XVI.Nel 1849. La Principessa all'assedio di Roma.

XVI.Nel 1849. La Principessa all'assedio di Roma.Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi a Roma. — Giovani eroi. — La Belgiojoso al letto dei feriti. — Giulia Modena. — Fortezza e sventure di Margherita Ossoli nata Fuller. — La strage di Villa Corsini. — La Belgiojoso accoglie Goffredo Mameli ferito a morte. — Suo carteggio coi Triumviri. — Suo talento d'amministrazione e sua generosità negli ospedali. — Sua terribil lettera a un francese. — Parte per l'Oriente.

Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi a Roma. — Giovani eroi. — La Belgiojoso al letto dei feriti. — Giulia Modena. — Fortezza e sventure di Margherita Ossoli nata Fuller. — La strage di Villa Corsini. — La Belgiojoso accoglie Goffredo Mameli ferito a morte. — Suo carteggio coi Triumviri. — Suo talento d'amministrazione e sua generosità negli ospedali. — Sua terribil lettera a un francese. — Parte per l'Oriente.

Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi a Roma. — Giovani eroi. — La Belgiojoso al letto dei feriti. — Giulia Modena. — Fortezza e sventure di Margherita Ossoli nata Fuller. — La strage di Villa Corsini. — La Belgiojoso accoglie Goffredo Mameli ferito a morte. — Suo carteggio coi Triumviri. — Suo talento d'amministrazione e sua generosità negli ospedali. — Sua terribil lettera a un francese. — Parte per l'Oriente.

Il sogno di Giuseppe Mazzini — la repubblica — si compiva nella Città eterna; in quella stessa Roma che, nei secoli antichi, avea retta la repubblica più gloriosa del mondo; e là, l'agitator ligure bramava di acclamar Roma capitale della nuova Italia!...

Pio IX era fuggito di notte a Gaeta; nell'8 febbrajo 1849 la Repubblica Romana veniva proclamata dall'Assemblea costituente: e Giuseppe Mazzini, Carlo Armellini, Aurelio Saffi eran salutati triumviri. Garibaldi, ecco, offre la sua spada, che nell'America brillò al sole delle vittorie, e tutta una schiera di giovani freme d'intorno all'Eroe e ne sente nel cuore lo spirito: l'impetuosoNino Bixio, Luciano Manara, cuor di leone, mente di saggio, il Daverio, i fratelli Emilio ed Enrico Dandolo, il diletto loro amico Morosini; ed Enrico Cernuschi, un lombardo che alle barricate delle Cinque giornate di Milano ha combattuto in scarpine da ballo, colla cravatta bianca e coi capelli profumati; e Carlo Pisacane di Napoli, che, morendo a Sapri sotto il piombo borbonico, salirà immortale nella storia.

Vi è il medico Agostino Bertani, un repubblicano dai modi elegantissimi; e Giacomo Medici, l'indomito Medici, destinato alla gloria delVascello; e Ugo Bassi, il pio, ardente sacerdote di Cristo; il poeta Goffredo Mameli; il pittore Gerolamo Induno; Carlo Gorini.... tutti pronti a difender Roma col proprio sangue; poichè i Francesi voglion strapparla alla loro bandiera. La Repubblica Francese, presieduta da Luigi Bonaparte, lancia infatti il generale Oudinot a distruggere la Repubblica Romana; lotta fratricida, macchia sanguinosa, orrenda, nella storia della razza latina.Les Italiens ne se battent pas, disse l'Oudinot; e ben vede se questa sacra primavera d'eroi si batte!... La compagnia Medici vien subito inviata alla villa Corsini fuori di Roma, agli avamposti: poi il Medici si chiude in quella villa memoranda, che per la sua forma è detta ilVascello. Trapassato da una palla di carabina, cade Luciano Manara, mentre sta osservando alcuni soldati francesi che appostano un cannone; Luciano Manara, che Garibaldi ha voluto suo capo di stato maggiore; il Manarache metteva nelle controversie fra l'Eroe dei due mondi e il Mazzini la buona parola. A villa Spada, quartier generale di Garibaldi, cade il Morosini con una palla al ventre e un colpo di bajonetta al petto. E cadono i colonnelli Daverio, Masina e Pallini, i maggiori Ramorino e Peralta, i capitani Scarini, David, Sarete, Cazzaniga, i tenenti Cavalieri, Grassi, Enrico Dandolo e quant'altri mai!...

