XIII.La Principessa pubblicista e benefattrice dei contadini.Suo incontro con Luigi Napoleone.LaGazzetta Italianafondata dalla Belgiojoso a Parigi. — Peripezie di questo giornale. — La Principessa ritorna in Italia. — Locate e il suo paesaggio. — Villa dei Trivulzio. — Suo medagliere e biblioteca. — Benefiche iniziative della Principessa pei contadini e i loro figliuoli. — Il suo illuminato socialismo. — Ladonna Paoladel Parini. — Il dottor Màspero. — L'Ausonio. — La lettera del Manzoni sul “Romanticismo„. — Malcontento del Manzoni. — Speranze in Carlo Alberto. — Drammatica fuga di Luigi Napoleone dalla fortezza di Ham. — Incontro di Luigi Napoleone colla Principessa. — Loro dialogo sul risorgimento d'Italia. — Poeta profeta.
LaGazzetta Italianafondata dalla Belgiojoso a Parigi. — Peripezie di questo giornale. — La Principessa ritorna in Italia. — Locate e il suo paesaggio. — Villa dei Trivulzio. — Suo medagliere e biblioteca. — Benefiche iniziative della Principessa pei contadini e i loro figliuoli. — Il suo illuminato socialismo. — Ladonna Paoladel Parini. — Il dottor Màspero. — L'Ausonio. — La lettera del Manzoni sul “Romanticismo„. — Malcontento del Manzoni. — Speranze in Carlo Alberto. — Drammatica fuga di Luigi Napoleone dalla fortezza di Ham. — Incontro di Luigi Napoleone colla Principessa. — Loro dialogo sul risorgimento d'Italia. — Poeta profeta.
LaGazzetta Italianafondata dalla Belgiojoso a Parigi. — Peripezie di questo giornale. — La Principessa ritorna in Italia. — Locate e il suo paesaggio. — Villa dei Trivulzio. — Suo medagliere e biblioteca. — Benefiche iniziative della Principessa pei contadini e i loro figliuoli. — Il suo illuminato socialismo. — Ladonna Paoladel Parini. — Il dottor Màspero. — L'Ausonio. — La lettera del Manzoni sul “Romanticismo„. — Malcontento del Manzoni. — Speranze in Carlo Alberto. — Drammatica fuga di Luigi Napoleone dalla fortezza di Ham. — Incontro di Luigi Napoleone colla Principessa. — Loro dialogo sul risorgimento d'Italia. — Poeta profeta.
Mentre il principe Emilio Belgiojoso, travolto da irresistibil passione, abbandonava le lotte della libertà della patria, ch'era stata il suo alto e febbril sogno nella giovinezza, la principessa Cristina continuava con più forte tenacia nell'azione seria, efficace, per dare alfine all'Italia ordini liberi e dignità di nome. Anzi, più il principe si obliava in un amore, del quale subiva la tirannia (egli un giorno di spiriti sì indipendenti!) — e più la principessa prodigava le mirabili energie intellettuali per raggiungere lo scopo nobilissimo. E non solo ella operava più alacre che mai per la liberazione della patria, fino alpunto di presentarsi a Luigi Napoleone e dirgli: “Principe! ajutate l'Italia!„ (come vedremo) — anche ad altra liberazione ella pensava: alla liberazione delle umili classi lavoratrici dall'oppressione degli sfruttatori e dalla miseria; — vi pensava, quando questo sacro dovere non veniva imposto colla violenza, quando non era neppur di moda.
La principessa Cristina Belgiojoso era convinta che la stampa, questa forza formidabile, poteva, ben più delle fosche congiure mazziniane, preparare il giorno della risurrezione d'Italia: pensava che era urgente formare una pubblica opinione (come allora si diceva) a favore d'Italia nostra; ed ella, con giornali da lei fondati nel primo centro intellettuale d'Europa, qual era sempre Parigi, contribuì a fortificarla, ben presto, chiamando intorno a sè scrittori valenti, ma più lavorando ella stessa, infaticabile, e profondendo anche nuove somme di denaro, munifica sempre.
La principessa Cristina Belgiojoso occupa un soglio eminente anche nella storia del giornalismo. Ella possedeva un talento di prim'ordine per cogliere gli argomenti del giorno. I maestri dell'arte del giornale, — arte sì facile in apparenza, sì ardua in sostanza — possono riconoscere le attitudini preziose di lei, esaminando i periodici ch'ella lanciò a Parigi con patriottica audacia. Ella inspirava articoli, li coordinava, li correggeva.
Nel 1845, ella fonda a Parigi un giornale italiano, con intenti italiani, laGazzetta Italiana; la fonda (chi lo crederebbe?) in mezzo a unatempesta che alcuni amici italiani le suscitano intorno. La principessa, Pier Silvestro Leopardi e Giuseppe Massari, formano il “Consiglio di redazione„ della Gazzetta, ch'esce dallaRue du Marché St.-Honoré, 5, dove pure si tiene deposito di libri italiani. Certo Marino Falconi, entusiasta ammiratore della Belgiojoso, attende all'amministrazione e corrisponde coi libraj d'Italia per raccogliere “nuovi fondi„ al periodico e per diffonderlo; ma egli dà ombra al Massari e al Leopardi, che vorrebbero allontanarlo. Ed ecco, entra in scena Terenzio Mamiani:
“.... Il Mamiani (scrive il Falconi al Vieusseux a Firenze) interpellato da Leopardi di far parte del Consiglio, si ricusò dicendo: Non convenire a lui solo stare a fronte della Principessa, mentr'egli, Leopardi, e Massari, non erano che due accoliti di questa donna, e troppo ripugnava che un giornale politico unico e primo di tal fatta fosse diretto da una donna; — ch'egli volentieri entrerebbe a tal direzione, quando insieme con lui vi fossero uno o due nomi indipendenti da poterlo sostenere in caso di divergenza di opinioni fra lui e la Principessa. Tale franco parlare scosse Leopardi, che si vide compromesso e tacciato di accolito di una donna, e, tutto sgomento, egli dichiarò che nulla farebbe più di quello che sarebbe per fare Mamiani.„[95]
Così la culla dellaGazzetta Italiana, come la culla di Ercole, era seminata di serpi!
