—Mia moglie non vuol partire, e non partirà mai da Napoli…. anche se volesse; cioè se voi riusciste a vederla, a indurla a questo.
—Chi glielo impedirà?
—Io.
—Voi siete un pazzo!—esclamò Roberto incollerito,—voi mi spingete a perdere ogni moderazione, a uscire da ogni ritegno.—E febbrilmente Roberto toccava un acuminato tagliacarte, con impugnatura d'oro e lama d'acciaio, che era sul tavolino. Gli sguardi coruscanti, la fisonomia stravolta, promettevano poco di buono.—Ho avuto torto di venir qui—esclamò con voce soffocata dalla collera—sono in casa vostra…. debbo, fin che sia possibile, contenermi…. Non mi eccitate ad estremi…. Voi avete il fare sprezzante, provocante di certi uomini della vostra razza…. razza odiata, che si crede tutto permesso, e non ha la virtù di riparare onestamente, nobilmente a un'ingiustizia, a mali che ha cagionato e che sarebbe in suo potere di terminare…. Avrei dovuto farvi venir altrove…. E mi sarebbe bastata una parola per costringervi a recarvi da me, a umiliarvi innanzi a me…. Ma io sono generoso, e volevo risparmiarvi molto dolore…. Voi non sapete comprendere la grande bontà umana ch'è in certi animi, e che vi resta, malgrado le atroci sofferenze subite senz'averle meritate, malgrado i tradimenti, le viltà da cui furono angosciati…. Come vostra moglie, voi appartenete alla perfida genia di coloro, che non intendono e non ascoltano se non il proprio orgoglio, la propria sensualità: e non possono esser persuasi, convinti da una parola di giustizia, dalla forza di un affetto, dal merito di una pura intenzione….
—A udirvi parlare, si supporrebbe voi foste il modello degli uomini….
—Non proseguite negli scherni; se non volete cedere a me, ordinate alla principessa di venir qui dinanzi a me; ella potrà darvi qualche spiegazione…. Potrò a lei rivelare il segreto, che voi mi domandate, circa mia figlia…. V'ordino che facciate venir qui Enrica, colei che chiamate da anni vostra moglie, ma io ho diritti su di essa al pari di voi…. più legittimamente di voi!
Il principe lo guardava, in atto di chi ode una cosa nuova, anzi meravigliosa, e ne domanda, nel suo muto stupore, la spiegazione. Credeva opportuno fingere a quel modo. Roberto, dopo la sua eccitazione, si era accasciato sopra una sedia e sembrava aver perduto ogni energia.
—Sicchè, se mia moglie venisse qui,—continuava il principe, con sarcasmo che gli faceva sanguinar il cuore,—si troverebbe innanzi a due mariti; uno di cui s'è creduta vedova, che non ha pianto per morto…. questo non può dirsi…. ma s'è rallegrata fosse morto ed è sempre vivo…. l'altro sposato anche prima ch'ella potesse credersi vedova; e solo perchè avea l'idea d'essere riuscita a allontanare da sè il primo per sempre, a porre fra sè e lui una barriera insormontabile. La nostra situazione è strana…. molto strana…. Se ci fosse qui un commediografo!… Due uomini, che hanno sposato legittimamente una bella donna, e se la disputano: uno contro l'altro i due mariti, vivi, di una delle donne più seducenti che il mondo abbia visto: un principe rivale d'un assassino fuggito dal carcere…. Ah! ah! ah!
E il principe rideva, d'un riso secco, stridente, nervoso.
Come abbiamo detto, il principe non vedea la moglie da oltre una settimana. Avea schivato ogni incontro con lei; e a ciò lo sospingeva quella incertezza di cui non poteva guarirsi. Anche ora, mentre parlava con l'Amoretti, lo confondeva la perplessità su quello che dovea fare; non riusciva a dirsi aperto, risoluto il contegno, che dovea seguire, e con la moglie e con lo Jannacone, sebbene già in poche ore si fosse appigliato alle più varie e alle più severe determinazioni.
La principessa era inquietissima: s'era accorta che il marito la sfuggiva, e non osava affrontarlo. Non sapea più come liberarsi da gravi impegni di denaro che aveva contratti; e sentiva un malessere continuo; si stordiva in ogni modo per sfuggir al pensiero, che tornava sempre a crucciarla: quello di una catastrofe immensa, irreparabile. La mattina di tal giorno era uscita a cavallo, e s'era avviata verso Castellamare. A un tratto udì lo scalpitìo di un altro cavallo, che correva dietro il suo; poi le parve udir mormorare il suo nome; si volse e riconobbe il bel giovane, che serviva di primo commesso al Weill-Myot.
—Principessa,—egli disse, accostando il suo cavallo a quello di lei e scoprendosi il capo in atto molto ossequioso,—era sicuro di trovarvi qui…. nella vostra solita passeggiata…. Ho da dirvi cose molto gravi e…. funeste.
Le guancie della principessa, già rosse per la corsa, per la pungente aria mattutina, si fecero d'un incarnato più vivo.
—Avete ricevuto un mio biglietto ieri l'altro?—domandò ipocritamente il giovane.
—No,—rispose la principessa.
—Ora comprendo perchè non abbiamo risposta…. Oggi sono in scadenza i pagamenti di qualche centinaio di migliaia di lire per conto vostro…. Le avete?
—No…. no…. io non sapeva nulla!—rispose la principessa con voce concitata.—Mi cogliete all'improvviso: io non ho più denari: ho appena cinque, sei mila lire….
—I vostri gioielli?
—Ah!—La principessa fece un ghigno di scherno….
—Tutti…. tutti?…—chiese il giovane, come se avesse già compreso l'espressione della fisonomia di lei.—A proposito, debbo dirvi che vostro marito sa dei gioielli falsi, che voi avete mutato coi veri…. Ma io credeva si trattasse soltanto di alcuni….
—Mio marito sa?…
Aveano fermato i cavalli in luogo remoto, e favellavano, senza scender di sella. Era strano il colloquio sì intimo di que' due a cavallo: colloquio, che dovea decidere della vita di Enrica.
—Vi assicuro che vostro marito sa tutto….
—Sta bene,—disse la principessa,—provvederò….
—Ma urge il provvedere: pensate che c'è una cambiale in cui voi, in un istante di sovraeccitazione, e credendo poterla ricuperare e stracciare qualche ora dopo, avete falsificato la firma del Re.
Enrica trasalì.
