II.

E la percosse nel volto molto forte.

Con la proposta di separazione l'avea irritato, ferito nel suo amor proprio, lasciato in balìa di tutte le più tristi, angoscianti supposizioni.

Enrica non era avvezza a vedersi così dominata da uomo di tal qualità.

Cominciò, secondo l'indole di certe donne, ad ammirare colui che mostrava di saperla soggiogare; che la superava nella forza del carattere e della volontà. Pure, siccome l'indole di certe donne è pur sempre la provocazione, mormorò, mentre si portava una mano al volto e facendo un gesto di sprezzo verso il marito:

—Facchino!

Quasi nel medesimo istante gli gettava in una guancia due grossi anelli, che si era in fretta cavati di dito: due forti proiettili.

Egli che era già vergognoso, quasi pentito dell'atto violento, e sentiva, come gli era avvenuto in altri simili casi, senza però correggersi, che poco si addiceva ad un gentiluomo, fu di nuovo punto, irritato.

Si slanciò sulla principessa; non volea darle più pace: ella resistette: fino a che egli, gettatala a terra, la trascinò pei capelli quasi per tutta la stanza.

L'energia, la fierezza da lui dimostrata gli cattivarono l'animo della moglie. Bellissima, supremamente elegante in ogni ragguaglio de' pochi abiti che avea ritenuto, si trascinava a' piedi di lui, implorava perdono, gli confessava perversamente di aver un amante, e che le era stato carissimo: che avea vagheggiato una separazione, cercato mezzo per avere la sua libertà: ma d'ora innanzi non avrebbe adorato che lui: lui, suo signore, suo sovrano, suo dominatore….

—Io non voglio sapere,—disse il principe, rialzandola e spingendola lontano da sè,—se abbiate o no un amante… siete così sciagurata che me ne direste anche il nome… perchè io lo cercassi, lo sfidassi… perchè un duello, forse, potrebbe rassicurarvi meglio che una separazione…. Ma io non voglio oggi scandali…. È un momento in cui Napoli non è occupata di alcun fatto serio, o frivolo, che dia buon alimento alle ciarle… Uno scandalo nella famiglia del principe di Caprenne sarebbe un boccone troppo ghiotto…. Io prenderò la vita del vostro amante e… la vostra… quando crederò opportuno…. Voi siete di quelle donne, le peggiori di tutte, che nulla può correggere…. Ricordate quanto io vi aveva saputo perdonare nel punto del nostro matrimonio…. Vi ho amato: forse, meglio, vi ho desiderato con furore. E voi, che ve n'eravate accorta, dopo avermi stillato fiamme, a poco a poco, nel cervello, nei sensi, n'avete approfittato per farmi una confessione, già sicura che io, invasato dalla mia passione, e ingannato dalle vostre lacrime, dal vostro pentimento, che pareva sincero, vi avrei assoluta….

Ella si era appoggiata col gomito a una delle estremità della mensola, in malachita, del caminetto, e agitava una gamba, il cui movimento, quasi febbrile, si vedeva sotto l'ampia pelliccia di martora, in cui si stringeva.

—D'ora innanzi,—riprese il principe,—noi vivremo assolutamente separati…. Cesserà fra noi ogni intimo rapporto…. Lascio a voi tutto il primo piano del palazzo: io abiterò al pian terreno…. Pranzeremo insieme: riceveremo insieme, qui al primo piano, le sere in cui diamo i nostri balli: vi accompagnerò io alle feste, a' teatri, alle passeggiate…. Vi lascerò qui tutta la massima libertà: e guai a voi, se ne abusate…. Così avrete la separazione invocata…. E questi miei ordini sono irrevocabili!—disse il principe con la più cupa risolutezza.

Enrica singhiozzava: questa volta sinceramente.

Volle accostarsi al principe: egli la respinse, e le disse:—Siete una donna molto triste e molto pericolosa…. Farete o avrete fatto molto male: ma ricordatevi che nel mondo vi sono compensazioni inevitabili: troverete chi saprà darvi il vostro castigo: non sempre s'incontrano vittime rassegnate.

Parve a Enrica, in quell'istante, veder affacciarsi dalla porta la pallida fisonomia di Roberto: e dette un grido.

Ma la porta era stata aperta e rinchiusa dal principe, ch'era uscito per andar a conferire col suo maggiordomo circa la nuova disposizione degli appartamenti, a cui cercava un pretesto.

Enrica, rimasta sola, si gettò sul sofà, la testa sprofondata in uno dei morbidi cuscini, e pianse. Non aveva mai pianto lacrime sì vere e sì abbondanti. Il cuore le diceva che quel distacco dal principe le sarebbe fatale: che lasciata padrona di sè avrebbe scivolato chi sa in quali abissi: e poi, ora che il principe l'abbandonava, essa, volubile, bizzarrissima, s'accendeva d'una folle passione per lui.

Morto il padre, abbandonata dal principe, si sentiva sola nel mondo: sola, se non co' suoi rimorsi, co' pensieri non lieti delle cose malvagie da lei poste in atto.

Col tempo, il ricordo di Roberto ch'ella credeva aver cancellato per sempre dal cuore, vi si ravvivava.

Provava spesso una inquietudine, una smania inesplicabili: non pigliava sonno, non trovava in nulla diletto: avea da opporre a tutto, da censurar tutto, profanava ciò ch'è più sacro, bruttava ciò ch'è più bello: la vita amarissima di chi ha trasgredito le grandi leggi morali, inviolabili della coscienza.

S'era fitta in capo un'idea sin da quella memorabil mattina: riconquistar la grazia del principe.

E, nel corso di anni, vi era riuscita. Il principe ormai la trattava con benevolenza paterna: con una affabilità indulgente e un po' motteggiatrice.

S'era formata fra loro come una certa tregua: vivevano abbastanza in pace: la principessa, tutta intesa al riconquistare; il principe sempre attento, perchè temeva d'insidie, e per provvedere, senza por tempo in mezzo, nel caso di pericoli.

In tale condizione noi li abbiamo trovati, insieme col nostro lettore, una mattina seduti a un tavolino, prendendo il tè, nel salotto della principessa.

Qual differenza tra questa mattina e l'altra da noi dianzi descritta! Allora il principe amava, stimava a bastanza la moglie: or non avea più per lei nè affetto, nè fiducia.

Anche il salotto non era lo stesso: quello ove si era svolta la disgustosissima scena era un salotto verde, con grandi fiori rossastri, nelle pareti, tappezzate di seta: questo era un salotto, in cui le pareti, i mobili, erano coperti di seta azzurra, splendente, con fiorellini bianchi, di mughetto, a rari intervalli.

La principessa, il principe si può dire vivessero ormai in ottimi rapporti, e quasi cordiali, siccome abbiamo avuto modo di rilevare dal dialogo riferito nel principio di questo capitolo.

Il principe scherzava volentieri nelle domande che faceva alla principessa sulle sue speciali occupazioni, sull'impiego della sua giornata, sulle persone, uomini e donne, che vedea più di frequente.

Anche la principessa scherzava nelle sue risposte, e talvolta nelle sue domande.

Ma, l'uno e l'altra, sempre in tuono assai dolce.

Dopo lo screzio con la moglie, il principe si era mostrato molto assiduo in casa della duchessa Rignatelli, giovane vedova, e dama della Regina.

Nell'alta società napoletana si raccontava che il principe avea un tempo fatto molto la corte a una zia della duchessa, bellissima donna, sebbene un po' matura, e che ora avea rivolto alla nipote i suoi omaggi.

Il carattere della giovane vedova era molto confacente a quello del principe.

Anch'essa era delicata, poetica, studiosa, musicista, innamorata d'ogni arte: e, malgrado la sua delicatezza, coraggiosa, anzi intrepida.

La relazione fra il principe e la gentildonna non era più un mistero per tutta Napoli; e naturalmente anche la principessa ne avea udito parlare, e sovente, e magari con esagerazioni, da' suoi corteggiatori.

Ella avea ben capito fin dalle prime che fra quei due, sì affini nella bontà della indole, nella elevatezza degli ideali, vi dovea essere una corrispondenza di animi, profonda, esaltata.

Siccome era fierissima, non avea mai voluto mostrarsene gelosa.