La principessa rimase addolorata del contegno del Mamiani e di Pier Silvestro Leopardi. Essi le aveano portati, è vero, buoni articoli, ma in fondo ella sola sosteneva le spese della rivista; e, sola, avrebbe continuato. E così fece. Salutò i suoi oppositori, e si tenne seco il Falconi. Era allora l'ottobre del 1845.
“Messi alla porta dalla Principessa gli oppositori, nacquero per Parigi, nelle trattorie e nei caffè, mille pettegolezzi, vantando che non vi erano più collaboratori per laGazzetta; che quest'era diventata un ornamento da donna; che non v'erano mezzi da continuare neppure una settimana, e mille piccolezze stomacanti. A tanti raggiri, rispondemmo con un silenzio ed un contegno stoico.„[96]
Così ancora il Falconi scrive al buon Vieusseux: il Falconi, che, come si vede, prendeva arie di filosofo!
Il giornale veniva intanto proibito a Torino, a Roma, a Milano, a Firenze.... E Gino Capponi se ne lamenta così col Vieusseux:
“Mi dispiace di quellaGazzettaalla quale pigliavo gusto, e ce lo pigliavano parecchi; ma tutti si aspettavano con ragione, che ce ne fosse per poco....„[97]
Con ragione, naturalmente; perchè laGazzetta Italianadella Belgiojoso era la prima, che con Cesare Balbo, proclamasse che l'opera della liberazione d'Italia non dovea essere riservataesclusivamente alle popolazioni, ma che e popoli e principi italiani dovevano operare d'accordo. LeSperanze d'Italia, il libro dal bel titolo e dal bell'ideale, del conte Cesare Balbo (che, uscito a Parigi nel 1844, l'anno della eroica spedizione dei veneziani Bandiera e Moro in Calabria, fu squillo avvivatore) aveva nellaGazzetta Italianaun'alleata. Le sêtte segrete, le cospirazioni, care al Mazzini, parevano ormai alla principessa, come a Massimo d'Azeglio, ferri vecchi. La Belgiojoso s'era, nel frattempo, allontanata dai principii dell'agitatore genovese; ma ne aveva conservata l'amicizia, fino ad accogliere articoli di quella penna poetica; articoli che, per altro, non contrastavano coll'indirizzo del periodico; uno, ad esempio, sull'educazione degli italiani, base del risorgimento!...
In pochi mesi, la principessa avea versati ottomila franchi, e nuove spese occorrevano. Ella si trovò costretta a rivolgersi a' suoi amici d'Italia, e, all'uopo scese a Milano, partendo da Parigi il 19 dicembre di quell'anno 1845. Perchè non dovea approfittare, pe' suoi scopi patriottici, dell'amnistia che Ferdinando I aveva concesso ai “pregiudicati politici„ salendo, nel 1838, sul trono d'Austria?...
E qui, a Milano, avvenne allora un fatto incredibile. La polizia, che conosceva benissimo lo spirito d'infaticabile propaganda e il giornale ardito della principessa, non le diede ombra di molestia; la lasciò liberamente raccogliere sottoscrizioni per laGazzetta Italiana!... Il Governatore voleva che l'inclita principessa lombarda,cara alle umili classi per le sue beneficenze, fosse rispettata e ripartisse per Parigi senza odiose impressioni sul dominio austriaco in Italia. Era una galanteria, e, nello stesso tempo, un atto diplomatico. Tanto, laGazzetta Italianaa Milano non penetrava! Quel governatore era il conte Spaur, successo al conte Hartig.
“Sia lode eterna all'ottima principessa Belgiojoso (esclama il Falconi). Ecco come dovrebbero essere i ricchi! Essa ha preso a cuore la cosa, e, a Milano ha già venduto trentotto azioni (da 100 franchi l'una); e non si ferma lì. Se dieci soli in Italia così facessero, non vi sarebbe da sperare assai più?„[98]
Ma fuori di Milano, poco o nulla si raccolse; e il Falconi se ne disperò tanto da buttarsi.... al commercio dei formaggi! E qui vediamo la principessa nel suo Locate, dove semina benefiche istituzioni a pro delle classi sofferenti. Ed ecco un nuovo lato di quello spirito.
Un grosso, grave carrozzone, bianco di polvere, conduceva per una lunga strada maestra, fra estese praterie da Milano a Locate, Cristina Belgiojoso. Quando non v'era la ferrovia, bisognava rassegnarsi per forza a quel viaggio interminabile, salutati appena da qualche passero fuggitivo. Una malinconia di piani, d'aere, di tutto! Lo stesso verde assume un tono di noja infinita. I “ruscelletti dei piani lombardi„ non sono cheuna figura rettorica delNabucco. Le risaje si distendono squallide e avvelenano l'aria. È ben raro che si trovi qualche casolare isolato. Bisognava proprio avere per meta un pajo d'occhi fatati come quelli della principessa per affrontare la via polverosa e interminabile. Solo, in alcune sere, sulle silenziose praterie, s'inarcano immensi padiglioni di fuoco: sono tramonti grandiosi e tragici; sono lepassioni del cielo, come li definiva l'infelice Elisabetta, imperatrice d'Austria. E, sparita la gran luce, nell'azzurrina penombra le praterie fumano: sono nebbie, e si direbbero incensi che la terra eleva al cielo che si va stellando.
Locate, terra dei Trivulzio, nella Bassa Lombardia, è un grosso borgo industre, patria di latticinii insuperabili. La villa dei Trivulzio, questa reliquia feudale in mezzo a una fattoria agricola di carattere spiccatamente lombardo, partecipa anch'essa del carattere dell'ambiente: non ha alcun aspetto di maniero, nulla di monumentale. Sembra, all'esterno, una grandiosa cascina, che si estende per un centinajo di metri; ma conserva alcune terrecotte del Quattrocento, sospiro dei buongustai, il che le imprime un certo carattere, più degli stemmi dei Trivulzio dipinti a fresco sulle muraglie, con esagerati sfoggi di terre rosse, da qualche Raffaello di cattivo umore. Il letterato Achille Mauri, additava alla principessa quegli stemmi majuscoli, e le diceva:
— Principessa! Democrazia, non è vero?... e questi stemmi?
