X.Una folla d'immortali.

X.Una folla d'immortali.Canta il principe Belgiojoso. — Rossini al piano. — Giulia Grisi e il tenore Mario. — Meyerbeer e i gatti. — Thalberg. — Un altro pianista: Döhler. — Chopin e gli esuli polacchi a Parigi. — Un pittore irritato: Delacroix. — Bella scenetta! — Il ritratto della Belgiojoso dipinto dal Lehmann. — Victor Hugo. — Alessandro Dumas padre e la sua bionda Ida. — Balzac. — Sue supposizioni sulla Principessa. — Stendhal lo corregge. — Il poeta de Laprade. — Lamartine. — Chateaubriand. — Augusto Barbier. — Un traduttore di Dante. — La grandezza di Pellegrino Rossi. — Camillo Cavour in una seduta spiritica presso la Principessa. — Un improvvisatore. — Carattere del salotto della Belgiojoso.

Canta il principe Belgiojoso. — Rossini al piano. — Giulia Grisi e il tenore Mario. — Meyerbeer e i gatti. — Thalberg. — Un altro pianista: Döhler. — Chopin e gli esuli polacchi a Parigi. — Un pittore irritato: Delacroix. — Bella scenetta! — Il ritratto della Belgiojoso dipinto dal Lehmann. — Victor Hugo. — Alessandro Dumas padre e la sua bionda Ida. — Balzac. — Sue supposizioni sulla Principessa. — Stendhal lo corregge. — Il poeta de Laprade. — Lamartine. — Chateaubriand. — Augusto Barbier. — Un traduttore di Dante. — La grandezza di Pellegrino Rossi. — Camillo Cavour in una seduta spiritica presso la Principessa. — Un improvvisatore. — Carattere del salotto della Belgiojoso.

Canta il principe Belgiojoso. — Rossini al piano. — Giulia Grisi e il tenore Mario. — Meyerbeer e i gatti. — Thalberg. — Un altro pianista: Döhler. — Chopin e gli esuli polacchi a Parigi. — Un pittore irritato: Delacroix. — Bella scenetta! — Il ritratto della Belgiojoso dipinto dal Lehmann. — Victor Hugo. — Alessandro Dumas padre e la sua bionda Ida. — Balzac. — Sue supposizioni sulla Principessa. — Stendhal lo corregge. — Il poeta de Laprade. — Lamartine. — Chateaubriand. — Augusto Barbier. — Un traduttore di Dante. — La grandezza di Pellegrino Rossi. — Camillo Cavour in una seduta spiritica presso la Principessa. — Un improvvisatore. — Carattere del salotto della Belgiojoso.

Dallarue d'Anjou Saint-Honoré, la principessa Belgiojoso aveva portato il suo celebresalonal numero 28 nellarue du Montparnasse, in mezzo agli alberi. Splendida era anche quella sua palazzina. Carlo Monselet, nelleStatues et statuettes, la descrive con pochi tocchi, così:

“Un cancello di ferro, di lavoro squisito e bizzarro, s'apre sopra un giardino disordinato, pieno d'ombre e d'erbe, sulle quali rotolano quattro o cinque caprette dalle zampe bianche e nervose. Una ragazzina, che ha portato dall'Italia sul volto un bacio del sole morente, passa, inseguendole, con una verghetta in mano. La casaè in fondo, a diritta, con delle torricelle di ferro agli angoli e sculture in alto.„[71]

L'interno delle sale presentava press'a poco lo spettacolo della palazzina di rue d'Anjou Saint-Honoré. Al piano terreno, abitava il principe Emilio Belgiojoso, che, nel frattempo, s'era riavvicinato alla moglie. Quasi tutte le sere, egli saliva, cantarellando, per una scaletta a chiocciola e compariva nelle sale della principessa, in mezzo a un concerto musicale, di cui diventava il re colla divina sua voce, colla sua grazia.

I concerti, infatti, si susseguivano continui. Nelle sere di carnevale, erano concerti allegri, e la musica di Gioachino Rossini ne faceva riccamente le spese: il principe cantava e il maestro lo accompagnava al pianoforte. Nelle sere di quaresima, si eseguiva, invece, tutta musica religiosa; ma anche allora, il Rossini imperava col suoStabat Mater. I cantanti più celebri dell'Opéra-Italienprodigavano in quelle sale le loro note sublimi. Ecco il soavissimo canto a mezza voce di Giulia Grisi; una carezza!... Il povero Vincenzo Bellini ha scritto per leiI Puritani.... E Gioachino Rossini la guarda felice quand'ella gli canta un'aria dell'Otelloo delBarbiere di Siviglia. Nata a Milano, Giulia Grisi s'avvicina alla principessa sua concittadina e parla con lei in meneghino purissimo: e la principessa sorride mostrando le sue belle file di denti che Alfredo de Musset ha ancora l'ingenuità di descrivere....al principe Emilio Belgiojoso, suo amico, intimo compagno di cene: “Ce sont de petits boutons d'oranger blanc, enchassés dans du satin groseille, qui servent de dents à cette belle personne.„

Voce ammaliante era quella del tenoreMario, bellissimo uomo. Giovanni dei marchesi De Candia, nato a Cagliari, ufficiale di Carlo Alberto, era fuggito in Francia per respirare libere aure. A Parigi, Emilio Belgiojoso, che amava il canto e cantava, lo incoraggiò all'arte; e il De Candia si diede alle scene col nome diMario.

