V.

V.Lorenzo Berènga andava avanti e lo seguivano gli Axerio, il Buondelmonti, qualche altro italiano e i brasiliani Quirino Honorio do Amaral e Gonçalo da Paiva, un redattore del «Giornale del Congresso», con un lungo capo calvo sino alla cuticagna e due occhietti vispi così neri e vivi che parevano perforargli l'osso polito del cranio. Il Berènga camminava un po' curvo alla maniera de' campagnuoli e mostrava l'opera sua con franca compiacenza com'è proprio degli uomini che son venuti su dal nulla e non hanno avuto tempo d'imparare la virtù cittadina della falsa modestia. Egli mostrava l'edifizio di stanza in stanza e passando dava un'occhiata agli operai che c'erano ancora, chi a mettere gli affissi, chi a rifinire i pavimenti e chi a dipingere; si soffermava or dinanzi agli uni or dinanzi agli altri, prendeva notizie e impartiva ordini. E le sue parole eran secche e soldatesche, con un che di cordialità sotto la durezza.Piero disse a Giovanna:— Guardi le sue mani.Giovanna guardò il Berènga nel momento che questi per insegnare ad un operaio che cosa doveva fare, andava con l'unghia del pollice tirando linee su e giù sopra un affisso. La sua mano portava la testimonianza delle due vite, era operaia e signorile, formidabile e bellissima: larga, quadrata, massiccia d'ossa, travagliata di muscoli, coperta d'aspro vello, bruna sul dorso e bianca la palma, come quella dei negri, tenuta con cura e linda.I visitatori salirono dal primo al secondo e poi agli altri piani finchè riuscirono sulla cupola del palazzo dalla quale videro Rio de Janeiro su tutte le colline e tutte le isole. Quirino Honorio do Amaral vibrando gli orecchi verso il cielo, impetuosamente nominò a Piero e a Giovanna le colline, le isole e le spiagge. Ecco il Morro do Castello ed ecco il Morro da Gloria e Sant'Anna, Santa Teresa, e sopra Santa Teresa il Corcovado e poi le foreste della Tijuca e il Morro do Pinto e il Morro da Conceiçâo, e distese di case di colori crudi e il cupo della vegetazione e la terra nuda del color del sangue e giardini e ville. Ed ecco la Serra degli Organi col Dito di Dio. Ecco la spiaggia bassa d'Icarahy dov'è la città di Nicteroy ed ecco leisole Das Enxadas, Das Cobras, Do Vianna e la leggiadrissima isola Fiscal e l'isola del Buon Viaggio che s'alza in forma di mammella verso l'imboccatura del porto. Ed ecco a guardia dell'imboccatura l'erto Pan di Zucchero e di contro il Morro do Picco. Quirino e Gonçalo accennavano via via che nominavano; Quirino dava tutta l'anima sua con la sua parola e anche Gonçalo aveva il cuore gonfio di contentezza e gli occhietti più vivi gli perforavano di più il cranio polito, perchè la loro città era bella. E intanto il Berènga all'Axerio faceva la storia della nuova Avenida Central che correva a piè del palazzo. Poi Gonçalo e Quirino si misero a discutere fra loro per precisare i nomi di certe cime della Serra degli Organi verso il Dito di Dio, e Giovanna e Piero guardavano il mare e il cielo. A sinistra per tutto il bell'arco dal Pan di Zucchero a Nicteroy l'orizzonte era senza nube e luminoso. Dinanzi ai loro occhi lo strambo Corcovado si erigeva nella luce. Ma verso la Serra degli Organi il cielo era come un antro cupo di nubi tempestose e sotto, la laguna stagnante mandava lucori tetri. Giovanna disse a Piero:— Si è tanto in alto!E aggiunse:— Non mi sono mai vista così in alto! Piero esultò per queste parole, gonfiandogli ilcuore l'inganno della specie che l'aveva rifatto artista. Esultò e disse:— Io vedo un immenso tumulto che s'arresta a un tratto. «Fiat lux. Et facta est lux».— Che dice?— Guardi, guardi! Là è luce, là è tenebre. Guardi quelle palme lassù lassù e poi quelle giù in fondo. Quelle lassù son giunte a vedere il mare. E di là ci sono ancora altre isole, altre rocce, altre montagne, e in cima altre palme che vedono il mare, e altre e altre e altre, sempre più là, sempre più là, finchè le ultime stanno dinanzi al libero orizzonte del mare e del cielo. Da questa parte dove c'è la luce, quale artista potrebbe creare un'opera di bellezza così pura? Ma dall'altra c'è le tenebre e la tempesta che minacciano guerra alla luce. Ecco ecco il tumulto che Le ho detto! Ora mi si precisa. È un tumulto di guerra. Noi abbiamo dinanzi agli occhi un gran campo di guerra fra la montagna e il mare, fra la roccia e l'onda. Guardi intorno, per tutto, che mischia del solido e del liquido! Il terreno par lacerato dal mare, il mare schiacciato dal terreno. Guardi quelle lagune come sono schiacciate! E quelle isole, quelli scogli, que' bracci della costa! Son membra sparse d'un gran corpo. Guardi le cavalcate delle montagne! Valli, baratri, gole, vette, lagune, laghi, isole, coste, unrovinio! Ci sarà un Wagner per esprimere il furore ed il fragore di queste Walkirie? Oh i colori! Guardi il mare sotto il Morro do Picco com'è turchino! Guardi dietro il Morro do Picco quella massa d'ombre! Sono isole, rocce della costa, nuvole? Chi sa! Son più turchine del mare. E sopra sono orlate d'oro. Anche il Pan di Zucchero ha dell'oro. Oh la grazia ora! Oh ecco come mutano i colori! Mutano come i pensieri. Guardi! Tutto è diventato violetta, il mare, le nuvole, i morri, il cielo. Non più la cavalcata delle Walkirie, ma il volo delle Grazie che lasciano dovunque i loro veli e i loro sorrisi.Quirino mandò un grido, Gonçalo sfavillò dagli occhi.— Evviva la patria latina!Gridò Gonçalo e parve gli ardesse il cranio geniale. Quirino non sapendo come altrimenti esprimere a Piero la sua riconoscenza, gli raccontò quello che qualche giorno prima aveva fatto.