Il signor Ambrogio Galli, appena ricevuto il dispaccio della duchessa, consultò in fretta l'orario.
Sarebbe arrivata alle dieci e mezzo!
E un quarto d'ora prima egli era già alla stazione ad aspettarla, messo in tutto punto, col cappello a cilindro, l'abito nero, i guanti color sangue.
—Povera signora! Così dolce, così affabile… e tanto disgraziata!…
Nora, nei varî colloqui che in quel frattempo aveva avuto per affari col signor Galli, era riuscita ad inspirargli un senso vivo di simpatia e di pietà. E però, il grave procuratore si mostrava sempre per lei premurosissimo, pieno di rispetto, di riverenza, di devozione.
—Povera signora!… ancora così giovane… così dolce, affabile e tanto disgraziata!—E il buon signor Ambrogio sospirava anche alla stazione, mentre aspettava la signora duchessa; e pensava, con un certo orgasmo, che se le avesse telegrafato soltanto il giorno dopo, egli sarebbe stato a Torino per la Banca, non avrebbe avuto il dispaccio, e la signora duchessa arrivando e non vedendolo e non ricevendo nessun avviso…. chissà che cosa avrebbe pensato!
Il signor Galli, l'avventore domenicale del Trenk, il grave procuratore della banca Kloss, subiva fortemente il fascino della "gran signora" il fascino di quel lusso elegante, squisito, il fascino di quella bellezza, che per un senso intimo, arcano di pudore, egli non aveva mai osato di constatare seco stesso, limitandosi a dire:—Dolce, affabile, buona…, ma non mai bella: dicendolo avrebbe arrossito.
Il fascino, l'incanto di Nora per il signor Galli, per il socialista umanitario, non poteva essere, non era altro che pietà. Egli lo pensava in buona fede e ne era in buona fede convinto. La signora duchessa non era stranamente bella e stranamente bionda.—No!—Per lui, non era altro che una vittima!
—Così buona… e tanto disgraziata!—
Era una vittima! Una povera vittima. Anche nel dissesto del duca di Casalbara, la vittima, la sola vittima era la povera signora duchessa… così dolce, così affabile… e tanto disgraziata! La povera signora duchessa avrebbe dovuto imporsi privazioni, sacrifici, per i vizi—il giuoco, le donne—per la spensierata e pazza prodigalità di quel vecchio balordo, che l'aveva sedotta, ingannata.
—Io non sapevo niente… niente… niente…—aveva detto Nora, vivamente arrossendo, al signor Ambrogio, il quale le aveva creduto, arrossendo a sua volta, e compassionandola, col respiro oppresso, affannoso.
E come essa era la vittima di suo marito, lo era pure di tutti gli altri. Il signor Galli aveva dimenticato affatto "la figliuola dello zio Matteo", la signorina Cantasirena. Per lui non c'era più che la signora duchessa, la buona signora duchessa, raggirata da quel vecchio imbroglione! E, Dio, Dio, che pietà, che orrore!… Era pure la vittima…. la vittima designata, predestinata, del signor Kloss!
Questo, il Galli, lo pensava con un brivido: un brivido che gli correva per tutto il corpo, che gli saliva, con un'onda di sangue, dal gran cuore al grosso testone.
Il signor Kloss non voleva soltanto vendicarsi della signora duchessa: il vecchio satiro le aveva ficcato gli occhi addosso: voleva rovinarla…. per poi raggiungere il suo fine!
Quando il Kloss era ritornato da Carlsbad, aveva fatto varie domande al signor Galli, relativamente agli affari del suo amico Casalbara; e sdraiato sul sofà—dimenando le gambette arcuate, sghignazzando, rosso in viso, con gli occhietti lustri—veniva allora dall'aver fatto colazione,—parlò, lanciò qualche frizzo anche a proposito dicuella matama…. di quellapionta marafigliosamapericolosa. Poi rivoltandosi sul sofà, arricciolandosi i baffetti duri colle dita pelose, fece certe domande strane intorno alla signora duchessa che al grave e serio procuratore parvero irriverenti, sfrontate…. oscene.
—È vero che si è ingrassata?… È una donna che può ingrassare senza danno!—Pussée ghe n'è, mei anca mò!… Che spall! E che fitin!—E il signor Kloss si stringeva colle due mani la vita.—E che gamb!…—Poi, balzando dal canapè e saltellando e fregandosi le mani come per scuotersi di dosso la lussuria, aveva esclamato sogghignando:—È una pellissima catta, ma prima de aferla in te le man, mi voléssi per prutenza tajagh i ong!
E l'onesto, il buono e semplice signor Ambrogio, era rimasto stranamente impressionato da quei discorsi.
Correvano, fra gli impiegati della banca Kloss, aneddoti, racconti misteriosi, inverosimili, perfino leggende fantastiche e terribili, sulle arti, le manovre, il potere irresistibile, diabolico, del banchiere milionario quando si trattava di raggiungere il suo fine, di arrivare ad "afere in te le man"le pussee pelle racazze, i pussee pei tonnell de Milan!
E i più pettegoli e chiacchieroni di quegli impiegati esageravano sul conto del principale: quando il signor Kloss voleva una donna, qualunque fosse, ci riusciva, a costo di commettere un delitto, o di spendere un milione.
E il signor Galli aveva pur sentito a raccontare, sebbene alterata nella sua tragica fine, la storia di quella povera ragazza chesubito dopo, pazza d'orrore, si era buttata dalla finestra.
Sano, forte, operoso, il signor Galli era sempre stato casto, com'era sempre stato onesto. I vizi del signor Kloss e della gente come il signor Kloss, erano per lui un mistero…. un mistero attorno al quale indagava adesso per la prima volta, inorridendo, rabbrividendo.
—Che cosa aveva fatto a quella povera ragazza perchè,subito dopo, pazza d'orrore si buttasse dalla finestra?…—E inorridendo, rabbrividendo, correva col pensiero alla signora duchessa, la nuova vittima designata, e questo pensiero era per lui un'oppressione, un orgasmo, un'ossessione…. Vedeva gli occhi languidi e dolci della giovane signora, atterriti e pieni di lacrime… udiva quella sua voce così armoniosa e tenera nella preghiera e soave nel lamento…. la udiva rotta, soffocata dalla sghignazzata triviale, dalla parola turpe, oscena, prepotente del Kloss.
Il treno preso da Nora era un diretto e arrivava allora, in orario.
Il signor Galli, dietro il cancello, si alzò sulla punta dei piedi, per scoprire la signora duchessa tra la folla dei viaggiatori. La folla ingrossò in un attimo…. poi in un attimo diradò: il signor Ambrogio tornò ad alzarsi sulla punta dei piedi, ad allungare il collo.
—Non c'è?… Non è arrivata?
Ad un tratto chinò gli occhi.
Non l'aveva altro che intravista: non aveva veduto che i capelli biondi sotto un gran velo grigio, e il luccichio dei grossi brillanti alle orecchie: nient'altro.
—Eccola!—aveva detto tra sè.
Nora si avanzò lentamente, diritta, sicura: appena vide il signorAmbrogio gli sorrise, ma poi diventò triste.
Il signor Galli corse a toglierle di mano la piccola borsa.
—Sola? signora duchessa?
—Ho telegrafato a Teodoro,—era il portiere.—-Sua moglie, la Vittorina, mi farà da cameriera. E poi bisognerà bene che mi abitui anche a farne senza.
Il signor Ambrogio aveva indovinato quello che Nora aveva detto, senza aver inteso bene.
—Cos'era accaduto di nuovo?… Ah, povera signora! Nora entrò in un brum, con un piccolo salto leggero, grazioso, mentre il fruscìo delle vesti, delle sottane di seta, pareva uno stormir di fronde e un batter d'ali: in fretta si restrinse nel posto, guardando il signor Galli, aspettando che salisse. Ma il signor Galli, non pareva risolversi.
—Venga dunque…. faccia presto!
—Io potrei… andare a piedi.
—Ma che! Faccia presto.
Il signor Ambrogio salì battendo col cilindro nella carrozza, poi si curvò, si abbassò, entrò, respirando con fatica, colle mani che gli tremavano leggermente.
Il brum era già tutto pieno del profumo di Nora, del suo odore di bionda e dililas de Perse.