Eccellente patriota anche quel Mario!... Amico del Mazzini, apriva anch'egli la propria casa di Parigi agli emigrati italiani, e gareggiava coi principi Emilio e Cristina nel soccorrerli.

Piccolo di statura, l'autore diRoberto il Diavolocompariva nel salotto con un serafico sorriso, e facendo un profondo inchino alla principessa. Durante la conversazione, il maestro Meyerbeer stava zitto, solo esprimendo con esclamazioniah! oh!calda ammirazione ad ogni frase, anche insignificante, che cadeva dalle labbra della dea. Egli aveva una terribil paura dei gatti. Di tratto in tratto, gettava qua e là spaventato gli sguardi, credendo di vederne spuntar qualcuno sulla soglia dell'uscio o sotto il pianoforte. Non andava a dormire, senza esaminare ansante sotto il letto, se mai vi fosse annidata qualcuna di quelle bestie, delle quali Teofilo Gautier andava pazzo a tal segno da tenerne una dozzina in casa, sulle poltrone e fra le rare porcellane; e l'autore diMademoiselle Maupindescrisse il gatto, nellostudio sul Baudelaire; le sue poche pagine squisite, scintillanti, vincono tutto il volume fisiologico che sulla domestica belva, pure cara al Petrarca, pubblicò il Rajberti di Monza. Enrico Heine e Gioachino Rossini andavano a gara (un duetto!) nel burlare, davanti alla principessa, il maestro Meyerbeer. Il Rossini diceva: “Oh, la mia piccola musica si eseguisce facilmente. È la grande ch'è difficile!„ E alludeva alla musica delRoberto.

Gioachino Rossini viveva giocondo, ma allora senza lussi. I suoi capolavori gli aveano fruttati pochissimi quattrini; e quando poteva riceverne dagli editori, n'era tutto beato: li riponeva in un ripostiglio, li teneva nascosti come un tesoro geloso. Fu sotto il secondo Impero che l'autore delBarbiere di Sivigliaguadagnò fior di ricchezze. Egli era intimo amico, allora, del re delle finanze, il banchiere Rothschild, il quale gli diceva: “Caro maestro! Domani alla Borsa giuocate così e così, questo e questo....„ Il maestro s'affrettava a giuocare, naturalmente; e vinceva.

Ed ecco due pianisti di gran fama entrano nel salotto: Sigismondo Thalberg, ginevrino, e Teodoro Döhler, che, non ostante il cognome tedesco, vide la luce nella culla della melodia italiana: a Napoli. Il primo, ruvido, avido di denaro; il secondo, gentile, avido di sorrisi principeschi.

Il Thalberg componevavariazioniefantasiesu una folla di opere; fantasie e variazioni complicate, di pessimo gusto, che stanno all'arte come i giuochi d'un acrobata alle carole d'unaElssler. Le sue mani correan rapidissime sui tasti come lucertole sulle pietre. Il Döhler era più geniale: suonavaperlato: un incanto di grazia. Sul ritmo delle sue scarpe inverniciate, ei passava di salotto in salotto, dove ripetea un proprio notturno preferito (quello inrebemolle) che godè gran voga.

Teodoro Döhler era stato un fanciullo prodigio. A tredici anni, le sue esecuzioni al pianoforte strappavano al teatro del Fondo di Napoli battimani fragorosi, urli d'ammirazione. Suo padre venne chiamato a Lucca per l'educazione di quei principi, e portò seco il piccolo Teodoro nell'artistica, silente città toscana, che pare un asilo di sognatori. Pochi mesi dopo, Teodoro seguì il duca a Vienna; e là, alla scuola di Carlo Czerny, allievo di Beethoven, maestro di Liszt, insuperabile nell'insegnamento della meccanica pianistica, stupì tutti: — a soli diecisette anni, venne nominato pianista del duca di Lucca; e accompagnò il principe nelle peregrinazioni per l'Europa, componendo fantasie sullaNorma, suZampa, sulRoberto il Diavolo, opera, quest'ultima, ricca di colore, ma troppo lunga (non è vero?) trattandosi del diavolo, che ama far le cose presto!... In un giro artistico in Germania, le bionde Margherite restarono rapite al delicatissimo tocco di quel Faust del piano; ma fu a Parigi, e precisamente nel salotto della Belgiojoso, ch'egli venne consacrato maestro.

I buongustai, non ostante la presenza del Thalberg (detto da madame de Girardin “il re„) preferivano il Döhler quale esecutore al pianoforte.Le maniere del giovane pianista, imparate a Corte, così diverse da quelle di tanti altri artisti alla moda, incliti villani, piacquero anche alla gran dama milanese, certo più del talento delizioso. Le loro conversazioni alla sera si protraevano, destando inutili gelosie in Enrico Heine, che attanagliava il preferito con acerbi motti e risate. Tanto preferito, che la dama ne accolse il bacio fecondo....

Un giorno, Teodoro Döhler si congeda dalla principessa e da Parigi: e vola oltre la Manica ad altre conquiste, ad altre incoronazioni. Poi passa fra i mulini dell'Olanda e fra le slitte della Russia. Le sue mani s'aprono orizzontali sul cembalo, e solo colle dita ricurve toccano i tasti. Ma una principessa russa, Tschermeteff, vuole quelle mani per lei sola; vuole stringerle davanti all'altare. Ella porta una ricca fortuna al maestro, che ritorna colla sposa sotto il nativo cielo d'Italia; ma una malattia di languore lo assale, lo consuma, e lo spegne il 21 febbrajo 1856.

