GLI AVVENTURIERICONFERENZADIErnesto Masi.
CONFERENZA
DI
Ernesto Masi.
A forza di sentirmelo dire io m'ero persuaso d'avere oggi alle mani con questiAvventurieri italiani del secolo XVIIIil più bel tema possibile di conferenza, caratteristico cioè di quel secolo in sommo grado, e per sè stesso romanzesco, agitato, riboccante di tipi bizzarri, di singolari accidenti, di aneddoti piccanti, di scenette ora allegre (anche troppo), ora sentimentali, ora fantastiche, ora anche tragiche, se volete, su uno sfondo di paesaggio continuamente cangiante, il paesaggio di chi non si ferma mai in alcun luogo, e quindi non solo uno spettacolo sempre diverso di città, nazioni, pianure, monti, mari, foreste, deserti; ma, poichè trattasi di personaggi che, vivendo a casaccio e trasfigurandosi sotto mille aspetti, si ficcano dappertutto e coll'audacia, o coll'inganno, o colla violenza, o coll'ingegno sfruttanoin mille modi la società del loro tempo, uno spettacolo più limitato bensì e in pari tempo più vario, pel quale si passa anche più rapidamente dal tugurio al palazzo, dalla bisca al palcoscenico, da una prigione a una sala di ballo, da una reggia a una soffitta, da un accampamento a un monastero, da un'accademia a una loggia massonica, e ci s'imbatte in tutti i tipi storici contemporanei più notevoli: papi, enciclopedisti, dame galanti, mesmeristi, illuministi, framassoni, gesuiti veri, ex-gesuiti volterriani, giramondo diplomatici e letterari, monache ribellate, abati erotici, poetesse estemporanee, altre estemporanee senz'essere poetesse, eroine di teatro, monarchi filosofi, arcadi, filantropi, cicisbei e via dicendo.
Guardando all'ingrosso e, per così dire, in astratto, che cosa si può immaginare di più seducente e di più promettente d'un tema simile? Perocchè io non lo esagero punto per arte rettorica d'accaparrarmi la vostra attenzione e di solleticare la vostra curiosità. Il tema è così; il tema, dico meglio, sarebbe proprio così, chisapesse e potesse acciuffarlo per il suo verso ed esporlo nel suo complesso, non sbriciolandolo cioè in minuzie biografiche, spesso oziose, perchè troppo spesso somigliantissime le une alle altre, ma cogliendolo in pieno, nel suo insieme di grande quadro di costume della società del secolo XVIII, a penetrare nell'intimo della quale nulla val meglio (in apparenza almeno) del porsi dietro alle traccie di questi cosiddettiavventurieri, personaggi in accordo e in pari tempo in lotta con tale società, derivazione naturale di essa e in pari tempo incarnazione demoniaca di tutti i principii dissolventi, che la faranno terminare in un'immensa catastrofe.
Questa società, si direbbe, non può aver segreti per loro, deliberati come sono, d'approfittare di tutte le sue debolezze e falsità, di tutti i suoi errori, di tutte le sue colpe, di tutti i suoi deliri; deliberati, come sono, di farla in barba a tutti i suoi sussieghi e a tutti i suoi formalismi, di romperla con tutte le sue convenienze e con tutti i suoi divieti tirannici.
Per celare la sua leggerezza essa ha un bel rialzare le teste colle parrucche; per nascondere le sue magagne ha un bel ricoprirsi di fronzoli, di gale, faldiglie, giubboni a fiorami,andriennessvolazzanti, guardinfanti solenni; per occultare il vuoto de' suoi sentimenti e il disordine de' suoipensieri ha un bell'inferraiuolarsi in una letteratura, la quale pare che dica molto e non dice niente e, salvo le opere di pochi sommi, svapora quasi tutta nella menzogna stereotipa dell'Elogio, nella vacuità della chiacchierata accademica, nelle ritmiche cadenze d'una poesia ricantante a sazietà spettacoli campestri, che nessuno ha mai visti, spasimi d'amori, che nessuno ha mai provati, resistenze inespugnabili di ninfe, che da ninfe incivilite non se le sono mai sognate neppure.
Ma a che pro tanta artificiosità, tante lustre, tanta prudenza di ciarle vuote, come crisalidi di cicale scoppiate, se, sbucando di sotterra, la masnada degli avventurieri, non astretta a nessun obbligo, a nessun dovere, a nessuna decenza, scompiglierà, ridendo sgangheratamente, tutta quella compassata galanteria, svelerà tutto senza ritegno, dirà senza regola e senza pudore tutto quello che si voleva tacere?
Sono essi dunque, che più degli autori comici, i quali debbono fare i conti col pubblico e non disgustarselo, più dei satirici, i quali alla realtà contrappongono sempre idealità soggettive, più degli stessi epistolari settecentisti, còmpito di scuola, palleggio per lo più di frasi e di complimenti insignificanti, sono essi dunque, gli avventurieri, che coi documenti della loro vita e colleAutobiografie, lasciateci dai principali di loro, cidaranno la chiave di quell'enorme cabala, che fu il gransecolo dei lumi, il secolo XVIII; ci spiegheranno veramente il perchè i quarant'anni di pace dal 1749 al 1789, consolati da tanta giocondità di vita, illuminati da tante speranze di riforme e di progressi, cullati da tante rosee promesse d'una filosofia così arguta, così orgogliosa delle sue conquiste, e in pari tempo così facile, così accomodante, così penetrante in tutti i meandri sociali, finiscono in un'orgia satanica d'incendii, di vendette e di sangue; ci spiegheranno perchè, mentre i Giacobini di Francia hanno inalzato altari alla Dea Ragione, mentre il Condorcet s'è avvelenato per sfuggire alla ghigliottina, ma pur credendo sempre nella sua teoria della perfettibilità umana e del progresso indefinito, la plebe italiana insorge invece negli ultimi del secolo coi preti alla testa e il grido diViva Maria; ci spiegheranno perchè tanti di coloro appunto, che con più fede s'erano abbandonati al dolce sogno d'una rigenerazione universale, si mostrano all'ultimo i più disillusi e i più disperati, perchè Vittorio Alfieri indietreggia spaventato e sdegnoso, perchè Federico Schiller grida: “il secolo è morto fra le tempeste e il nuovo s'apre cogli eccidi; la libertà è un sogno; non v'ha posto nel mondo neppur per dieci felici;„ perchè Saverio Bettinelli chiama infausto il secoloXVIII che muore, lo condanna all'obblio e profetizza il finimondo; perchè Carlo Roncalli finalmente fa dire al secolo stesso:
Io che più per godereChe per pensar fui fatto,Volli troppo pensare e muoio matto.
Io che più per godereChe per pensar fui fatto,Volli troppo pensare e muoio matto.
Io che più per godere
Che per pensar fui fatto,
Volli troppo pensare e muoio matto.
