III.Tornano a fiorir le rose.La signora Eugenia passa ormai quasi tutto il suo tempo con Lulù: viene a prenderla la mattina, verso le nove, e poi, tra passeggiate, lezioni, giuochi, un po' a casa del signor Francesco, un po' a casa sua, tutto il giorno resta con lei. E anche la sera è immancabile all'ora del caffè; e quando la bimba, dopo aver saltato su e giù da tutte le poltrone e i canapè, dopo aver date tante botte aCochi, casca addormentata morta sulle ginocchia di qualcuno, la signora Eugenia la mette a letto colla Luisa, dopo averle fatto dire le orazioni.C'era un giorno, per altro, nel quale la buona signora voleva tenersi affatto libera e nel qualenon veniva da Lulù, altro che la sera: era l'undici di ogni mese. La sua mamma era morta, appunto, l'undici di febbraio e quel giorno, tutti i mesi, la signora Eugenia lo dedicava alla sua mamma e voleva in tutto quel giorno, restarsolacolla sua mamma.Oh, quand'era giovinetta, nelle pene e nelle ansietà di quei primi anni, quante preghiere, quante cose la piccola maestrina aveva da dire alla sua mamma, quando si recava a portarle, l'undici del mese, il suo mazzolino di fiori e non poteva darle che pochi momenti, dopo un'ora di corsa, magari sotto l'acqua o nella neve, dalla scuola lontana fino al cimitero!E quanto coraggio e quante speranze da ritrovare lì, loro due sole, loro due insieme, così unite le due anime, quella della povera mamma e quella della buona figliuola! E adesso invece, dopo tanti anni trascorsi così di volo, quante cose da ricordare, da ripensare e da godere sempre insieme... loro due sole, con un'intima profonda compiacenza: quella povera mamma, così cara, doveva essere contenta, soddisfatta ed anche un pochino fiera della sua figliuola!Il giorno undici non è mai stato, del resto, un giorno di tristezza per la signora Eugenia. È stata ed è la festa della sua mamma! Ormai libera.... milionaria, padrona di sè, ella può darle tutte le ore e tanti bei fiori!La mattina ascolta la messa che fa dire per la sua mamma, poi va a comperare i fiori, torna a casa, li dispone con cura, fa colazione e infine si reca al cimitero, dove rimane gran parte del pomeriggio.... Quando se ne torna nella sua casa così ordinata, tranquilla e linda com'è stata la sua vita e com'è la sua coscienza, leva dal cassettone tutte le care cosucce della sua mamma e degli altri suoi morti, guarda tutto a lungo, togliendo su ogni oggettino, ad uno ad uno, per riporli poi lentamente, ad uno ad uno, allo stesso posto, colla devota precisione della suora che richiude le reliquie nel tabernacolo, ma contenta, sorridente, tutta piena di memorie e.... sola.Sola?.... Ma è propria sola anche adesso, quando è colla sua mamma? Proprio tutta sola come una volta?No. Da qualche mese è venuto un terzo personaggio ad occupare un gran posto fra loro due.Francesco Roero s'è messo fra la mamma e la figliuola, è penetrato fra quelle due anime apertamente, francamente per le vie del cuore e della riconoscenza, nulla turbando, ma diffondendo un nuovo alito nella poesia della sua vita: il culto di quella tomba.Francesco Roero era già caro alla signora Eugenia per le molte benedizioni di tutte le sue vedove e di tutti i suoi vedovi e i sorrisi di tanti poveri bambini da lui così continuamente e così largamente soccorsi.... ma adesso era benedetto anche da un altro celeste sorriso, il sorriso di quella sua povera morta.Il giorno undici di ogni mese, la signora Eugenia inoltrando, quasi ansiosa nella melanconica galleria sotterranea del cimitero, scorge da lontano la nota lapide già tutta nascosta da fiori splendidi, freschissimi: una maraviglia, una fragranza che si effonde tutto all'intorno. È un pensiero, è un dono del signor Francesco, il quale sceglie poi l'occasione della festa d'Ognissanti per un altro dono, per un'altra improvvisata alla signora Eugenia, che la fa scoppiare in lacrime di sorpresa e di gioia: in mezzo ai fiori sorride, modellata con squisitoamore nel bronzo, l'immagino mite e dolce della mamma bellissima.È una limpida mattina di maggio; il Roero ha fatto la sua buona e bella cavalcata, ma un po' più breve del solito: è appunto il giorno in cui la signora Eugenia non si fa vedere; è il giorno undici. Bisogna essere a casa più presto, spogliarsi e far la doccia e rivestirsi in fretta, per poi uscir di nuovo per condurre a passeggio Lulù, e prima di tutto per andar a scegliere i fiori pel cimitero.— È alzata Lulù? — Domanda ad alta voce il Roero, mentre attraversa il salottino e le altre stanze per entrare nel gabinetto di toletta.— Sì! — Risponde allegramente la bimba con una vocina che sembra il trillo di un uccellino.Era contentissima di uscire conCochi, era contentissima di andare a prendere i fiori per la signora Eugenia.E appena è permesso entrare, ecco Lulù in tutto punto, col vestitino di giaconetta bianca, ricamato, a trasparenti rosa, un gran nastro rosacon un fiocco enorme e un cappellone magnifico, tutto rosa, che chiude il visino tondo e fa risaltare ancor di più i capelli e gli occhi nerissimi.— Sono pronta, io!— Brava! Sei più brava di me! — Risponde il Roero che ancora in maniche di camicia sta annodandosi la cravatta, e scopre Lulù nello specchio.— Io sto qui! — La bimba si diverte a veder il Roero vestirsi; salta sopra una seggiola e appoggiata alla finestra rimane in piedi, attentissima: — Che fai adesso?— Non vedi? Mi metto la cravatta.— BelloCochi!