CARLO GOLDONI(1707-1793)CONFERENZADIFerdinando Martini
CONFERENZA
DI
Ferdinando Martini
Del secolo nel quale visse il Goldoni parecchi hanno discorso qui e troppo meglio che io non saprei; i propri casi egli raccontò nelleMemorieche non possono compendiarsi, senza toglier loro quanto hanno di arguta gaiezza e di bonaria semplicità; a esaminare particolarmente l'opera sua o, peggio, a toccare, soltanto a toccare, argomenti de' quali alcuni non abbastanza, altri non furono fino ad oggi per nulla studiati, la breve ora di una conferenza non basterebbe: a ricercare, per esempio, le fonti popolari o letterarie di qualche sua commedia: a esaminare l'opera de' numerosi e pedissequi imitatori ch'egli ebbe in Francia verso la fine del secolo scorso,[1]quando appunto sulle nostre scene non rimaneva più se non l'eco, di rado destata, de' suoi lontani trionfi: e quei Medebac ch'egli aveva già nutriti col proprio lavoro, illuminati co' riflessi della propria gloria, ora, pezzenti impersuasi o dimentichi, in Pisa dove il Goldoni parlò la prima volta col Darbes; in Livorno ove col Medebac sottoscrisse il primo contratto, riaprivano il teatro agli sconci personaggi del vecchio repertorio, alleGertrudi martiri, aiRe d'Aragona, agliEroi di Belgrado.
Se questo avesse ad essere il quadro, converrebbe, e di molto, allargare la cornice: io me ne starò dunque a raffigurare, se sia possibile, la immagine intellettuale e morale del Goldoni che si rispecchia in tutta l'opera sua; a ricercare frettolosamente i pregi intrinseci di quest'opera, le ragioni per le quali essa è giunta sino a noi, per le quali essa dura fresca, rigogliosa, immortale.
La primavera del 1721 un barcone veleggiava fra Rimini e Chioggia. Dentro, “dodici fra attori ed attrici, un suggeritore, un macchinista, un guardaroba, otto servitori, quattro cameriere, due balie, ragazzi d'ogni età, cani, gatti, scimmie, pappagalli, piccioni, persino un agnello: pareva Parca di Noè.„[2]Giuochi, canti, suoni e fra tutti i suoni prediletto quello d'una campanella che chiamava frequente a refettorio i giovanili appetiti insaziabili. Fra quell'allegra baraonda un ragazzo di quattordici anni, scappato convalescente, col solo bagaglio di due camice e un berretto da notte, alle lezioni di filosofia di un frate illustre e noioso. A Chioggia, dove la madre dimora, lo aspettano forse i rimproveri e le sgridate di lei. Non ci pensiamo. Ci sarà tempo a pensarci, quando la servetta avrà finito di cantare, quando l'amorosa avrà smesso di far ridere, gemendo sulla morte immatura del gatto suo trastullo e delizia, precipitato dall'albero maestro nei gorghi adriatici. E poi.... e poi non ci saranno nè rimproveri, nè sgridate. Alla madre, prima, si presenterà il capo-comico.
— Vengo da Rimini e le porto notizie del suo figliuolo.
— Oh! grazie, grazie. E come sta?
— Di salute, benone.
— Non è contento?
— Così così.... Soffre.
— Oh! poverino! perchè?
— Perchè è lontano da sua madre.
— Oh! caro!
— Eh! io gli avevo proposto di condurlo con me.
— E perchè non lo ha condotto?
— Ma.... e lei che cos'avrebbe detto?
— Che aveva fatto benissimo.
— Ma e gli studi?
— Gli studi.... capisco.... ma non poteva tornare a Rimini? E non ci son maestri dappertutto?
— Sicchè lei lo rivedrebbe volentieri?
— Eh! si figuri!
— E allora.... eccolo.
La porta s'apre, il ragazzo entra, s'inginocchia. Piange la mamma, piange il figliuolo, lacrime alternate di abbracci, di sorrisi, di baci. Arriva una zia, altri pianti, altri baci, altri sorrisi, altri abbracci. Che giova a quattordici anni prevedere e paventare guai che forse non accadranno? Tutto va bene quanto finisce bene.
Nel 1787 a Parigi un vecchio più che ottantennee già celebre stava scrivendo l'ultimo capitolo delle proprie memorie. Da quand'egli si accingeva a ordinarle ed a compierle, eventi gravissimi s'erano succeduti, lui spettatore. Fallito per la caduta del Turgot il tentativo di mutare la costituzione amministrativa della Francia, pur serbando intatto il suo organamento politico; inappagato, per la caduta del Necker, il più modesto desiderio di un assetto della finanza, i ministri cadevano l'un dopo l'altro, l'uno sull'altro: il Jouy de Fleury sul D'Ormesson, il D'Ormesson sul Calonne. La miseria, ottenuto qualche sollievo dai portentosi raccolti dell'ottantacinque e e dell'ottantasei, si faceva ora più aspra: e le plebi prima accasciate in lamentose rassegnazioni, si drizzavano col pallore delle collere risolute, aiutate dai parlamenti che si negavano ad approvare i nuovi balzelli. Quel di Besançon portava a Versailles insieme co' propri registri un pezzo di pane di avena, documento dell'inopia a cui era ridotto il popolo delle campagne. La monarchia spendereccia tornava agli errori d'un tempo; chiuso da una parte l'adito agli zeffiri delle riforme, mugghiava dall'altra il libeccio della sedizione. Il dramma rivoluzionario stava oramai per incominciare: il Calonne, convocando in quell'anno l'assemblea de' notabili, non vi aggiunse che un prologo breve.
