V.
Era il gran giorno, quello in cui doveva aver luogo il pranzo che la contessa Claris offriva ai signori ed ai preti del contorno. Don Prato arrivò tutto trafelato all’ingresso del viale, mise la mano al taschino e non vi trovò l’orologio. Si ricordò subito che l’aveva lasciato sul cassettone. Meno male, non l’aveva perduto; ma intanto si trovava al buio!
Era tardi? Era presto? Gl’invitati erano già entrati? Avevano ancor da giungere? Come fare a saperlo? — Si levò il cappello, e asciugandosi il viso col fazzoletto e soffiando, considerò il cancello e le finestre della villa. — Uhm! Andar avanti e arrischiar d’essere il primo?... E se la contessa, l’illustrissima signora contessa, fosse ancor nelle sue stanze? Disturbare, frastornare una dama di quel calibro! Far la figura dell’affamato con la servitù! Oibò, oibò!... Ma l’idea di presentarsi e veder tutti a tavola, gli metteva i brividi fin nei capelli. Egli era sempre venuto col cappellano della Madonna, timido come un coniglio anche lui, e si facevano animo a vicenda. Ma il poveretto era morto sei mesi prima. Si sentiva il cuor piccolo e riboccante di dubbi: — Aveva poi capito bene? L’invito era poi davvero per quel giorno? E per mezzodì?
— Piovono novità da tutte le parti — diceva tra sè;— le mode cambiano secondo i gusti o i capricci, non potrebbe darsi che nelle case aristocratiche quest’anno si pranzasse alle tre, come si pranzava una volta? Bene; e se invece or fosse in uso l’anticipare? Questa è pur una gran tribolazione!
Sedeva or sull’una or sull’altra delle panche che si facevano riscontro; s’avviava verso il cancello; tornava sulla strada, guardava a destra ed a sinistra, ora gemendo, ora bofonchiando.
Ad un tratto sentì un chiasso di voci allegre e, quasi nel medesimo tempo, vide venir avanti una piccola brigata composta di quattro uomini e di una donna. Questa era una brunetta, molto elegantemente abbigliata, e pareva piena di brio e d’una certa arditezza. Le stavano ai fianchi due giovinotti attillati, leggiadri, disinvolti, pronti ad assisterla nei passi difficili.
Così la sostenevano quando trovavano sassi od ingombri, l’alzavano da terra ove fosse polvere, fango o pacciame. Li seguiva il cicisbeo in titolo, dispensato dai servigi ordinari e forte del suo diritto di porgere il braccio alla dama a tempo opportuno. Veniva ultimo, tutto flemma, il marito, percotendo le frasche con una graziosa mazzettina d’ebano guernita d’argento.
Voltarono nel viale; ma prima di entrar nel cortile, i due minori serventi posero a terra un ginocchio, e la bella donnetta favorì l’uno con l’appoggiargli una mano sulla spalla, mentre accordava all’altro la grazia di spolverar le scarpette.
Don Prato, pensando non si convenisse ad un prete entrare con una compagnia così allegra, aspettò.
Dalla parte di Polonghera arrivò un legnetto scoperto, tirato a sghimbescio da un gran cavallo grigio. Vi stava rannicchiata una coppia di vecchietti pomposi: il maschio in parrucchino ad ali di piccione, con un abito verde-porroed un panciotto marrone; la femmina con una veste cangiante ed un cuffione alto mezzo metro, adorno di sgonfi e di gale.
Il parroco salutò e indugiò ancora. Vedeva avvicinarsi, tenendosi con gran riguardo nel mezzo d’una via traversa che faceva capo alla strada, un gentiluomo di bella presenza; questi portava il suo cappello sotto il braccio, per non sciupare la mirabile anellatura del crine, e si riparava dal sole con un ombrello di seta; non si discerneva che cosa diavolo avesse intorno alle gambe.
— Stivali non sono — diceva il parroco, sbirciandolo così da lontano, — ghette nemmeno; paiono fogli di carta... E lo sono! Ha i piedi e le polpe rinvolti e legati in tanti fogli di carta. Uhm! ecco una moda che non abbellisce nessuno.