Sui leggii dei pianoforti, si trovano ancora alcuni pezzi del Döhler, ne' quali risplende la grazia ch'egli sfoggiava nell'eseguirli. I suoiLiederessendo imitazioni delle melodie dello Schubert, subirono, invece, la sorte di tutte le imitazioni di questo mondo. Enrico Heine lasciò inLuteziaquesto ricordo del Döhler: “Comme le plus grand d'entre les petits, nous nommerons ici Théodore Döhler.„

Tempeste, turbini, come gli uragani delle sue lande ungariche, sollevava Francesco Liszt sulcembalo; e le sue mani ossute e adunche come quelle d'un vecchio avaro volavano fulminee sui tasti, e la sua lunga chioma apollinea svolazzava, e tutta la sua magra persona vibrava, agitavasi, e l'aria tremava.

Un altro glorioso straniero, un altro amico della Belgiojoso, un polacco, Chopin, sedeva al piano.... Altra musica la sua! Musica dolente. Nella melanconia di quelle note profonde, sembra che gema l'anima della Polonia. La principessa ammirava grandemente Chopin, anche perchè le rappresentava una terra sorella all'Italia nelle sventure e nelle speranze. Parecchi esuli polacchi si univano cogli esuli italiani nel salotto della Belgiojoso a Parigi; e anche per essi era pronta la borsa della generosa gentildonna.

Ai primi del 1834, la principessa polacca Czartoriska, nata principessa Sapieha, commossa alle lagrimevoli miserie di tante famiglie polacche rifugiatesi in Francia, avea fondata a Parigi una società di beneficenza, tutta di signore; e, nella schiera, brillava primo il nome della principessa Belgiojoso, accanto a quello della signora di Lamartine, moglie del poeta, e al nome della contessa di Montijo, madre di colei che divenne imperatrice di Francia. E balli, e concerti, e fiere.... tutto veniva allora escogitato per accrescere i sussidii; e a quei balli, a quei concerti pubblici, a quelle fiere di beneficenza, la principessa lombarda emergeva per la singolarità della bellezza e degli abbigliamenti, scelti e adatti all'occasione.

Gli esuli polacchi, come gli esuli italiani, portavano in cuore l'immagine sacra della patria;se non chè, fra gl'italiani non iscoppiavan mai le discordie feroci, che spesso obbligavano i fratelli della Polonia a metter mano alla spada e lanciarsi a duelli fra loro.[72]Superfluo è il rammentare che, nel glorioso 29 novembre del 1830, i Polacchi si sollevarono contro la tirannia moscovita: superfluo il ricordare le lotte dei Polacchi contro le decuple forze dei Russi, lotte che durarono fino al settembre dell'anno dopo: i nomi del Chlopiçki, del Czartoryiski, dello Skrzyneçki, del Dembinski, splendono a caratteri d'oro nella storia degli eroi. La terra polonese fu seminata di cadaveri dal vincitore feroce; e fu allora che la terza colonna polacca potè attraversare la Germania e arrivare in Francia, a Parigi: altri Polacchi esularono nel Belgio, nell'Inghilterra, nella Germania, nella Svizzera; fu un lungo esodo di superstiti esacerbati, mestissimi, che si sparsero per l'Europa a mostrare di quali ingiustizie nefande era capace il despotismo della Santa Alleanza. Ma a Parigi, dove nel 1830 era stato lanciato il grido della rivolta e l'appello all'emancipazione dei popoli oppressi; a Parigi, dove si preparavano le nuove rivendicazioni, i Polacchi, più che altrove, trovarono larga eco alle loro aspirazioni di libertà; il popolo stesso li acclamava. Tutta una ricca letteratura cosmopolita sorse allora a favore della Polonia; letteratura segnatamente poetica, chedurò lunghi anni, e tenne deste le sacrosante ragioni di quel popolo degno d'augusti destini.

Nessuna donna allora a Parigi, — neppur la classica tragica Rachel — vide curvarsi dinanzi tante fronti di pensatori, di poeti, d'artisti, come la Belgiojoso; ed era omaggio reso a lei e all'Italia, ch'ella rappresentava nel centro della civiltà europea colla magnificenza delle gentildonne del Rinascimento, coll'attraenza della donna liberale moderna.

Anche tre pittori francesi di grido andavano nel salotto della Belgiojoso, dove tutte le arti belle aveano altare: il pittore Gérard, Enrico Lehmann, e il Delacroix, che finì col detestar la Belgiojoso. Il Delacroix non era entusiasta, come altri, della pallida bellezza della principessa; eppure era romantico e amava i chiari di luna. Il solo sorriso della principessa gli rendeva il sentimento d'un essere vivente: almeno ei diceva così.

Madame Jaubert racconta ne'Souvenirsche la principessa lo avea invitato una volta a pranzo a Port-Marly, dove ella avea preso in affitto una villetta graziosa. Il Delacroix entra pian piano nella sala mentre la principessa, animatissima, questiona con Giacomo Alessandro Bixio, di Chiavari, uomo politico e semi-letterato, fratello di Nino Bixio, l'eroe garibaldino deiMille.

All'apparire del Delacroix, i duellanti troncano la lotta per accogliere con onore il celebre pittore diDante e Virgilio; ma la ripiglian ben presto, e più accesa. La tenacissima italiana sostiene(al pari del Gioberti) la superiorità dell'Italia sulla Francia; non ammette neppure un dubbio!... Il Bixio, benchè d'origine italiana, sostiene che gl'italiani serbano in petto le loro convinzioni, laddove i Francesi, più franchi, non potrebbero sopportare in silenzio l'oppressione e si batterebbero subito.

