XXI.A Blevio sul Lago di Como.

XXI.A Blevio sul Lago di Como.Storia del villino della Principessa a Blevio: un frate. — Le grandi beneficenze della duchessa de Plaisance. — Vincenzo Bellini e Giuditta Pasta. — Abominevoli memorie della moglie di Giorgio IV d'Inghilterra. — Maria Letizia Solms-Wyse e Urbano Rattazzi nellaVilla Maria. — Il prete mazziniano Tommaso Bianchi. — Nuovo stato psicologico della Principessa e strani fenomeni da lei sofferti. — Le sue lettere al dottor Màspero. — Dame di spirito. — La vedova del conte Federico Confalonieri. — Matilde Juva-Branca e il suo canto. — Un'inondazione notturna.

Storia del villino della Principessa a Blevio: un frate. — Le grandi beneficenze della duchessa de Plaisance. — Vincenzo Bellini e Giuditta Pasta. — Abominevoli memorie della moglie di Giorgio IV d'Inghilterra. — Maria Letizia Solms-Wyse e Urbano Rattazzi nellaVilla Maria. — Il prete mazziniano Tommaso Bianchi. — Nuovo stato psicologico della Principessa e strani fenomeni da lei sofferti. — Le sue lettere al dottor Màspero. — Dame di spirito. — La vedova del conte Federico Confalonieri. — Matilde Juva-Branca e il suo canto. — Un'inondazione notturna.

Storia del villino della Principessa a Blevio: un frate. — Le grandi beneficenze della duchessa de Plaisance. — Vincenzo Bellini e Giuditta Pasta. — Abominevoli memorie della moglie di Giorgio IV d'Inghilterra. — Maria Letizia Solms-Wyse e Urbano Rattazzi nellaVilla Maria. — Il prete mazziniano Tommaso Bianchi. — Nuovo stato psicologico della Principessa e strani fenomeni da lei sofferti. — Le sue lettere al dottor Màspero. — Dame di spirito. — La vedova del conte Federico Confalonieri. — Matilde Juva-Branca e il suo canto. — Un'inondazione notturna.

Un principe moscovita, Schuwaloff, possedeva sulla riva destra del primo bacino dell'incantevole lago di Como — a Blevio — un grazioso villino di stile nordico. Un giorno, desolato per la morte d'una cara, bellissima amica, abbandonò la religione degli avi, si convertì al cattolicismo e si fe' monaco, lasciando in eredità all'ordine dei Barnabiti quel villino, testimone della sua felicità per sempre distrutta. E la Belgiojoso acquistò dai Barnabiti il villino, sorgente a' piedi del lago e mezzo nascosto tra la folta verzura, per passarvi parte de' suoi ultimi anni in pace.

Senza rancori verso la duchessa de Plaisance, la principessa andò ad abitare quasi di fronteall'antica rivale; e non lungi dalla villa Pliniana, eremitaggio della fuggitiva e del principe Emilio Belgiojoso.

Era passata molta acqua sulle rive, ridenti di ville e di giardini; eran passati molti falchi sulla severa Pliniana da quella notte famosa in cui la duchessa de Plaisance, in mezzo al fulgor d'una festa di ballo a Parigi, scomparve vestita di bianco col principe. Emilio Belgiojoso era morto; ma alcuni ricordavano quella voce che cantava nei silenzii delle notti stellate sul lago; e rammentavano qualche aneddoto grazioso di quel gentiluomo raffinato e di spirito. Eccone uno: Una sera, l'antico mazziniano cantava in un'adunanza signorile, dinanzi alla principessa di Metternich, moglie del gran cancelliere austriaco, la quale profondea lodi, deliziata di quella voce. E il principe Belgiojoso:

— Che peccato, è vero, principessa, se Sua Altezza vostro marito mi avesse fatto impiccare?...

Impossibile che Cristina Belgiojoso, così equa, non ammirasse le continue, soavi opere di carità che santamente coronavano la vita di passioni della duchessa de Plaisance: impossibile ch'ella non la vedesse rendersi ancor degna dei congiunti lontani; congiunti d'intemerato nome e virtuosi.