Ricevea la duchessa, le rendea puntualmente le sue visite, l'abbracciava, la baciava al cospetto delle amiche; con ciò intendeva gratuirsi il principe.

Egli non avrebbe tollerato, con la singolar buona fede la quale è in ogni uomo, che la moglie facesse ciò che egli pur faceva senza molto ritegno: ed era pronto a punire ogni scandalo, anche col più grave rischio della sua vita.

La principessa lo sapeva: e adoperava molta prudenza.

In casa della duchessa il principe passava la miglior parte delle sue giornate, o delle sue serate. Leggevano insieme: insieme parlavano, discutevano, si eccitavano, a proposito d'un quadro, di una statua, dello spettacolo del San Carlo, della commedia nuova, udita la sera innanzi: insieme entravano nei comitati di carità: e tutti dicevano ch'era un peccato non si fossero conosciuti prima, e non si fossero sposati: perchè avrebbero formato una coppia davvero felice. Erano fatti l'uno per l'altro: questo pensavano tutti.

—Come sta Luisa?—domandò placidamente quella mattina la principessa al marito: e alludeva alla duchessa.—È un pezzo che non la vedete?—aggiunse con sguardi molto maliziosi.

—L'ho veduta iersera,—disse con molta franchezza il principe,—e la rivedrò oggi, per un affare assai importante…. Essa sta benissimo…. E anche ieri mi ha domandato di voi….

—È una cara creatura!…—interruppe Enrica con piglio distratto.

—Vi ricordate, Enrica,—osservò il principe,—di una brutta scena, avvenuta fra noi, anni or sono, in quel salotto… là….—E il principe si rannuvolò un poco.

—Mi ricordo benissimo della vostra ferocia!…—Ed Enrica si era alzata per accostarsi al principe, che le fece cenno tornasse al suo posto.

—E bene… voi volevate allora ch'io tornassi nella diplomazia…. Io vidi in questa proposta un sentimento di slealtà… scusate…. Oggi sono risoluto di far ciò che voi mi consigliavate allora… dopo tanti anni, ho ricevuto di nuovo questo consiglio….

—Chi ve l'ha dato?… la duchessa, eh?…

—Appunto,—ribattè freddamente il principe,—la vostra amica Luisa…. Ho accettato dopo tanti anni il consiglio, poichè oggi le condizioni del mondo sono assolutamente mutate…. E che cambiamenti ancora avverranno!

Enrica gongolava: era essa, che aveva sobillato con abilità la duchessa per mezzo di un'altra sua amica a indurre il principe a partire.

—Poveri uomini!—pensava, guardando il principe di Caprenne:—come siete fanciulli, e che docili strumenti siete nelle nostre mani!

—Partirete presto?—chiese Enrica, la quale facea ogni sforzo per rattenere un accento d'ironia.

—Assai presto….

—Anche questa duchessa,—diceva fra sè Enrica, m'ha servito a qualche —cosa…. Uomini, donne, sono tutti, almeno furono sin ad ora, —strumenti della mia volontà!

Enrica andava ben lungi dal vero, attribuendo alla sua scaltrezza la nuova determinazione presa dal marito. La sua influenza su di esso era stata ben debole. Ma ne spiegheremo la cagione. In casa della duchessa si raccogliea il fiore de' liberali napoletani. I più arditi erano nell'esilio o nelle prigioni: restavano uomini temperati, prudenti, se non eroici, a tener vive certe idee.

La duchessa avea avuto nella sua famiglia due parenti malvisi al governo dispotico per la generosità dei loro sentimenti di patrioti: e, benchè dama della Regina, non sdegnava che si discutessero al suo cospetto certe idee: anzi, del suo grado si era valsa più volte a mitigare le persecuzioni contro alcuni.

L'idea che si discuteva spesso tra' più fidi, nelle conversazioni della duchessa, era quella di un'Italia unita, o sotto un re, o a repubblica: e c'era perfino fra quei gentiluomini, e fra' non meno sapienti, chi vagheggiava una gran repubblica federale.

Il principe partecipava sempre a que' colloqui.

Una sera il gruppo degli amici della duchessa, formato da una ventina degli uomini più geniali di Napoli, era quasi tutto riunito nel salotto di lei.

Il discorso era caduto sui soliti argomenti.

—Noi abbiamo un torto,—disse uno fra loro, uno tra' più gran signori napoletani,—quello di tenerci troppo in disparte…. Perchè non cerchiamo d'aver mano negli affari del nostro paese?… Noi tutti ci sentiamo italiani e vogliamo che il concetto della nazione unita, forte, agguerrita contro tutti i suoi nemici, trionfi…. Credete che non si possa servire alla nostra causa, negli uffici della Corte, nelle alte cariche del Governo, nella diplomazia, quanto negli esilii e nelle prigioni?… I nostri cari martiri debbono esserci veneratissimi: dobbiamo ripensar sempre a coloro che soffrono per ciò che noi vogliamo: questo servirà sempre a temprarci il carattere…. ma, se noi non abbiamo la virtù d'incontrar il martirio, abbiamo almeno l'avvedutezza di operare secondo le nostre forze…. Non gioveremo meno….

Concordarono dunque di operare.

La duchessa li incoraggiava col suo dolcissimo sorriso.

Si spartirono gli uffici che aveano a cercar d'occupare.

Il principe affermò che sarebbe tornato di buon animo alla diplomazia.

Ripugnante dal tornarvi per sodisfar un capriccio della moglie, si esiliava, quasi lieto, da Napoli per compier un dovere.

La poetica affezione, ch'egli nutriva per la duchessa, lo avvalorava ne' suoi proponimenti. Sapeva quanto il sagrifizio lo avrebbe nobilitato agli occhi di lei.

Ed Enrica? Essa, dopo un'affannosa ammirazione per il marito, era tornata alla sua vita indolente, bizzarra, irrequieta.

Di lei già si mormorava molto alla Corte: si buccinava tentasse la conquista del Re. Tutta Napoli ripetea questa voce, giustificata da qualche favore regale.

Superfluo dire che nessuno ne avea mai parlato al principe di Caprenne. Egli, alcuni mesi dopo la deliberazione presa in casa della duchessa, fu inviato ambasciatore presso una grande potenza.

Il posto era atto ai meriti del principe, ma importantissimo, desiderato quindi da molti: e si levò gran clamore, per questa nomina, che suscitò tutte le insidie. Subito fu ripetuto nei circoli dei salotti di Napoli: ne' crocchi de' maligni:

—Il Re si è voluto sbarazzar del marito…. L'ambasciata è un discreto compenso all'esilio da Napoli.

Invece il principe partiva col più alto concetto.

—Fra quaranta, cinquant'anni,—egli avea detto a' suoi amici,—il concetto che c'ispira sarà attuato: per quello che io intendo nella storia, nella ragione di Stato, e che posso inferirne, fra quaranta, cinquant'anni, l'Italia sarà unita dalle alpi al mare…. Dedichiamo la vita a uno scopo tanto sublime…. Noi non lo vedremo effettuato…. forse: ma l'incessante pensiero di esso ci avrà sostenuto, ci avrà nobilitato la vita, consolato di molte afflizioni, sollevato su molte frivolezze….

Con tali concetti egli partiva, ma non veniva a svelarli alla moglie, che sapea non avrebbe potuto intenderli, nè forse li avrebbe tenuti segreti.

Egli si accingeva a un'opera molto ardua: compiere una missione liberale, nella qualità di rappresentante di un despota, e d'uno di que' despoti che, nel nostro secolo, un uomo illustre per ingegno e scienza di Stato chiamò: negazione di Dio!

Il principe era venuto a dar alla moglie l'annunzio della sua vicina partenza, a darle le sue istruzioni, contenute in poche e fredde parole.

La principessa non riuscì del tutto a nasconder la sua gioia.

Essa veramente aspirava a avere alla Corte un posto più ragguardevole, una maggior considerazione; glielo assicurava ora il suo grado d'ambasciatrice. Le piaceva mostrarsi vicina al Re: tendeva a impadronirsi del cuore di lui, e si vedrà quanto ciò dovea costarle. Nel parlare col principe, già s'inebriava della sua appagata ambizione. Nè al principe sfuggiva l'esaltamento di lei. Egli le avea ripetuto le istruzioni datele qualche anno innanzi, allorchè, appunto a causa del suo ritorno nella diplomazia, era sorto fra loro sì vivo dissapore.

