X.
Una bella mattina di settembre, Massimo dormiva ancora tranquillamente, quando una voce che da piè del letto lo chiamava: — Sor contino, sor contino — lo fece riscotere. Aprì gli occhi e raffigurò subito il vecchio cameriere di suo padre.
— Il signor conte vorrebbe parlare al signor contino.
— C’è premura?
— Non credo, ma sarà meglio che venga subito. E faccia anche il piacere di mettersi l’uniforme...
— Cos’è successo?
— Non so niente... Badi che il signor conte s’è fatto svegliar prima del solito ed è già alzato...
Massimo inquieto, stimolato dall’immagine del padre impaziente, si vestì in fretta, uscì dal suo quartierino a terreno, attraversò l’atrio, salì lo scalone. Credeva di trovare il conte nel suo gabinetto particolare, ove lo riceveva quando voleva consigliarlo, rimproverarlo, ammonirlo; fu introdotto invece nella stanza da letto.
Il conte Annibale prendeva il caffè, voltando le spalle all’uscio, ritto davanti a una finestra. Sentì il passo di suo figlio, la voce rispettosa che gli domandava come avesse passata la notte, ma non rispose, nè si mosse finchè non ebbe vuotata e posata sur un tavolino la bella tazza di porcellana filettata d’oro.
Padre e figlio si considerarono per qualche tempo, come si vedessero per la prima volta.
Il conte Annibale era di piccola statura, assai curvo; aveva i capelli bianchissimi, gli occhi grigi, i lineamenti del volto fini come quelli d’un ritratto in miniatura. Faceva stupore la sua voce robusta e sonora.
— No, che non ho dormito bene — diss’egli poi; — ma non importa. Leggi questo e quindi discorreremo.
Massimo prese il foglio che gli porgeva il padre con la punta delle dita, e si avvicinò alla finestra. Chi scriveva si dichiarava amico dei nobili e particolarmente di casa Claris. Avvertiva il conte che in certi discorsi ultimamente tenuti, suo figlio Massimo aveva dato non equivoci contrassegni di aderire alle recenti sfrenate opinioni di Francia. La lettera non aveva firma. Il giovane alzò le spalle, ripiegò il foglio per restituirlo.
— No, no! — esclamò il conte — straccia e butta via.
— Sono insinuazioni stupide e maligne — disse Massimo, — cose che vengono dal basso; e lei, signor padre, fa benissimo a...
Il conte alzò la mano:
— Sì: ma c’è pur Qualcuno che sta in alto, molto in alto, il quale si meravigliò non poco quando seppe che non avevi voluto entrare nei battaglioni che combattono gl’insorti.
— In tutti questi anni ho sempre cercato di fare il mio dovere...
— Cosicchè credi di poter riposar sugli allori?
— Non dico questo, ma...
— E ti par d’essere un militare perfetto?
— No, signore, ma senta...
— Credi che basti mostrar intelligenza, fermezza, coraggio? No, caro, no. Sai cosa manca a te? Un’idea chiara di quel complesso di leggi, di regolamenti, di norme attea stabilire, a mantenere severamente l’ordine in un esercito, e che si chiama disciplina. Senza la disciplina, la gente armata può riescire più dannosa ai suoi che ai nemici.
— Hm! — fece Massimo, quasi involontariamente.
Il conte, che camminava innanzi e indietro per la stanza, si fermò su due piedi e squadrò severamente suo figlio.
— La disciplina militare degli antichi romani era ferrea! — soggiunse egli, alzando la voce. — Essi ne lasciarono al mondo mirabili e terribili esempi. Non sai che Tito Manlio condannò a morte suo figlio per essere uscito in campo contro un Gallo insultante, senza l’ordine espresso del console?
— Era già di moda anche allora lasciarsi insultare dai Galli? — voleva dir Massimo, ma si morse la lingua.