Il nobil signore si approssimò, rispose alla levata di cappello del prete; sostò e, sciolte speditamente le sue estremità impacchettate, tirò avanti lindo e illibato come se uscisse in quel mentre di casa.
Don Prato, che ora non temeva più di arrivar troppo tardi, pensava già a superare le difficoltà dell’entrata; era sempre un affare, nella confusione del primo momento, discernere la padrona di casa tra l’altre dame e andar diritto a lei, senza scambiare. Decise di prendere il gentiluomo per guida; gli si cacciò dietro, entrò con lui nel salotto ov’erano quelli che li avevano preceduti. Si sentì subito sollevato, scorgendo che la compagnia era assai minore degli altri anni.
Egli non aveva ancor finito di far riverenze, quando l’uscio della sala da pranzo fu aperto, e si vide la tavola bellamente apparecchiata.
La contessa prese il braccio del cavaliere Mazel e andò a mettersi dirimpetto all’uscio dal quale entravano i piatti. Tutti gli altri presero posto a piacimento. Si recitò ilbenedicite;e, fatto il segno della croce, ciascuno ricambiò coi vicini un saluto e l’augurio d’un buon appetito. Cominciò allora l’andirivieni silenzioso dei servitori, il tintinnìo riguardoso delle posate, l’acciottolìo prudente dei piatti.
La tovaglia e i tovagliuoli erano finamente damascati; la porcellana di Sassonia, di ricca e graziosa fattura; ma dell’antica stupenda argenteria di casa Claris, non si vedeva più che quello ch’era strettamente necessario. Il conte e la contessa avevano ottemperato con vero zelo al Regio Editto del 14 ottobre 1792, nel quale si ordinava ai sudditi tutti, come pure ai luoghi pii, chiese e monasteri, di mandar alla Zecca il metallo prezioso superfluo. Non v’erano poi sulla mensa nè bottiglie, nè bocce, nè bicchieri. Due domestici a ciò designati, s’accostavano a chi accennava, porgendo sur una sottocoppa calici e ampolle. Un altro, abbigliato severamente di nero, attendeva a trinciare. Il maestro di casa soprintendeva al servizio.
La contessa Polissena, in capo di tavola, aveva a destra il bel barone Nizzati, a sinistra il cavaliere Mazel; a un lato sedeva la vispa contessina Acquadro, coi suoi tre patiti; all’altro il conte Acquadro, Massimo Claris, la veneranda dama Ghigliestra col venerando marito; in fondo stavano don Bonhomine, don Prato e un altro prete, certo don Macari da Racconigi.
I tre reverendi mangiavano appetitosamente, in silenzio; mentre la conversazione cominciava alquanto ad animarsi qua e là. La bruna contessina ora interrogava l’uno dei damerini con una paroletta discreta; ora rispondeva all’altro con una risatina sommessa; cinguettava un momento col terzo; e, di quando in quando, chinava la testolina vezzosa, come per concentrarsi in sè stessa, poi la rialzava pian piano e fissava Massimo con due occhi scintillanti e procaci.
Ma il contino non le dava alcun contraccambio; mangiavapoco, parlava meno e pareva facesse tutti i suoi sforzi per attendere a quanto gli dicevano il conte Acquadro e la vecchia dama, fra i quali sedeva.
Il vassallo Ghigliestra, poi, era pieno d’una voglia che non lo lasciava ben avere. Uomo ambizioso, ma di poca accortezza, non aveva saputo porsi vicino alla padrona di casa ed ai cospicui signori che le stavano a lato. Sentiva in confuso che parlavano del Re, della real famiglia, della Corte, dei ministri, del gran mondo; e s’immaginava che s’andassero comunicando Dio sa quali notizie curiose ed importanti. Poterne afferrar qualcheduna e portarla con sè a Lombriasco!
C’era di che farsi un bell’onore coi maggiorenti del paese! E li vedeva, colla fantasia, tutti raccolti sotto il suo pergolato, attenti a lui solo, come contadini alla predica. Perciò si sporgeva, e, mirando la contessa Polissena, inarcava le ciglia e arrischiava di tanto in tanto qualche sorrisetto, qualche cenno del capo, secondo la frase o le parole che gli veniva fatto di raccapezzare.