— Ho scritto un canto su Dante!E gli aggiunse il proposito che in quello stesso momento gli era nato nel cuore.— L'anno prossimo farò il viaggio d'Italia!E il furor lirico già portava via verso l'Italia l'anima del mirabile giovinetto.Giovanna era rapita in Piero e questi ebbro d'amore dentro di sè le parlava dicendole:— Cara, vorrei creare il mondo sotto i tuoi occhi.E nelle prime ore di notte di quel medesimo giorno Giovanna stava alla finestra della sua villa a Santa Teresa e guardava i lumi sparsi per il colle, perchè Piero le aveva aperti gli occhi dinanzi alla bellezza della città ed ora soltanto anche essa vedeva. Erano i lumi delle altre ville e dei sentieri e giungevano fino a lei da vicino e da lontano piccoli piccoli attraverso le chiome delle palme ed i giardini. Erano lumicini radi e leggiadramente furtivi nel buio tra le foglie e i rami tanto che a Giovanna parevano accesi per un giuoco da un popolo di fanciulli che poi si fossero nascosti. E sentiva una grande allegrezza nell'anima sua a vederli così, quella donna giovinetta. Qua e là biancicavano casipole e tronchi di palme. E poi giù nel piano c'era un cielo tutto tempestato di stelle, e poi un altro e poi un altro più lontano ancora, ed erano i quartieri della città, e poi altri lumi sparsi ed erano le isole della baia, e poi altri lumi su su ed erano gli altri colli. E dal mezzo della città saliva come un albore rassomigliante a quello della Via Lattea, e quando Giovanna levava gli occhi verso il vero cielo non vedeva più le vere stelle. Ma soprattutto tornava a guardarei lumicini del colle e rivedeva con gli occhi della mente le palme solitarie sino ai confini del mare, mentre tutto il mondo dormiva. Nè un rumore giungeva dalla città, nè dal mare, nè dal colle, nè dagli altri colli. Giovanna pensava a Piero.Poi a poco a poco la pena s'impadronì di Giovanna perchè pensava a Piero che l'aveva invitata a far una passeggiata con lui la mattina dopo ed essa aveva detto di sì. Pensava che ora non era come quando andava per la città con quel tal signor Porrèna, e si pentiva d'aver detto di sì. Il marito a tavola le aveva parlato male di Piero perchè gli era rinata l'ostilità che aveva nel sangue contro di lui: le aveva detto che in fondo era un uomo mediocre pieno di boria, che aveva una gran confusione nel cervello, che apparteneva ad altri tempi, che era un superuomo insomma, perchè superuomo era per il professor Axerio un tipo d'uomo che non possedeva affatto le tre virtù che il professor Axerio riconosceva a se medesimo in sommo grado: il buon senso borghese, l'animo buono e la modestia. Erano le virtù degli umili e perciò il professor Axerio poteva attribuirsele senza offenderne una delle tre, la modestia; ed erano anche di prima necessità per il viver civile e perciò il professor Axerio contro coloro che non le possedevano, contro i superuomini, com'ei lichiamava nella sua sprezzante ignoranza, si mostrava inesorabile. Così quella sera, durante il desinare in compagnia della moglie, era tornato a mordere il Buondelmonti, perchè poche ore prima sull'alta cupola era tornato chissà perchè a rivedere in lui un superuomo, vale a dire un nemico della sua stessa persona adorna delle tre virtù. E avendo Giovanna osato di difenderlo, il professor Axerio le aveva dato di sciocca, lampeggiando odio dagli occhi e dalla barba tutt'irritata. In quei momenti essa aveva risentito piacere di aver detto di sì a Piero; ma ora, sola con se medesima, se ne pentiva. Il marito s'era ritirato presto in camera sua; per le stanze piccole e leggiere della villa solo qualche passo di servitore rompeva di tanto in tanto il silenzio. Giovanna stava alla finestra, dimentica del sonno, e per distrarsi si sforzava di guardare i cieli della città e di seguire certe combinazioni di luci che parevano vere e proprie figure di costellazioni. Ma non poteva distrarsi, Piero riappariva e l'animo le ripeteva la domanda netta:— Andrai o non andrai domani mattina con lui?E sotto di questa le si presentava la domanda più grave:— Sarai o non sarai la sua amante?La sua pena angosciosa proveniva specialmente dal capire che le due domande eran tutt'una, che la prima dipendeva dalla seconda: l'animo le diceva:— Se tu andrai domani con lui, sarà finita per te: presto dovrai diventare la sua amante!E quando dentro di sè sentiva più chiare queste parole, risolveva di non muoversi di casa la mattina dopo, ma subito se ne addolorava e per sè e per lui: per sè perchè le pareva di vivere soltanto quand'era in sua compagnia; per lui perchè pensava al dispiacere che gli avrebbe dato, se gli avesse mancato di parola. Lo rivedeva come tante volte l'aveva visto in cima alla cupola, rivedeva la sua gioia e la sua felicità e pensava che le avrebbe amareggiate e non poteva sopportare questo pensiero. E allora incominciò a dirsi dentro di sè, nel suo cuore semplice con parole semplici:— Io andrò domattina e gli parlerò chiaro: gli farò intendere che non potrò mai essere la sua amante!E così con queste parole per qualche momento si metteva il cuore in pace e si abbandonava a pregustare il piacere della passeggiata, già si vedeva in compagnia di lui e lo sentiva parlare. Essi non avevano stabilito dove sarebbero andati,ma ovunque fosse, egli avrebbe parlato come poche ore prima sulla cupola ed ella sarebbe stata un'altra volta rapita in lui e in ciò che avrebbe