VIII.Alfredo de Musset ed Enrico Heine.

VIII.Alfredo de Musset ed Enrico Heine.Primo incontro di Alfredo de Musset colla Principessa. — Una sera nel parco di Versailles. — Il biondo poeta ospite della Principessa. — Ciò che raccontano due biografi di Alfredo de Musset: madame Joubert e Arsène Houssaye. — Una festa di ballo amorosa. — Lettera della principessa Belgiojoso. — Una caricatura di Alfredo de Musset. — Addio, incanto! — Enrico Heine a Parigi. — La Belgiojoso benefattrice di Enrico Heine. — Una serata con Vincenzo Bellini. — Morte dell'autore dellaNorma. — Enrico Heine e l'Italia.

Primo incontro di Alfredo de Musset colla Principessa. — Una sera nel parco di Versailles. — Il biondo poeta ospite della Principessa. — Ciò che raccontano due biografi di Alfredo de Musset: madame Joubert e Arsène Houssaye. — Una festa di ballo amorosa. — Lettera della principessa Belgiojoso. — Una caricatura di Alfredo de Musset. — Addio, incanto! — Enrico Heine a Parigi. — La Belgiojoso benefattrice di Enrico Heine. — Una serata con Vincenzo Bellini. — Morte dell'autore dellaNorma. — Enrico Heine e l'Italia.

Primo incontro di Alfredo de Musset colla Principessa. — Una sera nel parco di Versailles. — Il biondo poeta ospite della Principessa. — Ciò che raccontano due biografi di Alfredo de Musset: madame Joubert e Arsène Houssaye. — Una festa di ballo amorosa. — Lettera della principessa Belgiojoso. — Una caricatura di Alfredo de Musset. — Addio, incanto! — Enrico Heine a Parigi. — La Belgiojoso benefattrice di Enrico Heine. — Una serata con Vincenzo Bellini. — Morte dell'autore dellaNorma. — Enrico Heine e l'Italia.

Alfredo de Musset era da qualche tempo in amichevoli relazioni colla principessa, ch'egli avea incontrata la prima volta nella folla variopinta del salotto del buon generale La Fayette. La Belgiojoso aveva lasciato momentaneamente Parigi per Versailles, dove, non lungi dal parco, avea preso in affitto un alloggio elegante. Un giorno, il poeta le fece visita; e venne trattenuto a pranzo. S'era in principio dell'estate; e quella sera, Alfredo de Musset era il solo ospite della principessa.

Dopo pranzo, andarono entrambi a passeggiare nel gran parco solitario di Versailles. Il recesso era propizio all'intimità. La principessa domandòal biondo poeta di declamarle dei versi. Il poeta le recitò alcune rime d'amore e, appena recitate, le voleva porre in azione. Ma, leggera e rapida, la principessa fuggì attraverso i viali e i labirinti di Maria Antonietta; il poeta la inseguì; e il suo piede urtò contro un tronco d'albero. Il poeta si produsse una storta e cadde emettendo un'esclamazione di sofferenza. La Belgiojoso tornò sollecita verso il poeta, e l'ajutò a trascinarsi verso un sedile di pietra, e lo fece sedere. Vedendolo soffrir molto, divenne affettuosa con lui, carezzevole, quasi appassionata. Ma l'acuto dolore del piede rende il poeta poco sensibile alle tenerezze della principesca sua amica, che corre a casa e chiama gente; due domestici arrivano portando un'ampia poltrona sulla quale adagiano con ogni cura Alfredo de Musset e lo portano in una camera della principessa.

— Vous êtes mon prisonnier, — gli dice ridendo la Belgiojoso, — je ne vous laisse pas retourner à Paris, avant que vous ne soyez complètement remis.

Il poeta si sottomise tanto più docilmente a questo arresto, in quanto che il menomo movimento gli causava un vero spasimo. E divenne innamorato della principessa.

Così narra Gabriel Ferry nel libroBalzac et ses amies.[59]Egli ripete quanto la più irrequieta delle scrittrici francesi, Luisa Colet, avea già narrato nello scompigliato romanzoLui, e tutto fa credere che questo racconto del bosco siavero; non è vero, invece, il resto della narrazione galante, che segue nel libro; narrazione che, nelle pagine di Arsène Houssaye e in quelle di madame Joubert, è smentita.

Nessun dubbio che anche Alfredo de Musset sia stato affascinato dagli occhi della principessa.

“Elle avait les yeux terribles du sphinx, si grands, si grands, si grands, que je m'y suis perdu et que je ne m'y retrouve pas.„

Così esclamava il povero poeta; così egli stesso dava la misura della sua infelice passione.

