The Project Gutenberg eBook ofLa PrincipessaThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: La PrincipessaAuthor: JarroRelease date: October 1, 2006 [eBook #19430]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA PRINCIPESSA ***
This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.
Title: La PrincipessaAuthor: JarroRelease date: October 1, 2006 [eBook #19430]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)
Title: La Principessa
Author: Jarro
Author: Jarro
Release date: October 1, 2006 [eBook #19430]
Language: Italian
Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)
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Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the
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MILANOFRATELLI TREVES, EDITORI1894.
Riservati tutti i diritti.
Tip. Fratelli Treves.
Al Comm. MATTEO SCHILIZZI
Questo romanzo fu pubblicato, per la prima volta, nelle appendici del suo diffusissimo giornaleIl Corriere di Napoli. Ella stessa ebbe la bontà di scrivermi che il gran pubblico napoletano l'aveva accolto, capitolo per capitolo, con la più viva curiosità. Altri miei amici mi raccontarono del successo popolare che ebbe in Napoli questo lavoro. S'intitolava alloraLa Donna Nuda: ma, per varie ragioni, il titolo è stato oggi mutato.
Sono orgoglioso di scrivere in fronte al mio libro, come lietissimo auspicio, un nome illustre, caro all'universale, il nome di un gentiluomo, in cui sono pari la squisitezza dell'intelligenza e la grandezza dell'animo.
Accetti, nobilissimo amico, il tenue omaggio come espressione d'affetto, d'ammirazione, di simpatia vivissima.
Firenze, 30 giugno 1893.
Veniamo ai fatti:
Nel pomeriggio del 30 luglio 18…. un uomo correva trafelato verso il parco di Montrone, presso Napoli.
Aveva fiori e nastri rossi al cappello: i panni da festa: la faccia come infuocata.
—Domenico!… Domenico!…—Uomini, donne, ragazzi lo chiamavano, sghignazzando, facendosi beffe di lui, ma egli non si fermava.
—È tardi!… è tardi!…—aveva risposto due o tre volte a' più importuni.
E aveva continuato nella sua corsa.
Domenico era ben noto per diecine di miglia intorno a Napoli.
Avea servito molti signori, in un anno mutava cinque, sei padroni; era stato cocchiere, cuoco, valletto; aveva pur servito in conventi, in locande, in osterie, sempre cacciato per la sua intemperanza.
Ora egli era giardiniere del duca di Montrone.
Il duca, ufficiale nell'esercito austriaco, aveva testè preso parte a una delle guerre d'Oriente, ed era tornato la sera innanzi, dopo oltre un anno di assenza, con l'uniforme di generale.
Quel giorno i suoi amici, i suoi contadini, lo festeggiavano.
Il parco di Montrone era tutto imbandierato, vi erano stati eretti archi di fiori.
Domenico, a una cert'ora, contando che nessuno s'accorgesse della mancanza di lui, se ne era andato a mangiar e bere con alcuni compagni all'osteria delFalcone, tenuta dalla grossa Elisabetta, di cui egli spasimava.
E fra il bere, il corteggiare, il ridere, si era trattenuto più che non disegnava.
Ecco perchè correva a quel modo.
In fatti, già tutti si erano accorti della sua sparizione.
Egli doveva presentare al duca i contadini, e, siccome aveva lo scilinguagnolo pronto, parlare, in nome di tutti, al gentiluomo.
—E Domenico?… e Domenico?…—s'interrogavano gli uni e gli altri.
—Domenico, a quest'ora,—rispondeva uno,—sarà addormentato sotto un albero, o in un granaio, o all'ombra di qualche muro…. chi sa…. dopo aver tracannato molto….
Con maggiore insistenza degli altri avea cercato di Domenico, CristinaBraco, cameriera della figlia del duca.
Costei avea domandato più volte del giardiniere, e chi avesse potuto leggerle nell'animo vi avrebbe scoperto una grande inquietudine.
Cristina, piuttosto alta di statura, nerboruta, di viso scialbo, con profonde occhiaie, di modi bruschi, taciturna, era un personaggio assai misterioso; e sembrava, ad alcuni non privi d'acume, messa accanto alla giovane duchessa come il suo cattivo genio.
Enrica, o che i malvagi istinti la traessero a prediligere una donna come Cristina, o qual altro ne fosse il motivo, avea sempre dato sembiante di tenerla in grande affetto.
E durante l'assenza del duca, si può dire che le due donne, la padrona e la cameriera, avevano vissuto sempre sole, e senza staccarsi mai l'una dall'altra.
Un tempo andavano la domenica alla chiesa, senza far motto ad alcuno: tutte e due rigide e pallide: senza mai dar al sagrestano, che andava attorno per la questua, l'elemosina che non gli rifiutavano i più tapini.
Non pochi avevano notato in Enrica un ghigno feroce come se la travagliassero cattive, irresistibili passioni: come se ella covasse in sè una forte inclinazione a odiare e distruggere.
In breve, le due donne non comparvero più nella chiesa: un prete andava a dir la messa la domenica nella cappella entro il parco di Montrone…. Ed Enrica e la cameriera l'ascoltavano dietro la grata d'un coretto, in alto.
Non erano più uscite dal parco per varii mesi, allorchè il duca tornò all'improvviso, inaspettato.
Il duca adorava la sua unica figlia; era partito, affidandola ad una sua sorella, poichè egli era vedovo da molti anni. La gentildonna era stata colta da una grave malattia: per consiglio dei medici avea dovuto recarsi in altro clima. Enrica era rimasta con Cristina e aveva persuaso, il che non le riesciva mai difficile, il duca che così stava benissimo, senza pericoli.
Il duca non potea aver inquietudini: era di carattere leggero, spensierato, confidava molto nella serietà di Enrica, nella stretta solitudine in cui viveva, nel vigile amore di coloro che la circondavano.
Cristina, poi, ispirava al duca una fiducia senza limiti.
—Ecco…. ecco Domenico!—gridò un contadino che era andato molto innanzi sulla strada, fuori del parco, quasi subodorando che il giardiniere dovesse venire di là.
Subito la lieta notizia andò di bocca in bocca.
Domenico entrò correndo, ansando, nel parco: ruppe ogni domanda inopportuna sulle labbra degli indiscreti.
—Qua…. qua…. venite…. è tardi…. riuniamoci…. per andare tutti insieme al palazzo…. Dove sono gli stendardi di fiori?… Le ragazze sono arrivate?… Qua…. qua….—e accennava con la mano verso un viale ove si vedevano aggruppate parecchie diecine di ragazze vestite di bianco.
—E la musica? la musica?…—gridava Domenico, che non voleva dar tempo agli altri d'interrogarlo.
Ma il suo viso acceso, i suoi occhi stralunati, l'eccitazione de' suoi gesti rivelavano, senz'altro, come e dove egli aveva passato quelle ore.
—Cristina vi cercava!—gli susurrò all'orecchio il vecchio intendente del duca.
—Ah! Ah!
Malgrado il piglio di leggerezza con cui rispondeva, la fisonomia di Domenico diventò contraffatta, come se le parole dettegli dall'intendente gli avessero sgradevolmente ricordato qualche brutta cosa, ch'egli dovea compiere, e che il vino, propizio o no, gli avea fatto dimenticare.
—E il duca?…—chiese Domenico, sopra pensiero.
—Il duca non è ancora uscito dalla villa,—replicò l'intendente.
Domenico respirò.
—La duchessina è molto debole…. Sta sempre assai male…. E il duca voleva persuaderla a uscire con lui, e venir a ballare sul prato le prime quadriglie con le nostre ragazze.
—Sarà impossibile!—scappò detto a Domenico. E subito si guardava attorno, sospettoso.
Vide che erano arrivati molti signori, amici e parenti del duca.