Vicino alla villa della duchessa de Plaisance, a Moltrasio, viveva ancora Giuditta Turina; colei che ne' bei giorni avea condotto in barca sul lago il suo Vincenzo Bellini. E, non lungi dal villino della principessa, in una villa adorna d'un parcosontuoso, viveva un'altra Giuditta — la famosa cantante Giuditta Pasta, l'appassionata interprete del Genio catanese, il quale là, sul lago, fra i baci e le procelle d'amore, avea create celesti melodie. Giuditta Pasta cantava ancora, ma solo fra amici. Nella rivoluzione del Quarantotto, salì sulla cima del monte di Brunate (terra di santi, dice un'iscrizione) e, su quell'altura signoreggiante i piani lombardi, spiegò un canto colla sua voce d'usignuolo per esprimere al cielo la propria esultanza. Colei, che sulle scene era apparsa tante volte vestita da sovrana, scintillante di diademi gemmati, indossava, in casa, vesti così dimesse da sembrare non già una regina, ma una Cenerentola. Un adoratore della “divina Pasta„ (come la chiamava il Bellini) partì da lidi lontani, per deporre a' piedi di lei il proprio cuore; si recò nella villa della diva sul lago di Como, ma quando se la vide venire incontro al cancello, spettinata, e colle vesti luride, mandò un grido, fuggì, nè fece più ritorno.

Il lago di Como è il lago dei romanzi d'amore; specialmente in quel bacino di Blevio, che sembra chiudersi in una scena raccolta di montagne verdeggianti. Se i robusti castani di Villa d'Este, dalle larghe ombrie, potessero parlare, come gli alberi delle leggende!... Fu chiamata Villa d'Este da Carolina Amelia Elisabetta di Brunswick, principessa di Galles, venuta in Italia nel 1816; la principessa, dagli occhi stellanti, che detestava le vasche da bagno.... appunto come l'interprete sublime dellaNorma.

Fu in quella Villa d'Este che la disgraziata s'infangò nella tresca più deplorevole col proprio servo Bartolommeo Bergami, complice una sorella di costui, diventata (o meglio improvvisata)contessa Oldi!... La principessa di Galles poteva citare peraltro a propria attenuante.... il marito; colui che divenne Giorgio IV d'Inghilterra!... Quel topazio di sposo nella prima notte di matrimonio dormì ubbriaco su un tappeto.... Inutile riandare qui lo scandaloso processo della Messalina del Lario, svoltosi a Londra collo scopo di escluderla dai diritti della Corona; processo che si risolse in favore di lei per la debole maggioranza dei giudici.... Inutile ricordare i turpi giuochi detti “del turco Maometto„ che tanto divertivano a Villa d'Este Carolina, e i balli adamitici ai quali ella assisteva con folle tripudio alla “Barona„ presso Milano!

È meglio ricordare ch'ella, sull'esempio della regina Teodolinda, aprì la bella via che da Como conduce a Villa d'Este; è meglio ricordare le beneficenze che versò a larga mano; eppure ella ne raccolse l'ingratitudine più nera, più vile; i suoi maggiori beneficati divennero, infatti, i suoi più accaniti accusatori nel processo di Londra!

La disgraziata Carolina lasciò ogni aver suo a un trovatello, Guglielmo Austin, che i nemici facevano passare per suo figlio adulterino, con facile calunnia che venne sbugiardata dai tribunali. Morì d'improvviso in Inghilterra, dove avea fatto ritorno, prima acclamata, poi oltraggiata dal popolo: morì (si disse) per avvelenamento, lasciando l'ordine che sulla sua tombas'incidessero queste parole: “Qui giace Carolina Amelia Elisabetta di Brunswick, vilipesa regina d'Inghilterra.„

“Una bella donna non par quasi che tocchi il terreno: piega la testa de' flori e ne sparge il profumo, senza calpestarne pur uno„, scriveva un giorno il buon Silvio Pellico al fratello Luigi. Queste parole si poteva ripeterle per Maria Letizia Wyse, figlia di Letizia Bonaparte, quando, lasciata la nativa Waterford, sposò, per volere della madre, il vecchio belga Solms. Allorchè il buon Solms morì nel 1863 a Torino, si dubitava che fosse esistito; pareva un personaggio favoloso....