E il brioso conte Toffetti, alludendo alla desolantemonotonìa della rasa campagna, domandava alla principessa nel suo inalterabile dialetto veneziano:
—Principessa, come se divèrtela fra ste coline?...
La villa ha vaste sale i cui usci, ai giorni della principessa, non si chiudevano mai. Il nudo pavimento era, un dì, coperto di modeste stuoje di paglia; ma alcuni gabinetti avean le pareti coperte di seta; qualche altro presentava panoplie d'armi antiche: e, altrove, libri preziosi, miniati da mani diventate polvere da molti secoli. La sala terrena serviva per ricevere i lavoratori dei campi, per le rappresentazioni teatrali, per esecuzioni di concerti, per feste di ballo.
Nella sala terrena, la principessa, ne' primi anni del suo matrimonio, siedeva su una antica poltrona a mo' d'un trono; e i contadini, fedeli alle tradizioni patriarcali e feudali, le passavano davanti, baciandole reverenti la mano. Era allora larazza Trivulzioche trapelava da quella dama; ma, in quel tempo, l'orgoglio era peccato di pochi.
Un'altra sala superiore (la biblioteca) è ancora ricca di libri. Vi abbonda la collezione Tauchnitz dei romanzi inglesi, della quale la Belgiojoso era ghiotta.
La stanza da letto della principessa è vasta; vasto il talamo, coperto da cortine. Un inginocchiatojo accanto al letto accoglieva ogni sera la principessa che pregava. E, attigua, un'altra stanza ravvolta in misteriosa penombra: la luce vi penetra appena da un finestrone dai vetricolorati e istoriati, come nelle cattedrali gotiche. Là, la Belgiojoso meditava, scriveva, e distribuiva innumerevoli beneficenze,
Con quel tacer pudicoChe accetto il don ti fa.
Con quel tacer pudicoChe accetto il don ti fa.
Con quel tacer pudico
Che accetto il don ti fa.
Vi era un medagliere che, ai tempi della principessa Belgiojoso, contava fra i primi d'Europa.
NellaGazzetta privilegiata di Milanodel 1845 (e precisamente del 28 febbrajo e 9 marzo) si legge una descrizione di quel medagliere, com'era allora conservato.
Il marchese Carlo Trivulzio con lungo studio e dispendio (dice laGazzetta) raccolse una collezione di medaglie e monete dei tempi greci, romani e del medio evo, degna di gareggiare colle più pregevoli. La principessa Cristina Belgiojoso Trivulzio, nel diventarne proprietaria, volle (nel 1845) che la collezione fosse riordinata. Fra le medaglie, quattrocento spettavano a uomini illustri italiani e stranieri. La serie dei papi era delle più cospicue; cominciava da Sisto I e giungeva, con qualche interruzione, sino a Leone XII. Salvo qualche lacuna, i re di Francia da Clodoveo I arrivavano a Luigi XVI, alla rivoluzione. Molte medaglie, coniate ai tempi dei duchi di Savoja, dei re di Sardegna, dei Gonzaga di Mantova, dei signori di Padova, dei dogi di Venezia.
Le monete comprendevano un periodo di quindici secoli e si riferivano a trecento città. V'era una serie, quasi intera, di monete d'Aquileja. Fra le rarissime: uno scudo d'oro di Paolo II coniatonel 1464. Due monete di forma poligona appartenevano a Gian Giacomo de' Medici, marchese di Musso, poi signore di Lecco. Fra le curiosità più preziose si notava la Bolla di Maria, moglie all'imperatore Onorio; un cammeo eseguito a Milano per quelle nozze, celebrate nel 398, e che venne scoperto in Roma nel 1544 entro la tomba di Maria nell'antica chiesuola di Santa Petronilla. Il marchese Giorgio Trivulzio potè venirne in possesso, e ne fece dono alla cugina principessa Cristina Belgiojoso, la quale non si stancava d'ammirare quel giojello rotondo, che constava di due onici legati da un aureo cerchio fregiato di quattro smeraldi e di dieci rubini. Fra gli anelli d'oro, uno era a suggello, di zaffiro, colla testa di Federico III imperatore di Germania. I sigilli?... Erano più di novecento. V'era anche un catino triangolare di majolica, con un dipinto rappresentante l'esercito di Carlo V che passa l'Elba a Milburgo.[99]
Finchè visse la principessa, la ricca raccolta numismatica rimase incolume, formando uno dei taciti orgogli di lei. Morta, la raccolta fu venduta alla Casa reale d'Italia. Sua Maestà il re Vittorio Emanuele III, il dotto numismatico, ben conosce quella collezione preziosa, che narra tanta storia di passioni dinastiche, tanta agitazione di corone e di popoli; tanto dramma umano lampeggiato dall'iraconda, spesso fratricida smania d'impero.
Ma non era la numismatica, non era la raccolta di cammei, di libri antichi, d'oggetti d'arte rarissimi; non era tutto quel ricco insieme di fiori nelle serre e di monete e di medaglie (degna cornice alla figura di Cristina) ciò che faceva amare sopratutte alla principessa la terra de' suoi avi Trivulzio. Ella amava quella popolazione onesta e laboriosa; ella ne era l'alta benefattrice, la madre. Di Locate-Trivulzio, ella fece in breve tempo un comune modello, avvivato da sapienti, filantropiche istituzioni, delle quali gli storici del socialismo dovranno tener conto.
Fin dal giugno del 1842, in una visita fatta alla sua indimenticabile Locate, la Belgiojoso avea diramato ai possidenti della Bassa Lombardia una lettera-circolare, tentando di commuovere i loro cuori a pro dei figliuoli minorenni e orfani dei contadini. Ella diceva: “La frequenza dei matrimonj, l'insalubrità dell'aria e le qualità de' lavori fanno sì che gli orfani trovansi in una proporzione assai maggiore qui che altrove. Affidàti alla malsicura custodia di lontani parenti, e qualche volta di estranei, adoperati negl'impieghi più fastidiosi, maltrattati, mal nutriti, male allevati, dessi formano una popolazione inferma e viziosa che consuma oltre il guadagno, e ricade a carico de' padroni o dei fittabili o dei benestanti, diminuendo così la proprietà di cui potrebbero quei paesi godere.„[100]
La Belgiojoso toccava la corda sensibile dell'interesse di tanti proprietarii, per raggiungere lo scopo supremamente benefico, che le arrideva: l'istituzione d'unorfanotrofio rurale.
