XXXI.
— Ma tuo padre... dove hai lasciato tuo padre? — disse la contessa a suo figlio, passato il primo sfogo di abbracciamenti e di lagrime.
Massimo rimase sbalordito: credeva il conte in casa, in un’altra stanza, stava appunto per domandare di lui. Quando Mazel gli ebbe raccontato, molto in succinto, quant’era accaduto, si battè con la palma la fronte.
— Ora capisco! — esclamò. — Ma da uomo d’onore non sapevo nulla. Se mi fosse balenato in mente che mio padre poteva essere fra i così detti ostaggi, mi sarei condotto diversamente. Povera mamma, lei ci credeva insieme, eh?
La contessa fece di sì con la testa.
Il giovane stette un momento immobile come per raccogliere le idee, poi ripigliò:
— Dirò così in compendio quello che mi accadde, senza fermarmi su tutti i particolari... Dunque da Robelletta fui condotto a Torino, anzi diritto diritto in Cittadella. Quando si giunse era notte avanzata. Smontato da cavallo fui chiuso in una stanzetta terrena nel palazzo del comandante, e lasciato con un lumicino. Dopo pochi minuti entrò un ussero, un ufficialetto pallido e bruno, il quale mi domandò seccamente perchè avessi fatto tardi; poi, senza aspettar la risposta, mi disse che dovevo dispormi a ripartire subito per raggiungereil grosso dei deportati già in cammino. Passò mezz’ora, un’ora, forse più: l’uscio si riaprì, l’ufficiale ricomparve e mi accennò di seguirlo. Trovai sul piazzale, dinanzi al mastio, un piccolo drappello ordinato in battaglia su due file. Montato anch’io a cavallo, sentii che non avevo più sotto il mio Frontino... In quel momento mi si indebolì l’anima, mi parve d’essere già lontano lontano, tutto solo... Una sciocchezza, ma non bisogna che ci pensi... Povero Frontino! Quello si chiamava cavallo! Non ne avrò più un altro che lo valga... Basta, lasciamo questo. Si venne alla porta di soccorso, si uscì alla campagna, procedendo verso Rivoli. Una invincibile tristezza mi mangiava vivo, ma neppuremessieurs les hussardsnon erano allegri: si sentivano in paese nemico; infatti, a giorno chiaro, quando ebbi veduto come li guatavano i campagnuoli ed i viandanti che si venivano incontrando, compresi che avevano ragione di star in guardia. Giunti a Rivoli, si seppe dal maestro di posta che la comitiva degli ostaggi aveva già continuato la sua via. Me l’aspettavo, ma l’ufficialetto diede in escandescenze, inveì di nuovo contro di me, giurando che non sarebbe andato oltre Avigliana, che là avrebbe provvisto lui a modo suo, eccetera, eccetera... Forse non diceva così che per sfogarsi e per farmi un po’ di paura. Io feci come se non intendessi nè il francese, nè l’italiano infrancesato, e me ne stetti in silenzio. Dopo aver messo sottosopra la casa, l’ammazzasette ordinò la partenza. Le strade erano quasi deserte, ma quando fummo per uscir dall’abitato, ci trovammo chiuso il passo da un attruppamento di gente varia di età e di sesso, che pareva starsene lì in ozio. Alle intimazioni che venivano fatte di aprirsi, di dar luogo, si rispondeva con baie, con qualche risata, e nessuno si moveva. L’uffiziale non sapeva che partito prendere; guardandolo, pensavo che ne’ suoi panni mi sarei trovato anche più impacciato di lui. Che fare? Adoperar la forza, cioè buttarsi avanti e rompere e rovesciare,era cosa piena di pericolo: nella folla c’era un numero considerevole d’uomini; armi propriamente non ne portavano in vista, ma potevano averne sotto, e a un bel momento mettersi a lavorar coi coltelli e con gli stili. Indietreggiare non si doveva, e star fermi neppure: l’immobilità e l’irrisolutezza potevano sembrare paura. Oltre a ciò i soldati cominciavano a disordinarsi, a sparpagliarsi, a trovarsi in certo modo a discrezione della turba. Io non avevo più accanto che un sott’ufficiale, un veterano con un grosso codino grigio, con due palle di moschetto appese allecadenettes; mi guardava in cagnesco, e vi fu un momento in cui credetti ch’egli avesse l’istruzione di bruciarmi le cervella senza cerimonie, perchè lo vidi abbassar pianamente la mano sulla fonda... Formavo il centro d’un gruppo di giovanotti che, senza proferir parola, s’ingegnavano di spingere il mio cavallo verso l’imboccatura d’una stradicciuola che era lì presso... Vi arrivai; chi si tirò indietro da una parte, chi dall’altra, ed io mi trovai libero affatto.
