XIX.

XIX.

Massimo, avvertito da sua madre di prepararsi a partire per Robelletta, la pregò di differire.

Avuto il consenso, si chiuse nel suo quartierino per meditare in pace. Il suo spirito da prima svolazzava leggero sopra la gravi cose su cui voleva fermarlo, poi si posò.

Il dolore e l’umiliazione di quelli che vivevano con lui, intorno a lui, lo toccavano bensì, ma non bastava; avrebbe voluto soffrir più direttamente, più attivamente. Era convinto che il 3 di luglio, giorno fissato per la cessione della Cittadella, sarebbe accaduta qualche gran cosa. Si eccitò, si esaltò pensando aiVespri siciliani, allePasque veronesi.

— Ah! — diceva egli, serrando i denti e stringendo i pugni — dopo aver vinto, volete stravincere, voialtri francesi? Abbiamo patito abbastanza. Badate: si può trovare chi vi renderà lacrimevole la vittoria; chi cova un’ira, che repressa, scoppierà più micidiale!

E cominciò a far disegni, che tutti avevano più o meno dell’assurdo; poi ad un tratto, non potendo più stare alle mosse, uscì e si recò al caffè dove era certo di trovare altri giovani della sua condizione.

Vide appunto da lontano, fermi sulla porta, Di Capolea e Spadafora, che discorrevano animatamente fra loro.

— Appunto — disse Massimo, accostandosi: — ho bisogno di voi.

— Un duello? — esclamò Di Capolea.

— Saprete poi. Vi aspetto fra mezz’ora a casa mia. Chi c’è dentro?

— La Torretta e Di Cimalta che giuocano al biliardo, Violant che dorme.

— Avvertite anche La Torretta e Di Cimalta. Violant lasciatelo dormire.

La curiosità fece quasi esatti i quattro giovani: tre quarti d’ora dopo erano tutti accomodati sul canapè e sulle poltrone della saletta di Massimo.

Il contino prese subito a parlare, ma senza ordine, e balbettando alquanto, come gli accadeva quando era sopraffatto da grave passione. — Per Dio! Si stupiva di vederli così tranquilli alla vigilia d’un fatto incredibile, intollerabile: la perdita della Cittadella di Torino! Era pronto a scommettere che adesso anche quelli che propendevano alle dottrine repubblicane, anche i patriotti più ardenti, non approvavano un’esigenza così mostruosa; non potevano non sentirsi avviliti nel considerare, nel toccare con mano gli effetti della prepotenza straniera.

— Il sentimento della nazionalità è indelebile, ha prevalenza sulle opinioni acquistate... Diavolo! L’integrità del suolo patrio è condizione principale, vitale dell’esistenza di un popolo... Cominciamo a esistere, ad avere un terreno su cui mettere i piedi, un terreno nostro, e poi...

— Benissimo — interruppe Di Cimalta, alzandosi. — Ma le conosci le condizioni dell’occupazione? Prima di tutto essa non durerà che un paio di mesi, salvo ulteriori accordi fra S. M. e il Direttorio. Le truppe passeranno per la porta di soccorso, senza attraversar la città; non potranno disporre di nulla; lascieranno viver tranquillo il parroco...

— E cosa m’importa! — gridò Massimo. — A che servelo stabilir condizioni con gente assuefatta a non rispettarle?... E poi, insomma, è impossibile che i torinesi non si commovano al veder sventolare su quelle muraglie la bandiera esecrata. Il primo rullo dei tamburi francesi può essere il segnale di una sollevazione terribile. Faremo anche qui, e con miglior fortuna, quello che si è fatto in tanti altri luoghi.

— Claris ha ragione — disse Di Capolea, pieno di simpatia per l’amico ardimentoso.

— Santo Dio! — esclamò Spadafora. — Cosa volete che faccia la popolazione se non può far niente il Governo?

— Ma le notizie che vengono dal Genovesato sono molto migliori — osservò Di Capolea. — Nei giorni scorsi i nostri hanno riacquistato terreno a furia; una parte della frontiera è nelle nostre mani, parecchie terre si sono sottomesse. I prigionieri genovesi sono molti e tra questi tanti ufficiali superiori; si sono prese bandiere, cannoni, mortai, fucili... Mi maraviglio che non si pensi a far qualche dimostrazione di gioia.

— Per me — disse La Torretta rivolgendosi a Massimo — sono qui, figurati! Nel ’93, i La Torretta erano undici al servizio; ora non siamo più che due: mio cugino Vittorio ed io! Tutti gli altri hanno lasciato l’ossa sulle nostre montagne!... Insomma non è la buona volontà che mi manca... Piuttosto bisognerebbe trovar qualche persona autorevole che si mettesse alla testa. Allora sì. Un uomo come Brunel, per esempio; quello è muso quanto chiunque. Se lui ci dicesse: — Ragazzi, son qua io. — Chiudo gli occhi e avanti a capo sotto.

— Anch’io! Anch’io! Anch’io! — gridarono gli altri.

— Proviamo a rivolgerci a Brunel — disse Massimo. — Chi va a trovarlo?