Risposero i possidenti?... Risposero, allora, i felici della terra?... Nessuno.
La principessa, intenerita alle sofferenze di tanti poveri lavoratori della gleba, cominciò coll'istituire nell'inverno del 1845 a Locate uno scaldatojo per quei contadini. LaGazzetta privilegiata di Milanone rendeva allora conto in un'appendice,[101]ch'è tutta un inno alla benefica signora.
In una sala terrena della villa, trecento contadini s'agglomeravano a scaldarsi, giorno e sera. Così avea disposto la principessa, per toglierli dalle stalle infette. Lo scaldatojo era aperto all'alba e si chiudeva verso la mezzanotte. Persona scelta dalla principessa, faceva ad alta voce letture adatte ai contadini. La benefattrice voleva che, alla sera, tutti pregassero insieme. Così, dalla villa, usciva un mormorìo di preci come da un tempio.
Allo scaldatojo, la Belgiojoso aggiunse la cucina economica; anche questa tutta a sue spese. I contadini vi trovavano ottima e copiosa minestra a mezzodì e alla sera, per dodici centesimi, ridotti poi a dieci soli: il pagamento potevano farlo quando e come volevano; ma i più se ne scordavano volentieri.
“Il pagamento (dice laGazzetta privilegiata di Milano) delle minestre che si somministrano, può farsi giornalmente, in fine d'ogni settimana, od anche in maggior periodo di tempo, o a denaro che si raccolga da persona a ciò delegata o con lavori di determinato prezzo, pei quali si somministrano dalla nobile istitutrice le materie prime, come sarebbe lino da filare, filo da tessere o far calze, tela da cucire, ecc. E notisi che anche i prodotti di questi lavori sono già dall'animo benefico della signora principessa destinati in prevenzione o a far parte delle abbondanti elemosine che per lei si distribuiscono durante il corso dell'anno, o ad essere venduti al puro costo, in occasione di sagre e di altre circostanze, che attirano affluenza di persone da' luoghi circonvicini in paese, nella vista di fornir mezzi anche ai meno bisognosi di provvedersi con minor dispendio degli oggetti di biancheria o di vestiario occorrenti alle loro famiglie.„
Che ne dicono i socialisti d'oggi?... Per una Trivulzio della metà del secolo scorso, non c'è male!... Ell'era acerrima nemica delle beneficenze.... a parole. La principessa Cristina Belgiojoso fondò a Locate una scuola infantile a tutte sue spese: i bambini dai due anni ai sei vi erano accolti, nutriti e vestiti. Sentiva ella un palpito di maternità fra quelle testine bionde, raccolte dalla sua inesauribile beneficenza, dal suo affetto?...
E aprì pure una scuola di lavori femminili per le ragazze, alle quali facea insegnare a leggere,a scrivere, a conteggiare. Si pensi che la principessa facea istruire i giovani di Locate persino nell'algebra, nella geometria e (con più senso pratico) nell'agraria.
Nè qui finivano le filantropiche istituzioni a Locate, ch'era allora, in tutta Italia, il comune più progredito in fatto d'istituzioni per il popolo.
“E qui non si limitano ancora i beneficii (nota il foglio ufficiale di Milano); chè la signora principessa intenta sempre a procurare il benessere di quegli abitanti, ha già dato ordini positivi perchè, cominciando dall'anno corrente, siano di mano in mano ricostrutte e convenientemente adatte le case di sua proprietà, che servono ad uso di abitazione della maggior parte della popolazione, in modo da renderle sane, ben ventilate e capaci a soddisfare a tutt'i bisogni delle famiglie, sceverandole di tutti gl'inconvenienti d'insalubrità e d'immondezze, che derivano dalla male ideata loro costruzione attuale.„
Era vero. A quest'opera, aveva già posto mano l'architetto Maurizio Garavaglia, procuratore generale della principessa.
Nel venerdì santo di quell'anno stesso 1845, le sale della villa Trivulzio di Locate risonavano alle note delloStabat Materdi Gioachino Rossini, eseguito da fresche voci femminili. Erano le giovanette di Locate che, ivi raccolte, lo cantavano con passione, con ardore religioso, sotto la direzione della principessa, la quale aveva loro insegnato quella musica tutt'altro che facile, impiegando due sole settimane; perciò un poetadel villaggio ne fu rapito, e improvvisò un sonetto che comincia:
Io non credea che d'inesperta voceTrar si potesse mai sublime un canto!
Io non credea che d'inesperta voceTrar si potesse mai sublime un canto!
Io non credea che d'inesperta voce
Trar si potesse mai sublime un canto!
Ed esclama ancora:
Oh, come il core a ognun restò conquiso!
Oh, come il core a ognun restò conquiso!
Oh, come il core a ognun restò conquiso!
V'ha chi si rammenta ancora di quelle cantatrici: ve n'erano di bellissime: tipi gentili, soavi, delle Madonne di Bernardino Luini. Breve la fronte, e greco il naso finissimo, e gli occhi scuri, ma vivi, un po' a fior di testa, e i capelli cuprei graziosamente ondulati, e scendenti come due bende sulla fronte e fino alle orecchie piccole e rosee. Quei tipi (che a Bernardino Luini servivano a dipingere Madonne, che son dolci Muse incoronate di alloro) vivon tuttora nelle campagne lombarde; ma nelle fatiche dei campi, nella struggente vita dei tugurii, nelle ibride mescolanze della vita moderna, presto appajono adulterati, offesi.... E presto spariranno.
Più tardi, la principessa istituì a Locate una fabbrica di guanti, nella quale molte giovinette erano impiegate. E sempre il pensiero del vantaggio de' poveri! sempre l'idea delle industrie utili, geniali, mulinava in quella mente aperta ad ogni progresso moderno!