Parendogli poi venuto il momento di far sentire anche la sua voce:
— Mi gode proprio l’animo — diss’egli, mellifluamente, — mi gode proprio l’animo nel sentire che il nostro amatissimo Sovrano s’è rimesso bene in salute.
Siccome s’era detto per l’appunto il contrario, nessuno rispose. E poichè il marito aveva parlato, la moglie volle seguirne l’esempio.
— Ah! — diss’ella — bisogna che sia robusta davvero Sua Maestà, per star bene con tanti pensieri, tante cure, e in tempi come questi!
— Tempi brutti, tempi calamitosi — brontolò don Bonhomme, col naso nel piatto.
— Il frumento si paga lire otto l’emina — riprese flebilmente la dama, — il miglio lire nove, i ceci dieci, lelenticchie dodici. La gente soffre e si lamenta; non sa con chi sfogarsi e se la piglia con noi.
— In questo ha torto — disse il conte Acquadro; — ma chi ha fame non ragiona. Credo però che bisognerà prender presto qualche nuovo provvedimento.
— Se ne son già presi tanti — osservò il barone Nizzati.
— Per questo ho dettonuovo, qualchenuovoprovvedimento. Tutto accenna a rincarare.
— Però io non capisco! — esclamò la contessina vivace. — Perchè non mangiano pane e formaggio? Piuttosto che patire! Non è poi una cosa tanto cattiva, pane e formaggio!
— Infatti! — mormorò Massimo, con ironia.
— La difficoltà forse sta nell’averne — susurrò la contessa Polissena, col suo sorriso fine.
— Non si stenta solamente nelle campagne — disse il marchesino Canalis, che sedeva a sinistra della Acquadro. — Si stenta anche nelle città.
— A Saluzzo c’è perfino un po’ di fermento! — esclamò il cavalierino Gausier, che sedeva a diritta.
— Saluzzo è niente — disse il giovane conte Di Pranero, suo vicino, — m’hanno scritto da Asti...
— Ma che Asti! Che Saluzzo! — interruppe Canalis. — È la capitale che bisogna vedere. La capitale che è come dire la testa dello Stato. Un braccio, una gamba si possono tagliare, ma quando il male è nella testa... Sabato scorso ho visto una scena che mi ha fatto impressione. Ero andato a Torino, così senza proposito, per trattenermi un poco e tornare alla Prata. Trovo Giacinto Violant sotto i portici che m’invita a colazione con Di Cimalta, La Torretta e Spadafora; alle frutta capitò poi anche Francastel. Eravamo ancora a tavola e si chiacchierava, quando ci parve di sentire rumore in istrada. Andiamo alla finestra e vediamo molta gente che si accalcava davanti al forno che sta dirimpetto alportone; voleva del pane per una donna ch’era caduta per terra e non dava segno di vita. Il fornaio, ritto sull’uscio, si sfiatava a dire con la mano al petto che a quell’ora non aveva più in bottega neanche una crosta; ma si insisteva, si alzava la voce; alcuni cominciavano anche ad alzare le mani. Allora Francastel, sapete che è un po' matto, cosa fa? Corre alla tavola, piglia una pagnotta e la getta, gridando: — Ecco qui, ecco qui, fatele mangiar questa! — In un battibaleno tutta la marmaglia fu sotto il palazzo. Nessuno pensava più alla donna, ciascuno chiedeva per sè. Si buttò giù tutto il pane avanzato; si fece portar quello che c’era in dispensa. Bisognava vedere che barabuffa, che parapiglia! Erano tre, quattro, sei, dieci a disputarsi ogni tozzo come disperati; facevano a pugni, a calci, a graffi, a morsi. Violant ne aveva trovata una: mirava diritto al viso, lui, e di tutta forza...
— Euh! — fece Massimo, con i denti stretti, tagliuzzando qualche cosa che aveva nel piatto. — Come vorrei esser stato presente! E l’avete lasciato fare, voialtri?