Non erano passati quindici giorni dalla morte del vecchio, che la bellissima Maria Letizia sposò, in seconde nozze, nella capitale del Piemonte, Urbano Rattazzi, gran capo dellaSinistra, e innamoratissimo della dea, dinanzi alla quale anche Vittor Hugo s'inchinava rapito, chiamandola la sua “Rodope„. E gli sposi Rattazzi andarono a nascondere la loro felicità in un villino solingo sul Lario, fra Como e Blevio; non lungi, quindi, dalla principessa Belgiojoso.

La loro camera nuziale era circondata da ampii, limpidi specchi: il cielo del padiglione, che copriva il talamo beato, era anch'esso uno specchio.... Tanti specchi opposti ripetevano all'infinito i sorrisi dei felici mortali, lo spettrale Urbano e la volante Maria; la quale, nello smagliantissimo veglione del carnevale del 1860 alla Scala, era comparsa così poco vestita da metterein grave imbarazzo i portieri del teatro. Maria Letizia Rattazzi-Solms-Wyse (divenuta poi anche de Rute) scrisse, nei dolci silenzii del Lario, parecchie calde pagine de' suoi romanzi vissuti e stampati. Ma una notte, a Parigi, ella perdette al giuoco il grazioso nido del Lario; e il villino fu acquistato dalla sposa del marchese Luigi Capranica, il romanziere diGiovanni dalle bande nere; il quale strappò subito tutti quegli specchi, perchè il letto, riproducendosi all'infinito in quei cristalli, facea provare la poco allegra sensazione di trovarsi in un ospedale.

Questo era il quadro che circondava la principessa Cristina Belgiojoso nel suo villino del lago. Ma non mancavano, per fortuna, altre immagini: immagini serie; immagini patriottiche.

La regale Villa dell'Olmo, di fronte alla sua riva, era stata tramutata in caserma al ritorno degli Austriaci per punire, anche con quello sfregio, l'aristocrazia lombarda che si era messa alla testa della rivoluzione. E sulla riva di Blevio era nato, da poveri pescatori, il prete Tommaso Bianchi, mazziniano dellaGiovine Italia, morto d'improvviso fra i tormenti, che gl'implacabili interrogatorii del tristo Bolza infliggevano alla sua povera testa avvampante di febbre....[153]

Quante memorie dellaGiovine Italia, del Quarantotto e de' lunghi suoi esilii dovevano assalirela principessa!... Ma ella mai parlava del suo passato; mai ricordava le vicende subìte; mai una parola dei tanti uomini gloriosi, che un giorno le avevan fatta corona!... Quella dama, che, scossa da tante vicissitudini, avea viaggiato in Europa e nell'Asia, pareva a Blevio una semplice madre di famiglia che mai fosse uscita dalla cerchia del villaggio nativo.

Un giorno, ecco nel suo villino di Blevio, sbarca un “avanzo„ della colonna Belgiojoso del Quarantotto! Il bravo veterano, riconoscente, voleva porgere il proprio omaggio all'antica condottiera. La principessa lo fa entrare e gli domanda brusca:

— Chi siete?

— Sono Varesi!

— Non conosco questo nome.

— Non si ricorda di me, principessa? Nel Quarantotto?... Nel Quarantotto, sì, principessa, quando....

E la principessa, con un gesto freddo e tagliente:

— Non so niente; non mi ricordo niente.

Il servo turco Bodòz conduce alla porta l'ex milite, e gli fa un bell'inchino.

Era disprezzo del proprio passato questo della celebre patriota?... Voleva ella sconfessarlo?... Disdegnava di ricordare il molto (non vorrei dire il troppo) ch'ella avea profuso sulla scena della vita, in una grand'epoca della storia?...