— Gli storici poi narrano questo — continuò il conte. — Durante un’accanitissima pugna, un legionario aveva atterrato un nemico, lo teneva sotto il piede e già alzava il braccio per finirlo, quando s’udì suonare a raccolta. Che credi tu ch’egli abbia fatto?
Massimo crollò il capo e inarcò le ciglia.
— Ritenne il colpo e ubbidì — ripigliò il conte. — Vuoi ancora un fatto? Un giorno, una legione pose il campo in un luogo ov’era un bellissimo albero carico di pomi maturi; vi passò la sera, vi passò la notte. La mattina di poi, quando si allontanò, non mancava neppure uno di quei frutti, neppure uno!
Il giovane ascoltava a capo basso. Poichè tutto pareva risolversi in una semplice ramanzina, conseguenza della lettera anonima ricevuta, l’inquietudine procurata dalla chiamata improvvisa scemava via via. Però non capiva perchè il cameriere gli avesse detto d’indossar la divisa.
Un servitore venne ad avvertire ch’era attaccato.
Il conte guardò l’orologio e prese il braccio di suo figlio, come fosse inteso che doveva venire con lui. Scesero lo scalone in silenzio.
Massimo immaginava che si andasse ad assistere a qualcuno di quei tridui che certe pie associazioni facevano celebrare or in una chiesa, or in un’altra, per implorar l’aiuto divino contro i nemici della pubblica tranquillità . Credette prima che la funzione religiosa dovesse aver luogo a San Filippo, vedendo la carrozza voltar da quella parte; poi a Santa Teresa, vedendo che proseguiva senza fermare.
Altri legni precedevano o seguivano il loro. Le strade erano assai popolate. Nella gente era un fermento, un’aspettativa che pareva tener tutti agitati. Notò che i più andavano verso la Cittadella: gli uni chini chini come sopraffatti da un gran dolore, gli altri guardandosi attorno come rintontiti.
In Santa Teresa non entrava nessuno. Sulla piazzetta v’era un capannello di giovani tutti vestiti di nero. Uno di questi, mentre si voltava a guardar la carrozza, mostrò dipinta nel volto una così intensa e stanca costernazione, mista a tant’odio, che Massimo si sentì rischiarar la memoria come da un lampo: — Era il 7 settembre, il giorno fissato per l’esecuzione di Boyer e di Berteu! E non si potè rattenere dallo scuotersi in tutta la persona, come chi vede repentinamente cosa che gli faccia ribrezzo.
— Che c’è? — domandò il conte.
Il contino si rincantucciò in fondo al legno senza rispondere. Rammentava che parecchi nobili avevano stabilito di cogliere quell’occasione per dimostrare il loro fervente amore per la monarchia, assistendo al supplizio di quelli che avevano congiurato per abbatterla. Comprendeva tutto, oramai. Anche suo padre afferrava quella congiuntura per porre ad effetto un suo divisamento, forse già antico. Non sapendo al giusto quali fossero le idee di suo figlio, e impensierito per certa tepidezza che sentiva in lui, non cessava dal tentar l’animo suo in varie maniere per vedere se gli si aprisse. Ora, poichè una lettera lo accusava nettamentedi propendere alle nuove dottrine, cercava di troncare i sospetti, obbligandolo, in certo modo, a provare pubblicamente il contrario. Massimo conosceva abbastanza suo padre per non meravigliarsi se non s’era pigliata la briga di comunicargli la sua decisione. Oramai era tardi: ogni osservazione, ogni rimostranza sarebbe riuscita vana; bisognava piegarsi.
Il legno procedeva quasi di passo, ma al giovane pareva volasse. Il conte aveva la sua solita faccia marmorea, guardava fuori tranquillamente come se andasse a semplice diporto. Al momento in cui passavano davanti alla chiesa di San Giuseppe, si chinò innanzi verso il cocchiere e gli ordinò di fermare. Massimo sperò per un istante che quella fosse la meta e che non si andasse più oltre, ma scendendo a terra dietro al padre, scorse lo zio, il marchese Violant di Ricaud avviato a piedi con suo figlio.
