XV.

XV.

Un bel giorno di Pasqua, l’8 aprile 1798! Un bel sole caldo, ma non ardente, rasciugava il terreno e seccava le pozze; un’auretta tepida e gentile correva per le strade e per le piazze, batteva alle cantonate, scivolava rasente ai muri, frugava nei chiassolini e nei vicoli. In alto le rondini fendevano l’aria con mille voli leggieri e bizzarri, e salutavano garrendo la natura ringiovanita.

La città prese di buon’ora l’aspetto gaio e animato dei giorni festivi; più tardi, nelle vie gremite di gente, comparvero le vesti di mussolina, i calzoni di nankin, gli ombrellini, i ventagli.

Quella mattina anche Massimo si alzò presto, e venuto sotto il portone dell’albergo, si fermò a guardar nella strada.

Guardava, ma non vedeva; il suo pensiero vagava di cosa in cosa confusamente, e si arrestava mesto su Liana.

Ella gli aveva fatto, al suo ritorno, un’accoglienza serena e tranquilla, che a lui era parsa gelida. Si ritrovava con lei ogni giorno, come per il passato, ma la lasciava sempre più disanimato e dolente.

Eppure Liana non s’era cambiata, ma a lui non bastavano più le dimostrazioni semplici e quiete d’un tempo. Il suo amore acquistava possanza e voleva progredire. S’egli avesse almeno potuto illudersi! Scorgere almeno nella simpatiablanda, ma costante di lei, qualche indizio d’un’inclinazione nascente! Non c’era da sperar nemmeno tanto; e s’accorgeva, con profonda amarezza, d’aver sognato assai più del convenevole nel breve tempo ch’era stato lontano. Che bel guadagno aveva fatto a partire! Che scapataggine! E se ne diceva tante e poi tante. Ecco che adesso si sentiva nel cuore qualche cosa che prima non c’era: un’agitazione più acuta e febbrile, un miscuglio indefinibile di aspirazioni elevate, di desiderii torbidi, d’improvvise fiacchezze, d’oscuri sgomenti. Oramai non aveva più un pensiero dal quale ella fosse esclusa. Non si dava più cura di veruna cosa, nè s’induceva più a operare neanche in utile proprio.

La sua presenza a Torino non era certo più ignorata dai suoi: i parenti e gli amici che l’avevano visto, dovevano essersi procurato il piacere di avvertire la contessa. Perchè dunque continuava a star all’albergo? La cosa non aveva più opportunità, pure ammettendo che ne avesse avuta.

Nelle ore che non passava in casa Oliveri, moriva di noia. Andava vagando per le vie remote della vecchia città, mangiando alla peggio un boccone in qualche osteriuccia, poi rientrava stanco all’albergo, e stava lì, senza sapere cosa fare di sè, nell’andirivieni dei vetturali, dei conduttori, dei cavallari, dei mercanti d’olio o di grano; infastidito dal loro vociar triviale, nauseato dalle loro maniere villane e plebee; offeso, urtato, ferito dal profondo contrasto fra le molli fantasie, a cui era avvezza la mente, e quella ruvida e volgare realtà.

Quando gli venne a tedio lo star fermo, si avviò verso la piazza delle Erbe, coll’idea vaga di entrare nel caffè di Chiaffredo Molineri, per leggervi la gazzetta, come usava qualche volta. S’avvide, guardando intorno, che era festa, e festa solenne. Questo gli parve un ottimo augurio, senza sapere il perchè. Doveva andar subito da Liana a darle labuona pasqua? Perchè no? Certo le sarebbe grata di questo suo pensiero gentile. Si poteva fors’anche combinare una passeggiata fuor di città. Si meravigliò di non avervi pensato prima; e attraversata Doragrossa, entrò nella rete delle piccole strade ch’egli prendeva in quei giorni per recarsi in contrada Nuova.

— Bravo! — esclamò l’avvocato, vedendolo comparire. — Signor conte, lei capita a tempo! Mi aiuti a persuadere questa testolina, che a star in casa con un tempo sì bello è un voler far ingiuria a Domeneddio che ce lo regala!