NeLo Assedio di Roma, il Guerrazzi ha calde pagine sugli eroi lombardi; e come ben raffigura Enrico Dandolo!

“A lui nocque la troppa fidanza; imperciocchè avendo visto una compagnia di Francesi sbucare da un lato del palazzo Corsini, si mise in procinto di combatterla, ma si trattenne; e la cagione ne fu il capitano francese, il quale sollevata la sciabola gridava con parole italiane:Siamo amici!Il Dandolo e i suoi, allora, accostansi come chi sa e desidera avere amplesso fraterno; e l'amplesso fraterno fu che il capitano di Francia, di un tratto saltato da parte, ordinava a' suoi scaricassero l'arma, a trecento passi di distanza: un terzo e più della compagnia Dandolo giacque spenta: degli ufficiali, Lodovico Mancini ebbe forata una coscia; alcuni soldati accorsi a sollevarlo riportarono gravi ferite, e lo stesso soccorso fu da capo trapassato nel braccio. Silva lamentò una mano lacera; a Colombo toccava una palla in bocca, che, stracciata tutta la carne, gli uscì dalla guancia. Al Dandolo una palla traditora trapassò il corpo dalpetto ai reni; i suoi, rincalzati dai Francesi, lasciarono solo; ma solo non si poteva dire, perchè rimase al morente il Morosini, gentile sangue latino. Dopo breve intervallo, i soldati nostri ripresero animo e irruppero a corpo perduto contro i Francesi.„[122]

E le palle dei cacciatori di Vincennes percotevano gli affreschi di Raffaello; le palle grandinavano nella basilica di San Pietro e all'ambulanza di San Pietro in Montorio, dove i feriti e i moribondi venivan portati alla peggio sulle barelle; e feriti e moribondi, sotto il sole cocente, o fra le ombre notturne, dopo un disperato conflitto venivano portati su su, nelle corsie dell'ospedale dei Pellegrini; e là una dama milanese, vestita di nero, li accoglieva infaticabile: era la principessa Cristina Belgiojoso.

Al letto dei feriti e dei malati negli ospedali di Roma, altre signore s'appressavano premurose. Il colonnello Enrico Guastalla, che si trovò alla difesa delVascellocol Medici, ai bastioni di San Pancrazio, alla cascina de' Barberini, e che disputò coll'arme in pugno ai Francesi il pittore Gerolamo Induno, crivellato da ventisette ferite di bajonetta, strappandolo alle loro ire e portandolo sulle spalle alle ambulanze, — mi narra d'aver veduto all'Ospedale dei Fatebenefratelli, al letto dei feriti, Giulia Modena e Margherita Fuller. Giulia Modena, nata Calame, della famigliadel celebre paesista svizzero, era moglie di Gustavo Modena di Venezia, il mazziniano tenacissimo, lo spirito indipendente e caustico, il sommo attore. Rosea, paffutella, Giulia sembrava ai feriti una buona mamma sorridente. Insuperabile nel porgere conforti, invitta nelle fatiche. — Margherita Fuller, scrittrice americana, innamoratasi a Roma del marchese Ossoli, lo sposò di nascosto stillandogli nelle vene il proprio ardor repubblicano: di nascosto lo sposò, perchè la famiglia del marchese, tutta devota al Vaticano, avrebbe maledetta quell'unione. Margherita Fuller avea stretta amicizia con Giuseppe Mazzini, da lei conosciuto la prima volta a Londra, e ne divenne seguace e ammiratrice fanatica. A dieci anni, quando dimorava ancora a Cambridge-Post nel Massachusetts, leggeva i poeti italiani nell'originale. Nulla per lei di più sacro che l'Italia; nessuno più geniale degl'italiani! Diceva che era venuta al mondo un'altra volta... ma in Italia! Perciò quando giunse a Roma disse (e lasciò scritto nelle sue pagine autobiografiche): “Questi monumenti mi sembrano una luminosa ghirlanda alla mia vita anteriore.„ Parlava dell'Italia e di Roma con tal torrente di calde parole da rimanerne stupefatti. “L'Italia (ella scrisse ancora) mi riceve come una figlia lungamente smarrita, e qui mi sento a casa mia.„ Ora si pensi con quale affetto ella curasse i feriti della difesa di Roma!