— Non capisco, signor Bixio, — esclama la principessa, — non capisco come, essendo voi d'origine italiana, osiate esprimere tale giudizio!

Il Bixio ridendo (il che irrita la superba milanese) risponde: Io non dubito che, una volta appassionatisi, gl'Italiani si batterebbero bene per sostenere una causa; ma essi non lo farebbero di sangue freddo, per principio.

— Par principe! — grida la principessa in francese, bollente di collera improvvisa; — qu'entendez-vous par là?... Quel est le principe, pour un Français, qui ne fléchisse pas devant....

E qui, secondo Madame Jaubert, la principessa si sarebbe lasciata andare a una frase punto gentile verso i Francesi; ma non può essere, assolutamente; poichè nessuna volgarità poteva uscire da quelle labbra di gran dama. La Belgiojoso avrà risposto bruscamente, non ne dubito; ma in modo conforme alla sua eletta educazione. Tuttavia, un glaciale silenzio seguì alla risposta della principessa. Il Delacroix si levò tranquillamente e si diresse verso la porta del giardino. Quando s'annuncia il pranzo, la Belgiojoso manda il domesticoPietroad avvertirne l'assente convitato: ma, dopo qualche istante, il servo ritorna dichiarando che il signore èpartito. Tutt'i presenti si sforzarono, quella sera e dopo, a far comprendere che avevano dimenticato una parola sfuggita alla collera; ma Eugenio Delacroix non pose più piede in casa dell'illustre italiana.

Buon amico della principessa era il pittore Gérard. Il vecchio autore diPsiche che riceve il primo bacio d'amoresorviveva al genere di pittura che lo avea reso celebre in Francia. Colui che un giorno era chiamato il pittore dei re e il re dei pittori, seguiva fedelmente il caposcuola dei classici, David. Imitava con gelido pennello la bella antichità, il cui ideale pareva risorto, ma per morire soffocato fra le efflorescenze del romanticismo trionfante. Il buon Gérard voleva nelle proprie adunanze la principessa Belgiojoso, e andava spesso da lei, lieto di riceverne un sorriso di ringraziamento.

Quando la Belgiojoso cominciò a frequentare le piccole stanze del Gérard in cui si protraevano fino a tarda ora i crocchi animati, erano scomparsi i personaggi che, prima della rivoluzione del luglio 1830, si facevano ammirare per quella delicatezza elegante e per quella dignità semplice e naturale che formavano il precipuo carattere del ramo primogenito dei Borboni. Vi andavano tre amici italiani: Terenzio Mamiani, il conte Carlo Pepoli e Gioachino Rossini, che cantava egli stesso le arie del suoBarbiere di Sivigliacon un brio indiavolato; v'andava un poeta estemporaneo allora assai noto, Luigi Ciconi, e oggi ignotissimo. Fido al Gérard, il Ciconine raccolse l'ultimo sospiro dopo d'averlo, coll'ardore d'un missionario, infervorato alla Fede e invaghito del cielo. Madame Ancelot, che ci fornisce questi ragguagli nel libriccino spirante bontàLes salons de Paris: foyers éteints, delinea la principessa Belgiojoso come eccitata dall'ambiente:

Sa vive imagination, excitée par les scènes tumultueuses de notre époque, ne pouvait se restreindre aux paisibles émotions et aux succès fémenins que l'on trouve dans les salons. Il lui fallait les émotions de la révolte et les succès duforum.

Sa vive imagination, excitée par les scènes tumultueuses de notre époque, ne pouvait se restreindre aux paisibles émotions et aux succès fémenins que l'on trouve dans les salons. Il lui fallait les émotions de la révolte et les succès duforum.

Nelle salette del Gérard, non s'incontrava più il tozzo Stendhal, l'impenitente innamorato di Milano; non più il cortese e furbo italiano Pozzo di Borgo, che a Parigi faceva della diplomazia moscovita col titolo d'ambasciatore; vi s'incontrava il dolce, raccolto poeta patrizio, conte Alfredo de Vigny, il poeta delle anime tranquille. Strano! Nella casa del Gérard andava frequente un pittore ch'era tutto l'opposto del Gérard: appunto quell'Eugenio Delacroix, pieno di slancio, di foga, d'ispirazione romantica, che lo avea fatto dimenticare. Ciò prova quanto il Gérard fosse di carattere buono ed elevato. Quanti così?...

Il Gérard entrava nel salotto della principessa Belgiojoso accompagnato da un pittore, tedesco di nome e di nascita, ma francese per elezione: Enrico Lehmann.

Il Delacroix d'Italia, Francesco Hayez, principe della scuola romantica fra noi, ritrasse un giornoCristina Belgiojoso in un ritratto, mirabile per raro valore artistico, ma poco rassomigliante. Il vero, il sovrano ritratto della principessa è quello dipinto da Enrico Lehmann, a olio, grande al vero, e la cui fotografia fregia la prima pagina di questo libro.

Il Lehmann depose su quella tela due tinte dominanti: il bruno e il bianco; ma quale impressione profonda desta quel ritratto nell'animo di chi lo contempla!

