D'innanzi alla grotta di Prospero.
Entra FERDINANDO recando un ceppo da ardere.
Son faticosi certi giuochi e pure l'incanto lor compensa la fatica e bassezze vi son che sopportare si posson nobilmente. Spesso a ricche conclusioni tendono le imprese più miserande. L'opera ch'io compio essere mi dovrebbe tanto grave quanto odiosa, ma colei che servo quel che è sterile fa vivo e trasforma le mie fatiche in contentezza. Oh dieci volte ella è più gentil di quel che sia burbero il padre suo, che pure è fatto d'asprezze! Per un suo tristo comando gli debbo accatastar mille di questi ceppi e la mia dolce signora piange quando mi vegga lavorare e dice che mai lavor sì vile ebbe un cotale lavoratore. Ecco io mi scordo e pure questi dolci pensier fanno più lieve il lavor mio, sì che quanto più penso tanto meno fatico.
Entra MIRANDA e in fondo PROSPERO.
Ahimè, vi prego, non lavorate sì aspramente. Avesse arso il fulmine questi ceppi che ora dovete accatastar. Lasciate questo, vi prego, e riposatevi. Allorquando brucerà dovrà piangere d'avervi fatto stancare. Immerso nello studio è mio padre: vi supplico, lasciate di lavorare; per tre ore, almeno, ei non verrà.
Dolcissima signora, il sol tramonterà prima ch'io m'abbia compiuto il mio lavoro.
Se vorrete sedervi i ceppi io porterò per voi. Datemi quello, ve ne prego, io stessa lo recherò sulla catasta.
No, o creatura preziosa, meglio spezzarmi i nervi e rompermi la schiena che lasciarvi compire un disonore simile mentre rimarrei seduto senza far nulla.
Assai meglio che a voi mi converrebbe un tal lavoro. Il mio cuore lo anela e ben ripugna al vostro.
a parte.
Avvelenato sei, povero verme: lo prova questa tua visita.
Avete l'aspetto stanco.
O nobile signora, non è vero: per me siete un mattino fresco anche quando è notte. Ma vi prego, ditemi il nome vostro ch'io lo possa pronunziar nelle mie preci.
Miranda. O padre mio, dicendolo, ai comandi vostri ho disobbedito ora.
O ammirata Miranda, o vetta d'ammirazione degna di quanto è più caro nel mondo! A molte dame il mio sguardo migliore ho rivolto e ben spesso l'armonia di lor parole ha reso schiavo il mio udito troppo pronto. Per diverse virtù, diverse donne ho amato e mai con anima sì piena, poichè sempre qualche difetto in lor si combatteva con le grazie più elette, rimanendo vittorioso. Ma, per contro, voi, oh voi, così perfetta e senza pari siete l'eccelsa d'ogni creatura!
Io non conosco alcuna del mio sesso nè rammento alcun volto femminile all'infuori del mio visto allo specchio. E fra quelli che posso nominare uomini, solo ho visto voi—l'amico mio buono—e il caro padre. Come sono gli umani volti, fuor di qui, lo ignoro, ma la modestia mia, solo gioiello della mia dote, non vuol altro al mondo compagno fuor di voi, nè il mio pensiero immaginar potrebbe un'altra forma a voi diversa ch'io potessi amare. Ma forse troppo follemente io parlo ed i precetti di mio padre oblio.
Principe io son—Miranda—per la mia nascita e—non lo voglia Iddio—fors'anco Re; nè vorrei questo portar di legna sopportare così come a una mosca delle carogne, non permetterei di pungermi le labbra. Ora ascoltate parlar l'anima mia: dal primo istante ch'io vi scorsi, il mio cuore in servitù vostra si venne e quivi esso è rimasto a farmi schiavo ed è solo per voi che qui rimango a trasportar la legna con pazienza.
Voi mi amate?
Oh cielo, oh terra, siate testimoni a queste parole e coronate con felice evento quel che sto per dir, se dico il vero e se menzogna è quello ch'io esprimo, sia pur quanto di fortuna m'è riserbato, convertito in duolo. Oltre tutti i confin di ciò che è il mondo io vi ho cara e vi venero e vi adoro.
piange.
Sono folle di piangere per cosa che mi rende felice.
da sè.
O buon incontro di due nobili cuori. Il cielo piova la grazia sua sul sentimento nato fra loro due!
Ma perchè mai piangete?