— Prenda a mancina; dopo gli orti, troverà i campi. — Si ficchi nel bosco. — Scappi, scappi! — Buon viaggio, monsù. — Grazie tante, figliuoli, ci rivedremo a miglior tempo.
Può immaginare, signora madre, come lavorai di sproni! Cinque minuti prima non avevo neppur l’ombra d’una speranza di uscir da quell’unghie!... Quando mi parve d’esser lontano abbastanza, rallentai il corso, e cominciai a fare i miei conti. Per tagliar corto, pensai d’indirizzarmi verso Pianezza e ricoverarmi nella villa del barone Avenati, che è ancora nostro parente e uomo dabbene, benchè passi per matto. Non sapevo così su due piedi trovar luogo nè migliore, nè più sicuro... Dopo cortesi, ma brevi accoglienze, Avenati mi condusse a vedere la sua collezione di mosconi, di bacherozzi, di scarafaggi; poi, sentiti i miei casi, mi mostrò con molte parole che assolutamente non mi conveniva tornare a Torino, dove chi mi voleva male avrebbe con facilitàpotuto trovarmi ed emendare il colpo fallito: — Sta qui con me; andremo a caccia d’insetti, t’insegnerò la storia naturale, e ci guadagnerai un tanto, capisci. Scrivi subito ai tuoi, penso io a far ricapitare. — Io scrissi e gli diedi la lettera: scommetto che l’ha ancora in tasca! Può pensare in quale agitazione mi trovai poi. Non sapevo più nulla dei miei, nè di nessuno. Le notizie che giungevano alla villa erano fatte da chi le portava sempre così fantastiche, e con tante favole tra mezzo che non potevo in esse distinguere cosa buona. Or mi risolvevo di venire in città di nascosto, travestito; or di muovere incontro agli austro-russi... Ma il barone, con buone maniere, seppe sempre tormi giù da ogni risoluzione. Intanto nelle campagne cresceva il rumore; ed alla fine la vanguardia di Rosenberg, comandata da Bagration, arrivò da Montanaro, e per Caselle e Pianezza, si spinse fino a Rivoli. Mi mossi anch’io. Ieri vidi piantar le batterie contro porta Nuova e contro porta Susina... Ed oggi sono qui.
La contessa alzò in viso al figlio gli occhi luccicanti, e gli stese la mano.
Il giovane la baciò teneramente, la strinse tra le sue.
— Bisogna farsi animo, signora madre — diceva. — Vede che son pur ritornato: ritornerà anche il babbo. Forse è più vicino che non si crede. Deve sapere che il marchese di Saint-André, il quale era pure tra gli ostaggi, è stato anche lui liberato sulla strada di Susa da alcuni galantuomini che avevano servito sotto i suoi ordini. Egli poi ha trovato il modo d’andar ad incontrare Suwarow a Castelnuovo di Scrivia... Quello che è seguìto al marchese ed a me, può essere seguìto ad altri. Dunque chi sa!... Si può sperare, no?
— Oh sì! — rispose la contessa. — Dio non nega favore alla giustizia.
— Ostaggi, ostaggi! — brontolava Mazel, che andava e veniva dal terrazzino, soffiandosi il naso a ogni momento. — Cheostaggi d’Egitto! Pegni, cioè. Ma ci può esser pegno dove non c’è fede? Sono ostaggi come quelli che predano i corsari d’Algeri, i pirati di Tunisi, i ladroni di mare, insomma; pegni di un riscatto, ecco. Ma adesso lo pagheremo in piombo, il riscatto; in piombo e in ferro, ma non in oro e nemmeno in argento. Cospettone!
Cominciava a farsi notte; ma nè la contessa, nè quelli che erano con lei, parevano avvedersi della semi-oscurità in cui era la sala, che in tutt’altro momento li avrebbe avvertiti di provvedersi d’un lume. A poco a poco i tiri erano divenuti meno frequenti; poi erano cessati affatto.
Entrava dal terrazzino l’aria fresca della sera, e un rumore cupo e continuato, ronzìo e calpestìo ad un tempo.
Ad un punto un servitore venne a posare una lucerna sur un tavolino, e intanto annunziò il marchesino Violant.
Questi non tardò a comparire pomposo e trionfante. Baciò rispettosamente la mano alla zia, salutò familiarmente il cavaliere e dette in un oh! di grandissima meraviglia vedendo il cugino; ma poi non si curò di chiedergli per qual prodigio si trovasse a Torino invece che a Grenoble. Domandò di suo padre, e inteso che o prima o poi doveva venire, si accomodò in un seggiolone.