C'erano fra gli altri il conte di Squirace, il marchese di Trapani, e parlavano in quel punto con l'avvocato del duca, fra i più reputati di Napoli, Maurizio Cotella.
—Marchese,—diceva il conte di Squirace,—siete molto inquieto….
—E come no?—rispondeva il marchese, cugino del duca,—ho lasciato a casa mia moglie in gravissimo stato…. Da un momento all'altro può arrivare qui un messo ad anunziarmi che ho avuto un figlio, o pure…. Essa soffre tanto…. Ci voleva proprio questo ritorno improvviso di mio cugino perchè la lasciassi, anche per poco….
Il marchese era veramente concitato.
Aveva l'aspetto sconvolto, lo sguardo incerto, un tremito in tutta la persona.
Era come un uomo, la cui vita è affidata a una suprema risoluzione, d'esito incerto, e magari all'esito d'un delitto.
—Se mio cugino non viene l'andrò a cercare,—osservò a un tratto, con certa impazienza, il marchese….—Mi dicono che è nella camera di sua figlia, ammalazzata… forse per la sorpresa di rivederlo, dopo tanto tempo!
Il marchese si allontanò.
—Ci prende per semplici,—disse il conte all'avvocato.—Non è l'amore per suo cugino che lo ha fatto accorrere qui così presto…. Egli vuole ottenere un ufficio molto lucroso e spera ottenerlo con la sempre maggior influenza che il duca, dopo le sue ultime gesta, ha acquistato sull'animo del Re.
—Il marchese è rovinato,—riprese l'avvocato Cotella.—Vi rammentate che, anni or sono, corse voce che egli era morto in Egitto…. Poi tornò in Napoli…. Suo padre dette fondo al patrimonio di famiglia con le più bizzarre dissipazioni. Ma ebbe una virtù: benchè nobile, si consacrò al più umile lavoro. Fu in America: si fece commerciante in pianoforti, quindi agricoltore, impresario: fu proprietario di uno dei più grandi alberghi di New-York, ove tutti i servizi erano fatti da negri e da negre: fondò un giornale, l'Evening Standard. Morì, e lasciò al figlio circa tre milioni di franchi.
—E il figlio?
—Si è divorato tutto in pochi anni a Parigi, ove tenne una scuderia di cavalli da corsa, ove il suo sfarzo attirò l'attenzione della Corte, degli ambasciatori, de' principi che si trovavano di passaggio. Egli si ridusse… diceva almeno il duca di Lari… a vivere cogr imprestiti fattigli danna famosa avventuriera italiana: la Barrucci…. Ebbe l'eredità di due zii, e sfumarono l'una accanto all'altra…. Sposò la principessa di Morella, cugina dei Montrone; gobba, malsana, la sposò per la dote… che ha già mangiato….
—Non ho mai visto la principessa….
—Essa sta quasi sempre a Parigi, per far la corte a sua nonna, ricchissima: e che lascerà al Papa, o agli Orléans, i suoi milioni, se si disgusta con la sua unica nipote…. È una vecchia mezzo fanatica, mezzo demente… di una sordida avarizia. Si ricuce le calze da sè: non accende il fuoco d'inverno: fa rattoppare i vestiti: mangia soltanto pochi legumi: e ciò in un palazzo splendido, fra lo scintillio degli ori, gli arazzi, gli oggetti d'arte, il lusso d'ogni maniera, profuso dagli antenati di suo marito. La principessa ha pure una zia, anch'essa millionaria, a Genova: e così passa la sua vita fra Genova e Parigi, o viceversa…. Intanto, ottiene cospicui assegni, che il marchese ghermisce, mentre la tiene di sentinella alle due eredità…. che sono ormai la sua sola speranza. È con questa speranza ch'egli paga i suoi numerosi creditori…. Il marchese è in una di quelle condizioni, che rendono l'uomo capace di tutto….
—Intendo; la nonna, la zia resistono, ed egli deve prendere un partito estremo….
—Siamo ora ad una catastrofe,—soggiunse il primo avvocato di Napoli.—Io ho in mano protesti di cambiali firmate dal marchese; altri gravi documenti…. So che la rovina irreparabile, palese, e il disonore possono da lui esser protratti, con sforzi titanici, soltanto di pochi giorni…. Gli rimane però un'altra debole speranza: e in questo momento egli ha raccolto su di essa tutte le sue energie, come il naufrago le sue forze sull'unica tavola di salvezza che gli si presenta…. La principessa, dopo il suo matrimonio col marchese, ha avuto due parti molto laboriosi e molto infelici…. Essa sta ora di nuovo per divenir madre…. Hanno fatto venir da Vienna un celebre specialista. Egli mi ha detto, poichè avevo interesse a saperlo, che la marchesa questa volta ben difficilmente sopravviverà al suo parto: e ben difficilmente anche questa volta il frutto di lei sarà vitale…. Se ciò accade, il marchese è perduto: nè la nonna di Parigi, nè la zia di Genova lasceranno a lui un picciolo, poichè lo aborrono…. Ecco in quali speranze e in quali terrori si dibatte in questo momento il marchese…. E forse, temendo il peggio, vorrà propiziarsi, in questo stesso momento, suo cugino. Ma, domani, il duca non potrà aiutarlo, senza partecipare al disonore di lui, senza esser trascinato nella stessa rovina…. So quello che io dico…. Nel corso della notte sarà decisa l'esistenza del marchese.
—Non mi meraviglierei,—osservò il conte,—che la decisione fosse propizia. Vi sono uomini che calpestano la fortuna, la insultano, e a cui essa, appunto come femmina, corre dietro.
—Non me ne meraviglierei neppur'io!—soggiunse l'avvocato.—Pietro ha avuto sempre una fortuna uguale, per lo meno, alla sua mancanza di coscienza. Gli errori cagionati da questa li potè sempre riparare, sin ora, coi favori dell'altra….
—Oh, il duca!—
Il duca di Montrone scendeva la fastosa scala, che era dinanzi alla porta principale della sua villa da sovrano, dando il braccio a sua figlia.
Enrica, pallidissima, scendeva lentamente e come se dovesse ad ogni tratto cadere.
Subito i gentiluomini andarono incontro al duca per festeggiarlo.
Erano pochi amici, arrivati innanzi tempo, per essere tra i primi a stringere la mano al valoroso, all'antico compagno di eleganti dissipazioni.
Il marchese già doveva avergli parlato, poichè usciva dalla villa dopo il duca ed Enrica.
—Viva il duca!
I contadini, scortati da Domenico, che pronunziò poche parole, si stringevano attorno al gentiluomo, urlando a tutta possa, agitando rami fioriti. Incominciò la danza dellatarantella; la dolce musica napoletana risuonava sotto il bel cielo di opale e di azzurro.
Una delle ragazze offrì alla figlia del duca un magnifico mazzo di fiori.
Essa rispose con un sorriso, tra sarcastico e altero, senza gentilezza di sorta.
Tutte guardavano Enrica, rigida, benchè in preda a una sofferenza che le traspariva dal volto; seducente ma d'una di quelle bellezze che fanno paura.
Il duca stringeva la mano a' suoi contadini; e specialmente coi vecchi, i quali l'avean tante volte, bambino, gratificato ne' suoi desiderii, e aveano tanto amato i suoi genitori, si mostrava espansivo.
Uomini, donne, si trovavano col duca a loro agio; la sua gaia affabilità li confortava, ispirava in essi riconoscenza; ma l'aspetto di Enrica li turbava, li agghiacciava sempre.
Essa era sì indifferente, sì sdegnosa e, sembrava loro, sì cattiva, che lasciava in quelle povere anime un vero sgomento.
Enrica avea sentito più volte questo effetto che ella destava, e ne avea gioito, come se le andasse a versi di esser tenuta una creatura malefica: come se godesse del maligno influsso che esercitava.
