XIV.

La vittima vera, la sola vittima, la vittima grande era il povero duca di Casalbara! E crebbe a dismisura l'interessamento per lui, e attorno all'illustre infermo fu uno scoppio, un clamore, un'esplosione di patriottismo! E come il vero martire, il duca Eriprando era stato dimenticato quando il duca Giovanni cominciava a vivere, così il martire generoso e intemerato veniva dimenticato allora, confuso allora col duca Giovanni, col senatore Giovanni di Casalbara che moriva: la gente non ricordava più bene quale dei due fratelli fosse stato prigione a Josephstadt: ma certo, se c'era stato il duca Eriprando, c'era stato anche il duca Giovanni.

Matteo Cantasirena era un solo gemito: tutto un mugolio di gemiti. Il dolore gli sprofondava gli occhi nel faccione abbattuto: sudava, ansava. Ma poi:—Sursum corda!—esclamava.—In alto il core! E coll'orgoglio di essere uscitoincolume(senza un soldo!) dagli affari come dalla politica!—In alto il core!—Il mio concorso al mausoleo di Giovanni di Casalbara, sarà tributo di operosità, di lavoro! Percosso, ma non sfiduciato…. Ricominciamo! Nel lavoro il conforto per la perdita del congiunto, del fratello, del figlio, del compagno di congiura, di carcere, di lotta! Nel lavoro l'oblio delle molteplici ingratitudini!… E poichè Evelina, quella tirolese, è scomparsa nell'ora dei sacrifici, sarà in un cuore…. superstite, che io cercherò la mia ora quotidiana di sosta, di tregua. Buona, squisita Gioconda! Un essere inferiore…. per i pregiudizi sociali; non per me!… E di nuovo, subito, alDizionario dei patriotti viventi! Una nuova serie…. magnanima…. I patriotti dell'impopolarità…. E di nuovo alla mia grande idea…. una rivoluzione nel giornalismo…. un giornale…. colossale…. IlGiornale club…. ogni abbonato…. azionista, comproprietario…. Grandi sale di ricevimento, di lettura, di giuoco…. di scherma…. prestiti ai soci…. banca di sconto….

Il dottor Foresti, le ciglia aggrottate, la faccia marmorea, immobile, scrollava il capo e sospirava, quando gli domandavano del suo illustre ammalato: ormai non c'era più speranza; l'occhio del duca non era più fisso, sbarrato sulla moglie;… il rantolo solo era più grave, più affannoso. La duchessa Eleonora non lo abbandonava un momento: quando usciva da quella camera buia e afosa, rimaneva lì nella prima stanza o nel salotto vicino.

Era gelosa di tutti gli altri: la giovane sposa innamorata, di Nizza, non si smentiva in quel momento: era attaccata a quelle ultime ore della cara esistenza, con ansia cupida, golosa.

E nella poesia della giovane donna, così innamorata, sempre innamorata del vecchio e grande patriotta, al punto di voler essere la sua sola infermiera, al punto di voler raccogliere lei sola, tutti lei, gli ultimi palpiti di quel gran cuore; veniva affatto dimenticata la signorina Cantasirena, la maestrina di canto e di pianoforte, l'amica della Schönfeld…. venivano dimenticate le avventure campestri di Casalbara.

E anche lei forse, Eleonora, aveva tutto dimenticato: adesso godeva, viveva solo di quel compianto, di quelle lodi, di quell'ammirazione.

Lord e lady Paget erano appunto venuti da Nizza per vederla: da Roma, dal Senato, dalla Camera, dal Quirinale eran giunti telegrammi chiedendo notizie del marito, con auguri e voti e conforti….

Monsignor Meneguzzi aveva indotto donna Alessandrina, l'austera madre di Pio Calca, a farle visita, e dietro a lei tutto lo stuolo delle sue contesse.

Donna Alessandrina, aveva trovato la duchessa Eleonora veramente sublime di virtù e di coraggio, e l'additava come esempio alle gentildonne cristiane: e la duchessa di Casalbara diventava sempre più di moda a Milano per il suo dolore di moglie, come era stata di moda a Nizza per il suo amore di sposa.