Perchè non sono degna d'offerirvi quel che darvi vorrei, nè prender quello che morirei di perdere. Ma questi son futili discorsi e più la mia affezione vuol celarsi e più gigantesca si mostra. Indietro, o vana timidezza! mi sia guida soltanto l'innocenza mia semplice ed onesta. Sarò la moglie vostra se vorrete sposarmi o morirò vostra fantesca. Che compagna vi sia, voi ben potete ricusare ma pur vi sarò serva che lo vogliate o no.
La mia più cara signora e come sono adesso, sempre umile innanzi a voi.
Dunque, mio sposo?
Sì e con tal volonteroso cuore quanto la servitù mai non è stata di libertà. Prendi la mano.
Ed ecco la mia con tutto il core in essa. Ed ora addio per poco.
Mille e mille dolci cose!
Exeunt da vie diverse.
Certo, non posso esser sì lieto quanto lo sono loro due colpiti da egual stupore in uno stesso tempo: ma il mio contento è grande quanto più essere non potrebbe. Al libro mio ritornerò, che prima della cena molto da oprar mi resta.
Exit.
Un'altra parte dell'isola.
Entrano CALIBANO, STEFANO e TRINCULO che reca una bottiglia.
Non mi seccare: quando il barile sarà vuoto beveremo l'acqua: ma non una gocciola prima. Per conseguenza: fermi e all'abbordaggio. Servo-mostro: bevi alla mia salute.
Servo-mostro! La pazzia di quest'isola! Dicono che non abbia che cinque abitanti e siamo in tre: se gli altri due hanno delle zucche come le nostre, addio stato!
Bevi, servo-mostro, te l'ordino io. Hai quasi gli occhi nella testa.
Calibano beve.
E dove vorresti che gli avesse? Sarebbe, da vero, un bel mostro se gli avesse sulla coda.
Il mio mostro-domestico ha affogato la sua lingua nel vino. In quanto a me il mare non mi potrebbe affogare: prima di toccare la spiaggia ho notato trentacinque leghe in lungo e in largo, quanto è vera la luce! Tu sarai il mio tenente-mostro, oppure il mio alfiere.
Meglio il vostro tenente: non può essere un alfiere.
Vogliamo correre,MonsieurMostro?
Nè correre nè andare al passo: vi accuccerete come cani e non saprete dire nè meno una parola.
Parla almeno una volta in vita tua, mio bel vitello, se sei un vitello davvero!
Come stai, Signoria? Lascia ch'io lecchi le tue scarpe. Costui, non vo' servirlo: egli non è valente.
Tu mentisci, o mostro ignorante: mi sento capace di fare ai pugni con uno sbirro. Ma, dimmi un poco, pesce svergognato, un uomo che ha bevuto tanto vino quanto ne ho bevuto io può essere un codardo? Vuoi proprio dirci una mostruosa bugia, tu che sei mezzo pesce e mezzo mostro?
Ahimè, si burla di me? Lo lascerai dire, o signore?
Ti ha chiamatosignore: si è mai visto un mostro così ingenuo?
Ahimè, di nuovo, ahimè: mordilo fino a che ne muoia, te ne prego.
Trinculo, cerca di aver in bocca una buona lingua, se non vuoi conoscere il primo albero come ribelle! Il povero mostro è mio suddito e io non permetterò che sia insultato.
Grazie, mio nobile signore. Vuoi tu ancora udire quello che ti ho già narrato?
Ma certo: mettiti in ginocchio e ripeti la tua storia. Starò in piedi, con Trinculo, ad ascoltarti.
Entra ARIELE invisibile.
Come ti ho detto, son sottomesso ad un tiranno, mago, che per l'incanto delle sue malie di quest'isola mia m'ha derubato.
Tu mentisci.
Mentisci tu, pagliaccio di uno scimmione, tu! Vorrei che il mio valoroso signor ti sterminasse. Io non mentisco.
Trinculo, se lo interrompi un'altra volta, ti farò saltare qualche dente con questa mano.
Ma se non ho detto nulla!
Zitto dunque e non una parola.
A Calibano.
Tira avanti.
Con le sue malie mi ha rubato quest'isola, dicevo me l'ha rubata. Se la tua grandezza vuol di lui vendicarmi—io so che osarlo tu puoi, ma non costui….
Questo è vero.
Sarai signore di tutto quanto ed io ti servirò.