Ma il colloquio tra marito e moglie, che procedeva affabile, in forma molto cortese, tutti e due ritenendo ciascuno in sè la parte più viva de' loro sentimenti, fu interrotto.

Un servo bussava alla porta.

—Entrate!—disse la principessa.

Il servo annunzio che una donna domandava di S. E. la principessa.

Enrica subito impallidì.

—Fatela passare nella sala dove ricevo,—rispose la principessa molto turbata.

Poi, come pentendosi, aggiunse:

—No: no: che aspetti nell'anticamera.

Il principe capì che c'era qualche cosa di tenebroso: qualche cosa, per lo meno, che a lui si voleva tener celato.

Si alzò, un po' rigido, dicendo alla moglie:

—Se me lo permettete, tornerò a farvi una visita stasera—e si accomiatò molto cerimonioso.

Nell'anticamera si abbattè in una donna alta, magrissima, che portava un fitto velo sul volto, e che era vestita molto dimessa e di panni molto scuri: a guardarla, potea sembrare una di quelle squallide beghine, che frequentano sempre le chiese per domandarvi elemosine: e potea pur sembrare qualche cosa di peggio.

—Che può aver che fare mia moglie con donne di tal genere,—pensò il principe,—e a quest'ora?

Non volle però spinger oltre le sue investigazioni.

Enrica, uscito il principe, avea preso un albo, e mostrava di gettarvi gli occhi, di sfogliarlo, tanto perchè il servitore, che dovea lì accompagnare la donna, la trovasse, in apparenza, indifferente.

Quando il servitore ebbe richiuso l'uscio, la donna, sopravvenuta, senza mettersi a sedere, e senza che la principessa ve l'invitasse, alzò il velo, e apparve la sua faccia scialba, giallastra, ossuta com'era tutta la sua persona.

La principessa, senza neppur guardarla, poichè, al solo annunzio e alla fisonomia del servitore, avea indovinato chi era, gettando l'albo lontano da sè, in modo che infranse una graziosa statuetta di Sassonia, cominciò ad inveire in tuono di voce sommesso, ma terribile:

—Da quando sei arrivata a Napoli?… Ti avevo detto di non metter mai più qui il piede…. Non sono venuta io in tutti i tuguri, in tutte le straducole ove t'è piaciuto darmi appuntamenti?

—Mi era impossibile d'aspettare, però son venuta a vedervi…. Un tempo non eravate così sdegnosa verso di me…. Ora mi scaccereste volentieri…. se poteste: un tempo non sapevate stare senza di me. A chi avete confidato tutti i vostri segreti? E chi ve li ha custoditi con più gelosia?… Riflettete bene: quanto siete ingrata!

E la donna sedette con molta familiarità su una poltrona di raso, color crema. E la stoffa nitida, splendidissima, facea singolar contrasto con quella sì misera e frusta dell'abito di lei.

In questa donna, che parlava con tal burbanza alla principessa, il lettore avrà facilmente riconosciuto Cristina Braco.

Enrica avea creduto operar con avvedutezza, licenziandola dal suo servizio non sì tosto furon fissate le nozze fra il principe Gorreso di Caprenne e lei. Le dette una ragguardevolissima somma, e le raccomandò di nuovo la bambina, ch'ella credeva avesse sempre in custodia.

Per un pezzo, Enrica non vide più Cristina: un giorno la incontrò di nuovo nel parco di Mondrone.

—Che fai tu qui?—le domandò altezzosa la principessa.

—Sono al servizio dell'abate Perricone,—rispose l'altra con protervia.

L'abate Perricone era il prete che officiava nella cappella del parco, e che reggea la parrocchia di Mondrone con virtù esemplare.

Cristina avea facilmente acquistato molto dominio sull'animo del vecchio, quasi decrepito sacerdote, staccato da ogni interesse mondano: lieto che altri, di volontà risoluta, assumesse per lui tutte le cure materiali della sua casa.

Un altro motivo avea spinto Cristina a tornare in que' dintorni: il desiderio di star vicino al bel guardacaccia ch'ella amava sempre, con tarda, ma pur ostinata e infuocata passione.

Cristina sfaccendava, comandava, disponeva tutto a suo talento nel presbitero. Un giorno d'estate, nel pomeriggio, per distrarsi dal gran caldo che l'opprimeva, era salita nell'archivio della parrocchia, una stanzetta che dava in una corticella quasi scura, e sempre riparata dal sole.

S'era messa a spolverar le filze di carte, poi a leggiucchiare qua e là certi documenti: battesimi, matrimoni, atti di morte di persone da lei conosciute.

A un tratto il suo volto s'illuminò di un sorriso sinistro; torse la sua larga bocca, dalle labbra pendenti, ad un ghigno: avea letto i nomi di Enrica e di Roberto…. la ragguagliata dichiarazione del loro matrimonio.

Ah, essi gliene aveano fatto un mistero!

E Cristina rimise al posto la filza, sicura che avrebbe sempre potuto prendere quel documento, allorchè le fosse occorso.

Pensò poi aggiungerne un altro che sarebbe stato prezioso: l'atto di nascita della bambina, appartenente a Enrica e a Roberto.

Una sera, dopo che il vecchio prete ebbe finito la sua parca cena, gettò un'occhiata su Cristina, cosa che facea ben di vado.

Gli parve un po' turbata, e si accorse che cercava ogni pretesto, raccogliendo or un oggetto, or un altro, sulla tavola per non allontanarsi da lui.

—Che avete stasera?—le domandò il brav'uomo.

Ella rispose con uno scoppio di pianto.

Avea imparato da Enrica il segreto del piangere a suo grado.

Si buttò in ginocchio a' piedi del prete: gli disse, singhiozzando, che ella avea sull'animo un gran peso.

Il buon prete si lasciava commuovere.

—Sei tu dunque caduta in un fallo molto grave?—la richiese quasi paternamente.

—Oh, io credo aver partecipato a un delitto!…

Il vecchio rimase esterrefatto. Avea nella sua casa, una delinquente!Si alzò come se volesse evitarne il contatto.

Ella si trascinava carponi dietro a lui, supplicandolo ad ascoltarla: il rimorso la divorava,—così diceva,—le urgeva da lui un consiglio.

E gli raccontò il fatto della bambina. Ella vi sosteneva un'ottima parte; non già di suggeritrice, di complice, ma di vittima: i signori comandano, bisogna obbedire,—essa diceva,—o altrimenti restar senza pane. Avea pagato con sì lungo pentimento e con sì forti rimorsi questa sua cieca obbedienza! E la persona, per la quale avea rischiato la salute dell'anima, come l'avea compensata? Cacciandola dal suo servizio!

Tacque della fine che avea fatto la bambina: aggiungendo, con arte, che a lei era stato tolto di poter investigare ciò che ne fosse avvenuto.

Il parroco la racconsolò; ella non avea fatto ciò per lucro….

—Questo no, davvero!…—interrompeva Cristina.

Era stata spinta a operar in quel modo dalla volontà de' suoi padroni; essi ne sarebbero dinanzi a Dio mallevadori…. La sincerità del pentimento che vedea in lei essergli garanzia che il cielo già le avea perdonato….

Poi Cristina si accorse che il prete, com'ella aveva voluto, stendeva dichiarazione della nascita della bambina, notando il giorno e l'ora, e affermandola nata dalla duchessa Enrica, e da Roberto Jannacone.

Il prete avea gran soggezione d'Enrica e ricavava da lei vistoso utile, in proporzione de' suoi desiderii: però ammonì Cristina di tener in sè ormai questo segreto: di non ne far motto sin che vivesse. Nella divulgazione dello scandalo sarebbe stato il massimo peccato.

E il vecchio sacerdote si assorse in preghiera, nel riflettere a' guai del mondo, a' castighi, che, presto o tardi, trae con sè la sfrenatezza delle passioni.

Pensava a Roberto, in fondo a un durissimo carcere; a Enrica, tutt'altro che felice, poichè egli le leggeva bene nell'animo, e immaginava i tormenti a cui dovea essere in preda pel timore che qualche cosa del suo passato trapelasse.

