XII.Il giorno dopo gli italiani salparono da Rio de Janeiro. Eran circa quattrocento che avevan fatto dono della vita alla patria in un momento d'entusiasmo suscitato dalle parole di un uomo generoso. La nave che li portava era celere, ma più celeri erano i loro cuori e ora temevano di non poter giungere in tempo per prender parte alla vittoria, ora che già le armi della patria avesser la peggio, e un'ansia li occupava, di volare, di volare, come se il loro arrivo soltanto potesse mutar le sorti della guerra.Erano imbarcati insieme col Buondelmonti siciliani, calabri, liguri, piemontesi, lombardi, veneti, d'ogni altra regione italiana. Uno solo non italiano era imbarcato, il giovane poeta di Rio de Janeiro Quirino Honorio do Amaral, volendo egli pure combattere per la patria lontana. Taluni di quei reduci eran di coloro che nel Brasile avevano lavorando mutato condizione, ma la maggior parte eran popolo come quando v'eran giunti.E tutti vivevano come nella poesia. Non avevano più ciascuno la sua anima chiusa, ma come intorno a loro si moveva la medesima aria fra cielo e mare, così dentro di loro una sola medesima anima. Alle volte mettendosi a parlare dell'arrivo e della guerra cadevano già in preda all'ebbrezza delle battaglie, alle volte il mare li placava e rasserenava, prendeva nel suo incanto la loro anima umana.Il Buondelmonti, Giacomo Rummo, il Tanno, Quirino mangiavano in compagnia degli altri, seduti a terra sul ponte, e il primo parlava, parlava più di tutti. Parlava e raccontava le storie antiche di Roma e d'Italia, o le meraviglie del mondo moderno, durante le grandi giornate senza mutamento di cielo e di mare, o quando sui capi palpitavano le coperture di poppa e di prua al soffio del vento e sulle coperture passavano le nuvole, e gli orizzonti s'aprivano e si chiudevano.Il Buondelmonti parlava perchè il cuore eroico gli traboccava, perchè i pensieri che esso aveva concepiti una volta in Italia nella solitudine del suo studio, ora nella mente gli si risvegliavano animati dagli spiriti del mare e del cielo, dell'amor di patria e della guerra. La guerra e la patria davano ai suoi pensieri l'animazione; il cielo e il mare lo spazio. Egli nel suo librol'«Elogio della guerra» aveva celebrato la guerra madre d'uomini e di popoli magnanimi. L'aveva celebrata mostrando come fosse capace di riattivare i valori maggiori dell'animo umano e di deprimere quelli inferiori venuti su nei lunghi periodi di pace, i valori de' mercanti e de' demagoghi, i valori degli spregevoli borghesi e l'opinione pubblica degli omiciattoli pusilli. Aveva mostrato come la guerra distruttrice di esistenze effimere fosse creatrice d'eterno umano ideale, e come quindi la sua morale fosse più alta di quella della pace. E come spazzasse via i popoli inferiori, o debilitati dalla vecchiezza e putrefatti in lunga decadenza, e portasse al comando del mondo i popoli migliori, nuovi, barbarici, e come suscitasse e diffondesse le grandi civiltà. E il Buondelmonti aveva celebrato i greci, Alessandro, i romani, tutti i popoli e gli uomini guerreschi sino a Napoleone Primo. Aveva celebrato la guerra paragonandola col dolore della maternità: come la natura vuole che le madri partoriscano con dolore, così vuole che altrettanto accada per le nazioni le quali debbono esser madri delle civiltà. Come delle femmine dell'uomo così è delle nazioni: alcune sono sterili e altre feconde. — Noi tutti, aveva scritto nel suo libro il Buondelmonti, vorremmo formare della nostra Italia un organismo non sterile, ma creatore, ela sua creazione altro non potrebbe essere se non il nuovo impero e la nuova civiltà, e perciò dovrebbe farsi l'animo a patire la guerra che è il mezzo di creazione. — Così il Buondelmonti aveva celebrato la guerra. L'aveva finalmente celebrata come supremo atto della nazione, della nazione la quale al pari della musica, dell'arte, della religione, è uno sforzo dell'uomo per uscire dall'individuo e propagarsi nel tempo e nello spazio. Nella musica l'uomo s'oblia, nella religione e nell'arte si trasfigura e si eterna, nella nazione s'incarna in società vaste e nel corso delle generazioni. La guerra è il sacro supremo atto dell'incarnazione nazionale, mentre le esistenze individuali muoiono.Ora tali pensieri si risvegliavano nella mente del Buondelmonti tra cielo e mare. Egli navigava alla testa d'un drappello tornando verso la patria e andando verso la guerra. E perciò la sua vita era finalmente lirica nella realtà dei fatti com'era stata nella realtà della poesia e dell'arte. Era eroica com'era stata nella profonda conoscenza storica. E perciò parlava, parlava più di tutti. Ed ai compagni parlava delle più grandi cose, animato dal grande inno eroico che risonava dentro di lui.E i compagni gli si raccoglievano intorno a sentirlo, prima quelli che si trovavan più vicinie poi altri e poi altri e poi tutti, perchè erano incantati dall'eloquenza che a Rio de Janeiro li aveva rapiti via, e perchè nella sua voce sentivano l'animazione del grande inno che più li incantava ancora.Il Buondelmonti parlava del vasto, veloce, potente mondo moderno descrivendo macchine e ogni sorta d'invenzioni, di terra, di mare e di cielo, ora i piccoli navicelli micidiali che filano sotto mare, ora i veicoli che volano sulla terra, ora quelli che tentano le vie del cielo, ora descrivendo il passaggio d'una parola umana delicata come l'idea da un continente a un altro, da un oceano a un altro attraverso le