E come si potrà fare? Mi ci puoi condurre tu?
Sì, sì, signore mio: mentre ch'ei dorme te lo farò vedere e nella sua testa potrai ben conficcargli un chiodo.
Tu mentisci: non lo puoi fare.
Che scemo quel fantoccio! O tu pagliaccio rognoso! Io prego vostra signoria di picchiarlo e di togliergli la sua bottiglia. Non potrà più bere quando non ce l'avrà, se non l'acqua marina, chè non gli mostrerò le fresche fonti.
Trinculo, non scherzare col pericolo! Se interrompi un'altra volta questo mostro, lascio da parte la compassione e con le mie proprie mani ti riduco come un baccalà.
Ma cosa ho fatto? Se non ho fatto nulla! Me ne vado via, ecco.
O non hai detto che mentiva?
Tu mentisci!
Ah mentisco? E tu prendi questo.
Dà un pugno a Trinculo.
Se ti è piaciuto, smentiscimi un'altra volta.
Io non ti ho smentito. Hai perduto il cervello e le orecchie? Maledetta la vostra bottiglia, è tutta colpa del vino e della ubriachezza. Che la peste si prenda il vostro mostro e il diavolo le vostre dita.
ridendo.
Ah! ah! ah! ah!
E ora tira avanti, col tuo racconto. Allontanati, ti prego.
Picchialo ancora un po': fra qualche tempo anch'io lo picchierò.
Più in là: prosegui.
Ecco, come ti dissi, è suo costume di dormire nel pomeriggio. Allora quando i libri gli avrai tolti, potrai schiacciargli il cranio o rompergli la testa con un ceppo, o sventrarlo con un palo, o tagliargli la gola con il tuo coltello. Ma però, prima, rammenta d'impossessarti dei suoi libri. Senza di quelli ei non è altro che uno sciocco al par di me, nè ha più spirito alcuno al suo comando: l'odian tutti come io l'odio. Ma brucia soltanto i libri e serba i suoi belli utensili—in questo modo li chiama—con i quali ei vuole adornarsi una casa quando l'abbia. Ma più di tutto pensa alla bellezza di sua figlia: egli stesso la proclama "senza eguali". Non ho mai visto donna all'infuori di Sicorax, mia madre, e di lei: ma però questa sorpassa Sicorax, come una cosa più grande sorpassa una più piccola.
Ella è dunque una ragazza così bella?
Certo, signore mio: ti garantisco ch'ella ti sarà di buon letto e ti darà bellissimi figliuoli.
Mostro! io ammazzerò quell'uomo. Sua figlia ed io, saremo il Re e la Regina—Dio salvi le nostre Maestà—e Trinculo e tu stesso sarete i miei vicerè. Ti piace la congiura, Trinculo?
Eccellente.
Dammi la mano: mi dispiace di averti picchiato.Ma finchè vivi, rattieni la lingua.
Fra mezz'ora si sarà addormentato: hai tu deciso di ucciderlo?
In parola mia d'onore.
Lo dirò al mio padrone!
Tu mi rendi felice, io sono pieno di gioia: ci vogliamo divertire. Volete un po' riprendere quel canto che poco fa mi insegnavate?
Voglio accordarti tutto quel che mi chiedi, mostro: tutto quanto, tutto. Vieni qua, Trinculo, cantiamo.
Canzoniamoli e snidiamoli, sì, snidiamoli e canzoniamoli: il pensiero è libero….
Questanon è la stessa musica.
Ariele suona la musicacol flauto e col tamburo.
Cos'è quest'eco?
È l'aria della nostra canzone, suonata dal ritratto di Nessuno.
Se sei un uomo fatti vedere come sei; se sei un diavolo fatti vedere come ti pare.
Oh, perdono per i miei peccati!
Quello che muore paga tutti i suoi debiti: io ti sfido. Aiuto!
Hai paura?
No, mostro, no.
Non avere timor: l'isola è piena di rumori e di dolci arie che danno piacere e non fan male. Qualche volta di ben mille strumenti odono il rombo le orecchie mie: qualche altra volta sento voci, che se mi sveglio dopo un lungo sonno, mi fan riaddormentare e allora mi sembra di veder sognando nubi che squarciandosi mostran gran ricchezze pronte a piovermi addosso, tanto che se allora mi svegliassi, piangerei per sognare di nuovo.
Questo prova che è un buon regno per me, dove potrò avere la musica per niente.