La Belgiojoso seguiva, ne' suoi provvedimenti benefici verso i poveri, sopratutto il proprio impulso; pur avea dinanzi l'esempio di altri patrizii milanesi, ed esempii anche in famiglia, che le additavano la via della carità illuminata. Un Trivulzio fondò a Milano l'asilo pei vecchi. La contessaLaura Visconti Ciceri fe' innalzare dalle fondamenta, e dotò, uno spedale femminile aperto nel settembre del 1840. Fin dal 1444, Vitaliano Borromeo aprì una pia casa per distribuire pane e vino ai bisognosi. Gian Ambrogio Melzi fondò, nel 1637, un ospizio per distribuire ai poverelli viveri e vesti.
Se la principessa oggi vivesse, inclinerebbe alle teorie del socialismo?... In una sua lettera che trovo nella Biblioteca Nazionale di Parigi, disgraziatamente senza indirizzo e senza data, ella afferma che “la société organisée telle qu'elle est aujourd'hui, est une protestation éclatante contre la justice de Dieu; protestation qu'il est urgent de faire cesser.„ E la principessa inviava mille franchi per due “azioni„ d'un giornale che a Parigi avrebbe dovuto combattere contro le ingiustizie sociali.[102]
Riguardo a Locate, non va taciuto un opuscolo della Principessa:Osservazioni sullo stato attuale d'Italia e sul suo avvenire,[103]al quale rispose un avvocato Felice Borsani coll'altro opuscolo:Gli affittajuoli della Bassa Lombardia.[104]Ella, con competenza di proprietaria, con senso pratico, trattava una questione ben viva in quei tempi, nei quali Milano continuava ad arricchirsi coi prodotti agricoli; viva anche oggi, coi presentiscioperi agrarii. Ma chi ricorda quell'opuscolo?... In quelle pagine, che si direbbero scritte da un Melchiorre Gioja, l'autrice accusa severamente gli affittajuoli: li accusa di sfruttare i contadini; di lasciarli in perpetua miseria, arricchendo sè stessi. E gli affittajuoli, feriti, a strillare allora come aquile; a protestare contro la principessa!
Le molte, gravi cure limavano intanto la fibra ammalata della Belgiojoso; la quale potea dire sorridendo: “Che importa?... La fortezza è traballante, ma la guarnigione sta bene; resistiamo!„ Per isvagarsi, interveniva, a Milano, alle veglie festose d'amici patrizii. Una sera, comparve con uno de' suoi fantastici abbigliamenti, a una festa di ballo, che il duca Lodovico Melzi dava nel suo palazzo. Entrò nella gran sala, vestita tutta di bianco, ornata il capo da candide ninfee, che le scendeano intorno al collo, al busto e a tutta la sottile persona, in una spirale: ninfee finte, perfettamente imitate dal vero, colle loro foglie verdi cascanti. Qualcosa di simile dell'abbigliamento disuora grigiache la principessa avea adottato per qualche spettacolo dell'Opéra-Italien a Parigi!
Talvolta, si recava a visitare una carissima parente, cantata da Vittorio Alfieri, ed esaltata da Giuseppe Parini, che l'aveva eletta a Ninfa Egeria, e le leggeva le primizie dei proprii lavori. Era la vecchia e briosissima marchesa Paola Castiglioni-Litta, che nella signoril casa a Porta Orientale (ora Corso Venezia) ricevevaogni giorno un'infinita schiera di nipoti, fra i quali la principessa Belgiojoso. Li riceveva a letto, col suo cuffione bianco, col suo consueto, limpido sorriso. Nata nell'8 settembre del 1751, la marchesa, secondo la sentenza di tanti bravi medici, doveva sparir dalla terra fin da' primi anni della giovinezza; visse invece sino al 1846, alla vigilia dell'insurrezione di Milano: ed ella avea visti i duttili cavalieri serventi del Settecento, ed era intervenuta alle feste della Corte di Luigi XV!... I suoi motti di spirito giravano, come farfalle, per tutt'i palazzi: Giuseppe Parini, l'amico suo, n'era rapito. Nell'odeIl dono, il grande poeta parla di quella “fervida mente„ della “copia„ di quell'“ingegno„ di quello spirito arguto, e minia così:
.... spontaneoLepor tu mesci a i detti,E di gentile aculeoAltrui pungi e diletti,Mal cauto da le insidieChe de' tuoi vezzi la natura ordì....
.... spontaneoLepor tu mesci a i detti,E di gentile aculeoAltrui pungi e diletti,Mal cauto da le insidieChe de' tuoi vezzi la natura ordì....
.... spontaneo
Lepor tu mesci a i detti,
E di gentile aculeo
Altrui pungi e diletti,
Mal cauto da le insidie
Che de' tuoi vezzi la natura ordì....
Napoleone continuava a flagellar Milano di balzelli, di ruberie e, nello stesso tempo, ordinava all'obbediente Eugenio Beauharnais, vicerè d'Italia, d'imbandire sontuose feste di ballo a Corte per abbagliare colle cortesie e col fasto i poveri sudditi spogliati. La marchesa Paola Castiglioni non tardò a rispondere alla gentil viceregina che le porgeva invito ad un ballo:
— Grazie! ma nessuna di noi, signore milanesi, possiamo venire.
— Perchè, o marchesa?
— Perchè non abbiamo più giojelli!
Altri motti di spirito di lei divertivano anche Alessandro Manzoni. Ella pregava così il buon Dio: “O Signore, non fatemi morire in carnevale!„ Negli ultimi anni, era presa da allucinazioni gioconde: le pareva di vedere la Corte di Luigi XV coi cavalieri, colle dame, coi doppieri ardenti, e udiva musiche nuove e liete. In un suo taccuino, annotava: “Fenomeno. Musica da me solo udita, e di notte e di giorno. Ebbe principio nel mese di aprile di questo 1824.„
Quando morì, il suo corpo era quasi centenne; la sua anima avea vent'anni![105]
Ma altre allucinazioni pativa, pur troppo, Cristina Belgiojoso.