DellaCisalpina, nessuno più parlava: non era di "buon gusto", non era patriottico il parlarne.

Francesco Kloss si recava sempre più tardi al Cova, la sera, a bere il suo caffè e latte.—Anche il Kloss faceva un po' di assistenza al Casalbara e un po' di compagnia alla duchessa.

—La fera tonna motèl…. con tutt i perfezion!…

E quando i suoi amici, gente d'affari, gli domandavano conto della liquidazione dellaCisalpina, dichiarava che procedeva penissimo.

C'erano delle irregolarità: ma come aveva sempre detto, erano più da attribuirsi abalortaccineche amala fed. E soggiungeva che se qualche pasticcio c'era, si doveva attribuirlo al segretario particolare del Cantasirena:

—Un tristo soccett…. un certo Laner delTirol, ma lui come iferi pirpanti, prima ancora del temporal, aveva preso il volo…. confentimila lir!

E mentre parlava del Laner, la rabbia, il veleno, la bile gli schizzavano dagli occhi astiosi, gelosi.

La signora Angelica e la signora Rosa non erano più sole a Crodarossa. Quando attraversavano la piazza, e in chiesa, all'ora della messa, e quando scendevano dopo la solita passeggiata dall'alto della viottola del Santuario, c'era sempre con loro un'altra donnetta, pure piccolina, secca secca e nera, e inoltre un po' curva, un po' gobba. Era la terza signora Laner, era la signora Evelina.

Ed Evelina, come la sola maritata, in segno di considerazione e di rispetto era sempre tenuta in mezzo dalle altre due.

Il sogno di Evelina era raggiunto!

Essa aveva ormai la sua casetta tranquilla, ordinata, il pranzo e la colazione sempre sicuri e sempre a quell'ora, senza le ansie del lavoro, senza il tormento dei debiti.

Evelina era capitata improvvisamente a Crodarossa; non aveva avuto il tempo di avvertire le zie. Era scappata da Casalbara in una carrettella, col Laner che le teneva dietro, docile, muto, istupidito.

Erano arrivati di mattina, verso le undici, un'ora prima del desinare, ma Evelina aveva frenata la commozione, la maraviglia, lo sconvolgimento delle sue care zie, per non recare alcun trambusto.

—Ci fermeremo un po' di giorni, e vi conterò tutto più tardi!—E subito le aiutò e aiutò la Nunziatina a preparare il pranzo.

Don Giuseppe, di ritorno dalla chiesa col suo solito appetito, non ebbe tempo di turbarsi, vedendosi dinnanzi inaspettatamente "i milanesi" perchè la minestra era in tavola.

—Ha preparato tutto, ha fatto tutto la nostra Evelina!

—Tutto quanto! Tutto quanto!—esclamavano la signora Angelica e la signora Rosa, un po' inquiete, un po' intimorite, indicando a Don Giuseppe, per far entrare subito Evelina nelle sue buone grazie, la zuppiera odorosa, fumante.

Il prete, che da lontano avrebbe fatto tutto il possibile per impedire e scongiurare quello scombussolamento, preso di colpo, e alla vista improvvisa di quel suo ragazzo diventato un uomo, ebbe uno slancio del cuore e lo abbracciò strettamente, con trasporto, con commozione.

La signora Angelica e la signora Rosa si guardarono mute, mentre scioglievano il tovagliolo, e gli occhi delle due vecchiette si gonfiarono di lacrime, certo le lacrime più dolci della loro vita.

Evelina baciò la mano a Don Giuseppe, devotamente, poi sedettero a tavola, e si fecero il segno della croce. Evelina, che stava attenta a tutto, si segnò subito, insieme agli altri.

—Faremo il possibile per non dar disturbo in questi pochi giorni,—disse poi, dopo che ebbero mangiato in silenzio la minestra.

—Sicuro….—esclamò Don Giuseppe, il quale, calmata l'emozione del primo momento, si sentiva impacciato da quella tavola più grande, da quel numero maggiore di persone, dalla necessità di dover parlare con Evelina che non aveva mai visto.—Sicuro, diremo…. diremo che la stagione è poco propizia e quando comincerà la neve…. a Crodarossa non vedremo più che gli orsi.