Quando Prospero sarà ucciso.
Lo sarà fra poco: mi rammento la tua storia.
Il suono si allontana: andiamogli dietro e poi faremo il nostro affare.
Facci la strada, Mostro, e ti seguiremo. Mi piacerebbe di vedere il tamburino: Deve avere una buona mano.
Vengo con te, Stefano.
Exeunt.
Un'altra parte dell'Isola.
Entrano ALONZO, SEBASTIANO, ANTONIO, GONZALO,ADRIANO, FRANCESCO e altri.
Per nostra donna! o Sire, io più non posso andare innanzi: mi fan male l'ossa mie vecchie ed è in un vero labirinto che ci siamo perduti, in mezzo a strade diritte ed a meandri. Ho gran bisogno di riposare.
O mio vecchio fedele, non posso biasimarti. Anch'io son stanco fino a perderne i sensi. Siedi dunque e riposati. Quivi ogni speranza voglio deporre e non serbarla ancora presso di me quale lusingatrice. È affogato colui, che pur ci ha fatto perdere nel cercarlo e il mare irride alle nostre ricerche sulla terra. E sia! Che se ne vada!
piano a Sebastiano.
Io sono molto lieto, che sia così fuor di speranza. Ma non abbandonate, per un primo disinganno, il proposito che abbiamo deciso insieme di compire.
ad Antonio.
Un'altra volta, anderemo a fondo.
come sopra.
E sia: stanottema non più tardi.
Si ode una musicastrana e solenne.
Qual musica è questa?Udite, amici miei.
Una musica dolce e meravigliosa.
Entra PROSPERO, in alto, invisibile. Entrano sotto di lui alcune strane forme che portano una tavola apparecchiata. Danzano con gentili atteggiamenti di saluto e dopo aver invitato il Re a mangiare se ne vanno.
Ci mandi il cielo gli Angeli suoi custodi! Cosa sono quelli esseri?
Fantocci vivi! Adesso io crederò che esiston gli unicorni, che in Arabia v'è un albero pe'l trono della Fenice e che in quest'ora stessa la Fenice vi regna.
Io credo a entrambe le cose, e quando un fatto avrà bisogno di credenza da me venga e che è vero ben giurerò. Non dicon più menzogne ora i viaggiatori, non ostante che sieno condannati dagli inetti rimasti a casa!
Ma se raccontassi quello che accadde, a Napoli sarei creduto? E se dicessi di aver visto tali isolani—perchè certo sono abitanti dell'isola—e che forme pur avendo di mostri, le maniere loro—notate—son gentili molto più che quelle di alcuni fra noi, anzi di tutti noi?
a parte.
Onesto gentiluomo, hai detto il vero! molti dei compagni vostri son peggio dei demonî.
Il mio pensier non può scordare quelle forme e quei gesti e quei suoni che sprovvisti di favella hanno espresso un eccellente discorso muto.
a parte.
Aspettane la fine!
Sono svaniti stranamente.
Ebbene poco importa poichè le vettovaglie hanno lasciato dietro loro. Abbiamo buon appetito: non vi piacerebbe d'assaggiar queste cose?
No.
Davvero, Sire, non c'è d'aver paura. Quando eravamo fanciulli, avremmo mai creduto che ci fosser montanari con un grugno di toro e con due borse di carne penzoloni ai loro colli? O che vi fosser uomini col capo nel torace? miracoli che pure potrebbe garantirci oggi un qualunque viaggiatore assicurato al cinque per uno.
E bene, sederò d'innanzi a questa mensa e pranzerò, fosse anche l'ultima volta. Che mi importa? Sento ora che tutto il meglio è già passato. Fratello, e voi duca, venite quivi a sedervi con noi.
Si ode rumoreggiare il tuono: si veggono lampi. Entra ARIELE sotto la forma di un'arpia, batte le ali sulla mensa e questa sparisce rapidamente.
Voi siete tre uomini di peccato il cui destino—che governa questo basso mondo con quelli che vi sono— costrinse il mare insaziato a trarvi su quest'isola dove essere umano Abitare non deve, voi che siete ora indegni di vivere. Io vi ho resi pazzi. È con un valor simile al vostro che gli uomini si affogano e si appiccano da loro stessi!
Alonzo, Sebastiano e gli altri sfoderano le spade.