visto per opera di lui. E per alcuni momenti era tutta lieta. Poi l'animo le diceva: — Ma se lui vorrà? — E allora tornava a stabilire che nè la mattina dopo nè mai sarebbe andata sola con lui. La stessa città incominciò a farle paura perchè aveva sentito l'irresistibile veemenza di Piero quando si trovava come artista dinanzi a quella. Giovanna sentiva che ovunque fossero andati di lì a poche ore, la città si sarebbe unita insieme con Piero per travolgerla in un turbine. E un oscuro terrore la invase. In mezzo al quale terrore le riappariva di tanto in tanto la faccia del marito con l'aspetto di poco prima, quando da quelle labbra erano uscite le parole cattive contro Piero e da quegli occhi il lampo dell'odio. Giovanna rivedeva quella barba nera inferocita saltare sui condimenti del piatto, quando un momento il delicato cuore le tremò. Di quella appunto aveva terrore. Che accadeva in fondo al suo essere? Aveva terrore e nausea. Allora per la prima volta l'uomo apparsole improvvisamente nauseabondo e terribile, per la prima volta da che era congiunto con lei, le disse nell'anima, in tutta la pienezza del loro significato, queste parole:— Io sono tuo marito!Giovanna vide chiaro ciò che le accadeva: essa amava per la prima volta quando non poteva più amare. Come un colpo di mazza sulla nuca delicata questa certezza la prostrò, il suo lamento salì pel silenzio della notte e fu deciso: essa non avrebbe fatto la passeggiata con Piero. Perchè non poteva avere un amante. Qualcosa d'inesorabile stava in fondo al suo essere: la sua leale rettitudine. L'educazione di famiglia le aveva dato a intendere che la sua rettitudine di donna maritata avrebbe dovuto consistere nel non avere un amante e il non avere un amante era diventato la sua inesorabile rettitudine. Lasciò la finestra e la sua volontà era fissa: la mattina sarebbe rimasta in casa. Ma la mattina appena si fu risvegliata, l'amore la colse all'improvviso e la vinse. Le ripresentò l'immagine di Piero quale le era apparso all'«Operaio Italiano» in preda al suo patire. Una tremendissima paura l'assalì di farlo soffrir di nuovo, e allora l'amore la fece volare.Si ritrovarono in un viale sul mare dove c'era un gran palazzo bianco e un giardino di fiori radi e vivi e la baia dinanzi formava lago tutto chiuso da più archi di colline, di rocce e d'isole. Dove il lago s'apriva sulmare, Piero e Giovanna riconobbero il Pan di Zucchero e più in dentro l'isola del Buon Viaggio che dà l'ultimo saluto ai naviganti che escono dal porto, e dietro all'orizzonte, la riga bianca d'Icarahy dov'è Nicteroy, e riconobbero da presso sul viale la più leggiadra delle colline, la figlia della roccia e dell'aria, il Morro da Gloria, alata di palme. Piero e Giovanna si incamminarono per il viale aperto e sereno verso la florida Gloria e c'era nella luce del sole, nello spirito dell'aria, nel cielo, nel mare, nelle colline e nelle rocce una leggerezza elisia. Un sorriso elisio correva per il viale leggiero leggiero con i suoi giardini radi e vivi nell'argentina serenità del mattino. E Piero non si ricordava più di nulla, avendogli l'amore distrutta tutta la coscienza e tolto ogni contrasto, come per altri amori gli era accaduto. Egli accanto alla donna la quale per la prima volta amava, era ora ciò che altre volte era stato: un amante di romanzo in luoghi di romanzo. Egli e Giovanna raccontavano ciò che avevano fatto e visto durante la loro breve rottura, perchè da quattro giorni soltanto s'eran rappacificati e quella mattina si trovavan soli per la prima volta. Piero due volte senza accorgersene dette del tu a Giovanna, e Giovanna pensò: — Perchè dovrei ora amareggiarlo? — Giunsero sottola Gloria dove c'erano altri giardini di fiori vivi e una grande statua bianca e due palme sovrane. E di là dal verde e dal rosso dei giardini appariva un color di violetta ed erano le rocce e le colline del mare. Piero e Giovanna attraversarono i giardini e s'accostarono al mare. Sulla catena lontana il Dito di Dio rifulgeva nella luce eccelsa; tutta la catena era una nube di fulgore; il Pan di Zucchero e le altre rocce avevano il color del rubino tra il mare azzurro e il cielo celeste, e il mare, il cielo e tutte le rocce rifulgevano; la Gloria, gioiello delle colline, sollevando in alto la chiesetta bianca e l'ala d'aria e di palme rideva tutta traforata di fulgido sereno. Allora Piero guardò Giovanna che aveva un gran cappello di paglia e nell'ombra il viso le rideva silenziosamente. Tutto il viso le rideva di una felicità innocente come l'infanzia, perchè essa amava per la prima volta, ne d'altro si ricordava in quel momento. Piero si ricordò di quando quelle labbra avevan detto: — A Rio de Janeiro! — E sentendosi scoppiare il cuore dalla tenerezza volle parlare, ma non lo fece, perchè il suo amore fu fatto più delicato da quello di Giovanna. Con una delicatezza quale non avev'avuta mai, come se risvegliasse un bambino che dormisse, prese una mano di Giovanna, l'alzò e appena appena la sfiorò conle labbra. E soltanto, il suo cuore diceva a Giovanna:— Svegliati, amore!Piero fu pieno di felicità in quei giorni. Ei portò la sua felicità fra gli amici i quali si meravigliavano di lui perchè aveva una potenza nuova e quando semplicemente conversava, con questa potenza creava nelle loro anime. Gli amici non comprendevano, ma quando parlava loro dell'Italia, quelli che più non la ricordavano, la rivedevano, e quelli che l'amavano, l'amavano più ardentemente. Egli