Nessuno s'illudeva più oramai; nè i ministri giubilati di Luigi XV come il Maupeou, nè i nuovi cortigiani di Maria Antonietta come il Besenval, nè gli apostoli della rivoluzione come il Mirabeau, il quale scriveva da Berlino: i notabili son la vanguardia dell'Assemblea nazionale. L'ilare vecchio invece intitolando al Re la propria autobiografia: “in mezzo ai notabili, diceva, e in faccia all'universo, Vostra Maestà ha manifestato propositi che guarentiscono il bene dello Stato e il sollievo del popolo. Oh! quanti salutari provvedimenti! Oh! quanti presagi di felice avvenire!„
E diceva così, non perchè adulatore d'altrui ma perchè lusingator di sè stesso: non corto di vista, volontariamente bendato. Che giova a ottanta anni prevedere e paventare sciagure che forse accadranno? A fasciarsi la testa c'è sempre tempo, quand'uno se la è rotta davvero.
Tale il Goldoni a quattordici anni, tale ad ottanta. In lui una intima, continua letizia, una naturale proclività, aiutata dalla educazione e dall'indole de' suoi di famiglia, a scorgere della vita gli aspetti ridenti soltanto; ad aspettarsi il bene, e a sopportare il male, quando giungesse, con pacata filosofia.
Ancor giovinotto, bisognoso di pane e perciòdi lavoro, s'accomoda con insperata fortuna, segretario del Residente di Venezia in Milano: un bel giorno per certa scappata costui, credendola peggiore, lo redarguisce aspro; poi ricredutosi e dolente dell'aver trasmodato, lo richiama, si scusa. Niente. Non volevo, dice il Goldoni, aver più di questi disturbi. Pianta l'impiego, e parte per Modena. A Parma s'impiglia in un movimento degli eserciti tedesco e francese; vede la battaglia assai da vicino, e il giorno dopo le migliaia di cadaveri rimasti sul campo. “Dappertutto, scrive, gambe, braccia, crani, sangue. Che eccidio!„ Orribili cose: ma che ci poteva egli fare? — E per passare il tempo legge il suoBelisarioa un abate. Le strade rifatte libere, noleggia un calesse e parte con l'abate per Brescia: a un tratto, quattro malfattori mascherati assalgono il calesse, intimano ai viaggiatori che scendano, a lui tolgono la borsa, l'oriolo, la tabacchiera. Il calesse fugge al galoppo, il compagno si smarrisce, e lui.... Lasciamo che racconti da sè.
“Trovai un viale di alberi e mi riposai tranquillamente presso un ruscello; col concavo della mano ne attinsi un po' d'acqua che mi parve deliziosa.... Più innanzi sulla via, alcuni contadini mi offrirono i resti della loro merenda, che nonostante il guaio toccatomi, mangiai con eccellente appetito. Il capo della famiglia mi avvertìche in casa loro non c'era da offrirmi per letto che un po' di fieno: meglio per me andare a Casalpusterlengo dove il curato, uomo garbatissimo, si sarebbe fatto un piacere di darmi ospitalità. Tutti gli altri approvarono: un ragazzo ebbe la compiacenza di farmi strada; ed io lo seguii benedicendo il cielo che se tollera da una parte i malvagi, anima dall'altra i cuori sensibili e virtuosi.„[3]
O io m'inganno, o per questi e altri aneddoti ch'ei racconta a diecine, ma non importa io ripeta, spicca l'indole sua; e tale l'indole dell'uomo, tale l'opera dell'artista: e dico artista, sebbene vi sia chi non voglia adoperato questo nome in proposito del Goldoni; ma di ciò più tardi. Egli non sfiorò, fu scritto di lui, se non la superfice della vita: ed è giusto; di qui, le sue commedie stupende ma tenui, alle quali non è da chiedere una troppo acuta analisi dei sentimenti, nè una profonda occhiata dentro alle latebre del cuore umano. Di qui, i suoi personaggi viziosi taloranon malvagi mai, e l'indulgenza ond'egli pare mirarli e cuoprirli. Quel Brighella rubicchia (non dico ruba, perchè la parola troppo cruda spiacerebbe al Goldoni) rubicchia spesso: quella Colombina accetta e qualche volta chiede la mancia per portare le ambasciate a Rosaura; il Goldoni ha l'aria guardandoli di susurrare tra sè e sè: debolezze umane e solo Dio senza difetti. Quell'istessoDon Marzioche comincia col calunniare e finisce col far la spia non può dirsi malvagio; è spensieratamente linguacciuto, è, sì, proclive, all'opposto del Goldoni, a vedere il male dappertutto, per viziata consuetudine dello spirito; ma non sparla, non calunnia, non denunzia per desiderio di nuocere; fa il male ma senza proporselo: tanto è vero che dei molti ravvedimenti finali, con cui il Goldoni si sbriga spesso dello scioglimento, il suo è de' meno inverosimili; tanto è vero che quando il Voltaire, il quale scrivendoLa Scozzesericordò indubbiamente laBottega del Caffè, come avvertiva già il Lessing,[4]se volle sfogare il livore antico contro il giornalista dell'Année littérairee far sì che non reggesse ad ascoltare tutta intera la commedia in platea, dovè per mutareDon MarzioinFrélondare agli atti di lui la maligna ponderazione dell'animo reo.