tempeste senza alcun conduttore. Talvolta raccontava de' circuiti aerei che avevan avuto luogo in Europa l'anno prima, in Francia, in Italia e altrove, e raccontava di certi mirabili uomini i quali si chiamavano Paulham, Lathan e Farman e per tre giorni avevano gareggiato in potenza di volo e uno aveva per ore e ore tenuto il cielo a grandi altezze, mentre sopraggiunte le tenebre della notte imperversavano vento, pioggia e fulmini. Altre volte il Buondelmonti che riuniva in sè la forza di tutto il passato, di tutto il presente e di tutto l'avvenire, metteva i compagni a parte delle grandiose e terribili visioni del suo spirito, fondate sull'istinto che egli aveva delle leggistoriche. E parlava di grandi guerre che sarebbero avvenute fra continente e continente e d'imperi che sarebbero sorti tali da sembrare in paragone ben piccoli quelli antichi e i presenti. Oppure altre volte parlava di arti e di grandi artisti e poeti del passato, di Michelangelo e di Dante e dei monumenti che adornano Roma e le altre città d'Italia.E altre volte il Buondelmonti mostrava il mare, il cielo, le mutazioni di colori, il sole che scendeva nel mare. Ci furono giorni e giorni in cui al parapetto la nave era tutta pupille che guardavano. Guardavano come da sera a sera i colori variavano, come nella stessa sera i colori nascevano, si mutavano gli uni negli altri, morivano, rinascevano, si combattevano, vincevano ed eran vinti. Guardavano e perdevano gli occhi sopra un mare verde sotto un cielo tutto nuvole lilla, mentre il sole moriva in un campo di fuoco. Un'altra sera vedevano il sole morire in campo d'oro. E quando il sole era sparito, tutto il gran cerchio del mare pareva un'immensa fiorita di violette legate intorno da un filo d'oro. Ma soprattutto quelli uomini godevano come fanciulli dinanzi ai tramonti monumentali, quando l'artista divino e giocoso, il sole, prima d'abbandonarli, dava loro una gran festa di creazioni fantastiche, suscitava con i suoi raggi e con le nuvoleedifizi non più visti, castelli, laghi, isole, città e foreste.Ma la notte Piero Buondelmonti quando si ritrovava solo, spesso non riusciva a prender sonno per via del dolore di Giovanna, nè ora era soltanto dolore, sibbene acutissimo rimorso. Prima aveva provato dolore ed ora provava rimorso, perchè la sua coscienza s'era finalmente per la prima volta svegliata e gli diceva che per causa di lui e non di altri Giovanna era morta. Egli e non altri aveva tolto dal mondo quella giovane vita. Egli avrebbe potuto spiegare a Giovanna le sue idee, far di lei una sua discepola, darle quella grande anima e quella grande coscienza di cui essa era degna; e invece aveva fatto di lei la sua amante ed era stato la causa della sua morte. Oh rimorso, rimorso! Sempre il Buondelmonti, quand'ei tornava individualmente in sè, trovava questo rimorso pronto a lacerargli il cuore. E di notte balzava a un tratto dal sonno e si metteva a invocar Giovanna con lacrime e con i nomi più cari e più santi per far tacere il suo rimorso. E si ricordava di quando il Berènga aveva pregato per l'anima di lei, e di quando egli stesso sulla tomba di lei aveva pregato, e tornava a pregare, a pregare, come se avesse fede, e certe volte gli pareva d'aver fede e di vedere l'anima di lei edi parlarle e di chiederle perdono, e così talvolta aveva requie dal rimorso. Ma altre volte questo gli straziava di più il cuore, perchè il Buondelmonti si ricordava di avere spesso a Rio de Janeiro giudicata male Giovanna, quando l'aveva giudicata una piccola borghese, la solita donnetta frivola capace di darsi per ozio, o per vizio, o per vanità, non per passione d'amore. Oh il rimorso dell'offesa! Ora invece gli riappariva quale gli era apparsa un attimo prima della tragedia, quand'egli aveva visto balenare la persona di lei sulla porta e subito aveva sentito il grido: — Piero! — Un attimo d'un attimo aveva visto, prima del colpo, la donna precipitarglisi contro, un attimo d'un attimo l'aveva sentita stretta a sè, e poi più nulla. Oh rimorso, rimorso! La sua sorella eroica! La sua sposa ideale! Ma ora, ora soltanto la comprendeva, ora soltanto, e prima no; prima l'aveva amata senza comprenderla! Prima amandola l'aveva umiliata e offesa! E la notte sull'oceano gli ritornava dinanzi come gli s'era presentata a Rio de Janeiro, fuggitiva dal tetto domestico, piccola piccola e tremante e balbettante: — Son tutta insozzata, son tutta insozzata! — E Piero non aveva potuto toccarla, come se essa fosse stata tutta una piaga. Ora egli apriva finalmente gli occhi: non Giovanna, ma lui aveva peccato contro l'amore; lui che a Roma,durante il viaggio, a Rio de Janeiro altro non aveva cercato se non l'avventura d'amore. Ora finalmente apriva gli occhi! Egli non aveva amato Giovanna e soltanto aveva desiderato di diventare il suo amante! E sempre era stato così, tutta la sua vita non era stata se non un tessuto d'amori e d'amorazzi, senza amore. Ed ora nella solitudine della notte oceanica questo amore sorgeva in lui soltanto per il pensiero di Giovanna, della giovane donna che era morta per causa sua. Oh rimorso! Egli tornava in patria, essa era rimasta laggiù laggiù, sepolta nella terra straniera. Dal suo giaciglio, mentre la nave andava nella notte, Piero fissava quel punto che sempre più s'allontanava, quel punto dove egli s'era inginocchiato ed aveva pregato. Perchè almeno la cara salma non tornava più in patria con lui su quella stessa nave? Piero fece voto d'adoprarsi