—Oh, allora saremo a Milano!—esclamò Evelina, guardando le zie con un'occhiata affettuosa, carezzevole, guardando Don Giuseppe con una timidezza quasi soave.—Soltanto, per adesso, Pietro è un po' stanco, dopo tanto lavoro, dopo tante scosse.

Pietro, sempre a capo basso, pallido, ebbe un tremito.

Anche alle zie e a Don Giuseppe era trapelato qualche cosa delle vicende dellaCisalpina, ma nessuno fiatò per un riguardo alla nipote del signorcommendatore direttor"che doveva aver fatto una quantità di spropositi, poveretto!"

Don Giuseppe sospirò gravemente. Poi guardò Pierino.

—In fatti…. la cera…. per dir la verità, non è troppo bella!

—Ha bisogno soltanto di rimettersi con un po' di giorni di riposo. Del resto, fortunatamente, la condizione affatto subalterna di mio marito, lo salva da qualunque responsabilità morale e materiale.

—E allora ringraziamo di cuore Quel di lassù perchè…. diremo…. in questo caso…. si tratta di una vera provvidenza!—E Don Giuseppe alzò le mani e tirò il fiato.

La signora Angelica e la signora Rosina tornarono a guardarsi mute, a tranquillarsi vicendevolmente e a comunicarsi la loro contentezza anche sotto questo rapporto.

Don Giuseppe, quel giorno, aveva molto da fare per le istruzioni religiose; ma quando arrivò la sera, la cena era pronta e Don Giuseppe ebbe una sorpresa: un piatto di patate allabéchamelle.

—Eccellenti! squisitissime!—E guardò Evelina perchè la bella improvvisata doveva venire da quella parte.

Infatti Evelina sorrideva, arrossiva, chinava il capo, e la signora Angelica e la signora Rosa si scambiavano una rapida occhiata, trionfando.

—Diremo: è una vera perfezione!—Don Giuseppe ne prese una seconda volta.—Io ho mangiato le patate in cento mila modi, ma così buone, mai!—E domandò se quella salsa, quel condimento, aveva un nome speciale.

—Si chiamano patate allabéchamelle.

Don Giuseppe si fece ripetere il nome per impararlo bene, poi stimolato dagli sguardi giubilanti della signora Angelica e della signora Rosina che gli spingevano il piatto dinanzi, ne prese una terza porzione esclamando:

—E allora ringraziamo Quel di lassù che ci ha dato anche diremo…. labéchamelle!

Evelina spiegò com'era fatto quel condimento: un po' di farina bianca, un po' di burro, un po' di latte, un po' di formaggio, un torlo d'ovo, e il tutto ben sbattuto e fatto cuocere lentamente.—Io ho sempre avuto una gran passione per far da cucina. Il pranzo a Pietro lo facevo sempre io: intanto si è sicuri di due cose: di ciò che si mangia e della pulizia.

—Benissimo,—approvò Don Giuseppe.

Allora Evelina, modesta, senza darsi alcuna importanza, e mentre Pietro si era ritirato nell'angolo più buio della camera a fumare la pipa, raccontò gli altri piatti che sapeva fare, e come si poteva risparmiare su questo e risparmiare su quello e risparmiare su tutto.

—Benissimo!—esclamò Don Giuseppe approvando pienamente. Poi si voltò verso la signora Angelica e la signora Rosa.

—E così, i nostri sposi, abbiamo pensato ad alloggiarli bene?

—Nella nostra camera: è la più grande. Ed è già tutto a posto.

—Tutto quanto!

—Come?… Così presto?…—esclamò Don Giuseppe, fingendosi maravigliato per compiacere e fare un po' di complimenti anche alle signore Laner.

—La nostra sposa è tanto svelta!

—Abbiamo lavorato tutti di lena! E anche la Nunziatina, che brava, che buona ragazza!

—Buonissima!—soggiunsero le signore Laner, ed Evelina concluse che voleva già bene alla Nunziatina e che le sembrava di essere sempre stata a Crodarossa.

