Chapter 2

Eccoti il socio, ch'hà in mano un ferale,Che vuol veder pur la Zaffetta in viso;Visto ch'ei l'hà, con bel parlar moraleDisse: Signora, io vengo a darvi avisoCome sta notte un Trent'uno realeQuel che v'adora vuol darvi improviso;E prega, se non è qual meritate,Che accettando il buon cuor li perdonate.

Quand'ella sente la festa annuntiarsi,Al minacciar zaffesco a un tratto corre,E vuol del sangue di colui satiarsiChe la virginità l'ardiva torre.Con puttanesco pianto a humiliarsiComincia poi, perch'è savia, e discorreChe il gentil'huom secondo del Trent'unoChiavato hà dietro Borino et ogn'uno.

Dicea la Zaffa forsi a una Signora,Ch'in Venetia ciascun la prima tiene,Ch'è fanciullina el latte hà in bocca ancora;A dar questo Trent'un non sarà bene.Oh Dio! Dio mio! volete voi ch'io muora,Magnifico Missier dolce e da bene?Se sta notte salvate l'honor nostro,Questo dritto e roverso è tutto vostro.

E i doi sessi squinterna, in cui le frappeQualcun che l'ama ogni virtù colloca.Ma il Trent'un, che le tocca e coscie e chiappe,Disse ch'ell'hà le carni di grue e d'occa,Ricamata di broze, come cappe,E nere, e schife in morbidezza poca.Non puzza, nò, perche caccia i fetoriDella bocca e de i piè con mille odori.

Il giovin nuntio del Trent'un gentile,Ch'a la libera vive per natura,La conforta a far animo virile,Talche la Zaffa strega entra in bravura,E chiama un atto di persona vileChi vendetta di far con donna cura;Ond'ei, ch'entrava in corso in stil giocondo,Disse: Voltate in là, sporgete il tondo.

Voltossi in là col capo humile e bassoSua Signoria, et ei, drizzato il stocco,Dietro la porta gliel messe per spasso,Non da lussuria, ma da un grizzol tocco.E quì, Signori, è da notare un passo,Per cui hà a Chioggia invidia Malamocco.Non sò se è ben tacerlo o meglio il dirlo,Ma serri gl'occhi chi non vuol udirlo.

Lo stocco di quel giovanotto amico,Che per durezza somigliava a un sasso,L'ostriche ch'ingiottì la Zaffa, dico,Andavan vive pe 'l suo corpo a spasso,A quello s'aggrappar con forte intrico.Sentendo questo il gentil'huomo, un passoTirossi in dietro, e 'l stocco dischiavato,D'ostriche il vidde tutto riccamato.

E cosi, com'egl'era, uscendo fuora,Il miracolo a i suoi dimostrò chiaro.Le risa che di ciò fur fatte alhora,Non le raccontarebbe un calendaro;E mentre le reliquie la SignoraTenea scoperte, e facea pianto amaro,Eccoti un pescator pazzo e bestiale,Che grosso e lungo haveva il pastorale.

E senza dir: Ben mio, ne dar conforto,La lancia in un momento assoda e arresta,E con un guardo villanesco e tortoLe coscie l'apre, e incartola et assesta.Gridò la Zaffa: Ah! cane, tu m'hai morto;E su la sponda inchinando la testa,Stette tanto in angoscia et in dolore,Che venne un altro in cambio al pescatore.

Questo, quanto al chiavarla, parse a leiPur pescator, ma di natura pia,E in ginocchioni se li lanciò a i piei,Dicendo: Huom da ben, qual tu ti sia,Se mi scampi di man de farisei,Facendomi scampar per qualche via,Queste gioie e catene vuò donarti,E dieci e venti volte contentarti.

Non voglio gioie, non voglio catene:Vuò fotter, disse Marcone alla pace;E voltatala in giuso con le rene,La balestra scarcò due volte in pace.Doppo costui un barcaruol ne viene,Che 'l chiavar di buon cuore più li piace,Che la merenda non fa su la barca,Se bee senz'acqua al boccal vin di Marca.

