XXIII.
La contessa Polissena volle aver frequenti notizie di Liana, durante tutta la malattia, ma non trovò mai il tempo d’andarla a vedere. Il cavaliere Mazel se ne informava di tanto in tanto, con cera sbadata, guardandosi le unghie o baloccandosi con gli anelli. Massimo affannato, accorato, trepidante, nei primi giorni correva a Murello a levata di sole, e non tornava a Robelletta che a sera avanzata. A poco a poco, col diminuir del pericolo, si venne acquietando; e quando Liana fu entrata in convalescenza, ricominciò a dedicare tutto il suo tempo all’opera antirepubblicana.
La strada ch’egli batteva non era sparsa di fiori, bensì d’arbusti pungenti e di viluppi prunosi. Lasciando a parte le difficoltà materiali, quel dover oggi cercar di persuadere uno scettico o stimolare un neghittoso, domani ammonire un imprudente o frenare un avventato, e ascoltar ciance, sproloqui, millanterie, e discuter con calma disegni evidentemente ineseguibili, e prevenire insidie, destreggiarsi, aver occhio a questo, a quello, a tutti e a tutto, era cosa da stancar chiunque non avesse sentito come lui, dopo un lungo periodo d’inazione, un fermento di vigore, una sovrabbondanza di vita, una vera smania di attività tempestosa.
Egli trovava anche un certo compenso nell’amicizia, nella stima, nell’aiuto del conte Di Rivas, uomo maturo d’anni e di senno, e che si poteva dire di ferro schietto anima e corpo.
Adoperandosi continuamente, alacremente, in quei pochi mesi essi erano riusciti a procurarsi la cooperazione di parecchie altre persone fervidamente fedeli alla monarchia, e queste pure attendevano a far partigiani. Si veniva così formando una lega d’una certa estensione, ma senza affiliazioni, senza giuramenti, senza segni o parole per riconoscimento, senza nulla di ciò che qualifica le società segrete. Bastava una semplice adesione e la promessa verbale di rispondere prontamente ad ogni chiamata.
Oltre a questo si erano contratte pratiche e avviate corrispondenze coi più caldi realisti di altre parti del Piemonte. A Saluzzo, a Pinerolo, a Ivrea questi dovevano contrastar fieramente coi rivoluzionari preponderanti, ma in molti altri luoghi il popolo si conservava tuttora devoto al Re, ai preti ed ai nobili e avverso a tutte le novità.
Da Alessandria, per esempio, l’abate Arbaudi mandava notizie entusiastiche. I contadini non aspettavano che il momento d’insorgere. Gli bastava l’animo di capitanarli egli stesso, sicuro com’era di essere validamente secondato in tutto ciò che concerneva la condotta e le operazioni della guerra, da amici ch’egli metteva alla pari con Delbée, con Bonchamp, con Charette, con La Rochejaquelein e con tutti gli altri famosi capi vandeesi.
I principali cospiratori si radunavano di tempo in tempo a Robelletta e vi tenevano consiglio. Don Macari, a cui era affidata la propaganda tra i preti e i frati delle terre vicine, veniva spesso a conferire con la contessa. Talvolta poi vi arrivavano uomini stanchi, infangati, diversi dai contadini della pianura d’abiti come d’aspetto. Erano tosto introdotti alla presenza dei signori, consegnavano lelettere di cui erano latori, e divorata in cucina, sotto la cappa del camino, una buona scodella di minestra, andavano a riposar sul fienile.
Il conte Annibale rendeva spesso consapevole sua moglie di quanto succedeva a Torino. Là i patrioti amnistiati levavano il capo più che mai, andavano attorno baldi e sicuri, spargendo ovunque le loro dottrine, e tanto liberamente e tanto efficacemente, da guadagnar anche l’animo di personaggi potenti e di gran conto. Il concorso dei francesi, la loro influenza aumentavano di giorno in giorno. Essi continuavano a non rispettar gli accordi, a seminar zizzania, obbligando il Governo a vigilar senza posa acciocchè i cittadini offesi ed esasperati non pigliassero qualche estremo partito.