— Tu! — rispose Spadafora.

— Io solo?

— Prendi con te Di Capolea. E a rivederci più tardi.

Brunel stava nel palazzo del conte di Masino, isola di San Giuseppe.

I due giovani, concertati i termini della proposta che avevano da fare, salirono al modesto quartiere abitato dal barone, e spinsero leggermente l’uscio che era socchiuso. Entrarono in una piccola anticamera; dopo aver aspettato un poco, non vedendo comparir nessuno, si avanzarono con certa temenza verso un altr’uscio spalancato che avevano di contro. Metteva in un salotto oscuro; l’attraversarono, si trovarono in una camera grande e sfogata, e videro — che vista fu quella per loro! — quattro ceri accesi intorno al cadavere di Brunel.

Un vecchio colonnello di cavalleria, seduto sur un seggiolone accanto al letto, era così assorto, così abbattuto, che non alzò nemmeno il viso per guardar chi entrava. Due altri militari, ritti nel vano d’una finestra, non fecero alcun movimento; solo un servitore, che parlava sommessamente con un legnaiuolo, volse ai giovani uno sguardo che pareva dire:

— Oh, signori miei, non mi so dar pace neppur io!

Quando finalmente Massimo e Di Capolea furono persuasi della realtà di ciò che avevano sott’occhio, si avvicinarono insieme al letto, e inginocchiati l’uno accanto all’altro, rimasero così il tempo di recitare unDe profundis. Stettero poi ancora un momento a contemplare, con l’animo pieno di sincero dolore, quei lineamenti marmorei non più conturbati da alcuna passione terrena, già affinati e addolciti dal riposo assoluto, che cominciato da poche ore, non doveva cessare mai più.

Nell’anticamera ritrovarono il servitore, che aveva già congedato l’artigiano. Ebbero da colui tutti i particolari della fine improvvisa. Il barone si alzava, andava, veniva, mangiava, ma non parlava più da due giorni. La sera prima, tornato a casa, come al solito, sul far della notte,s’era ritirato in camera, e sedutosi alla scrivania aveva cominciato a rivedere, ordinare e distruggere le sue carte. Il servitore aveva vegliato fin dopo le undici, poi non sentendolo muover più, pensando che egli si fosse posto a letto, era andato anche lui tranquillamente a dormire. La mattina di poi, entrando nella stanza per portargli il caffè, lo aveva trovato steso sul letto senza vita, in grande uniforme, con la spada al fianco e la croce di San Maurizio sul petto. Il medico, chiamato subito, l’aveva dichiarato morto di morte semplice e naturale.

I due amici ridiscesero nella strada e tornarono senza quasi parlare al palazzo Claris. Entrati sotto l’atrio, Massimo si fermò:

— Adesso sì — diss’egli — che mi sento anch’io scoraggito, disanimato... Va, di’ agli altri quello che hai visto; di’ loro che domani starò tutto il giorno in casa: se mai qualcuno avesse un’idea... E dopo domani mi troverò per tempissimo all’ingresso della Cittadella, presso lo stecconato a diritta, e starò là, pronto a unirmi al primo che griderà: viva il Re! morte ai francesi!

— Ci sarò anch’io! — esclamò Di Capolea, prendendogli affettuosamente la mano. — Mi vuoi, eh?

La mattina del 3 luglio, la contessa Claris, che non aveva chiuso occhio tutta la notte, discese per la scaletta nell’appartamento di suo figlio.

Era molto presto, egli aveva il lume e stava scrivendo. Vedendo entrar sua madre, fece un atto di maraviglia e lacerò il foglio.

— Perchè? — domandò la contessa.

— Meglio così — rispose il giovane.

— Vai laggiù, eh?

— Sì, signora madre.

— Chiamami mamma. Sei armato?

— Sì, mamma...

— Cosa speri?

— Niente.

Non articolarono sillaba per qualche momento; si parlavano con gli occhi. Poi s’avviarono l’uno al fianco dell’altra verso l’uscio.

Vi giunsero.

— Aspetta — ripigliò la contessa, staccando la mano di suo figlio dalla gruccia dorata. E gettandogli le braccia al collo gli disse all’orecchio con una tenerezza, un affanno, uno struggimento indicibile:

— Torna, sai.

Tacque ancora, forse per richiamare a sè con uno sforzo tutto il vigore dello spirito, poi soggiunse con maggior fermezza:

— Va, va; sta quanto vuoi, sta sino all’ultimo, se occorre. Dio sia con te!

Ella risalì nelle sue stanze, con queste domande angosciose nel cuore: — Quando tornerà? Come vivere tutte queste ore? Che può succedere? Devo sperare, augurare che succeda qualche cosa? Per Massimo no. Per la causa del Re, per l’onor del Piemonte, forse sì. — Rammentava che Saint-André, governatore di Torino, aveva pubblicato un editto per sedare l’irritazione dei cittadini: dunque c’era realmente la probabilità d’un conflitto?

