XI.

—Cosa ti ha fatto lo zio Matteo?… Ti ha sgridata?

—Mi ha battuta.

—Batterti?… Ha osato batterti?—esclamò il Casalbara, tremante di collera.—Ah! ma per Dio!… questo no! no! Non succederà mai più!… Guai! Ci sono io!… Guai!

—Era come pazzo, voleva strozzarmi. A fatica mi hanno strappata dalle sue mani; mi hanno portata via. Guarda!—E diventando rossa, di fuoco, per la nuova prova d'amore, di tutto il suo amore che gli voleva dare,—il sacrificio più grande e più caro della amante all'amato, il sacrificio, l'oblio del proprio pudore,—sciolse di colpo il nodo della cravatta lilla, slacciò nervosamente, precipitosamente i bottoni del vestito, della camicetta, e sul collo, fin giù sulla spalla, gli mostrò un livido e una piccola graffiatura.

—Povera…. povera bambina mia….—balbettò il Casalbara, e mentre appassionatamente la baciava lì su quel livido, su quella graffiatura, piangeva, piangeva commosso, intenerito.

—Où diable as tu fourré l'eau de Cologne, ma bête?—strillò a un tratto, nell'altra stanza la contessa Schönfeld.

Nora trasalì, respinse il Casalbara, si abbottonò in fretta la camicetta, il vestito, e rifece il nodo alla cravatta.

—È stata anche colpa mia….—mormorò abbassando il capo ancor più timida, più titubante.—Perchè mi lasciassero in pace…. perchè non mi tormentassero più coi loro progetti, colle loro idee di matrimonio…. per farla finita una buona volta e per essere assolutamente libera, padrona di me, ho…. ho confessato…. ho esagerato….

Non potè finire: si nascose il viso colle mani: aveva troppa vergogna!

L'altro sorrise a quella bimba, scrollando il capo: adesso capiva il "tutto quanto" della signora Schönfeld! Ed era un'altra prova del come era amato, del come Eleonora aveva perduta la testa, si era esaltata per lui! E anche il Casalbara, si esaltava a sua volta, era fuori di sè.

—Non piangere più! Non piangere più! Nessuno avrà più il diritto di tiranneggiarti, d'imporsi. Devono rispettarti tutti…. come una regina: la mia regina!—E balbettando, esitando, tremando, le domandò:—Al…. al caso…. sa…. saresti di…. disposta…. anche a…. a…. ad abbandonare Milano? A venire con me? A Casalbara…. poi qualche mese d'inverno a…. Bergamo?

—Con te?… Subito. Dove vuoi, quando vuoi. Subito!

—No! No! Subito no!—esclamò l'altro spaventato per quello che aveva detto, per essere andato tanto innanzi senza accorgersene.—Bisognerà…. aspettare qualche mese e intanto…. non una parola a nessuno…. soltanto, se sarà assolutamente necessario, a tuo zio, ma colla sua parola d'onore di non dir verbo, di non fiatare con anima viva. Si saprà poi…. a suo tempo quando tutto sarà…. sarà già stato combinato e celebrato…. fra di noi…. a Casalbara….

Nora finse allora di comprendere che si trattava del matrimonio.

—Tua moglie?—rispose vivamente, ma risolutamente, diventando grave, serissima.—Questo mai!

—Perchè?… Non vuoi?…—domandò il duca maravigliato.

—No, non voglio: tua moglie mai!

E Nora, fissa, risoluta, più che mai ostinata, non rispondeva altro che "no, perchè di no, tua moglie no, assolutamente no" a tutte le domande, a tutte le interrogazioni del Casalbara. Ma si capiva bene che non voleva essere sua moglie perchè non voleva che lui gli facesse quel sacrificio, che abbassasse il suo nome fino a lei, perchè non lo voleva legare, sacrificare, perchè non gli voleva pesare nella vita. Voleva essere amata, soltanto amata, senza mai un rimpianto, senza mai un pentimento, senza mai costargli il più piccolo dolore, il più piccolo rammarico.

E il Casalbara, sempre tutto sossopra, con la testa, col cuore, col sangue in fiamme, il Casalbara che non capiva più niente, nè quello che diceva, nè quello che faceva, nè quello che voleva, nè quello che prometteva, implorava lui stesso perchè Eleonora non fosse così fiera, così ingiusta, così ostinata, così crudele, perchè cedesse alle sue brame, perchè lo rendesse felice, orgoglioso, accettando di essere sua moglie…. lei che si era mostrata degna di diventare una regina, di essere innalzata sopra un trono sfolgorante, lei che era una stella, la sua stella del paradiso….

Tremava, ansimava, sudava, tossiva. Tutti e due, sempre nel cantuccio della finestra, dietro le tende, tutti e due abbracciati, continuavano sempre a parlare, tutti e due piano, sommessamente. Lei continuò a dire di no, "no, soltanto no, tua moglie no." E il Casalbara a scongiurare, a protestare che era lui immeritevole di un tanto tesoro, di un tanto sacrificio; del sacrificio immenso che essa gli faceva della sua giovinezza, del dono splendido della sua bellezza divina…. a lui povero vecchio…. Era la prima volta che la commozione e la gratitudine gli strappava quella confessione "a lui, povero vecchio" che sarebbe stato degno appena appena di adorarla in ginocchio. Era lei, la fanciulla grande, generosa, sublime che recava, su quei suoi ultimi anni, tanta ricchezza, tanta benedizione di amore, un così vivo raggio di felicità e di vita.

E mentre la fanciulla, abbracciata, baciata, supplicata, s'irrigidiva nel suo "no, no" e scrollava il capo tristamente, melanconicamente, come se da quella domanda, da quell'offerta di matrimonio fosse stata strappata al suo sogno, a' suoi incanti, mentre il Casalbara continuava a pregarla, a scongiurarla, ad implorarla, la contessa Schönfeld, nell'altra stanza, faceva tremare i vetri coi passi pesanti e strapazzava la cameriera:

—Le diable m'emporte, caara da Dio, ma tu faresti perdere la pazienza anche a un santo! Dove hai ficcato lo spazzolino dei denti e l'acqua del dottor Pierre?…

Matteo Cantasirena aspettava il ritorno di Nora, seduto nel seggiolone del suo studio. In quel momento non fantasticava progetti, non ruminava articoli: l'occhio fisso, l'orecchio attentissimo, aspettava ansioso di udire i passettini rapidi, risonanti sulla scala. Ma d'un tratto, si accorse dallo sbattere degli usci, dal gridare, che Nora era già tornata a casa, senza che l'avesse sentita venire.

—Nora! Eleonora!—e si precipitò nella camera della ragazza.—E così?… Dunque?…

—Adesso…. un momento!…—Chinata sulla catinella, Nora si lavava diguazzando, spandendo l'acqua tutt'intorno. Si lavava la faccia, le mani…. Forse i baci, le lacrime del Casalbara?

—Ah!… Che delizia!—e respirava forte, ridendo di piacere, mentre si asciugava il collo e il viso morbido e fresco.

—Dunque?… E così?—ripetè Matteo. E diventava sempre più ansioso.

Nora, mentre infilava il corsè, guardò lo zio con un'occhiata espressiva, accennando di sì. Poi si voltò verso lo specchio per ravviarsi i capelli.

Matteo, rassicurato, riprese colla calma l'aria sua dignitosa. Guardò nel corridoio se Evelina stesse a spiare, chiuse l'uscio, si sdraiò nella poltrona più comoda, e colla mano indicò a Nora di sedersi sopra un'altra piccola poltroncina accanto alla finestra.

—Sentiamo.

Nora gli disse in due parole della domanda formale di matrimonio e come lei avesse finito per accettare.

—Ci sono per altro, due condizioni.

—Quali?

—Fin dopo il matrimonio, che si farà a Casalbara, il segreto dev'essere assoluto, generale.

—Poi?

—Poi, quasi tutto l'anno rinchiusa a Casalbara, e i tre mesi d'inverno passarli a Bergamo!

—In quanto al segreto,—ripigliò Cantasirena, dopo qualche istante di meditazione,—noi potremo anche, mettiamo, non parlarne. Ma gli altri? I giornali? Si tratta del più fausto avvenimento domestico di due famiglie insigni nel patriottismo italiano! Io stesso, come potrei tacere, per esempio, col ministro dell'interno, col presidente della Camera…. e con Ernesto Rossi che ti ha tenuta a cresima? In quanto poi al vivere a Casalbara e a Bergamo, ciò dipenderà…. da te!