Il signor Ambrogio non le era mai stato tanto vicino… Si ritirava, si restringeva intimidito, non gli riusciva di parlare.
Subito, appena passata la barriera, essa cominciò a raccontargli, rapidamente, concitatamente, a voce alta per essere intesa dal signor Galli che era sordo, in mezzo al frastuono della vettura, ciò che le succedeva.
Matteo Cantasirena l'aveva ingannata, le aveva fatto firmare delle carte ch'essa non sapeva nemmeno cosa volessero dire, e adesso doveva pagare subito, sul momento, centocinquemila lire o era rovinata, disonorata.
Suo marito non sapeva niente, e poi non poteva far niente e poi era ammalato.—La rovina!… Ma pazienza ancora la rovina!… Era lo scandalo!… Il disonore!…
—Quanto?—gli domandò il signor Galli che non aveva inteso bene la cifra.
—Centocinquemila lire!—gli ripetè Nora, avvicinandosi, sfiorandogli l'orecchio, nel trabalzo del brum, colle sue labbra, col soffio dell'alito caldo.
—Centocinque…. mila!…—balbettò l'altro, colla voce grossa, soffocata.
—LaCisalpinaè sul punto di fallire; non so in che modo, non ho capito nemmeno come tutto ciò sia avvenuto, ma certo per la guerra atroce che le ha fatto il Kloss!… E se non mi riesce di pagare subito, se non trovo la somma occorrente, sarò travolta anch'io in quel disastro, in quegli scandali!…—E avvicinandosi ancora, voltandosi, per fissare proprio negli occhi del signor Galli que' suoi grandi occhi atterriti e imploranti pietà, che luccicavano nel buio della carrozza più dei suoi grossi brillanti, mormorò:
—È il Kloss! Ancora lui!… Si vendica! Si vendica!…—e scoppiò in lacrime.
—Coraggio, signora….—balbettò il signor Galli, il cui respiro si fece più affannoso, e il tremito delle mani più forte.—Si calmi, buona signora….
Quando il brum si fermò dinanzi al gran portone del palazzo, il signor Ambrogio, impacciato, non riusciva ad aprire lo sportello; corse il portiere, e Nora si slanciò per la prima; l'altro le tenne dietro a capo basso.
Nora si fermò nel piccolo salotto vicino allo spogliatoio: mandò via subito la Vittorina, poi prese la mano del Galli, gliela strinse con un atto di supplicazione intensa. Il Galli ebbe un brivido.
—No…. signora…—temette che in quell'ansia, volesse appressare la sua mano alle labbra.
—Signor Galli! Signor Galli!… Non ho più che lei…. Non ho più che lei!… La mia speranza!… Il mio conforto! Il mio amico! Tutto…. Tutto!—E tornò a piangere.
—Signora…. signora duchessa….—pregava a sua volta il poveruomo, ansante, palpitante… e a lui pure, fra le gocce di sudore scorrevano alcune lacrime sul grosso faccione smorto, sbigottito.
—Coraggio…. coraggio….—ma non sapeva dir altro, oppresso dal dolore di Nora, istupidito da quella cifra enorme.
—Centocinquemila lire!… Centocinquemila lire!
L'altra ripeteva:
—La mia speranza…. la mia sola speranza…. tutto tutto….
—Domani,—balbettò il procuratore,—domani mattina dovrei andare aTorino….
—No! No!—e Nora ebbe un grido, un impeto di terrore, afferrandogli ancora le mani, appressandosi a lui vivamente, guardandolo, fissandolo supplichevole, disperata.—No! No! No!
—Partirò domani sera!… Partirò domani sera!—si affrettò a soggiungere il signor Galli….—Ma intanto, quali sarebbero le sue idee?… Quali pratiche sarebbero da… da tentare?… Centocinquemila lire!… Che cosa pensa di fare?
—Dica lei: tutto! tutto!
—Vorrei…. le darei…. l'anima!… Glielo giuro!… Ma io sono…. un pover'uomo! Un povero impiegato.
—Dica lei: tutto! tutto!—ripeteva Nora col più tenero abbandono, col calore di una fede illimitata, assoluta nella voce soave, nell'espressione infantile, nel bel viso addolorato e molle di pianto.
—Vuole…. che domattina presto faccia una corsa a Primarole?
—A far che?
—Per vedere il signor Cantasirena!… Sentire, parlare un po' con lui!
Nora si strinse nelle spalle, sospirò: e persuase il signor Galli che sarebbe stato tempo perso. Al Cantasirena occorreva la somma subito, sul momento. Che lei avesse ragione o torto, che lei fosse stata ingannata, raggirata non voleva dir nulla: aveva firmato, ed ora era compromessa: se voleva salvarsi, doveva pagare.
—Vendere…. non si potrà far altro.
—Sì! sì! Vendere!… Ma subito! Si troverà subito?
Nora, così dicendo, stava levandosi il cappellino: alcune ciocche sottili, dei fili d'oro rimanevano attaccati: alzò le braccia, sbrogliandoli…. mosse, snodò, rialzò la gran massa bionda scomposta, arruffata nel viaggio.
Il signor Galli abbassò il capo vivamente. Nella penombra del salotto—c'era una sola lucerna sotto una gran ventola rossa e nera—era stato colpito da tutto quel color biondo e da un'ondata calda, odorosa.
Nora, lentamente, cominciò a sbottonarsi l'ulster, poi si tolse dal collo il fazzoletto bianco difoulard.—Il signor Galli non la guardava…. ma si sentiva agitato, inquieto.
Essa gli tornò vicino: lo fissò, si alzò in punta di piedi per parlargli all'orecchio:
—Come ci riesce quell'uomo!…
—Chi?
—Il Kloss!…
—Riesce…. a cosa?—-balbettò il Galli colla voce alterata.
—Che cosa importa al Kloss dellaCisalpina, del signor Cantasirena, di mio marito!… È per me.
Al signor Galli uscì dalla gola un suono inarticolato: una parola strozzata che parve un singulto. Lo aveva già pensato, lo pensava anch'egli con una certezza tormentosa. Era per lei! Era per lei! Era lei che egli voleva!
—Signora duchessa…. signora duchessa…. si guardi da quell'uomo,—e soggiunse, giungendo le mani,—se ne guardi per carità! Per carità! Per amor di Dio!
Nora indovinò; indovinò, lesse nell'occhio cerulo e buono l'ingenuo terrore, l'orrore, le ansie più profonde, più nascoste, tutto il turbamento di quell'anima, di quell'uomo.
—Sì! Sì!—bisbigliò torcendosi le mani nervosamente, con un atto che esprimeva lo spasimo, lo strazio più atroce, il ribrezzo, e insieme una desolata attitudine di vinta:—Sì! Sì! Il Kloss! Non lo fa soltanto per vendicarsi degli altri!… Non lo fa contro gli altri! È per me! È per me!
Il signor Galli trasalì: alzò i pugni chiusi con un atto terribile di minaccia.
Nora ebbe un nuovo scoppio di lacrime: ma questa volta non erano più le lacrime, non era il dolore della bambina. Era la disperazione della donna.
—Oh, lei! lei!—esclamò, nascondendosi gli occhi, il viso colle mani, con un senso di orrore.—Lei! lei! Lo avrà aiutato anche lei, quell'uomo!…
—Io?!—urlò il signor Ambrogio, ansante, con uno schianto, e ancora coi pugni chiusi, formidabili, e si rizzò più alto, più pallido, più terribile.—Io?!…
Nora, spaventata, chinò il capo, si scostò istintivamente.
—Senza nessuna sua colpa! Senza saperlo!… Lo ha aiutato quell'uomo quando mi ha dato il consiglio…. mi ha spinta…. a rivolgermi…. a ricorrere a…. al Cantasirena. Perchè non mi ha consigliato ciò che veramente avrei dovuto fare? Che mi avrebbe salvata? Salvata! Perchè non mi ha consigliata, non mi ha costretta ad accettare le proposte del signor Vigliani, i consigli del Vigliani? Se me lo avesse detto lei, oh, da lei avrei tutto accettato! Tutto, tutto!—E sarei salva!
—Ha ragione! Ha ragione!… La signora duchessa ha ragione!… Sono stato io…. io…. io! Ha ragione, ha ragione!…—e il pover'uomo, tremante, sconvolto, si umiliava dinanzi a Nora, implorava il suo perdono.—È vero! È vero!… È mia la colpa! Tutta mia!