—E allora,—esclamò Don Giuseppe,—niente di meglio! Dove si sta bene, si rimane!

Ormai Don Giuseppe si era abituato a quella stanza più viva, più animata per il numero maggiore di persone. Ormai tutto era a posto: ormai lo scombussolamento sarebbe avvenuto quando "i milanesi" fossero tornati via!

E velina accennò brevemente, parlando a voce più bassa, per non essere udita da Pietro, ai fatti di Primarole e di Casalbara, giustificando lo zio Matteo, giustificando il signor duca Giovanni, sempre ammalato e tanto vecchio, poveretto, e attribuendo il male di tutto quanto, alla mancanza di fede, di religione, di moralità nei costumi, nelle famiglie, all'abuso di libertà, alla gente cattiva, allesettedegli eretici. In quanto a lei non faceva altro che pregare il Signore e la beata Vergine perchè tutto andasse a finir bene, e lo sperava. In ogni modo, anche per certe sue viste di prudenza, aveva fatto la risoluzione di ritirarsi, per un po' di giorni, a Crodarossa:—Perchè Pietro,—e abbassava di più la voce, e indicava nel cantuccio buio, dove non si vedeva altro che il luccicore, la bragia rossa della pipa,—perchè Pietro, così di buon cuore, trovandosi in mezzo alla burrasca, avrebbe finito, magari, a correre anche lui qualche pericolo…. per voler salvare gli altri!…

—Bravo! Lei ha fatto benissimo!—esclamò Don Giuseppe approvando anche col capo, mentre la signora Angelica e la signora Rosa guardavano Evelina cogli occhi colmi di ammirazione e di gratitudine.

—Che angelo!

—Un vero angelo!

Il giorno dopo, finita la messa, vedendo la moglie del sagrestano colla faccia bendata, perchè spasimava del mal di denti, Evelina la fece venir a casa e la guarì con una goccia di laudano. Tutti in paese, quando passava la sposa dei Laner, si fermavano per conoscerla, per salutarla…. ed Evelina, subito, seppe farsi amare da tutti. Insegnò a fare le patate allabéchamellealla moglie del giudice di pace, alla moglie dell'ufficiale di posta e alla sorella del dottore: in pochi giorni la signora Angelica e la signora Rosina furono completamente oscurate dalla autorità della signora Laner. Non c'era più che la signora Laner per tutta Crodarossa, non c'era più che la signora Laner per la Nunziatina, per la lavandaia, per l'ortolano, per Don Giuseppe.

Ma le zie non ne erano gelose; anzi, si sottomettevano anch'esse alla superiorità di Evelina, senza più far niente, senza più toccar niente, se prima non avevano sentita Evelina: Evelina così brava, Evelina così svelta, Evelina così economa!… Un gran portento di economia!

La seguivano ad ogni passo, trotterellando, facevano tutto sotto la sua direzione e i suoi ordini, in casa, nella canonica, in cucina, nell'orto. Evelina era piena di garbo, Evelina era piena di testa, Evelina era pienade cuor!

Tutto questo, le due vecchiette lo pensavano, lo esprimevano col viso, cogli occhi, coi gesti…. non colle parole perchè non parlavano più.

Non avendo più da dare i loro ordini, le loro disposizioni allaNunziatina, alla lavandaia, all'ortolano, non parlavano più.

Dicevano soltanto:Jesus Maria! Jesus Maria Joseph!quando si trattava di ammirare qualche nuovo portento di Evelina. E soltanto la sera, mentre si spogliavano, nella loro nuova cameretta, un buco, una topaia, sopra lo stanzone delle frutta, tutto pieno dell'odore delle mele cotogne e delle cipolle e che aveva luce da un abbaino sul tetto, si scambiavano le loro apprensioni, riguardo alla salute di Pierino.

—PoveroPierin!Invece di rimettersi diventa pallido, diventa magro,scarmotutti i giorni di più!

—Non mangia, non dorme, poveroPierin!