—Ho capito, ho capito….—Con la sua corruzione, con la sua perfidia già avea pensato una cosa orribile, e in un istante: darsi finalmente al Weill-Myot, contentar il suo orgoglio, soddisfare la sua passione: per possederla egli avrebbe certo tutto sagriticato: e per lui il darle un milione, e più, non era un sagrifizio. Accomiatò il giovane con uno de' suoi gesti imperiosi. Egli si accinse a voltare il suo cavallo, mentre le ripeteva:
—È oggi l'ultimo giorno: o pagare, o una rovina inevitabile…. Noi non possiamo trattener più i vostri creditori!
Ella tornò indietro pian piano, lasciando le briglie lente, e meditando. Poi si dette, a un tratto, a una corsa vertiginosa. Le premeva di tornare a casa, di cercare fra i suoi gioielli. Tornò: salì nella sua camera: aprì lo stipo: si accorse che gli astucci dei gioielli erano stati messi sossopra: vide che era stato frugato tra le sue carte: ritrovò la lettera di Cristina, che ella non credeva aver conservato, aperta, sopra un mucchio di altri fogli in un cassetto.
Si rammentava benissimo d'aver lasciato in casa una sera la chiave dello stipo, che portava sempre con sè: e che avea palpitato per la dimenticanza. In quella sera suo marito dovea essere entrato nella camera; si dovea esser accorto di tutto.
Ma chi gli avea fatto sospettare che i gioielli fossero falsi? Il De Carlo l'avesse tradita? Non le sembrava possibile. A che prò? Il destino dunque si sfogava contro di lei e le suscitava contro misteriosi delatori. Ricevette un gran plico. Lo aprì. Le sue arti erano riuscite a meraviglia. Il re la nominava a una carica onoraria di Corte: inebriando il Venosa, umiliando Diana, ella aveva trionfato: la sua bellezza, già l'assicurava di trionfar sempre, e di tutto. Si consolava un po' fra tante angustie: la sua vanità tornava a ingigantire. Si rivestì d'un abito nero, che modellava a perfezione le sue forme: prima di uscire di nuovo, si guardò allo specchio, e mormorò cinicamente, avventatamente:
—Facciamo anche questa!
Ella andava a vendersi al Weill-Myot, per un prezzo, che non le parea punto caro: oramai era fuori di sè, o quasi non sapea più ciò che operava: avea la coscienza offuscata, ottenebrata dagli strabocchevoli vizi, agitata dalla paura della condizione terribile in cui s'era ridotta. Il Weill-Myot l'avea stretta in buona rete.
Quel giorno il banchiere americano avea ricevuto due telegrammi da New-York, che gli assicuravano il buon esito di certe sue grosse speculazioni: egli guadagnava il 17 e il 19 per cento su un vistoso numero di azioni di nuove linee di strada ferrata: guadagnava seicentomila lire su un rialzo di fondi americani. Oh, se la principessa non l'avesse offeso, aizzato contro di lei in altri tempi, avrebbe potuto permettersi tutte le prodigalità, sicura che egli non avrebbe mai mancato col suo ingegno, con la sua potenza di farle trovar i mezzi per i suoi fastosi capricci.
La principessa arrivò alla Banca Weill-Myot e domandò dell'americano. Egli era ne' suoi appartamenti, facea colazione col celebre pittore spagnuolo Murcillo. Questo artista, allora ricercato in tutta Europa, giunto a una gloria, che pochi hanno eguagliato nel nostro tempo, avea un grande studio in Napoli, nel palazzo del Creso americano: uno studio sontuoso, composto di tre grandi sale, ch'egli stesso gli avea fatto addobbare con sfarzi orientali.
E il pittore stava eseguendo due quadri per il banchiere.
La principessa fu fatta entrare nel salotto del banchiere, ove già l'abbiamo una volta incontrata.
Poi, fu dato subito annunzio al Weill-Myot della visita di lei.
—Le avete detto che siamo a tavola?—domandò il banchiere al suo impiegato, poichè egli teneva alle più volgari ostentazioni e voleva mostrare dinanzi a un suo subalterno che anche la visita di una principessa non era per lui gran cosa, che anzi poteva riuscirgli importuna.
—Gliel'ho detto, e l'ho fatta entrare nel salotto….
—Oh…. ma che pensate…. ricevetela subito…. Che diavolo? Una donna e una gentildonna!—disse l'artista spagnuolo, con la cavalleria propria della sua nazione e de' veri artisti. Ma il Weill-Myot era il Weill-Myot.
Si alzarono subito da tavola: e si recarono nel salotto ov'era la principessa. Il banchiere immaginava ciò che essa avrebbe desiderato da lui; però avea tenuto a farsi trovare in compagnia. Era il modo migliore per avvilirla di maggiore spregio e per far sì ch'ella risentisse più cocentemente le umiliazioni, che le avrebbe inflitte. Benchè accigliato, malcontento, di pessimo umore, all'annunzio di quella visita, il banchiere si sforzò di sorridere. Finse subito, nel trovarsi al cospetto della principessa, una grossolana familiarità. Le mise una mano sopra un braccio, come avrebbe fatto in segno di cordialità ad un amico, e le disse:
—Siamo felicissimi della vostra visita!
Quel riceverla in due era già un'insolenza.
—Vi presento il famoso pittore….
—Oh, il signor Murcillo,—disse Enrica, con un sorriso divino,—chi non lo conosce!
Il pittore s'inchinò con molto rispetto, e con profonda ammirazione della squisita bellezza che aveva dinanzi.
—Voi siete artista, principessa,—continuò il Weill-Myot, che parlava sempre famillionariamente, secondo un notissimo avverbio, alla gentildonna.
—Volete entrar nello studio del nostro Murcillo…. veder i suoi capilavori?
Entrarono nelle stanze, che servivano di studio allo spagnuolo. La principessa gettò alcune piccole grida di stupore dinanzi alle varie tele, sparse qua e là con apparente negligenza, dinanzi a' due quadri, in parte abbozzati, in parte presso che terminati.
—La vostra fama è grandissima, e pure il vostro merito la supera!—disse la principessa al pittore. Egli eccelleva sopra tutto nel dipingere le nudità femminine.
Nacquero dispute sa la perfezione di certe linee, su la appropriatezza di certi scorci in questa o quella figura.
Il pittore, estatico dinanzi alla bellezza della principessa, ammaliato dall'incantevole suo sorriso, dalla dolcezza della sua voce, già subiva quel fascino, a cui nessun uomo, salvo il Weill-Myot, dopo il risentimento provato pe' disdegni di lei, avea saputo sottrarsi.
La principessa andava da un quadro all'altro, osservava, criticava con vero acume, specialmente lodava; rideva ella stessa delle sottili malizie, che metteva in certi giudizi, e che si riferivano a segreti della bellezza femminile.
Il pittore la divorava con gli sguardi; indovinava le forme elette, che ella non nascondeva molto, per la stessa foggia d'abiti, sempre da lei prediletti a tale scopo.
