XXVI.
I furori repubblicani potevano oramai dirsi interamente sbolliti; il malcontento cresceva a dismisura. Gli abbienti erano sdegnatissimi contro il Governo, il quale, con provvedimenti finanziari aspri ed inconsulti, li aveva fatti scapitare per modo che molti fra loro erano veramente caduti in miseria. I non abbienti, che per le suggestioni dei patrioti s’erano assuefatti ad attribuire all’antico reggimento i mali passati, si mostravano coerenti attribuendo al nuovo i mali presenti, e cominciavano a fremere vedendo, dopo tante magnifiche promesse, la moneta effettiva sempre più ridotta, il credito dei biglietti divenuto illusorio, i guadagni diminuiti, il commercio incagliato, i filatoi chiusi e il pane e la carne rincarare tutti i giorni.
Intanto nelle campagne l’epizoozia si estendeva, i prodotti del suolo non bastavano al pagamento delle imposte; e i francesi requisivano cavalli, muli, strami, foraggi, vuotavano i pollai e le cantine, si facevano consegnar le armi, lasciando i contadini senza difesa contro le audaci e numerose bande di ladroni che andavano attorno.
I soldati piemontesi non potevano piegarsi a considerar come amici quelli con cui eran venuti tante volte al paragone dell’armi, contro i quali avevano nutrita tanta animositàper l’addietro, e che ora li trattavano non come camerati, ma come vinti. Di qui indisciplina, diserzioni, ammutinamenti.
L’erario, già scarso negli ultimi tempi della monarchia, s’era venuto esaurendo in seguito alle continue estorsioni dei generali e dei commissari francesi. I governanti, che dovevano pur pensare ai bisogni urgentissimi dello Stato, s’erano ben presto avveduti esser cosa impossibile sottoporre a nuovi aggravi un popolo già oppresso da tanti pesi, percosso da tante terribili sciagure. Dichiarati appartenenti alla Nazione gli arredi delle chiese, santuari, confraternite, conventi, sinagoghe; proclamati benemeriti della patria tutti quelli che offrissero doni; ricorso, per far denaro, a non so quanti espedienti vessatorj, tirannici, gretti, puerili, fra cui quello di recidere dai pubblici trattati, contenuti negli archivi, i sigilli di metallo prezioso e perfino i cordoncini che apparissero contesti d’oro o d’argento: alla fine, sentendosi soli, esautorati, assolutamente impotenti di fronte ai mali che incalzavano, vedendosi giunti a tale da non saper neppur più di che natura fosse l’esistenza politica del paese di cui reggevano le sorti, avevano deciso di chiedere l’unione colla Repubblica francese, e possibilmente d’indurre il popolo a domandarla.
Le voci per l’annessione non oltrepassarono le centoventicinquemila, e tosto per Cuneo, per Fossano, per parecchie altre città si levò un gran bolli bolli; a Torino comparvero novissime coccarde e bandiere, alle cantonate si videro affissi incitanti il popolo a levarsi contro i francesi, si dovettero sciogliere assembramenti con la forza, arrestare i cittadini più notoriamente avversi all’unione. Nei villaggi si vociferò che tra poco la carta monetata sarebbe stata abolita senza alcun compenso, il culto cattolico rigorosamente vietato, i parroci cacciati dalle loro chiese, i giovani tutti mandati a militare oltre i monti. In alcuni comunisi diede nelle campane all’annunzio che schiere immaginarie si avvicinavano per procedere alla leva forzata. Frotte di contadini, armati di bastoni, entrarono sul far della notte in Torino dalla porta di Po e da porta Palazzo, e si aggirarono vociando per le strade, senza trovare nè appoggio nè contrasto. Si videro apparire segni precursori di movimenti insurrezionali in luoghi molto distanti fra loro: nei paesi intorno a Savigliano, nel cuore della valle d’Aosta. Ben presto seguirono casi gravissimi.
Avendo gli uomini di Rivalta cacciato in mal modo il commissario, quei di Strevi credettero bene di seguirne l’esempio, maltrattando i municipali e abbattendo l’albero della Libertà. Monsignor vescovo della Torre andò per chetarli, e vi riusciva, quando arrivò sul luogo il capitano Blayat, comandante la piazza d’Acqui, con un distaccamento della 29ª mezza brigata d’infanteria leggiera. Non si badò più al buon prelato che continuava a predicar pace; si venne alle mani; ichasseursebbero la peggio: sette di essi rimasero feriti, ferito un ufficiale, morto il capitano.