— Figurati se non glie l’ho cantata chiara! Il popolo bisogna lasciarlo cuocere nel suo brodo, come diceva ieri la mia signora nonna.
— Sicuro — mormorò la Ghigliestra — adesso bisogna guardarci bene da provocar lo sdegno della bassa gente.
— Tanto più che c’è chi l’aizza — aggiunse Canalis.
— Eh, ma la polizia vigila — disse Nizzati. — Non temete.
— Io ho sempre una gran paura dei ladri, dei banditi, dei briganti — mormorò la contessina, rabbrividendo graziosamente. — Cosa volete? non mi sento sicura se non ho con me almeno tre uomini.
— I banditi! i briganti! — saltò su il marito. — Cosa vuoi che ti facciano? Sono i facinorosi, le teste calde che mi tengon sempre in pensiero. E ce n’è da per tutto.
— Ma la polizia li vigila — ripetè Nizzati, con gran convinzione.
— Siamo d’accordo, pienamente d’accordo; ma forse bisognava cominciare un po’ prima.
— Molto prima! — esclamò Mazel. — Almeno sette od otto anni fa. E mettere in pratica il consiglio che il mio caro amico, il marchese di Cordon, dava al Re al tempo dei torbidi di Vercelli: — Maestà faccia impiccare, faccia impiccare, faccia impiccare, e tutto sarà quieto. Ah se a Parigi avessero fatto così! — Vi ricordate, Nizzati?
Don Macari alzò quella sua testa sbiancata, emaciata così da lasciare distinguere sotto la pelle i contorni delle mandibole e l’ossatura del cranio; i suoi occhi lampeggiavano sinistramente.
— Ehehe! — fec’egli con voce nasale — siam rovinati, se Dio non ci provvede. Bisognava combattere le radici del male. Ormai le gazzette arrivano da per tutto; son lette persin dai contadini. Poi ci sono le adunanze massoniche. E poi, e poi, e poi... Insomma per quanto faccia la polizia, gli aderenti a quel vertiginoso, scellerato sistema che ha messo in combustione gran parte dell’universo, aumentano sempre più. Nei nostri paesi, quando non è giacobino il notaio, lo è il maestro di scuola; quando non lo è il medico, lo è lo speziale...
S’interruppe e rivolgendosi a don Prato con un’aria cupa e maliziosa, soggiunse:
— A Murello poi son giacobini tutti e due.
Il parroco, che masticava gagliardamente, si scosse e guatò don Macari.
— Già — balbettò poi — ma... ma bisogna distinguere.
— Cosa volete distinguere? — domandò l’altro quasi ruvidamente. — Non è più il tempo di fare distinzioni.
Le orecchie di don Prato diventarono purpuree.
— Santa pazienza! — diss’egli — lasciamo star Bechio,che, con riverenza parlando, non è che un bestione; ma io dico così che se tutti i giacobini fossero come sor Luigi, cioè come il dottor Ughes, si potrebbe... si potrebbe...
— Toh! — fece bruscamente il cavaliere Mazel — Ughes, eh? Adesso mi ricordo: Iunod, Chantel, Pico, Cerise, Botta, Pelisseri, Ughes, e via dicendo. Insomma uno dei fanatici del ’94. Con quel viso? Con quel fare? Fidatevi dell’apparenza! Cospetto, cara contessa, siete stata nelle mani d’un congiurato; dovete il miglioramento della vostra salute a un fautore d’idee democratiche a tutta oltranza!
La dama Ghigliestra giunse le mani e alzò gli occhi per ringraziare il cielo, che aveva scampato la contessa da tanto pericolo. Domandò poi:
— E adesso è qui?
— Adesso è a Murello — rispose don Macari; — in grazia dell’amnistia.
— Tu non sapevi niente? — chiese la contessa Polissena a suo figlio, affissandosi in lui.
Massimo crollò il capo.
Don Prato si andava contorcendo sulla sedia, guardava attorno sottecchi, si asciugava la bocca ad ogni momento, martoriato dalla brama di dire ancora qualche cosa in difesa di sor Luigi, e dall’ossequio ai nobilissimi interlocutori.
