GIOVANNI BATTISTA VICO(1668-1743)

GIOVANNI BATTISTA VICO(1668-1743)CONFERENZADIGiovanni Bovio

CONFERENZA

DI

Giovanni Bovio

Sapete le cagioni dell'indugio a venire e non occorre scusarmene. Ogni uomo che studia e ricorda parla volentieri a Firenze, specialmente se il discorso lo allontana dalle cose presenti e lo chiama a cose migliori.

Non sono divagazioni letterarie. L'uomo che aborre dalle memorie è straniero anche al suo tempo; si crede un novatore ed è un illuso; e i disinganni lo traggono ad una specie di pessimismo incosciente.

Vico fu per Napoli quel che Dante per Firenze.

Non è senza ragion l'andare al cupo,

Non è senza ragion l'andare al cupo,

Non è senza ragion l'andare al cupo,

disse Dante; e Vico vi si profondò. Due grandi infelici, l'uno descrivendo le leggi dell'eternità, l'altro, del tempo. E l'uno nell'eternità descrisse i tempi; l'altro nel tempo le leggi eterne. L'uno e l'altro più che ai contemporanei parlarono aquelli che il loro tempo avrebbero chiamato antico.

Dante finì col farsi parte per sè solo, Vico fu solo sempre, e la solitudine che all'uno parve elezione, all'altro necessità, fu destino per entrambi, che non maledissero mai alla Fortuna, considerandola nelfatale andare. L'epigrafe di Dante a sè è mesta, come l'autobiografia di Vico; ma il dolore del genio non si estende sul destino della specie.

I padri vostri condannarono Dante, quando non era Dante ancora; Vico, vivente, non fu mai Vico per Napoli, per la città de' miracoli del genio e dell'ignoranza. Le CXIVdegnitàinnanzi alla Scienza Nuova sono come le terzine di Dante al sommo di una porta: parole di colore oscuro. Perciò Vico non esiste nè anche oggi per molti, come non esisteva Dante per Voltaire e Lamartine.

I cerchi di Dante e di Vico sembrano limitati e si dilatano sempre, e ti ritrovi dentro quando credi esserne uscitoa riveder le stelle. Così ai tempi nostri, in tanta luce di civiltà, ci sentiamo come attraverso una selva, sotto l'imminenza di un altro giudizio niente allegro per i potenti e pe' fiacchi che vedono anch'oggi la lupa ammogliarsi a molti animali. E vediamo anch'oggi Vico a un certo punto spezzare il circolo e ripetere:Mundus adhuc juvenescit.

Ma noi, in tema di scienza, non dobbiamo lasciarci sopraffare dalla fantasia. Dobbiamo rassegnatamente contenerci nel tema, e neppure in tutto, bensì in quella parte che può capire nel discorso.

Il punto più oscuro per me nella storia del pensiero è stato sempre questo: come fu, come è possibile che Vico non esiste ne' tempi suoi? Io — dal Fedone platonico sino alle più recenti biografie su Bruno — non conosco e non so immaginare una tragedia del pensiero più fosca di quella di Vico; e m'induco a sospettare non sia stata piuttosto una leggenda che una tragedia.

In fatti, è assai doloroso vedere ad un pensatore, ad un artista, ad un benemerito della civiltà destinato il carcere invece del Pritaneo, il patibolo invece de' primi onori. Pur si spiega. Ma vedere sotto il silenzio passare un uomo che reca in mano la Scienza Nuova, vederlo passare per la più bella e popolosa città d'Italia come in mezzo ad una selva ne' tempi muti, è un fenomeno non pur desolante ma inesplicabile. E sarebbe incredibile, se i documenti non resistessero al dubbio.

Che fu dunque? Fu oscuro? Ma non più di Dante, sotto il velame de' versi strani, nè più di Bruno e di Spinosa, che pur meritarono l'onore di qualche ammaccatura. Parve stranezza piùche originalità ridurre a scienza la storia de' fatti umani? E non parve stranezza minore ai contemporanei di Copernico e di Galileo far girare la terra sotto ai nostri piedi, e pur que' due ebbero gloria e protettori. E poi la stranezza che rasenta o simula l'originalità è tante volte argomento di fama, se non di gloria. Un uomo affatto non inteso dall'età sua è un anacronismo, il quale è grottesco se non è follia. Può essere un solitario sino a quando la sua teoria non si faccia luce nuova e diffusa, ma il lampo se ne vede sempre.