Gli strevini, imbaldanziti fuor di modo dalla vittoria, s’avviarono tumultuariamente verso Acqui, vi giunsero ingrossati, e non trovando resistenza, nominarono una Municipalità, un intendente, alcuni comandanti, poi cominciarono a dar la caccia ai giacobini e il sacco alle botteghe degli ebrei.
Frattanto il medico Porta ed il procuratore Laneri, che facevano in certo modo da capi, continuavano a raccoglier gente, mandavano circolari ai comuni vicini per invitarli a unirsi e ad aiutare gagliardamente quel moto. Tutto all’intorno s’udiva uno scampanìo furibondo ed incessante; i terrazzani si armavano ed accorrevano a furia, quasi sicuri di farsi in breve tempo padroni dell’intero Piemonte. La rabbia e il disordine erano tali, che don Bruno, arcipretedi Montechiaro, venne freddato mentre s’ingegnava di far intender ragione ai suoi parrocchiani.
Quando parve tempo a chi era alla testa, la rustica falange si mosse per far sua Alessandria. Si gridava: — Viva Strevi! Viva Acqui! Viva la nostra faccia! Viva noi! — Alcuni gridavano: — Viva il Re! — E quei pochi che sapevano come gli austriaci ingrossassero sull’Adige, gridavano pure: — Viva l’Imperatore! — Procedevano bestialmente fidenti, urlando, sbravazzando, accogliendo con schiamazzi festosi quelli che si univano a loro e svillaneggiando e malmenando i renitenti.
Sostarono per tentar Nizza della Paglia; che, cinta d’un vecchio muro, resistè bravamente; inviarono da Cantalupo un messo al comandante di Alessandria per intimargli la resa; infine dilagarono davanti alla città in numero di otto o novemila. Erano le sette mattutine del giorno 2 di marzo.
Mentre ronzavano come mosconi, aspettando che almeno una parte dei cittadini si movesse in loro favore, questi si apparecchiavano alla difesa; e il comandante francese Mail ordinava si sparasse a mitraglia. Dopo una prima scarica, il marchese Colli di Felizzano, il quale viveva privatamente in città, consigliò di mandar fuori una semplice compagnia della prima mezza brigata piemontese, un battaglione della quale stava nella fortezza, persuaso che quei soldati, non invisi agl’insorti, sarebbero riusciti a disperderli senza grave spargimento di sangue. E così avvenne: i piemontesi uscirono, agguantarono Porta, che s’era fatto avanti chiedendo di parlamentare; poi, sfoderate le sciabole, presero a piattonare senza misericordia. Gli urli, le strida andarono alle stelle; la ciurmaglia tentennò, si sgominò, si ruppe in torme fuggenti pei campi e pei prati.
Intanto Grouchy, sollecitamente informato, aveva mandato ordine all’aiutante generale Seras, comandante dellaDivisione di Mezzogiorno, di portarsi con un buon nerbo di gente in Alba e spingersi, ove occorresse, nella valle della Bormida, verso Bubbio e Monastero; all’aiutante generale Molard, comandante della Divisione del Nord, di guernire fortemente Crescentino, Casale e altri luoghi, per impedire che l’insurrezione si estendesse in quelle parti; aveva spedita da Torino una schiera in Asti, affinchè sotto gli ordini del comandante Flavigny marciasse su Alessandria; poi s’era mosso egli stesso con un reggimento di cavalleria e due battaglioni di fanteria. Non trovò più che branchi di fuggiaschi vaganti per la campagna; entrò in Acqui da una parte, mentre la colonna di Flavigny entrava dall’altra, reduce da Strevi incendiato, ma non saccheggiato. Venivano insieme, gloriosi e trionfanti, i patrioti di Alessandria e di parecchi altri luoghi, e un corpo di cavalleria mandato da Tortona; avevano trucidato, cammin facendo, circa quattrocento infelici.
Grouchy ordinò immediatamente l’arresto di quarantasei cittadini: quattordici per aver accettato uffizi dai rivoltosi, undici perchè non godevano la pubblica fiducia, ventuno perchè gravemente indiziati di complicità nei tumulti. Furono tutti condotti in Alessandria: i primi venticinque come ostaggi, gli altri per esser giudicati dal Tribunale di alta polizia. Furono tolte le armi ai comuni che non avevano cercato di far ostacolo all’insurrezione; imposte taglie onerose e spezzate le campane a quelli che vi avevano preso parte.
Il generale francese si mostrò in certo qual modo mite; più miti di lui i cittadini Colla e Avogadro incaricati dal Governo di riassettare le cose. Flavigny invece lasciò risaccheggiare Acqui, e si servì, nel pacificar la provincia, dei mezzi ahi! tanto esperimentati in Vandea.