Sì, lo credo, ci spiegheranno, ci dovrebbero spiegare tutto questo, ma bisogna saperli interrogare e soprattutto bisogna potersi fidare delle loro risposte. Visto all'ingrosso e a distanza, il tema è in realtà quale ho cercato a larghi tratti di delinearvelo, ma avvicinandosi ad esso, spuntano le dubbiezze, le difficoltà, le incertezze. Meno male che forse esse pure servono ad illustrarlo.
E in primo luogo chi sono questi avventurieri? quali sono? hanno caratteri proprii da non poterli confondere con altri, o basta qualche singolarità di vita e di vicende per gratificare di questo titolo un qualunque personaggio, come oggi si direbbe, un po' eccentrico? come si distingue l'avventuriere da quello che si suole chiamare uno strambo, un cervello balzano, unoriginale?e cotesti avventurieri appartengono inproprio al Settecento, o possono appartenere a qualunque tempo? hanno sempre la stessa indole e la stessa apparenza esteriore, o modificano questa e quella e l'adattano a tempi diversi?
A me pare che non si possa andar oltre, senza cercare di rispondere, se non a tutte, a qualcuna almeno di tali domande. Diciamo quindi subito quali sono i tipi, che nell'Italia del Settecento mostrano carattere d'avventuriere così spiccato e lineamenti e contorni così precisi da non poter cader dubbio che sono ben dessi e non altri. Alcuni dei loro nomi rivengono immediatamente alla memoria di tutti, Giacomo Casanova di Seingalt, Giuseppe Balsamo, o, com'egli si faceva chiamare, il Conte di Cagliostro, ed altri men noti sono il Da Ponte, il Gorani, il Piattoli, il Mazzei, fra i quali nomi però abbiamo già (notate bene) molte varietà della specie e non più soltanto il tipo così schietto, com'è nel Casanova e nel Cagliostro.
Le varietà poi si moltiplicano, se consideriamo che nel Settecento un qualche sprazzo dell'indole di costoro si avverte in moltissimi uomini d'ingegno alle prese colla fortuna, o vagheggiatori di novità, o per un caso, per una vicenda qualunque sbalzati fuori d'improvviso dall'umile e consueto solco, pel quale forse senza quel caso o quella vicenda si sarebbero rassegnati a metterecon tutta regolarità un piede dopo l'altro, durante l'intiera lor vita, senza mai affrettarsi, o prendere una scorciatoia di traverso, o provarsi di rovesciare quelli che erano davanti a loro.
A tale stregua, e fatta una prima distinzione importantissima fra l'avventuriere canaglia, l'avventuriere galantuomo e quello così così, si possono classificare fra gli avventurieri anche il Goldoni, per esempio (il quale del resto s'è titolato da per sè l'Avventuriere Onorato), il Baretti, l'Algarotti, il Galiani, il Gamerra, il Calsabigi, il Lalli, il Coltellini, il Cicognara e tanti altri, che sarebbe lungo ed inutile di nominare, ma che ci forniscono l'opportunità di fare una seconda distinzione fra l'avventuriere letterato e il letterato avventuriere ed enciclopedista alla francese, tipi non nuovissimi neppur essi, perchè nulla è mai nuovo del tutto sotto il sole, ma che il Settecento ha certamente perfezionati o per lo meno foggiati ad immagine e similitudine sua.
V'ha dunque, sì, fra tutte queste gradazioni d'avventurieri, che son venuto ricordando, molti lineamenti comuni e prettamente Settecentisti, e tali lineamenti li troveremmo non negli Italiani soltanto, ma nei numerosi avventurieri d'ogni nazione, che nel Settecento erravano in lungo e in largo per l'Europa coi pochi mezzi di locomozioneallora conosciuti e spesso spesso colle proprie gambe, perchè quella specie di continua irrequietezza e di continua ribellione individuale, che essi rappresentano, scorre come un fluido magnetico per tutt'Europa ed eccita ovunque vibrazioni isolate, finchè condensandosi a un tratto determinerà poi lo scoppio finale.
In Italia l'avventuriere del secolo XVIII ha precedenti storici non pochi. Vanno a finire in lui gli Umanisti del secolo XV, che la rinnovata coltura del Rinascimento avea messi in gran voga, che erano cercati dappertutto come arbitri, dispensatori di fama e di celebrità, e riempivano corti, palazzi, università, finchè l'Umanismo tramontò, e la più parte di essi, resi turpi e insolenti dalla troppo facile fortuna, scomparve nel disprezzo e nell'abbandono. Vanno a finire in lui i politici cortigiani, che nei secoli XVI e XVII si addestrano ai segreti della politica stretta, violenta, proditoria di tutti i piccoli tirannelli italiani, e talvolta, quasi a vendicare l'Italia dell'oppressione straniera, sotto la quale è schiacciata dalla fine del secolo XV in poi, salgono altrove ai primi onori, come l'Alberoniin Spagna, il Mazzarino in Francia, nei quali la porpora cardinalizia mal nasconde lo sdruscito farsetto dell'avventuriere. Vanno a finire in lui gli artisti girovaghi, i grandi comici dell'arte, alcuni dei quali, il Costantini, il Fiorilli, sotto le maschere diMezzettinoeScaramuccia, hanno vite tali da disgradarne i più bei romanzi d'avventure, ed il più celebre degli avventurieri del secolo XVIII, Giacomo Casanova, è figlio di due comici. Vanno a finire nell'avventuriere del secolo XVIII gli astrologi, gli indovini, i distillatori di profumi o di miscele mortifere o miracolose, per lo più Italiani, dei secoli anteriori; vanno a finire in lui i soldati vagabondi, ed anzi più svanisce ogni vecchio ideale cavalleresco, più si diffondono, come una moda, il razionalismo e la miscredenza, mercè i progressi delle scienze fisiche e le demolizioni della filosofia enciclopedista, e più diviene frequente questo tipo caratteristico dell'avventuriere, enciclopedista esso pure nelle sue mille attività e trasformazioni, uom di moda e di progresso, cavaliere non di virtù e cortesia, ma d'industria, come lo definisce il Goldoni in quei versi d'un suo melodramma:
Eh, figlia mia, di cavalieri errantiAnche a' dì d'oggi ve ne son, ma questiSi rendono famosiPiù per l'industria lor, che pel valore.
Eh, figlia mia, di cavalieri errantiAnche a' dì d'oggi ve ne son, ma questiSi rendono famosiPiù per l'industria lor, che pel valore.
Eh, figlia mia, di cavalieri erranti
Anche a' dì d'oggi ve ne son, ma questi
Si rendono famosi
Più per l'industria lor, che pel valore.