Sgorga finalmente dalla gioconda natura del Goldoni, la perenne giocondità di cui sono impregnate le sue commedie; anche le più deboli, quelle la cui tela è più e troppo sottile, o nelle quali i caratteri sono appena sbozzati; anche le poche che il pubblico volle, nate appena, sepolte. Anche l'Amante militare, ilPoeta fanatico, la stessaErede fortunatahan scene rallegrate da quella spontanea comicità, con la quale altre più felici commedie di lui, cencinquant'anni dopo che furono scritte, vincono la ostentata musoneria di questa fine di secolo.
E questo è uno de' pregi precipui di gran parte del teatro goldoniano, di quella, cioè, che ancor sopravvive: in questo il Goldoni sovrasta a quanti furono autori comici da Aristofane in poi; nessuno dalla scena fece più ridere, e garbatamente ridere, con spedienti così semplici ed usuali.
Vi fa ridere, sicuro, anche il Regnard che ha i pregi suoi ma che i Francesi adulano troppo, salutandolo superiore a quanti furono al mondo scrittori di commedie, dopo il Molière: il Voltaire, anzi, dice non esser degno di ammirare il Molièrechi non si piace in compagnia del Regnard.[5]Senza osservare qui che la comicità ha anch'essa le sue gradazioni e maggior pregio quando proviene da' caratteri che quando nasce dalla situazione, come vi fa egli ridere il Regnard? Prendo la scena famosa delLégataire universeluna tra le sue più lodate commedie. Il vecchio e infermiccio Geronte accoglie in casa sua di mattina la giovinetta Isabella, ch'egli vuol sposare e la madre di lei; alla sposa futura discorre così:
Oui madame c'est vous (pour le moins je m'en flatte)Qui guérirez mes maux mieux qu'un autre Hippocrate,Vous êtes pour mon cœur come un julep futur,Qui doit le nettoyer de ce qu'il a d'impur:Mon hymen avec vous est un sûr émétiqueEt je vous prends enfin pur mon dernier topique.
Oui madame c'est vous (pour le moins je m'en flatte)Qui guérirez mes maux mieux qu'un autre Hippocrate,Vous êtes pour mon cœur come un julep futur,Qui doit le nettoyer de ce qu'il a d'impur:Mon hymen avec vous est un sûr émétiqueEt je vous prends enfin pur mon dernier topique.
Oui madame c'est vous (pour le moins je m'en flatte)
Qui guérirez mes maux mieux qu'un autre Hippocrate,
Vous êtes pour mon cœur come un julep futur,
Qui doit le nettoyer de ce qu'il a d'impur:
Mon hymen avec vous est un sûr émétique
Et je vous prends enfin pur mon dernier topique.
E così buffonescamente continua per un bel pezzo, finchè.... Io non so neanche di che parole servirmi.... Proviamoci. Aspettando il giulebbe d'Isabella e l'emetico d'Imene, Geronte ha dovuto, intanto, ingurgitare altri rimedi. Ora vorrebbe rimanere vicino alla fidanzata.... ma.... No, no, lasciamolo andare e non parliamo più nè del Regnard nè di lui.
E vi fan ridere anche i Francesi modernissimi delPalais Royale delleVarietés; ma, al solito, come? Introducendo sulla scena i personaggi piùstrambi, accatastando accidenti sopra accidenti, equivoci sopra equivoci, episodi sopra episodi, l'uno più inverosimile dell'altro; inzeppando il dialogo di facezie argute qualche volta, scempiate non di rado, e di quei doppi sensi che sono, secondo il Vauvenargues,l'esprit de ceux qui n'en ont pas. Nulla di ciò nel Goldoni che vi mostra invece il naturale contegno di personaggi umani, che rappresenta fatti non pur verosimili ma quotidiani, che di rado s'industria a smovere il riso con arguzie artificiosamente incastrate nel dialogo.
Per la fecondità de' motivi comici, ripeto, il Goldoni è grandissimo: perchè a far piangere dalla scena anche scrittori mediocri talora riescono; certi fatti pietosi che narrati, per esempio, da un giornale non commovono nessuno, portati sul palco scenico provocano nella platea e ne' palchi lacrime schiette e tossi dissimulatrici. Gente che ha letto cento volte a occhi asciutti la storia della rivoluzione, piange al veder sulla scena il Santerre rapire il Delfino a Maria Antonietta. Di donne, di bambini lasciati in squallido abbandono da' mariti e da' padri incalliti nella crapula, sisente parlare ogni giorno; ma nessuno, pur commiserandoli, tira fuori il fazzoletto di tasca. Ma chi sa dirmi quante migliaia di fazzoletti si bagnarono per i simili casi diMaria Giovanna, la protagonista di un dramma, quanto all'arte mediocrissimo, del Dennery?