— Oh, bellissimo!Francesco dà in una gran risata. È allegro quella mattina e lo ha messo anche più di buon umore quel grand'uomo dell'Arcolei.Si sono incontrati poco prima; Francesco a cavallo, don Giulio in carrozza: e don Giulio, nell'espansione dei saluti, pareva, a momenti, che volesse buttarsi dallo sportello, mentre, fino a pochi giorni innanzi, fingeva sempre di non vederlo!... Da pochi giorni, invece, fingono di non vederlo il Faraggiola e l'Estensi, che gli avevano sempre mostrata una cordialità straordinaria.— Perchè questo cambiamento?.... Mah!.... Le mie idee, i miei scritti, la politica!..... Per altro, per le mie idee dovrebbe tenermi il broncio anche don Giulio!Francesco dà un'alzata di spalle e torna a ridere.— Che bei matti! Il mondo è proprio una gabbia di matti! A stare fuori, a osservare, è divertentissimo!.... Andiamo, Lulù! Sono pronto anch'io! Vedi come ho fatto presto? Andiamo a prendere i fiori per la signora Eugenia! Vuoi bene alla signora Eugenia?— Sì.— E a me?— Io ti sposo, dunque?Fuori, sotto la Galleria e sul Corso, Lulù dando la mano a Francesco e facendosi anche tirare un pochino, continua sempre a parlare a parlare colla vocina chiara e carezzosa: fa un'infinità di domande, sempre le solite; si ferma dinanzi alle vetrine, sempre le solite.Grandi soste e grandi esclamazioni di ammirazione e di maraviglia, dalla Bellotti dove ci sono le bambole, dalla Ghezzi dove ci sono i cappelli colle penne e gli uccellini, dal Guglianetti dove ci sono i ninnoli, i ventagli e gli ombrellini.— Andiamo, adesso, a prendere i fiori per la signora Eugenia?— Sì.— Dove andiamo?— Lo sai; andiamo dal Ferrario.— E a prendere il biscotto colla granita?— Andremo..... — Francesco finge di pensarci un poco. — Andremo aSanta Margheritao alCova. Dove vuoi.— Allora..... — Anche Lulù ci pensa, ma sul serio. Poi, siccome l'altra volta è stata aSanta Margherita, oggi sceglie ilCova, e continua a parlare a parlare e a camminare dando sempre la mano a Francesco e facendosi sempre tirare un pochino. La gente si volta e si ferma a guardarla, sorridendo.Ad un tratto il Roero si sente avvolto da un fruscìo di vesti, da un profumo che lo turba, da una biondezza che lo abbaglia, mentre una voce fresca, gaia, argentina, lo fa trasalire, sussultare, gli fa battere il cuore con violenza.— Che la veda anch'io questa bellezza, questo fiore, questo tesoro!E donna Stefania — la Fáni — ancora più fresca,ancora più bella, ancora più bionda e più alta nell'abito dicheviotbigio, scuro, attillatissimo. Ella ha presa e sollevata Lulù fra le braccia e la copre di baci schioccanti, risonanti.— Oh amore! Che amore!..... Amore, amore, amore... — E continuano i baci, per quanto Lulù, aggrottate le ciglia, divincolandosi, respinga colle manine quelle carezze, quella bocca.Francesco, prima pallido, poi rosso, colle tempie e i polsi che gli martellano, non sa dire una parola. Quella donna che lo fissa negli occhi e che gli parla avvicinando impercettibilmente la sua faccia alla sua, la sua bocca alla sua, è già ripenetrata in tutto il suo sangue, dentro tutti i suoi sensi.— M'avevano detto ch'era molto bella, — continua Stefania guardando sempre lui, non la bimba, — ma è ancora più bella, molto più bella di quanto si può immaginare! Vuoi le mie rose?... Prendi, carina, tesoro, amore! — E slacciata la giacchetta e strappandole nervosamente dallo sparato della camicetta di batista color viola, che sussulta all'anelito del bel seno colmo, offre tre magnifiche rose rosse a Lulù, dopo aver immerso con voluttà le nari e la bocca... sempre fissando Francesco.— Lulù ringrazia... ringrazia la signora.Lulù non ringrazia, non vuol prendere le rose e invece tira più forte, per allontanarsi, la mano del Roero.— Non vuoi le mie rose, tesoro?... Non le vuoi da me? No?... Ma da lui, sì, le prenderai, non è vero?... — E Stefania ride vittoriosa, dando le sue rose al Roero, che tenendo con una mano Lulù, e i fiori coll'altra, confuso, impacciato, non vedendo più che quella camicetta che palpita e si gonfia, quelle labbra rosse, quei denti bianchi e tutto quel biondo, risponde colla voce rotta;— È una selvaggia... Una piccola selvaggia. Da brava, Lulù, ringrazia... ringrazia la signora...— Andavate in giù? — Domanda Stefania, indicando con una mano il Corso versoSan Carlo.— Andavo... dal Ferrario.— Allora accompagnatemi all'hôtel; sono allaVille.Francesco non dice una parola, si volta, per ceder la dritta a Stefania e la segue macchinalmente, facendo sgambettare Lulù, tirandosela dietro con forza.— Sono stanca io... — borbotta la bimba sottovoce, imbronciata; ma nessuno l'ascolta.Stefania, mentre risponde affabile, graziosa, ai saluti e alle scappellate che riceve, spiega a Francesco, sempre fissandolo negli occhi, le labbra mobili, umide, i denti scintillanti, le nari frementi, come mai, invece che a casa sua, è andata all'albergo.— Sono arrivata stamattina, prestissimo, con Giulio, e la nostra casa è piena di operai. Mettiamo i caloriferi e cambio tutta la mia sala; vedrete! Si riparte subito, oggi stesso, per ora di pranzo! Carletto e Manòlo sono a Borgoprimo; non volevano lasciarmi partire! Sono furenti!... Quei nostri amici, invecchiando, diventano tiranni più che mai. Ma abbiamo dovuto fare questa corsa a Milano assolutamente. Giulio, oggi, ha una seduta della Giunta ed io ho una infinità di commissioni e di ordinazioni per i miei sposi...— I suoi sposi? — Pensa Francesco, e la guarda stupito.— Non sapete?... Ma come? Non sapete che mia cugina Luardi sposa Cencino Parodi?... Che il matrimonio l'ho combinato io? E che si fa il tre di giugno, a Borgoprimo, in casa mia?Francesco Roero ha un sussulto, si ferma unattimo su' due piedi. Non capisce più niente! È un sogno! È un sogno! Stefania — la Fáni — gli è apparsa in sogno come tante altre volte!