L’ambasciatore della Repubblica francese, il ministro della Cisalpina, i generali stanziati in Piemonte, i loro ufficiali, tutti si mostravano d’un’inesauribile fecondità nell’inventare sempre nuove accuse e nuove liti da muovere al Re ed ai ministri. E poichè nelle città, nei borghi, nelle campagne di tanto in tanto accadevano risse e baruffe tra i francesi, che davano noia alle donne e la facevano da prepotenti, e i popolani e i contadini indignati, coloro moltiplicando ed esagerando questi fatti a dismisura, prorompevano nei più alti vituperi e tiravano in campo l’insulsa, la rancida novella del tramato sterminio di tutti i repubblicani.
Era divenuto ormai impossibile raccapezzarsi tra le recriminazioni puerili, le esigenze imperiose, le meditate bugie, le perversità palesi o nascoste, quando il Direttorio inopinatamente sostituì Ménard a Collin, richiamò Ginguené e nominò l’ex-conte Eymar al suo posto, poi mandò Joubert a comandare l’esercito d’Italia in luogo di Brune.
A questi mutamenti seguì un periodo d’insperata quiete.
Il Re ricevette le più ampie assicurazioni d’amicizia. Sivide nel disbrigo degli affari un certo studio per scansare gli urti, i malintesi, i contrasti; parve si comprendesse che c’era pericolo a ferire più profondamente i sentimenti dei nobili e dei militari.
Sulla fine d’ottobre il conte Annibale consigliò alla contessa la pronta sospensione d’ogni movimento ostile ai francesi per non fornire, con qualche avventatezza, un pretesto a nuove questioni. In novembre egli tornò più volte sull’argomento, raccomandando sempre la prudenza, la moderazione, l’astensione da ogni eccesso non solo negli atti, ma nelle parole; sugli ultimi di quel mese scrisse anche a suo figlio. Russia e Inghilterra s’erano di nuovo collegate contro Francia, aderivano le Corti di Vienna e di Napoli. Le cose potevano mutar da un momento all’altro, ma appunto per questo bisognava armarsi di pazienza e aspettare. Vincevano i francesi? Nulla essendosi fatto per inasprirli, tutto rimaneva invariato. Vincevano gli alleati? Essi dovevano pur sapere che il Re, non essendo più padrone in casa sua, non poteva prender l’armi in lor favore.
Predicava a un convertito. Massimo, anche se avesse voluto, non avrebbe potuto disubbidire. A poco a poco, invece di badare alla qualità degli aderenti, non si era più cercato che la quantità, e appunto in quei giorni erano nati attriti, malumori, scissure e si venivano formando due diverse correnti. I giovani, i bollenti volevano fare al più presto un tentativo un po’ ardito, non fosse altro che per esperimentar le loro forze: proponevano si ragguagliasse di quanto si era fatto il duca di Aosta, nemico irreconciliabile del nome francese, e gli si offrisse senza più l’alta direzione dell’impresa. V’erano quelli che trovavano invece tutto fuor di tempo e inclinavano a lasciar maturare le cose.
La domenica 2 dicembre la contessa ricevette una lettera del marchese Violant che diceva così:
«Torino, 30 novembre 1798.«Sorella carissima,«Sono stato alla finestra senza cappello, ho presa una solenne infreddatura con tosse, fiocaggine ed anche un poco di febbre. Garonis vuole ch’io mi metta a letto subito. Ho tante cose da dirti e non posso che mandarti alcune notizie asciutte asciutte. Devi sapere: 1º che il Re di Napoli ha cominciato le ostilità; 2º che al comando della ex nostra Cittadella non c’è più Ménard ma Grouchy; 3º che ieri, 29, l’ambasciatore Eymar, accompagnato da un aiutante generale, si presentò a Priocca e chiese al Governo, in nome della Repubblica, otto mila uomini a piedi, mille a cavallo, una cinquantina di cannoni, l’approvvigionamento di tutte le fortezze per quattro mesi e la consegna dell’Arsenale. Il contingente militare, il vettovagliamento delle fortezze, non c’è che dire, sono cose pattuite, ma la consegna dell’Arsenale è contraria al trattato... Come vedi torniamo alle solite. Scusa se non scrivo di più. Subito che starò bene sarò lungo quanto potrò.«Addio. Saluta Mazel e abbraccia il contino.«Traiano».