O stolti! I miei compagni ed io siamo i ministri del Destino: gli elementi di cui le vostre spade son fatte, prima i venti dalla voce sibilante potrebbero ferire, o uccidere con vani colpi l'acque sempre in sè racchiudentisi, che all'ali mie togliere una sola piuma. Sono intangibili i miei compagni al pari di me: ma se potessero le vostre spade ferirci voi le sentireste troppo gravi alle vostre forze e invano tentereste di alzarle. Ma pensate —e questo è il mio messaggio—che voi tre da Milano il buon Prospero cacciaste insiem con l'innocente figlia e sopra il mar lo abbandonaste, su quel mare che del delitto vostro or vi ha pagati. Il potere del ciel, che se rimanda mai non oblia, per queste infamie vostre ha sollevato il mare e le costiere ed ogni viva creatura contro la vostra pace. Alonzo, di tuo figlio ti hanno privato ed ora con mia voce proclaman che una lenta ed incessante rovina, peggio d'ogni morte—almeno questa d'un colpo uccide—a passo a passo voi seguirà per ogni vostra impresa. Nè per salvarvi contro i loro sdegni che, in questa desolata isola, sopra di voi si verseranno, avrete scampo se non nel pentimento e in una vita pura!
Svanisce.
da sè
Bravo Ariele! Questa arpia hai ben rappresentato. Avevi, in vero, un aspetto vorace e in quel che hai detto non una delle istruzioni mie ti sei dimenticato. I subalterni miei ministri, hanno anch'essi recitato le loro parti con precisione singolare e vivezza grande. Agiscono ora gl'incanti e questi miei nemici sono presi nel laccio della loro demenza e sono in mio potere. Intanto alle lor febbri gli abbandono e torno dal giovin Ferdinando, che annegato credono, e da mia figlia a entrambi cara.
Exit.
Per quanto c'è di sacro al mondo, Sire,Perchè restate in tale abbattimento?
È atroce! è atroce! mi è sembrato udire parlare i flutti e dirmi questo e i venti cantar quest'altro e il tuono in suo profondo e cupo rombo, pronunciando il nome di Prospero, il peccato mio con quella sua voce bassa proclamare. Dunque è mio figlio sepolto entro la melma del mare? Voglio ricercarlo in fondo dove non giunse lo scandaglio e seco io giacerò nel fango!
Exit.
Un sol demonio alla volta e saprò batter le loro schiere!
Ed io ti sarò secondo!
Exeunt.
Sono tutti e tre disperati! La lor grande colpa come veleno destinato ad agir molto tempo dopo, morde or gli spiriti loro. Ve ne prego, voi che avete le gambe più veloci, inseguiteli rapidi e cercate d'impedir quello che la loro furia può provocare.
Ve ne prego: andiamo.
Exeunt.
D'innanzi alla grotta di Prospero.
Entrano PROSPERO, FERDINANDO e MIRANDA.
Se vi punii con troppo aspro vigore quel che ne aveste in premio vi compensa, perchè vi ho dato qui della mia vita gran parte o almeno quello per cui vivo. Anche una volta alle tue man l'affido. Tutti i tormenti che subisti, io stesso in prova dell'amor tuo te li feci subire e tu mirabilmente hai dato degna risposta. Qui d'innanzi al cielo io ti confermo il mio ricco presente. O Ferdinando, a queste mie parole non sorridere: un giorno capirai Come ogni lode ella sorpassi e quanto dietro di sè la lasci.
Io ben lo credo quasi oracolo.
Allora, come mio dono e come conquista tua, mia figlia prenditi. Ma se tu le romperai il nodo verginal prima che tutte le cerimonie nuziali in pieno e sacro rito sien compiute, dolce rugiada il ciel non pioverà su questa vostra unione a crescerla, ma il tristo odio e lo sdegno dallo sguardo obliquo e la discordia sì perfidamente semineranno sopra i vostri letti le loro velenose erbe, che entrambi li prenderete in odio. Or dunque bada, come ti accenderà la Face Imene.
Come spero l'accenderà, per colmi giorni ed ottima prole e lunga vita con un amore sempre eguale a questo. L'antro più cupo, l'opportunità più forte e la tentazion più grande che il nostro peggior genio possa mai consigliarci l'onor mio pervertendo nella lussuria, non potranno ch'io dimentichi quel giorno in cui le nozze dovranno celebrarsi, il giorno quando mi sembrerà che i raggi alti di Febo si sieno sciolti e che la notte avvinta sia di catene in basso.