Fu a questo tempo che certi turbamenti nervosi della principessa s'accentuarono, colmandola d'angoscie. Le venne presentato un medico dalle brusche maniere, ma dal nitido ingegno, il dottor Paolo Màspero, il quale si occupava di epilessia con speciale competenza. I due volumi di lui sul terribil morbo, oggi sono invecchiati e dimenticati, ma possono attrarre ancora i profani perchè formicolanti di casi curiosi e pietosi, narrati con garbo letterario. Il Màspero era, infatti, della razza geniale del Redi: era medico e poeta. Nel modo stesso che il Monti si servì della versione latina dell'Iliade, apprestatagli dal Mustoxidi per compiere la magniloquente traduzionedel poema d'Omero (ch'è tanto semplice e ingenuo nel testo!) — il Màspero si servì d'una traduzione letterale dell'Odissea, per compierne la versione poetica, la quale, a detta d'Andrea Maffei, gareggiava per nerbo e per eleganza con quella del Monti.
Il Màspero disse alla Belgiojoso:
— Principessa! Se si affida a me, le prometto di migliorare assai le condizioni della sua salute!
— Venite con me allora! Seguitemi dove vo. Così vedrete voi stesso, ad ogni momento, se obbedirò alle vostre prescrizioni. Accettate?...
L'obbedire era un bell'impegno per la Belgiojoso, la quale, anche in fatto di medicina, aveva le sue idee. A ogni modo, ebbe fiducia nel Màspero; e questi lasciò il nativo cielo lombardo per il cielo di Parigi, seguendo la principessa come la sua ombra. Non furono quelli gli anni più lieti per il buon dottore; ma i più istruttivi. Quante volte si trovava imbarazzato, co' suoi modi mezzo rusticani, tra raffinati stranieri! Ma la principessa, delicata, lo toglieva d'impaccio, apprezzando sempre più le gelose prestazioni del medico fedele. Poichè ella si serviva di lui anche per incarichi segreti, come il soccorrere di nascosto poveri esuli italiani. Il dottor Màspero si vedeva trasformato così in elemosiniere. La principessa, a poco a poco, sotto le cure pazienti del Màspero, andò migliorando nella salute. La malattia non le sparve veramente del tutto; anzi certe sue incredibili stranezze delle quali si pascolarono per molto tempo le riunioni degli sfaccendati, altro non erano che nuovemorbose manifestazioni di quella malattia tremenda e lagrimevole d'origini oscure.
La principessa ritornò a Parigi con numerose sottoscrizioni raccolte a Milano, e trasformò laGazzetta Italiananell'Ausonio, dopo d'aver dato (ma per poco) ad essa un altro battesimo: quello diRivista Italiana.
L'Ausoniousciva mensile in un fascicolo compatto, come laRevue des Deux Mondes. Lo scopo del periodico era di rivelare meglio l'Italia, mostrandola degna di libertà, di risorgimento. Fresca delle impressioni della Lombardia, la principessa dipinse nella rivista un quadro sui contadini della Bassa Lombardia, e un altro sui contadini dell'Alta: suo dolente ritornello! Fra gli affittajuoli e i contadini della Bassa Lombardia, la scrittrice stabilisce un confronto che tocca il cuore:
“Sebbene l'affittajuolo sia come il popolo d'Italia tutto ardente nella fede cristiana, ed attaccatissimo al culto della Chiesa, pure non si può dire che v'abbia in esso carità nessuna. L'animo di lui non è propriamente cattivo, imperocchè, quando potesse far del bene al misero, senza nuocere a sè, e senza darsi noja, il farebbe. Ma non alligna in quel cuore neppure una favilla di quell'amore per l'umanità che si rivela, quando esiste, da ogni atto ed ogni motto. Non ode il contadino fuorchè rimproveri, insulti, improperii, maledizioni, e sommesso in faccia all'affittajuolo, scarica sulla moglie e sui figli il malumore represso....
“Le famiglie sono numerose; e in quei paesi così fertili, su quel suolo così ricco, può tenersi per certo che, in una famiglia composta di cinque individui, uno ve ne sia sempre travagliato da febbre.... Le donne filano assidue dall'alba fino a mezzanotte, chiuse nelle umide, tenebrose e luride stalle, disseccandosi i bronchi col continuo bagnare il filo per torcerlo più agevolmente e guadagnare così non più di due soldi al giorno.„
E, fin d'allora, la Belgiojoso raccomandava che i proprietarii esaminassero i contratti conchiusi cogli affittajuoli, “imponendo a questi dovuti riguardi verso il povero, interrogando i suoi contadini, dandosi di essi qualche pensiero, convincendosi, insomma, che i possedimenti territoriali esigono maggiori brighe, che non il possesso di obbligazioni dello Stato.„
Parole scritte nel 1846; e pajono di jeri!
Queste pagine fanno parte di tutta una serie diStudii sulla storia d'Italia, largo lavoro che mostra l'ampiezza e la cultura di quella mente di donna singolare. Nella dispensa ottava dell'Ausonio, è notevole lo studio su Firenze, dalla cui storia l'autrice trae insegnamenti per l'Italia.
Un giorno del 1846, l'Ausoniouscì con una novità prelibata: una lunga lettera, inedita, di Alessandro Manzoni (divenuta poi tanto famosa)Sul Romanticismo. La principessa sperava che il sommo scrittore, suo concittadino, ne tollerasse la pubblicazione in omaggio ad antiche relazioni d'amicizia che correvano fra loro; mail Manzoni non le approvò, nè allora nè poi, l'arbitrio della pubblicazione. La principessa gli scrisse una lunga epistola cortese, sostenendo che la letteraSul Romanticismole era pervenuta da colui al quale era stata indirizzata (il marchese Cesare Taparelli d'Azeglio); e conchiudeva affermando il principio “è cosa incontestabile che le lettere appartengano a colui cui vennero dirette, e non a chi le scrisse.„ Altri afferma ch'è vero, invece, l'opposto.[106]
Anche l'Ausoniovenne proibito dalle polizie d'Italia; ma gli esuli di Parigi avidamente se ne impossessavano appena usciva dalla libreria Dusacq della rue Jacob. Col maggio del 1847, si chiuse la prima serie dell'Ausonio; e nuovi scrittori accendevano di idee, di vita, nuove pagine. Massimo d'Azeglio vi scrisse un ampio articolo, oggi sconosciuto,La sentinella del Campidoglio. La sentinella è Pio IX. Il Pontefice liberale era già salito sul soglio di San Pietro, destando liete speranze.