Che cosa aveva Nora? A che pensava? Certo, non a quanto lo zio Matteo le andava dicendo. Seduta presso la finestra, si sventolava adagio adagio. Le gambe incrociate, strette nel vestito, diritte, distese, certe volte avevano tremiti: le punte dei piedini si movevano irrequiete. A che pensava?… Guardava, fissava l'ultima striscia luminosa del cielo, che appariva appena sulle case alte…. A che pensava? Era assorta, intenta, era diventata pallida: pallida e triste. Erano i nervi, eccitati dalle commozioni di quei giorni? Era la stanchezza, la fatica fisica, morale che aveva dovuto sostenere e che si faceva sentire allora, in quel primo momento di riposo? Oppure, adesso che era tutto finito, che aveva raggiunta la sua mira, che il sogno si era avverato, adesso che l'ambizione era soddisfatta, sentiva forse, per la prima volta, che non era soddisfatto il suo cuore? Era il rimpianto occulto, profondo, per la grande rinunzia dell'amore?… Era il rimorso?…

Matteo continuava ad osservarla.

—Sei un po' nervosa?… Sei nervosa; si capisce. Mah!… Sono i momenti più solenni della vita.

Si alzò e la baciò sui capelli.

—Figliuola mia; bisogna battere il ferro finch'è caldo! Domani andremo insieme a casa del tuo Giovanni, a fargli una bella improvvisata. Voglio essere il primo a dimenticare…. Giovedì poi, lo inviteremo a pranzo. E che pranzettino! Colla mia brava Gioconda faremo miracoli! Intanto, subito, gli potresti scrivere due righe, per avvertirlo che io già so tutto e che vi ho perdonato. Giovanni è un gentiluomo, e manterrà la sua parola. Ma è amico del Kloss, e noi dobbiamo diffidare del Kloss!… Oh! quei boemi! Nemici sempre dell'Italia.

La ragazza continuava a tacere e a guardar per aria: ma batteva i piedini e si sventolava più forte. Soltanto quando lo zio Matteo si avviò per andare a chiamare la "cara Evelina" e la "brava Gioconda" per metterle a parte di quella gran notizia, Nora si alzò e gli andò incontro, fermandolo sull'uscio, fissandolo.

—E Pietro Laner?

Cantasirena divenne rosso dalla collera.

—Non parliamo di quell'ingrato! Non avvelenare la mia prima ora di felicità!

E siccome Nora non si mostrava scossa da quel furore, corse di là a prendere una lettera.

—Leggi!…

Quella lettera non era scritta dal Laner, ma dal suo avvocato. Era l'intimazione per il pagamento delle ventimila lire ed il resto, entro otto giorni.

—Ben venga la guerra!—gridava Matteo Cantasirena.—Non ho mai indietreggiato di fronte al nemico. Faremo causa!

—No, il signor Laner deve essere pagato.

Lo zio Matteo si lasciò cadere sulla poltrona gemendo.

—Come si fa? Milano è diventato irriconoscibile! Tutti spiantati, diffidenti!

—Parlerò io.

—Col Laner?

—No, con…. quell'altro.

—Con Giovanni?

—Sì. Gli confesserò io stessa questo debito e dovrà pagarlo!—esclamò Nora collo sprezzo sdegnoso, astioso di tutte le donne, nobili e plebee, per il danaro di colui che le compera, sia marito, sia amante.

—Per amor di Dio! Non seccare Giovanni con queste miserie! Tutto a suo tempo! E poi, ricordati: tu non gli devi mai parlare del Laner; mai! L'amore dei vecchi, cioè…. dei mariti, è sospettosissimo, gelosissimo!

—Tanto più se è geloso. Pagherà tanto più in fretta, trattandosi appunto del signor Laner.

—Ma la mia, e anche la tua dignità?…

—Ha dato le ventimila lire per il giornale quando…. quando c'erano in casa…. altri progetti.

Matteo Cantasirena guardò Nora maravigliato:

—Brava!… Bravissima. E poi è la verità! E ricordati: non si può inventar niente che sia più vero della verità! Il Casalbara dovrà apprezzare moltissimo questo tuo sentimento di delicatezza. Benissimo!… Ma non è una confidenza che tu possa fare al tuo Giovanni nè oggi, nè domani…. Bisogna ottenere da quel…. Laner la dilazione di un mese. Fra un mesetto, anche il mio amico Fara-Bon, ancheLa Navigazione Cisalpina, avranno fatto, mercè questo nostro matrimonio, un passo gigantesco!… Allora anche per le ventimila lire, ci penso io!… Stasera parlerò col Prefetto. È indecoroso, che ancora non si sia pensato a un ricordo marmoreo per il Paleocapa milanese!

Ma a questo punto, s'interruppe, battendosi la fronte:

—Ecco un'idea!… Il duca Giovanni di Casalbara, senatore del Regno, firmerà per il primo…. E a Pietro Laner, ci penso io!… Abbaia…. ma non morde. Se potessi averlo sottomano….

Cantasirena tornò a rannuvolarsi; tornò meditabondo: raccomandò a Eleonora di scrivere subito "al suo Giovanni" e passò nello studio lentamente, a capo chino, strascicando, al solito, i cordoni della vestaglia.

Era un affar serio col Laner! Quel trentino era diventato un tirolese senza creanza!…

E pensava come pigliarlo.—Scrivergli?… Che cosa?… Dove?…

Ma era una buona giornata, ed ebbe un nuovo lampo di genio:—Evelina!

E corse sull'uscio a chiamarla.

—In quali rapporti sei con Pietro Laner?

Evelina fissò lo zio attentamente.

—Non so…. Come prima.

—Non ti ha più scritto? Non ha più cercato di vederti?

—No.

—Bell'asino!—Ma subito Cantasirena tornò a calmarsi, e prese la mano di Evelina, stringendola con effusione.—Tu devi aiutarmi; devi farmi trovare col Laner! Gli scrivi di venire. Gli devi parlare, per cosa che ti preme, anzi che gli deve premere assai. Venga alle dieci: fino a mezzogiorno sei sola.

Evelina continuava a fissare lo zio Matteo attentamente, ma non arrivava a capir bene.

Quell'altro sorrideva, ma non voleva spiegarsi di più, e cambiò discorso.

—Saprai che il Casalbara si è deciso. Mi ha scritto, domandando la mano di Eleonora, e giovedì l'avremo qui a pranzo.

—Il Casalbara? la sposa davvero?… È sicuro?…—ed Evelina si rizzò più gobba, fissò lo zio Matteo cogli occhi più loschi, mentre una vampa rossiccia, biliosa, le accendeva la faccia gialla.

La ragazza era invidiosa; bisognava calmarla.

—Povera Nora!…—sospirò lo zio Matteo.—La sposa…. ma…. a qual prezzo!… Un marito vecchio, gelosissimo. Io poi, non mi stupirei, se Nora, adesso che l'ha spuntata col Casalbara, cominciasse a sentire un po' di bruciore per l'irredento menestrello.

—Capacissima!—ed Evelina diventò ancora più rossa.

Cantasirena notò il livore, l'invidia e una punta ancora più feroce di gelosia.

—Bisognerebbe sapere,—soggiunse poi,—dove quel Laner è andato a ficcarsi.

—È correttore di bozze allaGazzetta Lombarda.

—Come lo hai saputo?

—Da Taddeo. Quando lo hai mandato a cercare ai Giardini, coi cinquanta franchi, Taddeo lo ha trovato in uno stato da far compassione: non lo ha voluto lasciare; aveva paura a lasciarlo solo! Più tardi hanno incontrato Paolo Jona; allora il signor Laner è rimasto con lui e Taddeo è tornato a casa.

Al nome di Paolo Jona, il direttore dellaDurlindana, giornale umoristico illustrato, la faccia di Matteo Cantasirena si oscurò. Era l'unico giornale che gli incutesse un serio timore fra quanti lo attaccavano sempre, a sangue.

A Giulio Cesare faceva paura la gente cupa, taciturna: a Matteo Cantasirena faceva paura la gente che sapeva ridere. Alla polemica, all'attacco violento di un giornale serio, rispondeva, o se ne infischiava: la caricatura, a volte profondamente atroce, che faceva rider tutti per una settimana, gli rompeva le scatole.

—Paolo Jona,—borbottò.—Buffoni del giornalismo!… È stato PaoloJona a farlo entrare allaGazzetta Lombarda?

—Sì; ma soltanto tre giorni fa.

—E questo come lo hai saputo?

—Da Taddeo.