— Faremo così anche noi — disse il conte. — Abbiamo tempo, e un po’ di moto a quest’ora fa bene.
I due nobili cognati si salutarono, si strinsero la mano e cominciarono tosto a parlare gravemente, sommessamente fra loro. Massimo si accompagnò a malincuore col cugino.
Giuseppe Giacinto Violant, era un giovanotto sui ventidue o ventitrè anni; grosso, paffuto e colorito come suo padre. S’occupava assai di cavalli, d’intrighi galanti e anche un po’ di politica.
— Dunque è stamattina che si fa loro la festa! — diss’egli a Massimo. — Ci sarà un bel pubblico, sai: parecchi gentilissimi cavalieri e qualche bellissima dama. Anche la mattinata è bella.
— Troppo bella... per morire.
— Che muso hanno questi signori borghesi! Guarda se non sembrano tutti amici o parenti di quei due disgraziati. Non hanno ragione, per Bacco! Niente capestro, questa volta: piombo, piombo servito con tutte le formalità , comese si trattasse di due gentiluomini, o di due militari... Ed ecco lì che per contentar certa gente si finisce col far le cose a rovescio.
— Contentar chi?
— Per contentare l’ambasciatore di Francia si fucilano i borghesi e s’impiccano i nobili.
— Che nobili?
— Il conte della Morra, per Bacco! Non ti ricordi?
— Ma il conte della Morra è stato appeso in effigie! Solamente in effigie!
— E cosa importa?
Massimo alzò le spalle e non aperse più bocca.
Giacinto ripigliò subito:
— Mio caro, niente di più pericoloso che queste concessioni al ceto medio; lo dice anche mio padre. In questo caso le leggi, le consuetudini prescrivono la forca, e forca doveva essere. Basta, vedremo come andrà la faccenda. Sai che mi sono già trovato presente alle esecuzioni del cavaliere di Saint-Amour, del maggiore Mesmer, di Chantel e di Junod? Questa sì mi ha fatto una certa impressione! La Corte si era ritirata alla Vigna della Regina; pattuglie in tutte le strade; in Cittadella i cannonieri ritti accanto ai pezzi con la miccia accesa; la cavalleria accampata fuor di porta Susina. Però nessuno si mosse, parevano tutti più balordi di quello che non siano quest’oggi... E non avrei creduto mai che quei due sapessero morir così bene! Nessuna debolezza, nessuna bravata. Non vollero confessar niente, neppure quando li interrogò il Primo Presidente in persona. Quando li hanno fatti inginocchiare per chiedere perdono a Dio, al Re, alla regia delegazione, sì l’uno che l’altro... Oh, guarda un po’ chi c’è qui!
Così dicendo il marchesino lasciò bruscamente il braccio del cugino per slanciarsi verso una leggiadra bussola che usciva in quel momento dal palazzo Rombelli. Si levò ilcappello, s’inchinò, baciò con ingordigia la piccola mano inguantata, che comparve per un momento fuor dello sportello.
Avvedendosi che suo figlio era rimasto solo, il conte lo chiamò vicino con un’occhiata. Massimo si pose al fianco di suo zio. Avrebbe voluto distrarsi un poco prestando orecchio a quanto dicevano, e non gli veniva fatto. Pieno il cuore d’una viva, crescente angustia, non poteva levar gli occhi dalle severe muraglie del mastio; dai baluardi, che indi sporgendo, si guardavano insieme con aiuto scambievole; da tutta la parte della formidabile fortezza che gli sorgeva davanti, via via più vicina e distinta.
La fantasia ora gli rappresentava i condannati piangenti, tremanti, in atto d’implorare misericordia e perdono; ora furenti e minacciosi; ora pieni di coraggio e di forza; ora lividi, disfatti, già quasi morti.