per questo dopo la guerra, se fosse stato ancor vivo; sarebbe andato dai parenti di Giovanna, o avrebbe trovato altra via; ma Giovanna doveva tornare in patria, ed egli stesso un'altra volta avrebbe attraversato l'oceano per accompagnarvela.E una notte Piero uscì dalla sua cabina. Lo stretto corridoio delle cabine era quasi all'oscuro, e nel silenzio si sentiva l'ansito della nave e ilfiotto del mare che la flagellava. Piero corse lungo il corridoio e in fondo battè a una porta. Una voce di dentro rispose:— Aprite.Piero entrò e quando Giacomo Rummo lo vide, gli domandò:— Che vuoi a quest'ora?Ma Piero aveva la faccia così pallida e trasfigurata che l'amico lo prese per mano e lo fece sedere accanto a sè sul giaciglio. E allora l'altro gli disse:— Giacomo, se non morrò in guerra, tornerò a Rio de Janeiro per andare a prendere lei e riportarla in patria. Ma se io morrò, promettimi che tu farai questo per me. Cercherai de' parenti di lei e combinerai e tu stesso tornerai a Rio de Janeiro a riprendere il corpo in vece mia e come mio fratello.Il Rummo promise che l'avrebbe fatto, e subito come se per quelle stesse parole Giovanna fosse morta in quel momento, Piero scoppiò in un dirottissimo pianto, nè mai il dolore e il rimorso gli avevano lacerato il cuore come allora. Perchè era veramente come se in quello stesso momento Giovanna fosse morta, mentre insieme la memoria senza pietà tornava a ripresentar viva Giovanna dinanzi agli occhi di Piero, qual era con lui sopra un'altra nave pochi mesi prima. Il Rummomise un braccio intorno al collo dell'amico e lasciò che piangesse, e anch'egli era molto triste. Gli giungevano all'orecchio col pianto dell'amico l'ansito della macchina che pareva anelare al porto del suo riposo, e il furor ferocissimo della notte oceanica contro il fragile legno. E in quell'ora di notte sul puro cuore del Rummo pesava tutta la tristezza della miseria umana. Finchè egli si levò in piedi e con voce forte e risoluta, come se volesse comandare allo spirito di lui, prese a confortare l'amico parlandogli della patria e della guerra. E confessandogli l'amico il suo rimorso, il Rummo gli disse:— In Italia troverai la tua redenzione. Abbandonàti a noi stessi, chiusi nel nostro egoismo, noi tutti non siamo altro che un bersaglio di dolori e un ricettacolo di colpe. E in fondo la tua stessa dottrina non ha voluto insegnare se non questo: che bisogna morire a noi stessi per rivivere in una vita più grande. I cristiani dicevano per rivivere in Cristo, noi nella patria. E per questo noi tutti t'abbiamo seguìto. Tu sei il nostro capo. Io sono un uomo convertito da te. Questa nave porta il tuo sogno religioso.E così dicendo Giacomo Rummo, già sacerdote della nuova religione, fissava l'amico seduto tenendogli una mano sulla spalla in segno di protezione. Poi gli disse:— Levati. Andiamo a respirare il vento del mare.E tutti e due andarono sovra coverta o l'intera notte camminarono su e giù sotto le sartie e sotto le stelle parlando dell'Italia e della guerra.Finalmente la mattina dell'undecimo giorno dalla partenza di Rio de Janeiro il capitano annunziò:— Stanotte vedremo il Capo Spartel sulla costa d'Africa e domani a quest'ora avremo già passato lo stretto e saremo nel Mediterraneo.Tutti furono presi dalla gioia e quelli che erano già stanchi della navigazione si rianimarono. Ma poi molti pensando che sarebbero sbarcati a Genova mutaron la gioia in una pena segreta perchè avrebber voluto, anch'essi, rivedere il loro paese natio. E alcuni rifacevano tra sè e sè il viaggio che cinque, dieci, vent'anni prima, avevan fatto dal loro paese natio a quel porto per emigrare; rifacevano quel viaggio muti a' parapetti della nave guardando, anch'essi, lontano lontano di là dall'orizzonte del mare, guardando in un punto dove per ognuno il cuore metteva la patria, una pianura breve più di quanto gli occhi avrebber potuto comprendere, oppure un monte, anche essi, o una ripa di fiume, poche case, un campanile, una casetta. Quest'era, anche per loro,la patria, e sarebbero sbarcati lontano, sarebbero andati a combattere e forse a morire lontano senza più rivederla. Ma in loro, in alcuni di loro, si risvegliò ora il ricordo della guerra e che andavano a combattere insieme. Occhi si cercarono con occhi, nè alcuno si sentì più solo, separato dagli altri nel suo paese natio, ma in tutti risorse l'amore dell'altra patria più grande. Ci fu chi cominciò a cantare un inno guerresco della patria, e poi altri e poi altri, e poi finalmente l'entusiasmo riguadagnò tutti, un delirio pari a quando a Rio de Janeiro dodici giorni prima avevano fatto l'offerta della loro vita.La notte poi stavan tutti al parapetto della nave aspettando che apparisse il faro annunziatore dello stretto di Gibilterra. Aspettavano con tutta l'anima nelle pupille fisse avanti nella notte, perchè sembrava loro per la prima volta d'esser sul punto di rimettere piede in patria, sembrava di vedere i campi di battaglia e d'accorrervi anch'essi. Tirava un po' di vento e portava un piovischio negli occhi; un nuvolame fosco si moveva per il cielo lasciando qua e là scoperte le stelle. Tutto l'orizzonte era ingombro dell'umidor della pioggia e pareva biancicare. Più frequenti delle altre notti si vedevano i lumi delle navi sboccate dallo stretto. Ma le pupille de' reduci si spingevano attraverso la notte cercandodi centuplicar la loro virtù per afferrare il lume che già era quello della patria. E ora uno, ora un