XVIII.Ritorno in Francia e in Italia.

XVIII.Ritorno in Francia e in Italia.Sbarco d'una carovana asiatica a Marsiglia. — La Principessa nel castello di Saliès. — La marchesa Teresa Visconti d'Aragona e le sue memorie. — Il marchese Alessandro Carlo d'Aragon e le sue veglie colla Principessa. — Napoleone III e il conte Francesco Arese. — Ultimi giorni di Enrico Heine a Parigi. — Camilla Selden, il suo triste romanzo conjugale, i suoi libri. — Ritorno della Principessa al Lago Maggiore. — Nella pace di Oleggio Castello.

Sbarco d'una carovana asiatica a Marsiglia. — La Principessa nel castello di Saliès. — La marchesa Teresa Visconti d'Aragona e le sue memorie. — Il marchese Alessandro Carlo d'Aragon e le sue veglie colla Principessa. — Napoleone III e il conte Francesco Arese. — Ultimi giorni di Enrico Heine a Parigi. — Camilla Selden, il suo triste romanzo conjugale, i suoi libri. — Ritorno della Principessa al Lago Maggiore. — Nella pace di Oleggio Castello.

Sbarco d'una carovana asiatica a Marsiglia. — La Principessa nel castello di Saliès. — La marchesa Teresa Visconti d'Aragona e le sue memorie. — Il marchese Alessandro Carlo d'Aragon e le sue veglie colla Principessa. — Napoleone III e il conte Francesco Arese. — Ultimi giorni di Enrico Heine a Parigi. — Camilla Selden, il suo triste romanzo conjugale, i suoi libri. — Ritorno della Principessa al Lago Maggiore. — Nella pace di Oleggio Castello.

Nel 1853, la principessa Belgiojoso ritornò dall'Asia, sbarcò a Marsiglia, e andò direttamente nel castello di Saliès presso la piccola città d'Alby, sul Tarn, famosa nella storia per il concilio tenutosi allo scopo di estirpare gli Albigesi dalla Francia.

La bellezza di Cristina appariva offuscata dagli anni e dalle fatiche della rivoluzione, dei viaggi: il suo corpo s'inchinava omai come un salice.

Ella era accompagnata dalla figlia Maria, dalla governante di questa, miss Parker, e da un servo turco. Miss Parker era una inglese, alta, grossa, dalla faccia color del rame, sparsa di bitorzoli, e illuminata a stento da due piccoli occhi: brutta creatura, ma devota alla sua signora e alla giovinetta affidata alle sue cure. Il servo turco,Bodòz (Giovanni) battezzato per volere della padrona, si pavoneggiava col suo fez, il cui rosso sanguigno facea risaltare la tinta olivastra del volto baffuto. Vi era un altro servo, Issep, anch'esso turco, anch'esso battezzato. La principessa recava seco un bel cavallo arabo, quattro grossi cani asiatici, che mordevano ferocemente i cani europei in omaggio alla fratellanza dei popoli; e due gatti d'Angora, dalle code fenomenali, come gli strascichi di due comete. E questa carovana di signore, di servi, di bestie asiatiche, comparve d'improvviso nel castello di Saliès. Il castello sorge su una silenziosa eminenza del terreno ondulato, fra colline basse, nude, rossastre, fra viti esili, nane. Niente acque, nessun fiore. E in quel castello, addormentato nella sua antica pace feudale, viveva la sorellastra di Cristina, la dolce Teresa Visconti d'Aragona, che la principessa avea fatta sposare a un gentiluomo francese: al marchese Carlo d'Aragon.

Il castello di Saliès era un angolo perduto nel mondo; un lungo edificio grigio. Nell'interno, una vastissima biblioteca, tappeti, tavole, specchi.... tutto dovizioso ed elegante. Su una parete del salotto, al posto d'onore, un ritratto di Luigi XVIII, del quale il vecchio marchese d'Aragon, pari di Francia (morto nel 1848) era stato uno dei favoriti. Il fiero vegliardo, un gentiluomode la vieille roche, aveva sposato la figlia del principe Carlo di Nassau-Siegen. Intorno al castello, un parco, e, al di là, un orizzonte melanconico e deserto. In una rusticachiesetta vicina, il parroco predicava, la domenica e tutte le altre feste comandate, ai contadini nel linguaggio a loro famigliare; e ripeteva da anni e anni sempre le stesse cose colle stesse parole: perciò è sperabile che, alla fine, quella povera gente lo abbia capito.