—Ma con quelTaddeumnon fai altro che parlare di Pietro Laner?

Da gialla, da rossa, Evelina diventò verde per la rabbia, e non disse più una parola. Dopo un momento, stirò lo scialletto sulla spalla gobba, e uscì tranquillamente, come un'ombra, colla testina storta e gli occhi più loschi.

Matteo Cantasirena passeggiava in su e in giù sbuffando, borbottando contro laDurlindana, contro quello "sparafucile delle plebi" di Paolo Jona….

Ma però—pensava—anche Paolo Jona dovrà andar adagio…. col ducaGiovanni di Casalbara: coi morti non si scherza.

Coi morti; perchè il Casalbara era un vivo che rappresentava un morto glorioso; era il tabernacolo delle sante memorie…. E il Casalbara sposava Eleonora!

Era vero? Il Casalbara diventava suo nipote! Che nipote? Diventava suo figlio!… Era vero; proprio vero!

Era stato tutto così improvviso, così strano, così incredibile! Cominciava soltanto allora a capire, a persuadersi, a sentire tutta la gioia di quella gran fortuna. Si fregava le mani, rideva.

Che angelo, quella sua Eleonora cara!

Non più nemici! Non più inquietudini, e la "Cisalpina" a gonfie vele, col nome del Casalbara sui grandi manifesti! Quel casato glorioso avrebbe sollevato l'entusiasmo…. e le azioni! Non era vero che la nota del patriottismo fosse spenta! L'Italia non era mai stata ingrata co' suoi martiri, co' suoi fattori…. Era la gran madre comune, era la patria!

E Matteo Cantasirena s'inteneriva, mormorando:

—Oh la patria! La patria! Una gran bella cosa la patria!…

Ma un nuovo pensiero lo turbò:

—Basta che il Kloss,—sempre l'Austria!—non ci si metta di mezzo!Guai perder tempo!

Corse fuori, raccomandò a Nora, traverso all'uscio, perchè si era chiusa in camera, di scrivere subito a Giovanni, e si precipitò in cucina, abbracciando commosso la Gioconda, con effusione paterna, mentre Numa, ancora spaurito per le burrasche di que' giorni, scappava ad appiattarsi nella buca nera sotto i fornelli.

—Anche tu, finalmente, la mia brava Gioconda, avrai il giusto premio del tuo disinteresse!—E dopo averle data quella gran notizia del matrimonio di Nora, cominciò subito a concertare il pranzettino pel giovedì.—Un pranzettino…. proprio coi fiocchi! Un poema! Un vero poema…. paradisiaco!—e gli occhi del direttore s'incontravano in quelli della cuoca, e sfavillavano insieme per la lussuria della gola.

Poi uscì di casa: andò a passeggiare per Milano. Voleva far vedere a quei pezzenti dellaCostituzionale, che lui era sempre vivo! Vivo più che mai!… Era gongolante, raggiante…. Avrebbe fondato subito un altro giornale "IlFara-Bon!"

E itirolesi?… Ma che! Lo zio, più che lo zio, il suocero, più che il suocero, il padre del duca di Casalbara, non aveva paura deitirolesi! Quando ne incontrava qualcuno, era lui il primo a fermarsi sorridente.—Carissimo!—e profondeva le strette di mano.

L'altro, sebbene titubante, stava per battere la solita solfa, maCantasirena gli chiudeva la bocca.

—Non amareggiate il mio primo istante di benessere, di felicità!…—E, raccomandando il segreto, perchè prima, per un doveroso riguardo, la gran notizia doveva essere partecipata a Roma, annunziava il matrimonio della sua cara Eleonora.

—A Milano, siete il solo a saperlo. Ma è giusto che io faccia un'eccezione per voi! Matteo Cantasirena non è un ingrato!

E ricevute le congratulazioni, e ricambiati i complimenti, egli indugiava ancora, stava lì fermo, su due piedi, lisciandosi il bel barbone striato d'argento, pompeggiandosi, continuando a parlare, a parlare, a descrivere, socchiudendo gli occhi, maestoso, le ricchezze, gli splendori della villa, ma che villa!… della reggia di Casalbara; e a raccontare, a ricordare sospirando, soffiando, la ferocia della repressione austriaca, e gli orrori di Josephstadt.

Anche queitirolesi, in fondo, erano buonissima gente. La Gioconda li calunniava!… Oh, assai migliori degli uomini del suo partito!…

Con la notizia ufficiale del matrimonio di Nora, tornò dal Brunetti a farsi dare dell'altro denaro, e riuscì a cavare un'ultima goccia di sangue al suo ex amministratore, il povero Bizzarelli. Poi, tornando a passeggiare, entrò dal Ferrario a ordinare dei fiori per la sua Eleonora; dal Testa a comandare una sporta di roba e di bottiglie. Si sentiva appetito, ma era ancora troppo presto. Prese un brum, andò a fare un girettino sui bastioni, ma in carrozza cambiò idea, e invece che a casa, andò a pranzare alCovapassando prima dalla pasticceria, dove in un orecchio, annunziò la fausta novella anche alla signorina Annetta, che stava al banco.

Più tardi, pausando, attraversò la Galleria per andare al Manzoni.

Voleva vedere il prefetto:Fabio Cunctator!

Bisognava muoversi per le elezioni del novembre! Le istruzioni delGoverno erano manifeste. Combattere a tutta oltranza nel collegio diPrimarole il Bonforti, nel collegio di Castellanzo il Ghirlanda!

—Questo prefetto…. un'incapacità assoluta! Crede che l'"abilità" consista nel non far niente. È un funzionario gretto, un burocratico senza slancio!

Quando Matteo entrò al Manzoni, il dirigente che lo vide passare, voleva scansarlo; ma l'altro gli corse dietro. Si conoscevano da tanti anni: in varie occasioni si era prestato cortesemente. Matteo Cantasirena dimenticava qualche volta i nemici: gli amici mai. Sua figlia era sposa.

—Ma…. silenzio con tutti. Mi date la vostra parola d'onore? Sposa il duca di Casalbara.

E cercava nelle tasche la lettera della domanda ufficiale….

Il prefetto lo accolse freddamente, con un cenno del capo, senza dargli la mano, che teneva fra i bottoni del soprabito, e continuò a star attento al dramma: si rappresentava ilNerone.

Cantasirena si avanzò in punta di piedi, per non disturbarlo…. gli si sedette accanto…. Il prefetto rimase impassibile. Solo dopo qualche tempo, coll'accento marcato, meridionale, osservò che la ragazza che faceva da Egloge era abbastanza bravina.

Cantasirena guardò anche lui col cannocchiale.

—Sì, bravina,—rispose,—specialmente le gambe.

L'altro non sorrise; continuò a stare attento.

Recitavano male.

—Ah, povero Nerone!—esclamò di nuovo Cantasirena;—assassinato dai comici dopo esserlo stato dai pretoriani!… I pretoriani, sempre infidi, allora come adesso!

Questa volta anche il prefetto sorrise e assentì col capo.

—Senza contare che adesso abbiamo i pretoriani…. rompiscatole, come quel Bonforti! Quel Ghirlanda!

—Sicuramente!—e il prefetto sospirò.

Sospirò anche Matteo Cantasirena con tutto il fiato del suo pancione. Poi si alzò, restò ritto in mezzo al palco, guardando il teatro, guardando la scena, e finito l'atto sedette egli pure al parapetto.

—Non c'è che un mezzo,—disse poi sommessamente, e avvicinando il bel faccione tentatore, mentre il prefetto rimaneva rigido al suo posto—non c'è che un mezzo per vincere a Primarole e a Castellanzo.

—Per me…. io me ne lavo le mani; e l'ho scritto anche a Roma. Dov'è impossibile vincere, la lotta è inutile e pericolosa. Primarole e Castellanzo sono due rocche inespugnabili.

—Inespugnabili col fuoco…. Ma coll'acqua?—E Matteo sorrise, socchiuse gli occhi, tornò a sorridere. Era un sorriso di adulazione, di protezione, di finezza, d'ironia….

L'altro, che non capiva, stava sempre sulle sue, e sempre più in sospetto.

D'un tratto, Matteo si alzò, tornò a sedersi accanto al prefetto, nell'ombra, e gli disse cambiando tono, risolutamente:

—Commendatore: verrò a trovarla domani: dobbiamo discorrere a lungo. Si tratta di un progetto colossale, che indipendentemente dalle elezioni, da ogni idea politica, può essere di una straordinaria importanza per l'avvenire economico del paese. Noi non abbiamo bisogno del Governo. L'idea è grandiosa: pareva un'utopia al Paleocapa, e il Fara-Bon ha saputo renderla attuabile. Il Comitato è pressochè costituito. Metteremo alla testa il duca di Casalbara.