altro dicevano:— Eccolo! Eccolo!E tutte le pupille ansiose cercavano verso il cenno delle mani nell'oscurità. Ma il lume non era visto e solo apparivano qua e là barlumi avvolti nell'umidore e sparivano. Si navigava ancora in silenzio, si tornava a sentire il soffio del vento che portava il piovischio nelle pupille. Ma poi un'altra voce rispuntava e altre e più e più:— Eccolo! Eccolo!Finchè dall'alto del ponte di comando il capitano gridò:— Il Capo Spartel!Il fremito dei petti si levò, poi fu silenzio, si sentì l'impeto della nave nel mare oscuro. Ma poi di nuovo si levaron voci, grida, canti e tutti passaron la notte sul ponte senza dormire aspettando l'alba.All'alba Piero Buondelmonti sentendosi già nella chioma il vento del lago romano, si mise a parlare ai compagni per celebrar quello che avevano e quello che avrebbero fatto.— Voi — incominciò a dire — avete dato il buon esempio alla patria. Siete pochi, ma il vostro ritorno ha un grandissimo significato, perchè voi, amici miei, partiste emigranti e tornatecombattenti. Cioè, avete fatta in piccolo, ma prima di tutti, una cosa che fatta in grande cambierà le sorti della nostra patria. E perciò per parte della nostra patria voi siete meritevoli di gratitudine. Tutte le generazioni avvenire d'Italia vi dovranno essere grate. Perchè se l'Italia vincerà questa guerra, riprenderà animo e si rimetterà per le vie de' suoi padri. E allora quelli che verranno, non avranno più bisogno di fare quello che avete dovuto far voi, d'emigrare in terra straniera, armati soltanto delle braccia e di pazienza, ma potranno emigrare nelle terre che la patria si sarà conquistate. Allora l'Italia non sarà soltanto dov'oggi è Italia, ma sarà dovunque saranno italiani com'oggi è Inghilterra dovunque sono inglesi. E allora gli italiani non parleranno più la lingua dei loro padroni, ma parleranno la loro lingua. Allora, anche quelli che verranno, faranno ciò che voi fate, torneranno per combattere nelle grandi guerre della patria, ma in molti e non in poche centinaia come voi, in molti com'è oggi degli inglesi i quali quando ne abbiano bisogno, possono muovere e radunare da un continente a un altro e da un oceano a un altro interi eserciti come corpi d'un esercito solo. E allora, come voi fate, altri torneranno, e non per combattere, bensì per ammirare le opere di bellezza con le quali la patria si sarà glorificatanel nuovo impero come già nell'antico. Le città che ora sono antiche, splenderanno dinanzi agli occhi di coloro i quali torneranno un giorno, più antiche e più venerande, veri santuarii delle stirpi, e altre ne saranno sorte, egualmente belle e immense. Allora ovunque saranno, gli italiani sentiranno parlare con riverenza della loro patria perchè questa sarà di nuovo capo del mondo, sarà capo d'un mondo che avrà superato in vastità, velocità e potenza questo nostro moderno di quanto esso ha superato l'antico. Voi, cari compagni, siete un pugno d'uomini e un giorno foste poveri emigranti delle braccia e della pazienza, ma avete il merito d'essere stati i primi a dare il buon esempio.Così parlò il Buondelmonti e la voce gli tremava fortemente. Ma ancora si rivolse al giovane straniero che tornava per combattere con gli italiani, e mettendogli una mano sulla spalla incominciò a celebrargli la patria.— Tu poi — gli disse — se vivrai dopo la guerra, vedrai le belle città! E innanzi d'ogni altra l'eterna Roma, l'augusta madre delle nazioni, Firenze, madre di genii, e Venezia che concepì nel fango e partorì un sogno orientale! E altre e altre che quando le vie scorrevan sangue, furon lavorate dagli artisti, tutte quante finamente come un gioiello, e dove le torri crebbero molto piùgigantesche delle palme nella tua Rio de Janeiro e ora quelle che restano in piedi hanno preso il colore dell'oro nei tramonti della nostra patria! E vedrai altre città che portano in cima in cima alle montagne e alle rupi le reliquie delle stirpi antichissime e tutte quante scomparse innanzi ai vasti piani ondeggianti dove da millenni e millenni si rinnovano ad ogni stagione le viti e il grano! Vedrai città che cantano sulla riva del mare inebriate di sole e di malinconia, che cantano cantano una canzone d'amor carnale e appassionato! Sentirai il canto italiano su labbra italiane sotto il cielo italiano! Sentirai alle sue sorgenti il linguaggio che attraverso tanti secoli e tante fortune di popoli e tante loro mutazioni e peregrinazioni è giunto fin laggiù dove tu sei nato! Vedrai il riso del bel paese, i lineamenti delle cose ben proporzionate nell'aria leggiera, vedrai ale di mare gettate sulla terra, ale di terra gettate sul mare! Vedrai colline senza palme ma alate come la tua divina Gloria, isole dei laghi leggiadre come la tua isoletta Fiscal, isole del mare che hanno per sposo il sole, isole ardenti e tutte profumate di fiori d'arancio in mezzo al mare! Vedrai festoni d'isole lungo lungo l'Italia, dove volò l'Aquila e passeggiò il Leone, le vedrai, se torneranno nostre dopo la guerra! Vedrai, vedrai e amerai amerai la patria lontana!Così disse il Buondelmonti con voce tremante.Dopo poco il capitano della nave gridò dall'alto:— Siamo nel Mediterraneo!Si levò dai quattrocento petti una sola voce:— Italia!Poi fu silenzio.E nel silenzio parve a Piero Buondelmonti di sentir giungere dal lago romano la voce del cannone. Ed ei s'inginocchiò con l'anima dinanzi al sacro mistero della morte e della vita che le nazioni celebravano a quella voce.FINE.