Nora lo tranquillò. Lo consolò. Fu lei che gli domandò scusa, cercandogli, stringendogli, accarezzandogli le mani.
Era una parola sfuggita in un momento di pazzia; il signor Galli aveva fatto tutto a fin di bene.
—Basta che mi perdoni, e non mi lasci sola…. non mi abbandoni!… Sola, che cosa potrei fare? Allora sì, dovrebbe avere un rimorso, un gran rimorso…. se mi lasciasse sola!
—No!… No!… Mai!
Il signor Galli accasciato, affranto, si era seduto. Nora si era appoggiata alla sua poltrona: essa aspettava, aspettava che parlasse, che le rispondesse, che le dicesse che cosa doveva fare;…. aspettava.
Il signor Galli si asciugò gli occhi col palmo della mano, si raccolse, si sforzò, finchè l'uomo serio, grave, riprese il sopravvento.
—Dall'oggi al domani, pensare a poter vendere il palazzo, la villa, è impossibile. Bisogna cercare di ripigliare le pratiche già iniziate dal signor Vigliani…. oppure intavolarne di nuove, ma ci vuol tempo.
La guardò, la fissò gravemente…. poi, con tristezza, fissò le buccole.
—I miei brillanti!—esclamò Nora, alzando vivamente le due mani alle orecchie come per difendere quelle gemme. Ma poi, subito, gli rispose docile, rassegnata:—Tutto, tutto ciò che vuole!—E gli disse che aveva portato apposta con sè da Casalbara tutti i suoi gioielli e che c'era anche l'argenteria.
—Pur troppo, come le ho detto altre volte, il vendere gli oggetti preziosi, è sempre un cattivo affare; ma, ora, in questo momento, non abbiamo da scegliere: se il ricavo non sarà sufficiente, per quindici, per ventimila lire potrà bastare forse anche la mia garanzia….
E il signor Ambrogio non parlò più che di affari. La mattina dopo sarebbe andato da un suo amico, un orefice, il Gatti, un galantuomo, un uomo segreto; si sarebbe consigliato con lui: intanto la signora duchessa doveva farsi coraggio, tranquillarsi…. procurar di dormire.
—Verrà presto domattina?
—Subito, appena avrò parlato coll'orefice.
Nora lo accompagnò lei stessa fino all'anticamera, rischiarata soltanto da una lucerna fioca, bassa.
Anche lì, diritta, in piedi, appoggiata all'uscio, prima di lasciarlo aprire dal Galli, gli prese la mano, gliela strinse dolcemente, dolcemente premendola sul suo petto tepido, sotto la camicetta di battista. Ne' suoi occhi, fissando tacita il signor Galli, passò ancora un lampo: era il pensiero, lo sgomento del Kloss: ma poi tornò a sorridere con tutto l'abbandono, con tutta la fede, con tutta la sicurezza.
—Ha una figliuola da salvare….
L'altro la fissò immalinconito, scrollando il capo…. Non aveva inteso.
Nora girò attorno gli occhi inquieta, sospettosa: lì, nell'anticamera, non poteva parlare tanto forte come nel salotto. Il signor Ambrogio abbassò il capo, essa si alzò ancora in punta di piedi, e gli ripetè nell'orecchio, proprio nell'orecchio, colle parole lunghe, chiare, avvolte nel caldo profumo del suo alito:
—Ha una figliuolasua, da salvare…. Mi salverà?… Mi salverà?
Il Galli si scostò rabbrividendo; egli pure in quell'attimo aveva intravveduto il Kloss, gli occhi del Kloss, il ghigno del Kloss.
E siccome Nora lo interrogava colle pupille ansiose, egli balbettò:
—A servir le canaglie…. le canaglie…. si può prestar la mano alle più turpi canagliate…. alle più turpi canagliate…. Signora!… Signora!… quanto mi sento colpevole verso di lei! Colpevole!…
Se ne andò. Fece la strada più solitaria e più lunga per tornar a casa. La notte era nuvolosa, soffiava un ventaccio umido, freddo; ma il signor Galli camminava a testa scoperta…. sempre col cappello in mano.
—Che hai? Ti senti male?—gli domandò sua moglie quando lo vide comparire pallido, stravolto.
Essa lo aspettava sempre alzata, nella prima cameretta, dopo la piccola cucina; aspettava il marito lì, tutte le sere, lavorando vicino al letto dove dormiva lei sola, col suo bambino.
—Ti senti male?—gli domandò ancora, a voce più alta, perchè l'altro l'aveva guardata e aveva aperta la bocca senza rispondere: non aveva capito.
E rimase muto, immobile, ritto in piedi, finchè la moglie adagio gli ebbe accesa la candela.
Prese il lume, lo guardò aspettando che fosse bene acceso, poi bisbigliò:
—A servir le canaglie si può prestar la mano alle più turpi canagliate….—E rimase lì, ancora immobile, a guardare la fiamma della candela che diventava più chiara, più viva.
La signora Galli amava suo marito di un affetto che era adorazione, devozione; il suo rispetto era profondo, com'era profonda e nobile la sua riconoscenza: quell'uomo che l'aveva sposata colpevole, che aveva dato un nome al suo bambino, quell'uomo giusto, onesto, grande, generoso, era per lei come un Dio impeccabile. E per questo senso di rispetto, la signora Galli era timida con suo marito. Quella sera non era punto tranquilla dopo la risposta avuta, ma non osò ripetere la domanda. Soltanto, quando vide che egli stava per allontanarsi, gli porse la fronte, per ricevere il solito bacio che le dava tutte le sere colla buona notte.
Il signor Galli non avvertì quell'atto, non udì la voce affettuosa, il saluto della moglie…. si avviò nella sua stanza, sempre assorto, fissando la fiamma del lume.
Quando passò dinanzi al letto, il bimbo addormentato si agitò, si voltò, stese le piccole braccia; anche nel sonno il bambino era abituato a ricevere quel grosso bacio paterno pieno d'amore, ch'era una protezione e una benedizione.
Il signor Galli entrò in camera sua…. ma non si ricordò del bambino.
Corse in fretta la mamma a baciarlo e ricoprirlo, poi ansiosa rimase in ascolto vicino all'uscio: suo marito non si moveva, non si svestiva ancora: essa non udì che un sospiro lungo, profondo.
Il signor Galli…. pensava alla duchessa. Pensava quanto era stato imprudente, colpevole verso di lei…. pensava rabbrividendo che forse era stato lui a darla nelle mani del Kloss!…
—Questo mai! Questo mai!… Non sarà mai!
Tutta notte fu un orgasmo, un'oppressione.
Non gli era più possibile immaginare la duchessa sola. E la vedeva viva, scolpita…. come gli era apparsa alla stazione…. poi quando si era levato il cappellino…. poi ilfoulard…. e poi diritta, appoggiata all'uscio, disfatta dal dolore, dalle lacrime, dalla stanchezza…. E vedeva il Kloss, nel suo studio, buttato sul suo sofà che ghignava.
La mattina si alzò prestissimo; attraversò l'altra camera in punta di piedi…. si fermò un istante, ascoltò il respiro di sua moglie, e quello del bambino. Uscì senza svegliarli, e andò difilato al caffè Carini, dove il signor Gatti si recava sempre la mattina presto, prima di aprir bottega, a bere il caffè.
Era troppo presto; dovette aspettare più di un'ora: ma poi l'orefice venne. Il Galli gli lasciò prendere il suo caffè, poi gli raccomandò il segreto e gli disse di che cosa si trattava.
Conclusero che l'orefice sarebbe andato dalla duchessa di Casalbara quella mattina stessa, prima di mezzogiorno.
Il signor Galli gli fece un biglietto di presentazione, tirò in lungo un'oretta, poi si recò ad avvertire la duchessa. Era presto, forse; se dormiva ancora sarebbe ritornato.
La Vittorina gli disse che la signora duchessa era ancora a letto, ma che aveva dato ordine di farlo passare.
Il signor Ambrogio si sentì serrar la gola: seguì la Vittorina inciampando nei tappeti. Quando fu nello spogliatoio e vide ancora buttati sulle seggiole i vestiti, la camicetta che Nora indossava la sera innanzi, si fermò risoluto.
—Tornerò,—disse alla Vittorina.