— Ma sì! Cencino Parodi prende moglie e sposa mia cugina! Perchè quella faccia stupita? Che c'è di così strano? Ah, sicuro! Adesso capisco! Anche voi avete creduto che Cencino Parodi sia stato il mio amante!Stefania non ride più, diventa pallida e i suoi occhi si riempiono di lacrime: lacrime di collera e di dolore, di fierezza e di vergogna.— Anche voi! Già, sicuro, anche voi! — Mormora con voce più bassa. — Anche voi non avete capito niente! Anche voi come gli altri! Voi... peggio degli altri! Cencino Parodi, il mio amante?... Lo avete creduto, non è vero?... Lo credete ancora?... Voi! Proprio voi! Il solo che non avrebbe mai dovuto crederlo! Che non aveva il diritto di crederlo!..... Il Parodi non è stato il suo amante? Prende moglie? Sposa sua cugina?... Ed è lei stessa che gli ha dato moglie?...Sono giunti alla porta dell'albergo: Francesco è come stordito: si preme la fronte, non sa checosa dire, che cosa fare, e si ferma a bocca aperta, guardando Stefania.— Venite di sopra; un momento solo! Qui non si può parlare.— Vuol salire inlift? — Domanda, inchinandosi dinanzi alla baronessa, il piccologroomcol giacchettino verde.— No, non importa! Sono al primo piano! — Stefania vola su per l'ampio scalone, rapida, leggera, tra il fruscìo delle vesti che hanno il fremito dell'ali e spandono intorno il profumo dei fiori.Francesco la segue, sempre macchinalmente, affrettando il passo, stringendo più forte la manina di Lulù e alzandola per un braccio, perchè non abbia a incespicare negli ultimi gradini.— Sono stanca, io! — Ripete la bimba, ancor più pallida e più corrucciata.Entrano in un salotto; dall'uscio aperto si vede la camera da letto.— Sofia! — Chiama forte Stefania. — Sei lì?— Sissignora! — Risponde una voce dall'altra stanza.Donna Stefania si rivolge allora a Francesco.— Mi aspettate un istante? Dò alcuni ordinialla mia cameriera e torno subito! — Fissa ancora Francesco, e negli occhi ha un sorriso, un lampo. — Sono stufa di sarte e di modiste!... Tutta la mattina su e giù! Adesso basta! Riposo! Manderò Sofia! — Nervosa, mobilissima, ridendo e arrossendo, pronta, ardita e ad un tratto confondendosi impacciata, va sin sull'uscio dell'altra stanza, poi torna indietro e si ferma ancora col pretesto di Lulù.— Ma tu, carina, non essere in collera con me! Questo non si permette! E adesso che siamo qui soli, voglio un bacio! Mi devi dare un bacio! — Stefania prende le manine di Lulù, siede sul canapè, si tira Lulù sulle ginocchia, la stringe, preme il visino contro la sua faccia, mandandole il cappellone di traverso, per strapparle un bacio, ma è impossibile.— Non voglio, io!— Perchè sei cattiva! — Borbotta Francesco accigliato.— No! No! Non sgridatela! Non fate il burbero! Poco male! — Esclama Stefania con una risata. Ma subito diventa seria, osservando la bimba freddamente:— È molto bella! Ha il difetto, appunto d'esser troppo bella!... Non par vera!Contenta del suo frizzo, donna Stefania dà un'altra risatina e accarezza a lungo i capelli di Lulù spartiti lisci in mezzo alla fronte e cadenti in lunghi e grossi riccioloni, ornati sulle tempie da due piccoli nastrini rosa. — Che bei capelli! Che bel nero lucente!... Adesso ti daremo i dolci, per placarti!..... Francesco, guardate lì, sul tavolino; quella scatoletta di legno.....— Questa?— Sì; grazie!Stefania prende la scatoletta di dolci e l'offre aperta alla piccina che è scivolata giù dal canapè ed è corsa ad aggrapparsi alle gambe del Roero. Questi la spinge di nuovo verso donna Stefania.— Prendi un dolce e ringrazia!... Comincia ad essere un po' gentile!Lulù non prende niente; rimane ritta in piedi appoggiata con un fianco al canapè, senza nemmeno voler guardare la scatola.— No?.... Proprio no?.... Allora i dolci li metteremo qui! — Stefania pone la scatola aperta sul canapè, dinanzi a Lulù. — E tu li prenderaiquando saran passati i capricci!.... Va bene?... E le rose? — Guarda di nuovo Francesco. — Lemierose non sono per voi! — Si alza in collera, gli strappa le rose che Francesco aveva ancora in mano e le butta sul canapè, vicino alla scatoletta dei dolci — Sono di Lulù! Le ho colte io stessa, stamattina prestissimo. E mi sono anche punta! Guardate! — Avvicinandosi al Roero gli mostra una piccola graffiatura sulla mano rosea e trasparente, fatta per le carezze..... abbassa la voce, si avvicina ancor di più, fino a bruciargli il viso con una vampa di fiato caldo, odoroso: — Voi non li meritate i miei fiori!... Cattivo! — Nelle pupille c'è il tremolio di una lacrima, l'espressione di un gran dolore, ma è un attimo; di nuovo una risata e corre nell'altra stanza chiamando la cameriera e dandole tutti gli ordini, camminando su e giù, levandosi il velo, il cappellino, la giacchetta.Francesco, in faccia all'uscio rimasto aperto, la segue, la cerca ansioso cogli occhi; Lulù ritta, immobile, appoggiata con un fianco al canapè, non guarda i dolci, non guarda le rose: guarda ostinata per terra..... E la bella voce di Stefaniacontinua a risuonare nell'altra stanza, alta e melodiosa come un canto.— Sofia!— Signora.— Andrai tu dalla Challion; con tante cose, io ho fatto tardi e non ho più tempo!... Le dirai, sta ben attenta, che la contessina Luardi vuol tutto pronto, assolutamente, per la fine del mese e che per l'abito da viaggio ha scelto lapopeline noisettee la fodera digrosceleste. Hai capito?— Sissignora!— Andrai dalla Magugliani e le dirai, sempre per la contessina Luardi, che levalenciennes, per isauts de lit, le trova troppo basse.