La signora Ughes era seduta presso la finestra, col viso un po’ chino sul petto; voltò la testa per salutar Massimo, e intanto rispose sorridendo lievemente:

— Ti ho già detto di no, babbo, tante volte. Lo sai bene che è inutile insistere.

Ella adesso aveva una voce un po’ velata, un po’ sorda, quasi priva di vibrazioni e di forza.

— E non vuoi proprio uscire? — ripeteva l’avvocato. — Neanche un momento?

— Sono già stata a messa.

— Ma che cos’hai? Non ti senti bene?

— Sono stanca.

— Stanca a quest’ora!

— Sì, stanca, stanca, stanca.

— Fa come vuoi! — conchiuse Oliveri, ripigliando l’espressione viva e gioconda che gli era abituale. — Adesso non sei più sola, posso andar io. Perdere una mattinata così? Nemmen per sogno! Ora che sto meglio, non vorrei ricascare. Sai quel che mi predica sempre Chiovetti: vita attiva! vita attiva!

Prese il cappello, che aveva posato sopra una sedia, si congedò garbatamente dal contino, e, fatto un gesto affettuoso di saluto a sua figlia, se ne andò.

Rimasti soli, Massimo si avanzò un poco e, messosi asedere, considerò Liana fredda e insensibile come una statua.

— Bisogna assolutamente ch’ella guarisca — diss’egli a un tratto, energicamente.

— Non sono malata, — rispose Liana, senza guardarlo.

— Lei deve cercare di distrarsi, di farsi animo... Dar retta a chi le vuol bene...

— Oh se bastasse dire: via tristezza, vattene!...

Massimo tacque, ferito non dal senso di quelle parole, ma dal tono acre con cui ella le aveva pronunziate.

Nè l’uno, nè l’altra provarono più alcun desiderio di parlare. I minuti passavano, e nulla veniva a toglierli quell’imbarazzo, che si faceva pesante, angustioso.

Dopo un poco egli credette d’accorgersi ch’ella guardava il terrazzino, mal comprimendo un vivo desiderio d’andarvi. Pensò che la signora nè poteva voltargli scortesemente le spalle e lasciarlo solo nel salotto, nè forse le garbava mostrarsi apertamente con lui in quel modo, a quell’ora.

— Bisogna lasciarla in pace, e subito — diss’egli tra sè. Ma sentì nell’alzarsi che avrebbe dato un anno di vita per restare ancora un momento.

Scese le scale pian piano, col cuore gonfio d’amaritudine.

— Non dovrei più tornare — pensava, — non dovrei più tornare. Che cosa vengo a fare? A rendermi sempre più antipatico, lo vedo chiaro. L’avvocato mi fa buon viso in apparenza, ma chi sa come mi trova noioso, chi sa che cosa dice di me dietro le spalle!

Voltò inconsapevolmente verso piazza San Carlo, poi si avvide che andava diviato a cacciarsi nella folla elegante che, udita la messa di mezzogiorno a San Filippo, traeva per la contrada di Santa Teresa al passeggio della Cittadella, confondendosi laggiù sotto gli olmi con quelli che venivano da San Lorenzo e da San Dalmazzo.

Era una compagnia ben poco confacente a chi avrebbevoluto piuttosto trovarsi solo in mezzo ad un deserto. Tornò indietro subito. Mentre ripassava davanti alla porta da cui era uscito, voltò gli occhi per caso a una carrozza tirata da un stupenda pariglia. Rimase stupefatto, scorgendovi dentro suo padre e sua madre.

Che voleva dir questo?! Il conte e la contessa Claris non avevano più nulla in comune da anni: nè appartamento, nè servitori, nè legni, nè tavola; era poi così raro che si mostrassero in pubblico insieme!

Chi poteva aver fatto il miracolo di ridurli a pace e concordia?

La gente, che sopravveniva fitta e continua, lo spingeva, lo urtava, non gli consentiva di fermarsi nè col corpo, nè con la mente. Sgusciava via infastidito verso una stradetta laterale, quando una mano finamente inguantata si posò sopra la sua spalla.

— Massimo! — disse nello stesso tempo una voce ben nota.

Il giovane si voltò brusco e accolse il cavaliere Mazel con un’occhiata feroce.

— Eh no! — mormorò questi con un fare carezzevole e mellifluo. — Sono una colomba, amico caro, ho nel becco un ramoscello d’ulivo, un bel ramoscello...