Mentre che 'l barcaruol facea i suoi fatti,Ecco a la porta una question'appare,De la camera dico, perche rattiI Chioggioti son corsi per chiavare.Come su i tetti di Gennaro i gattiCorron con incazzito sgaolare;E la Zaffa infelice ahime dicea,E 'l gentil'huom di fuor le rispondea:

Signora mia, il mondo è fatto a scale.Non sempre ride del ladro la moglie.A Chioggia scende chi a Venetia sale,Anco tal hor la volpe ben si coglie.Voi rideste di me di carnevale,Quando ch'io havea del vostr'amor le doglie:Hor di quaresim'io rido di voi,E cosi il gioco pari và fra noi.

Ah! crudel', ingrataccio, ov', ove sonoLe berte date a me, quando voleviL'arrosto, che parendoti ogn'hor buono:Dammelo, cara mammina, dicevi?Signor mio caro, vi chiedo perdono,E se mi concedesti ch'io mi leviQuesto Trent'un d'adosso, che m'accora,Vi sarò sempre schiava e servitora.

Rispose il gentil'huom da lei tradito:Adesso vien ampla commissione,Che il voto vostro havrà ben esaudito.State col cor contrito in oratione.In questo, uno ch'havea, come un romito,La conscienza senza discrezione,Da traditor, da turco e da giudeo,Gl'aprì con la sua chiave il culiseo.

Con un carbon stav'un, segnando al muroTutte le botte ch'eran date a lei;E quando alle sei volte giunte furo,Gridò colui con alta voce: E sei.Sen vien un hortolan col pinco duro,Dicendo: Tu la mia speranza sei;E senz'altro proemio compì prestoLa sua facenda, fatta in luogo honesto.

E sette, gli dicea quel del carbone.Via spacciatevi, giovani, ch'hò fretta.Tocca la volta ad un fante poltrone,Non uso a mangiar carne di capretta.Costui in modo adosso gli si pone,Che vomitar fece la poverettaQuel ch'ella il dì mangiò, poi cheto chetoGli pianta il suo gran ravano di dreto.

Numero otto già nel muro appare.Ma quì ne vien' il buon, comincia adesso,De la comedia il second'atto appare.Esce fuora un facchin soffiando spesso,Che vuole un porro di dietro piantareA colei, ch'ogni cosa a sacco hà messo,E sentì tal dolcezza il buon compagno,Ch'hebbe a morir sul buco, come il ragno.

Levando in piè fece un salto da matto:Bergem, bergem, gridando alla facchina.Par giusto il gallo ch'il servitio hà fattoAlla sua bella morosa gallina,Che, smontato ch'egl'è, scotasi a un tratto,Canta una volta, et a beccar camina:Cosi il facchin, dello sborrar satollo,A legar ritornò non sò che collo.

La Signora fottuta a capo bassoPiangeva ad alta voce si dolente,Ch'havrebbe humiliato un Satanasso,E un mulo 'n bizzarria fatto clemente.Dicea: Deh! perche il petto non mi passo,Acciò non senta cianciar fra la gente,A San Marco, e a li Bari, da ciascuno,Ch'io degnamente havuto habbia il Trent'uno?

Hor sarà pur contenta questa e quella,Invidiosa di mia buona sorte.Come il Venier lo sà, farà novella,Perche aprir non le volsi un dì le porte.Già già ogni barcaruol di me favella,E parmi udir da i putti gridar forte,Sul ponte di Rialto, acciò s'intenda:Chi vuol della Zaffetta la legenda?

Le lamentation di Geremia,Volea seguir, quando giunser doi frati,Dicendole: Chi è quella brutta Arpia?Vogliam, Signora, de vostri peccatiFornir di confessarvi, acciò non siaL'anima vostra scritta tra i dannati.E l'uno e l'altro alla Zaffa divotaCacciar dietro e d'innanzi una carota.