— Sono stanco che non ne posso più — diss’egli. — Non per vantarmi, ma credo di aver cooperato anche un pochetto al buon esito delle cose. Sono io che ho aperto porta Palazzo in barba ai francesi. I quali non scherzavano, ve lo dico io. Le baionettate fioccavano. Un sergente della guardia nazionale, che mi prestava qualche aiuto, ne toccò una nel petto, ma per buona sorte forò solamente l’abito. Poi ho condotto sui bastioni e nel giardino reale il capitano Zundeler, per mostrargli dov’erano collocati i cannoni. Poi, tornato alla porta, ho avuto l’onore di abbracciare e baciare S. E. il marchese di Chasteler. C’erano anche il cavaliereDerossi ed alcuni altri signori. Di là siamo andati tutti all’Arsenale. Trecento ottantadue cannoni, quindici mortai, ventimila fucili, munizioni in abbondanza, ecco quel che abbiamo trovato, ecco quel che si può chiamare il nostro bottino di guerra.
In quella entrò il marchese. Si rallegrò vedendo suo figlio, trasecolò raffigurando il nipote.
— Insomma questo è il giorno dei portenti! — esclamò, stringendolo al seno. — Mi spiegherai poi come va questa faccenda. Ma non adesso, che non ho più testa.
Ascoltò però con gran compiacenza il racconto delle prodezze di Giacinto. Si vedeva che non capiva in sè dalla gioia.
— Oggi — diceva — è stato giorno di gloria per il Piemonte e per noi. E, se Dio vuole, sarà principio di gloria maggiore. Rimetteremo tutto nell’ordine antico. È finito il tempo in cui i religiosi si chiamavanofanatici, i ladripatrioti; in cui il disordine eralegge nuova, il libertinaggiolibertà, la miseria universaleuguaglianza. Tutte le distinzioni, titoli, ordini, collegi e divise sono ristabilite sul piede in cui erano sotto il regno di S. M. il Re di Sardegna. La città di Torino s’intitolerà nuovamente contessa di Grugliasco e signora di Beinasco; piazza Castello non sarà più piazza Nazionale. Ho avuto il piacere di veder atterrare a furia di popolo il maledetto albero della Libertà e ridurre in pezzi il piedestallo, i trofei, le iscrizioni. Ho avuta la consolazione di veder l’ingresso di S. A. il signor conte Suwarow Kimniski, feld maresciallo di S. M. l’Imperatore Apostolico e di S. M. l’Imperatore di tutte le Russie, Gran Croce di tutti gli Ordini Militari, commendatore dell’Ordine di Malta, conte dei due Imperi, e Generale in capite delle Armate combinate. Aveva da una parte il principe Costantino, dall’altra il suo cappellano; era in grand’uniforme, con un caschetto di marrocchino verde ornato d’un bel pennacchio di penne di gallo; inforcava un cavallino tartarola cui bardatura alla cosacca non vale uno scudo. S’inchinava a destra, s’inchinava a sinistra; e la gente parevan tutti matti, baciavano la spada, gli stivali, tutto quel che arrivavano; ho visto io una dama chinarsi in fretta, raccogliere ed involtare nel fazzoletto certa roba (scusate) che il cavallo perdeva alzando la coda. Suwarow andò diviato a San Giovanni. È là che ho potuto esaminarlo da vicino e con comodo. È un uomo che non m’arriva al petto, ma ha un braccio che dove tocca lascia il segno. E che gambe, anche! Gli occhi paiono carboncini accesi; il naso è corto, con un bitorzolino da una parte; la bocca larga come un forno, con tutti i suoi denti. Andò avanti come si accingesse a ballare, si buttò giù con la fronte a terra, si rialzò, corse all’altar maggiore, baciò e ribaciò la mensa. Poi, dopo aver pregato un buon poco, porse all’arcivescovo due cordoni dell’Ordine di Maria Teresa perchè li benedicesse, e ne diede graziosamente uno a Melas e l’altro a Chasteler.... Il maggiore Inglesio, che serve già da qualche tempo in qualità di volontario sotto di lui, mi narrava che per Suwarow ogni battaglia è una festa. Bisogna vederlo, pare un demonio scatenato, qualche volta si spoglia perfino in camicia e combatte agile e destro, con nastri, croci e patacche di brillanti sul petto. Mangia carne cruda; dorme sulla terra dei campi, o nudo nella paglia o nel fieno che fa ammucchiare in mezzo alla camera. Aborre gli specchi e si diverte a mandarli in frantumi. Sa armare, esercitare, ordinare, disciplinare a maraviglia i soldati; e si dice anche che faccia propinar veleno ai malati per disbrigarsene, ma via, questa mi pare un po’ grossa. Però, osservandolo, si capisce che è un tartaro, un mezzo selvaggio!