però amava ora l'Italia nell'amore di Giovanna. Gli amici vedevano nei suoi occhi un fuoco che prima non vedevano, sentivano nella sua voce un'altezza che prima non sentivano, e se ne rallegravano. In quei giorni Piero passò con loro più d'una sera: desinavano insieme, uscivano per la città, andavano sul mare, salivano ai colli e vagavano per i luoghi solitarii e selvaggi conversando forte, ridendo e cantando. Piero scherzava, raccontava storielle, suscitava l'ilarità, diceva:— Cantiamo, cantiamo!E allora Diego Mùrola, un giovane che appena parlava per timidezza, levava nel silenzio notturno la sua voce argentina e intonava i canti della patria lontana e il Tanno e il fratello egli altri l'accompagnavano. E Piero si domandava dentro di sè:— A chi penserà ora Giovanna? Che vedrà?E la sua voce superava quella degli amici.Una notte andarono al Corcovado ed erano della comitiva anche Giovanna e il marito perchè gli amici italiani avevan voluto portare gli Axerio e il Buondelmonti su quel punto famoso e durante il tragitto magnificavano loro le meraviglie che avrebbero viste di lassù.Giovanna seduta nel treno accanto a Piero stava zitta, guardava le cupe ombre della foresta in mezzo alla quale salivano e sentiva per Piero una tenerezza come non aveva mai sentito, perchè nella passeggiata della Gloria egli era stato quale lo aveva voluto lei. Sentiva per Piero una tenerezza che le faceva ridere il delicato cuore. Pensava dentro di sè, mentre il treno saliva nel cupo della foresta e della notte, Giovanna pensava: — Sarà sempre così questo grand'uomo che in Italia da tanta gente ho sentito dipingere come cattivo e violento? Basterà ch'ei legga sulle mie labbra una parola che non dirò: «Silenzio!». E lui saprà amarmi com'io voglio! — Perchè Giovanna aveva sempre paura di diventar l'amante di Piero.Quando il treno fu al termine, la comitivafece a piedi l'ultima salita del gran picco e giunta presso la cima, uno degli amici disse agli Axerio e al Buondelmonti:— Bisogna vedere a un tratto! Giù gli occhi finchè non saremo al punto.Un altro ridendo gridò:— Bisogna mettere loro la mano sugli occhi!Allora uno mise una mano sugli occhi a Buondelmonti, un altro all'Axerio e nessuno osando fare altrettanto alla signora Axerio le fu detto:— Lei, signora, camminerà a occhi chiusi, vero?E gli amici con una mano coprendo loro gli occhi e con un'altra guidandoli facevano camminare l'Axerio e Piero, mentre quest'ultimo teneva per la mano Giovanna che camminava a occhi chiusi. Dopo qualche passo Piero le disse:— Non guardi, sa! Deve vedere con noi.— No no! — gridò Giovanna e ogni tanto si sentiva un leggiero trillo di riso uscir dalla sua gola. Giunsero al punto, più voci dissero:— Via!Le mani s'abbassarono, gli occhi s'aprirono, giù nell'abisso apparve Rio de Janeiro illuminata.— Ah! — gridò Giovanna e battè le mani dalla gioia e poi subito levò gli occhi verso il cielo e disse a Piero:— Guardi in su!Piero guardò e non si vedevano più le stelle, nè il cielo dopo aver visto la città illuminata.— Che è quel cerchio di lumi a destra?— La Lagoa Rodrigo de Freitas. A sinistra il Morro del Cantagallo e quelli dietro sono i lumi del Leme e dell'Ipanema.— E quest'altro cerchio in faccia?— Botafogo.— E laggiù nel mare quelle due file di lumi?— La spiaggia d'Icarahy e Nicteroy.Queste domande e risposte si facevano l'Axerio e gli amici movendosi qua e là per vedere, ma Piero e Giovanna stavan da sè in disparte e di tanto in tanto si parlavano con un fil di voce.— Guardi giù. Nelle gole di quelle colline ci son come vezzi distesi, cascatelle di perle! Guardi! Botafogo è come una ghirlanda aperta.Eran campi immensi e giardini di brillanti, regge d'oro e raggiere, ghirlande e vezzi di perle, lontani lontani. E tutti i brillanti, tutte le perle, tutti i punti d'oro palpitavano e mutavano di colore passando per tutti i colori delle pietre preziose, come se avessero una minuscola pupilla o un minuscolo cuore d'un'altra luce nella loro luce.— Guardi laggiù laggiù quel piccolo vezzo solosolo, un po' in alto, a pie' d'una collina, dev'essere. Chi lo lasciò in quel posto? E per chi?Giovanna sorrise. Poi da' sentieri de' colli salì il rumore di un veicolo e dal mare l'ululo d'una sirena. E a volte si sentiva il canto de' grilli e qualche latrato.Piero disse:— I brasiliani raccontano d'un gran gigante che dorme sul mare. Ha il capo sui picchi della Tijuca e della Gavea e i suoi piedi toccano il Pan di Zucchero. Forse prese parte alla guerra del mare e della montagna. Forse il gigante lasciò sulla riva del mare tanti gioielli per qualche divina creatura che deve giungere di là dal mare. Perchè dorme ancora il gigante? Perchè la divina creatura non è giunta ancora?Giovanna sorrise di nuovo dicendo a Piero dentro di sè: — Sì, ho capito: tu vuoi darmi tutto quello che vedi.E si vedeva a' piedi tutti quelli immensi gioielli e tesori, mentre si diceva dentro di sè: — Tu sei una divina creatura per lui! — E un pensiero d'orgoglio le rideva in mente.Piero le domandò:— Ha aperto gli occhi avanti? Ha visto insieme con me?Allora l'amore rispose all'amore:— Avevo la sua mano sugli occhi.Giovanna sentì le sue proprie parole e il cuore le fece un balzo. Si voltò, cercò, gli altri erano in distanza, qualcuno parlava, ma non si vedeva nessuno nel buio della notte. E appena di nuovo si voltò verso l'abisso de' tesori, si sentì sul viso una parola d'amore e non potè distaccar le sue labbra dalle labbra di Piero.