Uscirono insieme da quel pigia pigia, ed entrati nella stradetta, si tirarono alquanto in disparte.

— Son qui — disse Massimo: — mi vuol dir qualche cosa?

— Tante cose. Tuo padre e tua madre m’hanno dato l’incarico di cercarti, di trovarti, di parlarti. Mi proponevo di venir appunto al tuo albergo, alla... alla... alla... oggi o domani. Spiegami bene dove sei.

— Alla Dogana Vecchia — rispose Massimo.

— Ecco! E non alla Dogana Nuova, come asseriva Violant. Dogana Vecchia, va bene. Dalla piazza dell’Erbe, si va verso la contrada dell’Albero fiorito, eh? Deve farti un effettocurioso vivere da viaggiatore nella città ove sei sempre stato. Un’idea strana, originale...

— Verrò io da lei — interruppe Massimo, che intanto aveva potuto riflettere.

— Come sei gentile! Oggi? Domani?

— Oggi, se crede.

— Fra le quattro e le cinque, eh? Prima non posso e dopo nemmeno.

E si separarono con una scappellata e un inchino.

Alle tre e tre quarti, il cavaliere Mazel avvolto in serica zimarra a fiorami chinesi, steso sur una morbida coltre vermiglia, russava placidamente, sommessamente, da quel costumato signore ch’egli era. Una mano leggiera cominciò a grattar l’uscio pian piano, a più riprese, finchè il cavaliere si trovò desto senza il minimo sussulto.

La prima impressione fu di maraviglia: accadeva così di rado che il cameriere si attentasse di rompergli il dolce riposo pomeridiano! Aveva ancora gli occhi al soffitto, e cercava di raccapezzarsi, quando l’uscio si aprì.

— Il signor conte Claris figlio — susurrò Fiordelis, affacciandosi.

— Cospetto! — fece Mazel, rizzandosi a sedere e mettendo giù le gambe, senza però posare i piedi in terra. — L’avevo dimenticato.

Massimo entrò introdotto dal cameriere, il quale si ritirò subito.

— Accomodati — disse il cavaliere. — Un momentino e son da te. Se me lo permetti, mi rivesto. Stasera sono invitato in casa... Fammi il piacere di dar una strappata a quel cordone che hai lì dietro le spalle.

Massimo diede la strappata. Intanto il cavaliere spogliò la veste da camera e andò a sedere in una poltroncina bassa, davanti allo specchio. Fiordelis rientrò subito e lo avvolse tutto in un ampio e candido lino.

— Svelto, eh! — disse Mazel.

Il contino sedette in un seggiolone e, accavalciate le gambe, prese a dondolare fortemente un piede; il mobile scricchiolava, e questo gli pareva dovesse stimolare Mazel a spicciarsi.

Fiordelis rimediò prontamente al leggiero guasto prodotto alle chiome dalla pressione del guanciale; poi le rimbiancò leggermente, operazione che richiedeva mano pronta ed esperta in chi spargeva la cipria, immobilità e pazienza in chi la riceveva. Seguirono poi altre pratiche minute e raffinate. Un grosso astuccio di cuoio, rabescato d’oro, fornì tutto un forbito e lucente arsenale di cisoie e cisoine, spazzole, pettinini, limettine e nettadenti. Poi fu un maneggiar rapido e franco di alberelli, ampollette, vasetti e boccettine; e tosto si sparse per la stanza un complicato e squisito profumo di pomate e di cosmetici, di essenze e di aceti, tutti diversamente e intensamenti odoriferi.

Massimo si alzò, s’avvicinò alla finestra, e l’aperse.

— Fa caldo, eh? — domandò Mazel. — Apri, apri. — Soggiunse poi, rivolgendosi al cameriere: — Oggi sei eterno, sai!

Fiordelis si precipitò verso un armadio, lo spalancò; si videro appiccati abiti e soprabiti, sottovesti e calzoncini, tutti vari di stoffa e di colore, diversi di foggia e di taglio, quali semplici e schietti, quali adorni di guarnizioni, di gale, di ricami. Cavò fuori una leggiera giubba color verdemare, finamente vergata di bruno, e la mostrò al padrone.