Arsène Houssaye nelleConfessions, souvenirs d'un demi-siècle, dice che il poveretto sperava di trovare nella Belgiojoso una vera passione; sperava di riaprire il proprio cuore e d'essere salvato; ma la misteriosa dama lombarda lo deluse nelle più calde speranze.

“Cette grande dame, qui avaittout pour elle, n'était pas bien sûre d'avoir un cœur, car elle n'avait que la passion de l'esprit; elle voulait bien qu'on se donnât à elle; mais elle ne se donnait pas. Elle servait avec une grâce adorable le festin de l'amour; puis elle s'envolait au moment de se mettre à table.„

Molto in queste parole v'era di esatto. E che dovea succedere intanto di quel cuore di poeta, il quale, eterno sitibondo d'amore, esclamava (e con quanta verità!): “être admiré n'est rien; l'affaire est d'être aimé!„ Ah, doveva fremere e piangere, egli che trovava conforto nelle lagrime:

Le seul bien qui me reste au mondeC'est d'avoir quelque fois pleuré.

Le seul bien qui me reste au mondeC'est d'avoir quelque fois pleuré.

Le seul bien qui me reste au monde

C'est d'avoir quelque fois pleuré.

Ma al fulgor delle varie bellezze femminili, anche le lagrime del disinganno si arrestarono in quegli occhi, avidi d'immagini radiose. Il tradimento che la sensualissima Giorgio Sand avea inflitto pochi anni innanzi fra le seduttrici magie di Venezia nell'Hôtel Danielial giovane Alfredo de Musset, sfibrato dai piaceri, esaltato dai liquori, malato di febbri amorose insaziabili, fe' sanguinare (non v'ha dubbio) il cuor del poeta infelice: lo aveva ben ella, la Sand, rapito e trascinato a Venezia per gioire d'amore; eppure, nello stesso albergo, nelle stesse stanze, lo avea lietamente tradito, una notte, col bellissimo chirurgo e poeta veneziano, dottor Pietro Pagello, chiamato da lei stessa a guarire Alfredo de Musset; e anch'esso, il Pagello, venne trascinato d'improvviso da quella donna irruente, da quell'astro fatale, in un'orbita di passione dolorosa. Ne' suoi ultimi, tardissimi anni, il Pagello mi narrava, non senza tristezza, le gelosie impetuose, tormentose, le disperazioni del povero poeta francese; ma, allora, io non potevo scordare che le gelosie, i tormenti, le disperazioni di Alfredo de Musset vennero consolate da altri baci, da altri amori.... E così avvenne dell'infelice amore per la principessa Cristina Belgiojoso.... Madame Joubert (madrina di Alfredo de Musset) ne'Souvenirsne racconta qualche cosa.

Le due caricature della Principessa Belgiojosodisegnate da Alfredo De Musset.[Dall'Étude et recits sur Alfred de Mussetdella viscontessaAlice de Janzé](Paris, Plon, 1891, cap. VIII, p. 155).Il verso latino scritto dal Poeta sotto uno dei due ritratti, con la traduzione francese, suona così:Pallida, sed quamvis pallida, pulchra tamen. È un verso d'ignoto autore, parafrasi del motto del “Cantico de' Cantici„:Nigra sum sed formosa.

Le due caricature della Principessa Belgiojosodisegnate da Alfredo De Musset.

[Dall'Étude et recits sur Alfred de Mussetdella viscontessaAlice de Janzé]

(Paris, Plon, 1891, cap. VIII, p. 155).

Il verso latino scritto dal Poeta sotto uno dei due ritratti, con la traduzione francese, suona così:Pallida, sed quamvis pallida, pulchra tamen. È un verso d'ignoto autore, parafrasi del motto del “Cantico de' Cantici„:Nigra sum sed formosa.

La principessa diede un ballo nelle sue magiche sale, e Alfredo de Musset v'incontrò, per la prima volta, l'ammirabile madamigella di C.... che sapeva a memoria tutte le sue poesie; quelle poesie così vibranti di giovinezza e di passione.Egli si fece presentare dalla principessa all'elegantissima, bionda signorina dagli occhi azzurri e fresca come un fiore; e i due giovani ben presto volteggiarono in un valzer, nel ballo elegante e amoroso, del quale Alfredo era il poeta. Quand'essi ritornarono al loro posto, eran pallidi entrambi: egli sorrideva al turbamento che avea cagionato; ella, pensosa, mormorava in cuor suo: “Ho io trovato un dominatore?„

Lo stesso Alfredo de Musset raccontò questi particolari a madame Joubert. La signorina viveva in provincia dove suo padre occupava una ragguardevole posizione militare. Orfana di madre, leggeva tutto ciò che le piaceva, e s'era commossa alle appassionateNuitsdi Alfredo de Musset. In quella stessa veglia, un secondo valzer fu danzato dai due giovani; e la musica doveva essere di quel Joseph Lanner, viennese, che fece muovere co' suoi lenti, voluttuosi valzer per un quarto di secolo i più bei piedini d'Europa.