Avevano percorso più che mezzo il viale tendente all’ingresso della Cittadella, quando si udì gridare: — Largo, largo!
La folla si apriva per far luogo a un drappello di soldati, mandati a schierarsi più avanti a maggior tutela dell’ordine. Massimo scambiò un saluto coll’ufficiale che li comandava, suo conoscente, e si fermò per vedere sfilare quelle facce maschie ed abbronzate, esprimenti in quell’ora una noia fredda e rassegnata.
Passato il drappello, bisognò lasciar passar coloro che gli si erano cacciati dietro a furia per approfittare del solco che si veniva aprendo; e poichè la gente sospinta dalle due parti cercava di riserrarsi, seguì un momento di gran confusione. Nel pigia pigia, Massimo si trovò bruscamente separato dal padre e dallo zio. Li cercò subito con gli occhi qua e là , alzandosi in punta di piedi. Tutt’intorno la folla fluttuava esaltata, commossa; s’udiva un mormorìo cupo e continuo, nel quale nascevano e si propagavanofremiti subitanei e strani movimenti convulsi. Di tanto in tanto scoppiava qualche grido senza senso e senza parole, simile al ruggito d’una belva, all’urlo inarticolato d’un pazzo. Accanto a Massimo alcuni artigiani disputavano caldamente fra loro con gesti focosi e parole veementi. Uno di essi, eccitato forse da quel terribile stimolante che è la morte, agitava la testa e le braccia come un frenetico.
Il giovane si sentiva inchiodato nel punto ove s’era fermato; incapace non solo di movere un passo, ma di volgersi dalla parte ove si volgevano già tutti gli altri.
S’udirono i tocchi lenti ed eguali di una campana; soverchiati ben tosto da un lugubre rullar di tamburi. Massimo, preso da un capogiro, s’aggrappò all’albero che aveva vicino. Stava per succedere una cosa orrenda, disumana: non sapeva più altro.
Ritta di fronte a lui, che ora dava le spalle alla fortezza, una giovinetta smorta, con le due palme strette al volto, lo guatava immobile, come impietrita.
Tosto il pensiero di Massimo corse alle famiglie dei condannati. — Chi sa che strazio in quell’ora!... E colei chi poteva essere? La sorella, la fidanzata, l’amante forse d’uno dei due moribondi?
La mirò un momento anche lui, come incantato, mentre sentiva un nodo che gli stringeva la gola, che gli toglieva il respiro e gli faceva gonfiar le vene dal sangue che circolava a fatica. Non aveva più provato uno spasimo simile da quando era bambino; si calò il cappello su gli occhi, poichè le stille calde calde cominciavano a rigargli le gote.
In quel subito, senza ch’egli sapesse spiegarsi il perchè, gli tornò nel corpo un po’ di forza nervosa, e insieme a questa la smania, lo struggimento di fuggir lontano da quel funestissimo luogo.
Avendo la gente continuato a spingersi avanti, ed eglinon essendosi mosso, veniva adesso a trovarsi quasi all’estremità della calca. In pochi istanti, con pochissimi sforzi, ne fu fuori affatto. Appena si trovò alla dirittura d’una via laterale, scantonò; da quella voltò in un’altra; poi in un’altra ancora, trepidando sempre d’esser raggiunto dal fragor della scarica.
Arrivato a casa, serrò le finestre, sbattè le imposte e cominciò a passeggiare. Ogni voce, ogni rumore che venisse dalla strada lo faceva rabbrividire. Stupiva nel trovarsi il cuor così fiacco. Che diavolo! Un soldato! Quasi non avesse visto cader colpiti di piombo al suo fianco amici e camerati. Ma in guerra la Morte aleggia nel fumo, abbatte questo, abbatte quello e si pensa a lei così poco! Guai se non fosse così!