La derivazione storica dell'avventuriere del secolo XVIII, per quanto frammentaria, mostra dunque che esso pure èevoluzioneeselezione(adoperiamo anche noi le grandi parole scientifiche) di tipi varii, e insieme congeneri per qualche lato, e mostra di più colla sua tenace vitalità che questa interessante famiglia d'animali è destinata a perpetuarsi anche al di là del secolo XVIII, tant'è vero che dopo un'interruzione, cagionata forse da un'età organica di rivoluzioni politiche, nella quale il tipo si confonde e si nobilita nell'esule, nel cospiratore patriotta, nelguerrigliero, nel dilettante diplomatico, questa nostra fine di secolo lo vede ricomparire fresco come una rosa nel politicante e può offrirne esemplari bellissimi, i quali, inalberando la vecchia divisa del Casanova e del Cagliostro:mundus vult decipi(la gente vuol essere canzonata), sbucano come quelli dai sotterranei massonici, o tentano le vie nuove del giornalismo irresponsabile, della banca senza scrupoli e persino (chi lo crederebbe?) della burocrazia intraprendente, ed hanno dinanzi a loro tanto più facile e spianata la via, in quanto non si tratta più, come per quei poveri diavoli del Casanova e del Cagliostro, d'aver a canzonare il mondo intiero, ma basta saper canzonare quattro imbecilli d'elettori, perchè non ci sia più concupiscenza o ambizione,che non si possa soddisfare, o alla mèta, a cui non si possa arrampicare.
Sempre diverso adunque, eppure perpetuo e trasformantesi e adattantesi ai tempi è il tipo dell'avventuriere, nè l'avventuriere del secolo XVIII sì sottrae a questa legge. Se non che esso si adatta al tempo, perchè mira a sfruttarlo, e per la stessa ragione lo contrasta e gli si ribella, perchè questo suo proposito di sfruttarlo essendo fondamentalmente illegittimo, l'avventuriere deve calpestare tutte le regole e rompere tutti i freni, che nessuna società, per quanto leggera e corretta, ha mai soppressi del tutto.
Ciò posto, ecco i tratti anche più caratteristici dell'avventuriere del secolo XVIII quali possiamo studiarli, in Giacomo Casanova di Seingalt e nel conte di Cagliostro, che sono certamente fra gli avventurieri italiani del secolo XVIII i maggiori di tutti.
In primo luogo l'avventuriere è solo. Non ha tradizione di famiglia, nè vincoli di attinenze sociali, anche se si conosce il nome de' suoi genitori e il luogo dov'è nato. È solo, non ha nulla, e vuol tutto. Questo è il punto di partenza, e movendo di qui esso è sempre l'autore unico della propria fortuna o della propria disgrazia. L'uomo, che piega o no al proprio destino, che si rassegna o lotta vigorosamente, ma che insomma è preda o giuoco d'alcunchè d'estraneo a lui e alla sua volontà, può bensì incontrare avventure d'ogni fatta, ma non è l'avventuriere. L'uomo, che ama l'ignoto e vi si arrischia, che si compiace del pericolo e lo sfida, che vagheggia un alto ideale e vi si sacrifica, il viaggiatore, il soldato, il missionario, può bensì incontrare avventure d'ogni fatta, ma non è l'avventuriere. Avete in quelli la forza del carattere, la fede in Dio, l'amore della scienza e della verità, il bisogno d'azione, l'impulso potente della fantasia e del coraggio.
Nell'avventuriere invece avete la mancanza d'ogni base e d'ogni ideale inspiratore, ed un'unicaconvinzione, quella cioè che la maggioranza del genere umano è di sciocchi, dei quali l'uomo di spirito deve sapersi approfittare. Sono le testuali parole del Casanova, al quale si vuol tener conto almeno della sincerità.
Tant'è che quasi tutti questi avventurieri del secolo XVIII, poichè quella società leggiera ed elegante, nello scadimento dell'antica fede religiosa e nel fanatismo nuovo pei grandi progressi delle scienze fisiche e naturali, inclina, come sempre accade, alla parte fantastica e superstiziosa delle scienze medesime, nè contenta alle vere scoperte, vuole addirittura il miracolo, quasi tutti, dico, questi avventurieri del secolo XVIII, e in prima linea il Casanova e il Cagliostro, tornano ai misteriosi deliri delle arti occulte, della necromanzia e della magia; intingono negli arcani dell'illuminismo germanico, della Massoneria e del mesmerismo, sempre collo specioso pretesto del progresso indefinito della libertà umana e della scienza. Vi ricorderete come il Monti nel 1784 inneggiava alle continue conquiste della scienza:
Che più ti resta? InfrangereAnche alla morte il teloE della vita il nettareLibar con Giove in cielo!
Che più ti resta? InfrangereAnche alla morte il teloE della vita il nettareLibar con Giove in cielo!
Che più ti resta? Infrangere
Anche alla morte il telo
E della vita il nettare
Libar con Giove in cielo!
Ebbene, ciò che nel Monti è uno dei soliti suoifelici impeti lirici, nel Casanova e nel Cagliostro è il gran segreto, che promettono agli imbecilli contemporanei di rivelare.
In Venezia il Casanova vive e sciala per lungo tempo alle spalle di tre onorati e creduli gentiluomini, Bragadin, Dandolo e Barbaro, i quali sono persuasi ch'egli sia in possesso d'una cabala profetica e in comunicazione con spiriti celesti, che, oltre a far conoscere il futuro, devono apprender loro anche l'arte di non morire. In Parigi, con maggior apparato di prestigi negromantici, spilla tesori ad una vecchia pazza, madama d'Urfé, cui ha promesse le gioie del ringiovinire, le rinnovantesi estasi dell'amore e l'immortalità.
Con eguale impudenza il Cagliostro sfrutta coi credenzoni di mezz'Europa i fenomeni del magnetismo animale e del sonno catalettico per rievocare i trapassati, leggere negli arcani dell'avvenire; e in Roma, nella primavera del 1789, la fila dei cocchi, che recano alle sue conferenze di Villa Malta presso Porta Pinciana la più alta società indigena e forestiera, è ben più fitta, che non sia ora in Firenze quella delle più frequentate conferenze del palazzo Ginori. Se non che là si trattava di risvegliare i morti; qui, tutt'al più, d'addormentare i vivi, ed il proposito più innocente giustifica la minore curiosità.
Negromante, cabalista, mesmerico, spiritista, l'avventuriere ha su altri gran dottori di scienze occulte la superiorità d'essere sempre in perfetta malafede. Ciò può tenersi per indubitato del Casanova, Veneziano, e che del Veneziano ha tutta l'arguzia e la lucidità della mente; meno certo del Cagliostro, che ha la cupezza fanatica, gli sbalzi selvaggi del plebeo Siciliano, e in cui talvolta par di discernere quel fervore e quell'accecamento di spirito, pei quali, colla lunga abitudine del darla ad intendere, del vantarsi e dell'attribuirsi poteri straordinari, un uomo finisce in parte a credere a ciò che fa e a ciò che dice. Ad ogni modo anche nel Cagliostro il ciarlatano prevale.