Il giorno dopo gli italiani salparono da Rio de Janeiro. Eran circa quattrocento che avevan fatto dono della vita alla patria in un momento d'entusiasmo suscitato dalle parole di un uomo generoso. La nave che li portava era celere, ma più celeri erano i loro cuori e ora temevano di non poter giungere in tempo per prender parte alla vittoria, ora che già le armi della patria avesser la peggio, e un'ansia li occupava, di volare, di volare, come se il loro arrivo soltanto potesse mutar le sorti della guerra.
Erano imbarcati insieme col Buondelmonti siciliani, calabri, liguri, piemontesi, lombardi, veneti, d'ogni altra regione italiana. Uno solo non italiano era imbarcato, il giovane poeta di Rio de Janeiro Quirino Honorio do Amaral, volendo egli pure combattere per la patria lontana. Taluni di quei reduci eran di coloro che nel Brasile avevano lavorando mutato condizione, ma la maggior parte eran popolo come quando v'eran giunti.
E tutti vivevano come nella poesia. Non avevano più ciascuno la sua anima chiusa, ma come intorno a loro si moveva la medesima aria fra cielo e mare, così dentro di loro una sola medesima anima. Alle volte mettendosi a parlare dell'arrivo e della guerra cadevano già in preda all'ebbrezza delle battaglie, alle volte il mare li placava e rasserenava, prendeva nel suo incanto la loro anima umana.
Il Buondelmonti, Giacomo Rummo, il Tanno, Quirino mangiavano in compagnia degli altri, seduti a terra sul ponte, e il primo parlava, parlava più di tutti. Parlava e raccontava le storie antiche di Roma e d'Italia, o le meraviglie del mondo moderno, durante le grandi giornate senza mutamento di cielo e di mare, o quando sui capi palpitavano le coperture di poppa e di prua al soffio del vento e sulle coperture passavano le nuvole, e gli orizzonti s'aprivano e si chiudevano.
Il Buondelmonti parlava perchè il cuore eroico gli traboccava, perchè i pensieri che esso aveva concepiti una volta in Italia nella solitudine del suo studio, ora nella mente gli si risvegliavano animati dagli spiriti del mare e del cielo, dell'amor di patria e della guerra. La guerra e la patria davano ai suoi pensieri l'animazione; il cielo e il mare lo spazio. Egli nel suo librol'«Elogio della guerra» aveva celebrato la guerra madre d'uomini e di popoli magnanimi. L'aveva celebrata mostrando come fosse capace di riattivare i valori maggiori dell'animo umano e di deprimere quelli inferiori venuti su nei lunghi periodi di pace, i valori de' mercanti e de' demagoghi, i valori degli spregevoli borghesi e l'opinione pubblica degli omiciattoli pusilli. Aveva mostrato come la guerra distruttrice di esistenze effimere fosse creatrice d'eterno umano ideale, e come quindi la sua morale fosse più alta di quella della pace. E come spazzasse via i popoli inferiori, o debilitati dalla vecchiezza e putrefatti in lunga decadenza, e portasse al comando del mondo i popoli migliori, nuovi, barbarici, e come suscitasse e diffondesse le grandi civiltà. E il Buondelmonti aveva celebrato i greci, Alessandro, i romani, tutti i popoli e gli uomini guerreschi sino a Napoleone Primo. Aveva celebrato la guerra paragonandola col dolore della maternità: come la natura vuole che le madri partoriscano con dolore, così vuole che altrettanto accada per le nazioni le quali debbono esser madri delle civiltà. Come delle femmine dell'uomo così è delle nazioni: alcune sono sterili e altre feconde. — Noi tutti, aveva scritto nel suo libro il Buondelmonti, vorremmo formare della nostra Italia un organismo non sterile, ma creatore, ela sua creazione altro non potrebbe essere se non il nuovo impero e la nuova civiltà, e perciò dovrebbe farsi l'animo a patire la guerra che è il mezzo di creazione. — Così il Buondelmonti aveva celebrato la guerra. L'aveva finalmente celebrata come supremo atto della nazione, della nazione la quale al pari della musica, dell'arte, della religione, è uno sforzo dell'uomo per uscire dall'individuo e propagarsi nel tempo e nello spazio. Nella musica l'uomo s'oblia, nella religione e nell'arte si trasfigura e si eterna, nella nazione s'incarna in società vaste e nel corso delle generazioni. La guerra è il sacro supremo atto dell'incarnazione nazionale, mentre le esistenze individuali muoiono.
Ora tali pensieri si risvegliavano nella mente del Buondelmonti tra cielo e mare. Egli navigava alla testa d'un drappello tornando verso la patria e andando verso la guerra. E perciò la sua vita era finalmente lirica nella realtà dei fatti com'era stata nella realtà della poesia e dell'arte. Era eroica com'era stata nella profonda conoscenza storica. E perciò parlava, parlava più di tutti. Ed ai compagni parlava delle più grandi cose, animato dal grande inno eroico che risonava dentro di lui.
E i compagni gli si raccoglievano intorno a sentirlo, prima quelli che si trovavan più vicinie poi altri e poi altri e poi tutti, perchè erano incantati dall'eloquenza che a Rio de Janeiro li aveva rapiti via, e perchè nella sua voce sentivano l'animazione del grande inno che più li incantava ancora.
Il Buondelmonti parlava del vasto, veloce, potente mondo moderno descrivendo macchine e ogni sorta d'invenzioni, di terra, di mare e di cielo, ora i piccoli navicelli micidiali che filano sotto mare, ora i veicoli che volano sulla terra, ora quelli che tentano le vie del cielo, ora descrivendo il passaggio d'una parola umana delicata come l'idea da un continente a un altro, da un oceano a un altro attraverso le tempeste senza alcun conduttore. Talvolta raccontava de' circuiti aerei che avevan avuto luogo in Europa l'anno prima, in Francia, in Italia e altrove, e raccontava di certi mirabili uomini i quali si chiamavano Paulham, Lathan e Farman e per tre giorni avevano gareggiato in potenza di volo e uno aveva per ore e ore tenuto il cielo a grandi altezze, mentre sopraggiunte le tenebre della notte imperversavano vento, pioggia e fulmini. Altre volte il Buondelmonti che riuniva in sè la forza di tutto il passato, di tutto il presente e di tutto l'avvenire, metteva i compagni a parte delle grandiose e terribili visioni del suo spirito, fondate sull'istinto che egli aveva delle leggistoriche. E parlava di grandi guerre che sarebbero avvenute fra continente e continente e d'imperi che sarebbero sorti tali da sembrare in paragone ben piccoli quelli antichi e i presenti. Oppure altre volte parlava di arti e di grandi artisti e poeti del passato, di Michelangelo e di Dante e dei monumenti che adornano Roma e le altre città d'Italia.