Lorenzo Berènga andava avanti e lo seguivano gli Axerio, il Buondelmonti, qualche altro italiano e i brasiliani Quirino Honorio do Amaral e Gonçalo da Paiva, un redattore del «Giornale del Congresso», con un lungo capo calvo sino alla cuticagna e due occhietti vispi così neri e vivi che parevano perforargli l'osso polito del cranio. Il Berènga camminava un po' curvo alla maniera de' campagnuoli e mostrava l'opera sua con franca compiacenza com'è proprio degli uomini che son venuti su dal nulla e non hanno avuto tempo d'imparare la virtù cittadina della falsa modestia. Egli mostrava l'edifizio di stanza in stanza e passando dava un'occhiata agli operai che c'erano ancora, chi a mettere gli affissi, chi a rifinire i pavimenti e chi a dipingere; si soffermava or dinanzi agli uni or dinanzi agli altri, prendeva notizie e impartiva ordini. E le sue parole eran secche e soldatesche, con un che di cordialità sotto la durezza.

Piero disse a Giovanna:

— Guardi le sue mani.

Giovanna guardò il Berènga nel momento che questi per insegnare ad un operaio che cosa doveva fare, andava con l'unghia del pollice tirando linee su e giù sopra un affisso. La sua mano portava la testimonianza delle due vite, era operaia e signorile, formidabile e bellissima: larga, quadrata, massiccia d'ossa, travagliata di muscoli, coperta d'aspro vello, bruna sul dorso e bianca la palma, come quella dei negri, tenuta con cura e linda.

I visitatori salirono dal primo al secondo e poi agli altri piani finchè riuscirono sulla cupola del palazzo dalla quale videro Rio de Janeiro su tutte le colline e tutte le isole. Quirino Honorio do Amaral vibrando gli orecchi verso il cielo, impetuosamente nominò a Piero e a Giovanna le colline, le isole e le spiagge. Ecco il Morro do Castello ed ecco il Morro da Gloria e Sant'Anna, Santa Teresa, e sopra Santa Teresa il Corcovado e poi le foreste della Tijuca e il Morro do Pinto e il Morro da Conceiçâo, e distese di case di colori crudi e il cupo della vegetazione e la terra nuda del color del sangue e giardini e ville. Ed ecco la Serra degli Organi col Dito di Dio. Ecco la spiaggia bassa d'Icarahy dov'è la città di Nicteroy ed ecco leisole Das Enxadas, Das Cobras, Do Vianna e la leggiadrissima isola Fiscal e l'isola del Buon Viaggio che s'alza in forma di mammella verso l'imboccatura del porto. Ed ecco a guardia dell'imboccatura l'erto Pan di Zucchero e di contro il Morro do Picco. Quirino e Gonçalo accennavano via via che nominavano; Quirino dava tutta l'anima sua con la sua parola e anche Gonçalo aveva il cuore gonfio di contentezza e gli occhietti più vivi gli perforavano di più il cranio polito, perchè la loro città era bella. E intanto il Berènga all'Axerio faceva la storia della nuova Avenida Central che correva a piè del palazzo. Poi Gonçalo e Quirino si misero a discutere fra loro per precisare i nomi di certe cime della Serra degli Organi verso il Dito di Dio, e Giovanna e Piero guardavano il mare e il cielo. A sinistra per tutto il bell'arco dal Pan di Zucchero a Nicteroy l'orizzonte era senza nube e luminoso. Dinanzi ai loro occhi lo strambo Corcovado si erigeva nella luce. Ma verso la Serra degli Organi il cielo era come un antro cupo di nubi tempestose e sotto, la laguna stagnante mandava lucori tetri. Giovanna disse a Piero:

— Si è tanto in alto!

E aggiunse:

— Non mi sono mai vista così in alto! Piero esultò per queste parole, gonfiandogli ilcuore l'inganno della specie che l'aveva rifatto artista. Esultò e disse:

— Io vedo un immenso tumulto che s'arresta a un tratto. «Fiat lux. Et facta est lux».

— Che dice?

— Guardi, guardi! Là è luce, là è tenebre. Guardi quelle palme lassù lassù e poi quelle giù in fondo. Quelle lassù son giunte a vedere il mare. E di là ci sono ancora altre isole, altre rocce, altre montagne, e in cima altre palme che vedono il mare, e altre e altre e altre, sempre più là, sempre più là, finchè le ultime stanno dinanzi al libero orizzonte del mare e del cielo. Da questa parte dove c'è la luce, quale artista potrebbe creare un'opera di bellezza così pura? Ma dall'altra c'è le tenebre e la tempesta che minacciano guerra alla luce. Ecco ecco il tumulto che Le ho detto! Ora mi si precisa. È un tumulto di guerra. Noi abbiamo dinanzi agli occhi un gran campo di guerra fra la montagna e il mare, fra la roccia e l'onda. Guardi intorno, per tutto, che mischia del solido e del liquido! Il terreno par lacerato dal mare, il mare schiacciato dal terreno. Guardi quelle lagune come sono schiacciate! E quelle isole, quelli scogli, que' bracci della costa! Son membra sparse d'un gran corpo. Guardi le cavalcate delle montagne! Valli, baratri, gole, vette, lagune, laghi, isole, coste, unrovinio! Ci sarà un Wagner per esprimere il furore ed il fragore di queste Walkirie? Oh i colori! Guardi il mare sotto il Morro do Picco com'è turchino! Guardi dietro il Morro do Picco quella massa d'ombre! Sono isole, rocce della costa, nuvole? Chi sa! Son più turchine del mare. E sopra sono orlate d'oro. Anche il Pan di Zucchero ha dell'oro. Oh la grazia ora! Oh ecco come mutano i colori! Mutano come i pensieri. Guardi! Tutto è diventato violetta, il mare, le nuvole, i morri, il cielo. Non più la cavalcata delle Walkirie, ma il volo delle Grazie che lasciano dovunque i loro veli e i loro sorrisi.

Quirino mandò un grido, Gonçalo sfavillò dagli occhi.

— Evviva la patria latina!