La marchesa Teresa era lo spirito rassegnato e silenzioso del sacrificio; era la bontà angelica fatta persona. Sommessa alla imperiosa sorella Cristina, ne aveva accettati con mesto sorriso, forse con lacrime, tutt'i voleri. Nata in Italia, sospirava dal cinereo Saliès alla luce d'Italia sua. A un libro di memorie segrete, che hanno un profumo di viole morte, ella affidò queste parole: “Io amo la mia Italia: subisco il suo incanto. Io amo gl'italiani, la mitezza dei loro costumi, il loro istinto squisito, la loro semplicità nei rapporti. Io assaporo con delizia l'elemento artistico infuso dappertutto in Italia. Ascolto della musica, vedo dei quadri, dei monumenti, che m'interessano, che mi parlano all'anima. In Francia, questa specie di gaudii non è, come in Italia, alla portata di tutti.„

La bellezza sua non risplendeva nel volto dai finissimi, dolci lineamenti, espressione dell'alta squisitezza del suo animo e della bontà; risplendeva nell'anima. Era un'anima. Ed ella si effondeva negli ardori della preghiera e nella musica, che aveva imparata dal Listz a Parigi. E, a proposito di Parigi e della sorella Cristina, ella lasciò nelle sue memorie queste linee biografiche tutte candore e umiltà:

“Io ho amato mia sorella Cristina. Quand'io ero fanciulla, ella mi abbagliava colla sua intelligenza; e io mi credeva trasportata in un mondo incantato, quand'ella, più anziana di quattordici anni di me (io ne avevo sette), mi permetteva di passare una giornata nel suo appartamento a guardare le incisioni e ad imparare il francese. Mia sorella lasciò l'Italia poco tempo dopo il suo matrimonio, e io, per lo spazio di più anni, non la vidi più. Nel 1836, la ritrovai a Parigi nella sua attraente palazzina di via d'Anjou, circondata d'uomini illustri e ricevendo molte persone. Ella volle tenermi presso di sè, e decise mia madre e me a contrarre un matrimonio in Francia. Io mi sposai, infatti, il 15 ottobre 1837 (festa della Santa del mio nome); ma mia madre, ahimè! non era con me. Io aveva avuto il dolore di perderla due mesi avanti.„

Della nobiltà, ella (al rovescio d'altre signore del gran mondo) concepiva un'idea elevata:

“Indietro, o vanità! Lontano da noi questa sciocca e odiosa alterigia che ci fa guardare con disprezzo persone che noi non consideriamo come nostri eguali, laddove ci sono forse superiori per molti meriti; ma alimentiamo pure legittima fierezza di ciò che potè avere e di buono e di glorioso il passato della nostra famiglia e insegniamo con quello ai nostri figli, dicendo loro:Noblesse oblige!Io non amo che uno stemma sia preso soltanto per una decorazione artistica d'effetto grazioso, come un ciondolo d'una collana.„

Il marchese Alessandro Carlo d'Aragon, figliodi Teresa, era un amabilissimo gentiluomo di lettere: era un patriota e un credente; un diplomatico squisito. Militò nel battaglione d'artiglieria della scuola politecnica di Parigi fra gli orrori dell'assedio e delle lotte civili. Seguì all'ambasciata di Londra il duca di Decazes, poi ministro degli affari esteri. Ed egli sarebbe divenuto ministro se la monarchia fosse stata instaurata come molti tentavano in Francia: ma il Bismarck sopratutti, il vendicativo Bismarck, volle assolutamente che non la monarchia, bensì la repubblica risorgesse nella Francia prostrata, poichè il cancelliere di ferro, di fuoco e di veleno, sperava che la repubblica avrebbe finito col lacerare ancor più il seno della sorella latina: i vecchi diplomatici di quel momento storico conoscono meglio di tutti la verità di queste parole.