—So che facevate colazione,—disse la principessa al Weill-Myot, e gli rivolgeva uno sguardo di fuoco.
—Oh!—esclamò il Weill-Myot accompagnando la esclamazione con un gesto, che voleva significare:—Ma ciò poco importa….
—Mi dorrebbe molto, caro Weill-Myot, avervi disturbato,—replicò la principessa col tuono più vellutato della sua voce. Ella incominciava i primi attacchi, e con strategica finissima, per vincere la sua battaglia.—Tornate a mangiare… vi aspetterò qui se volete…. Non mi riguardate come un'intrusa, o come una importuna…. Trattatemi con la familiarità di una antica amica.—Tutto questo fu detto con disinvoltura adorabile, e con la massima grazia.
Un'idea infernale balenava nella mente del Weill-Myot.
—Già che voi… principessa… siete sì buona… e mentre venite a parlarmi de' vostri affari, degnate trattarmi, non come un servitore pronto a tutti i vostri cenni, ma come un amico… vi dirò che noi avevamo quasi finito di far colazione….
—E allora finite… andate, e subito!—-ella disse, agitando in aria un guanto, che s'era cavato.
—Eravamo sul punto di bere un vino spumante, leggerissimo, delicato, che mi è stato spedito dall'America, che i buongustai americani preferiscono allo stessoChampagnedi miglior qualità… si chiama anziJolly—Champagne…. Lo farò recar qui: vorrete voi, principessa, degnar d'accettare che noi facciamo un brindisi alla vostra bellezza meravigliosa?… Non vorrei esser troppo ardito….
—Vi ho detto, caro Weill-Myot, che voglio mi trattiate come una vera amica: siamo nello studio di un grande artista; parliamoci d'arte, e trattiamoci da veri camerati…. Ve ne do l'esempio….—E la principessa si gettò su una larga ottomana, e vi cadde in modo che le sue tibie rimasero, in parte, scoperte. Volea dar al pittore un'idea delle sue perfezioni. Cedeva alla sua solita smania di far pompa di sè, di mostrare le sue bellezze.
Il Weill-Myot uscì per dar gli ordini opportuni, e stette un pezzetto a tornare.
Il pittore parlava con la principessa, che in quella posizione lo esaltava, gli mandava in fiamme il cervello.
—Felice l'artista,—egli mormorava,—che potesse condurre un'opera, studiandovi, avendovi a modello…. Egli lavorerebbe di certo per l'immortalità.
L'effetto, da lei prodotto sul pittore, le facea ben augurare dell'impresa, che era venuta a tentare sul Weill-Myot: sorrideva; ma, a dir vero, non avea mai dubitato seriamente che il Weill-Myot potesse resisterle.
Ammetteva gli uomini fossero sovente ingrati alla donna che li onora della sua predilezione; non ammetteva potessero esser ciechi, o non commovibili alla sua bellezza.
Arrivò un servitore maestoso, in ricchissima livrea: portava con sè un gran vassoio d'argento, con due bottiglie, e bicchieri infilati in custodiette d'argento.
Qualche istante appresso giunse il Weill-Myot. Egli facea versare alla principessa lo squisitissimo vino americano, di un nitido color d'ambra, vino riconfortante, di un gusto soave, di un delicato profumo. In una bottiglia il Weill-Myot avea gettato una sottilissima polvere, che dovea aver per effetto di suscitare nella principessa una sete inestinguibile, incitarla al bere, e darle un'ebbrezza assai forte, sebbene passeggera.
Il servitore, postosi dietro le ampie spalle della principessa, aprì le due bottiglie: versò il vino, secondo le istruzioni ricevute, ne' tre bicchieri.
Il Weill-Myot tolse dal vassoio un bicchiere e lo porse alla principessa: e tutti e tre in piedi fecero il brindisi.
—Il vino è davvero stupendo…. Si vede che il nuovo mondo, anche in questo genere, comincia a darci sublimi prodotti.
Il lettore sa già che la principessa beveva assai volentieri i vini molto generosi; non le occorrevano stimoli.
—Beviamo di nuovo!—ella disse tutta gaia. E il Weill-Myot fece un cenno al servitore, tenendo egli in mano il bicchiere della principessa. Ella bevve tre volte, in brevissimo tempo, di quel vino. Sentiva un benessere insolito, una vera letizia: e in quello studio, fra quelle forme di bellissimi corpi, carezzate dal pennello dell'artista, provava un fervore di sensualità, sempre in lei pronto a svegliarsi. Parlava un po' sconnessa, ma vivace, arguta, senza ritegni, con una libertà salace e raffinata. Si sarebbe detto che il suo scopo fosse l'eccitar que' due uomini alla più appassionata adorazione, alla più folle passione per lei.
Intanto, il principe smaniava nel suo palazzo e trascorreva le ore ne' dialoghi con Cristina e con Roberto.
—Vedete,—disse la principessa, accostandosi a un quadro,—l'anca di questa donna non è perfetta… in tale scorcio… in tal punto,—e l'indicava,—dovrebbe apparire più turgida….—Criticò il seno di un'altra figura di donna. Non v'era abbastanza colore: e l'epidermide d'una donna robusta, sia pur di finissima e bianchissima carnagione, ha un tessuto più vivo….—Qui,—continuava e indicava un altro punto,—c'è un errore….
Il pittore sorrideva: sorrideva la principessa. E si sforzava di sorridere il Weill-Myot.
Poi, risalendo col dito, la principessa indicava nel seno d'una figura di donna la fossetta in mezzo alle due collinette di rose e di neve, come le chiamavano un tempo i poeti.
—Qui, la linea,—disse al pittore, con il suo più furbesco sorriso,—è sbagliata.
—S'io potessi veder un modello, quale io lo sogno… mi accorgerei che tutto in questi quadri è sbagliato….
La principessa fece un piccolo gesto d'impazienza, come se volesse contradire il pittore.
—Sbagliato in questo senso: che non riproducono l'esemplare della vera, perfetta bellezza, sì raro a trovarsi…. Mi è permesso di parlar francamente?
Con un cenno Enrica gli dette ad intendere che a ciò l'invitava.
—La perfezione assoluta delle forme è propria soltanto di pochi, elettissimi esseri…. Si direbbe che la natura, nel produrre un corpo perfetto, faccia tali sforzi, che abbia bisogno di lunghi riposi…. La vita aristocratica, agiata, contribuisce alla perfezione delle forme…. Non è vero, ad esempio, che la ginnastica conferisca alla bellezza del corpo umano; essa dà lo sviluppo di alcune forme, a scapito di altre. Turba l'armonia…. Volete un modello assoluto di bellezza? Paolina Borghese: una dama aristocratica…. Felice il nostro Canova, che l'ha veduta…. Una donna bellissima, che cede allo scrupolo di non mostrar le sue forme, di tenerle velate anche all'occhio adoratore di un artista, sottrae al genere umano un vero tesoro…. Oh, se io potessi attuare un sogno, che ora m'agita la fantasia, un sogno forse troppo temerario… se potessi vedere la vostra bellezza divina….