Hai detto bene.Siediti dunque e con lei parla: è tua.Ariele, o gentil servo Ariele!
Entra ARIELE invisibile.
Che vuoi, potente mio signor? Son qui.
Tu ed i compagni tuoi l'ultimo vostro servigio avete ben compiuto: ed ora in altra impresa simile vi debbo impegnare. Conduci qui la banda su cui ti detti signoria: ma cerca di affrettarla: perchè d'innanzi agli occhi di questa giovin coppia debbo alcune vanità della mia arte mostrare. Io l'ho promesso ed essi ora lo attendono da me.
Subito?
In men d'un batter d'occhio.
Prima che possa dirsiVengooVoo respirar due volte e fareoh ohsulla punta dei piedi come sto, smorfeggiando verranno se verrò: mi amate sempre mio padrone? No.
Caramente, o Ariel mio buono! Ed ora non comparir finchè non odi ch'io ti abbia chiamato.
Bene: intendo
Exit.
Guarda di non mentire, non lasciar le briglie: i giuramenti più tenaci, sono paglia se il fuoco entri nel sangue. Sii più continente o buona notte ai vostri voti!
Ve lo prometto, o mio signore. La bianca e fredda neve virginale ch'io stringo al petto, spegne entro le vene ogni ardore.
Sta bene. E tu, Ariele, vieni e un rinforzo arreca. È meglio avere qualche spirito in più. Vieni. Le lingue trattenete ed aprite gli occhi. Attenti.
Entra IRIS.
O Cerere feconda, lascia i tuoi vasti piani ricchi d'orzo, d'avena, di piselli e di grani; i tuoi monti ove il gregge fra l'erba atterra il muso; i pingui prati dove sta raccolto nel chiuso; le rive che l'aprile umido, al tuo comando di gigli e di peonie fiorisce in cima, quando di lor fredde ghirlande si voglion coronare le caste ninfe; l'ombre delle ginestre care all'amante tradito; le viti arrampicate sui pali e le tue spiagge marine, desolate e rocciose, ove aspiri l'aspra brezza fragrante; la Regina del Cielo di cui son lo stillante Arco e la messaggera, vuole che per un poco tu lasci quei soggiorni e venga in questo loco stesso, su questa erbosa radura a prender parte con sua Grazia Sovrana alle prove dell'arte. Con gran battito d'ale volano i suoi pavoni: Vieni a inchinarla, o Cerere, ricca di tutti i doni.
Salute, o messo multicolore, che non hai alla sposa di Giove disobbedito mai, che con l'ali ranciate versi sopra i miei fiori benefici acquazzoni, di bene apportatori, e con l'azzurre punte del grande arco circondi le mie terre boscose e i pascoli fecondi; dell'orgogliosa terra, ricca ciarpa, perchè la Regina, fra questo verde, ti manda a me?
Un contratto di vero amor per celebrare e di qualche ricchezza largamente dotare una coppia di amanti beati.
Dimmi, allora, o grande arco del cielo, se mai la tua signora seguono, a farle omaggio, Venere con suo figlio. Dal giorno in cui per loro tenebroso consiglio mia figlia si ritrasse nel regno inesplorato di Dite, l'amicizia ho per sempre lasciato della madre e del cieco fanciullo scandaloso.
Non temere: ho incontrato la Dea nel nuvoloso regno di Pafo e il figlio con lei: credean fra tanto d'aver lanciato un qualche libidinoso incanto su questi amanti che hanno fra loro stabilito di non compier del letto nuziale alcun rito pria che Imene abbia acceso la face. Ma fu invano! se n'è andata la ganza di Marte e quel suo vano fanciullo ha rotto l'arco ed anche i dardi e giura che sarà d'ora innanzi una pia creatura e coi passeri solo scherzerà.
La ReginaGiunone—la conosco dal passo—si avvicina.
Entra GIUNONE.
Salute alla opulenta sorella! Or meco vieni a render questa coppia ricca di tutti i beni e di onorata prole.
Canto.
Ricchezze, onori, nozze beate e figliolanze continuate gioie ad ogni ora sieno per voi, fa questo voto Giunone a voi.
Messi abbondanti, pingui terreni granai ed aie pur sempre pieni viti coi grappoli rigonfi e buoni alberi chini per molti doni, la primavera rechi ventura ad ogni fine di mietitura, miserie ed ansie lunge da voi, fa questo voto Cerere a voi.