Altro è quando si tratta di comico: il perchè si pianga s'intende; non sempre invece il perchè si rida. Che cos'è questo riso?, domandava Cicerone a sè stesso. In qual modo si provoca? Qual'è la natura sua? Perchè scoppia a un tratto senza che a noi sia possibile il trattenerlo? E conchiudeva così, come si può conchiudere anche oggi dopo che tanti — e ieri stesso il Melinand nellaRevue des deux mondes, — si affaticarono a rispondergli: “Io non mi vergogno di non lo sapere, nè lo sanno coloro che si arrogano di spiegarmelo:ne ipsi sciunt qui pollicentur.„[6]
Voi vi impietosite e a ragione dei casi di Giulietta e Romeo; vi intenerite per la narrazione o il ricordo dell'affetto loro e della tragica sorte. Or bene: se all'immaginazione vostra balenino un Romeo lungo, allampanato, con le braccia scendenti fino a' ginocchi, una Giulietta bassotta, pingue, pletorica, voi riderete. Perchè dunque si mutano nella mente vostra i lor connotati,scema forse l'ardore di quell'affetto, e quella morte è men miserevole? E se vi muovono alle risa gli amanti fisicamente imperfetti, perchè vi fa fremere ma non ridere l'amore di Quasimodo, oscenamente deforme, per Esmeralda? Perchè vi fan ridere allo stesso modo Falstaff con le sue sozzure e Don Chisciotte con le sue idealità? Ma parliamo più particolarmente del teatro. Perchè fa ridere lo scemo, ilJocrisse, che è pure un essere manchevole, un disgraziato il cui mancamento nella vita reale ci parrebbe crudeltà prendere a dileggio? Perchè, mentre a nessuno è mai passato per il capo di incitare al riso esponendo sul teatro uno storpio od un monco, il sordo, con infermità peggiore, ha servito per secoli a spassar le platee? Carlo Collé pose sulla scena una donna incinta; egli racconta che quel personaggio, rappresentato da un uomo, provocò risa omeriche; quando da una donna, nausea invece e disgusto. Perchè? Perchè fa ridere il marito ingannato, quando, ben inteso, non vendica l'oltraggio? Perchè fa ridereLudroquando froda con raggiri e con cabale i men scaltri di lui? E son fenomeni questi soltanto estetici: chi ride, sebben rida, è pronto a condannare il raggiratore e la donna infedele. E perchè, da che teatro è teatro, si ride del marito tradito dalla moglie, e della moglie tradita dal marito non s'èmai riso ch'io sappia nè riderebbe, credo, nessuno? Misteri. Io penso che uno scrittore di commedie, se anche non de' primi, purchè ingegnoso ed esperto, possa talora sicuramente dire a sè stesso: con questa parlata mi farò batter le mani, a questo punto, se anche non ci saranno lacrime, commozione nel pubblico ci sarà: non credo invece che alcuno, il quale sdegni di dar nel grottesco, possa con pari sicurtà, e quando non si tratti di barzellette, promettersi: io qui farò ridere. Il Goldoni unico, non sgarra mai e ci riesce ogni volta che vuole.
Unico; in ciò lo stesso Molière è a lui inferiore e di molto. Già, tra il Molière e il Goldoni, diciamolo subito e in fretta, non c'è mai per nessuna ragione raffronto possibile, se non a certificare in che l'uno differisca dall'altro. Il Goldoni vede tutto roseo e il Molière tutto nero; ma anche a prescindere dalla diversa indole e dai troppo diversi casi della vita, il Molière è un pensatore profondo e il Goldoni non è; e chi per smania di perifrasi chiama il Goldoni il Molière italiano cade in un errore de' più solenni, come se dicesseche il Racine è l'Alfieri francese. A dimostrare quale abisso per certe qualità della mente interceda fra loro basta un frammento delleMemorie.