Questa volta i grandi occhi della Belgiojoso si fissarono ostinatamente sulla coppia danzante. Quando Alfredo de Musset, avvicinandosi alla principessa, volle riprendere la conversazione sul tono consueto, ella gli rispose con una distrazione della quale egli sentì l'impertinenza voluta. Egli prese, sullo stesso momento, la decisione d'un viaggio in Normandia. Madame Joubert lo disapprovò, e ricevette questo biglietto della Belgiojoso, ch'ella stessa pubblica e ch'è un piccolo poema di finezza del femminino eterno, in un bel francese:

“Chère Caroline!“Qui ne s'éveillerait en voyant ce beau soleil? Je crains de devenir idyllique; car je me surprends à regarder cette belle lumière avec passion. Je comprends toutes les belles dames qui se sont laissées attraper par Apollon, et je ne les plains pas trop.“Samedi sera donc pour moi un jour de fête; mais si mon soleil demain était aussi beau, et moi aussi animée, je pourrais devancer samedi et faire une reconnaissance à pied jusque chez vous.“Mille tendres amitiés.“Christine.„

“Chère Caroline!

“Qui ne s'éveillerait en voyant ce beau soleil? Je crains de devenir idyllique; car je me surprends à regarder cette belle lumière avec passion. Je comprends toutes les belles dames qui se sont laissées attraper par Apollon, et je ne les plains pas trop.

“Samedi sera donc pour moi un jour de fête; mais si mon soleil demain était aussi beau, et moi aussi animée, je pourrais devancer samedi et faire une reconnaissance à pied jusque chez vous.

“Mille tendres amitiés.

“Christine.„

E Carolina ebbe la visita di Cristina. La principessa, sempre di grande spirito, parlò all'amica del suo ballo, della bellezza di madamigella de C.... e senza affettazione. Ne pareva entusiasta.

— Qual grazia! Quale eleganza in quel corpo! I suoi occhi sono d'un azzurro profondo come il firmamento. — E disse ancora.... Ma è meglio ripetere le sue parole in francese, quali la signora Carolina Joubert le riferisce:

“C'est que rarement j'ai rencontré chez une blonde l'accent entraînant de nos beautés méridionales. A Paris, jusqu'ici, seule, la duchesse d'Elchingen m'avait inspiré pareil sentiment d'admiration; j'espère que M. de Musset appréciera, comme je le fais, la beauté de M.llede C.... et cela amènera une heureuse diversion au sentiment qu'ilcroitressentir pour moi, et qui gâte absolument nos relations.„

— Je me pris à rire en hochant la tête (soggiunge la signora Carolina).

— Que voulez-vous dire?... domandò la principessa.

— Que cette façon de guérir un coeur blessé par une blessure nouvelle n'a pas toujours réussi.

Alfredo partì per la Normandia; ma prima andò a prender commiato da madama Joubert. Pareva irritato contro la principessa, ripetendo: “Saprò io farle vedere ch'ella non ha il diritto di trattarmi così leggermente!„ Tanto è vero che quando si ha torto si vuol avere ragione.

Una rottura era inevitabile.

Una sera (è l'Houssaye che questa volta racconta) nel salotto affollato della principessa (Madame Joubert dice nel suo!...) Alfredo de Musset si divertiva a disegnare, da dilettante, in un circolo di curiosi e di curiose; e arrischiò un paradosso: che si poteva fare benissimo la caricatura più buffa del più bel volto.

— Non della principessa, — gli dice una vicina.

— Precisamente, come un'altra, — risponde il poeta-caricaturista.

Sfidato, egli si mette all'opera, e, con pochi tocchi di penna, ecco quel profilo di fata spoetizzato, accompagnato coll'agrodolce del noto verso latino:

Pallida, sed quamvis pallida, pulchra tamen.

Pallida, sed quamvis pallida, pulchra tamen.

Pallida, sed quamvis pallida, pulchra tamen.