Il marchese A. Carlo d'Aragon si consacrò agli studii storici, cibo dei forti, e scrisse un largo, accurato studio, dalle linee signorili, su un suo antenato, paladino del secolo XVIII:Le prince Charles de Nassau-Siegen; d'après sa correspondance originale inédite de 1784 à 1789; corrispondenza che l'autore trovò negli archivii domestici.[137]Fra i capitoli, che ci conducono in un mondo scomparso, va segnalato quello su una elezione in Polonia, nel 1786; vi figura in luce il principe Czartorisky, del cui discendente rivoluzionario fu toccato nel capitolo XV di questo libro. Il marchese d'Aragon era uno dei quarantamainteneursdeiJeux florauxdi Tolosa; la città aristocratica, che conserva le tradizioni genialissime della “gaja scienza„ del Medio-evo con una gara di poeti; raggio di lucente, graziosa idealità, che sì conserva in questa Europa di cupe e sorde battaglie. Il marchese d'Aragon (che mori nel castello di Saliès, e di lui, nell'Accademia deiJeux floraux, pronunciò un bell'elogio il conte Gardés)[138]era, più che nipote, affettuoso amico della principessa Cristina. Quante notti egli, paziente, su uno sgabello, leggeva libri francesi a Cristina, mentr'ella, colla camera illuminata come una sala da ballo, stava a letto, cinta il capo d'un candido turbante.... Talvolta, in quelle lunghe notti, era la principessa colei che sosteneva la parte di lettrice. Ella leggeva le poesie meneghine di Carlo Porta, del cui spirito comico era convinta ammiratrice; e le spiegava in francese ad Alessandro Carlo d'Aragon.

Un particolare curioso: Negli Archivii segreti della Presidenza del Regno Lombardo-Veneto a Milano, si conserva tutta una serie di lettere (intercettate arbitrariamente dalla polizia) sul matrimonio del marchese d'Aragon colla sorellastra dellapatriotaCristina Belgiojoso.[139]Quali segreti di Stato immaginava mai l'Austria in quell'unione?... Sono precisamente le lettere intime sulla dote e su altri particolari, che la madre della sposa scriveva alla vigilia delle nozze.

Nel solitario castello di Saliès, la principessa si sentiva tranquilla. Lo spettacolo d'un grande sacrificio risuscita i nostri migliori sentimenti e li affina in una quieta contemplazione. E tale era il caso della principessa verso Teresa.... Ma gravi dolori assalirono ben presto l'animo della Belgiojoso; la quale dovette tornare a Parigi per mettere ordine in certi scompigliati documenti ivi lasciati.

A Parigi, trovò Luigi Napoleone sul trono imperiale, stretto in amicizia tenacissima col conte Francesco Arese, il patrizio lombardo, ferreo carattere, invitto nell'amore della patria che assai gli deve. L'Arese avea conosciuto Luigi Napoleone nelle adunanze dei carbonari in Romagna e nella sollevazione di quelle provincie nel 1831. I due amici si ritrovarono poi sul lago di Costanza nel castello di Arenenberg, che la regina Ortensia aveva acquistato e che, più tardi, fu comperato dall'imperatrice Eugenia. Ortensia pregò l'Arese di raggiungere il figlio Luigi Napoleone in America; e colà entrambi vissero in un'intimità, che non ebbe ombra nè si smentì mai, e della quale l'Arese si valse, a suo tempo, perchè Napoleone III ajutasse l'Italia a risorgere.

Napoleone III, non ostante il sanguinoso colpo di Stato del 2 dicembre (al quale venne deciso dalla risolutezza del conte de Morny); non ostante le saette deiChâtimentsdi Vittor Hugo, godeva d'una bella popolarità fra le donne francesi, attratte da quell'aureola romantica che circondava il capo dell'avventuroso Napoleonide; furono ledonne coloro che persuasero i mariti a votare per lui! Molti sapevano, peraltro, che i diritti al trono accampati da Napoleone III erano dubbii. Infatti, egli era bensì figlio d'Ortensia, ma non del buon re Luigi d'Olanda. Era nato dall'ammiraglio olandese Carlo Enrico Verhuel. Così, il conte de Morny era figlio di Ortensia e del conte de Flahaut, soldato e diplomatico. La posizione del Morny fu poi legalmente regolata, perch'egli venne adottato da unDemorny; cognome che il conte de Morny scisse in due per accentuare la propria aria aristocratica. La madre Ortensia gli lasciò un patrimonio di quaranta mila franchi di rendita; fortuna che il de Morny s'affrettò ad aumentare mercè la sua politica, condotta sopratutto per bramosia di lucro, e mercè una fabbrica di zucchero di barbabietole. È notissimo, d'altra parte, che il conte Walesky, ministro degli affari esteri sotto Napoleone III, doveva la vita a Napoleone I e a una bella signora polacca di quel nome. Tante irregolarità d'origini contribuiva a permettere quella rilassatezza di costumi, la quale riempì la reggia francese delle famose e licenziosecocodettes: lecocodettesdanzatrici di cancan al cospetto dell'imperatore, che con flemma olandese vedeva levarsi le loro scarpette di raso bianco ad altezze inverosimili ma, pur troppo, vere![140]