Discorrendo delBurlador de Sevilladi Tirso de Molina il Goldoni scrive: “Tutti conoscono quel cattivo dramma spagnuolo che gl'Italiani intitolanoIl Convitato di Pietrae i FrancesiLe Festin de Pierre. A me ha sempre fatto orrore e non ho mai capito come una tale farsaccia potesse alla lunga reggersi sul teatro, e piacere a persone civili. I comici italiani erano di ciò maravigliati anche loro; ma o per burla o per ignoranza dicevano che l'autore delConvitato di Pietras'era con un patto legato col diavolo affinchè questi glielo facesse applaudire. Non mi sarebbe mai venuto in mente di lavorare intorno a tale argomento; ma poichè il Molière e Tommaso Corneille lo trattarono, presi a regalare alla mia patria un dramma simile, per porre il diavolo in grado di mantenere la promessa con un po' più di decenza.„[7]
IlDon Giovannidel Molière in un mazzo con quello di Tommaso Corneille, e niente più. Il buon Goldoni è passato accanto alla più scespiariana delle commedie molieresche, a uno dei capolavori dello spirito umano e non se ne è neancheaccorto. Intento, diciamolo con parola d'oggi, in quel suorealismo, in quella minuta osservazione del vero ch'era già il suo metodo e fu poi la sua gloria, ciò che dalla leggenda era passato sulla scena di fantastico e d'extra-naturale gli parve così insulsa scempiaggine, da allogare quell'argomento fra i buoni, tutt'al più, per una commedia a soggetto. Giudicò co' criteri, diciam così, teatrali: e tenne perciò, ragionevolmente, inferiore ilDon GiovannialMisantropoed alTartuffo: non soltanto; forse anche non degno figliuolo di chi aveva messo al mondo ilTartuffoe ilMisantropo. Lesse sbadatamente forse, come una qualunquebattutade' suoi comici, le parole che Sganarello profferisce nella prima scena: “Quale flagello un gran signore malvagio!„ parole a cui la commedia tutta è poi conferma e commento. Così egli non seppe addentrarsi nel pensiero onde è animata quella maravigliosa commedia, nè scorgere perciò quanto fosse di ardimento e di saggezza in quel pensiero medesimo; nè finalmente pregiare la profondità di una osservazione diversa dalla sua, in quanto era anche visione.
Dopo aver nelTartuffomostrata trionfante l'ipocrisia, ora nelDon Giovanniil Molière, com'altri disse, mostrava l'ateismo trionfante; l'una innanzi agli occhi della Francia a' suoi tempi, l'altro, natural conseguenza, spettacolo alla Franciaavvenire. Dopo il padre Tellier, il Reggente: fino a che negli alti ceti disonorato il bene, il male cinicamente ostentato, il popolo, che il Molière simboleggia nell'onesto mendico, piglierà il sopravvento, egli tuttavia custode della fede e della virtù.
E il Goldoni letta la commedia del Molière, per arricchire la patria di qualche cosa di simile, scrive, ahimè! ilDon Giovanni Tenorio.
Ma sospirato questo “ahimè!„ manteniamo al Goldoni il suo posto: e ripetiamo che nellavis comicail Molière non lo eguaglia; anzi egli non è, se m'è lecita la frase, giocondamente comico mai: o vela di sorrisi la melanconia, o casca nel grottesco, come nelPourceuagnace nelMalade imaginaire.
E poichè parlo del Molière tocchiamo di un altro requisito che nel nostro è, secondo me, maggiore che in lui: la prontezza. Non dico già la prontezza nel concepire, pur nel Goldoni mirabile; gli basta un nonnulla, un aneddoto, una passeggiata, uno sguardo insomma intorno a sè, per comporre tutto quanto l'intreccio di una commedia;e comporlo, badiamo, non di eventi straordinari, ma di fatti consueti: chè s'io non vo errato ci vuol molta più fantasia a immaginare ilVentaglio(stupenda, inimitabile commedia!) che un di que' drammoni miracolosi i quali portano sulla scena, per dirla con un improvvisatore fiorentino,
Tornei, voli, cariaggi,Cinquantotto personaggi,Trentasei divinità.
Tornei, voli, cariaggi,Cinquantotto personaggi,Trentasei divinità.
Tornei, voli, cariaggi,
Cinquantotto personaggi,
Trentasei divinità.
Non di questa prontezza intendo: chè si potrebbe obiettarmi dover essere nel Molière, come la fecondità, di tanto minore di quanto erano più alti e gravi i concepimenti di lui; intendo della prontezza nel distendere le fila da intrecciare poi, e — ciò che è meraviglioso ancor più — nell'impostare i caratteri. Il Molière quasi sempre, in sul principio, procede a passi stenti ed incerti: e basti citare, che è vecchia osservazione, i due primi atti delTartuffo. Vedete invece il Goldoni: leggete il primo atto dellaFamiglia dell'antiquarioe poi ditemi se protasi fu mai più sollecita, più svelta, più completa; e perchè qui le mie parole non servono, e il primo atto dellaFamiglia dell'antiquarioè troppo lungo, pigliamo la prima brevissima scena dellaLocandiera, prova anche più valida, e consentitemi ch'io ve la rilegga:
ATTO PRIMO.SCENA PRIMA.Il Marchese diForlimpopolie il Conte d'Albafiorita.Mar.Fra voi e me vi è qualche differenza.Conte.Sulla locanda tanto vale il vostro denaro quanto vale il mio.Mar.Ma se la locandiera usa a me delle distinzioni, mi si convengono più che a voi.Conte.Per qual ragione?Mar.Io sono il Marchese di Forlimpopoli.Conte.E io sono il Conte di Albafiorita.Mar.Sì, conte. Contea comprata.Conte.Io ho comprata la Contea quando voi avete venduto il Marchesato.Mar.Oh! basta: son chi sono: e mi si deve portar rispetto.Conte.Chi ve lo perde il rispetto? Siete voi che parlando con troppa libertà....Mar.Io sono in questa locanda, perchè amo la locandiera. Tutti lo sanno e tutti devono rispettare una giovane che piace a me.Conte.Oh! questa è bella. Voi mi vorreste impedire che io amassi Mirandolina? O perchè credete ch'io sia in Firenze? Perchè credete ch'io sia in questa locanda?Mar.Bene, bene.... non ne farete niente.Conte.Ah! io no e voi sì eh?Mar.Io sì e voi no. Son chi sono. Mirandolina ha bisogno della mia protezione.Conte.Mirandolina ha bisogno di danari e non di protezione.Mar.Danari? Eh.... non ne mancano.Conte. Io spendo un zecchino il giorno, signor Marchese, e le fo continuamente regali.Mar.Ed io quello che fo non lo dico.Conte.Voi non lo dite, ma già si sa.Mar.Non si sa tutto.Conte.Sì, caro signor Marchese.... si sa.... I camerieri parlano. Tre paoletti al giorno.Mar.A proposito di camerieri, vi è quel cameriere che ha nome Fabrizio: mi piace poco. Parmi che la locandiera lo guardi assai di buon occhio.Conte.Può essere che lo voglia sposare. Non sarebbe cosa mal fatta. Sono sei mesi che le è morto il padre. Una giovane sola alla testa di una locanda si troverà imbrogliata. Per me se si marita le ho promesso trecento scudi.Mar.Se si mariterà, io sono il suo protettore e farò io.... E so io quello che farò.Conte.Venite qui finiamola, facciamola da buoni amici. Diamole trecento scudi per uno.Mar.Quel ch'io faccio lo faccio segretamente e non me ne vanto. Sono chi sono. Chi è di là?Conte.(Spiantato e superbo!).