Non sì tosto il duca era comparso con Enrica sulla soglia della porta della villa, si erano sparati da un'altura del parco mortaretti e per tutto il parco rimbombavano colpi di fucile in segno di gioia.
Il duca, nel rivedersi in mezzo a' suoi, era commosso, ravvivato da vera allegrezza.
A un tratto, in mezzo alla folla, Cristina si avvicinò al giardiniereDomenico.
—Ubriacone!—gli mormorò.
—Sono io!…
—Nella casetta… in fondo al parco… tutto è in ordine…. Questo è il momento!
Domenico si turbò un poco.
—Ho capito!—rispose in un tuono che l'altra fu soddisfatta….
Di lì a pochi minuti, Domenico fu alla casetta.
La strada, che corre in fondo al parco, era deserta.
In quell'ora tutte le persone dei dintorni si trovavavano a festeggiare il duca: e, per ordine suo, in un attimo s'erano imbandite le mense per rifocillare, dopo le danze, la gente accorsa; qualche centinaio di persone.
Domenico avea attaccato una delle carrozze di cui si serviva Enrica: e dentro vi avea accomodato un oggetto recato con pena e con ogni cura fra le sue braccia: oggetto che dovea essere molto prezioso, poichè, innanzi di deporlo nella carrozza, avea guardato più volte a destra e a sinistra: e avea chiuso la carrozza ermeticamente da tutti i lati, dopo aver tirato giù le tendine azzurre sui vetri.
Incominciava a cadere il crepuscolo, allorchè Domenico, salito a cassetta, con piglio assai vivace, aveva sferzato i cavalli, che s'impennavano.
Subito uscì, di dietro a un gruppo d'alberi, Cristina, sempre più pallida e più contraffatta.
—Guarda,—gli disse,—beone, di non fermarti a nessuna osteria…. E attento a non parlare a nessuno…. È il segreto di una povera donna…. Se tu cianciassi… sarebbe licenziata….
Aprì una cassetta, ben salda, che era sul dinanzi della carrozza, e mostrò a Domenico un sacchetto pieno di ducati.
—Questo per la donna….
—Ho capito!—ribattè Domenico con sufficienza. E i cavalli partirono.
—Il segreto di una persona di servizio!—pensava Domenico,—come se io non sapessi i segreti de' gran signori….
E continuava, con le guide in mano, a stringer le labbra, ad alzar le spalle, a far gesti, come per assicurarsi che il segreto sarebbe morto con lui!
Il duca, intanto, parlava col conte di Squirace.
Il conte non cavava gli occhi di dosso ad Enrica. Essa gli piaceva: aveva cercato più volte vederla durante l'assenza del padre, ma indarno.
Le aveva scritto: ne avea ricevuto ripulse: le si era mostrato, quando frequentava la casa di lei, appassionatissimo: ella gli aveva risposto con indifferenza e quasi con oltraggio.
Gli sembrava che ora, invece, l'incoraggiasse.
Le parole da lei indirizzategli non erano improntate della solita asprezza.
Il conte si permise far rilevare al duca che la bellezza della sua figliuola andava sempre crescendo: che, anche in quel punto, benchè malazzata, non perdea della sua gran venustà.
—Essa ha un fascino strano,—diceva il conte al suo provetto amico.—Non credo ci sia oggi in Napoli un'altra bellezza più singolare, e che commuova, al primo riguardarla, più della bellezza di lei…. Qual trionfo l'aspetta nel nostro gran mondo… alla Corte….
—Oh, io non mi curo,—rispose il duca,—di queste frivolezze…. E non credo neppure che Enrica se ne curi…. Essa è un po' altera, ma non ambiziosa: almeno se io ben la conosco…. Or è un anno, il giovane principe m'ha parlato di lei…. La lodava quasi con entusiasmo dinanzi alla regina madre: ma ciò era un semplice pretesto—per far arrabbiare la nuova favorita di allora, che assisteva al colloquio, la principessa di Sarno….
—La mia, tutt'altro che venerata cugina….
—Ma resterete qui con noi almeno fino a domani,—interruppe il duca, distratto dalle persone, che ogni tanto gli s'avvicinavano, gli facevano festa con gli sguardi, coi sorrisi, o aspettavano da lui una parola.—Restate: stasera a cena dobbiamo essere una ventina…. Ho fatto apprestare tutte le camere nelle due villette, che servono per gli ospiti, affinchè essi possano avere la massima libertà. Vedete, in fondo al giardino… là….
Vi si arrivava dalla via principale per una serra, piena di palme, di orchidee, di nepenti….
Il conte accettò l'invito.
Sapeva benissimo che Enrica non avrebbe assistito alla cena: ma pensava che la mattina appresso gli sarebbe venuto l'atto d'incontrarla nel parco: avrebbe potuto parlare.
A ogni modo era lieto di esserle vicino.
Dopo la cena, che durò sino a ora inoltrata della notte, si coricò molto allegro: il suo ultimo pensiero, prima di addormentarsi, fu per la bizzarra donzella.
Il conte di Squirace aveva appena trent'anni: era stato sempre ordinato nella sua vita, ma lo tacciavano di carattere doppio, di avarizia, di meschini appetiti.
Il duca, lasciati, a tarda ora, dopo cena, i suoi convitati, era entrato nelle sue stanze.
Provò il bisogno di riconcentrarsi, dopo tutte le commozioni, i rumori della giornata.
Aveva, sin dalla sera innanzi, una spina fitta nel cuore.
Non gli era sembrato che sua figlia lo avesse accolto con sufficiente espansione: sopra tutto era inquieto di averla ritrovata così cagionevole di salute, così pensosa… così abbattuta.
Aprì la finestra del suo salotto e mise il piede in una ampia terrazza, che dava sulle serre dello splendido giardino.
In un gruppo d'alberi vide il riflesso di un lume.
Alzò il capo: e s'accorse che il lume veniva dalle finestre della camera d'Enrica.
Scorse un'ombra, poi un'altr'ombra di donna disegnarsi sugli arbusti illuminati.
Enrica e Cristina vegliavano.
—Come mai,—pensò il duca,—a quest'ora ella, tanto sofferente, non si è coricata?
Il duca ebbe l'idea di salire da sua figlia.
Ma a un tratto le imposte delle finestre della camera furono chiuse.
Chi avesse in quel punto visto Enrica si sarebbe sbigottito.
I capelli disciolti le ricadevano sin quasi al ginocchio, le vesti in disordine; la fisonomia piena di terrore, le labbra schiumanti, le guancie, di pallidissime, divenute livide, le occhiaie infossate, gli occhi iniettati di sangue.
Di tratto in tratto le sfuggiva un gesto di collera.
Quando furono chiuse le imposte, ella sedette, il gomito nudo appoggiato sul velluto celeste di una piccola scrivania d'ebano.
—Dunque ti ha parlato?—disse con angoscia suprema, guardando negli occhi Cristina che stava ritta innanzi a lei.
La cameriera rispose di sì con un cenno.
—Ed è risoluto vedermi ad ogni modo?…
—Ad ogni modo!—replicò Cristina.
Tutt'e due parlavano sotto voce, agitate, come in preda a un grande spavento.
—E quando e tornato?…
—Stamani….
—Il suo bastimento non faceva rotta per le Indie?
—Il bastimento si è incendiato in mezzo a una tempesta….. Egli ha salvato, dopo morto il comandante, alcuni dell'equipaggio: non mi ha detto in particolare ciò che ha fatto, ma mi ha mostrato, sul suo uniforme, i galloni. È già graduato….
—Ha, dunque, mantenuto la sua promessa!…
—E domani sarà qui!—osservò Cristina.
—Ecco ciò che mi dispera…. Io non avrò mai il coraggio di confessar tutto a mio padre…..
—Il giovinotto,—esclamò a un tratto risoluta e cupa Cristina,—non deve saper nulla della creatura….