«Torino, 30 novembre 1798.
«Sorella carissima,
«Sono stato alla finestra senza cappello, ho presa una solenne infreddatura con tosse, fiocaggine ed anche un poco di febbre. Garonis vuole ch’io mi metta a letto subito. Ho tante cose da dirti e non posso che mandarti alcune notizie asciutte asciutte. Devi sapere: 1º che il Re di Napoli ha cominciato le ostilità; 2º che al comando della ex nostra Cittadella non c’è più Ménard ma Grouchy; 3º che ieri, 29, l’ambasciatore Eymar, accompagnato da un aiutante generale, si presentò a Priocca e chiese al Governo, in nome della Repubblica, otto mila uomini a piedi, mille a cavallo, una cinquantina di cannoni, l’approvvigionamento di tutte le fortezze per quattro mesi e la consegna dell’Arsenale. Il contingente militare, il vettovagliamento delle fortezze, non c’è che dire, sono cose pattuite, ma la consegna dell’Arsenale è contraria al trattato... Come vedi torniamo alle solite. Scusa se non scrivo di più. Subito che starò bene sarò lungo quanto potrò.
«Addio. Saluta Mazel e abbraccia il contino.
«Traiano».
La settimana intera passò senza che si sapesse più altro. La posta del mercoledì non portò che una gazzetta; quella del sabato mancò affatto. Il lunedì, 10 dicembre, Massimo doveva trovarsi a convegno con Di Rivas e due o tre altri amici sulla sponda della Varaita, presso la chiatta di Ruffia. Egli vi andò, ma aspettò inutilmente tutto il giorno.
Però una nuova che passava di paese in paese, di bocca in bocca arrivò anche a Robelletta. Un contadino, di ritorno da Racconigi, riferì d’aver udito dire che il Re non era più a Torino e che i francesi avevano messo al suo posto il principe di Carignano. Fiordelis, che, finito il suo servizio, andava nella stalla a far il cascamorto con unacerta contadinotta, raccolse la voce e la ripetè al padrone la mattina di poi.
Mazel, non uso a dar importanza alle chiacchiere del volgo, lì per lì stimò inutile di parlarne alla contessa. Ma più tardi, poco avanti buio, trovandosi con lei e con Massimo nel salotto, davanti al caminetto ove ardeva un buon fuoco, raccontò in tono molto leggiero quanto aveva inteso dal suo cameriere.
— E mi dite questo ridendo! — esclamò la contessa turbata.
— Ma se è una voce! — rispose Mazel — niente più che una voce. Se ve lo dicessi in altro modo mostrerei di credere una cosa impossibile, una cosa che non sarà mai.
— Domattina andrò a Racconigi — disse Massimo risoluto. — E se occorre anche a Torino... — S’interruppe, porse l’orecchio e soggiunse: — Una carrozza!
Infatti in quel subito i cani abbaiarono, s’udì cigolare il cancellone, strider la ghiaia sotto ruote pesanti.
La contessa e il cavaliere si alzarono in piedi, guardandosi muti ed ansiosi. Massimo balzò nella stanza d’ingresso, corse all’uscio, si trovò faccia a faccia con lo zio Violant; il quale, gettato il ferraiuolo a un servitore, consegnato il cappello a un altro, abbracciò il nipote; passò avanti, abbracciò la sorella, abbracciò il cavaliere, e andò a porsi con la schiena al fuoco senza proferir parola.