— Il y a quelque chose! — mormora la principessa, mascherando il suo furore e voltando la caricatura.

I presenti, a tarda ora, se ne vanno. Alfredo de Musset, che ha sentito il colpo, resta l'ultimo.

— Ah! princesse! comme je vous aime! — esclamail commediante, illudendosi di poter rabbonire l'offesa signora.

— C'est impossible, — risponde ella, — puisque vous m'avez vue ainsi.

E gli riconsegna la caricatura:

— Emportez-moi sur votre coeur: c'est tout ce que vous aurez de moi.

Appena fu sulla via (soggiunge Arsène Houssaye) l'enfant du sièclesi disse:

— Suis-je fou de m'obstiner de trouver une femme là où il n'y a qu'un fantôme!...

Ed ecco perchè, nellaRevue des deux Mondesdel 1842, apparvero le strofeSur une morte.[60]

Le otto quartine, gli eleganti strali della vendetta, i rintocchi funebri sulle spente illusioni, son questi: è questa tutta l'ode di Alfredo de MussetSur une morte:

Elle était belle, si la NuitQui dort dans la sombre chapelleOù Michel-Ange a fait son lit,Immobile, peut être belle.Elle était bonne, s'il suffitQu'en passant la main s'ouvre et donne,Sans que Dieu n'ait rien vu, rien dit;Si l'or sans pitié fait l'aumône.Elle pensait, si le vain bruitD'une voix douce et cadencée,Comme le ruisseau qui gémit,Peut faire croire à la pensée.Elle priait, si deux beaux yeux,Tantôt s'attachant à la terre,Tantôt se levant vers les cieux,Peuvent s'appeler la prière.Elle aurait souri, si la fleur,Qui ne s'est point épanouie,Pouvait s'ouvrir à la fraîcheurDu vent qui passe et qui l'oublie.Elle aurait pleuré, si sa main,Sur son cœur froidement posée,Eût jamais dans l'argile humainSenti la céleste rosée.Elle aurait aimé, si l'orgueil,Pareil à la lampe inutileQu'on allume près d'un cercueil,N'eût veillé sur son cœur stérile.Elle est morte, et n'a point vécu;Elle faisait semblant de vivre.De ses mains est tombé le livreDans lequel elle n'a rien lu.[61]

Elle était belle, si la NuitQui dort dans la sombre chapelleOù Michel-Ange a fait son lit,Immobile, peut être belle.

Elle était belle, si la Nuit

Qui dort dans la sombre chapelle

Où Michel-Ange a fait son lit,

Immobile, peut être belle.

Elle était bonne, s'il suffitQu'en passant la main s'ouvre et donne,Sans que Dieu n'ait rien vu, rien dit;Si l'or sans pitié fait l'aumône.

Elle était bonne, s'il suffit

Qu'en passant la main s'ouvre et donne,

Sans que Dieu n'ait rien vu, rien dit;

Si l'or sans pitié fait l'aumône.

Elle pensait, si le vain bruitD'une voix douce et cadencée,Comme le ruisseau qui gémit,Peut faire croire à la pensée.

Elle pensait, si le vain bruit

D'une voix douce et cadencée,

Comme le ruisseau qui gémit,

Peut faire croire à la pensée.

Elle priait, si deux beaux yeux,Tantôt s'attachant à la terre,Tantôt se levant vers les cieux,Peuvent s'appeler la prière.

Elle priait, si deux beaux yeux,

Tantôt s'attachant à la terre,

Tantôt se levant vers les cieux,

Peuvent s'appeler la prière.

Elle aurait souri, si la fleur,Qui ne s'est point épanouie,Pouvait s'ouvrir à la fraîcheurDu vent qui passe et qui l'oublie.

Elle aurait souri, si la fleur,

Qui ne s'est point épanouie,

Pouvait s'ouvrir à la fraîcheur

Du vent qui passe et qui l'oublie.

Elle aurait pleuré, si sa main,Sur son cœur froidement posée,Eût jamais dans l'argile humainSenti la céleste rosée.

Elle aurait pleuré, si sa main,

Sur son cœur froidement posée,

Eût jamais dans l'argile humain

Senti la céleste rosée.

Elle aurait aimé, si l'orgueil,Pareil à la lampe inutileQu'on allume près d'un cercueil,N'eût veillé sur son cœur stérile.

Elle aurait aimé, si l'orgueil,

Pareil à la lampe inutile

Qu'on allume près d'un cercueil,

N'eût veillé sur son cœur stérile.