— Basta — susurrò finalmente, approfittando d’un momento di silenzio — non ch’io voglia portarlo in palma di mano, ma giurerei che è cambiato, che non la pensa più come una volta. Prima di tutto ha preso moglie...
A queste parole, alcuni dettero in una grande risata:
— Bravo, don Prato! Bravo, bravissimo!
— Ecco trovato il mezzo di acquietare i novatori — disse Nizzati.
— Un mezzo infallibile — aggiunse Acquadro: — ammogliarli tutti!
— Per amore o per forza! — gridò Gausier.
— Li vedremo metter subito il capo a partito — riprese Acquadro. — Ma bisogna spicciarsi.
— Il male è questo — gemette la vecchia dama, — che gli ammogliati alle volte sono peggiori degli scapoli.
— Non importa — disse Mazel, — si può provare.
— E sentiamo un po’ — domandarono Canalis e Di Pranero. — Com’è la giacobina?
— Ah! bella — rispose Mazel. — Cospetto! La veste rosa, non è vero, Massimo?
Massimo maneggiava un bel coltellino divermeildal manico di porfido, come fosse stato un pugnale; e mentre i visi dei commensali erano lieti e, qual più e qual meno, coloriti di benessere, il suo era pallido; gli errava sulla fronte e nella guardatura un’ombra scura di malcontento.
Faceva caldo là dentro, benchè le finestre fossero già state aperte, e si cominciava a respirare male.
La contessa Polissena posò sulla tavola il suo tovagliuolo, girò l’occhio intorno, mosse leggiermente la sedia; s’udì per un istante il ronzìo delle mosche rifugiate tra i viticci della lumiera dorata. Il cavaliere Mazel fu tosto in piedi, col capo chino, col braccio curvato in dentro, davanti alla sua dama. Ella si alzò, si pose con lui innanzi a tutti, per indicare la via.
La bella comitiva passò per un ridotto tutto bianco con contorni a oro, dove pendeva e regnava un gran ritratto al naturale del defunto Vittorio Amedeo III, uscì in giardino e andò alla cupola verde che stava nel mezzo. Il caffè, versato allora nelle chicchere, profumava l’aria tutt’intorno alla gran tavola di pietra. Fu sorbito prestamente dagli uni, lentamente dagli altri, gustosamente da tutti. Poi la contessina Acquadro scappò, seguita dai suoi adoratori, verso l’altalena, che sorgeva nel centro d’un praticello, all’ombra di certi bellissimi alberi.
Le altre due gentildonne, più contegnose e mature, rimaserotranquillamente sedute; mentre il conte Acquadro, il barone Nizzati, il vassallo Ghigliestra e don Macari si strinsero in disparte in crocchio politico. Mazel ora si accostava e si tratteneva un momento con loro, ora andava a dare un’occhiata dalla parte dell’altalena; ma ritornava sempre, senza indugio, vicino alla sua dama, caso mai si presentasse qualche gradita opportunità di servirla.
La moglie del vassallo raccontava la storia d’un suo vecchio fratello, comandante d’un borgo remoto, dove l’aria era cattiva e pessimo il vino; si trattava di far noto il gran desiderio che aveva colui d’essere trasferito più vicino alla capitale, ma ella non osava parlar chiaro e andava per le lunghe noiosamente, e non la finiva con le digressioni, le circonlocuzioni, le pause.
— Un uomo che finchè fu giovane ha servito il paese nella milizia... e sempre con onore... La rivalità d’un superiore lo fece cadere in disgrazia, sicchè non ottenne mai gli avanzamenti che si meritava... Non li ottenne proprio mai! Poveretto, e adesso ch’è vecchio gli tocca fare una vita!... L’ho già detto, eh, che ha coltura, dottrina? Non è mica solamente un soldato, unsabreur: mi scrive delle lettere che non finiscono più... Ma il suo forte sta nella musica. Se sentisse, contessa, come tocca il cembalo! È poi anche molto abile in fare la calza, e potrebbe competere con una donna... Non dico questo per fargliene merito, lo dico perchè è la pura verità.