—Costei non sa,—pensava Enrica, infiggendosi le ugne nelle carni, che le spicciavano sangue,—ch'io già sono la sposa… la sposa del figlio di Francesco Jannacone!…
Offriamo qualche spiegazione al lettore.
Come abbiam detto, Enrica aveva sempre goduto d'una grande libertà.
Era cresciuta forte, prosperosa, in mezzo ai campi; di sangue ardente, dispotica e sensuale, non tollerando opposizione a' suoi capricci, e nessuno pensava a stornarli, anzi tutti vi si piegavano.
La compagnia della perfida Cristina aveva fatto il resto.
Il duca aveva un quattrocento persone e più nella sua famiglia colonica: Enrica andava a ogni ora per i vasti possessi.
La ragazza entrava nelle case, all'improvviso; appariva non desiderata, maligna, ne' luoghi più remoti ove gl'innamorati si davano convegno; i discorsi e gli esempi di Cristina, che essa avea trovato un giorno senza vesti in una delle stanze più sfarzose del castello, con la guardia del parco; un vero gigante, ammirato da tutte le belle de' dintorni; i trastulli de' garzoni, delle forosette, che avea spesso sorpresi, le intimità, sulle quali aveva voluto mettere l'occhio nelle case, ne avevano infiammato l'immaginazione, e l'avevano resa precocemente desiderosa di piacere.
Essa era già sviluppata di forme; il seno mostrava appetitosi turgori: il fianco rilevato, la gamba straordinariamente massiccia, che tutti vedevano, poichè passeggiava allora per la campagna in guarnellino corto: le braccia erano rotonde, bianche, marmoree.
Un bellissimo giovinetto, biondo, robusto, di aspetto gentile, figlio di un contadino del duca, veniva spesso al castello per servigi, o a recar doni.
Era alto della persona, di larghe spalle, occhi vivi, naso aquilino, e mirabile nella proporzione delle sue forme. Aveva poi una certa grazia innata: spirava la tranquillità, la gioia, la forza.
Il collo nudo, il petto nudo, le gambe quasi nude, era bello a vedersi come una statua: come un Apollo o un Antinoo.
Cristina, non sappiamo con quale pretesto, lo aveva tratto nelle stanze della padrona, mentre essa un giorno correva i campi, e s'era trattenuta con lui.
Più tardi Roberto Jannacone riusciva a confabulare con Enrica. Essa incominciò a vederlo volentieri, a scherzarci, a incrudelire verso di lui: il suo modo di dimostrare affetto agli esseri che prediligeva.
Talvolta, selvaggia com'era, gli dava uno schiaffo sonoro; con una frustata gli aveva fatto un grosso sberleffo sul viso: un giorno gli aveva fatto di toccare un ferro, che ella aveva tenuto al fuoco lungo tempo, e Roberto ne fu per varii giorni ammalato.
Egli sopportava; aveva un suo disegno: quella ragazza appariscente gli metteva addosso ben altro fuoco che i ferri arroventati.
Cristina non vedeva di mal occhio che la padrona si dilettasse della compagnia di Jannacone, per farlo disperare, tormentarlo in ogni modo.
Ella aveva così più il destro di veder il bel giovane, che, sottile politico, sebben altri avesse potuto averlo in concetto di rozzo, la secondava nel suo talento, e lasciava soddisfatta quella donna provetta, sapiente in certe arti.
Cristina sapeva che Enrica, orgogliosa, fastosa, disprezzava il giovane.
Enrica aveva preso con esso una insolita familiarità. Aveva inventato per lui una nuova maniera di torture.
Si faceva or vedere da Roberto negli atteggiamenti più provocanti; se gli mostrava discinta, le sue forme robuste in parte scoperte; bene inteso, sempre quando v'erano persone vicino, che potessero accorrere in suo aiuto; gli mostrava di trattarlo come un bruto, come un uomo senza considerazione.
L'altro s'invasava di tutta quella bellezza; accanto a Enrica si sentiva in un'atmosfera di grandi ardori.
Pensava, nella sua astuzia di contadino, che un giorno la sua forza avrebbe vittoria: e sarebbe si grato un trionfo, dopo tanti oltraggi, tante ripulse, tante ignominie.
Il giorno venne.
Enrica correva sola, una domenica, poco innanzi il crepuscolo, fra le alte erbe…. Non s'era accorta che qualcuno la seguiva da un pezzo. Due braccia di ferro l'avvinghiarono. Vi fu una lotta disperata. Enrica si difendeva con morsi, coi pugni, con le unghie, con uno stile, che aveva fra i capelli, infliggendo ferite nel braccio di Jannacone, che spargeva sangue. Ma costui sapeva quel che voleva, e lo voleva. Teneva una mano sulle labbra di Enrica e quasi la soffocava perchè non gridasse: fiero, risoluto, cercava di vincere ogni ostacolo.
Uscivano a sera di là.
Nel separarsi, Enrica, si gettava al collo del giovane, e gli dava due baci sulla fronte.
Quella passione ruggì per oltre un mese.
Enrica era delirante.
I suoi sensi eccitati, la triste educazione, la malvagità precoce non davan luogo alla riflessione.
Un bel giorno con Roberto Jannacone si recarono dal parroco, un vecchissimo prete, stretto da' bisogni, sempre perplesso su ciò che dovea fare, timido, anzi pauroso, infermo, e gli dichiararono voler essere marito e moglie. Enrica presentava, come dono alla chiesa, molti ducati d'oro.
Il parroco, secondo l'uso de' tempi, previe certe formalità, univa in matrimonio segreto la duchessa Enrica e il figlio del contadinoCiccilloJannacone.
Roberto fece subito a Enrica una promessa: rendersi degno di lei, prima che il loro matrimonio fosse palese; prima che essa ne parlasse al duca.
A Enrica tutto allora sembrava facile, anche il parlare a suo padre, appena fosse tornato.
Già apparivano le conseguenze della funesta passione, ch'ella non palesava ad alcuno, ma l'atterrivano.
Roberto si arruolava nella marina e partiva, tre settimane dopo il loro segreto matrimonio, per lunghi viaggi.
Cristina nulla seppe di questo matrimonio; combinato con ogni cautela, fra un prete debole e due giovani esaltati, e il cui atto rimase iscritto solennemente nell'archivio della parrocchia.
Enrica, per un pezzo, ricordò, con profonda commozione, la semplice scena di questo matrimonio: la chiesetta disadorna, il prete, tutto conturbato e pur compiacente, che mormorava con un peculiare accento le parole del rito; essa che stringeva convulsa la mano di Roberto.
E Roberto le metteva in dito un anello che ella stessa gli aveva dato.
Pochi giorni dopo la partenza del giovane, Enrica era tornata alla sua fierezza, al suo più schietto egoismo.
Provava un immenso, invincibil disgusto di ciò che avea fatto: inorridiva del legame, onde s'era unita a un uomo sì basso: arrivava persino, nell'orrore che le ispirava quanto era accaduto, ad augurarsi che a Roberto incontrasse qualche mala ventura: non tornasse più.
Nel giovane, invece, l'assenza raddoppiava, ingagliardiva l'amore.
Egli si faceva istruire da' suoi superiori: cercava prender in esempio i migliori: ne imitava i modi: affinava il suo parlare: imparava, in pochi mesi, a leggere e scrivere: il comandante della nave lo faceva suo segretario, lo prediligeva molto.
Nelle lunghe giornate di bonaccia, nelle notti tranquille, o fra lo scatenarsi delle tempeste, egli pensava sempre ad Enrica: a lei soleva riportare ogni sua azione: s'ispirava all'affezione per lei: sapea ripetersi quasi ogni parola che essa gli avea detto nella lunga loro dimestichezza: la rivedeva in tutti i suoi atteggiamenti capricciosi, in tutta la sua florida bellezza: l'amava, l'adorava, la vezzeggiava: la fantasia, come accade, gliela metteva innanzi più perfetta ch'ella non fosse.