E qui fermiamoci. Lasciamo stare glianacronismi, imiracolidel genio, e le supposizioni metafisiche che si sono fatte a spiegare l'oscurità di Vico tra' contemporanei. Quelle illustrazioni accrescono l'oscurità. Vico fu un solitario.

Chiariamo.

Ogni teoria, ogni autore d'una teoria vengono in proprio tempo e luogo. A questa storia del pensiero non poteva sottrarsi Vico che la costruì. Gli anacronismi non sono dunque nella storia del pensiero ma delle infermità umane.

“Dunque Vico fu inteso ed ebbe, nel suo tempo, seguaci i Vichisti.„ Così disse Poli e negò il fatto.

“Vico non fu inteso, perchè la sua storia delle idee umane presupponeva una metafisica della mente umana, che venne di poi.„ Così disse Spaventa e negò la teoria.

I vichisti contemporanei di Vico sono una favola; ed è un errore affermare che un sistema possa derivare da una dottrina che nascerà dopo. Le antecedenze di Vico non si troveranno in Germania presso Kant, ma si trovarono in Italia e nel terzo periodo del Rinascimento. Anche ad ammettere che sia venuto dopo chi lo abbia chiarito ed integrato, ci aveva ad essere prima chi gli aprì la via e gl'indicò la traccia. La famosaproles sine matre natapossiamo lasciarla all'enigma del Macduffo shekspeariano.

Insomma, raccogliendo il mio pensiero in forma chiara, vo' dire che Vico fu piuttosto non approvato che non inteso, perchè non la teorica mancò a lui ma la prova di fatto, quella appunto che più gli bisognava; non fu giudicato oscuro maincerto; e non fu, quindi, un anacronismo, ma un solitario.

E i solitarii non sono eccezioni, sono pensatori che entrano nella categoria di coloro che hanno larghe visioni e piccola prova. Vico, in fatti, fece correre la storia ideale eterna sopra un piano angusto — sul vecchio mondo greco-latino — e con poche fonti, fra le omeriche e le dodici tavole. Intuizione immensa e prova scarsa.

La grandezza e novità dell'intuizione fu intesa da tutti; la povertà della prova consigliava riserbo ed aspettazione di altri fatti.Aspettiamo la prova:ecco la solitudine intorno a Vico.

Aspettiamo la prova: non si poteva dire così a Copernico e a Galileo, nè a Cartesio ed a Spinoza. In Vico è immediatamente visibile la sproporzione tra l'immensità dell'intuizione e la portata de' fatti.

Se non dunque da' fatti, donde ei trasse l'intuizione che è il titolo unico della sua gloria?

Non da Cartesio che aveva respinto — vano ingombro alla memoria — la storia e le lingue; nè dal primo sè stesso, che nell'Antichissima Sapienzaaveva attribuito parlari filosofici alle origini umane. NellaScienza Nuovadimostra invece che il cammino dell'uman genere non comincia da concetti filosofici, ma da grossolane immagini. Dal senso si comincia, si sale alla fantasia, si arriva alla ragione; ed a questi tre gradi della mente rispondono tre età, che egli chiama tempi divini, tempi eroici, tempi umani.

Fermiamoci ancora. Abbiamo una successione di tempi secondo una graduale evoluzione psichica, la quale comincia dal senso e perviene alla ragione.

È dunque una filosofia della storia a base di una psicologia naturalistica, che prende le mosse dall'evoluzione del senso. Egli dirà di avere avuto presente il Verulamio e di averlo voluto integrare;ma egli deriva dal Naturalismo italiano, che, da Telesio a Campanella, aveva dato quell'indirizzo alla psiche.