ATTO PRIMO.
SCENA PRIMA.
Il Marchese diForlimpopolie il Conte d'Albafiorita.
Mar.Fra voi e me vi è qualche differenza.
Conte.Sulla locanda tanto vale il vostro denaro quanto vale il mio.
Mar.Ma se la locandiera usa a me delle distinzioni, mi si convengono più che a voi.
Conte.Per qual ragione?
Mar.Io sono il Marchese di Forlimpopoli.
Conte.E io sono il Conte di Albafiorita.
Mar.Sì, conte. Contea comprata.
Conte.Io ho comprata la Contea quando voi avete venduto il Marchesato.
Mar.Oh! basta: son chi sono: e mi si deve portar rispetto.
Conte.Chi ve lo perde il rispetto? Siete voi che parlando con troppa libertà....
Mar.Io sono in questa locanda, perchè amo la locandiera. Tutti lo sanno e tutti devono rispettare una giovane che piace a me.
Conte.Oh! questa è bella. Voi mi vorreste impedire che io amassi Mirandolina? O perchè credete ch'io sia in Firenze? Perchè credete ch'io sia in questa locanda?
Mar.Bene, bene.... non ne farete niente.
Conte.Ah! io no e voi sì eh?
Mar.Io sì e voi no. Son chi sono. Mirandolina ha bisogno della mia protezione.
Conte.Mirandolina ha bisogno di danari e non di protezione.
Mar.Danari? Eh.... non ne mancano.
Conte. Io spendo un zecchino il giorno, signor Marchese, e le fo continuamente regali.
Mar.Ed io quello che fo non lo dico.
Conte.Voi non lo dite, ma già si sa.
Mar.Non si sa tutto.
Conte.Sì, caro signor Marchese.... si sa.... I camerieri parlano. Tre paoletti al giorno.
Mar.A proposito di camerieri, vi è quel cameriere che ha nome Fabrizio: mi piace poco. Parmi che la locandiera lo guardi assai di buon occhio.
Conte.Può essere che lo voglia sposare. Non sarebbe cosa mal fatta. Sono sei mesi che le è morto il padre. Una giovane sola alla testa di una locanda si troverà imbrogliata. Per me se si marita le ho promesso trecento scudi.
Mar.Se si mariterà, io sono il suo protettore e farò io.... E so io quello che farò.
Conte.Venite qui finiamola, facciamola da buoni amici. Diamole trecento scudi per uno.
Mar.Quel ch'io faccio lo faccio segretamente e non me ne vanto. Sono chi sono. Chi è di là?
Conte.(Spiantato e superbo!).
Con questa scena che non dura più di tre minuti il Goldoni porta di lancio il pubblicoin medias res. I due gentiluomini sono innamorati della locandiera e se la contendono non a buon fine, perocchè loro non spiaccia ch'ella si mariti: anzi il matrimonio aiuteranno quegli spendendo e spandendo, questi, con signorile ma parsimoniosa alterezza, ricoverando i coniugi sotto le ali della sua protezione; e dietro a loro spunta quel Fabrizio che già s'immagina entri anch'egli in lizza a contendere, se non palesemente accetto, certo non disprezzato. Ancora una scena brevealtrettanto col cavaliere di Ripafratta, e il Goldoni avrà già steso le fila che poi aggomitolerà e scioglierà con disinvolta maestria.