Questa è una bella visione e un molto armonioso incanto. Dimmi, posso credere che sien spiriti?
Son spiriti che dai confini loro ho qui costretti per virtù di mia arte a recitare queste mie fantasie.
Lascia ch'io viva pur sempre qui. Così mirabil padre e tal moglie faran di questo luogo un Paradiso.
Cerere e Giunone si parlano tra loro e spediscono Iris a recare un messaggio.
Taci, ora: Giunone e Cerere bisbigliano tra loro e v'è qualche altra cosa. Fa' silenzio o il loro dire perderemo.
O voi, Ninfe, chiamate Naiadi dei correnti rivi, di giunchi cinte, dagli sguardi innocenti lasciate i vostri ondosi canali e fra le buone erbe giungete tutte: ve l'ordina Giunone. Venite, o caste Ninfe, non bisogna tardare, un contratto d'amore dobbiamo celebrare.
Entrano alcune NINFE.
Mietitori riarsi dall'agosto opprimente lasciate i vostri solchi e quivi lietamente a far festa venite, mettendovi i cappelli di grossa paglia d'orzo e in giocondi drappelli unitevi alle ninfe qui presenti e una danza intrecciate secondo la villereccia usanza.
Entrano alcuni MIETITORI e si uniscono con le NINFE danzando una danza piena di grazia. Prima che questa finisca, PROSPERO si alza in piedi di un tratto e parla loro. Dopo le sue parole essi vaniscono in cielo con uno strano, basso e confuso rumore.
da sè.
Avevo obliato l'ignobile congiura del bruto Calibano e dei compagni suoi contro la mia vita. È quasi giunto il tempo stabilito al loro inganno.
Rivolgendosi agli spiriti.
Bene, o spiriti, andate ora, non più.
a Miranda.
È strano il padre vostro, è in preda a qualche emozion che lo commuove.
Mai fino ad oggi l'ho visto da una tale collera preso.
Il vostro volto, o figlio, reca il riflesso di un interno affanno come se foste spaventato. Siate tranquillo. Sono terminati i nostri divertimenti. Erano quelli attori—come ho già detto—spiriti ed ormai svanirono nell'aria, nella lieve aria. Non altrimenti, gli edifici senza base di questa visione, le torri dalle nubi incoronate, i palazzi magnifici, i solenni templi e l'intero globo stesso e quanto dentro di sè contiene, svaniranno un giorno senza pur lasciare traccia più di quella che l'insostanziale vision nostra abbia lasciato. Noi siamo tessuti con la stessa trama dei sogni ed è la piccoletta vita nostra dal sonno circondata! Or sono, signore, un poco stanco ed è confuso questo vecchio cervello. Ve ne prego, andate nella mia grotta e là dentro riposatevi. Io voglio fare un giro o due, per trovar calma all'agitata anima mia.
FERDINANDO e MIRANDA.
Ve l'auguriamo.
Vieni come il baleno!
A Ferdinando e Miranda.
Grazie.
Exeunt.
O ArieleVieni!
Sono presente al tuo pensiero.Quale è il piacere tuo?
Spirto, bisogna incontrar Calibano.
O mio padrone, quando condussi Cerere, pensavo di parlartene, ma temetti allora d'irritarti, facendolo.
Ripeti: dove lasciasti quei marrani?
Dove ti dissi, o mio signore. Erano tutti infiammati dal gran bere e sì pieni di coraggio che percuotevan l'aria se soffiasse sul loro volto e il suolo perchè baciava i loro piedi e sempre fantasticando intorno al lor disegno. Battuto allora ho il mio tamburo e come indomiti puledri hanno drizzato d'un subito le orecchia ed aguzzato gli sguardi e tese le narici quasi per respirar la musica ed il loro udito ho in tal maniera ammaliato che simili a vitelli si son messi a inseguirmi a traverso aspri roveti, a traverso taglienti erbe, a traverso spine che le lor gambe traballanti han lacerato. Gli ho lasciati al fine nel botro pien di fango oltre la vostra grotta e quivi affondavan fino al mento sì che il putrido lago per i piedi parea tenerli.
Hai fatto bene, o mio augello! Serba ancora quella tua invisibile forma e quivi arreca l'esca, dalla mia casa, per chiappare quei ladri.
Io vado! Io vado!