Troveremo noi maggiore sincerità negli amori dell'avventuriere? Neppure in questi, quantunque, sino a che la gioventù gli dura, le donne siano il fondamento principale e l'istrumento maggiore della sua fortuna. Se non che nel Cagliostro questo argomento non ha nè grande importanza, nè alcuna estetica vaghezza. Il suo matrimonio con la bella Lorenza Feliciani, figliadi un tintore romano, è la più turpe di tutte le sue speculazioni, e gli altri amori sono episodi senza alcun intimo legame col misterioso laberinto della sua esistenza. Nel Casanova invece gli amori sono il pernio centrale della sua vita e di fronte ad essi è episodico tutto il resto. I suoi amori riempiono quasi gli otto volumi delle sueMemoriee si può credere s'egli ha avuto e s'è dato agio di variare questa dolce musica su tutti i toni possibili, dal più carnalmente e giovenilmente boccaccesco fino ad un sentimento così passionato e così raffinato della pura bellezza plastica, che il Sainte-Beuve, buon giudice, scambia addirittura il Casanova per un artista greco, e che un raggio di estetica idealità scende, si voglia o no, da qualche angolo di cielo pagano e traversa ed illumina tutta questa, starei per dire, nuda oscenità di racconti.
Non per questo si può affermare che passione vera s'incontri mai nelle sue infinite variazioni dell'eterno tema dell'amore, e sarebbe del resto assai strano incontrarla in un uomo, pel quale l'amore non è altro, com'esso dice, che “una curiosità più o meno viva, dominata dalla gran legge di natura, che assicura la perpetuità della specie.„
Il Casanova non prova quindi la passione, nè la inspira. Fra le tante donne amate da lui o chelo hanno amato, per lo più donne libere e ragazze (notevole singolarità nell'età deiCavalieri Serventi) egli non s'imbatte mai in quelle amanti indiavolate, che l'infedeltà o l'abbandono mutano in Menadi scapigliate e furibonde, o in vittime deboli e desolate, che si struggono in lagrime e, per colmo d'imbarazzo, sono anche capaci d'ammalarsi e morire. No. Le donne del Casanova, queste gioconde e sorridenti figurine del secolo XVIII, nè minacciano, nè s'ammalano, nè muoiono. Non dimenticano bensì, nè si consolano subito, che sarebbe troppo, ma al momento del distacco promettono di vivere ancora e di cercare nel mondo qualche altra consolazione. Così l'amore non procura mai a questo gaudente girovago nè uggie, nè soste, nè rimorsi; l'amore per lui è mezzo, non fine, e quindi egli sta in guardia contro sè stesso per non abbandonarsi mai del tutto a nessuna ebbrezza d'amore che gli tolga la libertà delle sue determinazioni e dei suoi movimenti. Direi ch'egli tratta l'amore, come il vino. Quando s'accorge, che gliene salgono i fumi al cervello, egli lo anacqua o cessa di bere, nè fra i tanti eccessi di questa vera rincarnazione Settecentista del vecchio mito di Don Giovanni Tenorio vi avverrà mai di vederlo ubbriaco, cioè senza più coscienza esatta di sè e in balia degli altri.
Tuttavia una presa di matto c'è nel Casanovaed è ciò che qualche volta lo può rendere anche simpatico e gli ha fatto trovare più difensori che non merita; ma siamo savi noi, e non ci lasciamo ingarbugliare.
Anche quando giuoca tutto il suo denaro o giuoca la vita con tanta spensieratezza, in fondo in fondo il calcolo c'è sempre. Quanto al danaro, più la fortuna lo abbandona oggi e più lo compenserà domani; non lo compensasse, ed egli, messo alle strette, non esiterebbe a correggerla.
Questa suprema necessità è anzi sempre la difesa, ch'egli invoca, ogniqualvolta le sue azioni non stanno entro il circolo chiuso della morale, e neppure nei dintorni della morale.
Quanto a giuocar la vita, ammetto ch'egli è coraggioso, anzi audace, ma consideratelo, ad esempio, nel famoso duello col conte Braniki a Varsavia e v'accorgerete che il battersi a morte con un grande del regno e favorito del Re Stanislao Augusto Poniatowski, a proposito d'una qualunque ballerina Veneziana, di cui al Casanova non importa nulla, è per lui un'occasione di mantenersi prestigio e posizione, anche cavallerescamente onorata, in una corte e in una società, che è tutta d'avventurieri, a cominciare dal re, e non se la lascia scappare. Se n'esce bene, il Casanova ne approfitterà, ed in che modo! Se gli va male?... Ma a questo il Casanovanon pensa neppure. Ed ecco anzi il vero punto psicologico dell'avventuriere. Se ci pensasse, sarebbe un altr'uomo!!
A una cosa sola pensa l'avventuriere, di cui stiamo studiando il tipo nel Casanova, pensa a riuscire e a godere. Far fortuna è tutta la sua moralità. Per questo la politica dei giorni nostri, aperta a tutti, è diventata così grande sbocco di questa merce. Nel Settecento invece la politica era alcunchè d'inaccessibile; l'avventuriere, se mai, non vi giungeva che di straforo, per caso e di passaggio (come il Casanova in quella dell'abate di Bernis e della Pompadour) e spesso spesso v'incappava nello sfratto o nella prigione.
La vita sociale, con classi così profondamente divise, era chiusa da tutte le parti; i più s'adattavano a vivacchiare pacifici in queste acque morte; ma certe individualità, che da natura aveano sortita l'indisciplinatezza, l'audacia, la febbre della cupidigia e dell'ambizione, sentivano invece la necessità d'uscirne, di vivere d'un'altra vita, respirare un'altr'aria, muoversi, agitarsi, farsi valere ad ogni costo, anche a costo di rischiare a tal giuoco vita ed onore.
È per questo che il perfetto avventuriere è una figura rara bensì (quelli che ne hanno solo qualche tratto o incompiuto o transitorio sono invece ben più numerosi) è una figura rara bensì, ma che si stacca con tanta originalità e così caratteristica sul fondo storico della società del secolo scorso; è per questo che la più colossale e complicata figura d'avventuriere, cioè il Casanova, spunta a Venezia, dove un carnevale perpetuo, che attrae i gaudenti di mezz'Europa, eccita tutti gli istinti viziosi, e dove in pari tempo un'oligarchia aristocratica, che ha tradizioni di giustizia e di rettitudine, ma tradizioni altresì di governo chiuso ed inesorabile, comprime tutto inesorabilmente e non lascia altra libertà che di far all'amore in bautta o alla scoperta, giuocarsi i patrimoni alRidottoe parteggiare per le commedie del Chiari o del Goldoni.