Durante l'assedio, Margherita Fuller Ossoli spiegò attitudini, attività prodigiose; fu posta a capo dell'ospedale de' Fatebenefratelli. In unalettera essa dice: “Domenica, dalla loggia, fui testimone d'una terribile, d'una vera battaglia. Cominciò alle quattro del mattino e durò fino a che vi fu un raggio di luce. Il fuoco dei fucili non fu mai interrotto: il tuono del cannone, specialmente da Sant'Angelo, era tremendo. Siccome il fatto aveva luogo a Porta San Pancrazio ed a Villa Panfili, io vedevo il fumo d'ogni scarica, il luccicare delle bajonette, e col cannocchiale distinguevo gli uomini.„

Caduta la Repubblica Romana, Margherita Fuller s'imbarcò a Livorno col suo povero bambino e col marito, buon uomo, entusiasta di quella donna singolare, per far ritorno in America; ma, poco lungi dalla spiaggia americana, l'infelice naufragò miseramente col marito e col figlio. I particolari di quel naufragio (i poveretti viaggiavano per economia su un bastimento a vela,Elisabetta) destano raccapriccio. Lunga, straziante fu la lotta colla burrasca e colla morte. Il naviglio s'incagliò colla prua, alle quattro del mattino del 16 luglio 1850, sui banchi sabbiosi dell'Isola del Fuoco; e rimase lunghe ore al flagello orrendo dei venti, delle onde. Gli abitanti dell'Isola del Fuoco potevano salvarli; ma essi erano pirati e attendevano lo sterminio per impossessarsi delle spoglie dei naufraghi, de' quali solo qualcuno si salvò e potè narrare con qual disperato affetto Margherita Fuller si stringesse al cuore il suo bambino.... Gloria a lei, vera amica d'Italia nostra!... Gloria, o fortissima!... Nel 1852 furon pubblicate postume a Boston le sueMemorie. Pasquale Villari, negliScrittivarii, ne parla e ne traduce alcune pagine pittoresche.[123]

Negli ospedali di Roma, durante l'assedio, prestavano la santa opera loro anche Enrichetta Pisacane e la contessa Costabili moglie a Giovanni Costabili di Ferrara, membro della commissione per le finanze.

Alla Belgiojoso (ormai quarantenne) venne affidata la direzione suprema di tutti gli ospedali di Roma durante l'assedio, assegnandole qual dimora l'Ospedale dei Pellegrini. In quell'ospizio, fondato nel 1551 dal santo più gioviale della terra, san Filippo Neri, giacevano molti malati, feriti e moribondi; e la Belgiojoso accorreva ad ogni momento ai loro giacigli. Non v'era ferita spaventevole, non piaga ributtante che la trattenesse: anzi, più eran orridi e più compassionevoli i casi, e più ella prodigava sè medesima a lenirli. E a sue spese faceva venir farmachi; i cibi che mancavano, e bevande (latte, sopratutto) e bende, lenzuola, letti.... La principessa aveva istituito un Comitato di soccorso pei feriti; ma i soccorsi scarseggiavano in quei frangenti, in quella lugubre confusione, mentre la Repubblica romana, affranta, stava per cadere; ed ella, la “cittadina„, com'ella stessa si chiamava, come la chiamavano, — pensava a tutto.Nata all'imperio, anche là dominava, e, co' suoi occhi fatali, turbava talvolta, senza saperlo, la pace di qualche giovane infermo.... Il dottor Bertani, che nell'ambulanza di San Pietro in Montorio e all'ospedale dei Pellegrini prodigava cure di medico e di chirurgo, accorgevasi che l'ammaliante vicinanza della Belgiojoso faceva aumentare a qualche giovane ferito la febbre.... Giulia Modena ne era addolorata.... Fra le due pietose infermiere spuntò qualche dissapore; ma in quella sala, popolata di pallide teste bendate, che a mala pena si ergevano sugli origlieri improvvisati con gli abiti stessi dei feriti o dei morti, le due signore frenavano i risentimenti, gareggiando nella carità.