E non è tutto. Quando le leggi della natura erano state determinate da Leonardo a Galileo e le leggi del pensiero da Pomponazzi a Bruno, la conseguenza inevitabile era determinare le leggi della storia. Vico doveva essere la suprema parola della rinascenza italiana.

Così intesi — e lo proverò meglio in altra mia opera — l'evoluzione dell'essere: Natura, pensiero, storia. La natura, organandosi, si fa pensiero; il pensiero, consociandosi, si fa storia. Il fatto naturale diventa pensiero; il pensiero diventa fatto storico. Quindi la natura è inscienza; il pensiero è scienza; la storia è coscienza.

Ne' tre periodi del Rinascimento noi troviamo intera questa evoluzione dell'essere, che si compie in Vico. Dopo, il nostro sapere è importazione.

Del significato e del valore di questa importazione tratterò in altro discorso, nel quale dimostrerò come la scolastica sia stata europea; italiano il Rinascimento; e come dalle nuove correnti del pensiero europeo sia stato perfezionato. Ora è chiaro come Vico sia stato non un ignoto ma un solitario; e come abbia trovato nel Risorgimento italico le antecedenze.

Una obiezione, prima di esaminare da un punto pratico il sistema di Vico: — Come può allignarsi sul tronco del Risorgimento egli che in ogni parte dell'opera sua introduce laprovvidenza?

Si guardi bene: quellaprovvidenzanon è influsso esteriore, è insita nelsenso comune umano, che si moveusu exigenti, ut que humanis necessitatibus expostulantibus.

Ed ora esaminiamo il significato storico delladegnità.

Signori, un secolo e settant'anni sono passati dalla prima pubblicazione della Scienza Nuova, e gli uomini politici brancolano ancora tra gli espedienti e la casistica come se fossero ancora ne' Consigli di Giovanni Bottero o nella Corte di Baldassare Castiglione. Che sarà domani? Chi, quale partito vincerà alle urne? Il papa consentirà o no aiuto al Governo? Qual'è l'avvenire dell'Italia in Africa? L'invocazione ufficiale di Dio porta vittoria? Il programma vero, concreto, vittorioso, come dev'esser fatto, da chi, dove, a Palermo o a Roma? E quali i contraccolpi che gli potranno venire da Parigi, da Berlino, da Londra? I repubblicani, i socialisti, gli anarchici, tutte le utopie non si affacciano in nome di una felicità di cui i filosofi indicano la porta, e i sacerdoti custodiscono la chiave? Nessuno risponde: voi restate come le mummie di Ruisch dopo l'ora dell'anno secolare, e il libro degli eventi resta innanzi a voi suggellato come prima. Voi non sapete se gli accorgimenti del più astuto saranno meno fortunati della pietra del primo monello.Che fosse una povera illusione la filosofia della storia? e perciò avviene che chi più la studia si trova meno veggente del primo avvocato che afferra il timone dello Stato?

La leggenda del genio incompreso è finita per sempre; ma potrebbe esser finita la credibilità della filosofia della storia. E questo non è vero: centosettant'anni sono appena l'infanzia di qualunque scienza; e pure il moto della filosofia della storia è stato sì rapido che da essa è già nata laSociologia. Con questo nuovo nome voi potete — se mai — travestirla, non già negarla; e Comte nascerà dopo Vico, come Vico dopo tutto il moto del rinascimento.

Se il domani vi sfugge, non per questo negherete la logica de' fatti umani. Di molte scienze, sulle quali sono corsi due millenarii, le applicazioni sono tuttora difficili; e se il cervello dello scienziato oscilla innanzi ai profili incerti di molti fatti, quelle scienze sopravvivono alle oscillazioni ed agli errori. Se voi sapeste i coefficienti e gli esponenti certi di molti fatti umani; se la critica storica — nata anch'essa dopo la filosofia della storia — potesse sorprendere vivi certi segreti di gabinetto, certi arcani di Corte e di Curia, certi motori invisibili; voi vedreste il domani come gli astronomi. Ed occorre altresì la qualità della mente osservatrice: innanzi al fatto si vuoleocchio d'aquila per vedere prima e dopo: mentre il pedante ripete i luoghi comuni della metafisica e del positivismo e sdottoreggia in astratto, il fatto gli passa innanzi irridendolo. Il grande osservatore è sempre qualcuno che sta fuori della scuola, e sdegna le categorie. Come il vero pensatore non è mai tutto uomo di parte, così l'acuto osservatore non è uomo d'una scuola. Allora si pensa, allora si osserva, allora un fatto che fugge inosservato innanzi a cento si ferma innanzi a lui. Allora nascono quelle previsioni che prima fanno ridere il volgo de' dottorelli e poi fanno ridere del riso.