— Ma che! — esclamò questi. — Sei matto? Dammi l’altra che è a dritta... No quella, l’altra, l’altragris de souris effrayée... Ecco, e ungilet glacé. Bravo! Quanto ai calzoni... tengo quelli che ho. Cosa ti pare, Massimo?

Massimo approvò.

Mazel finì di vestirsi; mandò via il cameriere; prese sul cassettone e ripose nel taschino la sua ripetizione guernitadi brillanti, con tutta la famiglia dei ninnoli ciondolanti; ritirò la tabacchiera, il mucchietto degli anelli e si buttò di sghembo sul canapè.

— Sempre contento — diss’egli, — contentissimo sempre, sai.

— Mi rallegro — rispose Massimo, senza sapere di che cosa intendesse parlare.

— Pettina a maraviglia. Non occorre ripetergli due volte le cose. Una perla di servitore, questo ex tuo Fiordelis... Adesso poi, se credi, possiamo cominciare a parlare.

Massimo, stupito di sentirsi così paziente, si pose di nuovo a sedere.

— Prima di tutto — diss’egli, — mi faccia il favore di spiegarmi perchè oggi mio padre e mia madre si trovavano insieme. Come, quando, perchè si sono riconciliati?

— Sono io che li ho rappattumati — rispose il cavaliere. — Il perchè te lo diranno loro. L’unione fa la forza, amico mio, e perciò... Insomma adesso tocca a te compir l’opera. Sei aspettato. Puoi presentarti quando che sia, e sarai ricevuto a braccia aperte... o quasi. Si è parlato molto di te in questi giorni. Si vuol far di te un... sentirai. I patti son questi: tuo padre e tua madre chiuderanno un occhio, e magari due, su quel certo capriccio...

— Che capriccio? — interruppe Massimo, con impeto.

— Benissimo, calmati. Dirò: fantasia. Ti va fantasia?

— No, signore!

Mazel aprì tanto d’occhi.

— Cospetto! Devo dire: amore, passione, delirio?

— Non dica niente, mi lasci stare! — esclamò il giovane, aspramente.

— Abbi pazienza, non pigliar fuoco! Credi proprio di aver una vera affezione per... per... per...

— Non credo niente. Tiriamo via.

Mazel si alzò, gli si avvicinò molto grave.

— Cosa pensi? Che ti voglia canzonare? In affari di cuore, non ammetto la celia. Nè la troppa severità, nè la celia. So anch’io che cos’è il cuore, quando batte sul serio. Ho il diritto, per la mia età, di parlarti un poco come un padre. Andiamo avanti, seguitiamo a discorrere.

Tornò al canapè, si prese la punta del naso fra il pollice e l’indice e pensò un momento.

Massimo aspettava muto, nero come un calabrone.

— Tu non devi dimenticare chi sei — ricominciò il cavaliere, — quello che conta la tua famiglia in Torino per antichità e per riputazione. Tu mi dirai che per noialtri nobili ormai è finita? Pare. Ma chi sa!... Il Re stesso ha creduto bene di toglierci i nostri ultimi, meschini privilegi col decreto di luglio. Sia fatta la sua volontà... Viviamo in un tempo bisbetico, ah, questo sì! Credi tu che nelle storie antiche si trovino fatti paragonabili a quelli a cui assistiamo? Tuo padre, che ha letto tutto, dice di no. Quel signor generale, alto quanto un soldo di cacio e magro come un lupo cerviero, che trova modo d’entrare in un paese come il nostro, alla testa d’un’orda d’uomini senza camicia, senza scarpe e senza calzoni, e lo attraversa, seminando da per tutto odio, spavento e maraviglia! Ti ricordi d’aver letto qualche cosa di simile quando facevi i tuoi studi?... Nel ’96 questo Bonaparte, non avendo di che premiare un capo di battaglione, gli regala un paio di stivali usati; nel ’97, ricevendo dal Re, nostro signore, un bel puledro sardo, con bardatura e pistole guernite con gli ultimi diamanti di Maria Clotilde, distribuisce agli ufficiali, che accompagnano il dono, tabacchiere, anelli e gingilli di gran valuta, e fa dare ai palafrenieri mance degne d’un Reale di Francia... Adesso poi non vuol forse andare a cozzar con le piramidi d’Egitto?...