Il 3 giugno si combattè a Villa Corsini. Tutta un'onda di giovani lanciata da Garibaldi a disperatissima battaglia, a corpo a corpo, contro il nemico accampato fra gli alberi, i cespugli, le statue, i terrazzi, i parapetti.... Per primi si scatenano gli ammirabili Masina, Leggero ed altri, irrompendo entro il cancello della villa: il Masina, ferito al petto, sprona il cavallo su su per una ripida gradinata, ed ivi, colla carabina in pugno, coi piedi ben fermi nelle staffe, eroe magnifico, cade morto trafitto al cuore. Di tanti giovani nostri, uno solo uscì incolume![124]

La principessa Belgiojoso vide giungere all'ospedale della Trinità dei Pellegrini, su duebarelle, due giovani feriti: Goffredo Mameli e Nino Bixio. Tutti e due liguri; entrambi fratelli d'ideali; entrambi compagni nella voluttà della lotta. Nino Bixio, non gravemente ferito, guarì: Goffredo Mameli, ferito alla gamba sinistra da palla che gli perforò l'osso nella parte superiore della tibia, non ostante la fasciatura, perdette a torrenti il sangue, tanto che, dopo tre ore, rimase privo di sensi. Così passò il novello Teodoro Körner, il poeta-soldato, il cui inno

Fratelli d'Italia,L'Italia s'è desta,

Fratelli d'Italia,L'Italia s'è desta,

Fratelli d'Italia,

L'Italia s'è desta,

musicato dal maestro Novaro con note più meste che guerriere (quasi elegia sulle sciagure della patria), veniva cantato lontano, sulle fulminate lagune di Venezia, dai difensori della sventurata, divina città. L'ultimo canto del Mameli fuMilano e Venezia. — Il poeta accarezzava nel cuore un sogno sublime: Roma centro delle genti umane, unite in fratellanza d'amore, in armonia di pace:

Ove del mondo i CesariEbbero un dì l'impero,E i sacerdoti tenneroSchiavo l'uman pensiero;Ove è sepolto SpartacoE maledetto Dante,Ondeggierà fiammanteL'insegna dell'amore....

Ove del mondo i CesariEbbero un dì l'impero,E i sacerdoti tenneroSchiavo l'uman pensiero;Ove è sepolto SpartacoE maledetto Dante,Ondeggierà fiammanteL'insegna dell'amore....

Ove del mondo i Cesari

Ebbero un dì l'impero,

E i sacerdoti tennero

Schiavo l'uman pensiero;

Ove è sepolto Spartaco

E maledetto Dante,

Ondeggierà fiammante

L'insegna dell'amore....

Più di qualche intiera notte, la Belgiojoso sedeva, al chiaror d'una lucernetta a olio, accanto al letto di povero infermo per essere pronta ai soccorsi; e quando il giacente dormiva tranquillo, leggeva i romanzi inglesi di Carlo Dickens; romanzi che si faceva mandare dal buon Vieusseuxdi Firenze, e al quale scriveva: “Quando comincio a leggere qualcosa di Dickens, non posso più staccarmene, se non l'ho letto dieci volte.„[125]Ma quante volte, invece, doveva staccarsene per soccorrere e consolare con dolci parole, con sicure premesse di gloria, il malato! Non rimaneva certo ella lontana dai pericoli, ed esultava nell'apprendere gli atti di valore dei nostri. Allo stesso Pietro Vieusseux scriveva allora:

“Sebbene affaticatissima ed anche esposta a qualche pericolo, pure mi sento bene e contenta, perchè non ho assistito a viltà italiane. Potremo soccombere, ma disonorarci, spero, no. Salute e fratellanza.