La principessa era eccitata dalla spiritosa bevanda, dalla polvere inebriante, che il Weill-Myot vi avea gettato.
—Chi avrebbe scrupolo di mostrar ad un artista ciò che può dar ispirazione al suo ingegno, aumentare in lui l'idea della perfezione?…
—E poi la bellezza è passeggera…. l'anno, il giorno che corre, una malattia, possono sfiorarla, deteriorarla…. Un artista ha il potere di fissarla per sempre in una tela, nel marmo, nel bronzo, renderla immortale.
Vide un gesto della principessa; e pose su un cavalletto una gran tela.
Avea già in mano la tavolozza: tenea gli occhi fissi, estatici su la principessa, come se già scorgesse, o aspettasse di scorgere un'apparizione più che umana.
Ella guardava di sottecchi il Weill-Myot. Era per lui, che commetteva un tale ardimento.
Anche il banchiere avea gli occhi fissi su lei, ma i suoi sguardi non aveano la medesima espressione estatica di quelli del pittore. L'americano avea la febbre di vederla innanzi a sè, come si ammirano le statue, spoglia d'ogni indumento. Volea scrutare tutte le forme di lei: dirsi se avea desiderato veramente una donna nella sua struttura perfetta, e compiacersi nell'orgoglio di averla disprezzata.
Enrica era corsa dietro un magnifico paravento giapponese. I due udivano un fruscio di vesti.
Una mano frettolosa scioglieva nastri, strappava ciò che le era d'ostacolo.
Il pittore palpitava d'entusiasmo, poichè avea già indovinato la meravigliosa bellezza della principessa: il Weill-Myot era, per così dire, rovente di concupiscenza, e godeva nella coscienza della sua fierezza, nel pensiero della umiliazione a cui costei sarebbe fra poco discesa. Ella in quel mentre non pensava punto ad umiliarsi: la eccitavano due sentimenti: un sentimento di vaga poesia, che la consigliava a soddisfare l'artista, e la bramosia di veder riprodotti i suoi tratti, d'esser testimone dell'ammirazione, che avrebbero eccitato, dipinti maestrevolmente da un artista sì famoso. Poi, ripetiamo, la conquista del Weill-Myot, benchè tentata con tal mezzo, dovea provarle che, mercè la sua bellezza, ella poteva uscire facilmente da' passi più scabrosi.
—Oh, figuratevi,—diceva lo spagnuolo al Weill-Myot e la voce gli tremava,—se Tiziano non avesse trovato una vera patrizia, una gran dama, di forme sì squisite, che stesse dinanzi a lui perchè egli delineasse, colorisse quel quadro, cui danno il nome di Venere! Di rado un pennello di pittore ha reso con toni sì caldi e sì veri, la vita ch'è nel corpo umano, la vita dei pori, dei tessuti…. Non ostante certi lievi difetti, visibili solo a chi ha fatto dell'arte lo studio di tutta la vita, par che quel corpo si muova…. Tiziano avea goduto lo spettacolo della suprema bellezza poderosa, armonica, come è quella della principessa….
Già una gonna bianca, tutta trine, bene insaldata, era caduta fuori del paravento. Il bel fianco robusto vi avea lasciato il suo rilevato contorno.
A un tratto, la principessa uscì dal suo nascondiglio, seria, con un passo di Dea, e andò a porsi sopra una pedana, assai alta, e coperta di raso rosso.
I due uomini gettarono ciascuno una esclamazione.
Quella dell'artista dinotava un imparadisamento, una gioia fina, alta, estetica di tutto il suo essere: quella del Weill-Myot, un'ammirazione feroce e che si era espressa come un ruggito; era lo svegliarsi di tutti gl'istinti più brutali, che avviliscono l'uomo.
La bellezza luminosa, chè tale pareva, della principessa, sembrava irradiasse la stanza.
Il pittore non batteva palpebra: gettava linee: intrideva colori.Volle, a un certo istante, inginocchiarsele innanzi.
—È la prima volta ch'io vedo, e che adoro la vera bellezza umana…. Comprendo ora meglio gli antichi e i loro capolavori…. La bellezza armonica, perfetta, dovea essere, in un tempo, men rara!—Ritraeva con foga tutti i contorni robusti, e insieme fini, di quel corpo fiorente, in su la tela. Lo meravigliavano certe proporzioni. Il seno così ricolmo, così vigoroso, così in avanti, avrebbe deformato, reso volgare un altro corpo.
Stava benissimo in quel corpo sì maestoso, sì scultorio, di linee sì forti e pur sì schiette, I due be' dischi d'avorio si ergeano con tal forza lor propria e tal ardimento, a così dire, di natura, che il pittore non avrebbe mai osato adeguar tali linee, prima di aver l'idea d'un corpo sì ammirevole. Lo stupiva la sovrana bellezza della gamba, pur sì massiccia tra il fianco e il ginocchio, come si vede in certe grandi statue antiche, persino sotto i panneggiamenti. Era un delirio di bellezza, secondo la frase, che tra sè formava il pittore. Le linee convergevano sì armoniche, il colorito della pelle, tra roseo e bianco era sì vivo, sì venuste le fossette qua e là, sì azzurre le vene, tra la carne copiosa, polita come l'agata, d'un biancore marmoreo. Ella gioiva della follìa d'ammirazione a cui vedea in preda que' due uomini, in ispecie l'artista: nè l'uno, nè l'altro, benchè ricercatori della bellezza, aveano mai visto modello che, pur da lontano, l'agguagliasse. Si compiaceva, provocante, lasciva, in un'ebbrezza che ormai l'avvicinava al delirio, di quell'atto, come una sfida a' pregiudizii, come di una tortura inflitta a que' due uomini, spasimanti, ma che non osavano, per rispetto umano, e per quella specie di terrore che ispira la grande, assoluta bellezza, avvicinarsele.
La assoluta bellezza assomiglia a un prodigio, e, come ogni prodigio, ha una subita virtù di gettare nell'animo ammirato un certo terrore; sentimento che soltanto alcuni fortunati hanno provato: che è profondo, ma non è naturale, durevole.
Il pittore lavorava, lavorava, già avea fissato su la tela tutte le linee principali. Avea qua e là colorito con la prestezza di un uomo di gusto, avvalorato da una foga impetuosa, irresistibile.