Ma che vad'io contando ad uno ad uno?Eccoti che sforzata è pur la porta.Chioggia è venuta a furor di comuno,Per haver la sua parte de la torta.E fatti in un mucciglio, ciaschedunoPer ben chiavarla il primo si conforta,E d'adosso s'è tolto l'uno appena,Che l'altro è corso a farla far di schena.

Havete visto là del Vener Santo,Quando ch'ogni plebeo vuol confessarsi,A star la turba su l'ali da canto,Che al confessor il primo vuol lanciarsi?Cosi, mentr'un la chiava, l'altro in tantoStà desto, e vuol con la diva attaccarsi.Son sempre cinque o sei ch'hanno il piè mosso,E vorria ognun saltarle il primo adosso.

Colui che col carbon segna le botte,Si presto che segnar le può a fatica,Sendo passata più che mezza notte,Disse: Brigata, convien pur ch'io 'l dica:Settanta nove lancie havete rotteContro la vostra gagliarda nemica,Si che una botta sola a far ci resta,E poi per tutti finit'è la festa.

L'ultima volta far volse un Piovano,Che in chiavar monasteri ogn'altro passa,Il qual fessi menar suo cazzo a mano,Poi la rovescia sopra d'una cassa,E gli lo mette in la vulva e ne l'ano;Ma teneva il giotton la testa bassa,Perche il fetor' ammorba il can gentileDe l'oglio humano e de l'onto sottile.

Un miro d'oglio e di butiro haveaIn corpo la Zaffetta appena viva,Il qual di dietro e d'innanzi pioveaSu i calcagni e su i piè con foggia schiva.Onde il Piovan per il suo can chiedeaDi quelle carezzine come primaSua Signoria li suoi morosi cariDi cervello, d'honor e di danari.

Ma perche il giorno ne viene a staffetta,Il gentil'huom ch'annontiò il bel giocoIn camer'entra, e fuor caccia con frettaIl Piovan goffo, gaglioffo e da poco;Poi con una sua dolce predichettaRiconforta l'afflitta Angiola un poco,E le fa veder che 'l soverchio amoreÈ stata la caggion d'un tanto errore.

Havete, disse, voi persa la vita,Per ottanta con gratia chiavature?Hor sete voi la prima in ciò fornita?Per tutto il mondo son delle sciagure.C'havete obligo assai, sendone uscitaSana per tutto, benche grosse e dureSiano state le lancie ne la giostra,Eterna gloria a la bravura vostra.

L'Angiola piange e dice: Oh! sventurata,Come caminerai fra le persone?La mia grandezza è in tutto rovinata.Son io da trapolar con un Trentone?Monaca mi vuò far per disperata,Ne fin ch'io vivo vuò farmi al balcone.E ciò dicendo il corpo le fa motto,Ond'ella sospirando andò al condotto.

Nel render le borsette parse un frate,Che di menestra scaricasse il ventre,Et una leggion d'alme non nateConvien che nella bocca al condott'entre,In mandragore e in rane trasformate,In scorpioni, in tarantole; e mentreIl suo bisogno al cacator facea,L'oglio favale per tutto correa.

Col suspiramus lachrymarum valleRivestissi levata dal condotto,Pregando il gentil'huom, con basse spalle,Che del Trent'uno suo non faccia motto.Il da ben socio il giuramento dalleChe dirà solamente che fur'otto,E cosi de fottenti il pio collegioLe fè la gratia, e diede il privileggio.

Poi trovossi una barca da meloni,E piantatavi sù sua Signoria,Fu menata a Venetia senza suoniChe gl'havrian tratta la malinconia.Rimasti a Chioggia, quei compagni buoniScrisser per ogni muro e in ogni viaCome l'Angiela Zaffa nel Trent'uno,A i sei d'Aprile, habbia sfamato ognuno.

Hor la Zaffetta giunta in casa, a botta,Subbia, chiama e biastema in voci ladre.Di bastonar le massare barbotta,Onde gl'aperse la riva sua madre,E vedendo la figlia mal condotta,Chiama Borrino, suo adottivo padre,E serrando la riva su le scale,Tramortì la puttana generale.

