete. Chi disse:—E' pensa ben,—chi:—Pensa male,— e si rimason tuttavia cicale.

32

La voce sparsa di quell'imeneo mise a Parigi in gran briga gli artieri. Corron tutti in secreto al prete reo, cappellan di Terigi, don Gualtieri: ser Rocco dipintore, ser Maffeo legnaiuol, venti o trenta tappezzieri, fabbri, merciai, stuccatori, una folta. Don Gualtieri, o don Volpe, ognuno ascolta.

33

Perocché, avendo avuto da Ruggero cento zecchini di nascosto in dono per il maneggio, faceva pensiero anche munger ciascun senza perdono. E perché tutti nel loro mestiero van profferendo al prete un util buono se gli faceva aver l'opra in lor capo, Gualtier sta ritto come il dio Priápo.

34

E udite da ciascun l'esibizioni, fece aver l'opre al miglior offerente, e poi faceva le disposizioni, perché Terigi il fe' soprintendente. Polizze fa ripiene d'invenzioni: mai non si vide prete piú saccente. Terigi, forse per troppa allegrezza, a questa volta ha dato in leggerezza.

35

E perch'era in quel secolo un'usanza, al maritar delle persone altere, il far di versi una grand'abbondanza, parte alla dama e parte al cavaliere; anzi era questo di tanta importanza quel dí quant'era il mangiare ed il bere, che questo libro gli sposi ordinavano e i stampatori a gran costo pagavano;

36

ed avveniva che il raccoglitore, il qual faceva la dedicatoria, n'avea dalla signora o dal signore, pel generoso core o per la boria, qualche regalo che faceva onore, ma talor questo uscia dalla memoria; pur nondimeno parecchi ogni volta per commession cercavan la raccolta;

37

Marco e Matteo dal Pian di San Michele, ch'eran torrenti della poesia, a don Gualtieri accendevan candele perché Terigi a un d'essi l'ordin dia. A Matteo don Gualtier non fu fedele, e con il patto che divisa sia la mancia tra Gualtieri e il vate Marco, a questo fece rimaner l'incarco.

38

Allora Marco per tutto il paese iscreditava Matteo poveretto, dicendo:—E' non è buon per queste imprese; altro non sa che por scene in guazzetto.— Matteo, quando il ciarlar di Marco intese, giva dicendo:—Io fui bene costretto a far quella raccolta e rinunziai, ché non procuro queste brighe mai.—

39

Gran dispute hanno fatto i partigiani di Marco e di Matteo per questo caso. Sostenevan parecchi, come cani: —Matteo non fu d'accettar persuaso.— Altri giuravan, picchiando le mani, che rifiutato al certo era rimaso. Que' di Matteo di nuovo fanno fronte, e gridan saper tutto da buon fonte.

40

E se non fosse che Turpino scrisse di questo fatto il vero dell'arcano, ancora ci sarebbon delle risse a' nostri tempi fra qualche cristiano. Frattanto il Gratta, un stampator che visse quando viveva il nostro Carlo Mano, un uomo coraggioso e intraprendente, è corso a don Gualtieri prestamente.

41

E gli promise venti e piú zecchini, se la raccolta stampargli facea. Ornati, foglie, uccelletti e bambini, e rami assai puliti promettea, da far maravigliar i paladini. —Io ho nuovi caratteri—dicea— e carta fine, ed incisioni albergo, e so inventar geroglifici in gergo.

42

Io non voglio giá far nessun guadagno —diceva il Gratta—e sol fo per l'onore.— Non era il prete men di lui mascagno, e rispondea:—Conosco il vostro core; però mi troverete buon compagno.— Ma io non voglio dir tutto al lettore, né intorno ciò la trama fra lor fatta; basta che la raccolta impresse il Gratta.

43

Rugger per il costume del paese qualche libretto anch'ei doveva fare. Dodone il santo, figliuol del danese, gli aveva detto:—Non farneticare, ché un libriccin vo' farti alle mie spese da far Marco e Matteo divincolare.— Ruggero ride e dice:—Essi hanno fame: lasciagli star, vuoi tu che mangin strame?—

44

Dicea Dodon:—Non posso in coscienza, ché van guastando tutte le persone con le lor stampe di mala influenza e d'un costume contro la ragione. Non vedi tu la lor trista semenza omai salita in tal riputazione, che sino ne' collegi i frati pazzi lascian che sia lo studio de' ragazzi?

45

E imparano da quella uno stil grosso, o veramente uno stil da bombarda, metaforacce e qualche paradosso, o versi goffi e frasi alla lombarda. E dalleMadri traditedir posso ch'apprendano i fanciul, se ben si guarda, a maledire i morti e i testamenti, a beffeggiar le madri ed i parenti.

46

E contro il padre a por mano alla spada, corrergli addosso per farlo morire; a ingannar, a tradir qual sia la strada, imparano i fanciul, se il ver vuoi dire. Forse la scuola lasciva t'aggrada e la lussuria, i lazzi ed il languire dell'Impressario turco dalla Smirne, e d'altri cento che non vo' piú dirne?

47

Vannoti a sangue quelle principesse che sono incinte pria che sieno spose, e si maritan poi per interesse co' duchi che non san di queste cose? poi vanno a partorirFilosofessea Roma, e fan le faccende nascose, acciò il marito non veda la prole, e si battezzi un tristo, s'ei si duole?

48

Ti piaceran le donzelle d'onore di quelle principesse della corte, non mica vaghe del far all'amore, ma ingravidate senz'aver consorte? Mille garbugli infami di scrittore, che tutto guarda colle luci torte, e ad ogni mal facilita la via, dicendo:—Insegno la filosofia.—

49

Le filosofe sue bello è vedere colme di passioni e debolezze, tradir le dame i duchi, e per dovere far le ruffiane ed altre gentilezze, e far le spie di dietro le portiere co' birri a lato, acciò si raccapezze un che fu ladro un tempo, e in tal maniera dire:—Egli è quello,—e mandarlo in galera.

50

Le prefazion di questi autor moderni (non so, Rugger, s'hai fatto ben l'esame) appellano «istruttivi» i lor quaderni, «filosofici» e «vaghi per le dame». Io so che ci faran de' begli scherni le suore nostre che di questi han fame. Dico che provan lor dottrine strane filosofe e duchesse le puttane.—

51

Dicea Ruggero a Dodon:—Tu di' bene, ma pochi la ragione ti daranno. Al popol piacion lor romanzi e scene; se fossi in te, non vorrei quest'affanno, perché t'acquisti un odio sulle schiene, e un giorno o l'altro ti lapideranno. Non si vuol sempre la ragion difendere: oh, gli è la bella cosa il mondo intendere!

52


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