Si alzò, a un tratto, come di scatto: ma sembrava pensoso, assorto, fuori di sè. Toccò con ambedue le mani la principessa, affinchè ella mutasse di un poco il suo atteggiarsi. Essa sentì che le mani di lui erano fredde come il ghiaccio. Egli era atterrito da quella superba, smagliante, potentissima bellezza; si sentiva in estasi, come se si fosse trovato di repente fra gli astanti d'un improvviso prodigio naturale. Volle veder il dorso nella robustezza, nella risentita fierezza delle linee; a spiegarci, in una certa solida ampiezza, nella gagliardezza e soavità delle seduzioni, sopravanzava le più stupende fra le statue antiche. Alla fine si vide un quadro; un quadro mezzo abbozzato, ma che avea già un'impronta di nuovo, di originale; un quadro, che già, a guardarlo, facea pensare e palpitare.
Più in là altri segni, altre forme; gliappuntidi un pittore; e tutti presi su la venustà di Enrica, in altro senso. Ma il primo quadro, con pochi tocchi, e pochi segni di colore, avea già del meraviglioso.
—Come intitolerete questo quadro?—domandò la principessa.
Il pittore esitò un poco: egli già avea nella mente il suo quadro compiuto; già lo scorgeva in tutti i suoi effetti e si esaltava; quello dovea essere il capolavoro de' suoi capolavori. Lo avrebbe mandato al prossimosalondi Parigi. La Francia intelligente, appassionata, egli n'era sicuro, sarebbe, attratta anche dal suo nome, passata tutta innanzi a tal quadro; avrebbe pensato, sospirato, palpitato innanzi ad esso. Allora la scuola naturalista era nel suo primo sboccio. Egli volea esser classico e naturalista insieme, e qualche cosa di più, come possono gli uomini di genio, che san percorrere i tempi. La bellezza della principessa, sì pura, sì grandiosa, e tanto singolare, era stato il vero alimento, di cui ancor bisognava la sua ispirazione.
—Come intitolerò il mio quadro?—egli domandò, poichè non rispondeva, ma interrogava sè stesso quasi avesse udito una voce nel mezzo di un sogno, tanto tutte le sue facoltà erano eccitate, tanto la sua commovibilità era esasperata. Parve star sopra pensiero un istante; affissò gli occhi di nuovo su la principessa: e pensò, esprimendo con le parole il pensier suo:—Intitolerò il mio quadro: "La Donna Nuda." Sarà la prima battaglia che dà la scuola realista, in mezzo a' pittori accademici…. I pochi realisti, che ora sono di là dall'Alpi,—pensava il Murcillo,—non valgono me: e poi non hanno veduto questa donna!
Accomodati i quadri nudi, postili in luogo sicuro, il pittore uscì: sentiva bisogno di aria: le sue tempia battevano, il sangue gli rifluiva al cuore: vedea la principessa come circonfusa da un nimbo di luce. Con le ultime linee tracciate su la tela, sembravano in lui ammorzati gli entusiasmi dell'artista: si riaccendevano gl'istinti dell'uomo. Temeva di apparire ridicolo innanzi al Weill-Myot, alla principessa. Non potea dimenticare ciò che avea veduto. Il Murcillo fece un cenno al Weill-Myot nell'uscire: voleva dire, tornerò fra un istante. Era uomo bizzarrissimo. Salì su la terrazza del palazzo: si mise a guardare i bellissimi orizzonti di Napoli: il mare, il Vulcano, le amene campagne: e subito il suo animo fu in quiete. Tanto splendore di bellezze volgeva i moti dell'animo suo tutti a una meta sublime. Egli era nato per l'ideale: la contemplazione del bello lo purificava sempre: la principessa, col suo sguaiato sorriso, con la voluttà che le sfavillava dagli occhi, lo aveva un istante affattucchierato.
Quando Io spagnuolo fu uscito, la principessa era già tornata dietro al paravento. L'ebbrezza in lei si dissipava a poco a poco. Ricopriva le sue belle forme, e l'agitava un pensiero maligno: la tentazione, che stava per esercitare sul Weill-Myot: non preparava una scena di seduzione, poichè gli sembrava inutile. Il Weill-Myot non avrebbe mai potuto resisterle. Il banchiere non toglieva lo sguardo dal paravento. A un tratto la principessa fece capolino: la sua testa di baccante si sporgea verso il Weill-Myot. I loro sguardi s'incontrarono: quelli di lei infiammati, tutti ardore, quelli di lui freddi, implacabili. Ella si fece innanzi: non già sì baldanzosa, come d'usato. Le entrava in cuore subitamente la consapevolezza del molto, o del troppo, che avea osato. Ma oramai non poteva ritrarsi. Tutto, la sua stessa disperazione, la spingeva a andar innanzi. Uscì, mezzo vestita, dal nascondiglio. Erano tuttora scoperte le sue braccia, scoperto quasi il seno palpitante. Si avvicinò al Weill-Myot. Egli era impassibile. Avea goduto della sua vista; non volea di più; l'umiliarla, il vendicarsi era, cioè, per lui il massimo piacere in quel momento. Si trovavano in faccia e a poca distanza l'uno dall'altro.
—Ho bisogno di voi,—disse la principessa, guardando di sotto in su.
—In che posso servirvi?—domandò con scherno mal velato l'americano.
—In che cosa potete servirmi? Ma non vedete che in questo istante,—ella replicò con l'abilità d'una astuta cortigiana,—voi siete il mio arbitro? Tocca a voi il far ciò che volete.
—Non v'intendo!
La principessa si sentì di nuovo molto angustiata.
—Sapete la mia rovina?—ella aggiunse con voce esitante.
—No, principessa; da un pezzo non mi occupo de' vostri affari.
—Voi mi avete tanto desiderata!
—È vero, principessa!—ribattè il Weill-Myot molto serio.
—E bene;—continuò, fra cinica e graziosa, la principessa,—io vengo a offrirvi un capitale, che fin ora non avete posseduto….
—E mi domandate in compenso?…—esclamò il Weill-Myot.—So che le donne come voi non s'inducono a tal passo per mera passione: o vi s'inducono in altro modo. S'io vi fossi piaciuto, non me lo avreste detto oggi…. L'avrei capito al primo istante in cui v'ho conosciuta…. Invece, non ebbi da voi, se non ripulse…. Ma parlate, può darsi,—la trattava come una vera cortigiana,—che io sostenga un piccolo sacrifizio…. per un capriccio.—Non poteva umiliarla di più.—Quanto mi domandate,—disse il Weill-Myot, che la teneva ora per una delle sue braccia bianche, morbide, robuste,—a rimediar la vostra rovina?
—Non tutto quello che io valgo,—rispose Enrica con una certa alterezza, poichè credeva averlo soggiogato.—Mi basta un milione!