Queste poche licenze non bastano ad un temperamento come quello del Casanova. Il giuoco e le cabale sono la sua base finanziaria. Gli amori sono il suo spasso prediletto e già essi soli lo introducono in molte intimità sociali, alle quali per altre vie non perverrebbe. Ma ha bisogno di qualche cosa di più e si caccia nei segretumi delle Loggie Massoniche, incominciate a diffondersi anche in Venezia, e allora la invisibile mano degli Inquisitori di Stato gli si posa misteriosamentesopra una spalla e dopo averlo, a modo di correzione, tappato una prima volta nel forte di Sant'Andrea, lo tappa di nuovoai Piombie questa volta con cinque annetti di condanna. Il Casanova riesce a fuggire, e la sua fuga, prodigiosa d'astuzia e d'audacia, la sua fuga, ammirata, derisa, non creduta, negata per impossibile fino ai giorni nostri, ed oggimai, dopo lo studio del D'Ancona, indiscutibile, la sua fuga diviene una delle fughe celebri del secolo ed egli sfrutterà a lungo tale celebrità. Ma eccolo ribelle e fuoruscito per forza e continuando sempre e dovunque lo stesso tenore di vita, ecco aprirglisi dinanzi non più Venezia e l'Italia soltanto, ma l'Europa intiera, sicchè la scena delle sueMemorie, dopo di aver rappresentata la vita Veneziana e Italiana contemporanea, in alto, in basso, ma sempre nella sua parte più torbida, si slarga ora e si estende via via all'Europa intiera e le sueMemoriedivengono così un caleidoscopio immenso, dove sorpreso in mille atteggiamenti e nei più intimi, nei più riposti, nei più inaspettati, s'agita e si divincola tutto un mondo di gente, da quella che è posta in cima della scala sociale allosnobpiù basso, più vile e strisciante nei più infimi strati, donde s'arrampica a pigliar d'assalto il tremendo problema della vita con gli spedienti più loschi e le professioni più innominabili.
Parvero così straordinarî i racconti delleMemoriedel Casanova, che s'incominciò dal dubitare dell'esistenza di lui, poi dell'autenticità delle sueMemorie(che Paolo Lacroix pretese addirittura scritte dallo Stendhal) e ne uscì fuori una questione critica grossissima, ch'io mi guarderò bene dall'esporvi, tanto più che non è chiusa ancora, ma le cui conclusioni più sicure infino ad ora son queste. Non parlo dell'esistenza del Casanova. Troppe testimonianze contemporanee la provano da poterne sul serio dubitare. Ancora è provata l'autenticità delle sueMemorie. Sappiamo però con altrettanta certezza che il testo da noi posseduto non è in tutto il testo vero, quantunque sembri che i ritocchi e le mutilazioni praticatevi dal signor Lafargue non siano state poi così grandi, come sembrarono al nostro bravo Ademollo, che in parecchie occasioni se ne mostrò affannatissimo, o per lo meno non alterarono gran che l'impronta personale d'uno scrittore, che sarebbe molto difficile di contraffare, senza rifondere compiutamente il suo libro. Resta la veridicità dei fatti. Di molti i riscontri sicuri sisono trovati; di altri è forse impossibile trovarli; ma i già trovati son tali da testimoniare in favore del rimanente, e gli errori di memoria o gli abbellimenti di fantasia non tolgono alla realità totale del quadro, quantunque, come scrittore, il Casanova sia nelle sueMemorieartista potente, e veramente creatore, oltre ad essere pensatore e osservatore attento e coltissimo. Altri suoi scritti pure lo dimostrano tale, l'Isocaméron, ad esempio, libro meraviglioso e di cui i romanzi recenti di Giulio Verne parvero un plagio.
L'uomo, lo scrittore sono dunque nel Casanova una realtà. La sua vita pare un romanzo, ma è un romanzo che fu vissuto; l'uomo somiglia a Gil Blas, ma a un Gil Blas in carne ed ossa, e non a un'invenzione d'un qualunque ignoto Le Sage. Questo tristo rappresentatore, questo impudente rivelatore della più segreta storia del secolo XVIII ci ha lasciato dunque documenti di sè e del suo tempo, che vanno bensì accolti con riserva e adoperati con prudenza, ma che pur sono incontrastabilmente documenti d'una parte almeno della vita sociale del Settecento nella Venezia degli ultimi Dogi, nella Roma di papa Lambertini e di papa Rezzonico, nella Napoli del Tanucci, e principalmente nella Francia di Madama di Pompadour, nella Spagna dell'Aranda, nel Portogallo del Pombal, nell'Inghilterra dei treultimi Giorgi, nella Russia di Caterina II, nella Prussia di Federigo il Grande, nella Polonia del bel Stanislao dalle chiome corvine. Una parte almeno, ripeto, di tutta questa immensa prospettiva Europea, quella in ispecie che meno salta agli occhi nelle storie, è nelleMemoriedel Casanova sorpresa in atto, colta sul vivo, e descritta da grande artista.
Anche questo tanto di realtà, che troviamo nel Casanova, ci sfugge invece nel Cagliostro. Costui, se qualche volta s'è pur tanto infervorato nella commedia che recitava da scambiarla colla realtà, costui è veramente la menzogna in persona. Quando crediamo d'averlo afferrato e di poterlo costringere a dirci finalmente chi è e che cos'è, egli ci è già sguizzato via, come un anguilla, e ci troviamo a mani vuote. Il Casanova lo ha incontrato più volte ne' suoi viaggi, la prima volta ad Aix, ed il Cagliostro e la moglie, in abito di romei, tornavano allora stanchi, estenuati e senza un soldo dall'aver visitato a piedi Sant'Jacopo di Compostella e Nostra Donna del Pilar; un'ultima volta a Venezia, sotto il nomedi marchese Pellegrini, e allora il Casanova riconoscendolo per unfieffè fripongli profetizzò che sarebbe finito in galera, una delle profezie, delle quali il Casanova può più giustamente vantarsi.
Questa strana figura del Cagliostro, che spunta originariamente dallaMafiaSiciliana, eccitò potentemente col suo continuo nascondersi e trasmutarsi le fantasie dei contemporanei e dei posteri, ma molte parti di essa restano anche oggi un mistero. Dal Goethe e dallo Schiller ad Alessandro Dumas ed al Carlyle, artisti sommi, senza contare i critici, gli storici, i psichiatri, i medici, i moralisti, hanno sentito il bisogno d'affrontarsi con questa sfinge; pel Goethe e per lo Schiller era divenuta una specie di fissazione, da cui non poterono liberarsi, che dandole sfogo, lo Schiller in un romanzo, il Goethe in una commedia, l'uno e l'altra però parto di fantasia, non rivelazione del mistero, alla cui provocante tentazione i due grandi poeti non avevano potuto resistere.