Gridò Gonçalo e parve gli ardesse il cranio geniale. Quirino non sapendo come altrimenti esprimere a Piero la sua riconoscenza, gli raccontò quello che qualche giorno prima aveva fatto.

— Ho scritto un canto su Dante!

E gli aggiunse il proposito che in quello stesso momento gli era nato nel cuore.

— L'anno prossimo farò il viaggio d'Italia!

E il furor lirico già portava via verso l'Italia l'anima del mirabile giovinetto.

Giovanna era rapita in Piero e questi ebbro d'amore dentro di sè le parlava dicendole:

— Cara, vorrei creare il mondo sotto i tuoi occhi.

E nelle prime ore di notte di quel medesimo giorno Giovanna stava alla finestra della sua villa a Santa Teresa e guardava i lumi sparsi per il colle, perchè Piero le aveva aperti gli occhi dinanzi alla bellezza della città ed ora soltanto anche essa vedeva. Erano i lumi delle altre ville e dei sentieri e giungevano fino a lei da vicino e da lontano piccoli piccoli attraverso le chiome delle palme ed i giardini. Erano lumicini radi e leggiadramente furtivi nel buio tra le foglie e i rami tanto che a Giovanna parevano accesi per un giuoco da un popolo di fanciulli che poi si fossero nascosti. E sentiva una grande allegrezza nell'anima sua a vederli così, quella donna giovinetta. Qua e là biancicavano casipole e tronchi di palme. E poi giù nel piano c'era un cielo tutto tempestato di stelle, e poi un altro e poi un altro più lontano ancora, ed erano i quartieri della città, e poi altri lumi sparsi ed erano le isole della baia, e poi altri lumi su su ed erano gli altri colli. E dal mezzo della città saliva come un albore rassomigliante a quello della Via Lattea, e quando Giovanna levava gli occhi verso il vero cielo non vedeva più le vere stelle. Ma soprattutto tornava a guardarei lumicini del colle e rivedeva con gli occhi della mente le palme solitarie sino ai confini del mare, mentre tutto il mondo dormiva. Nè un rumore giungeva dalla città, nè dal mare, nè dal colle, nè dagli altri colli. Giovanna pensava a Piero.

Poi a poco a poco la pena s'impadronì di Giovanna perchè pensava a Piero che l'aveva invitata a far una passeggiata con lui la mattina dopo ed essa aveva detto di sì. Pensava che ora non era come quando andava per la città con quel tal signor Porrèna, e si pentiva d'aver detto di sì. Il marito a tavola le aveva parlato male di Piero perchè gli era rinata l'ostilità che aveva nel sangue contro di lui: le aveva detto che in fondo era un uomo mediocre pieno di boria, che aveva una gran confusione nel cervello, che apparteneva ad altri tempi, che era un superuomo insomma, perchè superuomo era per il professor Axerio un tipo d'uomo che non possedeva affatto le tre virtù che il professor Axerio riconosceva a se medesimo in sommo grado: il buon senso borghese, l'animo buono e la modestia. Erano le virtù degli umili e perciò il professor Axerio poteva attribuirsele senza offenderne una delle tre, la modestia; ed erano anche di prima necessità per il viver civile e perciò il professor Axerio contro coloro che non le possedevano, contro i superuomini, com'ei lichiamava nella sua sprezzante ignoranza, si mostrava inesorabile. Così quella sera, durante il desinare in compagnia della moglie, era tornato a mordere il Buondelmonti, perchè poche ore prima sull'alta cupola era tornato chissà perchè a rivedere in lui un superuomo, vale a dire un nemico della sua stessa persona adorna delle tre virtù. E avendo Giovanna osato di difenderlo, il professor Axerio le aveva dato di sciocca, lampeggiando odio dagli occhi e dalla barba tutt'irritata. In quei momenti essa aveva risentito piacere di aver detto di sì a Piero; ma ora, sola con se medesima, se ne pentiva. Il marito s'era ritirato presto in camera sua; per le stanze piccole e leggiere della villa solo qualche passo di servitore rompeva di tanto in tanto il silenzio. Giovanna stava alla finestra, dimentica del sonno, e per distrarsi si sforzava di guardare i cieli della città e di seguire certe combinazioni di luci che parevano vere e proprie figure di costellazioni. Ma non poteva distrarsi, Piero riappariva e l'animo le ripeteva la domanda netta:

— Andrai o non andrai domani mattina con lui?

E sotto di questa le si presentava la domanda più grave:

— Sarai o non sarai la sua amante?

La sua pena angosciosa proveniva specialmente dal capire che le due domande eran tutt'una, che la prima dipendeva dalla seconda: l'animo le diceva:

— Se tu andrai domani con lui, sarà finita per te: presto dovrai diventare la sua amante!

E quando dentro di sè sentiva più chiare queste parole, risolveva di non muoversi di casa la mattina dopo, ma subito se ne addolorava e per sè e per lui: per sè perchè le pareva di vivere soltanto quand'era in sua compagnia; per lui perchè pensava al dispiacere che gli avrebbe dato, se gli avesse mancato di parola. Lo rivedeva come tante volte l'aveva visto in cima alla cupola, rivedeva la sua gioia e la sua felicità e pensava che le avrebbe amareggiate e non poteva sopportare questo pensiero. E allora incominciò a dirsi dentro di sè, nel suo cuore semplice con parole semplici:

— Io andrò domattina e gli parlerò chiaro: gli farò intendere che non potrò mai essere la sua amante!