Roberto era morto civilmente per la sua condanna a vita, ed egli pensava che la duchessa, giovanissima, avesse avuto bene il diritto di contrarre un regolare matrimonio.

Del resto l'abate si rimetteva a ciò che avean fatto i suoi predecessori.

Si era pur chiesto in cuor suo, che sarà avvenuto della bambina?

Non nutriva risentimento contro Enrica: dovea ammettere ch'avesse confessato tutto al principe e ch'egli le avesse perdonato.

E, infatti, come abbiamo rilevato da un dialogo fra il principe e Enrica, essa gli avea tocco di un certo trascorso della sua prima giovinezza, ed egli, nel bollore del suo farnetico per lei, l'avea assoluta…. Ma la confessione consisteva in una storiella romantica, quasi anodina, ch'ogni uomo di cuore, innamorato, o meglio appassionato, e senza pregiudizi, avrebbe perdonato di leggeri.

Cristina Braco era ormai l'arbitra del segreto: la sola persona che pensasse a sfruttarlo, e arditamente. I due documenti, che si serbavano nel presbitero, caduti in sua mano, erano armi terribili.

Enrica non respirava più. Le esigenze di questa donna abietta andavano sempre aumentando.

Essa era nata d'una famiglia di contadini, molto numerosa e povera, sebbene un tempo avessero avuto terre del loro e menato vita prospera.

Volea, prima di tutto, che la sua famiglia rifiorisse nell'antico stato: poi ella stessa, serbando apparenze di umiltà, volea vivere in lusso; non basta: essa provvedeva al bel guardacaccia, alla famiglia di lui, che profittava, senza rammarico, di quelle lautezze offertele solo perchè un de' suoi sapea tener vivo, inattutito un amor di donna assai attempata.

Nel vedersi comparir dinanzi Cristina un'altra volta, e con quella improntitudine, dopo che l'avea largamente sovvenuta due giorni innanzi, Enrica perdette la pazienza.

—Sta bene—disse—ch'io ho ordinato a' miei servitori di non scacciarti, quando ti presenti; ma tu abusi…. Vieni qui in ore insolite; non ti dai neppur la pena di vestir un abito che possa illudere sulla tua condizione: non hai neppure il pensiero di fingerti una sarta, una pettinatrice, una maestra di ballo, o di musica, che venga a darmi lezioni…. No: entri qui: vieni, vai, come se tu fossi in casa tua: come se tu studiassi ogni mezzo per compromettermi….

—La bambina è malata….—interruppe Cristina con la sua solita menzogna, poichè non avea ancor scoperto il vero ad Enrica, ma si preparava a svelarglielo,—e di una malattia che sembra mortale…. Ci vogliono molte spese: la gente che l'ha in custodia, sono gente poverissima, come vi ho detto altre volte, sono tutti occupati ad assisterla, trascurano le proprie faccende, non hanno pane…. E io? io ho bisogno da voi del massimo favore…. Mi è capitato di ricomprare alcuni campicelli, già appartenuti al mio povero babbo, morto pazzo pel dolore, dacchè glieli tolsero…. Mi occorrono quindicimila lire….

—E ne hai avute già, entro due settimane, ottomila.

—Sono le ultime, che vi domando…. salvo urgenti bisogni.

—È impossibile!—esclamò Enrica.—Non ho tutto questo danaro a mia disposizione: ti ho dato in undici anni vesti, denari, oggetti d'ogni specie per un immenso valore…. E tu abusi, abusi sempre di me…. sei sempre più povera…. a ascoltarti! Che hai fatto per gettar via tutto questo denaro?

—Non ho bisogno di rendervene conto!—rispose asciutta Cristina.

Così la principessa si vedeva trattata dalla sua antica cameriera.

Volea darle uno schiaffo, gettarle in viso il bicchier d'argento, ch'avea vicino, ma si ritenne. Cristina, la sua antica compagna e consigliera di dissolutezze, la sua maestra e complice di piaceri, serbava sempre un grande imperio su di essa.

Costei e il marito, dopo la scena di collera avvenuta tra loro ne' primordii del matrimonio, eran le sole persone a cui non osasse apertamente ribellarsi.

—Non ti darò un picciolo!—le disse, digrignando i denti e battendo i pugni sul tavolino.

Non osò fare, o proferire di più.

—Non tollero d'essere insultata!—riprese Cristina; e si alzò dignitosa, stecchita, avviandosi verso la porta.

La principessa volea richiamarla, ma il suo orgoglio la vinse: erano due caparbietà, due cupidigie, l'una di piaceri, l'altra di denaro e di dissolutezza, che si urtavano insieme.

Enrica sapeva ch'ella doveva soccombere anche in quel frangente: dovea cedere come v'era stata costretta altre volte.

Cristina era scomparsa: e, per varie ore, la principessa stette ad aspettare qual nuovo, crudele espediente avrebbe posto in opera per astringerla a sottomettersi al suo nuovo ricatto.

Verso le quattro del pomeriggio, mentre la principessa scendeva le scale del suo palazzo, tutta sfarzosamente abbigliata, per andare alla riviera di Chiaia s'accorse che ungroomle presentava una lettera su un vassoio d'argento.

Essa prese la lettera, senza guardarla, entrò in carrozza e, allorchè i cavalli si furono mossi, ruppe la busta.

Subito fu colta da una grande indignazione, da un indicibile terrore.

Era una lettera scritta da Cristina, ma essa avea del tutto contrafatto la sua calligrafia in modo che non fosse da alcuno riconoscibile.

Ed ecco la lettera:

"La persona, che ha avuto l'onore d'invitare stamani V. S. a incominciar la giornata con un'opera buona, e che n'ebbe una ripulsa sì dura, vuol tentare ancora la generosità d'animo, che altre volte ha sperimentato in V. S. C'è in Napoli una gran dama, la quale si trova in un bruttissimo caso: un caso dibigamia. Essa avrebbe due mariti: uno nell'ergastolo, condannato per assassinio: l'altro…. ambasciatore. V'è una creatura, bisognosa di denaro, ridotta alla disperazione, che vorrebbe sfruttare questo segreto. Ci sarebbe da far un bel chiasso nella stampa europea, se la gran dama fosse citata in giudizio: e se il fatto soltanto si propalasse. Compiendo l'opera buona, consigliata stamani a V. S. dalla persona che accoglieste sì duramente, lo scandalo sarebbe evitato, e la gran dama, vostra intima amica, sarebbe salva.

"La infelice creatura, per la quale supplico V. E. è in possesso di due documenti: uno de' quali prova il matrimonio della gran dama con l'assassino: e l'altro che la gran dama avea avuto da esso, prima di sposare l'ambasciatore, una bambina, che ha sempre nascosto a tutti, anche al povero padre, facendola trafugare…."

E mentre nel suocoupé, foderato di velluto nero, circondato di limpidi cristalli, tutti chiusi in quel punto, da' tre lati, la principessa leggeva quell'immondo pezzo di carta, passavano in altricoupésle sue amiche, tutte elegantissime, raggianti, e avveniva un vivace scambio di saluti con le dita inguantate, e di sorrisi.

Che distanza dal mondo in cui viveva a quello in cui avrebbe potuto precipitare!

Da un lato, essa era legata con le più nobili famiglie, con la più pura aristocrazia napoletana: avea aderenze e splendeva alla Corte: dall'altro lato erano i suoi vincoli con un uomo condannato per assassinio, eran le sue calunnie, le sue false delazioni, le sue perfidie, le sue intime relazioni con una donna di basso affare, la quale poteva a sua posta disporre dell'avvenire di lei. In tale stato pieno di angustie l'avea gettata la assoluta mancanza di coscienza.

Il contrasto, che era fra le due parti della sua vita, la turbava, mentre, tenendo in mano quella lettera, passava per le più belle strade di Napoli, e ogni tanto alzava il capo, sorrideva, per rispondere ai sorrisi che le inviavano le gentildonne sue amiche da' loro equipaggi, a saluti ossequiosi fattile da' molti signori, ch'ella man mano veniva incontrando.