—Venga, venga, signor Galli!
Era la duchessa che lo chiamava.
Ma il signor Galli non si mosse.
La Vittorina teneva aperto l'uscio e sorrideva….
—Venga! Venga, signor Galli!
Egli entrò, ma rimase immobile, vicino all'uscio che la Vittorina andandosene aveva richiuso. Non poteva fare un passo: quella cameretta piccola, elegante, calda come una serra, era troppo piena di lei, del suo tepore odorante, della sua bellezza, della sua giovinezza, dei suoi capelli biondi. Egli non poteva muoversi; osava appena respirare…. l'aria stessa era così piena di lei…. era lei…. respirava lei in quella camera…. Lei che egli sentiva, ma non vedeva…. Vedeva, invece, le piccole babbucce vicino al letto, basso come un divano;… sulla poltroncina accanto una camicia bianca, ancora ripiegata, lieve come un soffio di trine, con un nastro rosa nel mezzo. E trasalì: la faccia odiosa del Kloss, il ghigno del Kloss, il Kloss sudicio, sfacciato, prepotente, gli apparve, saltellante, sghignazzante, come un padrone, in quella cameretta tepida, odorosa.
—Venga!… Venga!…
Nora ritta, seduta sul letto, gli stendeva la mano.
Il signor Ambrogio non vide che una massa di capelli biondi, il casacchino rosa…. e chinò gli occhi…. Vide la piccola mano tesa verso di lui…. la toccò…. e subito si ritrasse.
—È forse un po' indisposta la signora…. duchessa?
—No…. ma sono stanca…. stanca…. tanto stanca….—
Si allungò, si distese nel letto con un sospiro, un fremito di delizia. Poi di nuovo, d'un tratto si rizzò a sedere, mentre l'onda dei capelli che le cadevano sulla fronte, sulle spalle, andava, veniva, si agitava fantasticamente sull'origliere, sul guanciale bianco, sul casacchino rosa….
A capo chino, cogli occhi bassi, fuggenti, il signor Ambrogio vedeva sempre tutto quel biondo, come vedeva sempre il Kloss.
—E il suo amico?…
Il signor Galli scosse il testone intronato per indicare che non aveva capito.
—Venga più vicino!—e lo chiamò anche colla mano, mentre con quell'atto rapido, il braccio nudo appari nelle maniche ampie, trasparenti.
Il signor Galli fece un altro passo.
—Venga più vicino,—gli ripetè Nora colla bella voce chiara, alta. Poi, quando l'altro le fu accanto, essa, appoggiandosi colle due mani sul letto, si rizzò sorridendo, e colla testa facendogli segno di abbassarsi, gli disse all'orecchio:
—Di là, c'è la Vittorina: non posso gridare tanto forte: non voglio farmi sentire!
Il signor Galli rispose che aveva capito; che aveva ragione.
—Ha parlato col suo amico? l'orefice?
—Sì, signora…. duchessa. Sarà qui prima del mezzogiorno.
—Va bene: allora per il mezzogiorno sarò alzata.
Il signor Galli sorrise: era contento che si alzasse…. mille inquietudini strane, intime, mille agitazioni dei nervi, del sangue, si acquetavano a quell'idea: erano svanite: essa si alzava!… Nessun altro l'avrebbe veduta lì…. così bionda nella casacca rosa, lì nel suo letto! Si alzava!… E la sua contentezza si faceva più viva e rideva.
Allora le raccontò minutamente dove era andato a cercare l'orefice, tutti i discorsi che avevano fatto, e la promessa avuta, del massimo segreto.
—Non dubiti, signora duchessa. Ha da fare con un galantuomo…. come me.
—Oh lei!… lei!…—gli disse Nora tornando a rizzarsi sulle due mani….—Lei è più di un galantuomo,—e gli fece cenno di abbassarsi.—Lei è il babbo!
Il signor Galli sentì le labbra che si chiudevano e si schiudevano così dolcemente nel dire "babbo." ….—È il babbo buono che mi salva!
Poi, a un tratto, si voltò: prese dal piccolo panchettino, accanto al letto, vari astucci e li distese sulla coperta ricamata: in quell'atto le spalle scomparvero sotto la massa bionda.
—Guardi un po': basteranno?
Glieli mostrò tutti, sospirando: si provò un'ultima volta le sue perle, scotendo fortemente il capo nell'annodarle, per allontanare i capelli.
—Basteranno?
In quel punto entrò la Vittorina con un dispaccio.
—Dio!… Dio! Dio!… Cosa sarà?
Nora, si allontanò i capelli dalla fronte per poter leggere: laVittorina, prima di uscire, schiuse un po' la finestra.
—Dio, Dio, cosa sarà?
Era un dispaccio di Matteo Cantasirena da Primarole. "Disordini gravissimi. Urge assolutamente. Regolati."
—Dio! Dio! Basteranno?…—domandò Nora agitatissima, angosciata…. e sempre ritta coi pugni affondati nelle coltri, fissò sul signor Galli que' suoi occhi interrogatori e supplichevoli, nei quali luccicavano le lacrime.
Il signor Galli tremò: ebbe paura di quelle lacrime in quel momento: paura di sè stesso se l'avesse vista piangere in quel momento.
—Non pianga!—le disse con un tono di comando, risoluto, aspro.—Se non basteranno…. provvederemo…. procurerò io…. come le ho detto ieri sera…. purchè,—anch'io è un debito che dovrò fare—purchè ella mi autorizzi a vendere, e a tutti quei provvedimenti che crederò necessari.
—Tutto, tutto! Non sono la sua figliuola?… la figliuola sua?…
—Allora…. tornerò dopo che sarà venuto il Gatti: adesso vado, devo andare. Mi lasci andare!
—Non va a Torino, nevvero?—E Nora, con un piccolo grido, si rizzò di più sul letto, spaventata. Il Signor Galli rivide ancora gli occhi supplichevoli, atterriti, luccicanti di lacrime, che non voleva più vedere…. che non doveva più vedere.
—No…. non andrò a Torino altro che stasera…. dopo…. quando avremo accomodato tutto, e lei sarà più tranquilla.
—Dove va? Dove va? Dove deve andare? Queste parole eran dette in un tono così sommesso che il signor Galli non le poteva capire, ma le indovinava dal moto delle labbra.
—Devo andare… alla banca.
Nora ebbe un lampo: tremò. Se il Galli parlava col Kloss, tutto era perduto!… Ma non avrebbe parlato!…
—Alla banca!—esclamò, con un fremito, con un brivido di orrore, e ancora chiamò il signor Galli vicino, più vicino….
Egli si chinò, diventando pallido.
Mentre Nora gli parlava all'orecchio, e gli parlava del Kloss "di quell'uomo" e lo supplicava di non dir niente "a quell'uomo" per carità! per carità! di non dirgli ch'essa era tornata da Casalbara, che era a Milano, sola, le si era aperto il casacchino rosa, le si era aperta la camicia bianca di battista, ed era riapparsa a un tratto la piccola catenella d'oro che si moveva, si abbassava, si rialzava….
—Il Kloss certo, vorrebbe venire da me! Vorrebbe parlarmi!
—No!…—Il Galli trasalì. Quel—no—era stato un grido rauco, un urlo represso, soffocato, di orrore, di terrore.
—Vorrebbe vedermi, ad ogni costo.
—No: non lo riceva! Mai! Mai!
Nora guardò il signor Galli…. Sorrise—aveva capito.
—Non devo riceverlo il Kloss?…—Era la bimba ingenua che scherzava…. ma Dio! Dio! perchè scherzava con quel nome?
—No… non si fidi!
Essa si riadagiò, si distese nel letto, mollemente.
—Nè il Kloss, nè nessuno?
—Nessuno! Nessuno!
—Soltanto l'orefice?
—Sì, soltanto il Gatti. Non si dimentichi il nome! Gatti…. GiuseppeGatti. E poi deve presentarsi con un mio biglietto.
Nora sorrise ancora, e, come per tranquillarlo, per accontentarlo, per consolarlo, gli disse forte, stringendogli la mano… scherzando nel tenergli stretta la mano, dimenandogli il braccio:
—Ebbene… lo dica lei stesso alla Vittorina e a Teodoro di non lasciar passare nessuno… soltanto il signor Gatti… un signore che verrà con un suo biglietto.