La contessa accennava di tanto in tanto del capo mostrando d’intendere appieno; ma aveva il pensiero rivolto a tutt’altro.
I politicanti stavano tutti e quattro con la testa alta, col petto in fuori, con aria di gravità e d’altura, quasi che da quel colloquio potesse nascer cosa di gran conseguenza. Parlavano moderando la voce e il gesto, da persone bennate, implicitamente e incondizionatamente d’accordo. Tenevanoin mano le lor tabacchiere; or l’uno or l’altro batteva la sua e l’offriva aperta ai compagni. Seguiva un coro di rumori nasali, un lungo scoccar di dita nelle gale del petto.
Don Prato e don Bonhomine giravano passo passo intorno alla vasca, chiacchierando bonariamente del più e del meno, e cercando d’intravvedere qualche pesce.
— E Massimo? — pensava la contessa, che nè lo vedeva, nè distingueva la sua voce fra gli strilli, le risate, le esclamazioni di tripudio e di maraviglia che scoppiavano nel prato. — Che cosa fa? Dove può essere andato?
Massimo, che alzandosi da tavola moriva di voglia di star un po’ solo, aveva prima pensato di chiudersi in camera, poi invece s’era semplicemente sdraiato sul piccolo canapè del ridotto. Maledetto pranzo! Senza di questo, egli se ne sarebbe andato tranquillamente a Murello. Poteva darvi almeno una scappata e tornare prima che gli invitati lasciassero la villa? Adagio un po’: per un ufficiale, per un nobile, per un giovane appartenente a una famiglia che tributava alla monarchia un culto quasi divino, frequentare la casa di Ughes, diventava adesso una cosa assai grave. Adesso, pur troppo sapeva chi egli era!... Ma, santo Dio, lo sapeva anche prima! A che negare! Appena conosciuto il medico, appena udito il suo nome, aveva immaginata la verità, perdendola poi tosto di vista, incantato, rapito dalla bellezza di Liana, dalla dolcezza dei suoi modi. Ecco: il pensiero di lei l’aveva occupato subito tutto, abbacinandogli e gli occhi e la mente. Che fare, ora che non era più lecito conservare neppure l’ombra d’un dubbio? A che partito appigliarsi? Poteva sperare che il medico avesse cambiato opinioni? Sentiva bene che non era possibile. Doveva renderselo benevolo, amico, guadagnarne l’animo e cercar di convincerlo? Ardua impresa! Ughes era riservato, sagace, troppo superiore d’ingegno e di forza...E intanto che rispondere alla contessa, se lo avesse interrogato? Che opporre nel caso in cui gli avesse vietato di tornare a Murello? Come mettere d’accordo la sommissione, il timor figliale con la brama di continuare a veder Liana? Non era forse un pretendere di voler conciliare l’inconciliabile?
Si sentiva pieno il cuore d’un’incertezza, d’un’angustia indefinibile, parendogli vedere anche in questo l’infallibile indizio d’una fatalità che lo perseguitasse.
— Basta — diceva tra sè — mi governerò secondo le circostanze... Vedremo stasera... Vedremo domani.
Cercò col pensiero qualche altra cosa importante, per applicarvelo tutto; non ne trovò nessuna. Non potendo distrarre la mente, volle almeno occupare gli occhi: si rizzò a sedere e si affissò nel ritratto del Re, che pendeva dalla parete di contro. L’aveva sempre veduto lì, e non s’era forse mai fermato a guardarlo. Chi sa perchè? Non s’intendeva di pittura e non poteva giudicar dal suo valore come dipinto, ma gli pareva pure assai grossolano. Era almeno rassomigliante? — Sì e no.