Il 6 di marzo il conte Annibale avvisò i suoi che pregassero per la salvezza dei conti Lupi, Scati, Piuma, Radicati,del barone e del capitano Accusani tutti detenuti in Alessandria, e raccomandassero a Dio l’anima dell’abate Giuseppe Domizio Arbaudi, passato per le armi come il medico Porta e venticinque o trenta altri ribelli.
Leggendo il biglietto di suo marito, la contessa Polissena si sentì agghiacciare il sangue. Massimo, informato dell’agitazione che regnava in quel di Fossano, era partito appunto il giorno avanti, risoluto di tener dietro e partecipare a qualunque novità fosse per farsi. Il cavaliere Mazel e il marchese Violant avevano cercato di dissuaderlo, affermandosi ormai convinti che tutte quelle imprese spicciolate, arrischiate, malcondotte, non servivano ad altro che a dar lavoro al boia. Ma ella, sebbene sentisse che la ragione stava dalla parte loro, non aveva fatto nulla per trattenere suo figlio, ed ora si pentiva fortemente d’averlo lasciato andare.
Mentre Mazel, Violant e Giacinto commentavano le poche righe del conte, ed ora commiseravano l’abate, ora ne facevano l’elogio, ora lo tacciavano d’imprudente per essere entrato in quel gran ginepraio, la contessa si aggirava per la casa e per il giardino cercando schermo contro la sua viva ansietà. Quando i tre gentiluomini si avvidero dello stato in cui ella si trovava, s’ingegnarono di farle coraggio.
— Sta tranquilla — le diceva il marchese, — non accadrà nulla. Adesso che i monferrini le hanno toccate, chi vuoi che abbia tanto fegato da ritentare la prova? Sta tranquilla, ti dico.
— Per amor di Dio! — susurrava il cavaliere — non vi tormentate così. Sentite, sono qui: non avete che da parlare. Volete ch’io vada a cercar Massimo? Lo troverò fosse anche in capo al mondo... Solamente bisognerebbe saper bene la direzione ch’egli ha preso. Cos’ha detto? Che voleva spingersi fin verso Fossano, mi pare? Uhm! E se invece d’andar diritto, avesse piegato a destra o a sinistra? Sappiamo bene com’è fatto quel bravo figliuolo!
Diceva poi in segreto al marchese:
— A quest’ora sarei già per istrada se non fosse d’un certo dubbio. Siamo poi proprio sicuri che Massimo sia andato dove ha detto d’andare? Cospetto! Sapete cosa voglio dire? Chi sa che non gli occorresse un pretesto per passare una notte o due fuori di casa. Siamo stati giovani anche noi. Certi maneggi, certi sotterfugi li conosciamo, non è vero?
La grave giornata passò, venne la notte. La contessa volle vegliare fino a tardi nel salotto terreno, in compagnia dell’amico, del fratello, del nipote; i quali, avendo detto ormai tutto ciò che sapevano per confortarla, tacevano assonnati e immelensiti; poi salì in camera e postasi a un inginocchiatoio, sul quale stava un crocifisso con la croce d’ebano e il Cristo d’avorio, eccellente opera d’antico artista, si sforzò invano di concentrarsi con la mente in pensieri di devozione; si sentiva turbata, sconvolta da mille strane ed enormi immaginazioni, per le quali le pareva di vedersi sfilar dinanzi forme fugaci ed orrende, che la colmavano d’un indicibile terrore. Dopo un poco si alzò, si mise sul letto vestita e aspettò il nuovo sole in quello stato di tensione nervosa, per la quale ogni piccolo rumore che venga improvviso fa dare un balzo ed accelera il battito.
Mancava un’ora all’incirca al far del giorno ed ella, cedendo alla stanchezza, cominciava a velare un po’ gli occhi, quando udì nascer lontano lo strepito d’un cavallo che batteva la terra di trotto. Pensò tosto: — Sarà Massimo? — E rizzandosi a sedere e giunte le mani, pregò brevemente, affannosamente Iddio che le risparmiasse una delusione troppo amara.
Il cavallo venne innanzi, voltò nel viale. La contessa balzò fuori della stanza, sul pianerottolo; stette in ascolto. Per alcuni minuti non sentì che il battere interno, quasiconvulso del suo cuore, poi le parve di scorgere un’ombra, una figura umana a piè della scala.
— Massimo! — diss’ella.
Massimo rispose con un’esclamazione inarticolata; in un lampo fu su, nelle braccia di sua madre, che se lo tirò in camera senza aprir bocca.
— Come mai? — diceva il giovane sottovoce. — È già alzata, oppure...? Dica la verità: lei è stata in pensiero per me? Santo Dio, se avessi saputo!