— Sissignora!— Andrai dalla Paulet: i miei due cappelli, quello digazecoililàper giardino e quello di paglia coibluets, voglio averli all'hôtel, per le cinque, senza fallo!— Sissignora.— Poi, va in cerca di monsignor Fabiani: se non lo trovi a San Fedele lo troverai a casa sua. Gli dirai che il matrimonio, come gli ho già scritto, è fissato per il giorno tre di giugno e che per lacerimonia religiosa.... No! no! Da monsignor Fabiani andrò io e se non posso oggi, farò un'altra corsa venerdì o sabato! E non dimenticarti della Laforet! Non ho quasi più guanti.... Lei sa già che cosa mi deve mandare.— Sissignora!Si sente chiudere un uscio.... si sentono allontanarsi lungo il corridoio dei piccoli passettini affrettati: è la cameriera che se ne va. Un momento di silenzio e di nuovo la voce di Stefania che chiama:— Signor Roero! Francesco!... Guardate un po' voi! Sofia ha chiuso il mionécessairee non so più aprirlo!Francesco si presenta sull'uscio e vede donna Stefania che si tien ritta nell'angolo tra la parete e i pie' del letto: ella gli fa cenno di chiudere e appena scattata la molla, gli afferra una mano tirandoselo vicino, nell'angolo, con un atto d'inquietudine.— Che non mi veda! Che non ci veda quella vostra Lulù! Guai se.... — Ma Stefania non può finire, le sue parole rimangono rotte, la sua bocca è soffocata da una furia di baci.Stefania con una mano allontana la faccia di Francesco dalla sua, ma coll'altra lo tien forte serrato contro il suo petto.— Sì, sono stata pazza, pazza! Ma per vendetta! Perchè volevo vendicarmi di voi! Ho perduta la testa, ma per voi! E voi, invece, avete creduto.... come gli altri! Dopo che per voi avevo tutto arrischiato! Dopo quella sera! Vi ricordate? Quella sera in casa vostra? Invece di amarmi di più, siete fuggito; non vi siete fatto più vedere, ed io ero furente, furente, disperata! Per questo, mio marito, Carletto, Manòlo, vedendomi sempre nervosa, come matta, diventavano ancor più insopportabili! Non potendo più esser gelosi di voi, eravate sparito, hanno inventato il Parodi! Mi fanno scene per il Parodi; mettono su mio marito, che a sua volta mi fa scene per il Parodi; ed io allora che avevo già perso la testa, ma per voi, perdo anche la pazienza e mi servo del Parodi — un ragazzo — lo conoscete? — nient'altro che un ragazzo — per vendicarmi di voi e per liberarmi di tutti quegli altri.... che non posso più soffrire!Francesco fissa sempre Stefania, acceso, sconvoltoda quella voce sommessa, ma calda, armoniosa voluttuosa; quella voce lo esalta, lo eccita, ma la voce soltanto, senza intendere, senza badare alle parole, al senso delle parole. Che importa se sia la verità o sieno tutte menzogne? È la donna che lo ha ripreso, quella donna così bella e così bionda, che gli è sfuggita, ed ora è tornata, la sola donna che esiste per lui da due anni, ch'egli vuole da due anni e che è lì, che ha lì, finalmente!... Essa è lo scopo, la vita, il perchè! Si è sempre ingannato, ha voluto ingannarsi! Lei, lei, per un'ora, per un attimo, e che tutto il mondo precipiti!... Che importa a lui di tutto il mondo?Stefania, vicina, accarezzandogli le mani, continua a parlare a parlare, a piangere, a sorridere e a parlare ancora sottovoce, sommessamente, non più offesa, adirata, nervosa, ma languida, tenera, appassionata:— Non ho rimorsi, però; no, non ho rimorsi! Posso aver fatta la mia infelicità, ma non la vostra! A me sola ho fatto del male, non a voi! Voi avete lavorato, siete salito in alto! Tutti parlano di voi con entusiasmo, con ammirazione! Io ho letto tutto, sempre! Mentre voi mi avete dimenticata,io invece ho sempre vissuto di voi, con voi!— No! No! Io non ti ho dimenticata, no! E da quella sera che ti aspetto!... Quando sei stata a casa mia!La voce di Francesco è rauca, rotta, tremante.... la bella voce di Stefania continua invece dolcissima, chiara anche fra le lacrime.— Non volevo più rivedervi! Capivo che non sarei stata più sicura di me e volevo serbare, chiusa nell'anima, tutta la mia poesia! Rivedervi? E poi?... Non avevo niente da dirvi perchè vi avevo perdonato; non avevo niente da chiedervi perchè mi avevate dimenticata! E ciò è stato possibile, e l'anima ha vinto finchè siamo rimasti lontani l'una dall'altro... Ma poi, stamattina, appena mi siete apparso, addio fierezza, dignità, proponimenti, giuramenti... Adesso andate, andate... vi prego... andate via!— Ah no, questo no, no! — Risponde il Roero pallidissimo, torvo in viso, afferrandola minaccioso per un braccio.Stefania, coi muscoli che diventano d'acciaio sotto la pelle morbida di raso, si scioglie ancora, lorespinge lontano e indicandogli l'uscio chiuso, bisbiglia sottovoce:— Lulù!... Di là c'è Lulù!— Allora?Stefania lo guarda e promette cogli occhi prima di rispondere:— Passate con un brum dalleGrazie... alle due. Mi prenderete con voi, mi terrete con voi, dove volete, fino a stasera... — Subito si asciuga gli occhi, si aggiusta i capelli, corre nel salottino e di nuovo scoppia in una gran risata avvicinandosi a Lulù.— Che cosa hai fatto, carina?... Ma che cosa hai fatto?Lulù era sempre ritta, immobile al suo posto, sempre imbronciata, appoggiata di fianco al canapè: tutti i dolci erano stati buttati, sparsi per terra, la scatola rotta, le rose strappate e peste.Francesco febbricitante, scomposto, cogli occhi stravolti, non guarda Lulù, non la vede nemmeno: l'afferra per una manina e la trascina via precipitosamente, quasi di corsa, facendosela trottar dietro col gran cappellone rosa tutto di traverso.