Non potendo parlare ad altri, sempre pensava, sognava di Enrica. Aguzzava, affuocava ogni giorno la sua passione. Se un dubbio lo pungeva che altri potesse torgli la donna ch'egli amava, insidiargli il possesso di lei, quell'uomo robusto, indomito, di sbrigliate passioni, si sentiva rimescolare il sangue, gli pareva che una nube rossastra gli oscillasse dinanzi agli occhi, il cuore gli dava che sarebbe stato capace di tutto, anche di un delitto e di più che un delitto.
Ma quanta era la veemenza dell'amore da un lato, tanta era dall'altro la forza del disgusto.
Enrica ormai odiava Roberto: aveva paura del giorno in cui egli sarebbe tornato a rammemorarle la sua promessa: e cercava persuadersi che un tal giorno non sarebbe venuto mai.
Aveva dovuto confidarsi con Cristina dell'amore pel giovane, delle conseguenze della passione.
Cristina s'era detta in modo preciso:
—Un segreto come questo mi gioverà, mi arricchirà di sicuro!
Ella si preparava a sfruttar Enrica in tutte le condizioni della sua vita.
La sapeva generosa, prodiga del denaro pe' suoi fini: in piaceri, se non in opere buone: stava sicura di poterla liberare dal figliuolo del contadino, ch'ella stessa ormai, con singolare ingratitudine (o donne!), non avrebbe più voluto vedere: la immaginava sposa di un gran signore, riputata, stimata, invidiata da tutti: ma ella sempre sarebbe comparsa a turbar le sue gioie, a esigere da lei nuovi sagrifici, a spogliarla di ciò che avesse di più caro, de' suoi diamanti, de' ricordi della sua famiglia, sinchè la sua sordida cupidità non fosse paga.
Dopo, l'avrebbe torturata, ma soltanto per suo diletto.
Enrica, in certi momenti, era stata con lei assai altera e cattiva: e quell'animo triste dovea pensare a vendicarsene raffinatamente.
Per ora, si faceva umile; si era impadronita del grande segreto: la sventurata maternità di Enrica; avea accettato a ricettar la bambina, che dovea servire d'oggetto alle sue future minaccie, a' suoi lunghi ricatti, e che considerava già strumento della sua fortuna.
L'aveva affidata a Domenico e mandata per lui in luogo sicuro, fidando nella lealtà, nella onestà di esso, nelle prove di simpatia, in ardui servigi che ne avea avuto.
Ma la sorte, come vedremo, disponeva altrimenti.
—Sì,—continuava Cristina, parlando, stravolta come una furia, alla sua padrona, nella camera di lei,—bisogna tener celato a Roberto ch'egli è padre…. altrimenti sarebbe impossibile il dissuaderlo, l'allontanarlo….
Ma, per le ragioni che sa il lettore, ciò non quietava le angoscie diEnrica.
—Sei ben certa,—domandò languidamente,—che la bambina sarà stata condotta con ogni cura e sarà trattata con vero amore?
—Oh, per questo!—rispose ipocritamente Cristina, il cui pensiero volava sempre a' futuri guadagni, alla potenza che avrebbe acquistato sull'animo della padrona, giovandosi di tal segreto, e non contava punto sul forte carattere di lei.
Enrica piangeva, di quel pianto spasmodico, proprio de' malvagi, degli altezzosi, stretti dalla disperazione….
Il pianto la scoteva tutta: e, ad un tratto, come concludendo una serie di pensieri che la crucciavano, sospirò:
—È impossibile…. impossibile…. confessar tutto a mio padre!
E, alzandosi, divenuta ormai, per le smanie, i delirii, le sofferenze, quasi simile a uno spettro nella fisonomia, guardandosi tutta in un grande specchio, disse con uno de' suoi ghigni feroci:
—E, poi, per un istante di oblio… per la violenza di un mascalzone… io non voglio rinunziare al mio bell'avvenire…. Se la vita di costui è d'ostacolo alla mia, può essere annientata….
E si gettò fra le braccia di Cristina, ben degna di comprendere un tale pensiero.
Udirono un rumore alla finestra: un colpo secco, come se vi fosse stata lanciata una pietruzza.
La pietruzza, infatti, era ricaduta sulla terrazza nella quale si trovava il duca.
Il lume si era spento nel salotto e il duca che, sin allora, era rimasto meditabondo, si scosse, fece alcuni passi: e subito udì un fruscìo di foglie.
—Chi va là?…—gridò il duca.
Qualcuno correva nel parco.
I cani latravano.
E di lì a poco si udì uno sparo.
Il duca continuava a gridare;
—Chi va là?… Chi va là?…
Comparve sotto la terrazza una guardia con la lanterna.
—Eccellenza,—disse costui,—un uomo è entrato nel parco… l'ho inseguito… gli ho fatto fuoco contro… ma egli, per gli alberi, si è arrampicato, non so come, in vetta al muro in fondo al parco, e si è gettato di là com'uno scoiattolo…. Dev'essere certo un uomo del paese… La porticina è chiusa a chiave… non ho potuto inseguirlo. Ho raccolto a piè del muro, donde s'è gettato, un bottone nuovo che luccicava: un bottone di uniforme di marina…. E l'ha perduto, senza dubbio, l'uomo che fuggiva… poichè vi è un segno di sangue tuttora fresco…. Nel fuggire, egli si è forse squarciato le mani, a un vetro, a un arbusto.
—Vegliate, Emilio,—disse il duca,—non parlate con nessuno dell'accaduto, e domattina di buon'ora visiteremo insieme il parco: sapremo chi è il malandrino entrato qui, e con quale scopo….
Il duca richiuse, molto pensoso, la finestra.
Il colpo di fucile, sparato dalla guardia in fondo al parco, non aveva svegliato nessuno degli invitati. I servitori forse l'avevano udito, ma senza farvi caso. Emilio sparava a volte il suo schioppo, di notte, per semplice precauzione, perchè si capisse da' malvagi che egli vigilava.
Le due donne, Enrica e Cristina, dopo la pietruzza gettata sulla finestra, avevano udito tutto: le parole della guardia e quelle del duca.
—È lui,—aveva detto Enrica a Cristina, tremando, mentre se ne stavano con l'orecchio teso, accostate alle imposte della finestra.
—Quale ardire… tentare di venir qui… a questa ora… e a che scopo…. E a costo di essere ucciso come un ladro….
—È un gran male che il fucile di Emilio non lo abbia colto,—mormoròEnrica a denti stretti, sconvolta,—sarei stata libera….
Ci fu un breve silenzio: come se Cristina, la quale non peccava per eccesso di tenerezza, avesse avuto orrore di quella proposta.
—Se è stato trovato il bottone di uniforme… domani vi saranno ricerche…. Si scoprirà subito che è lui…. Che angoscia! Si crede egli, dunque, proprio molto desiderato?… Dovrò annunziare a mio padre,—continuava fra sè,—che sono la sposa del figliuolo di uno de' suoi contadini… del figliuolo di Berto Jannacone?… Ah!… mai!
Ed Enrica spasimava, si contorceva: era sopraffatta da una forte, acutissima convulsione.
Il marchese Piero non aveva voluto trattenersi dal duca: e, allegando che gli urgeva tornar a casa a rivedere la moglie, e saper notizie sul grave stato di lei, si accomiatava dal cugino.
—Sono sicuro che avrete…. se già a quest'ora non l'avete…. un bel figliuolo maschio!—gli disse il duca.
Il marchese partì fra i lietissimi augurii di tutti gli invitati.
La sera era già molto innanzi, e il gentiluomo in una carrozzella, che guidava da sè, o, a meglio dire, il cui cavallo si guidava da sè, lasciavasi andare alla foga de' suoi pensieri.