Nella lettera v'era anche un poscritto e il poscritto diceva:

"Si vuoi risparmiare a S. E. la fatica d'una lunga risposta. Oggi stesso V. E. giungendo a Mergellina vedrà una mendicante avvicinarsi alla sua carrozza. V. E. potrà scambiar due parole con questa mendicante: e dirle come la persona, la quale ora scrive, potrà ottenere quanto domanda, a evitare scandali, che sarebbero per tutti spiacevolissimi."

In questa lettera c'erano intere la crudele ipocrisia, la maligna ironia di Cristina: le qualità in cui essa era stata maestra ad Enrica.

La principessa fremeva di sdegno: le sue belle labbra eran tremanti.

Riflettè un poco: quindi dette un ordine al cocchiere e si raccolse, tutta pensosa, in un canto delcoupé, tenendo sempre in mano la lettera.

Ilcoupési fermava a Mergellina. La principessa si scosse: fin allora era rimasta talmente assorta nei suoi pensieri da non veder nulla intorno a sè: da non aver più neppure la sensazione del movimento che facea la carrozza.

Una mendicante si accostò subito alla portiera sinistra: la principessa si tolse dalla cintura un borsello di seta rossa, con ghiande d'oro, ne cavò alcune piccole monete e ponendole nella mano della mendicante, le bisbigliò:

—Tra quattro giorni, la mattina, alle sette, in questo punto: io sarò a piedi: la carrozza mi seguiterà a una certa distanza: tu mostrerai offrirmi de' fiori.

La principessa avea pronunziato tali parole, con gesti, con sguardi, con un'intonazione come se la donna che le era dinanzi avesse dovuto, da un istante all'altro, esser annichilita dalla sua collera.

La mendicante si allontanò, con la rapidità d'un trar di sasso: forse anch'ella era aspettata da una carrozza ove entrava in gran fretta.

Superfluo dire al lettore che colei, la quale avea preso abiti e fisonomia di mendicante, non era altri che Cristina.

Mentre risaliva nella carrozza, un riso diabolico scontorceva la sua larga bocca.

Ma ora ad un altro personaggio.

Si era, da poco, stabilito in Napoli un banchiere americano. Egli vi faceva grandissimi affari: si occupava del commercio marittimo: imprendeva esportazioni, a quel tempo, da nessun altro tentate. L'oro riempiva i suoi forzieri: gli si attribuivano ricchezze favolose. L'aristocrazia napoletana lo avea accolto benissimo: e, a poco a poco, egli n'era divenuto quasi il beniamino. Avea saputo render abilmente grandi servizi a tre o quattro persone, che l'aveano pagato col fargli strada nel bel mondo.

L'avventuriere americano si chiamava Gustavo Weill-Myot. Era di grande ingegno, di molta versatilità, d'una eleganza irreprensibile, era piacevole e bell'uomo.

La principessa lo conobbe subito: lo invitò, lo attirò a sè: egli se ne invaghì: fece a causa di essa qualche follia; ma per un capriccio inesplicabile in lei, trattandosi d'uomo sì appariscente, e che tanto piaceva alle altre femmine, ella non volle mai corrispondergli. Espansiva, festosa, gaissima con lui, nella conversazione ordinaria, egli la trovava di ghiaccio, impenetrabile, allorchè volea entrare in più intimo argomento.

L'americano meravigliava Napoli con la bellezza de' suoi cavalli, de' suoi equipaggi, con la prodigalità delle sue munificenze. Avea pensato dar una festa a tutta l'aristocrazia napoletana nello splendido palazzo, che abitava in Bisignano.

Avea avuto promessa che tutti vi sarebbero accorsi: era certo di accogliere nelle sue sale il fiore della bella società di Napoli.

Molti gentiluomini, molte signore l'aveano anzi pregato di scegliere una tale occasione per far vedere lo sfarzo, la ricchezza, squisitamente artistica, de' suoi appartamenti.

Ma egli era scapolo: come invitare tante signore?

Gli aveano suggerito: desse un ballo di beneficenza: un comitato di signore avrebbe fatto gl'inviti. Ciò non appagava la sua vanità.

Gli ripugnava che la gente potesse entrare nelle sue stanze, pagando quindici, venti, trenta lire: che la sua casa doventasse come una locanda, uncafé-chantant: o quasi uno di que' locali, che si prestano, o si affittano ad ogni occorrenza di feste, di ricreazioni.

Ciò era buono per gli arricchiti di seconda mano, per gli avari fastosi, che, ad ogni costo, voglion vedere un gran signore, una gran signora varcar la soglia delle loro porte.

Le sue ambizioni eran più alte: egli non era uomo da contentarsi di piccoli espedienti.

Se il ballo di beneficenza, dato nelle sue sale, avesse potuto fruttare, poniamo, diecimila lire, egli era pronto a darne anche trentamila per quello scopo che gli fosse designato. Ma non voleva che altri venissero a far l'elemosina in casa sua.

Fu trovato un altro mezzo. Enrica avrebbe diramato gl'inviti.

E, pochi giorni appresso, tutti i conoscenti di Enrica e delWeill-Myot ricevettero un cartoncino litografato. La principessaGorreso di Caprenne e il signor Weill-Myot invitavano, ecc., ecc., afar loro l'onore di passar la serata…. (e qui la data) nel palazzoWeill-Myot.

Ci fu un po' di rumore, vi furono ciarle, pettegolezzi per questa specie d'invito: ma la sera del ballo può dirsi non mancasse uno de' cinquecento invitati.

Enrica, in abito bianco semplicissimo, senza un gioiello, facea gli onori della festa.

Le magnificenze della festa furono indescrivibili. Una ventina di sale, tutte aperte agl'invitati: da una sala turca essi passavano a una sala pompeiana, da una sala egiziana a una sala nel più puro stile del XV secolo, fiorentino: e per tutto quadri, statue, oro; forse troppo oro. Tutto un appartamento era alla foggia russa, con i suoiiconi, la abbondanza di fiori da serra: un altro rappresentava una casa romana, sotto l'Impero; statuette, idoli, gioielli, utensili domestici, tutto era autentico: un tesoro.

La sala da ballo, alle pareti e nel soffitto, era tutta ricoperta di camelie, tramezzate dalle loro foglie: un'idea vaghissima e dell'effetto più delicato.

Le lautezze delbuffetnulla lasciarono da desiderare a' più esigenti.

Nella vastissima sala, si vedevano grandi piante, come banani, ananassi, palme, cariche dei loro bei frutti: portate e accomodate lì col più grande dispendio.

A un gruppo di signore, riparate sotto una specie di chiosco, tutto formato di rarissimi fiori scarlatti, nel fondo d'una splendida galleria, in mezzo al qual gruppo sedea la principessa, fu servito un fagiano su un piatto d'oro, cesellato, di cui due servitori appena poteano sostenere il peso.

Il bel mondo napoletano avea un po' mormorato della stranezza di Enrica nel farsi patrona di questa festa; nell'entrare ella sì giovane, sì bella, e in assenza del marito, qual signora assoluta in casa d'uno scapolo; ma Enrica sapea farsi tutto perdonare con la sua sottile ipocrisia.

E, allorchè, due giorni dopo il ballo, si seppe che il signor Weill-Myot avea elargito trentamila lire: e il modo ingegnoso ond'erano state largite, venendo in aiuto a vere, profonde sventure, cessarono tutte le mormorazioni: ed anzi Enrica fa lodata.

Non si creda che tutto fosse disinteresse, o vi fosse soltanto stranezza, nella condotta di Enrica verso il banchiere.

Dacchè Enrica avea sposato il principe di Caprenne, egli, dopo la morte del duca di Mondrone, padre di lei, le avea lasciato la libera amministrazione di tutti i suoi beni.

Al principe il duca avea fatto un lascito tutto speciale, e come un ricordo personale gli avea legato la stupenda tenuta di Battifolli, computata a lire seicentomila.

L'avvocato del duca, Francesco Costella, che abbiamo già conosciuto, affermava che il duca avea lasciato al genero circa la quarta parte del suo patrimonio, ch'era quasi tutto in terre, avendo già scorto le tendenze di Enrica al dissipare, e non volendola contristare col toglierle una maggior parte de' beni.

Enrica, non cupida, pianto il padre, che amava sinceramente, fu lieta del lascito ch'egli avea fatto al marito, stimandolo un nuovo legame fra loro: un eccitamento al principe di essere benevolo verso di lei.