La signora Eugenia passa ormai quasi tutto il suo tempo con Lulù: viene a prenderla la mattina, verso le nove, e poi, tra passeggiate, lezioni, giuochi, un po' a casa del signor Francesco, un po' a casa sua, tutto il giorno resta con lei. E anche la sera è immancabile all'ora del caffè; e quando la bimba, dopo aver saltato su e giù da tutte le poltrone e i canapè, dopo aver date tante botte aCochi, casca addormentata morta sulle ginocchia di qualcuno, la signora Eugenia la mette a letto colla Luisa, dopo averle fatto dire le orazioni.
C'era un giorno, per altro, nel quale la buona signora voleva tenersi affatto libera e nel qualenon veniva da Lulù, altro che la sera: era l'undici di ogni mese. La sua mamma era morta, appunto, l'undici di febbraio e quel giorno, tutti i mesi, la signora Eugenia lo dedicava alla sua mamma e voleva in tutto quel giorno, restarsolacolla sua mamma.
Oh, quand'era giovinetta, nelle pene e nelle ansietà di quei primi anni, quante preghiere, quante cose la piccola maestrina aveva da dire alla sua mamma, quando si recava a portarle, l'undici del mese, il suo mazzolino di fiori e non poteva darle che pochi momenti, dopo un'ora di corsa, magari sotto l'acqua o nella neve, dalla scuola lontana fino al cimitero!
E quanto coraggio e quante speranze da ritrovare lì, loro due sole, loro due insieme, così unite le due anime, quella della povera mamma e quella della buona figliuola! E adesso invece, dopo tanti anni trascorsi così di volo, quante cose da ricordare, da ripensare e da godere sempre insieme... loro due sole, con un'intima profonda compiacenza: quella povera mamma, così cara, doveva essere contenta, soddisfatta ed anche un pochino fiera della sua figliuola!
Il giorno undici non è mai stato, del resto, un giorno di tristezza per la signora Eugenia. È stata ed è la festa della sua mamma! Ormai libera.... milionaria, padrona di sè, ella può darle tutte le ore e tanti bei fiori!
La mattina ascolta la messa che fa dire per la sua mamma, poi va a comperare i fiori, torna a casa, li dispone con cura, fa colazione e infine si reca al cimitero, dove rimane gran parte del pomeriggio.... Quando se ne torna nella sua casa così ordinata, tranquilla e linda com'è stata la sua vita e com'è la sua coscienza, leva dal cassettone tutte le care cosucce della sua mamma e degli altri suoi morti, guarda tutto a lungo, togliendo su ogni oggettino, ad uno ad uno, per riporli poi lentamente, ad uno ad uno, allo stesso posto, colla devota precisione della suora che richiude le reliquie nel tabernacolo, ma contenta, sorridente, tutta piena di memorie e.... sola.
Sola?.... Ma è propria sola anche adesso, quando è colla sua mamma? Proprio tutta sola come una volta?
No. Da qualche mese è venuto un terzo personaggio ad occupare un gran posto fra loro due.Francesco Roero s'è messo fra la mamma e la figliuola, è penetrato fra quelle due anime apertamente, francamente per le vie del cuore e della riconoscenza, nulla turbando, ma diffondendo un nuovo alito nella poesia della sua vita: il culto di quella tomba.
Francesco Roero era già caro alla signora Eugenia per le molte benedizioni di tutte le sue vedove e di tutti i suoi vedovi e i sorrisi di tanti poveri bambini da lui così continuamente e così largamente soccorsi.... ma adesso era benedetto anche da un altro celeste sorriso, il sorriso di quella sua povera morta.
Il giorno undici di ogni mese, la signora Eugenia inoltrando, quasi ansiosa nella melanconica galleria sotterranea del cimitero, scorge da lontano la nota lapide già tutta nascosta da fiori splendidi, freschissimi: una maraviglia, una fragranza che si effonde tutto all'intorno. È un pensiero, è un dono del signor Francesco, il quale sceglie poi l'occasione della festa d'Ognissanti per un altro dono, per un'altra improvvisata alla signora Eugenia, che la fa scoppiare in lacrime di sorpresa e di gioia: in mezzo ai fiori sorride, modellata con squisitoamore nel bronzo, l'immagino mite e dolce della mamma bellissima.
È una limpida mattina di maggio; il Roero ha fatto la sua buona e bella cavalcata, ma un po' più breve del solito: è appunto il giorno in cui la signora Eugenia non si fa vedere; è il giorno undici. Bisogna essere a casa più presto, spogliarsi e far la doccia e rivestirsi in fretta, per poi uscir di nuovo per condurre a passeggio Lulù, e prima di tutto per andar a scegliere i fiori pel cimitero.
— È alzata Lulù? — Domanda ad alta voce il Roero, mentre attraversa il salottino e le altre stanze per entrare nel gabinetto di toletta.
— Sì! — Risponde allegramente la bimba con una vocina che sembra il trillo di un uccellino.
Era contentissima di uscire conCochi, era contentissima di andare a prendere i fiori per la signora Eugenia.
E appena è permesso entrare, ecco Lulù in tutto punto, col vestitino di giaconetta bianca, ricamato, a trasparenti rosa, un gran nastro rosacon un fiocco enorme e un cappellone magnifico, tutto rosa, che chiude il visino tondo e fa risaltare ancor di più i capelli e gli occhi nerissimi.
— Sono pronta, io!
— Brava! Sei più brava di me! — Risponde il Roero che ancora in maniche di camicia sta annodandosi la cravatta, e scopre Lulù nello specchio.
— Io sto qui! — La bimba si diverte a veder il Roero vestirsi; salta sopra una seggiola e appoggiata alla finestra rimane in piedi, attentissima: — Che fai adesso?
— Non vedi? Mi metto la cravatta.
— BelloCochi!
— Oh, bellissimo!
Francesco dà in una gran risata. È allegro quella mattina e lo ha messo anche più di buon umore quel grand'uomo dell'Arcolei.
Si sono incontrati poco prima; Francesco a cavallo, don Giulio in carrozza: e don Giulio, nell'espansione dei saluti, pareva, a momenti, che volesse buttarsi dallo sportello, mentre, fino a pochi giorni innanzi, fingeva sempre di non vederlo!... Da pochi giorni, invece, fingono di non vederlo il Faraggiola e l'Estensi, che gli avevano sempre mostrata una cordialità straordinaria.