Con la figlia Maria (che nel 1861 era andata sposa al marchese Trotti-Bentivoglio) la principessa Belgiojoso volle soggiornare una voltanella Villa Pliniana. Un'altra donna non avrebbe posto più piede in una dimora come quella.... La principessa sfidò anche quei ricordi; e non permise che affliggessero il suo spirito.

E soggiornò anche nella villa Trotti a San Giovanni di Bellagio, in quel fulgido bacino della sorridente Tremezzina, dove il lago azzurro sembra che attenda le danze delle fate.

La Belgiojoso s'era, nel frattempo, tanto incurvata che chi la guardava dalle spalle non poteva scorgere il capo di lei.

Le ritornarono penose ansie e strani fenomeni come nella giovinezza. Al dottor Paolo Màspero, sempre medico suo fido, ella narrava, da San Giovanni di Bellagio, sofferenze, che fanno pensare alle teorie di Cesare Lombroso sul genio:

“Caro Màspero,

“Già molti giorni sono che volevo scrivervi, per darvi le mie notizie ch'erano soddisfacenti; poichè da quella notte, ch'io venni a svegliarvi nella vostra camera, l'angoscia mi aveva lasciato in pace; ma ora l'una ed ora un'altra cosa mi hanno impedito l'esecuzione del mio proposito. Debbo attribuire quella tregua all'uso del nuovo sciroppo, o al caso? Il fatto è però che, jeri, dopo il pranzo, sentendomi côlta da prepotente sonno, mi sdraiai su di un canapè, e, mentre stavo ancora tra il sonno e la veglia, fui repentinamente assalita da quella sensazione angosciosa che tanto mi spaventa, e passai tutta la sera più o meno sotto quell'incubo. Il solo pensiero di andare a letto mi inspirava un vero terrore; maquando fu giunta l'ora di coricarsi, mi rassegnai a tentare la prova, convinta di dovermi alzare dal letto pochi minuti dopo di esservi entrata. Con tutto ciò, appena coricata, cessò la sensazione angosciosa, e non è tornata più. Ve ne scrivo per farvi una osservazione. Io ebbi sempre la convinzione che questa angoscia sia una nuova forma di quelle convulsioni epilettiche di cui mi liberai molti anni sono. Una delle varietà della così detta “aura epilettica„ che provavo era la sensazione d'aver sotto al nasoun alberello pieno di liquore ammoniacale. Ora, questa strana sensazione mi si risvegliò ieri a sera insieme coll'angoscia, e mi tornò varie volte anche stamattina, sebbene l'angoscia non sia ricomparsa. Vi dico ciò, perchè ne caviate quelle conclusioni che vi sembreranno più a proposito.„

Quelle sensazioni la turbavano al sommo. “Il solo pensiero basta ad agitarmi, ed a richiamare le orribili sensazioni che mi fecero raccapriccio,„ scrive in altra lettera. E da Locate parla al dottor Màspero d'altre sensazioni ancora, ma di quella stessa natura: “Sentivo (ella dice) come se una mano mi passasse sulla fronte e sugli occhi e comprimesse quest'ultimi per modo da rendere, per qualche minuto secondo, la vista incerta.„

Le sofferenze riapparivano fra le quattro e le sei dopo mezzanotte; e, anche per questo, l'inferma vegliava eretta sul letto fra montagne di cuscini, al chiaror vivissimo delle solite lampade. Ella stessa suggeriva al medico i rimedii che potevano calmarla: chinino, assa fetida, ilmuschio (che, secondo lei, è un toccasana) e cavate di sangue. Facea lunghe passeggiate sui colli sopra Blevio, sopra Torno (dove si conservano antichissimi misteriosi avelli) e non mancava di andare alla messa in quelle poetiche chiesette, poich'ella sentiva il bisogno di pregare.