Qui contempla ce front bien fait pour un muséeDans ces grands yeux pensifs reviendra lire encor,Tant cette belle femme est gravement poséeSur son escabelle à clous d'or.D'aussi beaux cheveux noirs, couronnés d'une tresse,Eurent-elles jamais bandeau plus opulent,Ces muses qu'on voyait, au doux pays de Grèce,Fouler les vallons, d'un pied blanc?

Qui contempla ce front bien fait pour un muséeDans ces grands yeux pensifs reviendra lire encor,Tant cette belle femme est gravement poséeSur son escabelle à clous d'or.

Qui contempla ce front bien fait pour un musée

Dans ces grands yeux pensifs reviendra lire encor,

Tant cette belle femme est gravement posée

Sur son escabelle à clous d'or.

D'aussi beaux cheveux noirs, couronnés d'une tresse,Eurent-elles jamais bandeau plus opulent,Ces muses qu'on voyait, au doux pays de Grèce,Fouler les vallons, d'un pied blanc?

D'aussi beaux cheveux noirs, couronnés d'une tresse,

Eurent-elles jamais bandeau plus opulent,

Ces muses qu'on voyait, au doux pays de Grèce,

Fouler les vallons, d'un pied blanc?

Così un poeta francese, Augusto Desplaces, descriveva quel ritratto in rima, mentre il Balzac della caricatura, Gavarni, lo rifaceva grottescamente in prosa su un periodico: la caustica prosa del suo lapis: e lo intitolava:un cas de cholera!

Quando il ritratto della principessa apparve esposto al Louvre, gran folla lo ammirò. Non è uno dei tanti ritratti; è unabiografia, è lavisionedella principessa.

Cristina Belgiojoso è seduta sul ricco sgabello, di cui parla il poeta. Ha una larga veste bianca, dalle rigide pieghe, che le ricadon dalle spalle avvolgendola quasi in un peplo di sacerdotessa druidica. Il volto ovale, incorniciato dai capellineri, lisci, pallido d'un pallor di morte, è rivolto a noi: e quei due grandi neri occhi sembra che vogliano scrutarci, per istrappare il nostro segreto. Quel ritratto passò a Milano. Nel rosso salotto della marchesa Luigia Visconti d'Aragona (colei che la principessa chiamava teneramentesorella) quel ritratto illuminava tutta una parete col suo chiaror di fantasma dominatore.

Enrico Lehmann è famoso per altri ritratti: del Liszt, di madama d'Agoult, della moglie d'Arsène Houssaye, di Alfonso Karr. Nel 1852, fu incaricato di decorare la sala delle feste all'Hôtel de Villea Parigi; ed egli ebbe l'eroico coraggio d'eseguirvi in soli dieci mesi cinquantasei composizioni. Negl'incendii della Comune, quelle pitture furon divorate dal fuoco coll'intero palazzo.

Quali altre magnifiche figure d'immortali vediamo ora nel salotto di Cristina Belgiojoso a Parigi? Ecco due sovrani dell'immaginazione: Victor Hugo e Alessandro Dumas padre.

Quando sulla soglia del salotto della Belgiojoso, appare la nobile figura di Victor Hugo, sembra che comparisca un nume, tanto gli sguardi curiosi e reverenti si rivolgono a lui. Ed egli è, veramente, il dio del romanticismo; è il grande poeta delle immagini come il Balzac definisce, nello studio sullo Stendhal, il poeta delleOrientales, che dell'Oriente ha i fulgori. Mentre il Balzac è il descrittore freddo, spietato, formidabile, delle misere realtà umane, Victor Hugo è l'infiammato cantore degl'ideali; è il vindice dei calpestati diritti del popolo, il poetadell'umana giustizia con visioni sideree. Quando ei siede accanto alla principessa, ella sembra una delle visioni incarnate del sommo poeta. Le signorine avvicinandosi a lui, s'inchinano; si dan l'aria d'angeli in adorazione; e passando davanti allo specchio, guardano forse (chi sa?) se son loro spuntate le ali.... L'eccelso poeta diffonde luce dintorno, luce nei cuori dei giovani; eppure neanche allora il centro del salotto della Belgiojoso diventava Victor Hugo; rimaneva Cristina Belgiojoso. Forse per questo, Victor Hugo, che voleva essere idolatrato, metteva di rado il piede nel salotto?...

Alessandro Dumas padre interviene di tratto in tratto aisabatidella principessa, che aveva scelto quel giorno per le riunioni numerose; e una volta l'autore delConte di Montecristoha il coraggio d'entrare, tutto raggiante di gioja, colla propria amante, l'attrice Ida Ferrier, una bellissima creatura bionda, le cui perfezioni di statua greca son decantate da un magico descrittore della bellezza, Teofilo Gautier, nel libroLes belles femmes de Paris. Ida Ferrier, nata a Nancy da una levatrice e da un padre che si fece conoscere con qualche ritardo, rappresentò nel dicembre del 1837 a Parigi, nella tragedia di Alessandro Dumas padre,Caligola, la parte di Stella. Le intime relazioni di lei col romanziere più immaginoso della terra, non erano più un mistero per alcuno. La principessa accolse con sorridente cortesia il Dumas, ma non degnò nemmeno d'uno sguardo l'attrice, la quale, invece, era entusiasta della principessa, dell'Italia e degl'Italiani.