Rifletteva al grande avvenimento, che dovea compiersi per lui in quella notte, se non s'era compiuto: lo turbavano la certezza del disonore, della rovina, s'egli non fosse già padre, o non lo doventasse fra poche ore.
Allo svolto di una strada, sentì chiamarsi nel buio.
Trepidò.
Poi riconobbe la voce di un uomo molto destro, molto temuto in que' luoghi: Marco Alboni, sul quale correvano tristi leggende; venuto dalla Marca, non si sapeva perchè, come non si sapeva di che vivesse, che arte esercitasse.
Era arrischiatissimo, soverchiatore; avea nervi d'acciaio.
Lo conoscevano tutti per un fido del marchese; mezzano delle dissipazioni di lui: adoprato dal gentiluomo in bassi servigi, di cui era sempre riuscito a ottenere la più larga rimunerazione.
Il marchese l'odiava e lo ricercava: lo fuggiva e gli era necessario: non l'avrebbe voluto vedere, ma gli era forza comportarlo: poichè tale è la lega che si forma di solito fra i tristi.
Marco, uscendo di dietro a un cespuglio, fermò il cavallo del marchese.
—Che c'è di nuovo?—domandò il gentiluomo che s'aspettava qualche importuna richiesta, e non era il momento in cui potesse soddisfarla. Poi gli balenò un'altra idea e domandò:
—Mia moglie?…
—Signor marchese, ho da dare a V. S. serie notizie,—disse con sicumèra Marco,—ci fermeremo qui in un casolare diroccato, che appartiene al duca, ed è a pochi passi, e parleremo a nostro agio.
Il marchese scese dalla carrozzella; Marco prese la briglia, e legava qualche minuto appresso il cavallo ad un albero.
Entrarono poi fra le rovine.
Nè l'uno nè l'altro si accorsero di un uomo, che vi stava appiattato, e che s'era tutto rannicchiato in sè, curvato, per sfuggire a ogni sguardo.
—La principessa ha partorito,—disse Marco,—ed è morta qualche minuto appresso.
—Ah!—esclamò il marchese, sinceramente addolorato.
Ma l'ansia de' suoi interessi vinceva il dolore.
—E la creatura?…—domandò.
—Una bambina…. morta anch'essa.
—Marco!—dimmi il vero,—esclamò il marchese—e se questo è il vero, io sono risoluto a bruciarmi le cervelli fra queste rovine…. Un gentiluomo non può affrontar la miseria, il disonore.
Il colpo era doppio: morta la moglie, la figliuola, era pur morta per lui ogni speranza di eredità, di aiuti dalle ricche parenti della principessa.
—V'assicuro,—insistè Marco nel tuono più fermo,—che v'ho detto il vero…. assolutamente.
Il marchese raccapricciva e cadde accasciato su un mucchio di macerie.
Marco lo lasciò alcuni istanti alle sue sofferenze.
—Ma,—soggiunse, toccandolo in un braccio e mutando l'intonazione della voce,—la fortuna anche questa volta vi ha aiutato; voi siete il suo beniamino!
—Come?—rispose il marchese che singhiozzava.
—Ero in un'osteriuola, aperta da poco, ad alcune miglia di qui…. Entra un uomo, che nell'oscurità non ho riconosciuto e che ora sceso alla porta da una carrozza…. Si trattiene…. Beve, ribeve: comincia a parlare. Ne racconta di ogni sorta…. Poi dice che ha una bambina da condurre a balia e che gli è stata affidata con tante raccomandazioni. Un mistero! Io non aspetto altro: mi slancio fuori o, mentre l'ubriaco continua a bere, prendo la bambina…. Monto nella mia carrozzella e mi dirigo verso la casa di V. S…. N'ero venuto via poco innanzi con l'incarico di portarle avviso della catastrofe accaduta…. E pure, io non sapevo risolvermi. Una voce mi diceva che, indugiando, qualche cosa di propizio mi sarebbe occorso…. Se vedesse la sua casa…. I servitori sono tutti nel maggiore sbigottimento, spaventati; non osano far nulla, senza l'ordine di V. S. Superstiziosi verso i cadaveri, non sono più entrati nella camera della principessa, dopo che il medico forestiere è partito…. A proposito, egli mi ha consegnato una lettera per lei…. Ma, tornando alla principessa; essa è stata abbandonata, subito, dai servi impauriti…. Essi hanno gettato una gran quantità di fiori sul letto e hanno acceso attorno alcuni lumi. Io sono passato dalla porta del giardino, che ho trovata socchiusa. Ho potuto appoggiare una scala al balcone della camera della principessa…. Sono entrato…. Ho posto la bambina viva ov'era il cadavere dell'altra: o ho preso il cadavere con me…. Sono ridisceso con ogni cautela… in un attimo… poi sono salito nella carrozzella e ho fatto una corsa, che si sarebbe detto proprio il diavolo tenesse le guide.
La voce di Marco era divenuta sinistra.
—Sono arrivato, di nuovo all'osteriuola: c'era sempre fuori la gran carrozza nera: l'ho aperta; vi ho riposto il cadaverino della bambina: l'ubriaco dormiva steso su una panca dell'osteria e russava… russava. Ne deve aver bevuto molto nella giornata….
—Oh,—disse il marchese,—tu mi salvi…. Quanto ti dovrò… e tu sarai ricco….
—Sarò davvero!—pensava Marco,—nè tu potrai impedirmelo!
—Io ti dimostrerò in ogni modo la mia riconoscenza…. Ti debbo la vita: ti debbo di più: un nuovo avvenire.
—V. S. è proprio fortunato!
—Sì, nell'esser servito con tanta devozione e tanta intelligenza!—soggiunse il marchese che sentiva una schietta, sincera ammirazione per il fatto compiuto da Marco.
—Chi altri, non secondato come V. S. da una buona vena,—insisteva il finto servitore,—avrebbe potuto uscire in tal modo da una condizione sì terribile?
—La tua prudenza, la tua prontezza….
—Ma bisogna tener conto anche della accortezza di V. S.—questo diceva Marco ironicamente,—nel metter a parte di tutti i suoi segreti un uomo onesto come me… e affezionato! S'io non avessi saputo nulla delle speranze di V. S., dei pericoli che la minacciavano….
—Oh,—.disse il marchese,—lasciami mi po' di raccoglimento. La morte della principessa mi contrista… essa fa sempre buona per me… una martire….
E concedeva un vero rimpianto alla memoria della gentildonna.
—Ma ch'io possa far credere al mondo che ho una figlia… ecco l'idea da cui sono tutto ravvivato, ecco il punto da cui muove per me una vita, la quale avevo spesso sognato. Tutte le mie speranze risorgono col fatto da te compiuto. Ma chi sarà quella bambina: e quali saranno, fra poco, le sue avventure nel mondo?… Non ci diamo, per ora, pensiero di nulla,—disse il marchese cui tornava la sua solita spensieratezza,—per ora il meglio è assicurato…. Non mi resta che a rendere l'ultimo tributo di onore alla mia cara moglie.
Si alzò, assai soddisfatto, dal mucchio di macerie sul quale era caduto sì sconsolato.
Ora gli pareva esser altr'uomo.
—Mi hai detto,—esclamò, rivolto a Marco,—che il dottore Krag ti aveva dato per me una lettera…. Egli è partito?
—Un telegramma l'aveva richiamato sin da ieri a Vienna per una cura importante…. Di più, il dottore deve prender parte a una spedizione scientifica, che si reca in Asia e vi si tratterrà varii anni.
Mia moglie volle questo medico ad ogni costo…. Egli ha già ricevuto, prima di muoversi da Vienna, una somma cospicua: farà intendere che vuole dell'altro…. Dammi la lettera…. La leggerò con comodo.