Ma poi si consolarono perchè Evelina continuava a ripetere che la causa dell'abbattimento, del malessere di Pietro, era soltanto la stanchezza per il troppo lavoro; un po' di anemia, di esaurimento nervoso, dopo tante inquietudini, tante agitazioni….

Soltanto a Don Giuseppe, Evelina aveva detta tutta la verità, aveva confidato tutto, aveva raccontato di quella cattiva donna che lo aveva sedotto, ammaliato, colle arti del demonio, e come Pietro fosse ridotto in uno stato così misero, appunto perchè era sempre sotto l'influenza di quella passione funesta. E Don Giuseppe, degno in tutto della sua santa missione di protettore, di salvatore, di consolatore delle anime, Don Giuseppe doveva toccare il cuore di Pietro, ottenere il suo pentimento, il suo ravvedimento.

—Certo, sicuramente, per quanto servo indegnissimo di nostro Signore,—e il prete si levava la berretta,-è il mio dovere. Procurerò, per quanto sarà nelle mie forze, e per quanto la testa di Pierino sia sempre stata una testa sbagliata, esaltata, ribelle a qualunque savio suggerimento, procurerò insomma, di fargli aprir gli occhi…. dinanzi al precipizio!

Don Giuseppe sospirava; era un compito difficile!… Vi erano impegnate la sua coscienza e la sua sacra missione, ma…. era un compito scabrosissimo!… E intanto che domandava e aspettava l'ispirazione di Quel di lassù "che tutto vede e provvede" lasciava passare il tempo senza aver mai il coraggio e la lena di prender Pietro da parte e di affrontare l'argomento così delicato.

Ma un giorno, dopo pranzo, mentre recitava il breviario, Pietro, come un pazzo, si precipitò di colpo in camera sua, si precipitò a' suoi piedi.

Pietro Laner anche così solo, così lontano, chiuso fra le sue montagne, aveva sempre nelle orecchie gli urli della folla di Casalbara, aveva sempre dinanzi agli occhi la faccia livida, contraffatta del duca, le pupille fisse, terribili, le labbra gonfie, livide, tremanti di quel vecchio che lo aveva maledetto ingiuriandolo:

—Vigliacco!

E Pietro Laner sentiva vivo, atroce, quel vigliacco, lo sentiva nel sangue, nel cuore, nella sua coscienza, in ogni ricordo di Nora, in ogni ricordo della sua vita, e lo sentiva sempre più atroce, più rovente.

Era vero: era stato un vigliacco! Era un vigliacco!

Perchè non aveva avuto il coraggio di lanciarsi contro quella folla, di farsi uccidere?

Vigliacco!… Vigliacco!…

Perchè era fuggito dinanzi a quel vecchio?… Perchè non aveva avuto cuore di fissarlo in volto, e di sbattergli in faccia la verità?…

Perchè non gli aveva detto: Sei stato tu a sedurre la mia amante, la mia sposa, a spezzare il mio cuore, a spezzare la mia vita?… Sei stato tu il traditore, il seduttore…. il vigliacco!

Ma allora perchè era lì in casa sua, era lì con Evelina, con sua moglie, a dormire, a mangiare? Era vero dunque! L'urlo della folla era il grido segreto, invano soffocato, l'urlo della folla era il grido della sua coscienza! Egli era dunque un mantenuto?… Un mantenuto!… Perciò era fuggito dinanzi a quel vecchio!

Non c'era più redenzione, non c'era più riabilitazione, non c'era più salute per lui.

Ma Dio, Dio, il Dio vero, il Dio giusto, il Dio onnipotente, perdonava! Ma la Vergine mistica della sua fede, la madre dei peccatori e degli afflitti, perdonava. E lì, a Crodarossa, c'era lasua, proprio lasuaMadonna, la sua Madonnina buona, benedetta, santa, quella che aveva ascoltata la sua prima preghiera…. quella che aveva ascoltato il suo primo pentimento!… Ma per ottenere quel perdono, per ottenere quella pace, egli doveva avere orrore delle sue colpe…. Nora non doveva più esistere per lui…. Era la dannazione, l'inferno, era il peccato!… E come poteva invocare, e ottenere il perdono e riacquistare la pace quando sulle sue labbra che bisbigliavano le parole del pentimento, fremeva ancora il desiderio dei baci, quando aveva Nora nel cuore, la sentiva nel sangue, quando la chiamava, quando l'invocava, quando la voleva sempre?