E così con queste parole per qualche momento si metteva il cuore in pace e si abbandonava a pregustare il piacere della passeggiata, già si vedeva in compagnia di lui e lo sentiva parlare. Essi non avevano stabilito dove sarebbero andati,ma ovunque fosse, egli avrebbe parlato come poche ore prima sulla cupola ed ella sarebbe stata un'altra volta rapita in lui e in ciò che avrebbe visto per opera di lui. E per alcuni momenti era tutta lieta. Poi l'animo le diceva: — Ma se lui vorrà? — E allora tornava a stabilire che nè la mattina dopo nè mai sarebbe andata sola con lui. La stessa città incominciò a farle paura perchè aveva sentito l'irresistibile veemenza di Piero quando si trovava come artista dinanzi a quella. Giovanna sentiva che ovunque fossero andati di lì a poche ore, la città si sarebbe unita insieme con Piero per travolgerla in un turbine. E un oscuro terrore la invase. In mezzo al quale terrore le riappariva di tanto in tanto la faccia del marito con l'aspetto di poco prima, quando da quelle labbra erano uscite le parole cattive contro Piero e da quegli occhi il lampo dell'odio. Giovanna rivedeva quella barba nera inferocita saltare sui condimenti del piatto, quando un momento il delicato cuore le tremò. Di quella appunto aveva terrore. Che accadeva in fondo al suo essere? Aveva terrore e nausea. Allora per la prima volta l'uomo apparsole improvvisamente nauseabondo e terribile, per la prima volta da che era congiunto con lei, le disse nell'anima, in tutta la pienezza del loro significato, queste parole:

— Io sono tuo marito!

Giovanna vide chiaro ciò che le accadeva: essa amava per la prima volta quando non poteva più amare. Come un colpo di mazza sulla nuca delicata questa certezza la prostrò, il suo lamento salì pel silenzio della notte e fu deciso: essa non avrebbe fatto la passeggiata con Piero. Perchè non poteva avere un amante. Qualcosa d'inesorabile stava in fondo al suo essere: la sua leale rettitudine. L'educazione di famiglia le aveva dato a intendere che la sua rettitudine di donna maritata avrebbe dovuto consistere nel non avere un amante e il non avere un amante era diventato la sua inesorabile rettitudine. Lasciò la finestra e la sua volontà era fissa: la mattina sarebbe rimasta in casa. Ma la mattina appena si fu risvegliata, l'amore la colse all'improvviso e la vinse. Le ripresentò l'immagine di Piero quale le era apparso all'«Operaio Italiano» in preda al suo patire. Una tremendissima paura l'assalì di farlo soffrir di nuovo, e allora l'amore la fece volare.

Si ritrovarono in un viale sul mare dove c'era un gran palazzo bianco e un giardino di fiori radi e vivi e la baia dinanzi formava lago tutto chiuso da più archi di colline, di rocce e d'isole. Dove il lago s'apriva sulmare, Piero e Giovanna riconobbero il Pan di Zucchero e più in dentro l'isola del Buon Viaggio che dà l'ultimo saluto ai naviganti che escono dal porto, e dietro all'orizzonte, la riga bianca d'Icarahy dov'è Nicteroy, e riconobbero da presso sul viale la più leggiadra delle colline, la figlia della roccia e dell'aria, il Morro da Gloria, alata di palme. Piero e Giovanna si incamminarono per il viale aperto e sereno verso la florida Gloria e c'era nella luce del sole, nello spirito dell'aria, nel cielo, nel mare, nelle colline e nelle rocce una leggerezza elisia. Un sorriso elisio correva per il viale leggiero leggiero con i suoi giardini radi e vivi nell'argentina serenità del mattino. E Piero non si ricordava più di nulla, avendogli l'amore distrutta tutta la coscienza e tolto ogni contrasto, come per altri amori gli era accaduto. Egli accanto alla donna la quale per la prima volta amava, era ora ciò che altre volte era stato: un amante di romanzo in luoghi di romanzo. Egli e Giovanna raccontavano ciò che avevano fatto e visto durante la loro breve rottura, perchè da quattro giorni soltanto s'eran rappacificati e quella mattina si trovavan soli per la prima volta. Piero due volte senza accorgersene dette del tu a Giovanna, e Giovanna pensò: — Perchè dovrei ora amareggiarlo? — Giunsero sottola Gloria dove c'erano altri giardini di fiori vivi e una grande statua bianca e due palme sovrane. E di là dal verde e dal rosso dei giardini appariva un color di violetta ed erano le rocce e le colline del mare. Piero e Giovanna attraversarono i giardini e s'accostarono al mare. Sulla catena lontana il Dito di Dio rifulgeva nella luce eccelsa; tutta la catena era una nube di fulgore; il Pan di Zucchero e le altre rocce avevano il color del rubino tra il mare azzurro e il cielo celeste, e il mare, il cielo e tutte le rocce rifulgevano; la Gloria, gioiello delle colline, sollevando in alto la chiesetta bianca e l'ala d'aria e di palme rideva tutta traforata di fulgido sereno. Allora Piero guardò Giovanna che aveva un gran cappello di paglia e nell'ombra il viso le rideva silenziosamente. Tutto il viso le rideva di una felicità innocente come l'infanzia, perchè essa amava per la prima volta, ne d'altro si ricordava in quel momento. Piero si ricordò di quando quelle labbra avevan detto: — A Rio de Janeiro! — E sentendosi scoppiare il cuore dalla tenerezza volle parlare, ma non lo fece, perchè il suo amore fu fatto più delicato da quello di Giovanna. Con una delicatezza quale non avev'avuta mai, come se risvegliasse un bambino che dormisse, prese una mano di Giovanna, l'alzò e appena appena la sfiorò conle labbra. E soltanto, il suo cuore diceva a Giovanna:

— Svegliati, amore!

Piero fu pieno di felicità in quei giorni. Ei portò la sua felicità fra gli amici i quali si meravigliavano di lui perchè aveva una potenza nuova e quando semplicemente conversava, con questa potenza creava nelle loro anime. Gli amici non comprendevano, ma quando parlava loro dell'Italia, quelli che più non la ricordavano, la rivedevano, e quelli che l'amavano, l'amavano più ardentemente. Egli però amava ora l'Italia nell'amore di Giovanna. Gli amici vedevano nei suoi occhi un fuoco che prima non vedevano, sentivano nella sua voce un'altezza che prima non sentivano, e se ne rallegravano. In quei giorni Piero passò con loro più d'una sera: desinavano insieme, uscivano per la città, andavano sul mare, salivano ai colli e vagavano per i luoghi solitarii e selvaggi conversando forte, ridendo e cantando. Piero scherzava, raccontava storielle, suscitava l'ilarità, diceva:

— Cantiamo, cantiamo!