— Scusi — brontolò Massimo, — ma come c’entro io in tutto questo?

Mazel, che aveva perduto affatto il filo del discorso, chinò il viso senza saper che rispondere; lo rialzò poi subito.

— Insomma — riprese egli con forza — tu credi alla eguaglianza, eh?

Il contino alzò le spalle.

— Tu credi — seguitò il cavaliere — che le differenze di nascita, di condizione, d’educazione siano tanti pregiudizi? Ebbene guardati intorno, non vedrai che ineguaglianza fra gli uomini, fra gli animali, fra le piante, fra tutto. Sempre il debole e il timido sottostanno al più forte. Metti alle prese una tigre e una pecora, o meglio fa un confronto tra un elefante e un moscherino, o piuttosto... In fine, se per costituire un’eguaglianza perfetta, occorre una stessa quantità di forza, di potenza, di ricchezza, d’ingegno, di studio, io non vedo due esseri eguali in tutto il creato. Mi vieni dietro, eh? Capisci quello che ti voglio dire?

Massimo fece un atto di assenso. Gli era nuovo quel fare cattedratico del buon cavaliere, e voleva vedere dove andasse a finire.

— Dunque — proseguì Mazel: — non posso concedere che quella stima, quella considerazione che va unita al grado ed ai titoli, sia tenuta per cosa vana, insussistente, spregevole. Questa è per me una dottrina perversa ed assurda, che non può servire ad altro che a buttar in aria tutte le nostre sante e gloriose istituzioni!

— Perdoni — disse Massimo. — Mi ha forse sentito parlare in quel senso?

— Non ti confondere. Queste sono idee mie, idee che ho sempre tenuto per me, e che forse forse avrei fatto bene a divulgare un pochino. Adesso vengo al punto. Dimmi un po’: avranno raccontato anche a te, quand’eri bambino, certe favole di pastorelle sposate da principi, da re, da imperatori? Non ti ricordi?

— No — rispose Massimo.

— Una volta, quando avevo tempo, mi divertivo anch’io a leggere novelle e romanzi, o teneri o tetri. Mi restò impressa nella memoria la storia di un marchese di Saluzzo o di Monferrato, che costretto dalle preghiere dei suoi uomini a prendere moglie, regalò loro per signora la vera e propria figliuola d’un villano. Un racconto piacevole, ma privo di senso comune... Privo di senso comune, non di verità, perchè purtroppo giovani disposti a oscurare il decoro d’una casa per amor di una donna, se ne sono visti in tutti i tempi. In Russia, a quanto ho inteso dire, le grandi principesse non nascono tutte nei palazzi e nei castelli... Senza andar tanto lontano, la prima moglie di Giulio Cesare Claris, tuo avolo, era una popolana, o press’a poco. È vero che in seconde nozze ha poi sposato una Granvolant di.. de... Basta, ammettiamo pure, poichè non si può impedire, che un gentiluomo faccia una corbelleria, voglio dire un matrimonio irregolare; ma per carità, non mettiamoci a gridar osanna per questo! Tu mi dirai: è il cuore, la passione... Cospetto! Lo so anch’io che, quando si è giovani, la voltata d’occhi d’una bella creatura vi porta per aria; ma è forse indispensabile d’incatenarsi in sempiterno? Vediamo un po’: se tutti gli uomini di nascita si mettessero a sposar contadine, è chiaro che tutte le fanciulle di nobile famiglia sarebbero ridotte ad appaiarsi coi tangheri. Ti pare?

— E così, concludendo?

— Concludendo, ti consiglio di procedere con considerazione e prudenza, d’andar avanti coi piedi di piombo, badare sopra tutto a non impacciarti fino al punto di... Insomma la vedovina, amico mio. Credi a me, ci vuol occhio a trattar con le vedove.

— Va bene — disse Massimo, che lottava di nuovo fieramente per serbarsi tranquillo. — Se mai... mi ricorderò i suoi precetti.

— E cosa vuoi ch’io dica in tuo nome a tua madre?

— Che mi vedrà presto.

— È poco, sai.

Massimo uscì dalla stanza senza rispondere più nulla.