—Sì!… Sì!…
—Glielo spieghi bene…. Soltanto un signore che verrà con un suo biglietto, verso il mezzogiorno.
—Sì… Sì….
—E lei?… Quando?…
—Verso le due….
—Non può prima?… No?… No?
Il signor Galli entrò alla banca pallido, sconvolto.
—Come? Niente partisse per Turin, stamattina?
—Parto alle quattro,—gli rispose il procuratore, sgarbatamente, voltandogli le spalle.
—E la liquitazion cont l'Insubria?
—Vado adesso.—E presa la busta grossa di pelle, vi mise dentro molte carte e il libro dei chéques.
—Cuanti tisortini a Primarol! Carnefalata finisce a legnat!
—Come lo sa, lei?—gli domandò il signor Galli, voltandosi di colpo, fissandolo.
—Un dispaccio dell'Italia. Chiamato rinforzo truppa—disordini gravi, feriti.
Il signor Galli cercò subito il giornale, lesse il dispaccio ansiosamente, febbrilmente.—Bisognava provvedere subito! subito! subito!
Il Kloss, si fregò le mani, con un saltetto.
—Grande carnefalata stà per finir….—Poi si avvicinò al signor Ambrogio e tirandogli un bottone dell'abito gli disse con una cert'aria di mistero:
—G'hoo i mè itei, i mè progett, i mè reson. Quand mi volessi una cosa, mi arrivassi sempre al mio scopo. Occi o tomanverrà certo a Milano,cuella matamain cercate tanée.Se la scrive a lei de folerti parlar, lei, signor Galli,lavarsene i man: risponder niente—non farsi fetere.Ma supito afertime mì…. e cito con tutti!G'hoo i mè itei, i me progett, i mè reson.—E sghignazzando e scherzando, concluse che allapellissima catta, appunto in quei giorni, aveva finito di tagliar le unghie.
Il signor Galli lo guardò stranamente e se ne andò senza salutarlo.
—E il danaro?—pensava, continuava a pensare lungo la strada, poi alla banca, facendo delle somme che non gli riuscivano mai,—e il denaro dev'essere soltanto di pochi, deve essere di costoro! E deve servire a simili canagliate! Che canaglia!… Che sfacciato!… Che canaglia!… Ma che cosa pensa di me?… Che cosa crede di me? Crede di avermi comperato? Crede che io sia il suo mezzano?… Buffone! Io sono un galantuomo e un uomo libero…. padrone di me, del fatto mio, della mia volontà…. della mia firma! Appena torno da Torino, le mie dimissioni! Un tozzo di pane, per me, lo troverò dapertutto.—E in quel momento, non si ricordò della moglie nè del bambino. Pensava invece al signor Gatti.
—È un galantuomo; ma si sa…. i gioielli, a venderli, perdono assai del loro valore…. povera signora!—E sospirò profondamente.
Il signor Galli, che conosceva tante miserie umane, il cui animo generoso, onesto, nobile, era rimasto contristato e atterrito da tante miserie umane, sospirava allora per quella povera signora, così buona, così affabile e tanto disgraziata, la quale doveva rinunciare ai suoi brillanti, alle sue perle, alle perle che essa si annodava con tanto amore e con tanta grazia, scotendo la testa, per allontanare i capelli biondi….
E il Kloss la voleva! Il Kloss! Il Kloss! Il Kloss!
Che ingiustizia, che iniquità!—Il denaro in mano a pochi, in mano alle canaglie!
Non sapeva più quello che si facesse. Era un'aberrazione che diventava una demenza; un'aberrazione del sangue che gli accendeva la fantasia. Doveva salvarla! Doveva salvare quella donna che lui stesso aveva consigliata male, che lui stesso aveva messo nelle mani di quel satiro!… Di quel satiro che rubava i danari per rubare le donne! Come le leggi erano assurde, inique! Come la giustizia era falsa, come era tempo di rifarlo il mondo, tutto il mondo!
Era contento il signor Kloss! Ghignava! Credeva già di essere riuscito!
Che infame!… Che ingiustizia! Tutto per il danaro! La gioventù di quella donna, il suo cuore, il suo ribrezzo…. tutto per il danaro, per un pugno di danaro….
Che ingiustizia! Che grande ingiustizia!
Crede di aver vinto! Di averla nelle mani!… Come l'altra! la poveretta, chedopo, per la vergogna, per il ribrezzo, per l'orrore, per lo schifo…. si è buttata dalla finestra!
E rivedeva Nora…. i capelli biondi…. la casacca rosa…. la piccola catenella d'oro nascosta sotto la battista…. Sentiva quel profumo…. rivedeva quelle vesti sparse sulle sedie dello spogliatoio.
E l'avrebbe lasciata a quell'uomo, abbandonata a quell'uomo…. come l'altra…. che si era buttata dalla finestra?
Ma che cosa aveva fatto…. che cosa aveva fatto quell'uomo, quel mostro a quella povera ragazza per spingerla così alla disperazione…. a voler morire subito dopo?… A buttarsi dalla finestra?
Nora lo aspettava nel salottino della sera innanzi; appena lo vide entrare gli corse incontro disperata.
—L'orefice, per un affare così, sul momento, non può dare più di venticinque o trentamila lire!… E da Primarole m'hanno telegrafato ancora; vogliono tutto per domani!
Il signor Galli barcollò, non disse una parola.
Nora si nascose il viso fra le palme con un atto di orrore, poi gli domandò, pallida, risoluta:
—Il Kloss…. è qui?
—Sì.
—Gli dica di venir subito. Bisogna che gli parli. È l'amico di mio marito, mi salverà.
—No, no! Lei non vedrà quell'uomo!…
—Vuole che io sia trascinata in mezzo agli scandali? In un processo?
—No…. Lei non lo vedrà, non gli parlerà.
—Devo farlo!… Devo farlo!… Non è più possibile lottare…. Non è più possibile.
Il signor Galli la fissò, le labbra mute, contratte, il volto livido, di un pallor tragico.
—Le ho detto…. signora…. Io posso….
Non parlò, non potè più parlare;… prese il libro deichéquesdalla busta e ne firmò due in fretta, poi li consegnò alla duchessa.
—Sono all'ordine del signor Cantasirena. Domani, quando vuole, può mandare alla Banca Insubria a riscuotere la somma.
Nora prese i duechéquescon un tremito e li guardò cogli occhi maravigliati, nei quali brillava un lampo di avidità.
—Come?…—domandò con voce secca, disarmonica…. non più con la voce di prima, dalle calde modulazioni.—È certo?… Non mi faran poi…. nessuna difficoltà? Ha detto…. alla Banca Insubria, non è vero?
Il signor Galli ripeteva di sì, col capo. Ma l'agitazione, l'orgasmo, la demenza del pover uomo si erano dissipate a un tratto, scorgendo il lampo di quegli occhi astuti, notando il fremito ansioso di quella voce fredda, roca, quasi aspra.
—L'ho consigliata male,—balbettò nel bisogno immediato, supremo di trovare a sè stesso una scusa per ciò che aveva fatto.—Ero in dovere di rimediare….
E quando Nora, comprendendo, volle essere di nuovo dolce, tenera, allettatrice, non parve a lui che una commediante, falsa, tutta falsa!…—Una commediante!
Il signor Galli se ne andò in fretta. Voleva esser solo, solo, solo!
E quando fu solo, a poco a poco la verità penetrò nella sua mente, nel suo sangue, nella sua coscienza.
—Che cosa aveva fatto?…
Non pensò più che doveva recarsi a Torino, che doveva partire….—Continuò a camminare, a camminare….
La sera di ottobre calava fredda…. livida, tetra…. Il signor Galli continuava a camminare, a camminare nello squallore delle vie deserte, lungo il Naviglio…. Il Naviglio nero, sotto la luce smorta, dei primi lampioni…; a poco a poco egli era ritornato in sè…. La verità incalzante era con lui, correva con lui, fuggiva con lui…. la verità tremenda, eterna, che ingrandiva ad ogni passo, che non lo avrebbe lasciato mai più:
—Ladro!… Ladro!… Sono un ladro!
Francesco Kloss aveva prese le sue misure di precauzione, si era armato fino ai denti e ormai non aveva più paura di Matteo Cantasirena. Se questi avesse ricominciato a rompergli le scatole colleRisorse Italicheegli lo avrebbe fatto subito tacere, minacciando di rivelare lelatrerie, lepirpanteriedel Segretario generale dellaCisalpina.