E allora Diego Mùrola, un giovane che appena parlava per timidezza, levava nel silenzio notturno la sua voce argentina e intonava i canti della patria lontana e il Tanno e il fratello egli altri l'accompagnavano. E Piero si domandava dentro di sè:

— A chi penserà ora Giovanna? Che vedrà?

E la sua voce superava quella degli amici.

Una notte andarono al Corcovado ed erano della comitiva anche Giovanna e il marito perchè gli amici italiani avevan voluto portare gli Axerio e il Buondelmonti su quel punto famoso e durante il tragitto magnificavano loro le meraviglie che avrebbero viste di lassù.

Giovanna seduta nel treno accanto a Piero stava zitta, guardava le cupe ombre della foresta in mezzo alla quale salivano e sentiva per Piero una tenerezza come non aveva mai sentito, perchè nella passeggiata della Gloria egli era stato quale lo aveva voluto lei. Sentiva per Piero una tenerezza che le faceva ridere il delicato cuore. Pensava dentro di sè, mentre il treno saliva nel cupo della foresta e della notte, Giovanna pensava: — Sarà sempre così questo grand'uomo che in Italia da tanta gente ho sentito dipingere come cattivo e violento? Basterà ch'ei legga sulle mie labbra una parola che non dirò: «Silenzio!». E lui saprà amarmi com'io voglio! — Perchè Giovanna aveva sempre paura di diventar l'amante di Piero.

Quando il treno fu al termine, la comitivafece a piedi l'ultima salita del gran picco e giunta presso la cima, uno degli amici disse agli Axerio e al Buondelmonti:

— Bisogna vedere a un tratto! Giù gli occhi finchè non saremo al punto.

Un altro ridendo gridò:

— Bisogna mettere loro la mano sugli occhi!

Allora uno mise una mano sugli occhi a Buondelmonti, un altro all'Axerio e nessuno osando fare altrettanto alla signora Axerio le fu detto:

— Lei, signora, camminerà a occhi chiusi, vero?

E gli amici con una mano coprendo loro gli occhi e con un'altra guidandoli facevano camminare l'Axerio e Piero, mentre quest'ultimo teneva per la mano Giovanna che camminava a occhi chiusi. Dopo qualche passo Piero le disse:

— Non guardi, sa! Deve vedere con noi.

— No no! — gridò Giovanna e ogni tanto si sentiva un leggiero trillo di riso uscir dalla sua gola. Giunsero al punto, più voci dissero:

— Via!

Le mani s'abbassarono, gli occhi s'aprirono, giù nell'abisso apparve Rio de Janeiro illuminata.

— Ah! — gridò Giovanna e battè le mani dalla gioia e poi subito levò gli occhi verso il cielo e disse a Piero:

— Guardi in su!

Piero guardò e non si vedevano più le stelle, nè il cielo dopo aver visto la città illuminata.

— Che è quel cerchio di lumi a destra?

— La Lagoa Rodrigo de Freitas. A sinistra il Morro del Cantagallo e quelli dietro sono i lumi del Leme e dell'Ipanema.

— E quest'altro cerchio in faccia?

— Botafogo.

— E laggiù nel mare quelle due file di lumi?

— La spiaggia d'Icarahy e Nicteroy.

Queste domande e risposte si facevano l'Axerio e gli amici movendosi qua e là per vedere, ma Piero e Giovanna stavan da sè in disparte e di tanto in tanto si parlavano con un fil di voce.

— Guardi giù. Nelle gole di quelle colline ci son come vezzi distesi, cascatelle di perle! Guardi! Botafogo è come una ghirlanda aperta.

Eran campi immensi e giardini di brillanti, regge d'oro e raggiere, ghirlande e vezzi di perle, lontani lontani. E tutti i brillanti, tutte le perle, tutti i punti d'oro palpitavano e mutavano di colore passando per tutti i colori delle pietre preziose, come se avessero una minuscola pupilla o un minuscolo cuore d'un'altra luce nella loro luce.

— Guardi laggiù laggiù quel piccolo vezzo solosolo, un po' in alto, a pie' d'una collina, dev'essere. Chi lo lasciò in quel posto? E per chi?

Giovanna sorrise. Poi da' sentieri de' colli salì il rumore di un veicolo e dal mare l'ululo d'una sirena. E a volte si sentiva il canto de' grilli e qualche latrato.

Piero disse:

— I brasiliani raccontano d'un gran gigante che dorme sul mare. Ha il capo sui picchi della Tijuca e della Gavea e i suoi piedi toccano il Pan di Zucchero. Forse prese parte alla guerra del mare e della montagna. Forse il gigante lasciò sulla riva del mare tanti gioielli per qualche divina creatura che deve giungere di là dal mare. Perchè dorme ancora il gigante? Perchè la divina creatura non è giunta ancora?

Giovanna sorrise di nuovo dicendo a Piero dentro di sè: — Sì, ho capito: tu vuoi darmi tutto quello che vedi.

E si vedeva a' piedi tutti quelli immensi gioielli e tesori, mentre si diceva dentro di sè: — Tu sei una divina creatura per lui! — E un pensiero d'orgoglio le rideva in mente.

Piero le domandò:

— Ha aperto gli occhi avanti? Ha visto insieme con me?

Allora l'amore rispose all'amore:

— Avevo la sua mano sugli occhi.

Giovanna sentì le sue proprie parole e il cuore le fece un balzo. Si voltò, cercò, gli altri erano in distanza, qualcuno parlava, ma non si vedeva nessuno nel buio della notte. E appena di nuovo si voltò verso l'abisso de' tesori, si sentì sul viso una parola d'amore e non potè distaccar le sue labbra dalle labbra di Piero.


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