I tempi incalzano e l'Ausonioda rivista mensile diventa rivista settimanale. Ed esce non più in lingua italiana, bensì tutta in lingua francese, perchè i fratelli latini, i francesi, si accalorino anch'essi per la causa d'Italia! Gl'interessi italiani sono trattati con maggior nerbo; i varii Stati italiani sono considerati nei loro caratteri, nelle loro tendenze; lo stile è più esplicito; la frase è più scottante. Non più moderazione! Unveemente articoloL'Ausonio aux modérés de Toscanecomincia: “La modération n'est pas toujours une vertu; elle n'est souvent que le masque de la couardise.„
Già Carlo Alberto brandisce la spada per l'indipendenza italiana, e uno scrittore anonimo ha il coraggio di esclamare: “l'Autriche est perdue!„
Carlo Alberto è l'astro dell'Ausonio, è l'astro ormai della principessa. A cominciare dal 1848, l'Ausonioha cessato d'essere settimanale per uscire il 5, il 15 e il 25 d'ogni mese.... Ma dobbiamo fare un passo indietro e seguir la principessa in Inghilterra, dove s'abbocca con Luigi Napoleone, che sta per diventare il padrone della Francia, e un giorno darà una mano all'Italia.
NelBrunswick hôtel, Jermyn street, a Londra, sotto il falso nome di Conte d'Arenenberg, è sceso Luigi Bonaparte. Egli è fuggito il 25 maggio del 1846 dalla fortezza di Ham, dove re Luigi Filippo l'avea fatto rinchiudere, per punirlo della sollevazione tentata a Boulogne a favore dei Bonaparte. Dalla celebre fortezza di Stato il principe è scappato negli abiti d'un muratore.... Fuga romanzesca.... e avvenne così:
Entro la fortezza di Ham, alcuni muratori erano intenti a imbiancare (nella mattina del 25 maggio 1846) le scale. Luigi Napoleone, coll'ajuto del dottor Conneau, medico della fortezza, indossò in fretta un vestito da muratore, sporco di calce, che avea pagato venticinque franchi; si tagliò i mustacchi; si coprì la testa d'una parruccanera, scarmigliata; si pose sulle spalle un'assa della libreria che Luigi Filippo gli aveva concesso in prigione; e stringendo fra i denti una vecchia pipa, si avviò franco all'uscita della fortezza. I muratori, vedendo un compagno sconosciuto, avrebbero potuto meravigliarsene; perciò vi fu l'accorto compare che si affrettò ad accompagnarli all'osteria a beverne di quel buono.
Ecco, ora, il principe faccia a faccia con uno de' guardiani. Egli gli mette l'assa davanti al viso, e procede. Eccolo ora nel cortile ch'ei deve attraversare in tutta la sua lunghezza. Si nasconde ancora colla tavola (vera tavola di salvezza!) e passa. Così passa davanti alla prima sentinella.... L'emozione lo prende: ei lascia cadere la pipa, che va in frantumi. Si china per raccoglierne i cocci, poi si rimette in cammino, e s'imbatte nell'ufficiale di guardia. Ma questi, tutto intento a leggere una lettera (forse una lettera d'amore?) non lo vede nemmeno. Il principe fila sotto le finestre del comandante.... I soldati di sentinella, presso l'unica uscita della fortezza, sembrano stupiti dello strano insieme, che presenta quel falso muratore.... Il tamburino si gira più volte a guardarlo. Intanto, i piantoni di guardia aprono la porta, ed il fuggitivo è ormai fuori della carcere. Ma, appena uscito, incontra due operaj della fortezza.... Essi lo fissano con attenzione.... E, pronto, egli allora a nascondersi coll'assa.... Questa volta teme di non poterla scappare.... Un operajo esclama: È Bertrando!... — È salvo.
Intanto, il dottor Conneau (quello che avea aperta cautamente la carcere a Luigi Napoleone)ingannando le sentinelle, s'era fatto premura di sparger la voce che il principe, ammalato, dopo una notte insonne, riposava; e che bisognava lasciarlo tranquillo. Il dottor Conneau pose sul letto una specie di fantoccio rannicchiato contro il muro; un fantoccio formato da un mantello e da unfoulard....
Il principe Luigi Napoleone è libero; non teme più nulla. A una mezza lega da Ham, si getta commosso in ginocchio davanti alla croce d'un cimitero. Otto ore dopo, tocca il suolo belga e, dodici ore più tardi, l'Inghilterra, dove s'incontra colla principessa Belgiojoso.
L'incontro del giovane principe ex carbonaro coll'exgiardinieradella Carboneria milanese è uno dei più caratteristici. V'è presente anche il dottor Paolo Màspero, il fedel medico-poeta, che la principessa si è condotto con sè.
Da una parte, v'è un giovane che sente d'essere il nipote di Napoleone il Grande; un giovane che tutto osa, perchè tutto ambisce; dall'altra, un'intrepida gentildonna, che sente i doveri d'italiana e che, a tutti i costi, lotta per rendere il nome d'Italia sua rispettato nel mondo.
La principessa italiana ricorda al principe francese il suo antico affetto all'Italia, il suo amore per l'indipendenza dei popoli. Gli ricorda i moti di Romagna, a' quali egli prese parte col fratello nel 1831. Gli raccomanda caldamente l'Italia lo prega di non dimenticare una terra, dalla quale è uscita la sua famiglia.... — Principe (gli dice) aiutate l'Italia! —
Luigi Napoleone la guarda fisso, l'ascolta.... Le prende quindi la mano, e le risponde:
— Principessa! Lasciatemi mettere a posto le cose di Francia; poi penserò all'Italia.
Le stesse parole che, più tardi, il principe ripetè a un fortissimo spirito lombardo; all'intimo amico suo, conte Francesco Arese.