Posta nel letto, d'aceto rosatoBagnati i polsi, e di fresc'acqua il viso,Lo spirito mariol l'è ritornato;E riguardando la sua madre in viso,Disse: Quel traditor, che m'hà menatoA Chioggia, ch'egli sia bruciato e ucciso;Dar m'hà fatto un Trent'uno il traditore.Mio pare, io vuò che gli mangiate il cuore.

Quando la madre gl'alza i panni, e vedeIl suo quadro, e 'l suo tondo rosso, e rossa,E l'uno e l'altro enfiato, certo credeFra due hore d'andarsene in la fossa,E con gran pianto il suo barbiero chiede,Qual venne presto, e stà in dubio se possaGuarirla o nò, ma pur con certa untioneL'unge il seder, e frega il pettignone.

Lo stizzato bestial Borrin feroce,Col pistolese in man, stringendo i denti,In portico passeggia, e ad alta voceDice mille: Vuò farne mal contenti.Fa su le dita il segno della croce,Et su vi giura mille sacramentiChe vuol far diventar sangue il suo rio:Ah! mondo infame! oh! benedetto Dio!

Già per Venetia il Trent'un divulgato,Della Zaffetta è pieno ogni bordello,Ne pur un sol s'è in la città trovatoChe non esalti chi gl'ha dato quello.In fine il buon compagno gran Donato,E Lunardo da Pesar, buono e bello,Han caro ogni suo mal, perch'ella impariCon le soie a burlar con i suoi pari.

Venner da Chioggia a Venetia di bottoI mastri che punir la volser bene,E per tutto notar numero otto,Perche ottanta notar non si conviene,Che gl'han promesso, e non gl'havrebbon rottoIl privileggio ch'ella appresso tiene;E ciascun che lo legge benediceI mastri a castigar la meretrice.

La Zaffetta hà serrato ogni balcone,E in casa stassi come fusse morta.Il suo rio non fa più riputatione.Non apriria al Principe la porta.Non mangia ò dorme, e trista in un cantoneS'è posta al scuro, e mai non si conforta;E quando che di Chioggia si ricorda,Cade distesa al suol come balorda.

I Signor cinque e i capi de i sestieri,A quali la querela andò volando,Ridendo de carnefici cristieri,Di far l'esecution vanno slungando;Onde quei de la terra e i forastieriDel ben merito suo vanno parlando,Talche per tutt'Italia ognun già cantaNumero otto, idest numero ottanta.

L'Angiola stassi peggio che romitaIn cordoglio, in silentio, sobria e casta.Passar sei giorni, è quasi hormai guarita.Altro non dice, co i sospir, che: Basta.Già la vergogna gl'è di mente uscita.Non sentendosi più ne i sessi guasta,Più sfacciata di prima, ladra e ghiotta,Sopra il balcon fa la Regina Isotta.

Forse che pensa diventar migliore,Non soiar, non tradire e non rubbare?Forse che pensa al suo perduto honore,Ch'ogni puttana faria vergognare?Ma pensa più che mai cavar' il coreA quelli che la corron a adorare,E per una vestura in nuova foggia,Vuol far la pace col Trent'un di Chioggia.

Io non hò mai parlato a la Zaffetta,E l'havea per Signora alta e divina.Ma il conte Urluco in cà di Vienna, lettaM'hà la ribalda sua vita assassina,Ond'io tengo più buona e più perfettaLa mia Errante Elena Ballarina;Hor se l'Errante è più da ben di lei,Gran Dio Cupido, miserere mei.

Hor le puttane, ch'han l'arlasso inteso,Si riserrorno sbigottite tutte,Fra lor pensando s'hann'alcuno offeso,E cacan di mangiar di quelle frutte;E s'un cento ducati havesse speso,Non mai di casa fuor l'havria condutte;Ne a Lio, ne a la Zueca in barca vanno,Tanta paura di quel Trent'un hanno.