La contessa lo seguì, gli si piantò di fronte tremante e palpitante.
— Presto! — diss’ella — parlami del Re.
Il povero marchese, che aveva le carni paonazze e batteva i denti, alzò gli occhi al cielo, agitò le mani come per raccomandar calma e pazienza, poi si mise a tossire, a tossire, a tossire.
La contessa tutt’a un tratto fu come presa dalla paura d’udir la risposta; andò a rifugiarsi in un angolo scuro, silasciò cadere sopra una poltrona, nascose il viso tra le mani.
Per un poco si udì soltanto il rumore che faceva Massimo movendosi smaniosamente per la stanza; poi Violant si rivolse a Mazel, che gli era rimasto vicino.
— Ma voi — domandò con voce roca, — cosa sapete voialtri?
— Noi? Noi non sappiamo niente.
— Peggio che peggio... Speravo di trovarvi già un poco informati... Basta, cari miei, vi dirò quello che ho sentito e visto. Dimenticherò certo moltissime cose, ma come si fa?... Altre poi non le posso sapere, perchè non le saprà mai altri che Dio. Ultimamente non si capiva più niente, non si vedeva più dove si andava. È ciò che ci ha perduti, perchè Joubert il suo disegno l’aveva e ben chiaro in mente; e Eymar e Grouchy e tutti gli altri avevano pure le loro brave istruzioni limpide e precise. Sentirete. Povero Re, povero Carlo Emanuele IV, come aveva ragione di dire, quando venne al trono, che si metteva in testa una corona di spine! La settimana scorsa è stata la sua settimana di passione. Dunque, tanto per cominciare, dal 30 novembre a tutto il 5 dicembre non ho visto niente: ero in letto con febbre, tosse secca, mille altri incomodi. Seppi solamente che in Cittadella si tenevano i fuochi accesi durante tutta la notte, che le sentinelle della cinta esterna erano triplicate, raddoppiati i cannoni che guardano verso la città, i ponti alzati come se il nemico circondasse la piazza. E siccome non si capiva il perchè di tutti questi provvedimenti, i cittadini si mostravano anche alquanto agitati. La mattina del 6 Giacinto uscì verso le dieci, ma tornò subito a casa molto impressionato. In città correva voce che Eymar e Cicognara si fossero ritirati in Cittadella durante la notte, accompagnati da un branco di patrioti. Infatti non si vedevano più gli stemmi sulle loro case... Mi alzai subito, m’imbacuccai bene e mi feci portare in bussola al palazzo reale.
Quello che aveva inteso dir Giacinto era vero; tutto annunziava vicino il cominciare delle ostilità, nessuno ne sapeva la ragione e, a sentir ciò che fu risposto a Castelborgo mandato a chiedere schiarimenti, si sarebbe detto che la ignoravano anche Grouchy e i suoi amici.
A Corte si teneva consiglio, quantunque il Re si sentisse peggio del solito. Erano presenti i principi, il presidente del Senato, i ministri Priocca e San Marzano, che, come saprete, ha preso il posto di Cravanzana alla guerra. Mi fermai più d’un’ora nella sala che è dopo l’anticamera di parata, seduto sur uno sgabello nel vano del finestrone, poi, sentendo suonar mezzogiorno, pensai di tornarmene a casa... Stavo per uscir dal portone, quando vidi arrivare la principessa di Carignano tutta frettolosa. Figuratevi ch’era a piedi, scarmigliata, scompigliata...
— Euh! — fece Mazel scandalizzato — l’etichetta, cospetto! E l’etichetta?