Discesero le scale l’un dietro l’altro, in silenzio; giunti al basso si salutarono cerimoniosamente e si lasciarono.

Il cavaliere si avviò verso casa Claris, ma dopo alcuni passi, si fermò:

— Cosa vado a dire? — pensò. — Che ho perduto il ranno e il sapone, ecco tutto; poichè già il frutto della mia predica non può essere che questo. Cocciuto come un rospo, l’amico caro. Basterà lasciarsi vedere stasera o domani.

E cambiò direzione senz’altro.

Massimo pure si allontanava meditabondo. Cos’era adesso quest’altra faccenda? Che cosa aveva voluto dire Mazel con quel suo viluppo di ciance? Era proprio un destino ch’egli avesse da far sempre con gente verbosa! — E pensava con certa avversione anche all’avvocato Oliveri.

Avrebbe poi voluto sapere esattamente quali potevano essere le intenzioni dei suoi; e per questo bisognava abboccarsi con loro. Vedendo da lontano che Mazel, dopo essersi soffermato un momento, tirava avanti diritto senza piegar verso il palazzo, si sentì fortemente tentato d’andarvi. Si mosse passo passo, agitato, combattuto da due sentimenti opposti: la vergogna di tornare come un pentito a confessarsi in colpa e a chieder perdono; la speranza confusa di trovare un refrigerio al tormento interno. Ah sì! egli adorava la sua catena, sentiva che mai in eterno avrebbe avuto la forza di spezzarla; ma in quell’ora desolata quasi desiderava trovare chi l’avesse per lui, salvo a rammaricarsene dopo e a tutto tentare per riavvolgersela al cuore.

Sul portone e nell’atrio non c’era nessuno. In un baleno fu su, arrivò allo stanzino. L’uscio era socchiuso e cosìquello della camera di sua madre. Si fermò a questo, picchiò due colpi leggieri. S’udì rispondere:

— Avanti!

La contessa era lì, ritta vicino a uno stipo, con le braccia stese, pronta a stringersi al petto il figliuolo.

— Signora — mormorò Massimo, — signora madre...

— Vieni, vieni — rispose lei, guardandolo con occhi fissi e amorosi: — lo sai bene che ti ho perdonato! Vieni qui, dammi un bacio.

Dopo un breve sfogo di tenerezza, la contessa prese per mano suo figlio e se lo trasse a seder vicino sul sofà.

— Hai incontrato Mazel? — diss’ella. — Ti avrà detto tutto, m’immagino.

— Mi ha detto molto — rispose Massimo, con qualche imbarazzo, — ma...

— Bene, ci riparleremo. Però mi devi dir subito che vuoi esser con noi: con tuo padre, con me, con alcuni altri dei nostri amici più cari. Ti conosco, quando saprai... ti appassionerai anche tu. Quanti hanno mente sana e animo nobile e leale devono affiatarsi, unirsi, diventare formidabili... almeno per concordia. Farai tu pure il possibile per renderti utile al tuo paese, al tuo Re.

— Signora madre...

— In contraccambio, più nessuna ingerenza nè diretta nè indiretta nelle cose del tuo cuore.

Il giovane la guardava attonito e mesto.

— Ti avverto — riprese la contessa, — a discarico di coscienza, che ti si offre una fanciulla distintissima per padre e per madre; erede della maggior parte del bene paterno... È bella ed intelligente; sono persuasa che ti farebbe felice. Vuoi prendere tempo a rispondere?

Massimo si alzò stringendo i pugni, mordendosi le labbra per vincere la commozione che lo pigliava alla gola. E tutt’a un tratto diede in un pianto dirotto.

La contessa non parlò, nè si mosse; aspettò che la foga del pianto si fosse allenita.

— Ma colei ti ha proprio stregato!? — mormorò poi, facendosi vicina. — Spiegami, spiega a tua madre perchè soffri così. Non ti ama?... Ti amerà. Dà tempo al tempo.

E con un fare festoso, affatto insolito in lei, lo spinse davanti a uno specchio. Tornò subito seria:

— Adesso andiamo — soggiunse, prendendogli il braccio. — Tuo padre sarà contento, molto contento di vederti. Passeremo la sera in famiglia.


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