In un meschino alberguccio della via Santa Radegonda, a Milano, stava intanto un sedicente generale Colli, che, colpito da apoplessia, chiedeva soccorsi alla principessa. E questo Colli le dedicò unCarmein dodici canti. Povero carme, poveri canti!... Il poeta erra di soggetto in soggetto, esaltando la principessa, Napoleone III, vituperando Mazzini. Racconta che, nel 1830, a Parigi, egli aveva formato un esercito di guerrieri scelti per fondare la costituzione in Spagna.... E, per fare un eccelso elogio alla Belgiojoso, la paragona ad Aspasia!

La principessa, non ostante questo confronto, elargì un sussidio al misero infermo, col mezzo del Màspero; e intanto diceva al dottore di “star benino„.

Era un “benino„ illusorio. Le articolazioni le dolevano; la mano sinistra aveva bisogno d'un apparecchio chirurgico. Eppure, ella scriveva; scriveva sempre, nel suo angolo nella villa, tenendo la carta sulle ginocchia. E fumava sempre ilnarghilé, il cui abuso, a quell'età, con quei crescenti disturbi di nervi e di altri organi, doveva precipitare la sua fine.[154]

Ma che cos'è ilnarghilé?... domanderà qualche lettrice. Nel suo viaggioDa Milano a Damasco, l'abate Antonio Stoppani le risponde:

Narghiléè pipa turca d'uso universale in Oriente, composta d'un lunghissimo cannello flessibile, che termina a una estremità con un bocchino d'ambra, entrando coll'altra in una boccia di cristallo con entro acqua, e munito d'un bocciuolo per ardervi il tabacco, adattato al collo della boccia medesima. Quel bocciuolo si prolunga nell'interno della boccia con un tubetto, il quale pesca nell'acqua in guisa che, inspirandosi dal bocchino, il fumo prodotto per consenso dall'aria che passa attraverso il piccolo braciere dov'arde il tabacco, è obbligato ad attraversare l'acqua, rinfrescandosi ed appurandosi prima di entrare nel cannello, che lo trasmette alla bocca del fumatore. Il fumo così ha, per lo meno, il vantaggio di perdere quel calore e quell'acrimonia, che rendono il fumare con pipe ordinarie o sigari tanto incomodo e nocivo alla lingua ed alle fauci e appestano il fiato.

Narghiléè pipa turca d'uso universale in Oriente, composta d'un lunghissimo cannello flessibile, che termina a una estremità con un bocchino d'ambra, entrando coll'altra in una boccia di cristallo con entro acqua, e munito d'un bocciuolo per ardervi il tabacco, adattato al collo della boccia medesima. Quel bocciuolo si prolunga nell'interno della boccia con un tubetto, il quale pesca nell'acqua in guisa che, inspirandosi dal bocchino, il fumo prodotto per consenso dall'aria che passa attraverso il piccolo braciere dov'arde il tabacco, è obbligato ad attraversare l'acqua, rinfrescandosi ed appurandosi prima di entrare nel cannello, che lo trasmette alla bocca del fumatore. Il fumo così ha, per lo meno, il vantaggio di perdere quel calore e quell'acrimonia, che rendono il fumare con pipe ordinarie o sigari tanto incomodo e nocivo alla lingua ed alle fauci e appestano il fiato.

La principessa aveva imparato quella lenta voluttà in Oriente; e non poteva abbandonarla.

Qualche amica di Blevio ricamava sull'odore di farmacia che ilnarghilétramandava, le più graziose variazioni.... Poichè la società femminile che a Blevio circondava la principessa come una corte, scintillava di spirito; uno spirito mondano, sprizzante da un quartetto femminile allegrissimo, nel quale primeggiava, chi mai lo crederebbe?... la vedova del martire dello Spielberg, Federico Confalonieri.