— Sarai stanco, eh?
— No, perchè non ho fatto niente; meno che niente, ho chiacchierato.
— Dove? Con chi? Raccontami tutto.
Massimo prese due sedie, le accostò davanti al cassettone su cui ardeva la lucerna.
— Lei si ricorda — diss’egli, come si furono messi a sedere, — che son partito di qui deciso d’andar direttamente a Fossano?
— Mi ricordo.
— Bene; ma poi per istrada pensai: chi sa come si sarà dato attorno Di Capolea in questi ultimi giorni per procurarsi nuove, mandarne, abboccarsi coi principali del nostro partito! Andiamo a prender lingua. E svoltai verso la tenuta. Fui ricevuto con moltissime feste tanto dal cavalierino, come da sua sorella. Egli mi disse che non potevo capitar più a tempo: stava giust’appunto per mandare un uomo ad avvertirmi d’una gran radunanza che si doveva fare in casa sua il giorno appresso, per vedere se non fosse il caso di tentare un gran colpo, mentre buona parte delle truppe della Divisione di Mezzogiorno si trovava ancora in Alba. Soggiunse esser quasi certo che Di Rivas sarebbe venuto quella sera stessa, per ordinare e stabilire il disegno di guerra. Fu la speranza di veder Di Rivas che m’indusse a fermarmi. Ma egli non comparve; arrivarono invece, pocoprima di cena, San Giorgio e Francastel, e la mattina di poi, prima di mezzogiorno: D’Altapenna, Della Rivarola, Nizzati, Canalis e Gausier il giovane. Si desinò, poi si cominciò a discorrere. Di Capolea propose la questione in questi termini: — Dobbiamo sì o no dar l’andare al movimento? E quando? — Sul primo punto, tutti d’accordo; sul secondo, tanti cervelli tanti pareri. Chi indicava un giorno, chi un altro; chi voleva agir subito, chi aspettare un mese, due, tre; insomma non c’era verso d’intendersi. Io ero stufo e me la sarei battuta molto volentieri; il cavalierino andava dall’uno all’altro tutto scalmanato, cercando di conciliarli... Il sole era andato sotto da un pezzo, quando si vide entrare nella sala Clemente Di Rivas. Era ansante, sudato, infangato fino alla collottola, e grave e addolorato nell’aspetto. Disse, nel suo solito modo tronco ed adirato, che non era per annunziare gran che di buono. Gli accentramenti che si venivano formando nei dintorni della Maddalena, e più qua e più là sulla riva sinistra della Stura, erano stati sciolti prima che avessero tempo a collegarsi. Seras aveva fatto marciare contro di loro, divisi in varie colonne, il battaglione Christ ed un distaccamento de’ carabinieri piemontesi scelti, guidati da un giovane aggiunto allo Stato Maggiore della Divisione, il capitano Monthouxe. Risultato dell’azione: paesani morti circa quaranta, quaranta prigionieri; bruciate due case presso Santa Maria, dalle quali erano stati sparati colpi di fucile che avevano ferito gravemente due carabinieri ed ammazzato un cavallo. Aggiunse che adesso si stavano pigliando le solite misure militari contro dodici comuni, e che più nessuno osava fiatare. Ci consigliò poi, anzi quasi ci ordinò, di tornar subito tutti alle nostre case e di star sull’avviso. Io uscii con gli altri, ma sbagliai strada e andai, non so come, a riuscire sulla riva di Macra...
La contessa, che si era alzata, andò lentamente a prendereuna carta sur un tavolino e la mise sottocchio a suo figlio.
— Come! — esclamò questi, dopo aver data una rapida occhiata al breve scritto, — anche l’abate Arbaudi... Oh poveri noi!
Tacque un momento, poi riprese con voce spossata:
— Quanto sangue sprecato! Quante cose pazze ed atroci! In che tristi tempi ci tocca vivere, mamma! Non pare anche a lei di sentirsi come condannata ad espiare errori, colpe, delitti che non ha commesso? Io vorrei tornar indietro, tornar bambino, non saper più niente, non capir più niente. Non ho la forza di svincolarmi da queste strette di scoraggiamento penoso. Mi sento stanco stanco, non ne posso più!
— Va a dormire — disse la contessa sorridendo a fior di labbra, — va a dormire, povero figliuolo, che tu ne devi aver bisogno.
Era in piedi davanti a lui: gli posò una mano sul capo, prese ad accarezzargli amorosamente i capelli, guardando il color di perla gentile che veniva nascendo col giorno sull’invetriata.
— E a Murello — soggiunse poi sottovoce — non ci vai proprio più?