—Alla larca…. e cito!
Del resto, il Kloss non era uomo da perder tempo nè spender quattrini per vendicarsi; tirato in ballo nella conferenza, aveva fatto il morto; costretto a entrare nellaCisalpinane aveva approfittato per fare il suo interesse. Corrompendo il Vergani, il Bizzarelli, il Brunetti, stanchi di farsi trappolare e rovinare da Matteo Cantasirena, era riuscito ad aver tanto in mano contro di lui da intimidirlo, ed occorrendo da poterglisi imporre. Ormai il suo piano era stabilito: costringere laCisalpinaa liquidare, e raccogliere quanto in essa, nel concetto fondamentale, svisato, alterato e reso fanfaronescamente ridicolo, poteva esserci ancora di serio e di utile.
Ecco quali erano le idee, i progetti, le ragioni di Francesco Kloss, per mandare all'aria lacarnefalata.
—I mee itei, i mee procett, i mee rason…. erano di ammazzare laCisalpinae sfruttarne il cadavere.
Il Kloss stava appunto organizzando un formidabile consorzio fra alcuni banchieri della Svizzera tedesca, già in stretti rapporti con lui; allo scopo di iniziare, valendosi in parte degli studi e delle idee dellaNavigazione Cisalpina, un nuovo sistema di trasporti nell'Alta Italia, meno caro delle strade ferrate e in concorrenza coi tram a vapore. Si trattava, cioè, di una fitta rete di piccole tramvie elettriche lungo gli stradali provinciali e comunali, ed il progetto si andava delineando, senza le ciarlatanerie delcrante parpone crante pirpone, ma chiaro, sicuro, un vero affare maneggiato,manipolatodal Kloss e da gente del suo valore.
Provocare una diserzione, una defezione quasi generale nel campo dellaCisalpinaera stata cosa semplicissima. Il Vergani era stato adescato coll'offerta del completo addobbo delle carrozze elettriche, il Bizzarelli e il Brunetti conquisi dall'appalto degli stampati e dall'affidamento della pubblicità su tutta la linea: il Tolomei, che vedeva sfumare l'ultima rata di pagamento pel suo palazzo, non aveva esitato di cedere al Kloss il credito e le armi, tanto più che il Bonforti e il Ghirlanda, colpiti atrocemente dall'Italia, tartassati spietatamente dallaDurlindana, avevano smentita ogni politica alleanza con Cantasirena, ogni ingerenza nellaCisalpina…. e ciò quasi nello stesso tempo in cui Pio Calca ritirava la sua candidatura a Castellanzo. La rinunzia gli era stata imposta dasoa mader, senza nemmeno volergliene dir le ragioni. Le ragioni essa le aveva confidate a monsignor Meneguzzi, monsignor Meneguzzi aveva approvato…. e basta.
E il Kloss, colle sue manovre, approfittava di tutto ciò per cospirare e intrigare ai danni dellaCisalpina, finchè, con un tiro abilissimo, di rimbalzo, riuscì a colpirla nel cuore.
Moltissimi fra i poveri illusi che avevano impegnati, ipotecati i loro poderi, la loro terra, per diventare azionisti dellaCisalpina, tentavano ad ogni costo di vendere quei titoli, quella carta, che li aveva rovinati; e allora fu il Kloss che fece l'incetta delle azioni, fu il Kloss che comperò quelle piccole proprietà—di sottomano s'intende—e furono i suoi agenti segreti che da quel giorno negarono recisamente allaCisalpinadi scavare un braccio di terra, di atterrare un pezzo di muro, di smuovere un mattone, neppure per tutto l'oro del mondo.
Facoltà di espropriazione forzata per laCisalpinaancora non c'era: tutto il famoso progetto tecnico del Fontanella era incagliato, rovinava: e la maggioranza dei consiglieri, anche di quei consiglieri che non erano guidati dal Kloss nè da altri interessi, nè da mire particolari, stanchi, irritati, intimoriti, chiedevano, volevano, imponevano la fine dei lavori, una liquidazione immediata e possibilmente onorevole.
Matteo Cantasirena e il Fontanella, col solo rinforzo di Gesualdo Arcangeli—che mentre aspettava e sperava ancora di poter fare il monumento a Fara-Bon, faceva intanto (un soggetto meraviglioso per Dio!) il busto alla duchessa,—resistevano, tentavano di opporsi disperatamente, volevano che si continuasse ad ogni costo, perchè la "crisi" era artificiosa, perchè era una viltà il cedere di fronte a quei nemici, perchè v'era tutto l'interesse materiale a continuare, perchè la vittoria sarebbe stata certa, il risultato splendido, perchè il resistere era un dovere imposto dalla carità di patria, dal sentimento dell'umanità.
Liquidazione o fallimento, per Matteo Cantasirena e per il Fontanella erano tutt'uno: erano la rivelazione delle magagne e degli errori commessi in comune e da soli, erano la rivelazione di tutti i brogli e di tutti gli imbrogli da soli e in comune perpetrati, erano lo scandalo, erano la condanna. E Matteo Cantasirena aveva talvolta la visione netta e spaventosa della catastrofe incombente, ma a chi mai far capo per scongiurarla?…
Mariano Perego, da sei o sette giorni a Primarole, "respirava odore di polvere" e se non fosse stato l'irresistibile simpatia per quell'"inconscio vendicatore della perfidia ipocrita e assassina e della gretteria sociale" sarebbe rimasto a godersi, con una fregataccia di mani, quel nuovo capitombolo di tanti "bei galantuomini, pieni di onore!"
Il Perego colla faccia ancor più trista e sparuta per la barba da fare, ancor più sudicio e straccione per quei sei o sette giorni di campagna, scrollava il capo e mormorava tra sè:—La catastrofe, lo sfacelo è imminente, inevitabile!—E si portava il cordoncino delpince-nezdietro l'orecchio con un moto più nervoso del solito.
La defezione del Bizzarelli, del Brunetti, del Vergani, che costituivano un tempo la vecchia guardia del direttore, era stata impudente, sfacciata: prova certa che per lui, non c'erano più speranze.
Il conte Bobboli beì, da Parigi, dove stava per sposare una ballerina di quarant'anni, aveva mandate le proprie dimissioni, esplicite, da vice presidente dellaCisalpinae da candidato al collegio di Primarole: prova certa che Matteo Cantasirena non incuteva più nessun timore….
Che cosa poteva fare Mariano Perego?… Nulla! Egli stesso lo capiva, ne conveniva, con un'alzata di spalle. L'incarico che gli era stato affidato dal direttore e dal Fontanella era troppo difficile e pericoloso, superiore anche alla leggendaria abilità d'intrigo del giornalista tollerato.
LaCisalpinaandava sfasciandosi, e il colpo di grazia, dopo i colpi mortali del Kloss, le veniva dato da quella gente appunto, cui i sommi reggitori, ingolfati nei loro propri interessi, nei loro pasticci, non avevano mai pensato, o avevano pensato troppo poco e male.
Era la massa, cioè, degli operai, raccolti, arruolati, nei ceti più turbolenti ed infidi d'ogni paese, veri soldati di ventura e di sventura, rotti ai lavori più duri e più pericolosi, irritati dalle lunghe attese della paga, dai ripetuti inganni, dalle eterne cabale, dalla minacciata sospensione dei lavori; furibondi specialmente contro Matteo Cantasirena che li aveva per tanto tempo ubriacati di promesse e di declamazioni, contro il Fontanella, che mancava loro di parola, contro tutto il Consiglio d'amministrazione, che li lasciava senza lavoro…. Furibondi persino contro quel mite e buon Taddeo, che per ironia, per ischerno, chiamavano:—il gamba di legno—il Garibaldi—perchè nelle sue nuove funzioni di sorvegliante, portava lo zelo, l'instancabile attività del galantuomo, colla rigida inflessibilità del soldato, e perchè, "mangiando di quel pane", non voleva unirsi a dir male nè del colonnello, nè del Fontanella, nè di alcuno dellaCisalpina.
Quando Matteo Cantasirena arrivò col primo treno, c'era ad aspettarlo soltanto il Perego. Questi non lo salutò nemmeno, non gli disse una parola e, cattivo segno, continuò a succiare il cordoncino unto degli occhiali.