Ma il principe indulgente, un po' indolente, gaio, era pur capace di grande severità, serbava intatti i suoi sentimenti d'uomo d'onore.

Da quattro anni, cioè dacchè il principe, diventato ambasciatore, stava lontano da Napoli, Enrica avea più che raddoppiato le spese della sua casa. Essa spendeva oltre le sue rendite: la gente, mal sicura, o non pratica, di cui si serviva per amministrare, era già costretta a mettere in opera ripieghi.

Il principe, sulle prime, avea chiesto qualche congedo: ma, da due anni, non era più tornato a Napoli.

Enrica si faceva vedere spesso alla Corte: il Re le parlava molto familiarmente: un ufficiale delle guardie reali, appartenente all'aristocrazia napoletana, pranzando un giorno in campagna, nella villa di sua sorella, maritata al conte di L…., eccitato un po' dal vino, dal buon pranzo, avea confidato alla contessa d'aver veduto uscire una mattina di buon ora la principessa di Caprenne dagli appartamenti del Re, vestita come una semplice modista, e il Re stesso le avea aperto la porta di una scaletta segreta.

L'ufficiale si pentì presto di ciò ch'avea detto, tanto più che la donna da lui vista fosse la principessa non era ben sicuro: tornò alla sorella, la supplicò non ne parlasse ad alcuno: essa gli giurò di tenere il silenzio, ma disse il fatto soltanto a una sua cognata, che lo riferì soltanto a sua suocera: la duchessa d'I., che non potè stare senz'informarne alcune delle sue vecchie conoscenze.

La notizia corse dai salotti nelle anticamere, dalle anticamere nelle botteghe: in breve, volò sul labbro di tutti.

Si dipingeva il principe per un marito compiacente: un uomo nullo, ma ambizioso, assetato di onori: che abbandonava la propria moglie perchè ella potesse dar prova di devozione al Sovrano: ed egli avvantaggiarsene.

Così, per leggerezza della moglie, una taccia d'infamia si apponeva al nome del principe.

Egli avea i suoi difensori, ma più, com'abbiamo già detto, i suoi denigratori: gli emuli, gl'invidiosi: coloro, che son sempre avidi, magari per ozio, di sfruttare, propalare una calunnia.

Enrica diveniva così sempre più oggetto di curiosità. Per tutto ove andava, raddoppiava l'attenzione verso di lei: i suoi ricevimenti erano sempre più frequentati.

Ella sfoggiava un lusso, da anni, si diceva, non veduto in Napoli: gareggiava con la Sovrana. Avea attorno un nugolo di parassiti. La sua casa pareva una seconda Corte.

Senza attitudine ad amministrare, senza discernimento a scegliere chi dovea per lei curar i suoi affari, assottigliava il suo patrimonio in modo vistoso. Tra le rapine e le spese favolose, si trovava già, ripetiamo, molto imbarazzata.

A chi ricorrere?

Ella avea un giorno visitato la Banca del Weill-Myot: costui le avea fatto una mostra studiata e abbagliante delle sue ricchezze, della sua potenza commerciale.

Le avea fatto vedere in una cassaforte due milioni in oro, un milione in titoli.

Ciò indicava davvero la sua forza, il suo credito.

—Domani,—le avea detto,—questi denari non saranno più qui; fra otto giorni avranno fruttato una somma, da empir d'oro tutta questa cassetta….

E tirava a sè febbrilmente una gran cassetta, di ferro, profonda. Essa si richiuse con un cigolìo stridente.

Il Weill-Myot avea guidato la principessa ne' suoi uffici ove fervea tanto lavoro: le avea spiegato minutamente qualcuna delle sue grandi combinazioni.

La principessa era uscita da quella visita inebriata: infatuata di quel desiderio dell'oro, che diventa, a poco a poco, irresistibile.

Enrica pensò, nella rovina da cui si sentiva incalzata, ricorrere alWeill-Myot.

Ella non lo amava: non avrebbe ceduto a' suoi capricci: per questo avrebbe osato domandargli qualche cosa.

Gli parlò un giorno molto destramente de' suoi imbarazzi.

L'allusione era velata, discreta, fatta con molto garbo e molta finezza, in mezzo a' segni della più grande opulenza, poichè il banchiere era in visita dalla principessa e, girando gli occhi attorno a sè, vedea per tutto oggetti di molto prezzo e acquistati solo per mera fantasia: cinquantamila lire un quadro del Grenze: diciottomila una statuetta di bronzo, di cui era proibita la riproduzione.

Il banchiere capì subito l'allusione, benchè molto velata; e capì il profitto che potea trarne, in ispecie dopo ch'ebbe incoraggiato la principessa a parlargli aperto. Egli—le diceva—era suo servitore: felice di poter obbedir a un cenno di lei; metteva tutta la sua immensa fortuna a' suoi piedi: ella ne disponesse come voleva.

La principessa, che non nutriva per quell'uomo se non una sincera amicizia, senz'alcuna mischianza di passione, si fece a parlargli liberamente come a un uomo d'affari.

Egli ascoltava attentissimo; intendeva tutto; vedeva dov'era il bene ed il male: cercava e trovava fra una parola e l'altra i provvedimenti: in pochi minuti comprendeva, scopriva ciò che la principessa non avea, e non avrebbe mai potuto capire.

E, intanto, egli tendeva le sue reti.

Avrebbe persuaso la principessa a entrare in speculazioni: le avrebbe fornito egli stesso tutto il denaro che le occorreva; le avrebbe fatto firmare obbligazioni: un bel giorno, per uscir dal viluppo in cui egli l'avrebbe destramente intricata (pur dandosi aria d'esserle d'aiuto), ella sarebbe stata costretta a gettarsi nelle sue braccia.

Così nulla sarebbe mancato al suo successo nel mondo,—si diceva l'uomo, senz'altra nobiltà che quella del denaro,—se avesse potuto avere per amante una principessa e giovane e bellissima.

La sera stessa uno de'segretari della Banca Weill-Myot si presentava alla principessa, e le rimetteva, contro regolare ricevuta, una somma enorme.

Nella sua spensieratezza, ella si vide liberata per lungo tempo da ogni molestia e in condizione da proseguire la sua solita allegrezza.

Intanto, da quella sera, a insaputa del principe, cui avrebbe potuto rivolgersi, ella diveniva debitrice della Banca Weill-Myot.

Dobbiamo tornare a occuparci di uno de' nostri personaggi: il marchese Piero di Trapani; non abbiamo più parlato di lui, dacchè egli ebbe finito il suo colloquio con Marco, fra le rovine del casolare presso il parco di Mondrone, dopo il ratto della bambina.

Marco era entrato al servizio del marchese di Trapani: sempre tutto abbigliato di nero, in cravatta bianca, calzoni corti, era irriconoscibile per chi lo vedeva nel palazzo. Solenne, severo, impartiva ordini a tutti gli altri servitori e anche al padrone, su cui aveva un'assoluta autorità: poichè egli possedeva sempre la lettera del dottor Krag.

Quest'uomo misterioso e sinistro era il vero marchese di Trapani.

Non parlava mai con gli altri servitori, se non per dar loro comandi: mangiava solo: nelle ore di riposo lo vedevano seduto nel giardino, nei vestiboli, o nelle anticamere, sempre dove era facile qualcuno passasse, con un libro di preghiere in mano.

Andava con molta assiduità alla chiesa: usava larghezza nel far elemosine: i giorni di vigilia l'ex-galeotto si facea servir un pranzo, tutto magro, e ne rimandava in cucina più della metà; non bevea vino, per non rompere, egli dicea, l'astinenza: tanto era scrupoloso. I preti della parrocchia lo salutavano con un certo riguardo: si tenevano quasi di parlare con un uomo sì grave e di tanta virtù.

Il vecchio uomo riappariva soltanto ne' colloqui che Marco avea col padrone.

Quando il marchese Piero meno se l'aspettava, lo vedeva comparir nella sua camera, nel suo salotto, pian piano, come se, in apparenza, temesse disturbarlo; e subito faceva domanda di grosse somme.

Costui operava verso il marchese Piero come Cristina verso la principessa.