Elle est morte, et n'a point vécu;Elle faisait semblant de vivre.De ses mains est tombé le livreDans lequel elle n'a rien lu.[61]

Elle est morte, et n'a point vécu;

Elle faisait semblant de vivre.

De ses mains est tombé le livre

Dans lequel elle n'a rien lu.[61]

Questa poesia (ripubblicata poi soltanto nelle opere postume del poeta) sollevò a Parigi alto scalpore. La principessa Belgiojoso la lesse nellaRevue des Deux Mondes, la grande rivista diretta allora dal Buloz; e con aria sdegnosa disse un giorno, ad alta voce, a quelli che l'attorniavano nel suo salotto:

— Avez-vous lu les vers d'Alfred de MussetSur une morte? Il paraît que cette morte-là, c'est mademoiselle Rachel.

— Ce doit être mademoiselle Rachel, — risponde una signora maliziosa, — puisqu'elle a dit à Buloz en pleinfoyer: — Vous avez publié dans laRevue des Deux Mondesdes vers d'Alfred de Musset, dédiés à la princesse de Belgiojoso.

La principessa assunse il sorriso d'una donna che non è mai ferita.

“Cette Rachel! elle voudrait nous faire croire qu'elle est vivante en jouant les morts. Ce n'est qu'une ombre qui passe.„[62]

Povera e grande tragica Rachel!... Povera evocatrice di tristi figure di donne antiche, di leggendarii fantasmi sulle scene!... Ella era stata partorita su una strada di Mumpf in Turgovia; ed era salita dal fango agli onori della vita, mercè il suo classico genio. Cristina Belgiojoso, principessa del Sacro Romano Impero, avea grandeggiato, invece, rimanendo al suo posto pur nella Parigi ch'ella dicea servire allora “d'hospice aux blessés politiques de toute l'Europe„, — e nessun confronto era possibile fra le due grandi figure femminili, che in quel tempo si dividevano l'impero di Parigi; ma il motto della principessa non ci rivela di qual fine lama fosse il suo spirito?

Molti anni dopo, un parente della Belgiojoso le domandava a Milano:

— E Alfredo de Musset?...

Ed ella, con disprezzo:

— Oh! aveva dei gran bruttigilets!

Ma un altro immortale poeta bramava di dominare sull'animo di Cristina Belgiojoso. Quel poeta era tedesco e si chiamava Enrico Heine.

L'arrivo a Parigi del biondo originale umorista dai finissimi lineamenti, dalla bocca purpurea, fu uno dei più fortunati. Nel “cervello del mondo„, come il Balzac prima e Victor Hugo poi definiron Parigi, Enrico Heine vinse presto le diffidenze. Nella patria dell'esprit, lo spirito, spesso diabolico, dell'Heine, piacque assai; pareva lo spirito del Voltaire redivivo. E infatti si è indotti a esclamare: com'è francese questo tedesco! nello stesso modo che di Ettore Berlioz si esclama: com'è tedesco questo francese!

Nel suoParigi or fa cinquant'anni, Terenzio Mamiani ci porse un nitido ritratto di Enrico Heine, dicendo ch'ei “già moveva rumore per qualche saggio di poesia, nè i Parigini si davan pace che egli possedesse nel conversare tanto spirito epigrammatico quanto essi, e sopra più un maneggio mirabile dell'ironia e non poca vena dell'humoringlese. Era giovane allora, con una capigliera biondissima e folta, con bel colore di carne, con occhi piccoli ma scintillanti, e con bocca vermiglia e ben contornata, salvo ch'ei la torcea un poco dal lato destro ghignando più presto che sorridendo.„ Così il Mamiani, che avvicinò Enrico Heine e lavorò con lui per fondare a Parigi l'Europe littéraire.

Madame Joubert racconta ne'Souvenirsche Enrico Heine ammirava assai lo strano genere di bellezza di Cristina Belgiojoso, la sua intelligenzavivida e seria, il suo spirito. Il satirico poeta avea, peraltro, tentato di lanciare qualche celia mordente alla dama; ma ella gli aveva risposto pronta in modo da fargli passare per sempre la voglia della replica.

E un altro mutamento avvenne in Enrico Heine. Appena s'accorse che le proprie velleità di dominazione sul cuore della principessa apparivano alquanto risibili, giocò una carta bellissima: ebbe lo spirito e la finezza che Alfredo de Musset ed altri adoratori della Minerva lombarda non ebbero: di mutare quelle velleità in reverente amicizia. Alfredo de Musset, da buon latino, pensò alla vendetta; Enrico Heine, non ostante lo spirito suo schernitore, agì, almeno questa volta, da buon tedesco.