—Cosa c'è di nuovo?—domandò Cantasirena, colpito. Il non vedersi accolto coll'espansione così necessaria alla sua indole, lo sconcertava.—Cosa c'è?
Mariano Perego tirò diritto senza rispondergli, continuando a succiare il cordoncino.
Matteo Cantasirena ansava.
—In questo momento in cui ho bisogno di tutto il mio coraggio, del coraggio di tutti i miei amici, non bisogna avvilirmi. Bisogna darmi la fede, la serenità.
—Altro che serenità!—rispose il Perego.—Son fulmini e saette!
Infilarono una stradicciuola umida e deserta, fra alte muraglie di orti e di giardini: volevano recarsi al "Palazzo dei Lavori" senza attraversare il paese.
—Altro che montare la dimostrazione perchè laCisalpinacontinui i lavori! Sarà grazia di Dio se riusciremo a sventare la ribellione, la rivoluzione…. e a salvar la pelle! Sì, la pelle!—E lo dico io, che me ne intendo.—Il "quarto d'ora" è lo spirito del tempo: lei ha abusato del "quarto d'ora".
Mariano Perego, impettito, trovata la definizione, trovò anche il cordoncino da ricacciare dietro l'orecchio.
—Avremo la rivoluzione, una vera rivoluzione, una rivoluzione contro di lei, contro il Fontanella…. e magari anche contro il Kloss…. la rivoluzione di chi non ne ha, contro chi non gliene vuol dare, la rivoluzione dell'appetito. E se gli operai non riusciranno a mangiare, se non riusciranno ad avere il loro danaro, riusciranno a rompere la testa a qualcuno…. e lei guardi, per suo conto, di non esporre la sua.
—Siete sempre eccessivo!—borbottò il direttore che voleva riacquistare la propria autorità.
—Eccessivo?… No. L'avverto di stare in guardia. Rompere "qualche testa grossa", fare a pezzi glisciacallidellaCisalpina, gli sfruttatori, i camorristi, i ladri dellaCisalpina, ecco le loro espressioni!… Non invento: riferisco. Basta mettere i piedi in un'osteria…. e non si sente altro. Anche il Fontanella si comporta male: è un ingegnere, ma, non ha che chiacchiere: avrebbe dovuto fare l'avvocato. Non si va a far l'elegante, col sigaro d'avana in bocca, fra la gente che non sa come dar pane ai figliuoli, da tre settimane! È corsa voce della riunione di stamattina alla sede e forse….
Il Perego si fermò.
—Forse…. che cosa?…—domandò Cantasirena, prendendolo sotto braccio.
—Forse è per oggi….
—Per oggi?—e lo fissò interrogandolo coll'occhio inquieto.
—Fermatevi! fermatevi a Primarole tutta la giornata e me ne saprete dire la fine!
Erano giunti dinanzi al "Palazzo dei Lavori" e da una rapida occhiata, Matteo Cantasirena capì che le apprensioni dell'"egregio Perego" non erano nè infondate, nè esagerate.
Nella via, sulla porta, sotto l'atrio, crocchi di operai, colla pipa in bocca, l'aria ironica di sfida, le facce nere arse dal sole, burbanzose e minacciose: gruppi di braccianti più laceri, più estenuati; qua e là qualche donna, qualche ragazza, dall'occhio sfrontato.
In disparte, un gruppo di operai, più seri, più alti, più nerboruti, colle facce tonde, coi capelli e colle barbe biondastre: i tedeschi e gli svizzeri, che confabulavano fra di loro, sommessamente, in un gergo incomprensibile.
Cantasirena volle fare i soliti saluti colla mano, da buon camerata, ma non gli rispose che qualche ghigno. Allora riprese la sua maestosa imponenza: si fermò apposta sul portone a discorrere col Perego, che pareva impicciolirsi, e si ficcava il cordoncino dietro l'orecchio nervosamente, poi entrò nel palazzo.
Si sentivano grida di minaccia, di beffa, gli improperi più strani, nei diversi dialetti:
—Bagolon del luster!
—Vajana!
—Camorrista!
—Andâe là, pendin da forca!
A un tratto un sibilo acuto lacerò l'aria, echeggiò sotto l'atrio, e subito, irrompente, tutta una salva di sibili, di fischi.
—Il Fontanella!…—mormorava Matteo Cantasirena, salendo pallido su per la scala.—Avete ragione, amico mio,—il Fontanella, li ha disgustati, irritati, esasperati!
Sopra la cassapanca, unico mobile della vecchia anticamera aperta ai quattro venti, senza vetri alle finestre, vide dei soprabiti, dei cappelli. Erano le otto, e già nella sala della direzione v'era gente.
—Son venuti presto…. per congiurare, contro di me, prima della seduta!—bisbigliò Cantasirena, e invece di entrar subito in sala, andò in cerca di Taddeo, per informarsi degli intervenuti.Taddeumnon c'era. Non c'era mai! Era proprio venuto a Primarole per godersi le vacanze, la campagna, gli ozî beati! E Matteo non ritrovò più nemmeno Mariano Perego: questi, invece di aspettarlo, era ridisceso, era sguisciato fuori, aveva attraversato i crocchi senza farsi notare, era scomparso. Gli pareva giunto il momento di valersi di una vecchia amicizia di polizia, rinnovata in quei giorni a Primarole…. per caso.
Cantasirena rimase un momento sull'uscio prima di entrare: avvicinò l'orecchio alla fessura, ma non si capiva niente di quello che dicevano. Si rizzò, si abbottonò il soprabito, si lisciò il barbone, ed entrò. Vide subito, seduti in crocchio che discorrevano fra di loro, il Vergani, il Bizzarelli, il Brunetti.
I tre lo salutarono, ma egli li guardò e non rispose; vide il marchese Tolomei, chino sopra un monte di registri, che andava sfogliando febbrilmente, e Cantasirena questa volta fu il primo a salutare colla mano, con ostentazione.
Poi andò diritto dal Fontanella; lo trasse in disparte, presso la finestra, e gli parlò sottovoce.
—Andiamo male. Dei consiglieri, i nemici, i rompiscatole sono qui tutti.
—È certo che verrà deliberata la sospensione dei lavori e la convocazione dell'assemblea nei dieci giorni. Avete provvisto per le centocinquemila lire?
—Ci sono…. Ma vorrei fare un dispaccio….—rispose Matteo.
E fu allora che scrisse il dispaccio per la duchessa, colla notizia dei disordini a Primarole, e di nuovo chiese di Taddeo per mandarlo al telegrafo.
—Taddeo è fuori; verrà a momenti; passa le notti al deposito degli esplosivi: c'è tutto da temere, e occorre gente fidata, di coraggio.
—E l'Arcangeli?…—domandò Cantasirena al Fontanella.
—Non mancherà di certo. Il Laner piuttosto?…
—Doveva esser qui. Non è qui?
—No. Ma voi, di dove venite?
—Sono stato a tentare l'ultimo colpo col Bonforti e col Ghirlanda.
—E così?
—Pilato…. e Longino! L'uno se n'è lavato le mani; l'altro mi ha abbeverato di fiele!—Sospirò, poi s'irritò, pestò i piedi, e si rivolse arrogantemente al Tolomei:
—Siamo in numero!—Avanti chi tocca e incominciamo!
—La convocazione è per le nove,—rispose secco il Tolomei, e continuò a scartabellare i registri e a prendere appunti.
Un gruppo di consiglieri dellaCisalpinacomparve poco dopo, fermandosi sull'uscio, discutendo animatamente. Ma il gruppo, d'un tratto, fu sbaragliato, attraversato da Gesualdo Arcangeli; lo scultore entrò nella sala, col cappello in testa, la cravatta rossa, burbanzoso, minaccioso come se volesse fare a' pugni con tutto il mondo. Si avviò difilato verso il Cantasirena e il Fontanella, gridando con enfasi, stringendo loro le mani con gran forza:
—Pronti!… Pronto al comando!… E sempre amici!—in vita e in morte—per Dio!
Peccato!… Gridava per quattro, ma non poteva votare che per uno!
—E il Laner?—domandò l'Arcangeli, guardandosi attorno, arricciandosi i baffi, dimenandosi sui fianchi,—il nostro Pietro, Pietro il Grande, non c'è?