“Cristina Trivulzio di Belgiojoso.„

E, in un poscritto dello stesso biglietto:

“M'accorgo d'aver finito romanamente. È l'effetto d'abitudine.„[126]

In un'altra lettera allo stesso Vieusseux, esprime la propria poca fiducia nei triumviri:

“I triumviri fanno minchionerie molte e varie. Il popolo tace, perchè un movimento contro i triumviri potrebbe essere interpretato come contrario alla Repubblica. Certo è però che si raffredda, e non si adopera attivamente per sostenere questi uomini di cui non è contento. Innanzi all'intervento, il popolo romano starà, temo, immobile,non già per indifferenza come si dice d'alcuni, ma per poca fiducia in chi gli è capo.„[127]

Come fu profetessa!...

La Belgiojoso carteggiava coi triumviri della Repubblica sulle condizioni degli ospedali e qualche volta, ahimè! sulle discrepanze dei signori medici. Valga questo documento:[128]

“Cittadini Triumviri,

“A discarico mio e del Comitato, vi mando l'avviso scritto del chirurgo curante la terza corsìa dell'Ospedale dei Pellegrini. — Da questo certificato, rileverete che vi possono essere delle diversità di parere nel Consiglio medico ed altrove, ma che il Comitato non si è vôlto a voi con una domanda, se non perchè vi fu spinto dall'uno dei principali curanti; senza parlare dei membri dello stesso Consiglio Medico, i quali non dividono l'opinione personale del prof.reBaroni.

“Vi preghiamo a ritornarci il qui accluso certificato. Salute e fratellanza.

“Cristina Trivulzio di Belgiojoso.„

Trinità dei Pellegrini — 1º Giugno di sera.

Alcuni poveri feriti non ricevevano nemmen più la paga; e la Belgiojoso si rendeva interprete delle loro nuove miserie. Al maggiore del 1º battaglione di Luciano Manara, scrive premurosa questa lettera:

“Cittadino Maggiore,

“I militi Camoletti, De Vecchi, Saeti, Aretusi, Galbiati, Scarpari, Marelli, Olivieri, Antonioli, Donati, Canetta, Lombardini, Brogini, Barnabè e Trabattoni, feriti e trattenuti in questo spedale dal giorno tre di giugno, non hanno ricevuto pei più la paga. Alcuni poi hanno bensì ricevuto la paga, ma non la gratificazione, che loro si disse essere stata pagata agli altri militi del loro corpo non feriti. Io dunque li dirigo a voi certificandovi il sopra accennato, non dubitando che vorrete prendere in considerazione i diritti di questi infelici, e non aggiungere i patimenti della miseria alle pene morali che immeritatamente li affannano. Salute e fratellanza.

“Cristina Trivulzio di Belgiojoso.„

5 luglio 1849 — Quirinale.[129]

Pei fioriti, ampii giardini del Quirinale si aggiravano i mutilati, sorreggendosi sulle gruccie. Per rasserenarli, la principessa faceva mettere in movimento dal giardiniere tutt'i giuochi d'acqua delle fontane; e quelle larghe onde d'argento, quegli eleganti zampilli di perle, quei ruscelli dall'impeto infantile riempivano l'aria di frescura, e infondevano, forse, nell'animo di quei valorosi, appena usciti dalla strage, dal sangue, dalle operazioni chirurgiche sostenute senza cloroformio (allora non si usava!), un senso di pace gentile e di gajezza.