Le due ricchissime parenti della defunta marchesa non si mostravan disposte a morire: passavano al marchese cospicui assegni, in riguardo della figliuola: assegni, che non erano sufficienti a quell'uomo vizioso: e che avea già sperperato tesori. Le eredità si faceano troppo aspettare.

Come la principessa, il marchese s'impazientiva dei continui ricatti; volea irritarsi contro sì forti estorsioni.

L'altro ripicchiava:

—Non rammentate ciò che mi diceste la sera in cui rapivo la fanciulla, e la ponevo nel letto, accanto al cadavere di vostra moglie?… Non mi avete voi… detto ch'io vi salvavo l'onore, la vita?… E oggi, da che traete i lauti assegni, che vi danno modo di menar sì buona vita? se non dall'atto che io ebbi l'intelligenza, l'audacia, la premura di compiere in vostro favore?… Sono io, e non altri che io, l'autore di tutta questa prosperità che vi circonda…. E oggi, se voi pensate a innalzarvi, a chi lo dovete? Alla fanciulla, che io vi ho procurato…. Voi…. parliamoci franchi…. poichè le reticenze sono tra noi inutili…. e ci leggiamo l'un l'altro nell'animo, e siamo sì degni di comprenderci, voi vi preparate a speculare sulla grande bellezza della figliuola…. Alla Corte, lo so, si parla già molto di lei: si racconta sommesso ch'ella possa succedere all'attuale favorita…. bellissima sempre, ma un po' matura…. Il Re ha inviato alla vostra figliuola un vezzo di perle per l'onomastico di lei. E il fatto è un po' insolito…. Tutta Napoli conosce l'avarizia del Re…. Voi non m'avete detto nulla: avreste voluto che un tal fatto rimanesse un mistero per me….

Tali cose aggiungeva un giorno a' soliti rabbuffi ond'era avvezzo a torturare il marchese. E in quel giorno, appunto, proseguiva:

—Siete stato ispirato male…. Vi ricordate che io sono vostro associato: rammentate la nostra ditta: Marchese Piero di Trapani e Marco Alboni…. Voi non potete, non dovete stipulare nessun affare senza di me…. Non solo io debbo partecipare agli utili, ma voglio esser informato dei rischi…. E qui vi sono….

—Che rischi?—domandò il marchese, che poi, in fondo, riconosceaMarco un'autorità nel saper condurre a bene una bricconata.

—Che rischi?… Vero o no che sia, si dice in tutta Napoli che la ben accetta al Re è la principessa di Caprenne…. E quella donna deve aver un'arte somma per incatenare a sè chi l'ama: deve aver segreti, tutti suoi, per piacere…. Io non voglio dire che ella sia la favorita: non bisogna basar un affare sull'incertezza…. Ma, senza dubbio, ella ha nell'animo del Re predominanza…. Che si presenti una rivale, più giovane, e bella, la principessa, che è focosissima, si porrà subito contro di lei e contro di voi…. La principessa è capace d'ogni vendetta: anche di percuoter la giovane in pubblico, se fosse eccitata all'estremo…. il Re, disgustato, si ritirerebbe allora da un'avventura, che potrebbe arrecargli troppe molestie….

La porta della stanza fu aperta, senza che alcuno avesse bussato, e comparve una giovane di alta statura, di una incantevole grazia, una figura veramente ideale.

—Diana!—disse il marchese, alzandosi e andandole incontro.

E le dette un freddo bacio sulla fronte.

L'altra corrispose con un bacio anche più freddo.

Diana era in abito da passeggio.

—Babbo,—gli disse, senza l'affetto che i buoni figliuoli sanno metter di solito in tale parola,—vado a far visita alla principessa di Caprenne…. È oggi il suo giorno.

Diana era accompagnata da una signora di oltre quarant'anni, parente del marchese, sprovveduta d'ogni mezzo e d'ogni scrupolo: allegra. S'imbellettava, si azzimava con la massima cura: avea sempre studio di allettare: era pretenziosa.

Tal donna avea dato il marchese per compagna e maestra alla giovane, che chiamava sua figliuola.

—Va', va' dalla principessa,—rispose il marchese alla ragazza,—va', e, fra non molto, io stesso verrò a riprenderti…. Saluta intanto la principessa….

Enrica in quel giorno riceveva: una sessantina di signore, e altrettanti gentiluomini, e forse più, l'aveano per varie ore costretta a quella tensione, a cui una padrona di casa deve sottoporsi per saper interrogare tutti, rispondere a tutti, ascoltar tutti, per andare dall'uno all'altro: per dir a tutti la cosa più grata, o più pungente, secondo l'intenzione. Molte donne non resistono a questa fatica, più grave che non si pensi. E, alla fine di certe giornate, si sentono spossate come un capitano la sera dopo una grande battaglia.

All'obbligo di parlare, di muoversi, di indovinare, di confutare le malizie delle amiche, di impedire che esse vi strappino dal labbro più di quello che vi piace far sapere su certi vostri atti, è da aggiungere il dovere di star stecchite, impettite, a disagio, in un abbigliamento di cerimonia.

Ma la principessa avea una salute di ferro: e resisteva felicemente a ben altre fatiche.

Diana arrivò al palazzo Gorreso, che era già tardi: verso le sei della sera. Le visitatrici, i visitatori aveano lasciato in pace la principessa.

Il cicaleccio era cessato in que' salotti, ove aveano echeggiato, poco prima, le voci più armoniose, più melodiose, nel conversare, che avesse Napoli.

Diana fu lasciata sola alla porta del palazzo dalla signora che l'accompagnava e che le allegò di dover fare molte piccole commissioni: sarebbe tornata a prenderla fra un'ora. Un giovinottino di vent'anni, del quale ella faceva l'educazione, l'aspettava in un luogo convenuto. Essa era tutta palpitante, impaziente d'arrivare. Anche senza il belletto, l'impazienza avrebbe colorito di rosso le sue guancie paffutelle.

Diana entrò nel salotto della principessa: la trovò sola con un giovane elegantissimo: Adolfo Venosa, di famiglia molto agiata e che avea impreso per amor della scienza lunghi, difficoltosi viaggi in regioni inesplorate, facendo, in sì fresca età, noto il suo nome a tutti gli scienziati.

Nella società napoletana il Venosa era ben veduto e apprezzato per il suo ingegno, il suo amore della coltura, per la serietà, la modestia, la vigoria del carattere.

D'impeti generosi, era quasi un fanciullo nelle cose del mondo, poichè toccava i vent'anni e gli aveva trascorsi, dalla prima età, nello studio e nelle imprese arrischiate.

Avea conosciuto Diana mentr'ella era nel convento di Santa Chiara, ove era pure la sorella di lui.

Quando Diana uscì dal convento, e Adolfo la rivide, i due giovani parlarono insieme d'amore: Adolfo, con tale gentilezza d'animo, Diana, con un sentimento sì squisito e sì casto, che tutt'e due si trovarono affini a segno, da non dubitar più, come si dice in tali congiunture, che Dio li avesse destinati l'una all'altro.

Diana avea capito che il marchese di Trapani non vedea di buon occhio questo amore; nella onestà, nel carattere franco, leale di Adolfo, egli scorgea tante accuse a sè stesso: sentiva per lui una repulsione: mentre Diana e Adolfo si sentiano attirati l'un verso l'altra, appunto in forza della loro virtù, il marchese si sentiva ripugnante, alieno da Adolfo, inclinato ad allontanarsene: tutt'e due erano, ciascuno, all'opposto polo nel mondo morale.

Adolfo si era accorto della antipatia che ispirava al marchese, nè a Diana era sfuggita la ripugnanza di colui, che ella chiamava padre, verso il giovane che essa amava con tutte le forze dell'anima sua.

Però tenevano nascosto più che poteano il loro amore, ma già molti e molte se ne occupavano.

Quando entrò nel salotto della principessa e vide Adolfo in intimo colloquio con essa: le poltrone su cui eran seduti quasi si toccavano: Diana impallidì.

La principessa era di quelle donne che ispirano sempre alle altre una forte gelosia. Le donne, che sanno sì ben giudicare quali sieno i più irresistibili mezzi di seduzione, li riconoscono subito in chi li possiede.

Al rumore che fece Diana entrando, poichè il servitore L'avea accompagnata fin nell'attiguo salotto, aprendo l'uscio, e ciò avrebbe dovuto assicurarla sull'indole del colloquio fra Adolfo e la principessa, Enrica si voltò; e veduta Diana, dette in una risata argentina.