—Se non è venuto a quest'ora…. avrà avuto paura!…-bisbigliò ilFontanella.—Un altro voto di meno!
Matteo Cantasirena, sempre più agitato, nervoso, alzò la voce:
—Dirò, col mio compianto amico…. il Belisario di Sebenico: "Agli alti monti la neve, alle anime generose la gelida sconoscenza!"—Fece alcuni passi infuriato, poi tornò vicino al Fontanella e all'Arcangeli, borbottando:—Anche quel falso trentino che mi diventa un….tirolese!Quel giullare!—E ritornò ad alzare la voce, lanciando occhiatacce furibonde al gruppo del Vergani, del Bizzarelli, del Brunetti.—Tutti così! Tutti ingrati, gli ex morti di fame!… Un branco d'ingrati, tutta la gente messa al mondo da me!… Creata da me!…
Il Brunetti si alzò di colpo, rivoltandosi:
—Oh, è ora di finirla!… La finisca di fare…. il Domeneddio! Sissignore! Morti di fame, perchè la nostra parte…. l'ha mangiata lei!
Il Bizzarelli, il Vergani, gli altri, lo tiravano per la giacchetta: volevano farlo sedere, volevano farlo star zitto, ma non c'era verso.
—Lasciatemi parlare!—gridava il Brunetti più forte, più rosso, più in furia.—Lasciatemi parlare! Sono mesi e mesi che ingoio, che soffoco, che mi strozzo!—Sissignore!—Morti di fame, perchè abbiamo sempre avuto la debolezza di credere alle sue chiacchiere, a' suoi giuramenti, alle sue preghiere, alle sue lacrime! Morti di fame!—Sissignore!—Perchè non le abbiamo mai fatto scontare tutte le sue…. porcherie!
Matteo Cantasirena, che a questa sfuriata era rimasto turbato, interdetto, appena riprese fiato si rivolse al marchese Tolomei, ch'era salito al banco della presidenza e scampanellava per imporre il silenzio.
—Con questo tono…. con questa forma…. con questo linguaggio…. ogni discussione è impossibile: io rinuncio alla parola!
—Porcherie! Porcherie!—strillava il Brunetti,—e la colpa è sua se non posso usare un termine più pulito!
—Finiamola!—esclamò Matteo Cantasirena, pallido, smorto. Ma poi, subito, riprese il sopravvento, rivolgendosi ancora al Tolomei:—In questo luogo è soltanto all'autorità del nostro egregio Presidente che io posso…. che io devo rivolgermi…. per farmi rispettare!—e sedette maestoso, sdegnoso, voltando le spalle "a quel malcreato".
—La prego, signor Brunetti,—gridò a sua volta il Tolomei,—faccia silenzio!… Le sue ragioni….. i suoi risentimenti….—ma non gli venne la frase e finì, pestando un piede sotto il tavolo, e scampanellando furiosamente.—Avrà tempo di sfogarsi fuori di qui!
—Ssst! Silenzio!—sibilò, urlò l'Arcangeli.—Silenzio! Per Iddio!
Il Brunetti circondato, tirato giù dai suoi amici, fu costretto a sedere e a tacere.
Il presidente, dopo un'ultima suonata di campanello, dichiarò aperta la seduta. L'ordine del giorno recava per primo:
"Discussione del bilancio consuntivo da presentarsi all'Assemblea dei soci azionisti."
—Domando la parola per una semplice dichiarazione,—esclamò Matteo Cantasirena, alzandosi in piedi ancora pallidissimo e colla voce alterata.
Egli non poteva restare sotto il peso di quella sfuriata del Brunetti, nè voleva lasciare i suoi colleghi del consiglio; sotto un'impressione per lui tanto sfavorevole. Bisognava distrarla, commuoverla, tutta quella gente!…
—Prima d'incominciare una discussione che sarà eccezionalmente appassionata e accalorata, trovandosi in giuoco non solo gli interessi più vitali di una grande impresa, ma la vitalità stessa di una grande idea, consentitemi, signori, colleghi…. amici…. consentite al grande colpevole…. ed al grande espiatore, una breve dichiarazione. Non voglio difendermi: voglio accusarmi. Vi dichiaro di accettare preventivamente la piena responsabilità di tutti gli errori….—e soggiunse sorridendo,—e degli errori di tutti!
Sorrise a questo punto anche il Fontanella, sorrise qualche altro; l'Arcangeli applaudì: Matteo Cantasirena era a posto.
—Sì: devono ricadere sul mio capo tutti gli errori dellaCisalpina!Sì: ho grandemente errato e non aggiungo, perchè non voglio giustificarmi, ho grandemente amato!—Signori, colleghi: la discussione odierna dev'essere accanita, spietata come una requisitoria: dev'essere esauriente come un giudizio…. inappellabile. Non vi domando nessuna indulgenza, nessun riguardo, nessun rispetto per me, per i miei precedenti, per il mio passato, per i sacrifici compiuti: ilnoli me tangereè indegno di un vecchio soldato.—Chi sta dinanzi a voi è un colpevole? Condannatelo!—Soltanto ricordo questo: di tutto il programma dellaCisalpina, uscito più dal cuore entusiasta che dalla ragione moderatrice, ricordo questo:—una promessa:—lavoro e paneper i nostri operai. E se il vostro cuore è chiuso ad ogni mia preghiera, dirò alla vostra ragione: Signori; è la prudenza che v'impone di non dimenticare la sacra promessa:lavoro e pane. Non vi domando altro, non vi domando niente, non voglio pietà per me: nè pietà, nè indulgenza…. nè giustizia! Imponetemi qualunque sacrificio; imponetemi di dimettermi, io vi risponderò con una parola che risuonò generosa…. magnanima per tutto il mondo, nel giorno, non lontano, di un'altra sconfitta—una sconfitta—ricordatelo—che fu più feconda e più gloriosa di una vittoria:Obbedisco!
E Matteo Cantasirena si lasciò cadere sopra la sedia, colla voce rotta da un singhiozzo.
Giù, nel piazzale, lungo le vie, cresceva intanto la folla e cresceva il fermento.
Era corsa una parola d'ordine la sera innanzi, fra gli operai, per raccogliersi tutti lì sotto le finestre della Direzione? Per suonar la monfrina, finchè i Consiglieri—imargniffoni, levajane,—come li chiamavano, tenevan seduta?… Nessuno, nemmeno Mariano Perego avrebbe potuto assicurarlo.
Dalla folla si levava di tanto in tanto, qua e là, un fischio, un'urlata, una bestemmia diretta al finestrone della gran sala delle sedute. Quando la parolaccia risuonava più esotica, più strana, più lurida, in quella confusione di dialetti, scoppiavano applausi frenetici. Poi c'era chi imponeva silenzio: volevano sentire che cosa dicevano di soprale canaje,i lustrissimi, ma non potevano sentir niente; soltanto udirono la voce stentorea di Matteo, quando gridava: Pane e lavoro!
—Coppett!—rispose uno della folla.
Poi un altro:
—Va in malora!
Un consigliere in ritardo, attraversò la piazza per recarsi alla seduta: i sibili isolati diventarono una salva scrosciante di fischi…. e con quella musica fu accompagnato e scappò dentro nel gran portone del palazzo.
Ma a poco a poco cessarono le sghignazzate, i motteggi, le beffe; la chiassata diventava una sollevazione.
Tutta quella gente, misera e lacera a un modo, e che serbava nondimeno le caratteristiche delle varie regioni, nell'aspetto e nel linguaggio, univa la voce in un sol rombo cupo, di livori e di ire.
Le donne e i ragazzi dei braccianti, dalle facce grinzose e sfinite, su cui la fatica lasciava un'impronta di patimenti, quasi di sevizie, stavan seduti per terra, lungo le muraglie, accosciati al sole, incitavano e aizzavano gli altri colle celie pungenti, colle risate amare.
Qua e là, qualche vecchio operaio, colla bluse stracciata, dalla quale appariva il petto villoso, squamoso, ischeletrito, qualche vecchio operaio, dal viso estenuato, solcato di rughe nere, profonde, cogli occhi riarsi, collo sguardo truce, sinistro, girava muto, tra la folla, come l'incarnazione, il simbolo di quell'odio represso, compresso, accumulato, che stava per prorompere.