Ma Dio volesse, puttane mie care,Che l'esempio di lei vi fusse in core,Che saria cosa santa il puttanare,E si c'acquistaria spasso et honore.Se qualche gentil'huom vi vuol chiavare,Pensate de la Zaffa al dishonore,Dicendo voi di sì l'osservereste,E le vie d'ingrandirvi sarian queste.

S'un che v'ama, superbe corteggiane,Trovasse in voi punto di cortesia,Discretion in bocca e nelle mane,E stimare colui che vi desia,Con dire il vero ancuò come domane,E non fole e menzogne tutta via,Senza che le chiedeste, ei vi darebbeL'anima el cuor, e poco gli parrebbe.

Saria pur un piacere a dire: Io amoUna donna ch'hà caro il mio servire,La qual vien pronta a me quando la chiamo,Ne mi vuol ingannar ne far fallire,E senza lite ogn'hor d'accordo siamo.S'io le dò, piglia, e non ardisce dire:Dammi, fammi, se non ti faccio o dico,Ne la taglia mi pon, come nemico.

Saria ben un spilorzo e ben furfante,Un che la sua morosa ogn'hor chiavasse,El suo bisogno vedendol'innante,Come la vita sua non l'aiutasse;Ma gl'è il bordel l'essere vostro amante,E credo che se l'oro un dì v'amasse,Fallirebbe poi l'altro, come ha fattoPer girvi dietro al cul questo e quel matto.

Un giunge in casa della sua Signora,E giunto appena, vien via la massaraPer soldi, per sapon; ne vien poi fuoraLa madre, che par proprio il cento para;E tanto sfacciat'è la traditora,Che uscir bisogna di natura avara.Eccoti adosso al fin la Diva corsa,Che bacia te, per baciar poi la borsa.

Cuor mio, ben mio, padre, vecchietto mio,Se mi vuoi ben, comprami trenta bracciaDi raso, o d'ormesin, ch'oggi il vogl'io.Ti bacia gl'occhi, la boca e la faccia,Talche vi scapperia Domene Dio;Ne giova a te che tu il cattivo faccia,Perche il cotal, che ti si rizza, vuoleChe gli paghi co i fatti le parole.

E mentre ti svaliggia e a sacco mette:Vien (dice) a dormir meco, e vien ben presto;E per la stessa sera ti promette;E tu, coglion, corri a mandarle il cesto.Compri in persona mille novellette,Che ti par che 'l tuo honor richieda questo,E quel ch'hai tu comprato, un altro cena:Tu stai di fuor, rodendo la catena.

Spasseggiato quattr'hore pien di stizza,Presto corri a vestirti a la foresta.Esci di casa, e vuoi l'infame chizzaScannar, bruciar, con ira e con tempesta.In tanto il tabernacol ti si rizza,E a fischiar torni, e fai la voce mesta.La massara al balcon dice: Messere,Di quì a un poco lasciatevi vedere.

In questo mezo il martel, che lavora,T'apre la borsa, e volano i presenti,E al fin resti a dormir con la Signora,Che ti squinterna mille sacramentiChe non potè cenar con teco allora;E tu dici fra te: Porca, ne menti.Se vorà il ciel ch'io mi snamori mai,Com'un huom s'assassina vederai.

La mattina ti levi e mandi il fantePer la tua veste, e lasci in casa leiDa stravestirvi e drappi, la furfanteRubba ogni cosa con mani e con piei.Mandi per essi, e datti lunghe tante,Che biastemmiando e rinegando i Dei,È forza che mai più non gli le chiegga,Ma che d'altri ten facci e ti provegga.

Una scuffia che lasci per la nottePiù non si vede e più non si ritrova.Una camicia tua de le più rotteTi toglie, come fusse bella e nova.E per Dio! che ne i boschi e nelle grotteDove che i malandrini fan lor prova,Con l'oro in man con più sicurtà vassi,Che fra queste puttane, ohime! non fassi.

Al fin gl'arlassi et i danar mancati,Et il tempo perduto, e 'l disonore,E 'l viver sempre mai da disperati,La raggion, l'ira, il dispetto, il dolore,Con quel rancor che si sfratano i frati,Esci di man del vil asino amore,E la mente insensata fatta sana,Corri a furor contro la tua puttana.