Un critico moderno, Giulio Legras, nel libroHenri Heine poète, pone in rilievo l'amicizia devota dell'autore deiReisebilderper Cristina Belgiojoso, pubblicando varie lettere del grande tedesco alla grande italiana; lettere delle quali rispetta la forma francese non sempre eccellente.

Fra le lettere più rilevanti alla principessa, ve n'ha una del 30 ottobre 1836. Essa è il documento più sincero sullo stato morale di Enrico Heine quand'egli, in punizione degli strali lanciati sulla propria patria colle poesie e più cogli articoli de' giornali, si vide sbarrar la via del ritorno in Germania. L'esilio da lui prima gaiamente voluto, gli tornava allora ben insopportabile sacrificio!

La Dieta germanica aveva proibita entro le frontiere la vendita delle opere d'Enrico Heine;e il poeta, vedendosi trattato come un traditore della patria, apriva il cuore all'amica in una flebile lettera:

“Non, très belle et très compatissante Princesse: je ne suis que malade dans ce moment: malade d'âme encore plus que de corps....„

E finisce con uno slancio passionato:

“J'embrasse votre belle main. Vous êtes la personne la plus complète que j'ai trouvé sur la terre. Oui, avant de vous connaître, je me suis imaginé que des personnes comme vous, douées de toutes les perfections corporelles et spirituelles, n'existaient que dans les contes de fées, dans les rêves du poète. A présent, je sais que l'idéal n'est pas une vaine chimère, qu'une réalité correspond à nos idées les plus sublimes, et, en pensant à vous, Princesse, je cesse quelquefois de douter d'une autre divinité que j'avais aussi l'habitude de reléguer dans l'empire de mes rêves.„

Ed Enrico Heine le scrisse ancora:

“Votre billet, Princesse, est très clair, et je l'ai très bien compris, très nettement, quoiqu'il exhale un parfum d'amabilité qui me monte au cerveau!„

Ma che cosa diceva quel biglietto?...

La principessa avea mandato Enrico Heine allo storico Francesco Mignet, il quale doveva presentare il poeta al Thiers per uno di quei favori che non si scordano.

“Je suis charmé que Monsieur Mignet se donne tant de peine pour moi....„

Enrico Heine avea bisogno di denaro: eccotutto, e fu lei, la potente protettrice, che gli fece accordare dal Thiers, ministro di Luigi Filippo, il sussidio annuo di 4800 franchi sui fondi secreti: il Mignet lo presentò al Thiers appunto per questo.[63]

Il signor Giulio Legras dimostrò nellaDeutsche Rundschau[64]che tal pensione fu poi, per preghiera del Thiers stesso, elargita al poeta tedesco anche dal Guizot, che gli successe a capo del ministero. E anche in codesto generoso mantenimento del sussidio, potè assai la Belgiojoso.

Ma quanti sarcasmi saettarono il poeta per quei quattromila e ottocento franchi, ch'ei continuò a riscuotere fino al 1848!... Lo accusarono d'aver venduta la penna a Luigi Filippo.... Il quale, veramente, da quel perfetto sfruttatore che era, non avrebbe mai concessa quella somma per i soli begli occhi cilestri del cantore delBuch der Lieder!... Nel giugno del 1848, il poeta tentò di difendersi sui giornali di Parigi, offendendo gli altri; e non rifletteva ch'è pericoloso gettar sassi sulla capanna del vicino, quando il proprio palazzo è coperto di vetro.

Non passarono mai nere ombre fra la Belgiojoso ed Enrico Heine. È a lei, certo, che l'Heine allude nella prima delle sueNotti Fiorentine, dove parla di Vincenzo Bellini. Ei dipinge il quadro d'una serata (dopo cena) col giovane maestro siciliano a' piedi della dominatrice; la quale trattava l'autore dellaSonnambulacome un caro fanciullo.