— Veniva, secondo quello che poi mi fu detto, a portare una lettera ch’essa aveva ricevuta; una lettera anonima nella quale le si prometteva molte e grandi cose quando fosse riuscita a indurre il Re a rinunziare alla corona. Uno dei tanti pasticci della cucina repubblicana... Heheh! Cosa volete? ultimamente il palazzo Carignano era divenuto il centro dell’infezione giacobina, come diceva spiritosamente Garonis. Il principe s’è portato valorosamente quand’era maggior generale sotto Strasoldo, ma poi... Quanto alla principessa è una certa testolina che non metterà giudizio mai. Basta, passiamo oltre. Più tardi si seppe che in consiglio era prevalsa la risoluzione di tener fermo: infatti si fecero venire a Torino le guardie che erano alla Veneria, i dragoni della Regina passarono da Stupinigi al Valentino, e si postarono i cacciatori al Parco. Naturalmente tutto questo fece crescere il fermento, si cominciò a creder possibile un conflitto fra la città e la fortezza, tanto più che Grouchy,pur chiamando precauzioni le misure formidabili che aveva preso, giurava di metter tutto a ferro e fuoco, di non lasciar pietra su pietra ove si fosse attentato alla libertà d’un solo dei suoi benamati patrioti. Il governatore pubblicò un manifesto: raccomandava la tranquillità e la calma, assicurava che non c’era niente a temere dai nostri fedeli alleati. S’era appena finito di attaccarlo alle cantonate, quando si divulgò la notizia che Chivasso era stato preso da trecento soldati francesi, usciti la mattina dalla Cittadella, senza che si potesse saper dove andavano. Il giorno dopo, ecco una pioggia di novelle consimili: i comandanti delle fortezze già occupate dai repubblicani, s’erano impadroniti improvvisamente anche delle città, arrestando i governatori e disarmando le guarnigioni. Così Rey ora aveva in mano Susa, Casabianca Cuneo, Montrichard Alessandria. Costui, dopo aver occupato anche Asti, s’avanzava a marcia forzata per accamparsi a Superga. Due altre colonne, passato il Ticino sotto gli ordini di Dessolles e di Victor, erano già entrate chi diceva in Novara e chi in Vercelli. Nel consiglio reale Priocca fece tre proposte che furono subito accettate: 1ª pubblicazione d’un buon proclama; 2ª una lettera al generale in capo; 3ª preghiera al ministro di Prussia d’interporre i suoi buoni uffici. Poi si tornò a parlare dei mezzi di difendersi; ma il Re si dichiarò subito contrario a ogni spargimento di sangue, si alzò, uscì e fu colto immediatamente dal suo solito mal nervoso. Quando tornò in sè volle aver nella stanza il SS. Sudario, e pregò tutto il giorno... Verso sera uscì la protesta di Priocca. Vi si diceva... Vi si dicevano tante cose giuste, vere, sacrosante, con dignità e con energia, perchè Priocca è un grandissimo uomo dabbene, di quei tali che si accoppano, ma non si vincono, e bastano talvolta essi soli a ritardare la rovina d’uno Stato...
Violant s’interruppe, chinò il capo per raccogliere i pensieri, per rimettersi in filo.
— Tralascio molte cose — ripigliò subito — per non allungarla troppo, ve le dirò poi man mano che me ne ricorderò. Così siamo arrivati a sabato 8, la giornata fatale, in cui Grouchy doveva sgrillettare tutte in una volta le armi che aveva in mano. Quali fossero non si saprà forse mai esattamente nemmeno da quelli che scriveranno la storia. Vorrei ingannarmi, ma credo che il generale fosse riuscito a farsi amici e devoti, con l’arte e con larghe promesse, personaggi aventi uffici importanti, e a incaricarli di convincere il Re che non v’era più resistenza possibile. Il teologo Tempia fu tra i tentati, e so che rispose sdegnosamente. In tutta questa faccenda si vede poi chiaro il proposito di far comparir volontario il partito preso dal Re, mentre era più che forzato. E infatti se si pensa che non c’era stata dichiarazione di guerra... Basta, tiriamo via.