— Perchè questo cambiamento?.... Mah!.... Le mie idee, i miei scritti, la politica!..... Per altro, per le mie idee dovrebbe tenermi il broncio anche don Giulio!
Francesco dà un'alzata di spalle e torna a ridere.
— Che bei matti! Il mondo è proprio una gabbia di matti! A stare fuori, a osservare, è divertentissimo!.... Andiamo, Lulù! Sono pronto anch'io! Vedi come ho fatto presto? Andiamo a prendere i fiori per la signora Eugenia! Vuoi bene alla signora Eugenia?
— Sì.
— E a me?
— Io ti sposo, dunque?
Fuori, sotto la Galleria e sul Corso, Lulù dando la mano a Francesco e facendosi anche tirare un pochino, continua sempre a parlare a parlare colla vocina chiara e carezzosa: fa un'infinità di domande, sempre le solite; si ferma dinanzi alle vetrine, sempre le solite.
Grandi soste e grandi esclamazioni di ammirazione e di maraviglia, dalla Bellotti dove ci sono le bambole, dalla Ghezzi dove ci sono i cappelli colle penne e gli uccellini, dal Guglianetti dove ci sono i ninnoli, i ventagli e gli ombrellini.
— Andiamo, adesso, a prendere i fiori per la signora Eugenia?
— Sì.
— Dove andiamo?
— Lo sai; andiamo dal Ferrario.
— E a prendere il biscotto colla granita?
— Andremo..... — Francesco finge di pensarci un poco. — Andremo aSanta Margheritao alCova. Dove vuoi.
— Allora..... — Anche Lulù ci pensa, ma sul serio. Poi, siccome l'altra volta è stata aSanta Margherita, oggi sceglie ilCova, e continua a parlare a parlare e a camminare dando sempre la mano a Francesco e facendosi sempre tirare un pochino. La gente si volta e si ferma a guardarla, sorridendo.
Ad un tratto il Roero si sente avvolto da un fruscìo di vesti, da un profumo che lo turba, da una biondezza che lo abbaglia, mentre una voce fresca, gaia, argentina, lo fa trasalire, sussultare, gli fa battere il cuore con violenza.
— Che la veda anch'io questa bellezza, questo fiore, questo tesoro!
E donna Stefania — la Fáni — ancora più fresca,ancora più bella, ancora più bionda e più alta nell'abito dicheviotbigio, scuro, attillatissimo. Ella ha presa e sollevata Lulù fra le braccia e la copre di baci schioccanti, risonanti.
— Oh amore! Che amore!..... Amore, amore, amore... — E continuano i baci, per quanto Lulù, aggrottate le ciglia, divincolandosi, respinga colle manine quelle carezze, quella bocca.
Francesco, prima pallido, poi rosso, colle tempie e i polsi che gli martellano, non sa dire una parola. Quella donna che lo fissa negli occhi e che gli parla avvicinando impercettibilmente la sua faccia alla sua, la sua bocca alla sua, è già ripenetrata in tutto il suo sangue, dentro tutti i suoi sensi.
— M'avevano detto ch'era molto bella, — continua Stefania guardando sempre lui, non la bimba, — ma è ancora più bella, molto più bella di quanto si può immaginare! Vuoi le mie rose?... Prendi, carina, tesoro, amore! — E slacciata la giacchetta e strappandole nervosamente dallo sparato della camicetta di batista color viola, che sussulta all'anelito del bel seno colmo, offre tre magnifiche rose rosse a Lulù, dopo aver immerso con voluttà le nari e la bocca... sempre fissando Francesco.
— Lulù ringrazia... ringrazia la signora.
Lulù non ringrazia, non vuol prendere le rose e invece tira più forte, per allontanarsi, la mano del Roero.
— Non vuoi le mie rose, tesoro?... Non le vuoi da me? No?... Ma da lui, sì, le prenderai, non è vero?... — E Stefania ride vittoriosa, dando le sue rose al Roero, che tenendo con una mano Lulù, e i fiori coll'altra, confuso, impacciato, non vedendo più che quella camicetta che palpita e si gonfia, quelle labbra rosse, quei denti bianchi e tutto quel biondo, risponde colla voce rotta;
— È una selvaggia... Una piccola selvaggia. Da brava, Lulù, ringrazia... ringrazia la signora...
— Andavate in giù? — Domanda Stefania, indicando con una mano il Corso versoSan Carlo.
— Andavo... dal Ferrario.
— Allora accompagnatemi all'hôtel; sono allaVille.
Francesco non dice una parola, si volta, per ceder la dritta a Stefania e la segue macchinalmente, facendo sgambettare Lulù, tirandosela dietro con forza.
— Sono stanca io... — borbotta la bimba sottovoce, imbronciata; ma nessuno l'ascolta.
Stefania, mentre risponde affabile, graziosa, ai saluti e alle scappellate che riceve, spiega a Francesco, sempre fissandolo negli occhi, le labbra mobili, umide, i denti scintillanti, le nari frementi, come mai, invece che a casa sua, è andata all'albergo.
— Sono arrivata stamattina, prestissimo, con Giulio, e la nostra casa è piena di operai. Mettiamo i caloriferi e cambio tutta la mia sala; vedrete! Si riparte subito, oggi stesso, per ora di pranzo! Carletto e Manòlo sono a Borgoprimo; non volevano lasciarmi partire! Sono furenti!... Quei nostri amici, invecchiando, diventano tiranni più che mai. Ma abbiamo dovuto fare questa corsa a Milano assolutamente. Giulio, oggi, ha una seduta della Giunta ed io ho una infinità di commissioni e di ordinazioni per i miei sposi...
— I suoi sposi? — Pensa Francesco, e la guarda stupito.
— Non sapete?... Ma come? Non sapete che mia cugina Luardi sposa Cencino Parodi?... Che il matrimonio l'ho combinato io? E che si fa il tre di giugno, a Borgoprimo, in casa mia?
Francesco Roero ha un sussulto, si ferma unattimo su' due piedi. Non capisce più niente! È un sogno! È un sogno! Stefania — la Fáni — gli è apparsa in sogno come tante altre volte!