Eppure il Goethe non s'era contentato di fantasticare sul Cagliostro come sulla leggenda del dottor Faust, ma durante il suo viaggio in Sicilia avea voluto assicurarsi se un filo qualunque ricongiungeva alla realtà della vita quel fantastico essere, che da anni correva l'Europa riempiendola della sua fama ed avendo sempre alle calcagna un esercito di fanatici e di persecutori,di birri che lo vogliono carcerare, e di discepoli che vogliono metterlo sugli altari. Chi ha ragione, chi ha torto, i birri o i discepoli? E fa meraviglia vedere con che timida curiosità il gran poeta Tedesco entra in quella povera casuccia di popolani Siciliani e interroga quella vecchia madre, quei nipoti, quei compagni d'infanzia del Cagliostro, e che turbamento gli arreca quell'internocosì squallido, così onesto, così triste, paragonato alla rumorosa fama od infamia del gran negromante, di cui tutta Europa si occupa. Uscendone, il Goethe ne sa più e ne sa meno di prima. Sa, per esempio, che il nome di Cagliostro, in cui s'era trasmutato Giuseppe Balsamo, non è tutta un'usurpazione, bensì un nome di famiglia anch'esso, finito già in una donna, e ch'egli avea assunto, aggiungendovi di suo la contea e cambiando il nome di battesimo di Giuseppe in Alessandro. Certo, come minuzia biografica, questa notizia ha la sua importanza. Ma che lume dà a tutto il resto? Anche il Casanova affibbia al suo nome di famiglia undi Seingaltdi sua invenzione. Ma, più franco almeno, al Borgomastro di Norimberga, che gli domanda: “donde traete voi il diritto di portare questo secondo nome?„ il Casanova risponde: “dall'alfabeto, che è di tutti e di nessuno!„ E sui titoli d'accatto, quando l'imperatore Giuseppe IIgli dice: “è ridicolo chi compra un titolo di nobiltà„ il Casanova risponde: “sì, Maestà, ma non più di chi lo vende!„
Anche fra queste lustre ciarlatanesche siamo dunque sempre col Casanova nella realtà comica d'uno sfruttatore spiritoso della scioccheria umana. Ma col Cagliostro è altra cosa. Tutto è falso o dubbio in lui, lo spirito, l'ingegno, la scienza, l'audacia, la nobiltà, la ricchezza, il nome, l'età, il presente, il passato. Pare a momenti, direbbe il Carlyle, che di vero e di reale non ci sia se non quel carrozzone pitturato e coll'imperiale rigonfia di bagagli, che tirato da quattro cavalli passa di galoppo fra un nembo di polvere e un rumore assordante di fruste e di sonagliere a traverso l'Europa, preceduto e seguito da sei poderosi lacchè, che cavalcando lo annunziano e lo scortano onorevolmente. Entro quella spettacolosa e pesante macchina siede un uomo tarchiato, di aspetto volgare e zotico, ed al suo fianco una donnetta di trista fama, chiamata, secondo i casi, Lorenza o Serafina. Ora come va, si domanda il Carlyle, che dopo brevi riposi quel carrozzone può sempre ripigliare il suo cammino e non gli accade mai di arrestarsi di botto, come una locomotiva senza vapore, o di sfracellarsi silenzioso in fondo a un fossato? Quell'uomo tarchiato, che siede nelcarrozzone pitturato, è un truffatore e falsario, scappato da Palermo, di vent'anni circa più giovine del Casanova.
E da quella prima sua fuga piglia le mosse anche la sua grande leggenda, incominciata con una scomparsa totale, che dura qualche anno; e fin qui il perchè si capisce. Ma dov'è stato in questo tempo? Nessuno lo sa; egli non lo dice, nè lo dirà mai, o, meglio, a chi gliene chiede risponde con tante diverse versioni, che la nuvola tenebrosa, in cui ad arte si ravvolge, a nessuno riescirà mai più di squarciare del tutto, nè ai truffati, che si risentono, nè agli illusi, che gli credono, nè agli Inquisitori di Stato di Venezia, nè ai tribunali di Francia, di Spagna, di Portogallo e d'Inghilterra e neppure al Sant'Uffizio di Roma, il quale senza approfondire più che tanto, n'esce per un rotto di cuffia, che appartiene in proprio al Sant'Uffizio soltanto, e il 7 aprile 1791, quando già da quindici anni in America e nell'anno stesso in Francia erano stati proclamati iDiritti dell'uomo, lo condanna per eretico, mago e framassone, certo lesue pecche minori, e per le quali una condanna capitale, commutata in galera a vita al forte di San Leo, dove il Cagliostro morì, non può non parere oggi pena eccessiva. Donde consegue che anche fra i più recenti scrittori, che hanno parlato del Cagliostro, ad alcuni il Cagliostro sembra un problema psicologico d'incerta soluzione ed altri non esitano a darlo per un vero precursore ed un vero martire di libertà. Dove s'è vista mai, signore mie, una canzonatura d'avventuriere meglio riescita di questa? una canzonatura, i cui effetti durano quasi cent'anni, dopo la morte del canzonatore? Di questa morte il primo centenario ricorre anzi appunto in quest'anno. Che vi stupireste di molto a veder comparire uno di questi giorni un proclama, in cui si dicesse che, anche il Cagliostro ha fatto l'Italia? Già, a molti segni, ci sarebbe quasi da crederlo!! Ma non si tratta ora di ciò. Quello che mi preme di dire è che il mistero del Cagliostro non istà tanto nell'esser riescito, quanto nell'assurdità, nella volgarità dei mezzi, mercè i quali è riescito. Ma che si burla? Il Cagliostro una volta si dà per figlio dello Sceriffo della Mecca, un'altra per discendente dell'ultimo principe di Trebisonda, una terza (e questa l'ha sentita il Grimm in casa della contessa di Brienne) per nato non si sa da chi su una nave, che traversava il Mar Rosso,deposto fra le rovine d'una piramide Egiziana, ed ivi trovato da un vecchio sapiente di nome Althotas, che gli rivela tutti i segreti della natura e della vita; una quarta si contenta di dire come Cristo:ego sum qui sume di delineare a vista un serpente trapassato da una freccia e con un pomo in bocca; una quinta millanta la sua discendenza da Carlo Martello, quel figliuolo di Carlo il Zoppo, re di Puglia, che fu amico di Dante; una sesta finalmente si dà per Apollonio Tianéo in persona, rigenerato dalla metempsicosi.
E questo è niente. Quanti anni ha? Lui stesso, o dice di non saperlo, o lascia vagamente credere d'esser più che centenario. A Parigi però dinanzi a un quadro dellaDeposizione di Crocecomincia a piangere dirottamente e interrogato che cos'ha:
— Ahimè! — risponde, — piango la morte di quel grand'uomo, tanto buono e affettuoso ed a cui debbo tanti dolci momenti! Abbiamo pranzato insieme alle nozze di Canaan e in casa di Ponzio Pilato!
— Ma di chi parlate di grazia?... — lo interruppe il signor di Richelieu stupefatto.
— Eh per bacco! Di Gesù Cristo! Oh l'ho conosciuto moltissimo!...