Luigi Napoleone raccontò alla principessa Belgiojoso tutt'i particolari della fuga dalla fortezza di Ham; li raccontò alla presenza del dottor Paolo Màspero, che li riferì poscia al suo ritorno a Milano, e che sono gli stessi particolari narrati da Imbert de Saint-Arnaud nel libroLouis Napoléon et Mademoiselle de Montijo.[107]
Luigi Bonaparte avea, infatti, militato per la libertà d'Italia nell'insurrezione romagnola del 1831, agli ordini dell'irrequieto faentino Giuseppe Sercognani, già soldato di Napoleone I; in un'imboscata, corse allora pericolo della vita contro il trombone d'un fanatico ciociaro che voleva ucciderlo; e fu salvato per miracolo da un Martelli che, sguainata la sciabola, deviò il colpo e ammazzò il ciociaro.[108]La principessa Belgiojoso avea ajutato con denaro anche quell'insurrezione? Pare di sì.
La PrincipessaCristina Belgiojosonel 1848(da un ritratto di quell'anno conservato nel Museo del Risorgimento di Milano).
La PrincipessaCristina Belgiojosonel 1848(da un ritratto di quell'anno conservato nel Museo del Risorgimento di Milano).
Cristina Belgiojoso si fermò poco a Londra. Ne partì, anche per i terrori subiti nell'albergo dove alloggiava.... Durante la notte, sopra la sua camera, aveva udito il rotolìo d'un corpo pesante,come d'una palla da cannone che corresse. Ella attribuì quel rotolìo, quel cupo rimbombo, a fenomeni spiritici.... La padrona dell'albergo fu costretta a confessarle che altri viaggiatori avevano udito più volte quei rumori; rumori dei quali nessuno sapeva spiegare la cagione.
Intanto i Francesi, che amano sempre le audacie, ibei colpi di scena, applaudivano all'evasione di Luigi Napoleone. Quegli stessi che, dopo il tentativo infelice di Boulogne l'avevano deriso, lo esaltavano per la felice riuscita della fuga da Ham. Un principe di sangue imperiale, travestito da muratore, non si trova, infatti, tutt'i giorni! I biasimi e le risa di jeri si mutarono in ammirazioni. Luigi Napoleone divenne “l'uomo del momento„. In lui, nell'antico carbonaro, confidavano gli amici della libertà; confidava la Belgiojoso, anticipando i sentimenti espressi da un poeta italiano, allorchè questi si rivolse appunto a Luigi Bonaparte:
Fiero contendi ai despotiLe mal rapite glebe.Stoppa possente ai cupidiSuoi traditor la plebe.Tu, Gedeon, sul TempioAlza di Dio l'insegna.Vendica il Mondo; e regnaCome nessun regnò.Vasta è la via. Puoi vincereIl sangue onde sei nato.Guai se tu manchi all'operaPer cui t'ha Dio mandato.O Infame o Grande. Il tacitoMondo ti guarda e spera,Altro a chi vince e imperaVaticinar non so.Sol, pei materni visceri,Ti prego a giunte maniNon oblïar, nel turbineDel tuo fatal dimani,Questa oblïata ItaliaDel sangue tuo; quest'EvaChe a te le braccia levaConsunte di dolor.Mille de' suoi, che dormonoLà tra le scizie nevi,Per chi tu 'l sai, fantasimiTetri, placar tu devi.Pensa alla madre, al cenereDell'Alighier: nefandoDi Bonaparte è il brandoS'egli altri numi ha in cor.
Fiero contendi ai despotiLe mal rapite glebe.Stoppa possente ai cupidiSuoi traditor la plebe.Tu, Gedeon, sul TempioAlza di Dio l'insegna.Vendica il Mondo; e regnaCome nessun regnò.
Fiero contendi ai despoti
Le mal rapite glebe.
Stoppa possente ai cupidi
Suoi traditor la plebe.
Tu, Gedeon, sul Tempio
Alza di Dio l'insegna.
Vendica il Mondo; e regna
Come nessun regnò.
Vasta è la via. Puoi vincereIl sangue onde sei nato.Guai se tu manchi all'operaPer cui t'ha Dio mandato.O Infame o Grande. Il tacitoMondo ti guarda e spera,Altro a chi vince e imperaVaticinar non so.
Vasta è la via. Puoi vincere
Il sangue onde sei nato.
Guai se tu manchi all'opera
Per cui t'ha Dio mandato.
O Infame o Grande. Il tacito
Mondo ti guarda e spera,
Altro a chi vince e impera
Vaticinar non so.
Sol, pei materni visceri,Ti prego a giunte maniNon oblïar, nel turbineDel tuo fatal dimani,Questa oblïata ItaliaDel sangue tuo; quest'EvaChe a te le braccia levaConsunte di dolor.
Sol, pei materni visceri,
Ti prego a giunte mani
Non oblïar, nel turbine
Del tuo fatal dimani,
Questa oblïata Italia
Del sangue tuo; quest'Eva
Che a te le braccia leva
Consunte di dolor.
Mille de' suoi, che dormonoLà tra le scizie nevi,Per chi tu 'l sai, fantasimiTetri, placar tu devi.Pensa alla madre, al cenereDell'Alighier: nefandoDi Bonaparte è il brandoS'egli altri numi ha in cor.
Mille de' suoi, che dormono
Là tra le scizie nevi,
Per chi tu 'l sai, fantasimi
Tetri, placar tu devi.
Pensa alla madre, al cenere
Dell'Alighier: nefando
Di Bonaparte è il brando
S'egli altri numi ha in cor.
Così cantava un poeta, che fu vate nel più alto senso della parola, perchè fu il profeta dei destini di Casa Savoja. Così, nell'ode storicaIl 2 dicembre, cantava Giovanni Prati: così speravano alcuni: così forse sentiva, allora, Luigi Bonaparte.
Nel 1847, la Belgiojoso andò a Roma, e appena ivi giunta, versò 20,000 lire pei moti rivoluzionari.[109]Ella sapeva maneggiare il fucile e la spada, e montare a cavallo senza sella. Poteva essere un'Amazzone della riscossa italica, e lo fu.