Il fuggiasco falso muratore del castello d'Ham l'aveva adunque spuntata, salendo al soglio dellozio! Colui, che l'arcivescovo di Spoleto, Giovanni Maria Mastai Ferretti (poi Pio IX) avea fatto fuggire di nascosto, nel 1831, perchè non cadesse nelle mani dell'Austria e che poscia, travestito da servitore, riparò a Genova.... era dunque a capo della Francia! E la principessa Belgiojoso ne esultava, nella fiducia che il sovrano avrebbe mantenuta la promessa datale a Londra: la promessa solenne di pensare all'Italia dopo d'aver pensato alla Francia.

Ella rivide a Parigi alcuni vecchi amici; ma non pochi erano scomparsi nel turbine della rivoluzione. Vittor Hugo in esilio; Francesco Chopin morto; Enrico Heine senza protettori ufficiali e più che mai infermo di spinite, tormentato dalle grida d'una selvatica moglie (Matilde) e dalle strida del pappagallo di costei; ma consolato da una gentile lettrice, Camilla Selden; la quale ammirava anche assai la principessa Belgiojoso e andava a trovarla, esibendole i proprii ufficii.

La moglie di Enrico Heine era gelosissima delle signore, che compivano una vera opera di misericordia nel visitare il poeta; ma specialmente di Camilla Selden, graziosa e snella, dagli occhi cilestri, maliziosi, dai riccioli castani che le scherzavano intorno alla fronte, e dal nasino corto colla punta in su. Francese per soggiorno e per le disgraziate nozze contratte, ma tedesca di nascita, Camilla Selden avea la disinvoltura d'una parigina e il sentimento d'una tedesca. Enrico Heine le die' subito un soprannome,Mouche, in causa d'una mosca, che avea vista incisa nel sigillo di lei. Un dolce affetto intenerivail cuore del morente nel vedere ogni giorno quella fata buona appressarsi al suo letto dove era inchiodato. Camilla leggeva al poeta libri e giornali; e Matilde n'era furiosa.Mouchesopportava gli sgarbi e i dispetti, e, dopo un freddobuon giorno, non le rivolgeva più la parola, fingendo di non curarsi di lei.[141]

La storia di Camilla Selden faceva orrore anche a Cristina Belgiojoso. Maritata a un francese, questi le divorò tutta la fortuna, e, peggio, pensò di disfarsi di lei nel modo più scellerato. Col pretesto che la conduceva a visitare alcuni amici, la portò un giorno in un villino incantevole in Inghilterra: la lasciò in quel giardino, e disparve. L'infelice signora, rimasta sola, guardò in giro, e s'accorse che si trovava in un manicomio!... Lo spavento della poveretta fu tale che le restò la lingua paralizzata: per lungo tempo non potè pronunciare una sola parola. I medici del manicomio, accorgendosi che non si trattava d'una demente, e che il marito avea loro presentato certificati medici falsi sui supposti delirii della poveretta, la lasciarono andar via libera. Camilla Seiden ritornò allora a Parigi, in miseria. Riacquistò a poco a poco la favella, e, per guadagnarsi un pane, dovette dar lezioni di tedesco. E, così, leggeva in tedesco a Enrico Heine; il quale riudiva alla fine sulle care labbra gli accenti della patria flagellata, schernita, vituperatada lui, ma non del tutto cancellata dal suo cuore.