Nei suoi viaggi in Oriente col savio Althotas ha visto cose meravigliose: in Asia il paradiso terrestre, l'albero secco del bene e del male, gliavanzi dell'arca di Noè, quelli della torre di Babele, un lago, che passa pel centro della terra e a traverso il quale, guardando come dentro a un canocchiale, si toccano quasi cogli occhi la luna e le stelle, che splendono sugli antipodi; in Africa, le quarantamila mummie persiane dell'esercito di Cambise, e in cima a una piramide ha avuta la visione d'una donna bellissima, quella stessa Lorenza Feliciani, che poi a Roma sposerà. Più meravigliose cose ha fatte o gli hanno insegnate: è stato zitto per dieci anni a studiare in un collegio fondato dalla regina Saba, il qual collegio era diretto dal Gran Cofto d'Oriente, che l'ha iniziato ai misteri del rito egiziano e l'ha consacrato suo vicario in Occidente; ha imparato l'arte di spiegare i sogni sul libro dei Sette Dormienti e su un altro di Giuseppe Ebreo; ha imparato a mutar la canapa in seta, ogni materia più vile in oro, a ingrossare i diamanti, a fare illapis philosophorum, l'elixir della vita, il magnetismo prima di Mesmer, a far apparire un mondo in un bicchier d'acqua e mercè il sonno ipnotico d'un ragazzo a leggere nel futuro e scoprire e guarir tutti i mali.
Ora per quanto voi vogliate immaginarvi nevrotica, visionaria, delirante, epilettica e già in preda insomma alle allucinazioni degli agonizzanti la società del secolo XVIII; com'è possibilech'essa abbia accettato e creduta una simileolla potridadi goffaggini e di ciurmerie? Eppure il Cagliostro ha percorso in lungo e in largo l'Europa, sciorinando ovunque le medesime goffaggini e le medesime ciurmerie; e se non le avesse intramezzate di furfanterie anche peggiori, probabilmente sarebbe riescito a trarsi sempre d'imbroglio. Ma finchè il Cagliostro non trovò altra fonte di lucro, le sue ricchezze provenivano da fonti assai torbide, come lo dimostra il fatto del trovarsi esso mescolato in Francia al famoso processo delcollier de la reinenel 1786, che gli fece assaggiare nove mesi di Bastiglia e donde uscì per quella stessa invereconda indulgenza, per cui fu assolto il turpe cardinale di Rohan, unicamente a fine di far onta a Maria Antonietta.
Dopo questo fatto il Cagliostro scampò a Londra, ove la Massoneria lo accolse e glorificò come una vittima, ingenuità, di cui essa ebbe a pentirsi, quando il furbo mariuolo, divenuto strumento dei Rosa-Croce e degli Illuministi tedeschi del Weishaupt, i quali professavano un misto di deliri mistici e di odierno anarchismo e volevano, mercè il Cagliostro, accaparrarsi la già enorme espansione e potenza delle Logge Massoniche, si fece capo d'una riforma massonica, che intitolòEgiziana, e d'allora in poi visse e scialò da nababbo alle spalle de' suoi nuovi padroni, forsecanzonandoli ancor essi. È la fase magnifica del Cagliostro, in cui s'atteggia a taumaturgo umanitario e solleva gli entusiasmi popolari di Lione, di Varsavia, di Strasburgo e di Roma, finchè dà dentro nelle reti del Sant'Uffizio e vi rimane accalappiato. È la fase più positiva altresì di questa strana esistenza, ma neppur essa lo spiega compiutamente. Da un lato si può conceder molto alle condizioni intellettuali del tempo, dall'altro alla potenza individuale di questo enorme imbroglione, ma alcunchè di misterioso rimane e l'unica conclusione possibile è quella a cui s'attiene in questi casi la fantasia popolare, è contentarsi di credere che questi fenomeni mostruosi, sì nell'ordine fisico, come nell'ordine morale, preludono a cataclismi imminenti.
Si obbietterà: “Ma in sostanza il Casanova e il Cagliostro sono due eccezioni e l'eccezione in casi simili che cosa vale? Il primo è l'espressione d'un libertinaggio sfrenato, il secondo di una congenita ribalderia, la quale finisce come ha cominciato, e due tipi come questi ogni tempo può darli.„
L'argomento prova troppo, dunque non prova niente, come diceva un mio vecchio professore di filosofia. Di fatto, non ogni tempo vi darà il pubblico immenso, che il Casanova ed il Cagliostro hanno sfruttato; non ogni tempo vi offriràal pari della seconda metà del secolo XVIII una folla di tipi, i quali senza assorgere alle gigantesche proporzioni di quei due, abbiano con essi comuni tante disposizioni psicologiche e tante forme di vita. Muovere non si sa donde, indirizzarsi non si sa dove, tentare mille espedienti, mille professioni, correre mille avventure, sempre in balìa del caso, pur di non rassegnarsi alla realtà che vi circonda, tutto ciò è talmente, direi, nell'aria respirabile della seconda metà del Settecento, che la letteratura stessa, se nei romanzi deve immaginare un protagonista (si chiami esso Tom Jones, Faublas, Figaro, Gil Blas, Lovelace o De Grieux) non se lo sa immaginare che così.
E vedete quanti, non nel romanzo, ma nella realtà, cominciano, se non altro, come avventurieri, dato anche che poi non finiscano come tali. Potrei dimostrarlo a lungo, ma me ne manca il tempo e mi contento di finire, ricordando alcuni dei nomi, che ho accennati in principio. Non è una vita d'avventuriere quella del Da Ponte, che da romanzetti erotici di gondola e diRidottoin Venezia passa a sfoggiare teorie alla Rousseau in un seminario di Treviso, scrive versi incendiari, è bandito, capita a Vienna alla morte del Metastasio, rivaleggia col Casti, scrive il bellissimo melodramma delDon Giovannipel Mozart, cade in disgrazia per amore d'una cantante, erra per un pezzo fra l'Olanda, il Belgio, la Francia e l'Inghilterra, fallisce come impresario di teatro a Londra, si mette a fare il libraio, e finalmente va a cercar fortuna in America cogli abiti che ha indosso e possedendo per tutto viatico una cassetta di corde da violino? Non sono vite d'avventurieri quelle del Piattoli e del Mazzei, semiaffaristi, semipoliticanti e appartenenti entrambi a quel gruppetto di piccoli e grossi avventurieri italiani, che si stringe intorno a Stanislao Augusto re di Polonia, salito anch'esso dall'alcova di Caterina di Russia al trono dei Batory e dei Wasa? Il Piattoli è fiorentino, e della sua vita finora poco si sa. Ma certo è che di abate e maestro un po' enciclopedico a Modena, lo si trova poi a Varsavia mescolato ai grandi imbrogli diplomatici pei successivi sbrani della Polonia, pare l'autore della costituzione Polacca del 1791; ed il Thiers, che nella sua storia lo indica per uno di quegli ingegnosi avventurieri recanti nel Nordl'esprit et le savoir du Midi, pretende che entrato poi nelle grazie di Alessandro I abbia occultamentesuggerite non poche delle idee, che prevalsero nei trattati di Vienna del 1815. Una Krüdener uomo!!