Gli levi tavolin, casse, spalliere,Perche quelle compraro i tuoi danari.Gli sfregi il volto più che volentiere,El Trent'un le fai dar sin da i beccari,Con bastonate e staffilate fiere,A mano propria da i facchin preclari,A le massare, a la ruffiana madre,Con risa sin al ciel gustose e ladre.

Cose ordinarie son le romanzine.Cosi le porte tutte impegolate.Le vostre benemerite ruineSon gl'amici perduti, sciagurate:O poverette, o mendiche, o meschine,O ladre, o brutte, o giotte, o scelerate,Credete hora al Venier: mutate vita,Se non il ponte a star seco v'invita.

Ma son ben pazzo ad esortarvi, e direChe diventiate gentili e divine.Puttane, hò detto mal, mi vuò ridire:Siate pur ladre, ribalde, assassine;Non vi restate rubbare e tradireSenza misericordia e senza fine,Perche non v'è altro rimedio e viaDi cavarci di capo la pazzia.

S'elle fusser da ben, come v'hò detto,Il dì dietro n'andremmo a l'hospitale.Ognun si caverebbe il cuor dal petto,Se vivesser le vacche a la reale.Il farci ogn'hor morire di dispetto,Et il trattarci ogn'hor peggio che male,Et il farci fallire a grand'honore,Si cava al fin del cul madonna, Amore.

Rubbate pur a due mani ad ognuno;Accumulate pur gioie e catene,Che la vecchiezza vi riduce in unoTutto quel che pompose hora vi tiene,E peggio ancor l'ingordo et importunoMal francioso, che a un tempo v'intratiene,Vi rubba in otto dì quel che rubbateNe la vostra fottuta e verde etate.

Ma sarebbe un piacer di paradiso,Se 'l mal francese, ch'altr'è che la tossa,La robba sol vi mangi all'improviso.Mal cas'è che vi rode i nervi e l'ossa,E poi le man, l'orecchie, gl'occhi e 'l viso,Vi mangia il cuor, e v'invita a la fossa,Che cosi vuole Dio, che 'l tempo aspetta,Per far di vostr'infamie aspra vendetta.

Si che, Zaffetta mia, vivi a l'antica,Cosi come hai vissuto, o vivi peggio.Cosi tu, porca Errante, mia nemica,Cosi, tutte puttane, perch'io veggioChe ad uscirvi di man saria fatica,Se voi sedeste in putanesco seggioCon le virtù che già v'hò detto avante,Sin a la morte ognun vi saria amante.

Una fra mille, millanta e migliaraDi puttane viventi a nostre speseHò conosciuta buona, bella e cara,E da bene al possibile e cortese,Che Giacoma chiamossi da Ferrara,O vogliam dir Giacoma Ferrarese,Che per esser da bene, bella e buona,In questi giorni s'è morta in persona.

Altr'io non hò da dir che mi raccordi,Se non ch'ognun tien lega di cicale,Il mondo faria stanza di balordi,Se non fusse lo spasso del dir male,Il mangiar la lucanica co i tordi,Con gl'aranci, col pevere e col sale.Cosi il dir male al gusto human non spiace.Datevi dunque, o mia Zaffetta, pace.

Se i Rè, se il Papa, se l'ImperatoreSopportan che gli sia detto, Coglioni,Del mio burlar non pigliate dolore;E se 'l pigliate pur, Dio ve 'l perdoni.Anch'io vuò la mia parte de l'honore.Son gentil'huomo, atto a donar de doni.Venni, e subiai per farvi riverenza,Ma dal balcon mi fu data licenza.

La nostra Signoria con gratia degna,E il Prencipe ciascun, che parlar vede,Ode con modo e gentilezza degna,E grand'è pur la Venetiana sede.Ma vostra Altezza, per portar l'insegnaDelle puttane, esser maggior si credeChe non è di San Marco il campanile;Pure dato vi fu il Trent'un gentile.

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