—Benissimo!—esclamò il prefetto, con un'affermazione che pareva anche un saluto, per quel nome,—Casalbara.

Matteo soffiò più forte, e ripetè con maggiore solennità:

—Noi non vogliamo niente dal Governo; il solo appoggio morale; e in ricambio—questo lo prometto io, Matteo Cantasirena, privatamente—il Bonforti e il Ghirlanda saranno battuti. Il sottosuolo politico-elettorale di que' due collegi rimarrà sconvolto dai nuovi interessi e dai nuovi interessati allaNavigazione Cisalpina.

Il prefetto era tornato rigido, serio, impassibile.

—Il duca di Casalbara è con noi; e la villa di Casalbara è vicina aPrimarole, vicina a Castellanzo.

—Ma come potete assicurare che…. il Casalbara sia con voi?

—Sposa la mia figliuola, Eleonora!—esclamò Matteo Cantasirena, sorridendo, senza dare nessuna importanza a quella notizia.—Non volevo parteciparle questo matrimonio perchè ancora vogliamo tenerlo segreto; ma, sono sicuro, mi userà la cortesia di non parlarne!…

…. Quando Matteo Cantasirena fu per andarsene, il prefetto lo accompagnò fin sull'uscio del palchetto:

—Dunque, domani, vi aspetto alla prefettura, dopo le due?

—Farò di tutto per non mancare. Al caso, manderò un bigliettino;—e Matteo soggiunse, sorridendo maliziosamente:—Vado a portare i vostri saluti a Egloge!

Poi se ne andò, dondolando, sul palcoscenico per vedere Egloge da vicino.

La notizia della risurrezione di Matteo Cantasirena, del matrimonio, si era sparsa per tutto il teatro. Nerone gli corse incontro, con Egloge, circondato dai romani.

—Sono cinque sere che recito al Manzoni e lei ancora non si è lasciato vedere! Non è il modo di trattare cogli amici. No!… Mi lasci parlare perchè io—basta…. io…. sarò un cane….—e Nerone rideva lui per il primo della enormità che diceva—ma qui, qui—e si batteva sul cuore—ce n'è! ce n'è!—E mi deve fare un favore grande: mi deve sentire in questa scenettina che faccio adesso con Atte….

—Se proprio…. è per farvi piacere….

Matteo Cantasirena sbadigliò. Si avviò lentamente, più faticosamente lungo il corridoio; entrò in un palchetto che l'amministratore stesso della compagnia era corso innanzi a fargli aprire. Si ammirò nello specchio; si fece portare un cannocchiale, cercò, guardò Egloge fra le quinte…. si sdraiò al parapetto, sorrise a Nerone che appena entrato in iscena lo aveva cercato coll'occhio…. poi chinò sul petto il grosso testone e, taffete, si addormentò.

Pietro Laner era infelicissimo. Sconvolto, straziato dal dolore, dall'amore, dalla collera, aveva impeti di passione e di gelosia terribili;… eppure sperava, sperava sempre. Ed era quel barlume di speranza che lo teneva ancora a Milano…. forse era soltanto quell'ultima illusione del cuore che gl'impediva di diventar pazzo, pazzo davvero, e di commettere un delitto contro sè stesso o contro quella svergognata, infame, che si vendeva a un vecchio!

Ma la svergognata, l'infame era Nora; Nora che gli aveva promesso, giurato tutto l'amore colla sua bella voce armoniosa, cogli occhi appassionati e teneri:

"….Ti amo! ti amo! ti amerò eternamente!…"

Era credibile che Nora potesse tutto dimenticare? Dimenticare col cuore, coll'anima…. dimenticare coi sensi?

No, non era credibile; era impossibile. Era uno stordimento dell'orgoglio, della vanità, dell'ambizione, dei danari!… Era quell'essere ignobile del direttore che l'aveva abbindolata, raggirata; era un'illusa o una sedotta, ma pure era Nora, la sua Nora, e non avrebbe potuto dimenticare….

"….Ti amo! ti amo! ti amerò eternamente!"

Ma Dio, Dio santo, non avesse cuore, era pur fatta di carne e di sangue!… Doveva sentire la diversità del suo amore, dall'amore d'un vecchio, la diversità de' suoi baci dai baci di un vecchio! Ma non avrebbe mai, mai, un fremito di ribrezzo, un impeto di rivolta, un pentimento, un rimorso?…

E Pietro Laner tornava a sperare. Aspettava una lettera di Nora, a tutte le ore del giorno. A casa, spiava, tremava quando arrivava il postino. AllaGazzetta Lombardaaspettava sempre il cupotuc-tucdella gamba di Taddeo, che arrivasse con un biglietto. A condurlo dall'avvocato, a spingerlo a fare quell'intimazione delle ventimila lire, era stato Paolo Jona. Il Laner aveva accettato il consiglio perchè era l'unica via, anche indiretta, anche odiosa, per riavvicinarsi a quella gente…. a Nora. Avrebbero dovuto rispondere, e lui, finalmente, avrebbe saputo qualche cosa: questo soltanto gli premeva.

Se Nora gli avesse scritto, gli avesse detto una parola, egli le avrebbe subito perdonato. Perdonato?… L'avrebbe amata ancora di più! Sarebbe stato più umile.

E soltanto per Nora, per farle migliore impressione, caso mai rincontrasse, le aveva sacrificato anche quegli occhialacci colle suste, che le erano tanto antipatici…. E faceva la posta alla Gioconda.

Per ciò, quando gli giunse la lettera di Evelina, il povero ragazzo, che non era ancora diventato matto pel dolore, quasi lo diventava per la gioia. Certo, Evelina gli aveva scritto per incarico di Nora; di Nora pentita, ma che non voleva essere la prima a cedere….

Le ventimila lire, il direttore, la citazione, non gli passarono nemmeno per il capo!

Nora! Nora! Era stata Nora! Evelina era d'accordo con Nora!

Aveva ricevuto la lettera prima di sera, tornando a casa dallaGazzetta Lombarda: e doveva aspettare fino alle dieci della mattina dopo!

"Quante ore!… Quante ore!… Come far passare tante ore?…"

In mezzo a quel primo impeto di gioia, sentì nell'animo rinato anche un trasporto più vivo di fede; e insieme con tutte le nuove speranze, ritornarono a galla i pregiudizi paurosi. Corse a ringraziare la Madonna, "la sua" Madonnina buona di San Francesco!… Ma nell'uscir di chiesa si turbò, per aver incontrato un frate: gli avrebbe portata la jettatura!

Che notte eterna, affannata, angosciata!… Sempre dinanzi la Nora e ilCasalbara,—come una volta, nelle notti dell'adolescenza, sempre laDoralice e il croato. Ma adesso, per di più, che strazio, che furore digelosia, che delirio!…

Voleva alzarsi tardi perchè giungessero più presto le dieci; ma poi, appena l'alba, saltò giù dal letto, uscì: aveva bisogno di camminare.

Nora, sarebbe venuta lei ad aprire?… O egli l'avrebbe trovata lì, nella saletta, con Evelina?… Sarebbe rimasta in camera sua ad aspettarlo?…—Ma che importava dove, quando?…—C'era! Ci sarebbe stata! L'avrebbe riveduta!…—E l'immagine di Nora riempiva tutta quella contrada dalla quale non era più passato, altro che di notte; tutta quella casa, che non aveva più riveduta, altro che di notte, quando stava lì, per ore e ore, pauroso di essere scoperto, come un ladro in agguato; stava lì per ore e ore, a girare, a guardare, a spiare…. e ad almanaccare, a fantasticare, a sospettare le cose più strane, più terribili.

Sperava di veder Nora alla finestra; o che le finestre fossero socchiuse, come quando la ragazza era in collera e lo aspettava nascosta dietro le persiane, per vederlo senza lasciarsi scorgere. Invece la finestra era spalancata, il piccolo tappetino del letto buttato sul davanzale….

La Gioconda faceva la camera?… Nora era uscita?

Il Laner si fermò di colpo: non aveva più una goccia di sangue.

—Oh, il signor Pietro!—esclamò la Gioconda, che spazzava l'anticamera. Era quello il giorno del gran pranzo al duca di Casalbara, e tutta la casa, per ordine del direttore, doveva essere in ordine e lucente come uno specchio.