Sabato mattina venne in scena l’avvocato Bertoliati. Io non l’avevo mai sentito nominare, e voi? Anche non vi saprei dire perchè sia stato scelto costui, repubblicano sfegatato, creatura di Cicognara, a far da mediatore tra la Corte e Grouchy. San Germano lo fece chiamare e lo pregò di recarsi in Cittadella per saper una buona volta cosa diavolo si chiedesse; ma l’avvocato volle avere il mandato direttamente dal Re. Lo ebbe, andò, tornò di lì a poco molto spaurito dell’accoglienza troppo soldatesca che aveva ricevuta. Gli si accordò mezz’oretta per riprender animo, poi gli si rinnovò l’invito di presentarsi a Grouchy a fine di ottener proposte esplicite e scritte. Grouchy lo guardò in cagnesco, disse brutalmente che non aveva facoltà di dar consigli di sorta: Sua Maestà si trovava negli imbrogli? Si levasse da sè. E mostrò la porta, esortando l’inviato a non venirgli più tra i piedi. Queste brevi risposte furono soggetto di lunghe discussioni, ma oramai diveniva evidente che non c’era più da scegliere che tra due partiti: la resistenza a oltranza o l’abdicazione. Il duca d’Aosta, da quel francosignore ch’egli è, si mostrava così risoluto a non lasciarsi sopraffare, che il Re, accennando la Regina, gli disse queste testuali parole: — Volete proprio mandar al patibolo me e questa santa donna? — Poichè il generale non voleva saperne di scrivere, si sperò volesse almeno piegarsi a leggere, e il buon avvocato ripartì munito d’un foglio. Stavolta il francese saltò in bestia, annunziò prossimo l’arrivo delle colonne ch’erano in marcia, mostrò un proclama arrogante, insultante e minaccioso di Joubert, dichiarò chele moment de la vengeance était venu, che alla famiglia reale non rimaneva più alcun mezzo di fuga, che la città era circondata da tutte le parti, che infine bisognava finirla. In un quarto ed ultimo viaggio Bertoliati non ebbe più che l’incarico di domandar l’invio d’un ufficiale per trattare. L’aiutante generale Clausel cominciò ad andare e venire dalla Cittadella al palazzo e dal palazzo alla Cittadella alle sette di sera, e terminò alle due dopo mezzanotte. Domandò, o per dir meglio impose, prima di tutto che le truppe, state introdotte in città, sgombrassero subito e che la guarnigione fosse ridotta al minimum come in tempo di pace completa. Il Re firmò l’ordine e lo mandò ai vari corpi. Poi si esaminarono e si discussero tutti gli articoli... E sono questi, cari miei: Sua Maestà rinunzia a ogni potere. Ordina ai sudditi di obbedire al Governo provvisorio, e all’esercito piemontese di considerarsi come parte integrale dell’esercito francese. Ordina al cavalier Damiano di Priocca di consegnarsi come ostaggio e sconfessa la protesta da lui pubblicata. Ordina al governatore della città di Torino di ricevere e far eseguire i comandi e le disposizioni del generale francese concernenti il mantenimento della tranquillità pubblica... Il culto cattolico rimane tal e quale. Rispettate le persone, rispettata la proprietà. I piemontesi che volessero espatriare, come quelli che volessero rimpatriare, possono farlo liberamente e agevolmente. Nessuno sarà più ricercatoper scritti, detti o fatti politici anteriori all’atto. Piena facoltà al Re di passare con la famiglia in Sardegna. Piena facoltà al principe di Carignano di starsene tranquillamente a Torino... San Germano e Clausel sottoscrissero, il Re ratificò. Un articolo chiedeva la consegna del duca d’Aosta, fu il solo rigettato; ed egli acconsentì poi a scrivere a piè del trattato: —Je garantis que je ne porterai aucun empêchement au présent acte.— L’aiutante generale si fece regalare l’Idropicadi Gérard Dow, uno dei capilavori della scuola fiamminga, che aveva già fatto gola a Bonaparte...