E ciò, che è pur tanto, è ancor poco. In quella scena brevissima egli ha disegnato e colorito due figure, così vive e vere che non vi usciran più dalla mente, come non usciranno per un secolo dal teatro:
Il nobile guittoChe senza un quattrinoOstenta il dirittoD'andare al Casino
Il nobile guittoChe senza un quattrinoOstenta il dirittoD'andare al Casino
Il nobile guitto
Che senza un quattrino
Ostenta il diritto
D'andare al Casino
e l'arricchito che tuttavia acerbo alle alterigie blasoniche paga a furia di scudi la sodisfazione di altre albagie. — E poi vengano a dirci che il Goldoni non è un artista; se non è arte questa, io non so più arte che sia.
E tra figure e profili, il teatro goldoniano ne contiene più che centocinquanta. Spiego una mia parola: profili. In Italia si va generalmente alla lesta nel parlar di caratteri; il ciarlone, per esempio, un carattere, il pedante un altro carattere. Adagio.Il burbero benefico,Sior Todaro brontolon,La donna capricciosa,La putta onorata,Il maldicente,Mirandolina,Il bugiardo, e via dicendo, io li veggo interi in piedi innanzi a me, conosco tutte le loro consuetudini morali e dovunque io li conduca, qualunque sia la condizione nella quale si trovano, indovino ciò che faranno e diranno. Ma il ciarlone, il pedante io non li veggo che da un lato; nè so di loro più di quanto essi stessi mi dicono. Così il ciarlone può essere un eccellente padre di famiglia e può essere un libertino: il pedante un galantuomo specchiatissimo e un furfante di tre cotte. Il loro difetto non è di quelli ne' quali tutta l'indole si foggia o che tutta foggiano l'indole d'un uomo. Il Goldoni li traccia maestrevolmente questi profili, ma essi non basterebbero soli a tener vive nè la sua fama nè le sue commedie.
Ben altra cosa i caratteri; alcuni de' quali rivelano nel Goldoni non soltanto l'osservatore felice ma l'artista paziente. Perchè s'è troppo detto e creduto che le commedie gli fluissero sotto la penna.... Sì, cominciò una volta con lo scrivere “atto primo scena prima„ senza sapere dove andrebbe a finire; ma fu una volta sola.... e fece l'Incognita. Sì, scrisse sedici commedie in un anno, fecondità portentosa: ma tra le sedici ci sono ancheIl giuocatore,L'erede fortunata,L'adulatore,Il cavalier di buon gusto. Chi ha in pratica il suo teatro, a quel modo che s'avvededella facilità sua nell'immaginare le favole, le quali nulla hanno mai di artificioso o di stentato, anche s'avvede della cura ch'ei pone nel tratteggiare i caratteri; ed è mirabile l'acutezza con cui egli scorge e tratteggia le gradazioni di una stessa passione, di un vizio medesimo: testimoni iRusteghi, testimoni gliavaride' quali egli ha raffigurati parecchi e sempre con lineamenti diversi; mirabile l'acutezza con cui egli scuopre e palesa le affinità di due vizi e le sfumature onde sono e separati e congiunti, e i fatali pendii per i quali l'uno degrada nell'altro. Così, per non addurre che pochi fra i moltissimi esempi, l'adulazione diviene abito di menzogna, la maldicenza tocca da un lato lo spirito di contradizione, la calunnia dall'altro, l'avarizia diviene cupidigia e la cupidigia conduce all'usura ed al furto.
Ma io parlo di vizi; quante oneste figure di uomini, quante leggiadre figure di donna! Il Guerzoni scrisse che nessuna delle donne del Goldoni è artistica e tutte quante si posson distinguere in due categorie; le casareccie e le ghiribizzose col capo cioè agli spassi e a' pettegolezzi.[8]Anche lasciando stare la curiosa singolarità de' loro nomi, queste categorie non mi persuadono; in quale collocheremo Mirandolina che fa la ghiribizzosaper divenir casareccia, in quale la Giannina delCurioso accidenteche casareccia non è perchè scappa di casa, e ghiribizzosa non può essere perchè è innamorata. E in quale Zelinda? E in quale quellaputta onorata, Bettina, che è de' più alti e forti caratteri femminili di tutti i tempi e di tutti i paesi?