Vittorio Amedeo era rappresentato con una piccola testa bianca e rosa, dai lineamenti spiccati e sottili, dalla fisonomia lieta, piacente, graziosa, posta sur un corpo grande e robusto, atteggiato da despota. Ritto in piedi, appoggiava la destra sur un bastone scarlatto, seminato di croci; nella sinistra, arrovesciata sul fianco, stringeva i guanti rabescati, di pelle. Portava un abito rosso di nobil tintura, con rivolte turchine; una sottoveste turchina, l’uno e l’altra riccamente gallonati d’argento. Una gran sciarpa azzurra gli cingeva la vita; una tracolla dorata sosteneva la sua spada; e non gli mancava nè il collare della SS. Annunziata, nè la croce dei Ss. Maurizio e Lazzaro in mezzo alla corazza. Le gambe calzate di ghettoni attillati e guerniti di sproni, si disegnavano scure sulla porpora d’un mantoamplissimo, foderato d’ermellino, scendente con inverosimile ragione di pieghe da una tavola d’oro, fra un barocco affastellìo di emblemi.
Il giovane, davanti a quell’effigie, ch’era stato abituato a considerare come il simbolo d’un’autorità sacra e illimitata, smarriva insensibilmente ogni idea del presente, si sentiva avvolto in un movimento confuso di ricordanze lontane.
Si vedeva piccolino, condotto a spasso dalla governante sotto i portici della contrada di Po. Il tempo era dolce e piovoso. Ad un tratto la gente cominciava ad agitarsi; correva di bocca in bocca una voce: — Il Re! il Re! — La governante si fermava, e gli metteva prestamente in mano il cappello. Re Vittorio,barba Vittorio, come lo chiamavano tra loro i soldati, compariva e veniva avanti col collo un po’ torto, come il gran Federico, su cui si modellava; con una divisa militare semplice e usata; accompagnato da un sol gentiluomo; seguìto da due soli camerieri in modesta livrea.
La folla riverente faceva posto, ed egli a ringraziare con atti e sorrisi, con un viso che pareva dire: — Sicuro, sì, sono Sua Maestà, ma amatemi pur tutti come un padre!...
Infatti nelle cose tutte della città, del piccolo Stato quieto, si sentiva in quel tempo larga e paterna l’ingerenza reale. Nel nobile ceto poi nulla si deliberava, nulla si faceva senza riferirsi alla suprema autorità. Non passava giorno senza che Massimo udisse nominare il Re; in casa, a proposito di questa o di quella faccenda domestica; fuori, dai parenti e dagli amici, a proposito di questo o di quel partito da prendere.
Rotta la guerra, per lui subito questo nome era diventato sinonimo con quello di patria.
L’aveva gridato tante volte in battaglia, mentre intorno intorno la Morte menava freneticamente la falce. E comeaveva sofferto quando gli era parso di vedere che il Re, il suo Re, non si mostrava della casa ond’era nato, e piegava la fronte, invece di alzarla arditamente e provare di avere per nulla il destino; come aveva fatto novant’anni prima un altro Vittorio Amedeo, al quale pure non era rimasto altro bene che la sua spada e le sue pistole!
Ma il povero Re era morto, ed egli ora gli rendeva giustizia. Alla fin dei conti aveva saputo sostenere quattro anni di guerra contro ai primi soldati d’Europa; mentre doveva guardarsi e dall’alleato che gli stava a tergo, e dai rivoluzionari disseminati per tutto.
E Luigi Ughes era stato uno di questi!
Balzò in piedi, uscì nel cortile, poi nel viale, poi nei campi. Andò vagando a lungo, senza direzione, senza riuscire a dar corso alla passione che lo agitava.
Tornò a Robelletta che già principiava a farsi buio. Fastidiose a udire in quell’ora, aspre voci si rispondevano da lontano.
Trovò al cancello il maestro di casa, che pareva lo aspettasse.
— Quei signori sono andati via che sarà un’ora — prese a dire costui. — Poi è arrivato un corriere a spron battuto. Ho l’ordine di avvertire il signor contino, che la signora contessa desidera di vederlo. Devo anche...
Ma il signor contino s’era già lanciato su per le scale.
La contessa Polissena aveva il lume e stava scrivendo.
— Sei tu? — diss’ella, senza voltar la testa. Indicò un foglio che aveva vicino e soggiunse: — Ecco una lettera di tuo padre. Leggi l’ultima pagina, c’è urgenza.
Massimo, preso il foglio, cercò, trovò e lesse.