—Un milione!—replicò il Weill-Myot.—È ben poco… è vero…. dato a una donna che si ama, e per un uomo, che può darlo, senza punto impoverirsi, senza che i suoi affari ne sieno menomamente impediti…. Voi avete già un'idea della mia ricchezza…. Sapete che potrei ben darvi il milione agognato…. Darei invece un milione per vedervi dinanzi a me più umiliata, più avvilita, se è possibile; che non siate adesso…. Sappiate che son io l'autore principale della vostra rovina….
—Voi?
—Io… A quest'ora vostro marito sa della vostra rovina, de' diamanti che gli avete rubato… poichè tale è la parola che conviene alla vostra azione…. Ah, credevate di venir qui, di ammaliarmi, di condurmi come uno dei tanti imbecilli di cui avete fatto le vostre vittime…. Credevate, voi, che una donna napoletana potesse riuscir a burlarsi d'un americano…. Pazza voi foste… non dirò altro….
"Ella è stata buona con me come Paolina Borghese col Canova", pensava in quel momento il gentil pittore spagnuolo, che si affrettava a tornar nello studio, non volendo la principessa partisse senza un suo comiato: e già avea fatto disegno d'offrirle un grazioso ricordo, che ella avrebbe ben potuto accettare.
Le risposte del Weill-Myot avean lasciato la principessa mezzo tramortita: tanto ciò che udiva era lontano da ogni suo pensiero.
—Voi mi avete troppo disprezzato…. E non avete capito, sempre ingenua nella vostra immensa malizia ch'io dovea ardere di uno sfrenato desiderio di vendetta…. Voi non siete abituata a trovar alcuna resistenza: e anch'io sono abituato a veder soddisfatto ogni mio desiderio…. In un urto fra voi e me, uno di noi dovea esser spezzato…. Io, se non avessi saputo attutire la fiamma di voluttà, che mi spingeva verso di voi…. Ma io ho trionfato di me stesso, e aspettava, ormai sicuro, dopo molte trepidanze, anzi paure di me, che voi sareste venuta a chieder mercè…. Noi siamo due creature al di sopra di molte…. Abbiamo doti rare, che ci poteano aiutare ad intenderci…. Ma eravamo entrambi troppo orgogliosi per amarci…. E l'orgoglio è la prima cagione d'ogni infelicità…. Il problema era questo: qual di noi due dovea esser più infelice. È toccato a voi… rassegnatevi. Eccovi l'unico rimedio, ch'io posso suggerirvi.—Le porse una fialettina di cristallo con cerniera d'oro; v'era dentro un liquido azzurrognolo.—Due goccie di questo liquido e tutto sarà finito!—Essa era pallida come una morta: digrignava i denti; non avea mai provato un tale invilimento, non s'era mai trovata tanto abbattuta.—Ripigliate le vostre vesti,—disse con tono altero e sprezzante il Weill-Myot,—fra pochi minuti il Murcillo sarà qui…. Mi meraviglio che già non sia tornato!
La principessa, senza dir verbo, corse a raccorre tutte le sue vesti; in pochi istanti finì d'acconciarsi. A un tratto il Weill-Myot se la vide dinanzi tutta minacciosa. Essa avea preso una pistola carica, dalla guaina in cui era infilata, in un angolo dello studio, e la puntava al petto del Weill-Myot. Questi raccapricciava d'orrore: domandava grazia.
—Vedete che una donna napoletana,—disse la principessa con piglio fra disperato e trionfante,—può ben vincere un…. americano! Ma non temete: io vi farò la grazia, che mi domandate: vi farò grazia della vita: essa dev'essere un giorno per voi il massimo de' tormenti….—E andò, con gran sangue freddo, a rimettere la pistola donde l'avea tolta.—Se con quell'arma alla gola, io vi avessi ora chiesto il milione, forse voi vi sareste trovato costretto a concedere alla violenza ciò che avete rifiutato alla mia irresistibil bellezza…. Irresistibile! Così un tempo io l'ho creduta!—e ruppe in singhiozzi.
Il Weill-Myot era già uscito dallo studio. Ella, inconscia di ciò che faceva, oppressa da un dolore che superava di gran lunga le sue forze, pur s'era fermata dinanzi al quadro di maggior dimensione, testè abbozzato dal pittore e vi contemplava la voluttuosa opulenza delle sue forme. Entrò di repente il Murcillo. Ella si scosse, come richiamata alla realtà. Il pittore le si volse subito con le parole del maggior rispetto, della più esaltata ammirazione.
La pregò di voler accettare un piccolissimo dono: meglio, un ricordo di lui. E le mostrava una testa di giovane greca: una testa ch'egli avea disegnato, colorito, studiando Diana, da lui conosciuta in casa del marchese di Trapani. Era provvidenza, o era un'insidia infernale che, proprio in quel punto supremo, fossero poste sotto gli occhi della principessa le sembianze di Diana, di sua figlia? Ella allontanò da sè con un gesto quella tela: con un gesto di ribrezzo, come se una sì soave, sì leggiadra immagine potesse ispirarle terrore. Nel vederla così nervosa, così confusa e trambasciata, il Murcillo immaginò che ella fosse pentita di ciò che avea fatto: temè volesse distruggere il quadro. Le domandò se provava rammarico di quello che avea compiuto poc'anzi, con termini molto cortesi e ritenuti. Essa si avviava per uscire.
—Ho fatto una cosa enorme!—disse al pittore, e gli passò dinanzi ratta, senza volgersi a salutarlo: uscì, prima ch'egli potesse accorrere ad accompagnarla.
—È pazza! è pazza!—ripeteva fra sè: e così spiegava la stranezza, che vi era stata nella condotta di lei.
Enrica era uscita, tenendo stretta in una mano la fialettina, offertale dal Weill-Myot. Gettatasi nella sua carrozza, dette ordine al cocchiere tornasse al palazzo. Per via incontrò Cristina, che facea cenni al cocchiere. Costui fermò i cavalli. Cristina si avvicinò alla portiera della carrozza. La principessa tirò giù il vetro e si sporse verso di lei per ascoltarla.
—Vostro marito—mormorò Cristina—sa tutto: sa che voi avevate sposato Roberto, che ne aveste una figliuola….
—Chi glielo ha detto?
—Gli ho venduto io il vostro segreto!
Enrica udì quelle parole come in un sogno. Le detter nel cuore soltanto pochi istanti dopo che Cristina l'ebbe pronunziate: quasi ne riudisse un'eco maligna. Cercò Cristina: essa si era dileguata. Non le mancava altro colpo: nulla in brevi ore le era stato risparmiato.
—A casa!—disse di nuovo al cocchiere con un tal tuono di voce ch'egli si domandò:
—Ma che può avere?… O sta per divenir pazza, o è malata!