…. Poi, aveva saputo che il duca stava male, che il duca era agonizzante, morente….

—Dio! Dio! Il duca moriva, moriva!—E un nuovo senso di terrore gli faceva dimenticare tutto il resto, gli faceva dimenticare anche Nora!

Era lui che aveva spezzato il cuore al Casalbara, era lui che lo uccideva. E nella superstizione paurosa, pensava che la sua pace in terra e il perdono di Dio, non dipendevano più che dalla vita del Casalbara. Quel vecchio era diventato il suo rimorso, la sua coscienza, la sua salute, la sua speranza….

Guai! guai quando il Casalbara fosse morto! aveva paura del Casalbara morto, aveva paura di quell'uomo diventato spirito, diventato spettro!

E siccome ogni giorno, ogni giorno, quel vecchio si avvicinava alla morte, così ogni giorno cresceva il suo terrore, la sua disperazione, la sua pazzia. Perchè Pietro era diventato pazzo, era pazzo: vedeva lo spirito di quel vecchio lottare, dibattersi, per isciogliersi da ogni legame…. vedeva quell'uomo diventato spirito, diventato spettro, inseguirlo cogli occhi sbarrati, fissi, terribili….

…. La notizia della morte del Casalbara era giunta quel giorno da Milano, con tutta la roba di Evelina, e Pietro Laner era corso a buttarsi ai piedi di Don Giuseppe.

Il buon prete lo abbracciò, lo baciò. Lo fece sedere vicino a sè, prendendogli le mani, stringendogliele, accarezzandole, cercando di calmarlo, di consolarlo; poi quando vide diminuito il tremito, lo sgomento del poveretto, cominciò ad ammonirlo, ma sempre dolcemente, affettuosamente.

—In primis venerare Deum. Questo è il fondamento di tutto quanto: e venerandolo, naturalmente, dobbiamo sempre ricordare, a sua gloria e a nostro conforto, che la sua misericordia è infinita. Basta che la promessa di emendarsi e l'orrore pei nostri falli siano sinceri.—E ricordati che dobbiamo essere di parola, dobbiamo essere di parola anche col nostro Signore, l'Altissimo!—e il prete si levò la berretta—anzi, diremo con Lui, tanto più!

Don Giuseppe tornò a baciare Pietro sui capelli, e a sorridere accarezzandolo.

—Ti dico questo, perchè molti i quali si guarderebbero bene dal mancar di parola in un affare qualunque, con quel di lassù non hanno tanti scrupoli e vengono meno allegramente e quasi, direi, quotidianamente, al proprio impegno!

Oh, le umili, le semplici parole! Pietro le aveva sentite ripetere tante volte! Erano le stesse: erano i primi ammonimenti, i primi ammaestramenti: Pietro ascoltandole, ritornava Pierino. Quelle semplici e umili parole sentite nella sua fanciullezza, gli ridavano la pace, erano per lui come un'aura fresca, balsamica, purificatrice. Spariva il poeta dell'Invito, dell'Incanto, dell'Inganno, il direttore dell'Emporio Letterario, il collaboratore dellaGazzetta Lombardae delleRisorse Italiche, il fidanzato di Nora e l'amante della duchessa di Casalbara…. Ritornava Pierino, Pierino credente, Pierino innocente, "il Pierino" dei mortaretti, e dei mattutini, il Pierino del mese di Maria al Santuario di Crodarossa!…

—È vero dunque?…—balbettò.—La misericordia di Dio è infinita?… Anche per me…. per essere perdonato da Dio…. da tutti, basta un vero…. un sincero…. un profondo pentimento?