Massimo, che si era buttato sopra una sedia, si rizzò, si asciugò le lacrime che gli scendevano sulle gote, sul petto.
— Ecco! — esclamò — avevo ragione io quando dicevo e sostenevo che bisognava mettere il duca d’Aosta alla testa del nostro partito, e provar se ci riusciva...
— Sua Maestà non voleva che si spargesse sangue — disse Mazel. — Non hai sentito? Si ricordava d’esser cristiano...
— Ma si scordava d’esser Re!
Violant sospirò. La contessa mostrò appena con un moto del volto di disapprovare le parole di suo figlio, poi riabbassò le ciglia e tacque. Ma il cavaliere s’impermalì.
— Cospetto, in che chiave la prendi! Parli senza riflettere, tu. Non nego che si potesse cadere con un po’ più di... Ma bisogna anche ammettere ch’era difficile, nelle circostanze in cui si trovava Carlo Emanuele IV, non aver presente Luigi XVI. E la Regina! Ti par ch’ella potesse non pensare al martirio dei suoi, la Regina? Cospetto, cospetto!
— Io penso ai soldati, io! — gridò Massimo. — Penso ai valorosi a cui s’impone di giurar obbedienza ai francesi, dopo quello che si è fatto sulle Alpi e sugli Apennini per la casa di Savoia, per la bandiera, per il paese!... Ah lei non nega che si potesse cadere con maggior dignità? Per Dio! Dopo tanti secoli, dopo tanta gloria...
— Basta — disse la contessa, severa.
Il giovane morse furiosamente il fazzoletto che aveva in mano, lo squarciò, lo gettò sul fuoco e ammutì.
Un servitore aperse l’uscio pian piano e annunziò la cena.
La contessa non diede segno d’aver inteso.
— E poi? — domandò Mazel a Violant, dopo qualche momento di silenzio.
Il marchese, che contemplava la fiamma, alzò il capo.
— Dov’eravamo rimasti? — diss’egli. — Basta, non importa. Io, che avevo passata la notte al palazzo reale con parecchi altri signori, ne uscii sulla prim’alba. Cominciava già la baraonda, lo scatenamento degli interessi. Tutto andava all’aria, bisognava profittarne. Chi ha tempo non aspetti tempo. Ognuno pigliava e metteva in salvo le robe sue, le più o meno sue... quadri di valore, carte segrete, suppellettili preziose... Gli ebrei devono aver fatti affaroni in questi giorni. Giunto a casa, mi gittai vestito sul letto. Naturalmente non mi riuscì di chiudere gli occhi. A giorno chiaro mandai fuori tre o quattro servitori a vedere che cosa succedeva. Era domenica, la città aveva l’aspetto ordinario. Più tardi uscii con Giacinto. Le cose erano cambiate. Si sapeva che nella notte era arrivato il generalissimo Joubert con nuove truppe e che il Re si preparava a partire. Vivessi cent’anni, non dimenticherò mai le facce, i discorsi. V’erano di quelli che non sarebbero rimasti più sbalorditi se avessero veduto il campanile di San Giovanni levarsi a volo. Di questo sbalordimento generale, Grouchy si valse con molta accortezza. Egli uscì tranquillamente dalla Cittadella verso le dieci, alla testa d’una colonna di granatieri e dichasseurs à cheval, si recò all’Arsenale e comandò ai soldati piemontesi di sgombrare immediatamente e di rientrare nei quartieri... Fu obbedito. Dopo, con un’altra colonna, andò adoccupare porta Susina; quindi, accompagnato da un capitano, scortato da pochichasseurs, e seguìto da una folla di monelli e di curiosi, per Dora grossa, piazza Castello e contrada di Po, arrivò alla porta ov’erano i volontari torinesi. Egli annunziò con enfasi che, fidando nella loro lealtà, nel loro affetto per gli amici francesi, lasciava continuassero a tenere quel posto, di