—Eccoci a un altro punto serio,—disse con piglio solenne Marco e, nel tempo stesso, toccava familiarmente in un braccio il marchese, anzi glielo stringeva in modo da rinnovargli l'idea della sua forza erculea.—Io dirò a V. S. una cosa, che non le parrà strana…. Noi siamo associati in un'impresa commerciale!… Il capitale vivo è rappresentato da una bambina…. Chi lo ha fornito? E che dobbiamo sfruttare con questo capitale?… I milioni delle parenti della defunta principessa….
E Marco si tolse il cappello in segno di rispetto.
—Ora, io sono particolarmente interessato in questo affare; non posso permettere che il signor marchese…. che V. S… dissipi la mia parte; o possa negarmela. Io ho usato, dunque, di un mio diritto di socio in affari: la ditta è; marchese Piero di Trapani e Marco Alboni. Non se n'esce!
E le sue dita stringevano come tanaglie il braccio del marchese.
L'uomo nascosto tra le rovine non udiva queste ultime parole perchè, nel pronunziarle; i due si erano spinti un po' innanzi nel casolare.
—Ho usato, dunque,—proseguiva Marco,—del mio diritto. Ho aperto la lettera del dottore….
—Eh!—sfuggì detto al marchese.
—Sì, sì; e la lessi accuratamente…. Il dottore Krag vi annunzia la morte della principessa e della vostra bambina. Di quest'ultima descrive alcuni segni particolari: nota alcune gravi imperfezioni con cui era nata: indica le ragioni irrefragabili della sua morte…. Vi è poi qualche altra cosa…. Questa lettera è, insomma, la garanzia che, negli affari della ditta, marchese di Trapani e Marco Alboni, la parte di questo ultimo sarà rispettata.
Io voglio esser ricco, fra pochi anni,—disse in tono recisoMarco,—al pari di voi: se occorre, più di voi!
—Ebbene, tu potrai far nascere i sospetti di una sostituzione di creatura: potrai nuocere a' miei interessi: potrai far sì che coloro, a cui la bambina fu rapita, e che l'ebbero sostituita con un piccolo cadavere, si risveglino, e vengano contro di me….
L'uomo nascosto strisciava fra le rovine come un rettile e facea sforzi incredibili per poter avvicinarsi a' due, senza che essi s'avvedessero della sua presenza.
E udì benissimo queste parole proferite dal marchese:
—Ma io ho sempre saputo custodire un altro segreto…. Io ti ho molto perdonato…. Non ho propalato che tu non ti chiami Marco Alboni, bensì Jacopo Scovatto e che sei stato condannato in Ancona a undici anni di casa di forza per una grassazione contro due operai, padri di famiglia…. Non ho mai propalato che tu sei fuggito; e ti rimangono a scontare alcuni anni della tua pena.
—Anche di questo bisogna tener conto,—interruppe, pensoso, Marco.—Però la lettera io non la restituisco…. I rischi della associazione così sono eguali. Tutt'e due abbiamo interesse a stare uniti….
E, a poco a poco, chiacchierando, si allontanarono.
L'uomo, sino allora nascosto, uscì dalle rovine. Aveva saputo abbastanza.
Il giorno appresso continuarono le feste nel parco del duca.
Enrica, mentre la mattina era nella serra, avea ricevuto una lettera, gettata nel grembo di lei da un fanciullo, che s'era poi dato a correre come un capriolo.
Sulle prime Enrica fu tentata di buttar via quella lettera senza aprirla: ma un forte presentimento la vinse.
La lettera era di Roberto Jannacone; egli le annunziava il suo ritorno; le dava convegno nel luogo più inaccesso del parco.
In quel luogo eravi un altissimo precipizio formato da due pareti rocciose, o in fondo di esse gorgogliava il mare.
Era stato gettato un ponte da una parete all'altra; un piccolo ponte di ferro leggero con bassa spalliera.
Molti e molti, a non dir presso che tutti, aveano paura di passar da quel ponte e preferivano di pigliar i viottoli più lunghi per arrivar dove voleano, anzi che andar da un luogo sul quale v'erano tante superstizioni.
Come luogo di convegno era scelto benissimo; nessuno avrebbe disturbato i due nel loro colloquio.
A Enrica, nel legger quella lettera, che conteneva espressioni di tanto amore, ed era nel tempo stesso sì imperiosa, avvampò il volto di sdegno.
Costui la credea proprio cosa sua; non nutriva ormai il menomo dubbio su' suoi diritti.
Ciò irritava la superbia di lei.
Parlò con Cristina e deliberò di andare al convegno; risoluta a ingannarlo, a perderlo, se occorresse, a far tutto, pur ch'egli rinunziasse a lei. L'altro vi si recava invece con l'animo che, magari il mondo dovesse perire, egli non avrebbe rinunziato ad essa.
Mentre le feste continuavano nel parco, Enrica e Roberto si trovarono presso il ponte, che era chiamato dell'Inferno: attorno a loro erano boschetti di alberi.
Si rivedevano dopo molti mesi.
Roberto era cresciuto di forza e di bellezza: aveva acquistato una certa eleganza.
Appena scorse Enrica, le mosse incontro tutto baldanzoso e soddisfatto.
Ma fu sorpreso di trovar Enrica in tale stato di abbattimento, d'aspetto sì cagionevole: sì fredda e altera.
Le parole d'entusiasmo gli si gelarono sul labbro.
Enrica si reggeva appena in piedi.
Senza quel convegno, ella si sarebbe già coricata.
—È questa l'accoglienza che mi fai,—disse il figlio di Cicillo Jannacone,—dopo una separazione sì lunga…. Non ti ricordi ciò che mi dicesti nel momento della mia partenza?…
—Mi resta poco da vivere, Roberto,—incominciò, dissimulando, Enrica.—Io non posso più esser la moglie d'alcuno: sono gravemente ammalata. Mi ami tu?
—E me lo domandi? non v'è amore più forte, più tenero, più appassionato del mio. In tutti questi mesi non ho cessato di pensare a te un solo istante: il mio cuore ha sempre palpitato a' ricordi della nostra affezione.
—E bene: io ti domando una gran prova di amore.
—E io sarò felice di dartela, io che non voglio ormai più separarmi da te, o che spero ottenere tu mi segua ne' miei viaggi…. Fra poco io sarò ricco, già sono stimato, e ho un grado di cui ognuno può tenersi onorato…. Non sono più soltanto il misero figliuolo d'un contadino del duca…. Ma hai parlato al duca, a tuo padre, del nostro matrimonio?
Enrica si mordeva le labbra.
—Ho detto che aspetto da te una gran prova d'amore.
—Potevi rispondermi se hai parlato al duca del nostro matrimonio…. Tu comprendi la mia impazienza…. Quanto a darti prove d'amore, allorchè tu sii mia moglie in faccia al mondo, tu sai già non ve n'ha alcuna che mi potesse sembrar troppo grande…. Hai parlato, dunque, a tuo padre?
—Mio padre è tornato soltanto ieri….
—E tu avresti già dovuto parlargliene.
Enrica tremava, non sappiamo se di rabbia, di commozione, di sofferenza.
—Stanotte io ero entrato nel parco per l'impazienza di riveder questi luoghi, di farmi udire da te, di mostrarti ch'io non poteva occuparmi, se non di te…. Ho corso rischio di essere ucciso come un ladro… e tu sei così indifferente…. Ma non hai coraggio di parlare a tuo padre? Gli parlerò io stesso….
—Oh, impossibile!—esclamò Enrica inorridita.—Vi sarebbe fra te e lui una scena tremenda: come potrebbe egli perdonare a te suo servitore….—Enrica fece spiccare la parola,—-di aver abusato d'ogni sua generosità verso la tua famiglia, di aver osato ciò che hai osato?…
Roberto si sentiva, come schiaffeggiato da quelle parole.
Ma era anch'egli d'animo altero.