E altre volte il Buondelmonti mostrava il mare, il cielo, le mutazioni di colori, il sole che scendeva nel mare. Ci furono giorni e giorni in cui al parapetto la nave era tutta pupille che guardavano. Guardavano come da sera a sera i colori variavano, come nella stessa sera i colori nascevano, si mutavano gli uni negli altri, morivano, rinascevano, si combattevano, vincevano ed eran vinti. Guardavano e perdevano gli occhi sopra un mare verde sotto un cielo tutto nuvole lilla, mentre il sole moriva in un campo di fuoco. Un'altra sera vedevano il sole morire in campo d'oro. E quando il sole era sparito, tutto il gran cerchio del mare pareva un'immensa fiorita di violette legate intorno da un filo d'oro. Ma soprattutto quelli uomini godevano come fanciulli dinanzi ai tramonti monumentali, quando l'artista divino e giocoso, il sole, prima d'abbandonarli, dava loro una gran festa di creazioni fantastiche, suscitava con i suoi raggi e con le nuvoleedifizi non più visti, castelli, laghi, isole, città e foreste.
Ma la notte Piero Buondelmonti quando si ritrovava solo, spesso non riusciva a prender sonno per via del dolore di Giovanna, nè ora era soltanto dolore, sibbene acutissimo rimorso. Prima aveva provato dolore ed ora provava rimorso, perchè la sua coscienza s'era finalmente per la prima volta svegliata e gli diceva che per causa di lui e non di altri Giovanna era morta. Egli e non altri aveva tolto dal mondo quella giovane vita. Egli avrebbe potuto spiegare a Giovanna le sue idee, far di lei una sua discepola, darle quella grande anima e quella grande coscienza di cui essa era degna; e invece aveva fatto di lei la sua amante ed era stato la causa della sua morte. Oh rimorso, rimorso! Sempre il Buondelmonti, quand'ei tornava individualmente in sè, trovava questo rimorso pronto a lacerargli il cuore. E di notte balzava a un tratto dal sonno e si metteva a invocar Giovanna con lacrime e con i nomi più cari e più santi per far tacere il suo rimorso. E si ricordava di quando il Berènga aveva pregato per l'anima di lei, e di quando egli stesso sulla tomba di lei aveva pregato, e tornava a pregare, a pregare, come se avesse fede, e certe volte gli pareva d'aver fede e di vedere l'anima di lei edi parlarle e di chiederle perdono, e così talvolta aveva requie dal rimorso. Ma altre volte questo gli straziava di più il cuore, perchè il Buondelmonti si ricordava di avere spesso a Rio de Janeiro giudicata male Giovanna, quando l'aveva giudicata una piccola borghese, la solita donnetta frivola capace di darsi per ozio, o per vizio, o per vanità, non per passione d'amore. Oh il rimorso dell'offesa! Ora invece gli riappariva quale gli era apparsa un attimo prima della tragedia, quand'egli aveva visto balenare la persona di lei sulla porta e subito aveva sentito il grido: — Piero! — Un attimo d'un attimo aveva visto, prima del colpo, la donna precipitarglisi contro, un attimo d'un attimo l'aveva sentita stretta a sè, e poi più nulla. Oh rimorso, rimorso! La sua sorella eroica! La sua sposa ideale! Ma ora, ora soltanto la comprendeva, ora soltanto, e prima no; prima l'aveva amata senza comprenderla! Prima amandola l'aveva umiliata e offesa! E la notte sull'oceano gli ritornava dinanzi come gli s'era presentata a Rio de Janeiro, fuggitiva dal tetto domestico, piccola piccola e tremante e balbettante: — Son tutta insozzata, son tutta insozzata! — E Piero non aveva potuto toccarla, come se essa fosse stata tutta una piaga. Ora egli apriva finalmente gli occhi: non Giovanna, ma lui aveva peccato contro l'amore; lui che a Roma,durante il viaggio, a Rio de Janeiro altro non aveva cercato se non l'avventura d'amore. Ora finalmente apriva gli occhi! Egli non aveva amato Giovanna e soltanto aveva desiderato di diventare il suo amante! E sempre era stato così, tutta la sua vita non era stata se non un tessuto d'amori e d'amorazzi, senza amore. Ed ora nella solitudine della notte oceanica questo amore sorgeva in lui soltanto per il pensiero di Giovanna, della giovane donna che era morta per causa sua. Oh rimorso! Egli tornava in patria, essa era rimasta laggiù laggiù, sepolta nella terra straniera. Dal suo giaciglio, mentre la nave andava nella notte, Piero fissava quel punto che sempre più s'allontanava, quel punto dove egli s'era inginocchiato ed aveva pregato. Perchè almeno la cara salma non tornava più in patria con lui su quella stessa nave? Piero fece voto d'adoprarsi per questo dopo la guerra, se fosse stato ancor vivo; sarebbe andato dai parenti di Giovanna, o avrebbe trovato altra via; ma Giovanna doveva tornare in patria, ed egli stesso un'altra volta avrebbe attraversato l'oceano per accompagnarvela.