—Il signor Pietro!…—E la Gioconda continuava a fissarlo, col faccione attonito.—Ma sa che lei è diventato brutto?… Brutto da far spavento?

—C'è la signora Evelina?…—balbettò l'altro, che non riusciva a vincersi.

—È di là!… In saletta! E non c'è che lei in casa. La signorina Nora è fuori; il signor direttore è fuori!

E mentre il Laner, colle lacrime alla gola, si avviava per entrare nella saletta, la Gioconda lo seguì con una lunga occhiata canterellando: "Ah, l'amore, l'amore è un dardo!"—e ricominciò a scopare.

—Oh, il signor Laner!—esclamò Evelina alzandosi allegra e sorridente, per corrergli incontro e stringergli la mano. Ma poi, guardandolo, anche Evelina rimase colpita.

—Come sta, signor Laner?

—Bene!—rispose Pietro arrossendo, perchè la ragazza si era levato ilpince-nezper fissarlo faccia a faccia.—Bene!…—e abbassò il capo, si chinò, accarezzandoNumache gli era capitato, sfregandosi, fra le gambe.

Evelina era vestita di nero, con unfoulardcelestino sulle spalle; il vestito e il colore che le stavano meglio. Tornò subito a sedersi e a scartabellare il dizionario.

—Sto facendo il conte Bobboli.

—Il conte Bobboli beì?—domandò distrattamente Pietro Laner, guardandosi attorno in quel salotto che gli pareva mutato, diverso. Era già pentito; aveva rabbia di esserci tornato.

—Sì, il conte Bobboli e Pio Calca. Lo zio Matteo, credo, li vuol cucinare per le prossime elezioni, per contrapporli al Bonforti a Primarole e al Ghirlanda a Castellanzo!—soggiunse sorridendo Evelina, col disprezzo che le veniva dal suo mestiere di fabbricar grandi uomini a un tanto la riga.

Ma l'altro, ascoltava senza capir niente: Evelina ricominciò a scrivere.

—Dunque?—domandò il Laner colla voce grossa, soffocata.—Dunque?… è proprio vero?

—Sì,—rispose la ragazza più col capo che colla voce, lentamente. Poi soggiunse:—Quella lì, non ha mai saputo cosa voglia dire amare…. essere amati!… Oh, non aver cuore…. è una gran fortuna!

Pietro Laner si buttò sopra una seggiola, nascose il capo fra le braccia incrociate sulla tavola, e scoppiò in lacrime.

Evelina si alzò, gli andò vicino, per confortarlo, per consolarlo, accarezzandogli i capelli colle dita leggere, col fiato caldo.

—No! No! signor Pietro!… Non pianga così!… Mi fa troppo male!… Pensi…. lei non è mai stato apprezzato! Non è mai stato capito!… È un grande dolore, sì, è vero; ma se invece fosse poi stato infelice tutta la vita?… Lei è giovane; potrà ancora dimenticare, amare ancora; essere tanto tanto amato, lei così buono, colla sua nobile intelligenza; lei che merita tutto: amore, adorazione, tutto, tutto! Signor Pietro, la supplico, non faccia così!… Mi guardi!… Abbia un po' di compassione anche per me!

Evelina gli alzava il viso con le due mani, perchè la vedesse in faccia, perchè vedesse anche le sue lacrime, poi ricominciava sempre più vicina, sempre più a ridosso:

—E io allora, signor Pietro?… Io che non ho una speranza al mondo? Io che non ho nessuno, che non avrò mai un'anima che mi voglia bene? Nora mi odia, lo zio Matteo mi tiene qui soltanto perchè gli sono utile…. Che cosa sarà di me?…—E la ragazza pure singhiozzava mormorando:—Morire…. morire…. finirla…. morire!

Pietro si asciugò gli occhi, fece forza per vincersi, per non dar troppa pena alla buona Evelina.

—No…. no. Lei troverà sempre chi le vorrà bene…. perchè lei ha molto cuore!

Si guardarono, s'impietosirono l'uno per l'altra e sospirarono insieme. Poi il Laner, con una matita, distrattamente, cominciò a disegnare figure e geroglifici sur un vecchio libro.

Evelina, in piedi, accanto a lui, gli aveva preso l'altra mano e gliela stringeva, con affetto, per confortarlo.

Dopo un istante si guardarono di nuovo: la stretta di mano fu assai più forte, più lunga, e seguitarono a sospirare e a tacere.

Nel salotto non si udiva che il russare diNumasul canapé, e dalla cucina il rumor sordo dei colpi della Gioconda che batteva le costolette.

—Che cosa sarà di me?—tornò a gemere la fanciulla sospirando.—Cosa farò?… Dove andrò?

—Perchè?—domandò l'altro, tornando a sentir più vivo il suo dolore e soltanto tutto il suo dolore, dopo quel primo abbattimento, dopo quello sfogo di lacrime.

Lì, sulla tavola da pranzo, dove andava sempre a finire tutta la roba, c'era un ritratto di Nora: unaprova, mandata dal fotografo.

—Perchè?—ripetè il giovane fissando il ritratto.

—Perchè…. io…. resterò sola,—rispose Evelina,—quando Nora si mariterà…. Resterò sola…. e sarà presto.

—Allora, lei, perchè m'ha scritto? Perchè m'ha fatto venir qui?—proruppe il Laner brutalmente.

Evelina lo fissò smarrita, poi balbettò, chinando il capo:

—Se ho fatto male, mi perdoni!… Che cosa le ho scritto? Non so: non ricordo più. Avevo bisogno di aiuto, di conforto…. Credevo, speravo…. che anche lei desiderasse il conforto di una parola amica….

—Io?… Perchè?… Confortarmi?… Io?…—gridava Pietro, accendendosi, fuori di sè.—Confortarmi?… Se tutti si congratulano della mia fortuna! Sì! Per essermi salvato a tempo!… Anche Paolo Jona me lo diceva: Sei stato fortunato: devi ringraziar Dio!… Oh, se lo ringrazio Dio!… Ti ringrazio! ti ringrazio! ti ringrazio!—E il giovane levava diritto verso il cielo il pugno chiuso. La voce rotta da un tremito convulso, il viso contraffatto, sconvolto, livido, gli occhi torvi, stralunati, ansava, smaniava, pestava i piedi, barcollava come un ubriaco.

—Signor Laner! Signor Laner!—balbettava Evelina spaventata.

—Le fo paura? Ha paura?… Perchè mi ha fatto venir qui, lei? Risponda!—E il giovane, fissandola, le si avvicinò, mentre l'altra premeva già la mano sulla maniglia dell'uscio per essere più pronta ad aprire e a scappare.—Perchè? Deve esserci il suo perchè, se mi ha fatto venir qui! Io sono caduto nel laccio anche stavolta!… Sono corso qui, come una bestia, senza capir niente, ma adesso voglio saperlo! Voglio saperlo!—E perduto affatto il lume degli occhi afferrò Evelina per il braccio, e la buttò in mezzo alla saletta, minacciandola.—Perchè mi ha scritto di venire? Perchè mi ha fatto venire?…. Voglio saperlo!

—Gioconda! Gioconda!—strillò Evelina tutta tremante.

Ma invece della Gioconda, si presentò di colpo Matteo Cantasirena.

—Voi qui? In casa mia? Che volete?

L'esaltazione del Laner era arrivata a un punto tale che più nulla poteva frenarlo.

—Da lei, intanto, voglio essere pagato!… Cogli altri la discorreremo!

—Egregiamente!—rispose il direttore, con solenne sicurezza.—Preme a me, più che a voi di finirla; finiamola! Venite di là!

E si avviò maestoso, mentre l'altro lo seguiva a testa bassa, cogli occhi stravolti.

Entrato nello studio, Cantasirena andò a sedersi alla scrivania, cercò un foglio e lo distese sulla cartella, domandando al Laner che gli stava dinanzi immobile, muto:

—Quanti ne abbiamo oggi del mese?

—Non so,—rispose l'altro colla voce alterata.

Il direttore cercò la data sopra un giornale, poi cominciò a scrivere, e continuò a scrivere sereno, sorridente.

Pietro Laner era sempre in piedi, dinanzi alla scrivania. Dacchè era entrato nello studio col direttore, gli era cominciato un ronzio nelle orecchie, insieme a un rumor sordo, cupo, che diventava sempre più forte. Colla mano si premeva la fronte, si premeva gli occhi: vedeva guizzi, scintille di fuoco.