Questa scienza esiste, e la logica de' fatti umani non è meno inesorabile della logica de' fatti naturali e della logica delle idee. Sono una logica sola. Voi potete negare a Vico tutti i ricorsi, negare che i vescovi siano aruspici, che il diritto feudale sia il diritto quiritario, che Calcante rinasca in Gregorio VII; negare questa e quella parte della sua teoria filologica e metafisica, le sue rivelazioni su Omero, sulle XII tavole, su' re di Roma e sugli eroi di Grecia; voi non negherete la logica de' fatti e Vico resta, come resta la legge di gravitazione, anche se sia sbagliato il calcolo delle masse e delle distanze.

E non parlo a caso, perchè come il calcolo si è già impadronito della logica delle idee, così sifarà padrone della logica de' fatti. A questo solo patto il naturalismo si farà scientifico. Vico sdegna il processo geometrico, se è formale ed esteriore come quello di Spinoza —more geometrico— non è reale ed intimo come quello delle cose:l'ordine delle idee dee procedere secondo l'ordine delle cose.

Questa unità dell'ordine è il presupposto di tutte ledegnitàvichiane. È un presupposto rispetto allaScienza Nuovama è un corollario del Rinascimento sino a Bruno. Che sono leDegnità?

Sono assiomi filosofici e filologici, onde muove la Scienza Nuova, entro la quale scorrono, dice Vico, come nelcorpo animato il sangue.

Filologici e filosofici sono, ma portano sempre contemperati questi due termini — il Vero e il Certo — dovendo i filosofiaccertaree i filologiavverare.

Ciò che nell'ordine speculativo è integrare ilVeronelCerto(accertare, sperimentare), nell'ordine pratico è integrare lasentenza, nelresponso(avverare, indurre).

Il responso è l'espressione assoluta del diritto universale; la sentenza è l'espressione relativa dell'utile momentaneo; l'uno è dato dal giureconsulto, l'altro dal politico.

La dignità che contempera il Vero col Certo, il responso con la sentenza, è data dal giureconsulto politico, che è filosofo della storia nato.

La suprema espansione del responso fu data dal giureconsulto romano:Libertas summis infimisque acquanda. La suprema espressione della sentenza fu data dal politico per eccellenza, daMachiavelli:Ei convien bene che accusandolo il fatto, l'effetto lo scusi. La suprema espressione della dignità è lacomunione di tutte le civili utilità conformi alla natura degli uomini governati.

Queste tre nature di uomini pratici sorgono tipiche in Italia, il giureconsulto quando lo Stato è forte, il politico quando lo Stato è caduto, il giureconsulto politico quando lo Stato risorge. Ed esprimono il genio del tempo e de' luoghi: il giureconsulto è romano; il politico è fiorentino; il giureconsulto politico è napolitano. Tenete occhio ai tempi ed ai luoghi e vi spiegherete questi tre tipi etici.

Signori, io vedo che dopo Vico il circolo de' ricorsi si apre nella retta di Herder, indicante la continuità del progresso, e poi nella spira di Hegel, che sale per volute sempre più larghe, a ciascuna delle quali Ferrari tenta sovrapporre il numero. Il medio evo mal noto a Vico e il mondo moderno, quasi negletto, si vendicano. Pur egli resta un titano in mezzo ai contemporanei, anche quandobacia i santissimi piedi a Clemente XII, mentre il Comazzi, il Radicati, il Giannone protestano contro le usurpazioni pontificie.