E il Balzac? Il possente romanziere incontrò e conobbe la principessa presso il pittore Gérard; ma ella non gli piacque, se dobbiamo credere a quanto egli scrisse alla sua madama Hanska, divenuta poi sua moglie:

“Elle a le bonheur de me déplaire.... Sa maison est bien tenue; on y fait de l'esprit. J'y suis allé deux samedis; j'y ai diné une fois; ce sera tout„

Henry Beyle (oStendhal) che amò tanto Milano dove, venutovi al domani della battaglia di Marengo, trovò un ideale adorato (ma invano adorato) in Matilde Dembowski, — ci mostra nella sua troppo lungaChartreuse de Parmeuna Gina Pietranera, radiosa stella follemente amata da un potente diplomatico, Mosca. Costui (ch'è sposato) brama d'averla vicina senza pericoli; perciò la fa maritare a un vecchietto settuagenario “immensément riche„ il duca Sanseverina-Taxis. La duchessa Sanseverina è Diana colla voluttà di Venere, colla soavità delle Vergini di Raffaello, colla passione italiana, — osserva il Balzac nel suoÉtude sur Henry Beyle; e aggiunge che, nello stesso tempo, è Madama de Montespan, Caterina de' Medici e Caterina II.... E il Balzac crede di trovare l'originale di tanto ritratto nella principessa Belgiojoso!...

“M. Beyle a-t-il eu quelque femme en vue en peignant la Sanseverina? Je le crois. Pour cette statue, comme pour le prince et pour le premier ministre, il y a eu nécessairement un modèle. Est-il à Milan? est-il à Rome, à Naples, à Florence? Je ne sais. Quoique je sois intimement persuadé qu'il existe des femmes comme la Sanseverina, mais en très-petitnombre, et que j'en connaisse; je crois aussi que l'auteur a peut-être grandi le modèle, et l'a complétement idéalisé. Malgré ce travail qui éloigne toute ressemblance,on peut trouver dans la princesse Belgiojoso quelques traits de la Sanseverina. N'est-elle pas Milanaise? N'a-t-elle pas subi la bonne et la mauvaise fortune? N'est-elle pas fine et spirituelle?„

“M. Beyle a-t-il eu quelque femme en vue en peignant la Sanseverina? Je le crois. Pour cette statue, comme pour le prince et pour le premier ministre, il y a eu nécessairement un modèle. Est-il à Milan? est-il à Rome, à Naples, à Florence? Je ne sais. Quoique je sois intimement persuadé qu'il existe des femmes comme la Sanseverina, mais en très-petitnombre, et que j'en connaisse; je crois aussi que l'auteur a peut-être grandi le modèle, et l'a complétement idéalisé. Malgré ce travail qui éloigne toute ressemblance,on peut trouver dans la princesse Belgiojoso quelques traits de la Sanseverina. N'est-elle pas Milanaise? N'a-t-elle pas subi la bonne et la mauvaise fortune? N'est-elle pas fine et spirituelle?„

Quest'era una delle tante fantasie del gigantesco romanziere. Enrico Beyle non s'era neppur sognato di prendere la Belgiojoso per modello della duchessa Sanseverina idolatrata da un Mosca; — nel quale Mosca il Balzac ravvisa.... chi mai?... il principe di Metternich; proprio quel Faraone dell'assolutismo, che Cristina detestava.

Lo studio del Balzac apparve nellaRevue parisiennedel 25 settembre del 1840; e al Balzac rispose nel 30 ottobre lo stesso Stendhal, allora console di Francia a Civitavecchia, e rivoluzionario. Riguardo alla principessa Belgiojoso, lo Stendhal gli risponde che s'inganna: “Je n'ai jamais vu madame Belgiojoso„; ed aggiunge che non ha neanche voluto copiare il principe di Metternich da lui veduto solo nel 1810, quando il bellissimo e dispotico principe portava un braccialetto formato con una ciocca di capelli d'una signora C.... M....[73]

Un poeta (successo poi ad Alfredo de Musset nel soglio dell'Accademia) sperava di spetrare anch'esso l'animo della diva lombarda; era Vittore de Laprade, artefice di lamartiniani versi melodiosi, e autore d'un delicato poemaPsichépel quale passa un soffio panteistico antico.

Il buon Laprade credeva di trovare nella principessa la sua “anima gemella„. Pretendeva di suonarlo egli un sempiternoa solodi flauto, in mezzo a un'orchestra piena d'ardori....

Il sospiroso Alfonso Lamartine non andava dalla principessa, che, conoscendo il poeta delleMeditationse delleHarmoniesben poco amico dell'Italia, non volea vederselo dinanzi. Vi andava bensì Guglielmo Pepe, il cui cugino Gabriele Pepe avea sfidato il Lamartine a duello per la famigerata frase sull'Italia “terra dei morti„. Guglielmo parla con onore della principessa nelle proprieMemorie, là dove con gratitudine ricorda averlo la generosa compatriota protetto un giorno, in un pericoloso frangente, presso un signor Denis,maired'Hyères.[74]

Anche lo Chateaubriand rendeva omaggio alla Belgiojoso. NeiMémoires d'outre-tombe, egli la ricorda.[75]Così le rendeva omaggio Carlo Agostino Sainte-Beuve; così il Quinet; così il Cousin.