—A voi!—gli disse il direttore quando ebbe finito di scrivere, piegando il foglio, mettendolo in una busta.—Dal momento che invece di fare una quistione di cuore, voi non fate che una quistione misera d'interesse, tutto resta definito in piena regola.

Matteo Cantasirena dichiarava in quella lettera di avere ricevuto da Pietro Laner di Crodarossa lire ventimila, e si obbligava di restituirle entro un mese, cogli interessi al sei per cento.

—A voi.

E il direttore gli porse il foglio; l'altro non si mosse.

—Se invece del sei per cento, volete il sette, siamo ai vostri ordini.

—Nora…. E Nora….—balbettò il Laner: gli tremavano le braccia; tutta la persona era scossa da un sussulto violento; poi a un tratto barcollò, annaspò colle mani, e stramazzò di colpo, per terra.

—Evelina! Gioconda!—gridò Cantasirena spaventato e commosso.—Evelina! Gioconda!…

Le due donne si precipitarono nello studio.

—Dio! Dio!

—Cos'è successo?

—Il povero Pietro,—balbettò Matteo ansando, sudando, cercando di sollevarlo e di tenerlo fermo.—Ha le convulsioni! Diventa matto! Aiutami, Gioconda!… Evelina! Prendi dell'acqua! Dell'aceto! Una di quelle bottiglie di cognac che ho mandato dal Cova per il pranzo!

Evelina corse a prendere la roba: Matteo e la Gioconda portarono Pietro sul canapé.

—Tienlo forte, Gioconda!

Il Laner diede ancora due o tre scossoni violenti, un gran sobbalzo…. poi rimase fermo, disteso, irrigidito, il viso contraffatto da una smorfia dolorosa, le labbra stirate, la schiuma alla bocca.

—Pietro! Pietro! Signor Pietro!

Evelina lo chiamava per nome, colla voce più tenera, più affettuosa, lo spruzzava delicatamente, gli bagnava leggermente coll'aceto la fronte e le nari.

Invece Matteo Cantasirena, rimesso dal primo spavento, cominciava a brontolare.

—Anche questa mi capita, anche le convulsioni!… Anche il Laner che mi diventa matto in casa…. Ma Gioconda!… Ma Evelina?… Come si fa? E col Casalbara che viene a pranzo! E tutto ancora da preparare!

La Gioconda gli rispose stizzita:

—Bisogna fargli bere qualche cosa di spiritoso.

—Il cognac! Il cognac!—Cantasirena sturò la bottiglia del cognac.

—Pietro! Signor Pietro!—Evelina lo alzò un pochino, lo tenne su diritto col capo, esortandolo carezzevole, mentre la Gioconda gli fece ingoiare due o tre bicchierini di cognac, quasi di seguito: il Laner dolorava, sbatteva i denti.

Matteo ricominciò a camminare in su e in giù, brontolando e se la prese anche conNuma. Una volta che gli capitò tra i piedi, gli tirò un calcio terribile: il gatto rotolò con un miagolio sordo e sparì.

—La finisca! Vergogna!—gridò la Gioconda, strapazzandolo.—Mandi invece a prendere un brum, e faccia presto.

Il direttore uscì, chetamente, senza più fiatare.

Evelina sciolse al Laner il nodo della cravatta; la Gioconda gli sbottonò la sottoveste.

—Appena si può farlo scendere, lo si pone in carrozza, e il signor direttore col portinaio lo conducono a casa.

—Andrò io, invece del portinaio,—soggiunse Evelina.

Pietro aprì gli occhi, ma non capiva più niente, non sapeva più niente, non aveva forza di camminare, di muoversi.

Una carrozza, dopo qualche momento, si fermò dinanzi alla porta.

—Ecco il brum!…—esclamò Matteo entrando nello studio.

—Vengo io pure con te, ad accompagnare il signor Laner,—gli disseEvelina con voce grave, ma sicura.

Tutti e tre alzarono Pietro, lo tennero in piedi, lo trascinarono adagio adagio…. Matteo Cantasirena e la Gioconda lo portarono fuori sulla scala, lo portarono giù, quasi di peso, tenendolo sollevato per le braccia. Evelina andava innanzi ad aprire gli usci: aprì anche lo sportello del brum…. poi, infine, montò anch'essa in carrozza, e si sedette in faccia a Pietro Laner, prendendogli le mani, accarezzandole, stringendole forte, per fargli coraggio.

Il Casalbara arrivò in punto all'ora del pranzo. Nora lo aspettava alla finestra, e quando vide il magnifico equipaggio, arrossì di piacere e di orgoglio. Sarebbero stati suoi quei cavalli, quella carrozza, quei servi in livrea!… E corse lei ad aprire al duca: lei sola!

Appena il Casalbara fu entrato, stretto nel lungo soprabito, tutto profumato, lucente e biondo, l'uscio fu richiuso pianino pianino….—per non farsi sentire di là!—dicevano gli occhi maliziosetti della fanciulla. La piccola anticamera era buia, e mentre il Casalbara stringeva la mano a Nora, essa gli porse i capelli a baciare, poi si alzò in punta di piedi e gli offrì la bocca.

—Stella!

—Cattivo!… così tardi!

Il duca sorrise di piacere e di orgoglio: ormai tutte le malinconie erano scomparse. Si sentiva sicuro di sè; era fiero e incantato della sua conquista. Con Francesco Kloss non si vedevano più. Il Casalbara gli aveva dichiarato, con un tono altero che non ammetteva replica:

—Professo la maggiore stima, il maggior rispetto alla signorinaEleonora. Vi proibisco di parlarne leggermente.

E il Kloss gli aveva voltato le spalle.

—Afessi mai prefetuto un così pel…. minestron!

…. Nella piccola anticamera buia avevano durato un pezzo le parolette dolci e le moine.

—Basta! Adesso basta!—disse Nora a un tratto vivamente, sciogliendosi dal Casalbara.

Poi subito si calmò, tornò sorridente.

—Lo zio Matteo ha sentito la carrozza: guai, farlo aspettare a pranzo!

E allegra, saltellante, prendendo il duca a braccetto, lo condusse nel salottino.

—Eccolo! Eccolo, zio Matteo!

Il Cantasirena, sorrise paternamente, ma assai dignitosamente al "caroGiovanni", e mentre gli stringeva la mano, baciò Nora sulla fronte conuna cert'aria che pareva dicesse: vi abbraccio idealmente tutti e due.Poi sospirò.

—Questo bel fiore,—e con due dita sotto il mento di Nora, le alzò il visino,—vi compenserà, caro Giovanni, se la mia casa è troppo modesta.

Il Casalbara ringraziò cortesemente, inchinandosi.

—Avrei voluto presentarvi anche l'altra mia cara figliuola, Evelina, la buona Evelina. Ma è fuori di Milano, presso una sua amica ammalata.

Il duca rispose con un complimento; Nora, invece, si oscurò in viso.

Evelina era rimasta presso il Laner per assisterlo, per vegliarlo. Ma il direttore aveva proibito a tutti di far parola con Nora di quanto era successo, fino al giorno dopo. Conosceva e temeva l'umorino bizzarro della ragazza. Avrebbe potuto seccare, far perder tempo, mentre tutti erano occupatissimi per il gran pranzo. E lo zio Matteo aveva detto a Nora che "quel trentino" dopo aver fatto un casa del diavolo, se n'era andato colla sua brava ricevuta! In quanto a Evelina, si sa, non voleva mostrarsi perchè crepava dall'invidia.

Nora aveva creduto tutto…. anche lei, per non guastar la festa. Pure non poteva reprimere il sospetto; e certe volte, col sospetto, un impeto di collera.

—Adesso, caro Giovanni, prima di metterci a tavola, berremo l'amaro"Etneo". È un regalo del Florio, il buon Florio. Florio e Rubattino!…

Nora portò innanzi al Casalbara, un piccolo tavolinetto intarsiato, colla bottiglia dell'amaro, coi bicchierini di cristallo, e cominciò a versare. Cantasirena, intanto parlava, raccontava del suo caro amico Florio che aveva conosciuto nel sessanta, e di Garibaldi che chiamava soltanto "il Generale", e finalmente del vino di Marsala….