Ma questi altri erano consiglieri e Vico fondava la Filosofia della storia, innanzi alla quale l'età de' consiglieri politici finisce.

Che vuole Comazzi? — Flagella la divisione de' poteri, e torna, ridendo, a Machiavelli e a Campanella. Il Radicati vuole armato il potere civile contro le usurpazioni pontificie, delle quali Giannone dimostra le frodi. Illustrare la lupa dantesca era inutile, quando il tempo chiedeva sapere ciò che le leggi della storia potevano permettere sotto il destino delle date e lo svolgersi fatale delle necessità umane.

Questo fece Vico a cui potete perdonare le convulsioni del genio contro la continua ribellione de' fatti mal noti a lui; perdonare, ammirando un uomo tanto modesto e tanto audace che, postosi contro le tradizioni contemporanee, osa ricomporre i fatti contro le date naturali, o decapitare gli eroi della storia, se contrastano al suo pensiero.

Continuando l'indagine sulle leggi storiche, possiamo trarne alimento al carattere e alla fede civile. Molte cose ci sanno di reazione, ma nessuna può accennare alla possibilità di un ricorso. Alcuni possono tentare patti segreti o palesi con la Chiesa; ma nessuno può ritrarci all'età dei vescovi. Si moltiplichino pure quanti ordini cavallereschi possono confortare la vanità borghese, ma nessuno può ripetere la storia de' feudi. Potete invocare ora Dio ora la Dea Ragione, ma non farete nè una crociata nè una rivoluzionefrancese. Ripetete pure unaSainte-Barthèlemy, unadragonnadecontro i socialisti, non sopprimerete la quistione sociale, come i socialisti non sopprimeranno le necessità politiche. La Filosofia della storia indica la successione degl'ideali, integra l'antecedente nel susseguente, destina il proprio posto a ciascun istituto, a ciascuna forma, e non consiglia ma traccia il cammino ai partiti, ai Governi, ai popoli, aprendo le storie particolari verso la storia universale.

E questo destino delle cose ci compensa de' disastri momentanei che avviliscono gli animi deboli o sorpassati da' fatti. Perciò Oantù rovesciò il cono e fece più strette le volute come più la storia si accostava ai tempi nostri, sostituendo l'elegia al carme secolare.

No: io posso esser vinto oggi; ma se sotto la mia fronte si agita un'idea, le coalizioni avverse non sono più forti di me, e gli eventi non sono chiamati a sconfessarmi. Quest'idea mi salva dalle diverse congiure e malizie e mi mette sulla via per la quale dovranno passare i più fortunati di noi.

La forza di quell'uomo non deriva dal numero o dalle clientele, e neppure da' partiti; ma dal posto e dal grado che la sua idea occupa nell'ordine delle cose. Se le ripulse esteriori respingono Vico dentro sè stesso, ei diverrà ilCristoforo Colombo della sua coscienza e scoprirà il mondo delle nazioni. Voi credete di averlo superato, e ne' progressi vostri ei diviene il maggiore de' vostri contemporanei.

In nome delle leggi scoperte ammonisce i banditori di programmi che non promettano da deputati ciò che da ministri non manterranno, perchè l'età nostra non tollera una politica d'inganni. Agli altri dice che chi violento contrasta al cammino delle cose, lo affretta, e chi troppo lo incalza, lo stanca o devia. Il moto delle cose uniformemente accelerato sconcerta i circoli di Vico, l'isocronismo di Ferrari e la boria nazionale di Hegel; ma illustra più rapidamente le idee e, attraverso le gelosie degli Stati, conserta le mani delle nazioni.

Con tutte queste diversioni io sono pur rimasto sul campo generale delle idee. Desiderate una qualche applicazione viva e pratica ai casi presenti, alla storia dell'ultimo triennio, al Governo, al capitale, alla religione, alle arti? Bisognerà più coraggio a voi a chiamarmi che a me a parlare.

Se in questa città Machiavelli potè scrivere le più terribili sentenze della politica, è segno che qui si possono dire le più ardite espressioni della libertà.


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