—Il pentimento congiunto alle buone opere e all'adempimento scrupoloso di tutti quanti i nostri doveri: doveri verso il nostro Signore l'Altissimo, doveri verso il prossimo, doveri sacrosanti verso la nostra famiglia. In famiglia, per esempio, e questo è il caso tuo, dobbiamo comportarci in modo di non arrecare tribolazioni, ma di riuscire invece di aiuto, di conforto. Per questo appunto, diremo, anche nell'esame delle nostre colpe, e in tutti gli atti del nostro pentimento, bisogna procurare di non far scontare agli altri della famiglia i nostri trascorsi, i nostri traviamenti, insomma, i nostri peccati. E questo, ripeto, sarebbe precisissimamente anche il tuo caso. Le zie, due vere mamme per te, sono vecchie, ormai, poverette; sono, diremo…. più di là che di qua! E tu hai l'obbligo di essere loro di allegrezza in questi ultimi anni e non di afflizione. Tua moglie….

Pierino ebbe un tremito, ma Don Giuseppe non se ne avvide e continuò:

—Tua moglie verso la quale hai commesso…. diremo…. come si dice…. insomma i peccati più grossi, bisogna compensarla, coll'affetto, coi bei modi…. e anche con un po' di buon umore! I musi, le stranezze, le sgarberie, le lune non hanno niente a che fare col pentimento e col proposito di ravvedersi. Quasi, diremo, lascierebbero il sospetto, che invece del rimorso delle nostre colpe, sia quasi, viceversa, rimasto dentro di noi…. come un rimasuglio…. di quelle bruttezze!

E Don Giuseppe corrugò la fronte, arrossì di collera, di sdegno:

—Tutta roba del diavolo! Ricordati bene! che conduce alla perdizione della salute dell'anima e della salute del corpo. Tutta roba del diavolo, che conduce direttamente all'inferno nell'altra vita e poi anche in questa medesimamente. Cos'ha lasciato scritto Sant'Agostino?Felicitas perfecta est usus virtutis!

—Sì! sì! sì!—balbettò Pietro,—come rifugiandosi in quelle parole, in quei conforti, in quelle esortazioni "di una volta" per il bisogno di ritornare "come una volta" innocente e felice.—Sì! sì! sì!—E si lasciò cadere in ginocchio ai piedi del prete.

Voleva confessarsi, come allora, quand'era fanciullo. Dopo la confessione egli si sentiva allegro, contento, col cuore in pace, col cuore in festa: scappava dal confessionale e correva a far le capriole nel prato verde: correva ad arrampicarsi nel bosco, sugli abeti, come uno scoiattolo.

Don Giuseppe lo sollevò, lo fece sedere.

—Questo è un buon impeto del cuore! Una santa ispirazione! Bravo!

Pietro rimaneva a testa bassa, curvo, rimpicciolito, umiliato nel suo pentimento, dinanzi a quell'uomo che gli rappresentava il perdono.

—Bravo: ma per degnamente ricevere il sacramento della penitenza, bisogna impetrare i lumi onde conoscere, la contrizione onde detestare, l'umiltà onde confessare sinceramente i propri peccati, ed una volontà risoluta di farne la debita penitenza. Devi raccoglierti, meditare, fare l'esame della tua coscienza.

Il prete guardò Pierino con dolcezza, sorridendo:

—Ti aiuterò, se vuoi, a fare questo esame: e ti dirò io quale è stato il tuo peccato, diremo, fondamentale; la vera origine di tutto quanto: è stato la mancanzadi sincerità. Perchè non basta il non dir bugie, dobbiamo essere sinceri anche con noi stessi. Tu, vedi,—continuò Don Giuseppe a mano a mano infervorandosi,—hai commesso il peccato grandissimo di mancare di sincerità verso gli altri e verso te stesso, quando sei scappato in quel modo da Crodarossa per andare a Milano…. diremo…. a divertirti! Tu non potevi confessare alla tua famiglia, non potevi confessare a te stesso, che volevi andare a godere il mondo, e farne di tutti i colori, perchè ti sentivi attratto dalle seduzioni del peccato, dal vizio, da tutte, diremo, le attrattive e da tutti gli ammenicoli della carne e del demonio! Niente affatto! E allora hai mentito cogli altri, hai mentito con te stesso…. e sei andato a inventare, che cosa?… a inventar lapatria!