In un libro, apparso a Londra nel 1863 collo strano titolo italianoRoba di Romae scritto in inglese da William Story, si trova un racconto che pone in gran luce quanto la Belgiojoso operò negli ospedali di Roma, mettendovi ordine, disciplina e pulizia igienica ammirabile:

“La sistemazione degli ospitali in Roma, mentre correvano i giorni difficili dell'assedio, si dovette principalmente al triumvirato femminile che ne assunse la direzione (laBelgiojoso, laModena, laFuller); e di cui fuauspice la Principessa Belgiojoso. L'operosità di questa eroica gentildonna e la sua instancabile carità meriterebbero l'omaggio d'una penna assai più valente della mia; poichè non soltanto introdusse dovunque l'ordine, la disciplina e le regole d'un'esemplare pulizia; ma si consacrò personalmente alla cura degli ammalati e dei feriti. Fissato che ebbe il suo quartier generale all'ospedale dei Pellegrini, non un istante rifuggì da fatiche o conobbe stanchezza. Ferma al posto il giorno e la notte, non lasciava la sua cameretta che per invigilare il servizio degli infermi o per prestar loro un sollievo. Vedevansi infatti, al suo avvicinarsi, i volti alterati dalle sofferenze comporsi a più mite espressione, e le membra affrante adagiate a riposo sul letto del dolore. E ne seguivano talvolta scene commoventissime, nelle quali la forza d'animo dell'infermo e la pietà della consolatrice si contendevano l'ammirazione. Per quanto poi riguardava la direzione interna dell'ospitale, la principessa diè prova diquelle facoltà che nella donna sono specialissime e la fanno superiore all'uomo; così l'ospitale dei Pellegrini, che prima della sua venuta trovavasi in balia al disordine ed allo sgoverno, fu tosto ridotto ad una disciplina mirabile, imposta con saggia fermezza. Il colossale lavoro, al quale la principessa dovette sottoporsi per ottenere l'intento e che avrebbe sgomentato una volontà meno tenace della sua, non la fece deviare un momento dall'alto proposito e le diè campo di spiegare una intelligenza dominatrice unita alla più sorprendente attività. Una specie di cella era la sua dimora: un materasso steso sul pavimento, il giaciglio su cui riposava poche ore; il resto del tempo lo passava scrivendo o nel dare ordini per dirigere e far muovere il vasto congegno che a lei doveva di poter soccorrere grandi sventure....„[130]

Inutile tornò l'eroismo di tanti prodi. La Repubblica Romana morì soffocata nel sangue; e il pontefice che fin dall'enciclica del 29 aprile 1848, si era apertamente ritirato dalla causa italiana, riprese libero il triregno.

I Francesi trionfatori presero subito possesso anche degli ospedali de' feriti. Il signor Pages, francese, nuovo intendente degli ospedali, scacciò villanamente daiPellegrinila principessa Belgiojoso,che tante cure vi avea profuse; scacciò le altre signore e i medici Raimondi e Bertani, che, anch'essi, prestavano per solo sentimento d'umanità, senza compensi, la preziosa e sacra opera loro. Il Pages arrivò al punto da ordinare il trasporto dei feriti nella infermeria dell'ergastolo di Termini!... Il che riempì di sdegno la principessa. Lasciata Roma, e imbarcatasi a bordo delMentone, il 3 agosto del '49, ella inviò a un giornale di Torino,La Concordia, una fierissima lettera, che flagella a sangue il Pages.La Concordia(diretta allora da Pietro Mazza, che aveva fatte le prime armi giornalistiche a Parigi nellaDémocratie pacifique, alla quale cooperò anche la Belgiojoso) pubblicò la vindice lettera nel 21 settembre:

“Fin dai primi giorni del vostro ingresso in Roma, lorquando voi vi protestavate pieno di rispetto per la situazione dei nostri feriti, e risoluto a non renderla ancor più penosa, voi mancaste di comprendere che la vostra presenza e d'ogni altro uniforme francese era, se non un insulto, almeno una sofferenza che il buon senso voleva lor fosse risparmiata. V'ebbe tra loro chi si incaricava di avvertirvene; ed allorquando voi attraversavate le sale degli ospitali, una sola voce avrebbero alzato a maledirvi, se colle mie preghiere non avessi ottenuto che mi risparmiassero l'imbarazzo d'una cotal scena.