Tocca ora un posto d'onore a un poeta grandementestimato dalla principessa e da tutti i più chiari esuli italiani: il poeta Augusto Brizeux, traduttore dellaDivina Commedia. Il Mamiani scriveva di lui da Parigi al direttore dell'Antologiadi Firenze, il prezioso Vieusseux: “È raro modello alla patria sua, di gusto purissimo ed elegante, e d'una soavità e naturalezza veramente antica; autore del bellissimo poemaMariee di una versione di Dante, quella che insino a qui è meglio riuscita in Francia a far sentire l'originalità e la profondità dell'Omero italiano.„[76]

E Augusto Barbier, al quale Terenzio Mamiani dedica gl'Inni sacri?... Il Mamiani ama anche il poeta deiJambes: lo ama per “l'affetto grande che porta alla nostra Italia e per la compassione sincera che mostra delle sventure di lei„.[77]

Ma altri poeti venivan presentati alla principessa, del cui carattere italianissimo e del cui salotto di Parigi ben giustamente rileva l'alto valore l'Hanotaux nel libro su Henri Martin, — altro francese, questo, amico d'Italia nei lieti e, più, nei tristi giorni. “Elle fut avec plus de flamme ce que M.medu Deffand avait étè, au XVIIIesiècle, avec plus d'esprit; et vingt ans plus tôt, M.meRécamier, avec plus de majesté: elle fut un centre.... Personne ne fit plus qu'elle, en France, pour la propagation de l'idée italienne. Elle lui consacra sa vie, sa fortune, son cœur.„

Ah, la patria lontana, della quale la principessa avea illustri campioni sì vicini, come un Mamiani, un Rossini, un Bellini, un Gioberti, un Michele Amari! È lo storico, quest'ultimo, deiVespri Siciliani, che preludiavano ad altri vespri; profugo dal regno borbonico delle Due Sicilie; modesto nella sua dottrina. Di tratto in tratto, l'Amari visitava la principessa; onde a un amico ei scriveva da Parigi: “Per lo più passo qualche ora dal marchese Arconati milanese, la cui moglie è molto istruita, da M. Thierry, che mi vuol bene, e dalla principessa Belgiojoso ch'è simpatica sempre!„[78]

Agli occhi della Belgiojoso, l'Italia era rappresentata da un'altra figura, che non si mescolava colla folla del salotto; che di rado andava a visitare Cristina Belgiojoso, ma l'apprezzava; un singolare ingegno, che dovea tragicamente finire sotto il pugnale della canaglia: Pellegrino Rossi.

Nella storia italiana del Quarantotto, questo nome purissimo è cinto dall'orrenda macchia d'un delitto; nella storia degli ordini liberi, risplende di luce perpetua. Il suo volto parea quello d'un'erma greca, tanto fini si disegnavano i lineamenti, e così placido, fortemente placido, era l'aspetto. Il Rossi, che lasciò ai posteri ilTrattato di diritto penale; che fondò col Guizot la scuola politicadottrinaria, titolo poi falsato e significante la malattia, la degenerazione d'un sano concetto; il Rossi, che fondò col Sismondi, col Bellot, con Stefano Dumont, gliAnnales de législationet de jurisprudence, ne' quali scolpisce, come nel porfido, la teoria dei “principii dirigenti„ per l'interpretazione delle leggi.... quel Rossi nato a dirigere popoli e stati, poichè avea sortito da natura tempra distatista, era poeta, e amava i romantici. Presso Ginevra, dove, esule volontario, s'era rifugiato in una piccola campagna, Pellegrino Rossi si alimentò della poesia funerea e grandiosa del Byron, poesia che sembra l'addio supremo a un mondo di rovine. Due erano i poeti degli esuli: Dante, il “ghibellin fuggiasco„, e Giorgio Byron, l'errante bardo, che a Milano, fra gli uomini delConciliatore, si svelò carbonaro, e che oro, vita e canto immortale offerse all'indipendenza della Grecia. Quanti lampi del Byron balenano sulla prosa dello stesso Mazzini!... Non parliamo poi delle pagine di Carlo Bini e del Guerrazzi.

A Ginevra, Pellegrino Rossi venne da liberi suoi ammiratori innalzato alla cattedra di diritto romano: era la prima volta che, dopo trecento anni, fosse aperta a un cattolico l'Accademia di Calvino. Ma le continue malevolenze dei piccoli che addentano i piedi dei grandi, finirono coll'infastidire quel grande; e poichè al Collegio di Francia per la morte di Giambattista Say era rimasta vacante la cattedra di economia politica, il Rossi vi concorse, e, nel 1833, ecco egli parla autorevole da quella cattedra. E poco dopo, egli, benchè italiano, insegna diritto costituzionale alla gioventù francese; il che solleva scandalo, tempeste nella scuola; ma egli, impassibile, gira lo sguardo penetrante sulle teste agitate; e il suotumultuoso uditorio lo applaude appena può intenderlo. Così il Mignet stesso rammenta nelleNotices et portraits; il Mignet che, al pari del Guizot, incontrava talvolta il Rossi presso la Belgiojoso nelle ore riserbate ai più eletti.[79]

Pellegrino Rossi parlava il francese dei classici francesi; precisamente come lo parlava la principessa Belgiojoso; la quale mai sarebbe discesa alle vivaci monellerie di Gyp!... Pellegrino Rossi “était un improvisateur concis et un démonstrateur élégant„, notava il Mignet. Ma erano tutti così quei grandi maestri italiani, che continuavano la tradizione latina, per la quale il vero non esclude il bello, la scienza non esclude l'arte!