— Ma sì! Cencino Parodi prende moglie e sposa mia cugina! Perchè quella faccia stupita? Che c'è di così strano? Ah, sicuro! Adesso capisco! Anche voi avete creduto che Cencino Parodi sia stato il mio amante!
Stefania non ride più, diventa pallida e i suoi occhi si riempiono di lacrime: lacrime di collera e di dolore, di fierezza e di vergogna.
— Anche voi! Già, sicuro, anche voi! — Mormora con voce più bassa. — Anche voi non avete capito niente! Anche voi come gli altri! Voi... peggio degli altri! Cencino Parodi, il mio amante?... Lo avete creduto, non è vero?... Lo credete ancora?... Voi! Proprio voi! Il solo che non avrebbe mai dovuto crederlo! Che non aveva il diritto di crederlo!
..... Il Parodi non è stato il suo amante? Prende moglie? Sposa sua cugina?... Ed è lei stessa che gli ha dato moglie?...
Sono giunti alla porta dell'albergo: Francesco è come stordito: si preme la fronte, non sa checosa dire, che cosa fare, e si ferma a bocca aperta, guardando Stefania.
— Venite di sopra; un momento solo! Qui non si può parlare.
— Vuol salire inlift? — Domanda, inchinandosi dinanzi alla baronessa, il piccologroomcol giacchettino verde.
— No, non importa! Sono al primo piano! — Stefania vola su per l'ampio scalone, rapida, leggera, tra il fruscìo delle vesti che hanno il fremito dell'ali e spandono intorno il profumo dei fiori.
Francesco la segue, sempre macchinalmente, affrettando il passo, stringendo più forte la manina di Lulù e alzandola per un braccio, perchè non abbia a incespicare negli ultimi gradini.
— Sono stanca, io! — Ripete la bimba, ancor più pallida e più corrucciata.
Entrano in un salotto; dall'uscio aperto si vede la camera da letto.
— Sofia! — Chiama forte Stefania. — Sei lì?
— Sissignora! — Risponde una voce dall'altra stanza.
Donna Stefania si rivolge allora a Francesco.
— Mi aspettate un istante? Dò alcuni ordinialla mia cameriera e torno subito! — Fissa ancora Francesco, e negli occhi ha un sorriso, un lampo. — Sono stufa di sarte e di modiste!... Tutta la mattina su e giù! Adesso basta! Riposo! Manderò Sofia! — Nervosa, mobilissima, ridendo e arrossendo, pronta, ardita e ad un tratto confondendosi impacciata, va sin sull'uscio dell'altra stanza, poi torna indietro e si ferma ancora col pretesto di Lulù.
— Ma tu, carina, non essere in collera con me! Questo non si permette! E adesso che siamo qui soli, voglio un bacio! Mi devi dare un bacio! — Stefania prende le manine di Lulù, siede sul canapè, si tira Lulù sulle ginocchia, la stringe, preme il visino contro la sua faccia, mandandole il cappellone di traverso, per strapparle un bacio, ma è impossibile.
— Non voglio, io!
— Perchè sei cattiva! — Borbotta Francesco accigliato.
— No! No! Non sgridatela! Non fate il burbero! Poco male! — Esclama Stefania con una risata. Ma subito diventa seria, osservando la bimba freddamente:
— È molto bella! Ha il difetto, appunto d'esser troppo bella!... Non par vera!
Contenta del suo frizzo, donna Stefania dà un'altra risatina e accarezza a lungo i capelli di Lulù spartiti lisci in mezzo alla fronte e cadenti in lunghi e grossi riccioloni, ornati sulle tempie da due piccoli nastrini rosa. — Che bei capelli! Che bel nero lucente!... Adesso ti daremo i dolci, per placarti!..... Francesco, guardate lì, sul tavolino; quella scatoletta di legno.....
— Questa?
— Sì; grazie!
Stefania prende la scatoletta di dolci e l'offre aperta alla piccina che è scivolata giù dal canapè ed è corsa ad aggrapparsi alle gambe del Roero. Questi la spinge di nuovo verso donna Stefania.
— Prendi un dolce e ringrazia!... Comincia ad essere un po' gentile!
Lulù non prende niente; rimane ritta in piedi appoggiata con un fianco al canapè, senza nemmeno voler guardare la scatola.
— No?.... Proprio no?.... Allora i dolci li metteremo qui! — Stefania pone la scatola aperta sul canapè, dinanzi a Lulù. — E tu li prenderaiquando saran passati i capricci!.... Va bene?... E le rose? — Guarda di nuovo Francesco. — Lemierose non sono per voi! — Si alza in collera, gli strappa le rose che Francesco aveva ancora in mano e le butta sul canapè, vicino alla scatoletta dei dolci — Sono di Lulù! Le ho colte io stessa, stamattina prestissimo. E mi sono anche punta! Guardate! — Avvicinandosi al Roero gli mostra una piccola graffiatura sulla mano rosea e trasparente, fatta per le carezze..... abbassa la voce, si avvicina ancor di più, fino a bruciargli il viso con una vampa di fiato caldo, odoroso: — Voi non li meritate i miei fiori!... Cattivo! — Nelle pupille c'è il tremolio di una lacrima, l'espressione di un gran dolore, ma è un attimo; di nuovo una risata e corre nell'altra stanza chiamando la cameriera e dandole tutti gli ordini, camminando su e giù, levandosi il velo, il cappellino, la giacchetta.
Francesco, in faccia all'uscio rimasto aperto, la segue, la cerca ansioso cogli occhi; Lulù ritta, immobile, appoggiata con un fianco al canapè, non guarda i dolci, non guarda le rose: guarda ostinata per terra..... E la bella voce di Stefaniacontinua a risuonare nell'altra stanza, alta e melodiosa come un canto.
— Sofia!
— Signora.
— Andrai tu dalla Challion; con tante cose, io ho fatto tardi e non ho più tempo!... Le dirai, sta ben attenta, che la contessina Luardi vuol tutto pronto, assolutamente, per la fine del mese e che per l'abito da viaggio ha scelto lapopeline noisettee la fodera digrosceleste. Hai capito?
— Sissignora!
— Andrai dalla Magugliani e le dirai, sempre per la contessina Luardi, che levalenciennes, per isauts de lit, le trova troppo basse.