Quando si dice il destino! A Carassone, nel fatto d’arme che seguì la battaglia di Mondovì, Berteu s’era diportato da valoroso, incoraggiando con le parole e con l’esempio i dragoni del Re, suoi compagni, e rispondendo al colpo con cui il generale Stengel lo feriva al volto, con un altro che gli passava il petto. Aveva così contribuito a sgominar gli usseri francesi per modo, che se non si fosse trovato con loro Murat, invece di una ritirata sarebbe stata una fuga.
Promosso maresciallo d’alloggio sei mesi dopo, la ricompensa gli era sembrata tarda e meschina. Vedendo svanire Dio sa che larve di rinomanza, di gloria e forse d’amore, aveva posto in non cale l’onore, la sua fede di soldato, ed era entrato a far parte di una congiura... O quanto meno l’accusa era questa.
Massimo si gettò bocconi sul letto con la faccia nel guanciale e cominciò a riandar quanto sapeva del fatto. Prima erano stati arrestati Giuseppe Pasio, materassaio, e Paolo Bonino, cameriere del marchese di Cravanzana, come rei del fallito attentato contro il Re sulla strada di Rivoli;e poco dopo l’ex-maresciallo Berteu, il medico Boyer e cinque altri medici: Negri, Benvenuti, Sala, Savi e Simondi.
Un uffiziale d’artiglieria, al quale Boyer e Berteu avevano fatto confidenze e proposte, s’era creduto in dovere di denunziare ogni cosa. Denunzia confermata prima da Simondi, fidente nell’impunità ; poi da Benvenuti, che vedendo inutile star sulla negativa, s’era limitato a cercar di salvar sè e di scolpare per quanto era possibile Sala, Negri e Savi. — Pasio e Bonino, rei confessi, erano stati giustiziati per l’appunto un mese prima di Boyer e di Berteu.
Tutto questo era noto; ma intorno, ma sotto questo chi sa che vasta, intricata, occulta rete d’imbrogli! Erano tante le voci che andavano in giro, tanti i giudizi, tanti i pareri; tanti e tanti quelli che stimavano deboli o addirittura fallaci le prove su cui s’era fondata la condanna dei due giovani; insufficiente o vana la difesa ch’era stata loro concessa. Non s’erano forse trovati uomini disposti a sacrificar temporaneamente la loro libertà , pur di ottenere la facoltà di provar l’insussistenza delle accuse! Perchè erano stati respinti?
E poi non bastava forse meditar un momento su queste stesse imputazioni per trovarle spropositate e fantastiche! Dunque questi poveri esaltati avevano concepito il disegno d’impadronirsi a un dato momento della Cittadella, dell’Arsenale, delle porte della città ; di sequestrare il Re, trucidare i principi, proclamar la repubblica? Ma erano poi certi d’aver con sè tutto il popolo e almeno la metà dell’esercito?
— Cose da matti! — pensava Massimo. — Come mai tanto il Re che la Regina non hanno visto in questo una buona occasione per mostrarsi clementi? Non fanno altro che pregare: non s’è mica santi per niente!
Qui si ricordò che il conte di Castellengo, vicario di polizia, e il ministro Priocca s’erano mostrati più inclinati a indulgenza che a rigore. Chi sa? Non era nuovo il caso d’una grazia arrivata all’ultimo momento. Berteu era raccomandato dalla sua bella condotta e dalla ferita riportata in battaglia. Boyer dall’ingegno, dal buon nome, dalla vita esemplare.
Facile a credere quanto desiderava, Massimo saltò giù dal letto, aprì la finestra per aver ragguagli dal primo che passasse. — Sentì un ronzìo lontano che pareva indicare un gran movimento: pensò fosse la folla che tornava dalla Cittadella; poi un gemito lì vicino.
Accovacciato sur un muricciuolo, accanto al portone del palazzo, v’era un povero ragazzo di forse dodici anni. Aveva un cappellaccio in pezzi, i piedi scalzi; la camicia lacera e i calzonetti tutti toppe e strappi, lasciavano vedere le carni sudicie e le membra così rifinite che parevano pelle e ossa.