Il cocchiere era poco rispettoso, ma imbroccava nel segno. Enrica era già pazza e malata. Salì in fretta le scale del palazzo, passò accanto ai servitori come un turbine, senza rispondere ai loro saluti: e entrò nelle sue stanze.
Sentì stringersele il cuore nel traversar que' salotti ove avea ricevuto tante adorazioni, ove avea sentito mormorare attorno a sè tante dichiarazioni d'amore, ove avea ricevuto tanti fiori, tanti omaggi. Erano tutti adorni di ricordi della sua vita: qua e là un oggetto brillava, mandava faville a' raggi del sole; le sembrava che ella rivedesse quelle mura, quei mobili, tutti que' ricordi per l'ultima volta. Gettò sopra un sofà il suo cappello, i suoi guanti: e sedette a una piccola scrivania di ebano: i gomiti su la scrivania, le mani su le guancie, gli occhi immoti, guardando dinanzi a sè, ma senza veder nulla…. Volea raccogliere, con uno sforzo supremo, il pensiero che fuggiva dalla sua mente; volea scrivere una lettera. Un servitore bussava alla porta del salotto attiguo a quello in cui ella si trovava.
—Entrate!—ella disse, sebbene ciò le recasse grave disturbo.—Un signore domanda di parlare a Vostra Eccellenza.
—Chi è?—Le presentò il vassoio d'argento su cui era un biglietto di visita. Ella lesse:—Ingegnere Amoretti.—Ah, appunto lui!—ella pensò.—In questo estremo momento giunge opportuno. Fatelo passare nella sala grande…. fra pochi minuti sarò da lui.—Volea restare un po' sola. Con le idee tumultuanti tornava su ciò che avea fatto. Il suo addio al mondo non era triste: ella avea lasciato un artista inebriato della sua bellezza: gli avea dato ispirazione per un capolavoro: il suo corpo vivrebbe all'ammirazione.
Sollevò la sua bella persona dalla sedia. Guardò contro luce la fialetta datale dal Weill-Myot; scosse il capo; pareva non le andasse a genio. Corse a uno stipo, prese un'altra fialetta, in cui era un liquido più chiaro, e la trangugiò senza riflettere un istante.
Andò nella sala ove avea fatto passar l'Amoretti. Egli era un po' all'oscuro. Lo salutò: si sedette; egli la vide, con gli occhi sfavillanti, il volto accesissimo; e sedutasi, avea posto una gamba accavallata su l'altra. Era la creatura provocante, sensuale, che Roberto avea sempre conosciuto: la creatura per lui irresistibile, dominatrice.
Entrando nella sala, la principessa non avea veduto un uomo nascosto dietro una portiera di raso paonazzo, con ricami d'oro, sebbene gli fosse passata d'accanto, lo avesse quasi toccato con la sua veste.
—Signora—le disse l'Amoretti, assai a bassa voce—io dovevo incontrarvi nella casa di una certa Cristina….
—Una canaglia!—interruppe la principessa.—Una bassissima canaglia!
Roberto si era trattenuto a lungo col principe: a poco a poco i loro animi s'erano acquietati; era sorta fra loro una mutua simpatia; l'uno e l'altro, animi nobilissimi, aveano avuto a comune una sventura: quella di amare una donna che li avea resi, l'uno e l'altro, sì profondamente infelici. Roberto avea raccontato al principe, a filo a filo, tutta la sua storia; gli avea detto sin della figliuola nata da Enrica: e come ella vivesse.
La notizia della nascita di costei, del modo onde ella era stata rapita, il saper che era Diana, diventata rivale della propria madre, che le disputava anche il fidanzato, commossero più volte il principe sino alle lacrime.
Aveano fissato tra loro che Roberto parlerebbe a Enrica, mentre il principe si sarebbe tenuto nascosto in modo da udir ogni loro dialogo. Egli voleva l'estrema prova: non era ancor vinta al tutto la sua incertezza. Roberto si assentava pure un istante e correva a prender Diana, che avean lasciato allora allora negli appartamenti del principe.
—Principessa,—disse l'Amoretti con tuono di voce più alto,—io ho conosciuto un uomo da voi molto amato.
—Lo so,—replicava la principessa.
Nulla vi era in lei di strano: sembrava calmissima: e soltanto aRoberto pareva che lo guardasse come se volesse affascinarlo.
—Egli è morto molto rassegnato, e benedicendovi per quello che gli avevate fatto soffrire.
La principessa si era alzata, mormorando:
—La voce…. la voce….—Avea preso per mano l'Amoretti, l'avea condotto di slancio presso la finestra: lo guardava e lo riguardava:—Il volto—disse—non è quello…. ma…. tu…. Ti riconosco alla voce…. e l'avrei riconosciuta fra mille…. sei Roberto…. Roberto, Roberto!—E se gli gettava al collo, si avvinghiava a lui.—Non mi parlare…. non imprecare…. non mi rimproverare…. non mi accusare… so che fui un mostro…. so che ho meritato da te i più atroci tormenti…. so che fui infame, traditrice…. abiettissima…. ma non mi dir nulla…. vieni là, là su quel divano…. lascia ch'io ti dia una prova suprema del mio amore…. prima che il mio cuore abbia cessato di battere…. Ti dedico gli ultimi, i più preziosi istanti della mia vita…. Voglio morire con un tuo bacio su le labbra…. Infine, tu sei il primo, l'unico uomo ch'io ho veramente amato….. Tu mi hai fatto conoscere il piacere…. tu mi hai perduta…. Prendimi adesso… sono sacra…. nessun altro mi avrà dopo di te….
Figurarsi il principe, che non poteva e non voleva ancora uscir dal suo nascondiglio. Egli la teneva per pazza in tal punto, e pazza la credette anche Roberto a quel parlare sconnesso. Lo trascinava verso il divano, e lo baciava.
Roberto sentiva riavvampare l'antica passione: si doleva sinceramente in tal punto d'aver consentito a far assistere il principe al suo abboccamento. Ora Enrica gli si abbandonava tutta su un braccio, come già in altro tempo. Ma, fortunatamente, egli ebbe subito onta di sè: gli tornarono altri pensieri: il pensiero della figlia, che era lì, a pochi passi da lui.
—Oh? tu vorresti ancor sedurmi,—disse Roberto inorridito, respingendo da sè Enrica, che cadde, o piombò, a dir meglio, sul divano.—Creatura perfida slealissima: vero demonio, che hai saputo avvelenare, distruggere tutta un'esistenza…. Tu mi hai accusato, calunniato, disonorato, condannato all'infamia, alle pene più inesorabili: e mi avevi condannato per tutta la vita: non è tuo merito, se ho rivisto la luce…. Tu avevi già saputo la mia morte, e te n'eri rallegrata…. lo so, lo so da Cristina….