Eppure, non ostante il genio, la dottrina e il coraggio contro la sventura, gl'italiani erano malmenati a Parigi; i poveri italiani, che solo anelavano alla liberazione della patria. Sulla fine del 1833, lo Scribe nella commediaBertrand et Raton, e Hugo nellaMarie Tudor, offesero gl'Italiani. Nel II atto diMarie Tudor, la regina infuriata contro l'italiano Fabiani, grida:

Oh! je devais le savoir d'avance: on ne peut tirer autre chose de la poche d'un Italien qu'un stylet, et de l'ame d'un Italien que la trahison.

Oh! je devais le savoir d'avance: on ne peut tirer autre chose de la poche d'un Italien qu'un stylet, et de l'ame d'un Italien que la trahison.

E trascinando il Fabiani, urla:

Le poison! Le poignard! que dis-tu là, Italien? La vengeance traître, la vengeance honteuse, la vengeancecomme dans ton pays!

Le poison! Le poignard! que dis-tu là, Italien? La vengeance traître, la vengeance honteuse, la vengeancecomme dans ton pays!

Gli esuli nostri s'indignarono. I romagnoli Federico Pescantini e Angelo Frignani, direttori della rivistaL'Esule, fondata nel 1832 dagli esuli nostri, a Parigi, e che usciva anche in francese (L'Exilé), inviarono allo Scribe e a Vittor Hugo una protesta. Il Pescantini mandò il milanese Marco Aurelio Marliani a Vittor Hugo, per chiedergli riparazione dell'oltraggio. Vittor Hugo rilasciò al Marliani una dichiarazione di simpatia per la Nazione italiana, la quale “presque toujours a eu en Europe l'initiative de la civilisation.„ E aggiungeva che i detti di Maria Tudor eran quelli d'“une femme aveugle et passionée„ — d'“une reine furieuse„ non già di lui, Vittor Hugo. Il Marliani e il Pescantini pubblicarono la lettera nell'Esule, e ne mandarono a tutt'i giornali di Parigi un “comunicato„; ma soltanto due o tre giornali la pubblicarono. Quel Frignani avea avuta avventurosa la vita. “Stette sedici mesi imprigionato, si finse pazzo, andò all'ospedale, ebbe permissione d'uscire per la città: fuggì domestico d'un maestro di scuola, che si spacciava conte e reggente dell'Università di Bastia„.[80]

Un altro dramma di Vittor Hugo,Lucrèce Borgia, pure scritto nel 1833, rappresentava l'Italia dei delitti. Un profugo milanese, amico dei Belgiojoso, il fulmineo barone Carlo Bellerio (un barone repubblicano incrollabile) fratello della dolce Giuditta Sidoli, la più intima amica delMazzini, mandò due altri esuli, il Marliani e certo Valentini, a chiedere una riparazione a Vittor Hugo. Il poeta rilasciò subito, anche allora, uno scritto ch'esprimeva le sue candide intenzioni; i due amici lo portarono ai giornali; ma nessuno lo volle pubblicare, come lo ricordava il grande patriota-cospiratore modenese Nicola Fabrizi, esule anch'egli a Parigi.[81]

Una sera, in casa della Belgiojoso andò anche il futuro grande ministro di Vittorio Emanuele II, Camillo Cavour; e s'imbattè in una serata curiosa, nella quale la Belgiojoso, avida di esplorare ogni misterioso fenomeno, stava fra le tenebre intenta con alcuni amici ai picchi spiritici d'un tavolino.... Strano quell'ingresso del conte Cavour nella sala tenebrosa della principessa cospiratrice! Levata dal tavolino la catena medianica delle mani, e ricomparsa alfine la luce delle lampade, si vide sul canapè un giovane signore milanese profondamente addormentato. Era don Carlo D'Adda, il fiero gentiluomo tutto intenti pratici, il quale, annoiandosi nelle lunghe attese delle rivelazioni dell'altro mondo, avea pensato bene di schiacciarvi su un sonno filosofico. Il conte di Cavour, invece, mostrava d'interessarsi agli arcani esperimenti. Egli stesso, nel suoDiario, riferisce d'una seduta magnetica, presso la Belgiojoso a Parigi, nel febbrajodel 1843; nella qual seduta, una sonnambula giocò una partita di carte avendo gli occhi bendati....[82]“Ma non mi ci coglieranno più,„ soggiunse.

E quale altro italiano dall'anima accesa comparisce nel salotto della Belgiojoso?... Un improvvisatore dalle folte chiome alla Nazzarena, dall'ampia fronte e dalla voce sonora: Giuseppe Regaldi. Egli s'avanza e improvvisa sull'Italia; e gli astanti, fra i quali Victor Hugo, rimangono ammirati a quell'onda impetuosa di versi. Victor Hugo gli dice: “Vous avez l'âme et vous avez la voix: courage, poète!„ E il vagabondo errò da Milano a Costantinopoli, da Atene a Parigi, dall'Egitto alla Nubia. Anch'egli faceva amare il nome d'Italia: ne pareva la voce ispirata.

Il salotto della Belgiojoso a Parigi era cosmopolita, come la metropoli dove raggiava. Ma su un'ara ideale, una gran fiamma vi ardeva continua, alimentata da quella superba Vestale vigilantissima: la fiamma dell'idea dell'indipendenza italiana. Maria Amelia, consorte di Luigi Filippo, non volle ricevere la Belgiojoso, che ne rise. Così ella rise di Paride Zajotti e del processo che costui le aveva imbastito a Milano; processo troncato da un comando dell'imperatore d'Austria. Così rise della burla tentata presso i Faraoni austriaci per farsi credere una buona suddita “ravveduta„.


Back to IndexNext