E una notte Piero uscì dalla sua cabina. Lo stretto corridoio delle cabine era quasi all'oscuro, e nel silenzio si sentiva l'ansito della nave e ilfiotto del mare che la flagellava. Piero corse lungo il corridoio e in fondo battè a una porta. Una voce di dentro rispose:
— Aprite.
Piero entrò e quando Giacomo Rummo lo vide, gli domandò:
— Che vuoi a quest'ora?
Ma Piero aveva la faccia così pallida e trasfigurata che l'amico lo prese per mano e lo fece sedere accanto a sè sul giaciglio. E allora l'altro gli disse:
— Giacomo, se non morrò in guerra, tornerò a Rio de Janeiro per andare a prendere lei e riportarla in patria. Ma se io morrò, promettimi che tu farai questo per me. Cercherai de' parenti di lei e combinerai e tu stesso tornerai a Rio de Janeiro a riprendere il corpo in vece mia e come mio fratello.
Il Rummo promise che l'avrebbe fatto, e subito come se per quelle stesse parole Giovanna fosse morta in quel momento, Piero scoppiò in un dirottissimo pianto, nè mai il dolore e il rimorso gli avevano lacerato il cuore come allora. Perchè era veramente come se in quello stesso momento Giovanna fosse morta, mentre insieme la memoria senza pietà tornava a ripresentar viva Giovanna dinanzi agli occhi di Piero, qual era con lui sopra un'altra nave pochi mesi prima. Il Rummomise un braccio intorno al collo dell'amico e lasciò che piangesse, e anch'egli era molto triste. Gli giungevano all'orecchio col pianto dell'amico l'ansito della macchina che pareva anelare al porto del suo riposo, e il furor ferocissimo della notte oceanica contro il fragile legno. E in quell'ora di notte sul puro cuore del Rummo pesava tutta la tristezza della miseria umana. Finchè egli si levò in piedi e con voce forte e risoluta, come se volesse comandare allo spirito di lui, prese a confortare l'amico parlandogli della patria e della guerra. E confessandogli l'amico il suo rimorso, il Rummo gli disse:
— In Italia troverai la tua redenzione. Abbandonàti a noi stessi, chiusi nel nostro egoismo, noi tutti non siamo altro che un bersaglio di dolori e un ricettacolo di colpe. E in fondo la tua stessa dottrina non ha voluto insegnare se non questo: che bisogna morire a noi stessi per rivivere in una vita più grande. I cristiani dicevano per rivivere in Cristo, noi nella patria. E per questo noi tutti t'abbiamo seguìto. Tu sei il nostro capo. Io sono un uomo convertito da te. Questa nave porta il tuo sogno religioso.
E così dicendo Giacomo Rummo, già sacerdote della nuova religione, fissava l'amico seduto tenendogli una mano sulla spalla in segno di protezione. Poi gli disse:
— Levati. Andiamo a respirare il vento del mare.
E tutti e due andarono sovra coverta o l'intera notte camminarono su e giù sotto le sartie e sotto le stelle parlando dell'Italia e della guerra.
Finalmente la mattina dell'undecimo giorno dalla partenza di Rio de Janeiro il capitano annunziò:
— Stanotte vedremo il Capo Spartel sulla costa d'Africa e domani a quest'ora avremo già passato lo stretto e saremo nel Mediterraneo.
Tutti furono presi dalla gioia e quelli che erano già stanchi della navigazione si rianimarono. Ma poi molti pensando che sarebbero sbarcati a Genova mutaron la gioia in una pena segreta perchè avrebber voluto, anch'essi, rivedere il loro paese natio. E alcuni rifacevano tra sè e sè il viaggio che cinque, dieci, vent'anni prima, avevan fatto dal loro paese natio a quel porto per emigrare; rifacevano quel viaggio muti a' parapetti della nave guardando, anch'essi, lontano lontano di là dall'orizzonte del mare, guardando in un punto dove per ognuno il cuore metteva la patria, una pianura breve più di quanto gli occhi avrebber potuto comprendere, oppure un monte, anche essi, o una ripa di fiume, poche case, un campanile, una casetta. Quest'era, anche per loro,la patria, e sarebbero sbarcati lontano, sarebbero andati a combattere e forse a morire lontano senza più rivederla. Ma in loro, in alcuni di loro, si risvegliò ora il ricordo della guerra e che andavano a combattere insieme. Occhi si cercarono con occhi, nè alcuno si sentì più solo, separato dagli altri nel suo paese natio, ma in tutti risorse l'amore dell'altra patria più grande. Ci fu chi cominciò a cantare un inno guerresco della patria, e poi altri e poi altri, e poi finalmente l'entusiasmo riguadagnò tutti, un delirio pari a quando a Rio de Janeiro dodici giorni prima avevano fatto l'offerta della loro vita.
La notte poi stavan tutti al parapetto della nave aspettando che apparisse il faro annunziatore dello stretto di Gibilterra. Aspettavano con tutta l'anima nelle pupille fisse avanti nella notte, perchè sembrava loro per la prima volta d'esser sul punto di rimettere piede in patria, sembrava di vedere i campi di battaglia e d'accorrervi anch'essi. Tirava un po' di vento e portava un piovischio negli occhi; un nuvolame fosco si moveva per il cielo lasciando qua e là scoperte le stelle. Tutto l'orizzonte era ingombro dell'umidor della pioggia e pareva biancicare. Più frequenti delle altre notti si vedevano i lumi delle navi sboccate dallo stretto. Ma le pupille de' reduci si spingevano attraverso la notte cercandodi centuplicar la loro virtù per afferrare il lume che già era quello della patria. E ora uno, ora un altro dicevano:
— Eccolo! Eccolo!
E tutte le pupille ansiose cercavano verso il cenno delle mani nell'oscurità. Ma il lume non era visto e solo apparivano qua e là barlumi avvolti nell'umidore e sparivano. Si navigava ancora in silenzio, si tornava a sentire il soffio del vento che portava il piovischio nelle pupille. Ma poi un'altra voce rispuntava e altre e più e più:
— Eccolo! Eccolo!