“Mi ricordo d'un istante, in cui Bellini m'apparve in una luce così bella, che non potei restare dal contemplarlo con diletto, e mi proposi di conoscerlo meglio. Ma questa era pur troppo l'ultima volta che dovevo vederlo in vita. Ciò avvenne una sera, dopo cena, nella casa d'una gran dama, che ha il piede più piccolo di tutta Parigi; eravamo molto allegri, e le più soavi melodie salivano dal pianoforte. Lo rivedo ancora il buon Bellini come allora che, esausto finalmente dai numerosi e pazzi bellinismi che aveva spifferato, si lasciò cadere sopra una sedia. Questa era molto bassa, quasi come uno sgabello; dimodochè si trovò a sedere ai piedi d'una bella signora che, distesa in faccia a lui sopra un sofà, lo guardava colla più dolce cattiveria del mondo, mentr'egli si affaticava ad intrattenerla con quattro modi di dire francesi, che commentava poscia nel suo dialetto siciliano, per dimostrare d'aver detto, non una sciocchezza, ma il più delicato dei complimenti. Credo che la bella signora non facesse molta attenzione alle frasi di Bellini; essa gli aveva preso di mano il bastoncino, con cui egli cercava d'aiutare talvolta la sua debole rettorica, e scomponeva tranquillamente il delicato lavoro dei ricci sulle tempia del giovane maestro. Ben si addiceva a questa birichinesca occupazione quel sorriso, che dava alla di lei fisionomia un'espressione, quale più non mi fu dato di osservare sulla faccia d'un uomo. Non dimenticherò mai quel volto. Era uno di quelli che sembrano appartenere più al regno fantastico della poesia, che allarozza realtà della vita; contorni che rammentavano Leonardo da Vinci, dal nobile ovale, colle ingenue pozzette nelle guance ed il sentimentale mento acuminato della scuola lombarda. Il colore aveva la delicatezza romana, l'opaco splendore di madreperla, l'altiero pallore, la morbidezza. Era uno di quei volti infine, che non si riscontrano che in qualche tela italiana, ov'è dipinta una di quelle grandi dame, di cui erano innamorati gli artisti d'Italia del Cinquecento, quando creavano i loro capolavori; a cui pensavano i poeti di quel tempo, quando s'immortalavano coi canti, ed a cui agognavano i guerrieri francesi e tedeschi, allora che cingevano la spada e, desiderosi d'azione, valicavano le Alpi. Sì, sì, era uno di quei volti su cui brillava un sorriso della più dolce malizia e della più altera bizzarria, mentr'essa, la bella signora, scompigliava, colla punta del bastoncino, i biondi ricci del Siciliano. In quell'istante, Bellini mi apparve come toccato da una magica bacchetta, come totalmente trasformato in una apparizione amica, e diventò ad un tratto congiunto del mio cuore. Il suo viso splendeva del riflesso di quel sorriso; quello era forse l'istante più fulgido della sua esistenza.... Non lo dimenticherò mai!...„[65]

Enrico Heine non avea mai potuto domare la propria malignità verso il Bellini. Vedendo quell'esile, ingenuo fanciullo, ch'entrava nel salotto della Belgiojoso, leggiero leggiero colle scarpettedi vernice, lo salutava chiamandolo unsoupir en escarpins! L'Heine rideva agli spropositi di lingua francese che al Bellini sfuggivano conversando. Il povero ragazzo, tutto rosso di collera, gli rispose una volta:C'est une bugie!Immaginarsi le celie di Enrico Heine! Il quale, peraltro, non avrebbe dovuto ridere, se avesse un po' pensato al proprio francese, che Gérard de Nerval gli correggeva paziente negli scritti destinati allaRevue des Deux Mondes. Tutte le volte che Enrico Heine entrava nel salotto, gittava in aria il suo intedescatoPon-ciùr, che faceva sorridere la principessa e faceva ridere madame de Girardin.... Nella sala dei manoscritti della Biblioteca Nazionale di Parigi, v'è una lettera del Bellini, il quale si lamenta di certe piraterie dell'editore Artaria di Milano; e quella lettera è stesa in un francese non certo peggiore del francese di Enrico Heine.[66]

Vincenzo Bellini era vittima d'un invincibile terrore: della jettatura! Il maligno Heine se n'accorse; e una sera, per ispaventarlo, gli profetò prossima la fine, perchè tutti i genii, Raffaello, Mozart, Pergolese, erano morti (diceva) giovanissimi!... L'autore dellaNorma, atterrito, fuggì subito dal salotto della Belgiojoso, lanciando verso il tristo profeta i noti segni di scongiuro contro la jettatura.... Poche settimane dopo (il 24 settembre del 1835) il povero Bellini moriva a Puteaux, d'una fulminea malattia intestinale,pianto dalla principessa Belgiojoso, che più volte avea tentato invano di difenderlo contro i motteggi di Enrico Heine; pianto da Gioachino Rossini, che lo amava come un figliuolo, specialmente dopoI Puritani, rappresentati a Parigi; ultimo canto innalzato da quel limpido genio, la cui musica effonde talvolta gemiti, sospiri, e talvolta impeti e scoppii d'una vita fremebonda che ha fretta d'espandersi prima di finire sì presto lungi dal cielo natìo.