“Io non vi parlo dello strano progetto di trasportare i feriti all'ergastolo, in mezzo a quell'aria avvelenata di Termini: io non vi rimproveropure il decreto pronunciato e comunicato ai direttori delle ambulanze di trasportarvi immediatamente tutti i feriti, eccettuati solamente quelli che già avessero ricevuta l'estrema unzione; voi avete rigettata la responsabilità di siffatte determinazioni sui vostri agenti, e sta a loro a difendersene. Ma ciò che avete fatto con cognizione di causa voi stesso, si fu di farli rientrare nell'ospedale, da cui noi li avevamo fatti uscire due mesi prima, perchè vi marcivano. Voi vorrete rigettare anche questa responsabilità sul Consiglio di medicina: ma ciò è impossibile; perchè voi siete stato avvertito da me dell'insalubrità del locale; e se aveste degnato prendere in considerazione la mia avvertenza, io vi avrei mostrato dei certificati sottoscritti due mesi prima dai professori dell'ospizio, precisamente dal professore Baroni stesso, nei quali raccomandava il trasporto dei feriti in un luogo più sano.

“Il trasporto non vi bastò; e voi avete temuto che i feriti non sentissero vivamente abbastanza l'amarezza della loro situazione. Sotto pretesto di economia, voi li avete privati delle cure alle quali erano accostumati, e che avevan loro conservata la vita. Si sa, anche in Roma, che le donne soltanto sanno raddolcire i patimenti degli infermi e dei morenti; voi avete proibito, discacciate le donne, e confidato i nostri feriti a dei facchini. Sotto pretesto di economia, voi avete soppresso due dei migliori professori dell'ospitale (Raimondi e Bertani) che servivano gratuitamente, e li avete soppressi brutalmente; valea dire senza ringraziarli tampoco dei servizii resi, e senza annunciar loro che, d'ora innanzi, non bisognavan più. Al posto di questi due abili chirurghi, che servivanogratis, voi avete poi nominato un altro chirurgo capo di sala, che non fu mai fino allora che assistente in bassa chirurgia, ed a cui voi assegnaste gliaverieguali a quelli dei suoi colleghi; parlo del signor Eugenio; voi avete ridotto le razioni dei feriti, ordinato che non si desse più loro a bere che acqua pura, e che il loro vitto si componesse unicamente di carne a lesso, quando i medici aveano le cento volte dichiarato che un tal vitto non conveniva in tutt'i casi; finalmente, voi li avete privati delle pietose donne che da due mesi si erano consacrate alla loro consolazione e al loro benessere. Nè ciò è tutto ancora. Voi avete permesso che fossero allontanati da essi i cappellani, e messi, in luogo di questi, dei cappuccini fanatici, che minacciavano i feriti di lasciarli perire di sete e di fame, se non si fossero confessati immediatamente, e non avessero fatto una confessione piuttosto politica che religiosa.„

Nè la rovente requisitoria qui finisce. La principessa italiana accusa il Pages d'essersi appropriati oggetti che pietosi cittadini aveano offerto in dono ai malati, ai feriti; lo accusa di spogliazioni!...

Rispose il Pages?... Lo ignoro.

La nave su cui la principessa, fremente di sdegno, scrivea la lettera punitrice, viaggiava, intanto, verso altre terre, recando un'anima che non era vinta, nè avvilita dalle delusioni amare,dalle sciagure; un'anima che, non ostante i lutti, gli errori e le colpe, sperava ancora con fede incrollabile nel vicino risorgimento della patria. La Belgiojoso viaggiava verso l'Oriente, a un nuovo esilio, incontro a nuove durezze della sorte. Durante l'assedio di Roma ella fu grande. L'apice della sua grandezza è là!

Ma troppa amarezza le aveva lasciato nell'animo il contegno dei francesi. Uno di questi, il generale Espivent de la Villeboisnet, arrivò persino a vedere politici intrighi e insidie nelle cure che la Belgiojoso e le altre dame prodigavano con eguale carità ai feriti francesi come ai feriti italiani. Aveva ragione la principessa di sembrare unatragique furie.[131]


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