più li incaricava formalmente di mantener la quiete all’interno. Come resistere a un oratore di così gran persuasiva? I militi gridarono: — Viva la Libertà! — e si dichiararono felici. Del resto il Re mandava già attorno i suoi ufficiali a ordinare ai soldati di metter su la coccarda tricolore. Tutto il giorno si videro in giro pattuglie, e veicoli pieni di gente che partiva. I repubblicani vecchi e nuovi brulicavano, sguazzavano in quel disordine come i vermi nell’acqua corrotta. Priocca fece testamento, si confessò, si comunicò, poi andò placidamente a piedi, a costituirsi prigioniero in Cittadella. La gente che lo vedeva passare credeva ch’egli se ne andasse a spasso. La famiglia reale partì la sera, verso le dieci. Carlo Emanuele era tranquillo, ma aveva avuto male fino a poco prima. Giù per lo scalone, al lume vacillante dei candelabri, pareva un morto disotterrato; Maria Clotilde una santa avviata al martirio. Uno dei principi piangeva. Uscirono dalla porta che dà nel giardino. Era buio fitto, il vento spingeva di traverso un’acquerugiola ghiacciata. Non vedrò niente di più funereo, di più lugubre in mia vita: la lunga fila delle carrozze nere, le torce a vento dei dragoni di scorta, ottanta francesi e ottanta piemontesi... Mi sentivo schiantar l’anima. Eh, diavolo! Dopo mille anni di dominio, come diceva Massimo poco fa, dopo una così maravigliosa seguenza di antenati!... Il convoglio s’era appena incamminato adagio adagio adagio, che già i rimasti cacciavano fuori le famose coccarde. Tutti i legami che tenevano uniti al Re i suoi famigliari, s’erano già spezzati. Continuò ilsi salvi chi puòcominciato al mattino.Puah! I reali hanno lasciato indietro tutto, assolutamente tutto: le gioie della Corona, le argenterie, settecento e più mila lire in doppie d’oro ch’erano nelle casse. Adesso comincieranno le dilapidazioni private e governative; figuratevi che bazza! Lacurée, insomma. Io ho dovuto snocciolare parecchie migliaia di lire, la mia parte d’una taglia di due milioni posta sui ricchi... Son venuto in campagna per respirare un poco; laggiù mi pareva di sentire nell’aria un puzzo insopportabile, un’esalazione pestilenziale, un fetore d’avello. Volevo condurre con me anche Giacinto, ma...
— E Annibale? — domandò la contessa, accostandosi a suo fratello.
Il marchese si battè la fronte.
— Toh! — diss’egli — guardate che testa! Annibale è stato sempre con me in tutti questi giorni, poi stamattina è partito per la Toscana. Non sapeva ancora se avrebbe accompagnato o seguito Sua Maestà in Sardegna. Si governerà secondo le circostanze.
Si trasse di tasca due lettere, ne porse una alla sorella, l’altra al nipote, soggiungendo:
— Queste son per voi.
La contessa prese la sua e uscì dalla stanza. Massimo sedette al tavolino, su cui era la lucerna, spiegò il foglio, lo spianò e cominciò a leggere.
Violant e Mazel erano sempre davanti al caminetto.
— Già — fece il cavaliere, dopo un poco, — credo che la contessa non si lascierà rivedere.
— Capacissima — rispose il marchese.
— Mi par che ci abbiano chiamati a tavola, no?
— Sì, mezz’ora fa.
— Avrete bisogno di ristorarvi, eh?
— Peuh! Una tazza di brodo la prenderei volentieri.
— E anche qualcos’altro?
— E anche, e anche.
— E tu, Massimo, non vuoi cenare?
Massimo alzò il viso, guardò trasognato, poi voltò silenziosamente la pagina.
— Bene — mormorò Mazel: — quando non si ha fame, meglio non mangiare.
E passò col marchese nella sala da mensa.