I tedeschi non amano troppo la memoria di Enrico Heine, che schernì la patria; eppure fu ben egli che col suo pungolo valse a ridestarla dal sonno!... Noi, italiani, non dobbiamo scordare che l'Heine amò la nostra terra e compianse le nostre sventure, eccitato a questo, forse, e senza forse, dalla grande esule lombarda.

Come altri tedeschi, — dal Gœthe al Rückert, dal Platen a Paolo Heyse, — Enrico Heine levò grida d'ammirazione e talvolta di dolore alla vista delle nostre rovine fiorite. Teofilo Gautier, con finezza di critico e con brio d'artista, diceva di lui; “si le clair de lune allemand argentait un des côtés de sa physionomie, le gai soleil de France dorait l'autre.„ Ma si potrebbe pur dire che anche il sole nostro, anche l'Italia da lui commiserata neiReisebilder, e tutto il dorato Mezzodì gli offersero onde di raggi e letti di rose, cari alla sua musa sibaritica.

Enrico Heine soffriva di spinite; e un estate, la principessa Belgiojoso, vedendolo alquanto malato,lo pregò di andar a dimorare alcun po' con lei allaJonchère, delizioso castello, ch'ella avea comperato in campagna, sopra un'altura fra Rueil e Bougival, tra fronde e fiori. Appena sbrigato un affaruccio letterario col signor Buloz, direttore dellaRevue des Deux Mondes, Enrico Heine vi andò, e si presentò alla sorridente principessa con un'aria compassionevole di scimunito.

— Che cosa avete, Heine, — gli domanda la principessa, — che avete quell'aria d'imbecille?

E il poeta:

— Vengo adesso da una conversazione con Buloz. Ci siamo scambiate le idee.

Come gli uccelli canzonatori delle foreste d'America, di cui parla Carlo Darwin in un suo libro, Enrico Heine canzonava anche in campagna il prossimo suo. Un giorno, il malore l'avea ridotto al punto che non potea nemmeno aprire la bocca. Il medico gli disse:

— Potete almeno fischiare?

E il poeta con un fil di voce:

— Neanche una commedia di Scribe!

Non risparmiava neppure la sua protettrice. Un amico, sapendolo assai sofferente e deperito, andò a trovarlo e gli domandò come stesse. Ed egli:

— Sono un osso funebre come la principessa Belgiojoso!

“E i cuori obliano e gli occhi s'addormentano!„ dice Enrico Heine in una delle sue squisite canzoncine:

Und die Herzen, die vergessen —Und die Augen schlafen ein;

Und die Herzen, die vergessen —Und die Augen schlafen ein;

Und die Herzen, die vergessen —

Und die Augen schlafen ein;

il che fa ricordare il verso di Alfredo de Musset:

Puis l'oubli vient au cœur comme aux yeux le sommeil.

Puis l'oubli vient au cœur comme aux yeux le sommeil.

Puis l'oubli vient au cœur comme aux yeux le sommeil.

Ma Enrico Heine non dimenticò la principessa. Quando, dopo la rivoluzione del '48, l'Austria sequestrò di bel nuovo le fortune della Belgiojoso, il beneficato Heine s'adoperò presso potenti personaggi, perchè fosse tolto l'odioso sequestro. Ciò è narrato da una nipote del poeta, la principessa Della Rocca nata Embden neiRicordi della vita intima di Enrico Heine.[67]Ella soggiunge che tutti gli sforzi del poeta fallirono allora, ma che riuscirono dopo.... Ciò non è esatto; e lo vedremo.

“Talvolta egli spinse la malignità fino a recidere arditamente un teschio, per indi sollevarlo alla vista del pubblico e mostrare com'esso fosse vuoto nell'interno;„ diceva Enrico Heine del Lessing. E così si può ripetere per lui stesso. Ma il poeta che cantò con religioso affetto la madre venerata; il poeta che ammirò gli eroici Ungheresi, novelli Nibelungi; il poeta che s'inteneriva al passare delle file di orfani per via, era pur capace di moti gentili; ed egli ne ebbe per la Belgiojoso, della quale non iscordò i beneficii.

Tali furono le relazioni che, colla celebre italiana, ebbero i due fratelli d'armi, i due squisiti poeti dell'amore: Alfredo de Musset ed Enrico Heine. Sopra di loro, signoreggiava, per altro, un nobile, felice rivale, che imponeva loro rispetto....

Chi era?


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