Il chiarore andava a poco a poco crescendo. Aprì la finestra: il cielo terso, profondo prometteva una bella giornata. La strada sottostante, poco frequentata nel buon del giorno, era in quel momento affatto deserta, ma alla svolta si distingueva gente che si moveva tutta insieme frettolosa. Pensò di farsi portare in carrozza verso la Cittadella, e collocarsi in luogo donde potesse veder bene quello che accadeva. Pensò d’andar a piedi subito, sola, in abito dimesso; e penetrare nella folla, cercare il figlio e metterglisial fianco. Come mai non le era venuto in mente d’accompagnarlo addirittura, vestita d’altri panni? Il tempo presente comportava cose ed azioni che in addietro sarebbero parse stranissime. Poco più d’un mese prima, una certa Angela Ponzani, per ottenere la grazia di suo marito, condannato a morte dopo la rotta di Ornavasso, era venuta a Torino, ed aveva saputo, trasfigurata così da esser presa per un ufficiale, entrare nel palazzo del Re, ed arrivare supplicante ai suoi piedi... Ma era tardi; queste non erano più che fantasie inutili e vane. Si rammaricò di non aver pensato a informarsi dell’ora, del modo con cui si sarebbe compiuta l’occupazione abominata.

Uscì di camera, si aggirò un poco nelle altre stanze. Perchè il conte la lasciava sola? Perchè l’abbandonava così? Tornò stanca, spossata donde era uscita, si mise a sedere e chiuse gli occhi.

Che orrenda visione! — I francesi trionfanti in marcia verso i vecchi baluardi incontaminati. La folla cupa, fremente, raccolta in sè come una fiera pronta allo slancio. Massimo la dominava da un punto elevato. Egli alzava la mano, gittava un grido fortissimo. Seguiva un urlìo di morte. La turba si agitava, si avventava furibonda contro gli stranieri..... Massimo era in terra travolto, ammaccato, schiacciato da migliaia di piedi.

Una voce le ripeteva nell’anima le parole d’un prete emigrato, l’abate Frainier: — Vedete, la rivoluzione è una prova dell’ira santa di Dio; ira che vuol essere placata con sangue. — Se n’era versato già tanto, ma occorreva precisamente ancor quello di suo figlio per colmar la misura...

Si alzò sconvolta e si affacciò di nuovo alla finestra. Tornò a sedere e a tender l’orecchio. Poi si provò a leggere, si provò a pregare, ma ogni poco si sentiva mancare il respiro, come se aspettasse l’imminente scoppio d’un fulmine.

Quanto tempo le sia trascorso così, non lo seppe mai. Alla fine ode un rumore di passi lontani, che però le pare venga dalle stanze, non dalla strada. Vuol balzare in piedi, e le gambe le si ripiegano sotto, mentre un flutto di idee ancor più disperate e più lugubri le invade la mente; ricade seduta, si sente quasi svenire, quando è riscossa dalla voce di suo fratello.

— È finita; sono entrati...

— E Massimo?

— È venuto a casa con me. Si è fermato in basso a posar le pistole.

La contessa giunse le mani, le alzò al cielo, ma non pronunziò una parola.

Massimo entrò di lì a un momento e venne a sedere in silenzio vicino a sua madre. Era pallido, aveva il viso contratto, come di chi ricaccia dentro l’anima un sentimento potente, pronto a manifestarsi. Violant, vedendoli quieti, prese a raccontare alla sorella com’erano andate le cose.

— L’avanguardia francese, comandata da Kister, si è presentata alla porta di soccorso alle cinque; l’hanno lasciata entrare appena compiute le formalità d’uso. Poi sono arrivati Ginguené e il generale Collin alla testa di due mila e più uomini. Il governatore, marchese di Ciriè, ed il comandante, cavalier di Nichelino, essendo ammalati, toccò a Casanova, colonnello del reggimento Monferrato, il delizioso incarico di fare la consegna. Qualcuno ch’era presente, mi disse che gli ufficiali ed i soldati facevano pietà. Chi sa quanti fra essi si saranno trovati a Cosseria! E dover sfilare, rendere gli onori militari al gran conquistatore Ginguené...

— Basta! — interruppe Massimo, con una voce rauca diversa dalla sua solita.

— Abbi pazienza, ho finito — seguitò il marchese. — Adessosi è rinforzata la guardia della porta, e Saint-André ha invitato a pranzo Collin e gli ufficiali superiori...

— E la gente? — domandò la contessa.

— La gente andò a vedere. La mattina era bella e lo spettacolo nuovo. Che volete? La buona città di Torino, contessa di Grugliasco, signora di Beinasco, adesso la prende così, sul principiare del secolo l’avrebbe presa in altro modo.

Il marchese sospirò, tentennò ancora un po’ il capo, poi fatto con la destra un saluto alla sorella e un altro al nipote, si avviò lentamente verso l’uscio.

Appena lo vide fuor della soglia, Massimo afferrò la mano di sua madre, abbassò il viso sulla palma, se la strinse sulla fronte, sugli occhi, sulle labbra.

— Mamma — mormorò egli: — partiamo, partiamo, andiamo via, non ne posso più!


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