S'alzò di scatto per correrle incontro. Voleva dirle, come sempre, alcune di quelle parole con cui solea vezzeggiarla: angiolo mio; mia bellezza, figliuolina cara…. arrivava sino a chiamarla così, inconsapevole; ma si ritrasse subito al veder Diana sì pallida e sì vacillante.

Anche Adolfo si era subito alzato.

Diana, ritta in mezzo alla stanza, li guardava: un po' come si guardan due esseri di cui si ha paura, mentre pur si amano e se ne vogliono scrutare i veri intendimenti: un po' come un giudice, che esamina due, reputati colpevoli.

La principessa non sapea spiegarsi il terrore che si andava dipingendo sul volto di Diana: vedeva che ella era in preda a una grande sofferenza.

—Ma che hai?… che hai?…—le domandò correndole incontro, e cuoprendola di baci.

Diana avea scorto su un tavolino una lettera, il cui indirizzo alla principessa era scritto da Adolfo.

Essi erano, dunque, in corrispondenza fra loro?

Nella sua passione, quasi infantile, poichè Diana varcava di poco i sedici anni, essa, appoggiando la testa al seno della principessa, dette in uno scoppio di pianto.

Cercava, a studio, sfuggire gli sguardi del giovane.

La principessa si sentì veramente commossa.

Ella nutriva per quella fanciulla un affetto insolito, che non avea mai provato per alcuno: un affetto di una nuova specie.

Era tanto lieta, quando potea stringerla al suo seno: quando la guardava, la udiva parlare, si sentiva come scender nell'animo un influsso buono, che la consolava.

Da qualche tempo, conduceva spesso con sè Diana nella sua carrozza, al teatro, l'invitava talora a passare da lei intere giornate: giornate che alla principessa trascorrevano in una placidezza, in una contentezza indicibile.

Anche Diana voleva bene alla principessa: la credeva perfetta: le sembrava che tutti la dovessero amare, tanto era bella, affabile, seducente: un uomo solo non avrebbe ella voluto che la amasse.

Il marchese di Trapani, assiduo fra i parassiti che circondavano la principessa, avea voluto, o agevolato quella intimità.

Enrica avea presentato la figlia del marchese alla Corte, ove era stata benissimo accolta. I sovrani la trattavano familiarmente.

E la principessa le dava spesso consigli sul modo di diportarsi: ma tutto andava perduto: Diana era candidissima, non ostante che vivesse fra gente sì trista, era di quelle nature a cui sembra che il male morale, tanto son di buona tempra, non possa appiccarsi.

La principessa avea fatto seder la ragazza su un sofà, e chinandosi su di lei, carezzandole la fronte, tutta premurosa, e tutta ansiosa, ripeteva:

—Che hai, angioletto mio? Vuoi venire nella mia camera?… Ti coricherò: ti assisterò io.

A quelle parole Diana parve rasserenarsi.

Un'altra volta essa, trovandosi un po' sofferente, era stata coricata per qualche ora nella camera della principessa. Ed è inesplicabile la felicità che ne avea risentito.

Ella nutriva per la principessa una simpatia vivissima: verso di lei la spingeva un'attrazione invincibile; rinchiusa nella camera di essa, si era data a toccare tutti gli oggetti, di cui la gentildonna si serviva; i pettini di tartaruga, le scatole d'argento, le fialette, a borchie d'oro, ov'erano le polveri, i profumi: avea fin baciato un accappatoio, che la principessa indossava allora, sovente, la mattina.

Un affetto misterioso, che non avea nulla di volgare, eccitava Diana ad amare la bella, elegante gentildonna.

—È così,—avea detto un giorno,—ch'io mi sono spesso figurata mia madre, che non ho mai conosciuto….

Il Venosa, mentre la principessa soccorreva Diana, era rimasto inoperoso. Che cosa egli poteva fare? Ritirarsi. E aspettava il momento opportuno.

Gli dispiaceva molto del malessere di Diana e non sapea spiegarsene il motivo. Al cospetto della principessa credea di cattivo gusto mostrare la intimità che univa l'animo suo a quello della giovane.

Non potea staccar gli occhi dal gruppo che avea dinanzi: le due bellissime donne, una sofferente, la testa appoggiata, gli stupendi capelli biondi sparsi sul cuscino d'un sofà in raso nero; l'altra curvata, tutta amorosa, su colei che soffriva.

Qual artista avrebbe potuto rendere un tal quadro, con tanta venustà di linee, con tanta vivacità di seduzione?

Per la prima volta, il Venosa, guardando le due teste di Enrica e di Diana, l'una sì presso all'altra, fu colpito dalla grande somiglianza di tratti eh'era in esse.

—Si direbbero due sorelle!—pensava fra sè: poichè la principessa si manteneva sì giovane, per la naturale freschezza, per l'arte che certe donne belle hanno di conservar que' tesori che le rendon sì care.

A poco a poco, Diana si rinfrancò.

Era in lei nato un disegno: non volea che i due, lì presenti, e che ella tanto amava, subodorassero il motivo del suo conturbamento: era meglio si porgesse loro con volto sereno: così avrebbe il destro di sorvegliarli tranquillamente.

—Non so,—rispose a una domanda della principessa,—mi ha colto a un tratto questo malessere: nè riesco a spiegarmene neppur io la cagione…. ma ora sto bene.

E si gettò al collo della principessa per darle i due baci, che le dava, e ne riceveva, di solito, ogni volta che s'incontravano.

Era la prima simulazione, che essa commetteva, la prima volta che fingeva, dacchè era nata. Ma nelle donne anche più candide è sempre latente, sempre facile a prorompere il potere di simulare.

È la grandissima forza del sesso, che non accadrebbe di chiamar debole, secondo alcuni, eziandio se pur non avesse altra arma a nuocere, che questa terribile del mentire, ond'è formidabile.

Dopo ch'ebber fatto altri commenti sull'accaduto, intavolarono una briosa conversazione.

La principessa si rallegrava tutte le volte che vedea la sua giovane amica.

Diana non perdea d'occhio nè Enrica, nè il Venosa. Vide che questi avea all'occhiello alcuni fiori: gli stessi fiori che erano in un magnifico vaso, smaltato d'azzurro, su uno stipo nel salotto. Era facile argomentare che la principessa gli avesse donati a Adolfo. Le parve che un momento, alzatisi, per guardare un non so che da una finestra, si stringessero le mani, in mezzo alle pesanti tende di stoffa color granato.

Ella soffriva e si mostrava ilare.

Si faceva buio nel salotto: la conversazione fra i tre durava sempre: Diana studiava Adolfo e la principessa: cercava dar un significato, non solo alle parole da lor pronunziate, ma alla inflessione onde erano pronunziate.

A un tratto, udirono un gran rumore nell'anticamera: servi che parlavano insieme: alzavano la voce: qualche cosa di molto grave dovea esser accaduto.

Fu aperto l'uscio del salotto attiguo: e un servitore, con un passo accelerato, rosso in volto, ansante, venne ad annunziare alla principessa che era arrivato l'intendente della tenuta di Mondrone e domandava di parlarle.

Dall'aspetto del servitore, dal rumore che avea udito, la principessa indovinò trattarsi di qualche sinistro: rimase impassibile, e disse che avrebbe subito ricevuto l'intendente.

Entrò un uomo di alta statura, asciutto, la pelle abbronzata, gli occhi neri, i capelli e la barba neri, foltissimi.

Fece una specie di genuflessione dinanzi alla principessa: e le baciò una mano.

Poi, con rozza familiarità, esclamò:

—Eccellenza, abbiamo cattive nuove!

—E a quale proposito?—domandò la principessa con l'alterezza che usava con i suoi e onde solea sfidare i colpi della fortuna.

—Si prepari Vostra Eccellenza a udire una brutta notizia.

—Parlate!—disse la principessa già in collera.

L'uomo cercava in una tasca del suo abito.

La mezza oscurità in cui eran rimasti sin allora e che era sì propizia allo stato di animo, alla disposizione al fantasticare in cui tutti e tre si trovavano, prima che giungesse il campagnuolo, conferiva ora solennità alla scena.


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