Nel salotto tutto era nuovo, o rimesso a nuovo, ma il salotto non era poi altro che lo studio del direttore, col pianoforte al posto del tavolo da scrivere: il pianoforte aperto, colla musica dell'Idealespiegata sul leggìo. C'era un profluvio di fiori maravigliosi; le pareti erano coperte di stoffe antiche e di trofei d'armi; e dapertutto ritratti; grande abbondanza di ritratti. Ritratti di personaggi importanti, ritratti di bellezze femminili; queste, per lo più, erano le scolare della ragazza. Il vecchio sofà rimaneva coperto da un magnifico tappeto, ma ancora col cartellino del prezzo…. per una dimenticanza del signor Vergani, che aveva prestato tutta quella roba. E vicino al sofà, un'ampia sottocoppa piena, colma di biglietti di visita; tutti, almeno quelli sparsi sulla superfice, degli uomini più illustri: ministri, altezze, grandi scrittori.

—Un altro bicchierino?…—domandò Cantasirena.

—Eccellente, ma basta così!—E il Casalbara si asciugò i baffi premendovi sopra il fazzoletto con garbo, per non portar via, colle gocce del liquore, anche il color biondo, dorato.

Nora, che aveva voluto bere anch'essa due dita di amaro, scrollava il capo, pestava i piedini, faceva le smorfiette più adorabili, tanto che lo zio Matteo, incantato della grazia, della bellezza della sua "cara Eleoonòra" le prese la testina bionda, la baciò, la premette dolcemente sul petto, dallo sparato ampio, candidissimo…. e fissò il Casalbara cogli occhi umidi. Poi, vincendo la paterna commozione:—Andiamo, figliuoli miei,—disse prendendo Nora sotto braccio da una parte e il Casalbara dall'altra,—andiamo…. a mangiare la pappa!

Anche nella saletta da pranzo, via i libroni, gli scartafacci deiPatriotti viventi, spirava un'aria ammodo, con un odorino di tartuffi delizioso; la tavola, piuttosto piccola, scintillava di cristalli e di argenterie in mezzo alla luce raccolta…. Tutta roba quella, mandata dalCova; il garzone che l'aveva portata, aspettava in cucina, dando intanto una mano a preparare i piatti.

Il Casalbara, appena a tavola, si sentì subito bene, subito a posto. Nora era incantevole, coll'abitino rosa difoulard, un po' scollato; Matteo Cantasirena era un bel mangiatore e un bel parlatore; il pranzo eccellente, e la Gioconda, che serviva in tavola, metteva appetito anche lei col faccione rotondo e le braccia sode.

Cantasirena parlava di Mazzini, di Cattaneo, di Tito Speri…. A ognuno di quei nomi il Casalbara si tirava su impettito, e salutava con un cenno del capo, coll'aria di essere quasi della famiglia; e anche Nora diventava seria, attenta. Poi, Cantasirena, divagando, entrò a parlare di politica; e allora il Casalbara cominciò a distrarsi e cominciò a cercare col piede sotto la tavola…. Ma quando lo cercava lui, il piedino di Nora gli sfuggiva di sotto e gli occhi della fanciulla sorridevano birichini;… quando, invece, egli stava fermo, il caro piedino veniva subito tentatore, istigatore, a premere il suo lungamente e allora gli occhi dell'amata gli sorridevano languidi.

"Stella!… Stella!… Che stella!…"

—Voi, a Casalbara,—gli domandò d'un tratto il Cantasirena,—cosa ne pensate del Bonforti e del Ghirlanda?

—Io?… Non ci penso affatto!

La risposta ottenne una risatina allegra della ragazza. Sorrise anche il direttore, ma scrollando il capo melanconicamente.

—Vi piace questoChateau-Laros, caro Giovanni? È del settanta. Epoca memorabile!… Il settanta!… Anche allora la politica acoeur léger, ricordatelo, è stata quella che ha perduto l'Impero! Mah!… E qui, da noi?… Non vedo uscita!… Di questo passo, andiamo incontro allegramente al nostro Sedan…. Alla bancarotta del senso morale! Che cosa rappresentano il Bonforti e il Ghirlanda alla Camera?… Lo scandalo: nient'altro. Lo scandalo eretto a sistema, lo scandalo che getta il discredito sul governo, sul parlamento, sul paese, e che scalza, pensateci, caro Giovanni, che scalza….—Cantasirena col petto di una perniceà la belle vue, tenuto in alto, infilato sulla forchetta, abbassò il capo, abbassò la voce—….che scalza le istituzioni!—Ciò detto sospirò, soffiò, si pose in bocca religiosamente il petto di pernice e lo mangiò, masticando adagio, socchiudendo le palpebre, col godimento delicato, squisito di un conoscitore coscienzioso.

Invece il duca, a quelle parole, si era sentito urtato, turbato nella dolce tranquillità del suo benessere.

Era il giornalista, che saltava fuori a un tratto nello zio Matteo; e il duca diventava inquieto; diffidente, temeva di esser seccato, tirato in ballo in mezzo ai pettegolezzi della politica.

—Scusatemi, caro voi,—rispose con un tremito nella vocetta fessa, che indicava la stizza,—io non mi occupo di quello che succede e a Primarole, a Castellanzo!… La mia parte l'ho fatta quando la politica era…. un sentimento!… A Casalbara non vedo nessuno, voglio vivere in pace!

Ma a questo punto egli sentì il piedino di Nora che premeva il suo forte forte…. Nora lo guardava amorosissima, e gli diceva cogli occhi e col sorriso della bocca umida e rossa "Sì…. Sì…. Sì…. a Casalbara vivremo in pace, noi due soli, sempre soli…."

Tutte le inquietudini svanirono alle promesse di quel sorriso inebriante.

Sposava il suo angelo, la sua regina, non sposava lo zio barbone! E cogli zigomi accesi dalChateau-Laros, i baffi irti, che per il troppo caldo perdevano l'arricciatura, e la testa in fiamme, il duca accennava di sì alla sua volta: "Sì…. sì…. sì…." fissando Nora, divorandola con un ardimento insolito negli occhietti lustri, luccicanti fra le rughettine fonde.

"Stella!… Stella!… Che stella!…"

Sentì un tocco leggerissimo come una carezza, un soffio che gli sfiorava il braccio: il Casalbara si voltò; era Gioconda, la Gioconda dal faccione tondo e placido, che gli presentava il gelato all'arancio.

—Avete ragione, caro Giovanni,—riprese Matteo Cantasirena diventando tenero egli pure, mentre seguiva con uno sguardo desideroso il gelato all'arancio e la Gioconda.—Avete ragione!… Niso più non sacrifica ai mani d'Eurialo…. "e tutte cose involve l'oblio nella sua notte"…. anche le sante memorie!… Che cos'è oggi la vita politica in Italia?… Corruzione e affarismo!… Io per me sono stanco, sfiduciato e riverisco tutti quanti! Eppure…. faccio dispetto a me stesso,—e diede un colpo secco sul piatto, rompendo il gelato col cucchiaio.—Un uomo non può chiamarsi impunemente Matteo Cantasirena, come non può chiamarsi Casalbara, il….—stava per dire ilsenatore, ma gli sembrò che l'alta carica stonasse in quel pranzo di fidanzati,—come non può chiamarsi impunemente Giovanni di Casalbara! Anche abbandonando la politica…. dovremo svolgere la nostra attività in un altro campo più elevato. Ricominciare a combattere, a "cospirare" se occorre, per un'idea grandiosa!… Un'opera colossale!… Degna dei più grandi nomi di questo secolo, che ci ha dato un Lesseps…. un Sommeiller…. e ultimamente un Fara-Bon!

"Ahi! Ahi!" Il duca era di nuovo inquieto, ma il piedino, il caro piedino, tornò a premere il suo, e il duca si trovò sul piatto una mandorla verde ch'era stata sbucciata e spellata dalle ditine rosee, trasparenti della fanciulla.

"Stella! Stella! Che stella!"

La Gioconda aprì l'uscio senza far rumore:

—Il caffè è pronto nel salottino.

Nora si alzò per la prima, leggera, graziosa, e corse incontro al Casalbara, che dopo essere stato tanto tempo seduto, faceva i primi passi stentatamente, colle gambe larghe, aggranchite.

La ragazza rideva, prendendolo a braccetto e tirandoselo dietro.

—Faccia presto! andiamo! Faccia presto!

Furono i primi a entrare nel salotto: Nora, appena l'uscio si richiuse, stampò un grosso bacio, in fretta, sulla guancia del Casalbara, poi tutta rossa, scappò a mettere lo zucchero nelle tazzine del caffè.

Il duca, tremante, balbettante, le corse dietro: "Stella!… Stella!… Regina!" ma sentendo i passoni gravi dello zio Matteo, si avvicinò subito al pianoforte, esclamando, colla voce stonata per l'orgasmo, per l'eccitazione: "Oh, l'Ideale!Ca…. aro ideal!… Proviamo un pochetto d'ideale!"