Camilla compose un volume di deliziosiPortraits de femmes. Fra essi, brilla il capitolo “Une patriote italienne„, caldo di simpatia per gl'italiani, de' quali la leggiadra profilista narra tratti sublimi del tutto ignorati. Quella “patriota italiana„ non è, peraltro, la Belgiojoso, come fu scritto: è la graziosissima marchesa Tanari, madre della contessa Malvezzi, che a Bologna tenne un salotto d'uomini illustri. Camilla Selden è autrice d'un altro bel volume,L'esprit des femmes de notre temps, apparso alla luce nel 1865 a Parigi. Sono altri ritratti di donne celebri, che la Belgiojoso, così lenta ad ammirare, ammirava.

Nel 6 febbrajo del 1853, era scoppiato a Milano, e finito in brev'ora nel sangue, un miserando tentativo d'insurrezione contro il dominio austriaco; ultimo tentativo, ultimo errore di Giuseppe Mazzini; il quale, nel suo eterno sogno di poeta assorto, avea sperato nella rinnovazione dei miracoli delle Cinque Giornate, non pensando che i miracoli non si possono ottenere quando si vuole. L'Austria, inferocita, eresse i patiboli, gettò Milano nel terrore, in uno squallore di morte; e sequestrò allora tutt'i beni dei profughi; sequestrò quindi di nuovo la fortuna della Belgiojoso. La principessa della Rocca, nata Embden, neiRicordi della vita intima di Enrico Heine, rammentati altrove in questo libro, afferma che il celebre poeta, suo zio, tanto s'adoperò presso i potentia favore di Cristina Belgiojoso che l'Austria le tolse alla fine il sequestro, e scrive di lui: “Ses démarches n'eurent, d'abord, aucun résultat; mais il y mit tant d'insistance, que son amitié finit par l'emporter: la princesse put enfin, après deux ans, revoir sa chère Italie et rentrer dans la possession de ses biens.„ — Ciò non è vero. Il sequestro fu tolto, ma non per l'intercessione di Enrico Heine; fu tolto, insieme con tutti gli altri sequestri di beni, quando al gabinetto di Vienna parve prudente abbandonare alla fine la politica dei rancori, delle vendette, per una politica di conciliazione. Le fortune dei profughi lombardi vennero sequestrate col proclama del 18 febbrajo 1853: i sequestri furono levati il 2 dicembre del 1856, quando Enrico Heine era sepolto da ben dieci mesi: il poeta morì infatti a Parigi nel 17 febbrajo di quell'anno.

Stanca della vita turbinosa, la principessa aspirava alla pace della famiglia. Il suo affetto di madre primeggiava ormai sugli entusiasmi patriottici; e ad esso sacrificava le compiacenze tutte della vita mondana. Al fratellastro, marchese Alberto Visconti d'Aragona, ella scriveva con un accento che le usciva dal cuore:

“Quando si hanno dispiaceri grossi come i miei, si sente un gran bisogno di stare attaccati alle affezioni della infanzia, che sono le più fidate di tutte, e i legami del sangue, che non si possono rompere in nessun modo, sembrano il più sicuro appoggio. Felice poi chi trova riuniti nei parenti e gli amici e le anime diritte, ei cuori sinceri e affettuosi. Vi sono dei momenti, nei quali penso ad Oleggio Castello come ad un porto ben riparato dalle tempeste.„

E ad Oleggio Castello, terra viscontea, dove il marchese Alberto teneva una villa dal bel giardino, ella fece (e come volentieri!) ritorno. Da quanti anni ella non vedeva il Lago Maggiore, il grandioso lago lombardo che, nei giorni d'azzurro e di sole, spiega così festoso sorriso! Da quanto tempo ella non saliva dal Lago Maggiore su su nella piccola, ridente Oleggio Castello, per quella via alpestre, oggi diventata via regale, in mezzo ai clivi pampinosi, in un continuo svolgersi di panorami radianti!... Ed ecco, alla fine, la villa, dove fanciulla sfogliava avida i libri della biblioteca, dove guardava le antiche incisioni appese alla parete e i ritratti anneriti degli antenati, guerrieri, magistrati, vescovi, monaci, usurpatori, oppressori, nati al comando e alla potenza, e le arcavole dai volti pensosi, circondati da cuffie di trine che pajono diademi!... Su su, presso la chiesetta parrocchiale dal pronao snello elegante, si stende nella gran pace, nel silenzio solenne, un altipiano verde al sole come smeraldo e, giù, la vallata frondosa percorsa dalle argentee acque della Vèvera che sembra raccontare garrule, interminabili leggende, come una vecchietta insonne che vuol divertire i nipotini; e, in fondo, le prealpi ondulate, dalle tinte azzurrastre, tappezzate da lembi di verde-scuro sfumato; e, su quella altura, dominante la catena delle Alpi, e, sovrano, gigantesco col suo mantello eterno di nevi, il Monte Rosa, che all'auroras'invermiglia come un'enorme rosa fiammante e al tramonto si profila austero come un monumento misterioso sull'incendio del cielo — del cielo glorioso di nuvole d'oro e di viola, mentre la campana della pieve saluta timidamente, come umile creatura, tanta maestà di fulgori e di penombre e d'ombre, che rapide invadono l'ampia vallea, e le montagne, e la prateria, l'immenso.