Ma nè la comicità nè la umanità de' caratteri avrebbero bastato, io credo, a serbar sulla scena tante fra le commedie goldoniane (del Molière non se ne recitano più che due o tre) se non era il dialogo efficace, rapido, gaio,court, vif et précissecondo lo giudicarono in Francia sin da oltre un secolo.[9]Non parlo, s'intende, delle commedie in dialetto; delle quali poche oggi rimangono sul teatro e troppe meno di quelle che lo meriterebbero. Lasciate pur che il Baretti si sfoghi a chiamarlo barbaro; indaghi o ricordi egli a che ne fosse il dialogo comico italiano quando il Goldoni incominciò a scrivere e quali ei potesse averne buoni modelli sott'occhio. Lecommedie di Jacopo Nelli senese chi le conosceva? Pochi in Toscana, fuor di Toscana pochissimi; il Goldoni no, ma il Baretti neanche. LaMandragora, lo so: ma eran passati due secoli, mutate certe forme del dire, certi atteggiamenti alla nuova e più varia commedia non convenivano; ne' ghiacciati serbatoi di riboboli, custoditi da altri cinquecentisti, il Goldoni non frugò e fece bene: e sgonfiate da sè le vesciche del Cicognini sui cui volumi aveva palpitato da ragazzo, aspettò di fabbricarsi più tardi, e sempre da sè, lo strumento eccellente che gli servì così bene ogni volta che ne usò libero, non impastoiato cioè dalla rima o dal metro. Strumento il quale pare egli morendo spezzasse: chè dialogo comico, efficace, rapido, gaio come quello, non se n'è più scritto, ch'io sappia, in Italia. E forse una delle ragioni per le quali, dopo il Goldoni, l'Italia non ebbe e non ha teatro da rivaleggiare col francese è questa: che gl'italiani colti non son punto tra di loro in accordo su ciò che abbia ad essere il dialogo comico. S'è durato mezzo secolo a levare a cielo il dialogo del Nota freddo, artificiato, l'opposto insomma della spontaneità e della disinvoltura, intanto ch'era moda lamentare il Goldoni non avesse scritto un po' meglio; e i lamenti non cessano e alcuno rammaricava ieri che il Goldoni non possedesse la fiorentina spontaneità di GiovanBattista Fagiuoli. A' tempi del Goldoni le citazioni de' libri non letti non dovevano essere in uso; gli avrebbero fornite nuove fonti di comicità; usano bensì oggi, e coloro che del dialogo del Fagiuoli lodano la spontaneità, le commedie di lui non le hanno lette di certo; di ciò non gli accuso: minor fatica il tirare l'alzaia, ma la citazione è un di più.
Spontaneo il dialogo del Fagiuoli sì, quando parlano in vernacolo i popolani: or ecco come parlano gli altri; e poco importa sapere di che si tratti:
“La bontà che per me avete vi fa così favellare; e godo in estremo che Leonora che in vostra casa supposi all'improvviso eternamente defunta, nella mia consolata e lieta sen viva, da mentito funerale sia passata a vero sposalizio e che quelle faci che non ardì di accendere che per finzione la morte, fedele e sincero le abbia accese Imeneo.„[10]
Qui, come ognun vede, non v'è di spontaneo altro che le metafore.
Conchiudiamo.
Nel comico impareggiato, fecondo come pochi, se pur è vero ciò che si narra del De Vega e del Calderon; de' più felici osservatori, de' più sagaci imitatori della natura, salutatelo con simpatia reverente il Goldoni e passate. Non gli chiedete la dipintura di affetti forti e profondi, non li provò nè seppe descrivere; fin gli onesti spasimi di Pamela lo turbano; quando la passione, rarissimamente, sbotta in alcuno de' suoi personaggi egli crede darle linguaggio adeguato, scontorcendo il periodo e mettendoci il verbo in fondo. Non gli chiedete che s'avventi contro al corrotto costume col flagello della satira: a tentare le fustigazioni pariniane nè l'animo suo fu inclinato, nè la cura del queto vivere gliele avrebbe, se mai, consentite. Tutti i personaggi della satira pariniana sfilano e più volte nelle sue commedie, ma indistinti, lievi come ombre. Non gli chiedete neanche la compiuta cronaca morale della sua Venezia: non vi trovereste tutto quanto ne videro il De Brosses, il Casanova, il Rousseau; se alle molte lodi che desiderò emeritò, una vi piaccia aggiungerne ch'e' non curò meritare, dite ch'ei creò nel tempo della cipria e de' guardinfanti una commedia democratica, e ai miseri splendori delle ultime baldorie del patriziato contrappose sulla scena la vita lietamente povera de' navalestri ruvidi e de' pescatori, delle loro donne festose ma pudiche, modeste ma altere. Alla casa ov'ei nacque, là tra il ponte di Nomboli e il ponte di Donna Onesta, sull'angolo di via Cà Cent'anni (fatidico nome), se vi piaccia appendere ghirlande, inframmischiate al lauro le rose; e il simbolo della sua gloria si congiunga col simbolo della non mai turbata serenità dell'animo suo, onde parte di quella gloria gli venne.
Non corone di quercia. Questa smania innovatrice che ci travaglia e onde si sfigurano oggi le più limpide fisonomie, non oltre ci tenti a far del Goldoni un educatore morale o civile. Egli non sognò neppure le presunzioni didattiche della commedia; credè che all'arte bastasse il proporsi di ritrar la natura, come credè l'istesso Molière, non ostante le turpitudini del suo tempo gli strappassero dal labbro gli amari giudizî, e l'occhio suo divinatore scrutasse ne' decadimenti morali e politici dell'avvenire.
“Arcadia„ dicono. O beata colonia, dove il grande arcade Polisseno Flegeio siede tra le commossecreature della sua fantasia. Là ancora Zelinda, più che centenaria oramai e tuttavia giovine della giovinezza perpetua degli Dei e de' capolavori, acuisce con affettuose malizie la gelosia di Lindoro: là ancora Lelio s'impiglia nelle proprie spiritose invenzioni: là il marchese di Forlimpopoli si conforta delle cresciute strettezze, pensando che un altro secolo crebbe la muffa agli orli degli aviti diplomi: là il Goldoni, fra quelle personificazioni delle immortali debolezze dello spirito umano, le contempla e sorride d'un sorriso immortale.