—Dopo il caffè, figliuoli miei! Dopo il caffè!

Bevendo il caffè e sorseggiando il cognac, Matteo diventò espansivo. Rosso, lucente, sventolandosi la faccia, e il collo grosso, di toro, col fazzoletto bianco, dimenticò la guerra atroce, le ingiustizie, l'ingratitudine della gente del suo partito.

—Le sue figliuole!… La famiglia!… Quanto tesoro di affetti, di conforto!… E quanta fortezza d'animo nelle più fiere batoste!… Erano una razza gagliarda i Cantasirena!… Tutto per la patria! Da secoli!… Da padre in figlio! Per ciò gli splendori, le ricchezze erano state sacrificate, ma gli era rimasto inesauribile il patrimonio del cuore!—E negli occhi di Cantasirena scintillavano le lacrime; il suo intenerimento era sincero.—Le figliuole! Ecco la nuova e cara ricchezza! Così…. soavi! Evelina, buonissima anche Evelina, ma il suo amore, la sua debolezza, lo confessava…. eccola lì!…. Era "Eleoonòra!"

Poi domandò al Casalbara come trovava il caffè.

—Buono, non è vero? Eccellente? Il caffè della Gioconda è famoso!—E toccò alla Gioconda la sua parte di elogi.

—Fedele a tutta prova! Di una nettezza, di una pulizia straordinaria! E…. artista. Ha la passione, il genio della sua arte. E anche lei, piena, esuberante di cuore!

Numapiù grosso, più gonfio, più obeso, guardava assonnito il sofà, ma non si arrischiava di fare il salto per via del tappeto nuovo. Cantasirena lo acciuffò di colpo, pel collo, presentandolo al Casalbara.

—E questo èNuma!Il nostroNuma!… Guardatelo bene, caroGiovanni: costui non è una bestia: è un pensatore!

Numa, insensibile ai complimenti, dopo essere stato un pezzo colle zampe tese, tentava liberarsi dando scossoni, facendo giravolte.

—È un'intelligenza fenomenale!… È un cuore!… Se appena ho un dispiacere, il poveroNumacapisce tutto, diventa subito malinconico, non mangia più….

E Matteo, commosso, fece per accarezzarlo, ma il gatto, pronto, gli graffiò una mano e riuscì a svignarsela.

Succiando il sangue, Cantasirena passò allora a fare gli elogi diTaddeo.

—Un eroe…. superstite…. incosciente!

Mandò Eleonora a cercarlo in cucina, e quando Taddeo entrò nel salotto, gli fece bere un bicchierino di cognac.

—Grazie, colonnello!

—E poi?…

—Viva l'Italia, colonnello!

—Bravo.

Anche il Casalbara, rimasto colpito dalle medaglie, dalla gamba di legno, gli stese la mano.

Mentre se ne andava, mentre il "tuc-tuc" risonava allontanandosi nel corridoio, Matteo prese il duca a braccetto, e gli disse piano, con una lacrima che gli gocciolava perdendosi nel barbone. "Mi ha salvato la vita, al Volturno!" E allora confidò pure, al caro Giovanni, qual'era la più grande consolazione di tutta la sua vita: "Essere amato…. Sì! Questo sì! Era adorato nella sua famiglia!"

Anche il Casalbara si sentiva leggermente intenerito, Un'intima dolcezza, il benessere, il blando calore, lo invitavano alle confidenze, alle espansioni, e già cominciava anche il duca a parlare della sua famiglia, de' suoi ricordi…. quando, a un tratto, gli corse l'occhio sopra una macchia di vino, caduta proprio in mezzo allo sparato bianco dello zio Matteo. Quella macchia gli fermò le parole in bocca e arrestò il corso di tutta la sua commozione.

—Vedete?—Cantasirena gli voleva mostrare adesso le rarità del salottino.—Vedete? questa è una zagaglia sudanese; un dono del mio amico, il compianto Romolo Gessi…. Questo è uno scudo abissino; questa la mia carabina del '59!

Poi gli fece vedere i ritratti:

—La Patti!—e lesse la dedica:—"All'illustre amico Matteo Cantasirena, Adelina Patti riconoscente."—E socchiuse gli occhi, sorrise, sospirò, come dinanzi alla perniceà la belle vue. Pareva che avesse mangiato un pezzettino anche della Patti.—Sarah Bernhardt: "A mon ami Cantasirena."—Lo zio Matteo battè sulla spalla al "caro Giovanni."—Un po'faisandée… ma….—E tornò a sorridere, a socchiudere gli occhi, a soffiare.

—E questo è l'unico ritratto che si conservi di Rosolino Pilo.

Nora seguiva pure quella specie divia crucis, sorrideva ancora al Casalbara, ma la sua vivacità era sparita. Si sentiva oppressa, le fiamme alla faccia, alla testa. Avrebbe avuto bisogno di respirare, di uscire all'aria, di camminare, di arrabbiarsi con qualcuno. D'un tratto l'aveva presa il suo cattivo umore, con un orgasmo, un'irritazione, una noia nervosa.

E lo zio Matteo continuava a girare, tenendosi il "caro Giovanni" stretto sotto il braccio.

—Adesso ti farò vedere—passava dalvoialtucolla distrazione affettuosa di un vecchio verso un giovanotto—adesso ti farò vedere il ritratto di un…. magnanimo. Uno dei più gentili e forti patriotti d'Italia, il capitano Fara-Bon!—e lo fermò dinanzi a una vecchia fotografia stinta, sbiadita: un signore con una gran barba, e in testa un berrettone di pelo.

—Chi è?—domandò il Casalbara.

—Il capitano Fara-Bon: il Paleocapa milanese, morto, pare una fatalità, lo stesso giorno in cui è morto ilRinnovatore. Adesso si stanno raccogliendo le sottoscrizioni per un ricordo marmoreo.—E Matteo Cantasirena sospirò profondamente, dolorosamente.

—Si è segnalato, nel '49, alla difesa di Venezia; l'Austria lo ha processato, condannato, poi graziato all'ultimo momento. Deve aver conosciuto il nostro…. fratello…. Eriprando.

A questo nome seguì un lungo silenzio.

—Sediamoci!—disse poi Matteo Cantasirena, con un altro sospiro.—Il progetto del compianto Fara-Bon, laNavigazione Cisalpina, sarà annoverato fra le grandi audacie del secolo!

Il duca sedette sul canapè e Nora sedette essa pure vicino, dopo avergli acceso uno sigaro di avana. Matteo si adagiò comodamente nella poltrona di faccia, e cominciò a parlare del risorgimento economico d'Italia, della sua indipendenza commerciale, dei nuovi, dei veri patriotti…. i patriotti dell'abnegazione, che lontani dalla politica, scevri di ogni vanità personale, preparavano la sua ricchezza, la sua grandezza avvenire.

E parlò dellevie acquee, dell'Italia settentrionale, della difesa del paese; parlò di Primarole e di Castellanzo, che dovevano essere il centro dei primi studi, del primo movimento della grande impresa; di Pio Calca e del conte Bobboli, che si dovevano portare nelle prossime elezioni contro il Bonforti rettorico e il Ghirlanda paradossale.

Pio Calca, sostenuto dai preti, avrebbe speso per l'ambizione, nel suo caso innocentissima, di essere deputato, un po' dei milioni della mamma, e in quanto al conte Bobboli, a quel trafficatore d'ebano scioano, una volta tirato in ballo, avrebbe dovuto sacrificare, occorrendo, alla propria fama, e quindi al trionfo della grande idea, anche gli ultimimedjidiéd'Ismail pascià!

Il duca di Casalbara, sdraiato sul canapè, con Nora accanto, stretta al suo braccio, subiva quella voce lenta, insinuante, come un ronzìo misterioso, senza avere la lena di rispondere, di muoversi…. Attraverso alla seta morbida, sentiva il calore, lo forme del corpo di Nora; ne sentiva il profumo vago dei capelli, e ne sentiva l'odore… quell'odore acuto di ragazza bionda. Sarebbe stato lì, senza muoversi, tutta la vita. Soltanto la macchia di vino sulla camicia bianca dello zio Matteo, lo offendeva colla sua volgarità: era una stonatura…. una stonatura che insensibilmente, di minuto in minuto, rendeva stonato e volgare tutto il salotto, collo scudo abissino e la zagaglia sudanese, e l'eleganza ardita della signorina, e i modi e il languido abbandono….


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