Il fiero conte Confalonieri era spirato miseramente sulle nevi d'Hospenthal, fra le braccia della seconda moglie, Sofia O' Ferrall: era spiratolassù, quando, esasperatissimo per l'amaro opuscolo della Belgiojoso,Studii intorno alla storia della Lombardia negli ultimi anni, avea d'improvviso abbandonato Parigi e, nel cuor d'un orrido inverno, era salito colla moglie Sofia sul Gottardo. Marco Minghetti disse che “il secondo matrimonio del Confalonieri fu la profanazione del primo„. Ingiusto giudizio, perchè Sofia O' Ferrall (che il Confalonieri conobbe a Parigi dama di compagnia della dolce contessa Anna Dubourg) fu pazientissima, santa infermiera del martire, sì sofferente e sì insoffribile per i modi sprezzanti e per gli scoppii delle sue collere tremende. Egli faceva dormire la moglie a' piedi del proprio letto sopra un semplice materasso per terra: e la poveretta doveva accorrere ogni momento presso l'infermo, che, tormentato dall'idrope e da altre atroci malattie e da acerbissimi ricordi, avea continuo bisogno di soccorsi, di blanditrici parole. Quando il conte spirò fra le nevose bufere del Gottardo nel 10 dicembre del 1846, Sofia ne sofferse acerbo dolore; e si consolò solo apprendendo che ilClub dell'Unionea Milano, con il patriota Gaspare Rosales d'Ordogno alla testa, preparava sulle alture di Hospenthal in onore dell'illustre marito un monumento.[155]Ma, più tardi, Sofia O' Ferrall provò il beneficio del tempo.... e dell'indipendenza. Si ritrasse sola in una povera casetta, sull'altura verde di Blevio, accanto a quella principessaBelgiojoso, ch'era stata col suo severo opuscolo la causa involontaria della morte del Confalonieri, martire sacro alla patria.

Sofia O' Ferrall era brutta, dal viso schiacciato, ma i suoi modi signorili dimostravan larazza. Ella discendeva, infatti, da nobilissima famiglia, già signora d'Annaly in Irlanda, e caduta in misere condizioni. Non ostante le torbide cose che la principessa Belgiojoso avea pubblicato contro il Confalonieri in quell'opuscolo, Sofia O' Ferrall divenne la più intima amica di lei.

Lo spirito di Sofia volava pronto, rapido, ma pungente:champagnediventato aceto. Morì a Blevio, povera, e in età ancor fresca.

Altra visitatrice della Belgiojoso era Matilde Juva, nata Branca. Questa signora, che nel suo salotto di Milano ricevette per lungo tempo i sovrani della musica, avea blanda voce quando parlava; incantevole quando cantava. Alta, dalle spalle marmoree che nelle serate invernali spiccavano ancor più sull'abito di velluto nero o rosso, allora di moda, graziosa nel gesto delle mani, elegantissima nell'insieme, Matilde Juva avea destato ammirazioni devote nel principe Giuseppe Poniatowski, autore di dodici opere, quasi tutte nate morte, ma degno di ricordo per il suo appassionato amore dell'arte. Il principe scrisse per la Juva alcune romanze che servivano da lettere d'amore. Quando Matilde spiegava sul lago la voce estesissima e melodiosa, le anime rapite salivan nell'estasi. Quando in barca, al chiaror della luna, la Juva cantava laSonnambula(creata dal Bellini in quello stesso lago) oppure la famosa anacreontica del Vittorelli:

Guarda che bianca luna!Guarda che notte azzurra!Un'aura non susurra,Non tremola uno stel....

Guarda che bianca luna!Guarda che notte azzurra!Un'aura non susurra,Non tremola uno stel....

Guarda che bianca luna!

Guarda che notte azzurra!

Un'aura non susurra,

Non tremola uno stel....

gli ascoltatori credevano d'udire un angelo....

Due altre signore, miss Sofia Sparks ed Emma R...., erano sempre insieme: le chiamavano “le dame„. Perchè, discorrendo di loro, la gente prendeva un'aria misteriosa?... Che deliziosa creatura quella miss Sophie coi riccioli una volta d'oro, poi d'argento, che le circondavano la testolina dagli occhi semichiusi! Avea il sorriso un po' canzonatore, e l'andatura un po' ondulante. Qual grazia e quale spirito, tanto da sedurre la principessa, che non era di facile conquista! Chi se ne ricorda mi scrive: “Oh, le sere al villino, in cui la principessa se ne stava nella prima sala lavorando all'uncinetto, avendo “le dame„ e Sofia Confalonieri sedute dirimpetto a lei! Chi non le ha udite conversare insieme, non sa le cose audaci che si possono dire con frasi brevi, correttissime, briose. Come vi si maltrattava la metà del genere umano, che non passa per la più bella!...„