V’era scritto:
«Ieri, Iº del mese di giugno, il Re si portò con la Regina, con sua zia, e col Duca di Monferrato dal castello della Veneria, ove si trovano in campagna, al castello di Rivolia fare una visita al Duca d’Aosta ed alla Duchessa, che ivi si trovano a villeggiare. Dopo pranzo partirono per ritornare al loro soggiorno. Appena arrivati alla Veneria, il Re ricevette una staffetta da Torino, spedita per avvertirlo che sulla strada che doveva fare, lo aspettavano certi sediziosi armati, con uno scritto in mano, calamaio e penna, per forzarlo a firmare un atto di rinunzia a favore del popolo, ed in caso di resistenza da parte sua, lo volevano rapire e condurre nella Cittadella di Torino, non aspettando la città altro che questo per rivoltarsi. O la staffetta partì troppo tardi, o il Re e i suoi partirono da Rivoli troppo presto; il fatto fu che essi passarono per quel luogo, ov’erano i detti sediziosi armati, e questi non li videro o furono sbigottiti da qualche cosa veduta. Nella carrozza erano i soli quattro sunnominati, con qualche servo, ma senza alcuna scorta di soldati o di guardie. Sua Maestà crede questa cosa un vero miracolo o almeno una grande grazia della Madonna SSma, imperocchè alla voltata della strada grossa di Rivoli, d’onde s’introducevano in istrada più solitaria e poco battuta, uno di loro suggerì agli altri tre di recitare il Rosario, cosa che fu da tutti accettata con piacere. Stanotte e stamattina sono già stati arrestati alcuni dei detti malandrini, venendosi sempre più in chiaro dell’attentato che meditavano, ma i più colpevoli la scamperanno pur troppo.«Il paese è agitatissimo per i guai di questi tempi, e ritengoqu’avant peu nous aurons du fil jacobin à retordre.«Vi prego di salutare Mazel, e di partecipare a Massimo, per sua regola, che lo attendo a Torino nel più breve tempo possibile, poichè da un momento all’altro si può avere bisogno di lui.«Son tutto vostro«Annibale Claris».
«Ieri, Iº del mese di giugno, il Re si portò con la Regina, con sua zia, e col Duca di Monferrato dal castello della Veneria, ove si trovano in campagna, al castello di Rivolia fare una visita al Duca d’Aosta ed alla Duchessa, che ivi si trovano a villeggiare. Dopo pranzo partirono per ritornare al loro soggiorno. Appena arrivati alla Veneria, il Re ricevette una staffetta da Torino, spedita per avvertirlo che sulla strada che doveva fare, lo aspettavano certi sediziosi armati, con uno scritto in mano, calamaio e penna, per forzarlo a firmare un atto di rinunzia a favore del popolo, ed in caso di resistenza da parte sua, lo volevano rapire e condurre nella Cittadella di Torino, non aspettando la città altro che questo per rivoltarsi. O la staffetta partì troppo tardi, o il Re e i suoi partirono da Rivoli troppo presto; il fatto fu che essi passarono per quel luogo, ov’erano i detti sediziosi armati, e questi non li videro o furono sbigottiti da qualche cosa veduta. Nella carrozza erano i soli quattro sunnominati, con qualche servo, ma senza alcuna scorta di soldati o di guardie. Sua Maestà crede questa cosa un vero miracolo o almeno una grande grazia della Madonna SSma, imperocchè alla voltata della strada grossa di Rivoli, d’onde s’introducevano in istrada più solitaria e poco battuta, uno di loro suggerì agli altri tre di recitare il Rosario, cosa che fu da tutti accettata con piacere. Stanotte e stamattina sono già stati arrestati alcuni dei detti malandrini, venendosi sempre più in chiaro dell’attentato che meditavano, ma i più colpevoli la scamperanno pur troppo.
«Il paese è agitatissimo per i guai di questi tempi, e ritengoqu’avant peu nous aurons du fil jacobin à retordre.
«Vi prego di salutare Mazel, e di partecipare a Massimo, per sua regola, che lo attendo a Torino nel più breve tempo possibile, poichè da un momento all’altro si può avere bisogno di lui.
«Son tutto vostro«Annibale Claris».