Si rizzò, vedendo il contino, e tese la destra. Massimo corse subito con la mano alla tasca, cercò, trovò di che soccorrerlo e si ritrasse senz’altro.
Ma il silenzio, la solitudine gli riuscirono insopportabili.
Uscì di casa, girovagò per le strade, avido d’informazioni, e scansando precisamente quelli da cui poteva averne. Però anche questi erano pochi. Non si ricordava d’aver mai visto meno gente in giro, anche nei luoghi più frequentati; e a quando a quando gli tornavano in mente le parole di suo cugino: — Guarda se non sembrano tutti amici o parenti di quei due disgraziati!
V’era nell’aria una calma tetra e pesante che opprimeva il corpo e soffocava il pensiero. Gli pareva che tra il cielo alto e puro e la città triste si estendesse un gran velo fosco.
Quando fu di ritorno al palazzo, trovò accostato il portone; l’atrio e il cortile già pieni d’ombra. Si fermò unmomento a riflettere, poi si avviò risoluto su per lo scalone. Un servitore andava attorno ad accendere le lanterne e i lampioni appesi qua e là . Seppe da questo che il conte era in casa.
Entrando nell’anticamera, udì camminare e parlare nel gabinetto di suo padre; passi e voci si appressavano all’uscio. Egli fu lesto ad aprir quello che metteva nell’attiguo salone di ricevimento, vasto spazio neutrale che separava l’appartamento del conte da quello della contessa e nel quale le due parti non mettevano piede che in qualche rara e solenne occasione. Scivolò dentro e ascoltò.
Il marchese Violant e due altri gentiluomini prendevano congedo dal conte. Avevano chiacchierato fino allora ed uno di questi diceva forte a mo’ di conclusione:
— Ebbene, sì signori, ammettiamo pure che per noi nobili la sia finita, che la borghesia arrivi a soppiantarci o prima o poi; cosa credete? imiterà i nostri difetti, non acquisterà mai le nostre qualità .
— Volete dire le nostre virtù — corresse il conte.
— Bravo, ben detto! — disse il marchese.
— Ben detto, ben detto! — esclamarono gli altri.
E si separarono ridendo.
Come fu certo che nessuno di coloro sarebbe tornato indietro, Massimo s’accostò all’uscio del gabinetto e picchiò.
Si rispose subito: — Avanti!
Il conte, seduto alla scrivania, stava temperando una penna. Alzò la testa, gettò il temperino e fissò il figlio coi suoi occhi grigi.
— Niente! — diss’egli, prima che Massimo pensasse ad aprir bocca. — Non voglio sentir niente. Non ti permetto di dirmi una sola parola.
— Ma son venuto appunto per...
— È un gran destino che tu m’abbia ad esser sempre cagione di dolore, di cordoglio!
Massimo a quel rimprovero acerbo, fatto con insolita veemenza, die’ un passo indietro; le vampe del rossore gli salirono sul volto.
— Creda — balbettò egli, — creda, signor padre, ch’io non ho proprio colpa se stamattina...
Il conte balzò in piedi, stese il braccio, appuntò l’indice all’uscio.
— Non voglio più sentir la tua voce! — gridò. — Via, cattivo soldato! Via, cattivo suddito! Via, pessimo figlio!
Massimo chinò il capo ed uscì.
Si fermò tosto in mezzo all’anticamera; il cuore gli batteva fitto fitto, si sentiva fischiar gli orecchi, non aveva nella mente un pensiero fatto, ma una sì strana confusione d’idee che pareva gli dovesse togliere il senno.
Rimasto così alquanto, le mani, che teneva su gli occhi, discesero lungo il volto, poi giù per la persona; la sinistra si posò sulla spada.
Se la strappò dal fianco con furia, la sbattè violentemente per terra.