— Sissignora!
— Andrai dalla Paulet: i miei due cappelli, quello digazecoililàper giardino e quello di paglia coibluets, voglio averli all'hôtel, per le cinque, senza fallo!
— Sissignora.
— Poi, va in cerca di monsignor Fabiani: se non lo trovi a San Fedele lo troverai a casa sua. Gli dirai che il matrimonio, come gli ho già scritto, è fissato per il giorno tre di giugno e che per lacerimonia religiosa.... No! no! Da monsignor Fabiani andrò io e se non posso oggi, farò un'altra corsa venerdì o sabato! E non dimenticarti della Laforet! Non ho quasi più guanti.... Lei sa già che cosa mi deve mandare.
— Sissignora!
Si sente chiudere un uscio.... si sentono allontanarsi lungo il corridoio dei piccoli passettini affrettati: è la cameriera che se ne va. Un momento di silenzio e di nuovo la voce di Stefania che chiama:
— Signor Roero! Francesco!... Guardate un po' voi! Sofia ha chiuso il mionécessairee non so più aprirlo!
Francesco si presenta sull'uscio e vede donna Stefania che si tien ritta nell'angolo tra la parete e i pie' del letto: ella gli fa cenno di chiudere e appena scattata la molla, gli afferra una mano tirandoselo vicino, nell'angolo, con un atto d'inquietudine.
— Che non mi veda! Che non ci veda quella vostra Lulù! Guai se.... — Ma Stefania non può finire, le sue parole rimangono rotte, la sua bocca è soffocata da una furia di baci.
Stefania con una mano allontana la faccia di Francesco dalla sua, ma coll'altra lo tien forte serrato contro il suo petto.
— Sì, sono stata pazza, pazza! Ma per vendetta! Perchè volevo vendicarmi di voi! Ho perduta la testa, ma per voi! E voi, invece, avete creduto.... come gli altri! Dopo che per voi avevo tutto arrischiato! Dopo quella sera! Vi ricordate? Quella sera in casa vostra? Invece di amarmi di più, siete fuggito; non vi siete fatto più vedere, ed io ero furente, furente, disperata! Per questo, mio marito, Carletto, Manòlo, vedendomi sempre nervosa, come matta, diventavano ancor più insopportabili! Non potendo più esser gelosi di voi, eravate sparito, hanno inventato il Parodi! Mi fanno scene per il Parodi; mettono su mio marito, che a sua volta mi fa scene per il Parodi; ed io allora che avevo già perso la testa, ma per voi, perdo anche la pazienza e mi servo del Parodi — un ragazzo — lo conoscete? — nient'altro che un ragazzo — per vendicarmi di voi e per liberarmi di tutti quegli altri.... che non posso più soffrire!
Francesco fissa sempre Stefania, acceso, sconvoltoda quella voce sommessa, ma calda, armoniosa voluttuosa; quella voce lo esalta, lo eccita, ma la voce soltanto, senza intendere, senza badare alle parole, al senso delle parole. Che importa se sia la verità o sieno tutte menzogne? È la donna che lo ha ripreso, quella donna così bella e così bionda, che gli è sfuggita, ed ora è tornata, la sola donna che esiste per lui da due anni, ch'egli vuole da due anni e che è lì, che ha lì, finalmente!... Essa è lo scopo, la vita, il perchè! Si è sempre ingannato, ha voluto ingannarsi! Lei, lei, per un'ora, per un attimo, e che tutto il mondo precipiti!... Che importa a lui di tutto il mondo?
Stefania, vicina, accarezzandogli le mani, continua a parlare a parlare, a piangere, a sorridere e a parlare ancora sottovoce, sommessamente, non più offesa, adirata, nervosa, ma languida, tenera, appassionata:
— Non ho rimorsi, però; no, non ho rimorsi! Posso aver fatta la mia infelicità, ma non la vostra! A me sola ho fatto del male, non a voi! Voi avete lavorato, siete salito in alto! Tutti parlano di voi con entusiasmo, con ammirazione! Io ho letto tutto, sempre! Mentre voi mi avete dimenticata,io invece ho sempre vissuto di voi, con voi!
— No! No! Io non ti ho dimenticata, no! E da quella sera che ti aspetto!... Quando sei stata a casa mia!
La voce di Francesco è rauca, rotta, tremante.... la bella voce di Stefania continua invece dolcissima, chiara anche fra le lacrime.
— Non volevo più rivedervi! Capivo che non sarei stata più sicura di me e volevo serbare, chiusa nell'anima, tutta la mia poesia! Rivedervi? E poi?... Non avevo niente da dirvi perchè vi avevo perdonato; non avevo niente da chiedervi perchè mi avevate dimenticata! E ciò è stato possibile, e l'anima ha vinto finchè siamo rimasti lontani l'una dall'altro... Ma poi, stamattina, appena mi siete apparso, addio fierezza, dignità, proponimenti, giuramenti... Adesso andate, andate... vi prego... andate via!
— Ah no, questo no, no! — Risponde il Roero pallidissimo, torvo in viso, afferrandola minaccioso per un braccio.
Stefania, coi muscoli che diventano d'acciaio sotto la pelle morbida di raso, si scioglie ancora, lorespinge lontano e indicandogli l'uscio chiuso, bisbiglia sottovoce:
— Lulù!... Di là c'è Lulù!
— Allora?
Stefania lo guarda e promette cogli occhi prima di rispondere:
— Passate con un brum dalleGrazie... alle due. Mi prenderete con voi, mi terrete con voi, dove volete, fino a stasera... — Subito si asciuga gli occhi, si aggiusta i capelli, corre nel salottino e di nuovo scoppia in una gran risata avvicinandosi a Lulù.
— Che cosa hai fatto, carina?... Ma che cosa hai fatto?
Lulù era sempre ritta, immobile al suo posto, sempre imbronciata, appoggiata di fianco al canapè: tutti i dolci erano stati buttati, sparsi per terra, la scatola rotta, le rose strappate e peste.
Francesco febbricitante, scomposto, cogli occhi stravolti, non guarda Lulù, non la vede nemmeno: l'afferra per una manina e la trascina via precipitosamente, quasi di corsa, facendosela trottar dietro col gran cappellone rosa tutto di traverso.