Egli è un demonio, un demonio la cui natura mai potrà modificarsi e sopra il quale tutte le umane mie cure son state perse. Il suo corpo, con l'età, più brutto diventa e la sua mente incancrenisce.
Rientra ARIELE caricodi oggetti luccicanti.
In tal maniera castigar li vogliofin che debban ruggire!
Ad Ariele.
Vieni, appendiquei vari oggetti sopra questa corda.
Prospero e Arielerimangono invisibili.
Entrano CALIBANO, STEFANO e TRINCULO tutti bagnati.
Piano, vi prego, che la cieca talpa non possa udire i nostri passi. Siamo vicini alla sua grotta.
Mostro, il vostro folletto, che dicevate inoffensivo, si è condotto con noi come un fuoco fatuo.
Mostro, puzzo da capo a' piedi di piscio di cavallo: per la qual cosa il mio naso è indignatissimo!
E anche il mio. Hai capito, mostro? Se finisco per prendervi a noia, vedete….
…. siete un mostro bello e perduto.
O buon signore serbami ancora il tuo favore ed abbi pazienza: chè il premio ch'io t'ho offerto compenserà questo incidente: ed ora parla piano; ogni cosa tace quasi fosse la mezzanotte.
Già! Ma aver perduto le nostre bottiglie nel pantano….
È non solamente una disgrazia e un disonore, ma bensì una perdita senza riparo.
Più grande del mio bagno, per me. E tutto per colpa del vostro folletto innocuo, Mostro!
Voglio andare a ricercare le mie bottiglie, dovessi per questo affondare fino alle orecchia.
O mio sovrano, te ne prego, sii calmo. Vedi bene? Questo è l'ingresso della grotta: fa' piano ed entra; compisci il buon misfatto che renderà quest'isola per sempre tua e me stesso, Caliban, tuo schiavo.
Dammi la mano. Comincio ad avere pensieri di sangue.
O Re Stefano! o Pari! o degno Stefano. Osserva che guardaroba c'è qui per te.
Lasciali stare, sono stracci, o pazzo!
O oh, Mostro, noi ce ne intendiamo di stracci!O Re Stefano!
Lascia stare quella tunica, Trinculo: per la mia mano, voglio quella tunica!
E la tua Grazia l'avrà.
L'idropisia possa affogar quel pazzo! Cosa intendete fare, a divertirvi con simile bagaglio? Andiamo prima a compiere il delitto. Se si sveglia dai piedi al capo coprirà la nostra pelle di lividure e in bello stato ci ridurrà!
Sta zitto, Mostro. Signora corda, non è quella la mia tunica? Ora ecco la tunica sotto la corda. Tunica, siete capace di perdere il pelo e divenire una tunica calva.
Fate pure: non dispiaccia a Vostra Grazia, noi rubiamo alla corda e al palo!
Grazie per la spiritosaggine: eccoti un vestito, per questo. Lo spirito non passerà mai senza ricompensa mentre io sarò Re di questo paese. "rubare alla corda e al palo" ecco un bello scherzo. Eccoti un altro vestito.
Mostro, vieni qui. Metti un po' di pania sulle tue dita e via con tutto il resto.
Non voglio niente! Noi perdiamo il nostro tempo e sarem tutti quanti cambiati in paperi od in scimmie dalla fuggevol fronte mostruosa.
Mostro: porgete le dita. Aiutateci a portar ogni cosa dove ho nascosto il mio barile di vino, se no vi scaccio dal mio regno. Su via, porta questo.
E questo!
E questo!
Si ode il rumore di una caccia.Entrano diversi spiriti sottoaspetto di cani e li cacciano via.Prospero e Ariele gli incitano.
Su Montagna, su!
Argento! Qui, Argento, qui!
Furia! Furia! sotto! Qui Tiranno! Senti! senti!
Calibano, Stefano eTrinculo sono cacciati via.
Corri, e comanda ai miei spirti che i loro membri sien torti in spasimi crudeli: accorcia i loro tendini con crampi inveterati e d'aspre lividure coprili sì che il lor corpo apparisca di leopardo o di gatto selvaggio più maculato.
Ascolta il lor ruggire!
Che sien cacciati a fondo! I miei nemici sono a quest'ora in mio potere. Presto le mie fatiche avranno fine e tu sarai nell'aria libero. Per poco, seguimi ancora e rendimi servizio.
Exeunt.