—Bisognava pensarci prima!—rispose risoluto.—Che tu non credessi io fossi uno di questi vagheggini imbecilli, che voialtre donne del bel mondo burlate a piacer vostro e cuoprite di ridicolo…. Enrica, io sono pronto a dare per te tutto il mio sangue, a goccia a goccia; sono pronto, se occorre, a seppellirmi vivo, a entrare in una tomba con te, per sfuggire ogni contrarietà… ma cederti ad altri, rinunziare al mio diritto… mai. Sai ch'io t'ho conquistata…. Tu mi costi umiliazioni, oltraggi, ingiurie d'ogni maniera, prima del nostro amore; dopo, ansie crudeli, notti insonni, il sacrificio di tutto me stesso a un solo scopo…. Tu sei la mia idea fissa… sei la sola cosa che desidero, che amo, che voglio possedere; ogni ostacolo che mi si opponga, se non potrò sormontarlo, lo spezzerò….
La sua veemenza faceva paura.
Protese un braccio per stringer la vita di Enrica….
Essa schivò quella carezza.
—Non ti riconosco!—mormorò Roberto pallidissimo.—A bordo, nelle mie notti insonni, vedevo spesso uno spettro, un cadavere, con una gran ferita, tutto sangue… Enrica,—disse Roberto angosciato e come fuori di sè,—tu vuoi la mia rovina: sento che qualche cosa di terribile si prepara.
Enrica provava un'interna soddisfazione di quelle parole; sembrava che esse corrispondessero a certi suoi perfidi disegni.
—No; essa riprese, simulando molta mansuetudine,—non bisogna andar a questi eccessi. Dobbiamo ragionar più freddamente. Che amore è il tuo, se non può sopportar un piccolo indugio? Parlando a mio padre, in momento inopportuno, io posso guastar tutto e in modo irrimediabile…. Che ne parli tu, non v'è, ripeto, neppur da pensarci. Egli potrebbe chiuder me in un convento: e chi sa in qual parte d'Europa seppellirmi per tutta la mia vita, chi sa dove, senza che tu sapessi più nulla di me: e contro di te che non potrebbe fare? Il duca non ti concederebbe mai l'onore di un duello: ti vorrebbe trattar di certo come un malfattore… e, se ben pensi, la tua condotta giustificherebbe… forse… a sua severità.
Roberto sentiva la febbre: le tempie gli martellavano: il sangue gli bolliva come lava nelle vene.
Pure egli ebbe ancora la forza di contenersi.
—Enrica,—disse, rattenendo la sua indignazione,—io ti trovo molto cambiata…. Io mi aspettavo un'accoglienza entusiastica, da innamorati: io avevo avuto la debolezza—la parola gli sfuggì—di credere alle tue promesse: ora mi vedo dinanzi una donna che pare si vergogni di me, arrossisca della nostra passione, abbia distrutto nel cuor suo le memorie del nostro amore….
—T'inganni,—riprese la giovane.—Già vedi come io soffro: e tu con queste violenze accresci il mio martirio.
—Violenze?—interruppe Roberto, che credeva esser riuscito, con sforzo sovrumano, a serbare la calma.—No, io non sono violento: no, io sono innamorato, appassionato, io ti adoro sino alla frenesia: io non posso più separarmi, più staccarmi da te: io debbo passar tutta tutta la mia vita a' tuoi piedi, obbedendoti come uno schiavo, indovinando ogni tuo cenno, ogni tuo desiderio, ogni tuo ordine; io posso, se vuoi, inalzarmi nell'onore, ne' gradi, migliorarmi con lo studio: sento che avrò la volontà, la forza, per piacer a te, di giungere molto in alto: ma se tu credi altrimenti, se la mia vita dev'esser tutta assorta in un amore sensuale, in un amore di fuoco per te, se io debbo essere il docile strumento d'ogni tuo capriccio, il tuo ludibrio; il trastullo d'ogni tua fantasia, io son pronto anche a questa esistenza, che ad altri potrà parer vile: io ti sacrificherò, se occorra, l'onore, la dignità: io lascerò si dicano di me i maggiori vilipendii: che tu mi hai comprato, che mi satolli come una bestia che ti dà piacere: tutto sopporterò: rinunzierò a' beni maggiori, all'amicizia, alla stima: solo il mio istinto, il mio cuore, i miei sensi, non consentiranno mai… ch'io ti ceda ad altri, che mi separi da te… No, no! Maledizione! guai a chi s'interponesse fra noi!
E Roberto singhiozzava come un fanciullo.
Avrebbe destato commozione in chiunque veder piangere in tal modo quell'uomo sì forte, sì prestante, sì altero.
Enrica stropicciava le foglie rosee, che cadevano da' fiori di un albero sul suo abito bianco.
Essa le distruggeva indifferente, come distruggeva le rosee illusioni di Roberto.
—Ritorno—continuava Roberto—dopo un lungo viaggio: cerco parlarti: tu ti presenti come una padrona, come una signora dinanzi al suo servo, non come una sposa innanzi all'uomo che ha davanti a Dio su di lei il massimo tra i diritti…. Poichè il padrone qui sono io!—disse Roberto in uno de' suoi impeti selvaggi,—e accerchiandole il collo, la accostò a sè, con una stretta di ferro, di quelle che Enrica già conosceva, e la baciò lungamente, da vero padrone di lei, sulle labbra.
Essa tremava: era divenuta in volto bianca come il suo abito: quel bacio di fuoco l'avea subito richiamata ad altre sensazioni e altre idee: ma incontanente il suo orgoglio le attuti.
—Dianzi ho cercato abbracciarti…—insisteva Roberto,—, e tu mi hai sfuggito, e vuoi ch'io sia calmo!
La scena andava troppo in lungo.
Enrica cominciava ad esser inquieta: non sapea più come tener a bada quell'innamorato sì pieno di foga.
Giungevano fino a loro i suoni e le grida di coloro che pigliavan parte alla festa nel parco: ma verso quel punto, com'abbiamo detto, nessuno mai si avvicinava.
A' loro piedi s'inabissava il precipizio, mugghiava il mare.
Enrica avea preparato un tranello, degno del suo animo raffinatamente perverso, e ora trepidava un poco sulla riuscita di esso.
Ella avea detto, con diabolica perfidia, al suo corteggiatore, il conte di Squirace, che, a una cert'ora, ella sarebbe stata presso il ponte che traversava il precipizio.
—Oh!—avea esclamato il bellimbusto, e avea fatto intendere che ve l'avrebbe presto raggiunta.
Il vanaglorioso credeva ad un convegno d'amore. Enrica gli aveva insinuato:
—Se, per caso, io parlassi con altra persona, non vi mostrate: nascondetevi in uno de' boschetti: però, se vi accorgeste che io avessi bisogno di aiuto, accorrete a difendermi….
Vedrà il lettore qual era il terribile disegno di Enrica e di quali risoluzioni ella avesse l'animo capace.
In fatti, il conte si avvicinava, tutto baldanzoso: uno scudiscio in mano: una gardenia all'occhiello.
Udì la voce di Roberto, e si nascose, com'Enrica gli aveva indicato.
Roberto si era inginocchiato dinanzi alla giovane e le diceva:
—Un'altra cosa mi ha colpito: il trovarti così accasciata, così disfatta. Qual è il motivo?… Che cosa ha logorato una parte della tua floridezza?
Enrica mostrava che quelle osservazioni la annoiassero.
—Ma tu sei sempre bella, anche così,—aggiunse l'innamorato, che l'attirava a sè, le premea la vita, i ginocchi: e lo invadeva un fremito al sentire, sotto l'abito leggerissimo indossato da Enrica, non ostante il pallore e la stanchezza del volto, molto più della sua floridezza ch'egli non avrebbe pensato.
—Però vorrei sapere il motivo perchè sei sì affranta e sì debole…—continuava.