Il prete sospirò, poi sorrise con una certa ironia bonaria, ripetendo quella parola:—la patria!—Si grattò in testa, con un dito, e gli rimase la berretta un po' di traverso.

—La patria!… Per me, povero prete, lapatriaè lassù: e tutto questo mondo non è, diremo…. che la strada per poter arrivare lassù. Ma la patria, anche per voi altri, non dovrebbe essere un paese dove tutti vanno d'accordo, dove tutti si vogliono bene…. e specialmente, dove nessuno muore di fame?… La patria, insomma, di Gesù Cristo, nostro Signore, il quale precisamente essendo come Figliuolo di Dio la vera luce di tutto quanto, ha scoperto anche la patria universale, l'eguaglianza, il socialismo…. e ne ha parlato nel suo Vangelo, duemila anni prima, giusto in punto, che ne facessero la scoperta…. i moderni talentoni!… Quel santo uomo del tuo buon zio Don Giacomo, che ha amato la patria veramente da buon cristiano, l'ha servita, per esempio tutta la vita, Le ha dato tutto il suo…. ed è anche morto, diremo, per la patria. E tu invece?… Tu per la patria sei scappato a Milano a fare un mucchio di spropositi e di peccati! È vero o non è vero?

Pietro Laner abbassò la testa e sospirò.

Vi fu un lungo silenzio, poi Don Giuseppe gli domandò sottovoce, dolcemente:

—Dobbiamo cominciare?…

Pietro si appressò di più sulla seggiola, tanto quasi da posar la testa sul petto del prete: Don Giuseppe lo benedì: si levò la berretta che tenne fra le due mani congiunte sulle ginocchia, socchiuse gli occhi e ascoltò.

Quella confessione fu generale, piena, intera. Pietro aveva la febbre, le smania di accusarsi; sperava accusandosi, di riaffermarsi nella sua fede, di ottenere il perdono, l'oblìo, la pace, la serenità….

…. Invece quando uscì dalla canonica, sebbene Don Giuseppe lo avesse assolto e baciato in fronte, con un atto mistico di redenzione, il suo spirito non era libero, non era tranquillo…. il suo cuore non era contento….

Era rimasto come prima, infelice…. grandemente infelice!

Andò nella sua camera, vi si rinchiuse, solo. Era la cameretta delle zie, e anche Pietro sedette alla finestra come le due vecchierelle, guardando nell'orto, guardando il "Gigantesso"….

—Dio…. Dio…. come era infelice! Quanto si sentiva infelice!… Ma sarebbe stato sempre, sempre infelice così?

A Crodarossa cominciava l'inverno…. era il primo giorno d'inverno, l'inverno lungo e bigio della montagna.

Pietro Laner sentiva la neve nelle ossa…. nel cervello….

—Dio! Dio! Com'era infelice!… Com'era profondamente infelice!… Ma sarebbe stato sempre, sempre infelice così?

Le prime falde di neve calavano, volavano qua e là, portate dal vento come piume di cigno…. Poi si fecero più minute…. più spesse….

—Dio! Dio!… Ma sarebbe stato sempre, sempre infelice?…

A mano a mano era tutto un turbinìo confuso, violento, di falde di neve sotto il cielo bigio…. A mano a mano sparivano l'orto, il "Gigantesso" le montagne sotto quella neve, dietro tutta quella neve, quella bufera di neve. Una fila di corvi attraversò pesantemente la caligine bianca, incalzante, rammulinante, muta…. fu l'ultimo segno di vita. Poi tutta neve…. tutta neve…. Era sparito il cielo…. era sparita la terra. Anche il cupo rintocco di una campana era rimasto soffocato, sepolto sotto la neve.

Pietro intirizzito, attonito, guardava, guardava…. cercava…. Non vide più niente, non udì più niente! Soltanto la neve…. quel turbinìo di neve, la neve melanconica, triste, silenziosa…. la neve squallida, la neve penetrante col freddo della morte!…

Trasalì, con un brivido.

Non c'era più niente, più niente!

Non c'era più mondo, non c'era più Dio…. Non c'era più Nora!… Oh,Nora! Nora! Nora!… Non c'era più!…


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