La principessa, ritornando a Oleggio Castello, ristava sulla spianata davanti al Monte Rosa; e cercava i noti sentieri, e riviveva l'infanzia, ormai lontana; la riviveva dopo tante vicende con un senso profondo, quasi religioso, di pace, osservando quegli alberi annosi, quei sedili di pietra, quella chiesetta, tutte le minime cose, che assumono, in quei momenti dell'anima, un linguaggio sì mestamente poetico, e caro anche se è doloroso.

E la principessa saliva co' suoi congiunti, su su, per una via mulattiera, fra montagne, al castello di Massìno, culla dei Visconti: un castello a torri quadrate, dal cortile coi muri coperti d'edera errante: le sale ampie, col ritratto di Giovanni Maria Visconti, dal mento rotondo e forte, — tipo neroniano, — col ritratto di Francesco Maria Visconti.... Nella scura chiesetta vicina, tre tombe viscontee.... Tutto insieme, un vero nido di falchi; e i falchi viscontei un dì piombarono audaci sul Lago Maggiore e tutt'intorno, e regnarono temuti su Milano. Da quelle aspre torri minacciose, lo sguardo spazia in un dolce spettacolo infinito di acque, di luce, di alture, dicoltivazioni ridenti. Si vede stendersi, a' piedi, il Lago Maggiore come uno specchio, e poi altri laghi, e paeselli, e ville, che punteggiano le praterie verdeggianti e i colli d'opale lontani.

Quale conforto a Cristina questa bella scena della sua bellissima Italia, accanto ai congiunti che finalmente rivedeva, e che amava!

Che cosa importava alla principessa se, a Parigi, si mormorava ancora di lei?... Che cosa le importava, ad esempio, l'inimicizia, la maldicenza d'un sommo: Balzac?

Il celebre romanziere scriveva così da Parigi, sin dal 1838, alla sua Hanska, ch'era in Russia:

“La princesse Belgioioso est une femme fort en dehors des autres femmes; peu attrayante selon moi; pâle, blanc d'Italie; maigre et jouant le vampire. Elle a le bonheur de me déplaire, bien qu'elle ait de l'esprit, mais elle le montre trop; elle veut trop faire d'effet, et manque son but en le visant avec trop de soin et d'application. Je l'avais vue, il a cinq ans, chez Gérard; mais, depuis, elle a retrouvé, par l'influence des Affaires étrangères, sa grande fortune, qui lui permet de recevoir conformément à sa position. Sa maison est bien tenue, on y fait de l'esprit. J'y suis allé deux samedis, j'y ai diné une fois: ce sera tout„.[142]

“La princesse Belgioioso est une femme fort en dehors des autres femmes; peu attrayante selon moi; pâle, blanc d'Italie; maigre et jouant le vampire. Elle a le bonheur de me déplaire, bien qu'elle ait de l'esprit, mais elle le montre trop; elle veut trop faire d'effet, et manque son but en le visant avec trop de soin et d'application. Je l'avais vue, il a cinq ans, chez Gérard; mais, depuis, elle a retrouvé, par l'influence des Affaires étrangères, sa grande fortune, qui lui permet de recevoir conformément à sa position. Sa maison est bien tenue, on y fait de l'esprit. J'y suis allé deux samedis, j'y ai diné une fois: ce sera tout„.[142]

Addio, addio, ombre piccole, impure! Colei, che non aveva mai arrossito alle impurità, si purifica ora fra gli affetti famigliari, al profumo delle zolle native.


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