Fiorentino è pure il Mazzei, che di apprendista nello spedale di Santa Maria Nova va chirurgo a Costantinopoli e a Smirne, commerciante di vino e di letteratura toscana a Londra, colonizzatore nel Kentuky in America, dove porta contadini Lucchesi, contrae amicizia e coopera cogli uomini più eminenti dell'indipendenza Americana, torna loro agente segreto in Europa, e quindi entrato così nella diplomazia, diviene agente segreto del re di Polonia, e in tale qualità assiste alle prime grandi scene della rivoluzione francese, fonda con altri in opposizione alclubdei forsennati Giacobini unclubdi moderati, chenaturalmentenon fece nè caldo nè freddo, dopo di che ritornato in Toscana a vita privata, scrive senz'arte alcuna, ma con una certa ingenuità non ispiacevole i ricordi delle sue peregrinazioni.
Non è una vita d'avventuriere quella del Gorani, Milanese, il quale dopo aver militato in Germania aspira al trono di Corsica, senza scoraggiarsi della trista fine di quell'altro grande avventuriere tedesco, che era stato Teodoro di Neuhof, gira mezzo mondo in cerca d'aderenti al suo progetto, non li trova, si contenta d'essere dal Pombal nominato generale in Portogalloe guastatosi con lui corre sotto la bandiera dei filosofi enciclopedisti a Parigi, scrive di tutto, si getta nella rivoluzione, se ne disgusta e finisce a Ginevra, scrivendo i ricordi d'una vita, a cui non erano mancati i prestigi alla Cagliostro e gli amori alla Casanova?
Non è una vita d'avventuriere quella del Goldoni, fino a che nel 1762 si posa finalmente a Parigi e vi dimora fino alla morte, accaduta, chi sa tra che squallore e che angosce, durante l'interregno delTerrore.
Tutti hanno primordi e vicende pressochè eguali anche gli altri che ho nominati e che formano il gruppo dei letterati avventurieri (siccome avventurieri letterati sono il Casanova e il Gorani) vale a dire: il Baretti, che coll'Alfieri divide la gloria d'essere uno dei primi introduttori del Piemonte nella vita letteraria italiana, e acerrimo nemico d'Arcadia e degli arcadeggianti si tira addosso persecuzioni così straordinarie per parte degli Inquisitori di Stato di Venezia e dei preti di Roma da far parere la sua non una ribellioneletteraria ma una ribellione politica, sicchè, dopo aver errato per mezz'Europa, non trova riparo se non all'ombra delle libertà inglesi, in questo, e forse per altre parti ancora, precursore del Foscolo e del Mazzini; l'Algarotti, che, scrittore enciclopedico, viaggiatore perpetuo, amico intimo di tutte le celebrità, a cominciare dal Voltaire e da Federico il Grande, divulgatore galante di scienzaad uso delle dame, gran dilettante di cose d'arte, raggiunge al suo tempo una notorietà e una gloria, di cui ai giorni nostri ci rendono più ragione le testimonianze dei contemporanei ed il suo epistolario, che non le sue opere, scritte bensì con disinvoltura d'uomo mondano, ma in quel gergo gallicizzante, allora di moda, ed oggi più che stucchevole; il Galiani, che, Napoletano, ed uomo e scrittore di vario e molto ingegno (tanto da poter passare agevolmente dalla collaborazione ad un libretto d'opera buffaa trattati d'economia politica) tiene a Parigi nelle riunioni più battagliere della filosofia demolitrice lo scettro dello spirito, si fa intitolare dall'amabilità francese:anima di Platone e Machiavelli nel corpo d'Arlecchino, e tutti lo festeggiano a gara e le dame se lo strappano, ed i filosofi dittatori si lasciano dire da lui, mentre egli incrocia le gambe su una poltrona e giuoca a palla colla propria parrucca: “voi sragionate per lo meno quanto i teologi;„il Gamerra, che di abate livornese si trasforma in ufficiale austriaco, in poeta lirico, epico, drammatico, si posa a Vienna continuatore del Metastasio e rivale del Casti, precorre in Italia col dramma lagrimoso gli eccessi del romanticismo più scapigliato, scrive un poema di novantatrè mila dugento trentadue versi sulle infedeltà coniugali (il tema è vasto, ma anche i versi son molti), dissotterra nottetempo il cadavere dell'amante e se lo tiene per anni imbalsamato nello scrittoio; il Calsabigi, che, letterato, viaggiatore, affarista, uomo di Stato, autore d'unAlceste, in cui entrano Morte, Inferno, Paradiso, “tutti inovissimi, come diceva il Metastasio, tranne ilGiudizio„ introduce in Francia (di balla col Casanova) ilgiuoco del lotto; il Coltellini, che, figlio d'un bargello, e prima tipografo a Livorno, poi anch'esso poeta melodrammatico a Vienna, gran protetto del principe di Kaunitz, cacciato da Vienna per aver osato scrivere una satira contro Maria Teresa, si rifugia a Pietroburgo e, non rinsavito per la trista esperienza, è ivi autore d'un'altra satira contro Caterina II, di cui, secondo alcuni, avrebbe pagato il fio colla vita, dopo però d'aver procreato, oltre ai melodrammi e alle satire, una dinastia di commedianti, che, per via di donna, finirà nient'altro che in Carlotta Marchionni: e come questi, ai quali ho in breve accennato,così tanti e tanti altri letterati avventurieri e tipi complicati e originali, dei quali sarebbe lungo profilare anche solo con pochi tratti la fisonomia e le strane vicende.
V'ha diversità grandi fra tutti questi uomini, ma tutti più o meno appartengono alla stessa famiglia. Non v'è fra i tanti nomi, che ho ricordati, se non un solo nome veramente grande, il Goldoni. Ma negli altri l'instabilità della mente, la precarietà dell'esistenza, la variabilità dei gusti, e insieme l'eccitabilità, la febbre, la sensibilità indisciplinata del temperamento sciupano, consumano la miglior parte della loro energia intellettuale e morale, ed essi non danno forse tutto quello che avrebbero potuto. Ciò non ostante, se voi considerate solo quel tanto che gli avventurieri o semi avventurieri italiani del secolo XVIII fanno o tentano, per esempio, nei maneggi politici o negli spettacoli teatrali di tutte le capitali d'Europa, vedrete che essi riassumono tutto quel po' d'influenza, sia pur umile e indiretta, che l'ingegno italiano potè ancora esercitare fuori d'Italia, in un tempo che l'interna vita della nazione era quasi spenta del tutto. Poco o molto che sia, di alcuni almeno questo di bene si può dire. Gli altri, anzichè ammirazione e simpatia, destano piuttosto pietà. Cronologicamente (se avete osservato) sono quasi tutti a cavaliere dei due secoli,fra la fine della frolla e tarlata società del secolo XVIII e la Rivoluzione Francese, da cui bene o male uscirà la società odierna, e sono perciò tipi storici, rappresentativi d'una transizione violenta e dolorosa; sono insomma le povere foglie secche, agitate, sbalestrate già qua e là dal vento impetuoso, che annunzia l'uragano vicino a scoppiare.