—Perdona…. perdona, mio Roberto!—sclamava Enrica, tutta smaniante, e tendea le braccia verso di lui.
—Tu mi nascondesti perfino che mi avevi reso padre…. E avevi affidato a mani mercenarie la nostra creatura…. E ti rallegrasti anche per lei, quando sapesti ch'era morta….
—Questo no…. questo poi no…. ti giuro di no….
—Ma t'ingannarono…. non era morta…. Cristina l'aveva venduta….
—Eh,—gridò la principessa, facendo uno sforzo per sollevare la sua bella persona, e credendo subito a un inganno di Cristina.
—O l'aveva venduta o altri l'aveva rapita all'ubriaco, cui ella l'affidava….
—Dov'è ora questa cara creatura?—chiese singhiozzando la principessa.—Fa' ch'io la veda…. ch'io la veda….
Ella rotolò sul tappeto; vi rimase irrigidita.
Il principe accorse al fianco di Roberto; la rialzarono; essa già perdeva ogni forza.
—Mia figlia…. mia figlia,—esclamava,—voglio vedere mia figlia…. Oh, il mio animo non mi aveva dunque ingannato…. Ho nutrito, un tempo, per lei sì grande affezione!—Parlava lenta, con frasi rotte da singhiozzi, la persona agitata da un tremito.—Mi sono avvelenata!—disse con terribile risolutezza.—Mi rimangono pochi istanti da vivere…. Ogni rimedio è inutile…. La vita sarebbe un supplizio….
Nè Roberto nè il principe credevano a ciò che diceva.
—È una delle sue solite menzogne,—mormorò il principe con durezza.—Ma questa volta preparatevi a morire…. tutti gli stratagemmi saranno vani…. morirete…. per mia mano!
—No!—gridò Roberto,—non morirà.
—E chi m'impedirà di attuare il mio pensiero?…
—Io…. io, che la difenderò!
I due uomini stavano per scagliarsi l'un contro l'altro, divenir di nuovo implacabili nemici.
Una schiuma sanguigna uscì dalla bocca di Enrica: ella stralunava gli occhi. Il suo pallore era cadaverico.
—Mia figlia…. mia figlia,—tornò a esclamare.—Oh, se avessi saputo che avevo una figlia, non mi sarebbe accaduto nulla di ciò che m'è accaduto…. e che ora espio!
—Vi farò veder Diana,—disse Roberto concitatissimo;—ma, ad un patto, che essa non debba sapere che voi siete sua madre….
Con un cenno del capo assentì.
Roberto volò a prender Diana e tornò in pochi istanti. Già l'avea avvisata che la principessa stava per morire, e voleva riconciliarsi con lei.
Diana entrò, si gettò in ginocchio dinanzi alla principessa e le baciò una mano. Essa era già tutta contraffatta.
—Caro angiolo!—mormorò, e volle far uno sforzo per baciarla in fronte.
Mentr'era rimasta sola col marito, non avea detto verbo. Al cospetto di Diana prese una mano di Roberto e una del principe con le sue e bisbigliò:—Perdonatemi!—E guardando negli occhi i due uomini, dette un grido straziante e ricadde, poichè niuno pensava a sorreggerla. La sua agonia durò alcuni minuti. Un raggio di sole era venuto a posarsi sulla sua testa; e rendea orrido il pallore, spaventosa la contrazione della fisonomia.
Il principe stava immobile, come una statua, quasi fosse privo d'ogni sentimento; Diana piangeva a dirotto; due grosse lacrime rigavano le guancie di Roberto. Egli era il solo al mondo nel cui cuore fosse rimasto un palpito d'affetto per quella creatura.
In tale ora il Weill-Myot, chiamato a sè il suo primo commesso, gli ordinava:
—Si facciano rimettere valori per due milioni a Hooker e Cocker inAustralia…. intendo partecipare alla loro impresa.
—Con due milioni?… Ma è un'impresa rischiosa….
—E che m'importa di rischi?… Se si perdono due milioni noi non moriremo. Non lo credete?
Il commesso s'inchinò: andò ad eseguir gli ordini.
Pochi mesi dopo, Diana sposava il Venosa. Furon felici ed ebbero molti figli, com'è scritto in fine a certe novelle.
Diana, ricevuta l'eredità delle ricche parenti del marchese, la donava a lui: sebbene, dopo la spiegazione ch'egli avea avuto con Roberto, ella non consentisse a veder più l'uomo che avea sì ignobilmente speculato su di essa.
Marco Alboni sposò la grassa contessina: si ritirò in Sicilia, in un piccolo Comune di campagna, ove è consultato, rispettato, ha in chiesa la sua panca con il suo nome: visse anni: poi morì, già che è destino che tutti moiano, anche i bricconi più fortunati.
Il principe, lasciato Napoli, si recò a Parigi, e invecchiò in una vita di dissolutezze.
Qualche anno dopo la morte della principessa, Cristina, stringendosi al suo cacciatore, che avea sposato, gli diceva, mentre parlavano della loro antica padrona:
—Gliel'avevo detto che doveva esser mia vittima, che volevo vendicarmi di lei…. Ti ricordi, quando le feci pagare il nostro viaggio, che fu quasi una luna di miele?… Ma essa meritava un castigo: avea troppo tradito: e noi ci amiamo, non è vero, e ci ameremo sempre, per esser più felici….
Roberto avea consentito di vivere con Diana e il Venosa. Ma passava il più del tempo, anche nel cuor dell'inverno, solitario in una villa del Venosa. Andava spesso nella cappella di Mondrone, di cui i campi e lo splendido parco erano stati venduti ad altri proprietari, e ripensava al giorno in cui v'era entrato per sposare Enrica innanzi al vecchio abate. E spesso se ne andava su la tomba di lei: e si dicea melanconico:
—Non sono stato avventurato, ma è l'unica donna ch'io abbia amata: l'unica, che abbia fatto battere il mio cuore…. Essa mi rammenta le più cocenti sofferenze, i più grandi martirii: ma mi rammenta altresì le sole giornate d'amore, che abbiano illuminato la mia vita!
E sino a che visse tenne fede a questo amore sciagurato, ma inestinguibile. Allorchè, nel supremo momento della sua dipartita dal mondo, la figlia lo assisteva, egli, riguardando or Diana, ora un ritratto della principessa, a lui vicino, memore della virtù dell'immenso sagrifizio da lui compiuto, mormorava, quasi in un'estasi ineffabile:
—Ho amato! ho amato!—E il suo gran cuore si spezzava in un ultimo impeto d'affetto, nella appassionata concitazione delle rimembranze.