Nell'autunno, il villino della Belgiojoso rigurgitava di ospiti. Ne arrivavano da Milano, dalla vicina villa Taverna, da altre sponde. Una notte d'autunno, il lago per le lunghe pioggie crebbe e inondò le stanze a piano-terra del villino. Che confusione!... Signore in semplici, intimi indumenticome la sonnambula del Bellini, che fuggivano pei corridoi, per la scaletta: lumi che apparivano e scomparivano nelle tenebre, come i fuochi fatui in un ballo; appelli precipitosi; grida di soccorso; barcajuoli, mezzo assonnati, accorsi al salvataggio colle barche: una vecchia governante inglese (preclara nel culto dei liquori) pronta a respingere il diluvio. Un placido poeta napoletano (al quale la Belgiojoso avea regalato allora quindici mila lire in un bel plico perchè desse marito alla figliuola) veniva invocato nella lingua di Maometto dal servo turco Bodòz qual salvatore delle genti; ma era irreperibile!... E le acque nella notte oscura, piovosissima, lente, lente, crescevano....

Intanto, la principessa Belgiojoso nella sua camera illuminataa giorno, come il solito, rileggeva impassibile le poesie del Porta.

Il villino contava fra i più piccoli e fra i più modesti; ma tutti lo conoscevano; tutti lo additavano passando sul piroscafo o su quelle barche proprie dei laghi lombardi, che Ugo Foscolo nel raffaellesco carmeLe Graziechiama “gondole erranti„ — Ugo Foscolo, che, in quello stesso azzurro Lario, visse sognando e amando, sognatore eterno, innamorato eterno. Tutti additavano il villino della Belgiojoso come un piccolo tempio della vita mondana elegante, rallegrato da un'eccentricità ricca di spirito. Di notte, l'ombra nera della riva e della montagna imperante appariva rotta come dai raggi d'un faro. Dalle finestre, molti lumi gittavan fasci fulgidinella tenebra: un poeta avrebbe esclamato: “par che vi nasca il sole!„ — Appena giunse al villino, la principessa vi si adagiò come se da molti anni lo avesse abitato: poich'ella possedeva per istinto il segreto delle vere dame, che consiste nel rendersi subito famigliari i luoghi dove pongono piede: la sala d'un palazzo o d'ungrand-hôtel, un piroscafo.... Colla principessa, il villino ricevette tosto l'impronta dell'eccentricità, sprezzatrice delle convenzioni, ch'ella portava dappertutto; l'impronta d'una superiorità senza invidie, perchè invidiare è discendere. E tutto o quasi tutto era bizzarro nel celebre villino, dalnarghiléa Bodòz; a questo servo turco incristianito, che quando il partenopeo letterato suddetto conversava colla principessa, gli si piantava dinanzi, ammonendolo:

— Professore! Non dire bugie!

Una nostra conoscenza, il diplomatico francese Enrico d'Ideville, andò a trovare a Blevio la Belgiojoso, e nel suoJournal d'un diplomate en Italie, la descrive con queste vive parole:

La taille courbée avant l'âge, l'œil ardent, d'une expression un peu sombre, le geste impérieux, la parole incisive, originale, tout en elle dénotait une volonté de fer et une nature passionnée. La princesse m'accueillit avec une cordialité qui me surprit beaucoup.

La taille courbée avant l'âge, l'œil ardent, d'une expression un peu sombre, le geste impérieux, la parole incisive, originale, tout en elle dénotait une volonté de fer et une nature passionnée. La princesse m'accueillit avec une cordialité qui me surprit beaucoup.

Ma quel fuoco gittava le ultime vampe.... Eppur, lottando contro le inesorabili leggi della natura, quel fuoco non volea spegnersi: la principessa non volea morire!


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