Finchè dall'alto del ponte di comando il capitano gridò:
— Il Capo Spartel!
Il fremito dei petti si levò, poi fu silenzio, si sentì l'impeto della nave nel mare oscuro. Ma poi di nuovo si levaron voci, grida, canti e tutti passaron la notte sul ponte senza dormire aspettando l'alba.
All'alba Piero Buondelmonti sentendosi già nella chioma il vento del lago romano, si mise a parlare ai compagni per celebrar quello che avevano e quello che avrebbero fatto.
— Voi — incominciò a dire — avete dato il buon esempio alla patria. Siete pochi, ma il vostro ritorno ha un grandissimo significato, perchè voi, amici miei, partiste emigranti e tornatecombattenti. Cioè, avete fatta in piccolo, ma prima di tutti, una cosa che fatta in grande cambierà le sorti della nostra patria. E perciò per parte della nostra patria voi siete meritevoli di gratitudine. Tutte le generazioni avvenire d'Italia vi dovranno essere grate. Perchè se l'Italia vincerà questa guerra, riprenderà animo e si rimetterà per le vie de' suoi padri. E allora quelli che verranno, non avranno più bisogno di fare quello che avete dovuto far voi, d'emigrare in terra straniera, armati soltanto delle braccia e di pazienza, ma potranno emigrare nelle terre che la patria si sarà conquistate. Allora l'Italia non sarà soltanto dov'oggi è Italia, ma sarà dovunque saranno italiani com'oggi è Inghilterra dovunque sono inglesi. E allora gli italiani non parleranno più la lingua dei loro padroni, ma parleranno la loro lingua. Allora, anche quelli che verranno, faranno ciò che voi fate, torneranno per combattere nelle grandi guerre della patria, ma in molti e non in poche centinaia come voi, in molti com'è oggi degli inglesi i quali quando ne abbiano bisogno, possono muovere e radunare da un continente a un altro e da un oceano a un altro interi eserciti come corpi d'un esercito solo. E allora, come voi fate, altri torneranno, e non per combattere, bensì per ammirare le opere di bellezza con le quali la patria si sarà glorificatanel nuovo impero come già nell'antico. Le città che ora sono antiche, splenderanno dinanzi agli occhi di coloro i quali torneranno un giorno, più antiche e più venerande, veri santuarii delle stirpi, e altre ne saranno sorte, egualmente belle e immense. Allora ovunque saranno, gli italiani sentiranno parlare con riverenza della loro patria perchè questa sarà di nuovo capo del mondo, sarà capo d'un mondo che avrà superato in vastità, velocità e potenza questo nostro moderno di quanto esso ha superato l'antico. Voi, cari compagni, siete un pugno d'uomini e un giorno foste poveri emigranti delle braccia e della pazienza, ma avete il merito d'essere stati i primi a dare il buon esempio.
Così parlò il Buondelmonti e la voce gli tremava fortemente. Ma ancora si rivolse al giovane straniero che tornava per combattere con gli italiani, e mettendogli una mano sulla spalla incominciò a celebrargli la patria.
— Tu poi — gli disse — se vivrai dopo la guerra, vedrai le belle città! E innanzi d'ogni altra l'eterna Roma, l'augusta madre delle nazioni, Firenze, madre di genii, e Venezia che concepì nel fango e partorì un sogno orientale! E altre e altre che quando le vie scorrevan sangue, furon lavorate dagli artisti, tutte quante finamente come un gioiello, e dove le torri crebbero molto piùgigantesche delle palme nella tua Rio de Janeiro e ora quelle che restano in piedi hanno preso il colore dell'oro nei tramonti della nostra patria! E vedrai altre città che portano in cima in cima alle montagne e alle rupi le reliquie delle stirpi antichissime e tutte quante scomparse innanzi ai vasti piani ondeggianti dove da millenni e millenni si rinnovano ad ogni stagione le viti e il grano! Vedrai città che cantano sulla riva del mare inebriate di sole e di malinconia, che cantano cantano una canzone d'amor carnale e appassionato! Sentirai il canto italiano su labbra italiane sotto il cielo italiano! Sentirai alle sue sorgenti il linguaggio che attraverso tanti secoli e tante fortune di popoli e tante loro mutazioni e peregrinazioni è giunto fin laggiù dove tu sei nato! Vedrai il riso del bel paese, i lineamenti delle cose ben proporzionate nell'aria leggiera, vedrai ale di mare gettate sulla terra, ale di terra gettate sul mare! Vedrai colline senza palme ma alate come la tua divina Gloria, isole dei laghi leggiadre come la tua isoletta Fiscal, isole del mare che hanno per sposo il sole, isole ardenti e tutte profumate di fiori d'arancio in mezzo al mare! Vedrai festoni d'isole lungo lungo l'Italia, dove volò l'Aquila e passeggiò il Leone, le vedrai, se torneranno nostre dopo la guerra! Vedrai, vedrai e amerai amerai la patria lontana!
Così disse il Buondelmonti con voce tremante.
Dopo poco il capitano della nave gridò dall'alto:
— Siamo nel Mediterraneo!
Si levò dai quattrocento petti una sola voce:
— Italia!
Poi fu silenzio.
E nel silenzio parve a Piero Buondelmonti di sentir giungere dal lago romano la voce del cannone. Ed ei s'inginocchiò con l'anima dinanzi al sacro mistero della morte e della vita che le nazioni celebravano a quella voce.
FINE.
DEL MEDESIMO AUTORE:Maria Salvestri, dramma in 3 atti L. 4 —La guerra lontana, romanzo L. 3 50Le sette lampade d'oro, novelle L. 2 —
DEL MEDESIMO AUTORE:
Maria Salvestri, dramma in 3 atti L. 4 —La guerra lontana, romanzo L. 3 50Le sette lampade d'oro, novelle L. 2 —
Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.