— Cos’importa? — esclamò Mazel. — Purchè mantenga la parola, e ci ristori di tutti i danni sofferti.
— A me basta ch’egli venga a rimetter sul trono il mio Re — disse magnanimamente Giacinto.
— Bravo! — ripigliò il marchese. — E adesso bisogna andare a casa. Ho invitato a cena il capitano Kapzermet del quinto Bannat, ed il luogotenente Benizki del settimo usseri. E poi dobbiamo far accendere i lumi, per Bacco! Non sapete? La città di Torino ha stabilito che per tre sere, a cominciar da questa, tutti gli abitanti debbano dimostrare il loro giubilo con l’illuminazione delle proprie case.
Infatti mentre Violant, Giacinto e Mazel prendevano congedo dalla contessa e da Massimo, s’udì sotto le finestre passar correndo una frotta d’uomini e una voce gridare:
— Fuori i lumi! fuori i lumi! Viva il Re! Morte ai giacobini!
I servitori, sotto la direzione del maestro di casa, si affaccendavano già intorno alle finestre ed ai terrazzini; in poco d’ora il palazzo Claris scintillava da cima a fondo, come le case vicine.
Madre e figlio stettero ancora un po’ insieme, poi si separarono. Entrambi sentivano bisogno di riposo; bisogno sopra tutto di rinfrancare gli spiriti, di ricuperare le forze della mente. La contessa passò nelle sue stanze; Massimo discese nel quartierino terreno, pieno per lui di tante memorie, le une dolci, le altre amare. Si spogliò, entrò nel letto, e presto si addormentò.
Dormì d’un sonno continuo, perfetto fin verso le due; poi si risentì, si rizzò a sedere e tese l’orecchio. La città pareva tranquilla, immersa nel sonno. I cittadini, stanchi di festeggiare, di tripudiare, d’andar a sollazzo per le strade, riposavano. Ma dove s’era raccolto il canagliume di Branda Lucioni? Che facevano i croati, i panduri, tutta l’immonda genìa soggetta a Melas? Che facevano racchiusi in Cittadella i francesi vinti, furenti di rabbia? La fantasia gli dipingeva la fortezza paurosa e formidabile come un vulcano assopito. Gli pareva d’aver sentore d’un pericolo enorme che si venisse approssimando nell’ombra, e provavauna inquietudine, un batticuore, una smania tanto insopportabile, che a un certo punto, buttate le gambe fuor del letto e messosi indosso un poco di veste, andò alla finestra e l’aprì.
La notte era pura, il silenzio profondo; fin dove arrivava lo sguardo, non appariva indizio di persona vivente. Sentì tosto salir dal petto più libero il respiro e svanire in parte quel terrore indefinito con cui l’animo combatteva. Ma ecco che nell’atto in cui si appoggiava coi gomiti sul davanzale, udì distintamente una detonazione lontana, più forte assai d’un colpo di fucile. Finì in fretta di vestirsi, discese, attraversò l’atrio, uscì in istrada.
Ora le esplosioni si ripetevano a brevi intervalli.
Il giovane si soffermò un momento per guardare a destra e a sinistra; poi corse alla cantonata e voltò risolutamente verso piazza San Carlo. Porte e finestre si aprivano e si serravano a gran furore, il bisbiglio cresceva, e tra mezzo qualche urlo, qualche strido. Una campana cominciò a sonare a stormo, poi due, poi molte altre. Spesseggiavano i sibili; le bombe scorrevano per l’aria, lasciando dietro lunghe striscie di luce; tremolavano su su tra le stelle e cadendo a piombo, ruzzolavano frusciando per le strade, per le piazze, per i cortili; o sfondando tetti e soffitti, scoppiavano nelle stanze, fulminando e fracassando ciò che trovavano.
Mentre Massimo arrivava sulla piazza, sboccava dalla contrada di Santa Teresa una turba di fuggenti. Uomini e donne semi-nudi; mariti che spingevano e tiravano le mogli, mogli aggrappate convulsamente ai mariti; fratelli con le sorelle in collo; padri e madri che stringevano in braccio o trascinavano per mano i figliuoli, tutti correvano rovinosamente a rifugiarsi sotto i portici. Massimo notò un uomo in livrea che ne portava un altro ravvolto in una veste da camera; tre monache coi crocifissi in mano; un vecchio militare,senza cappello e senza parrucca, che gridava disperatamente: — al fuoco! al fuoco! al fuoco! — Ad un punto si abbattè in una signora scarmigliata e discinta, che prese a raccontargli, brancicandogli la giubba, come mentre si affacciava al terrazzo, le fosse passata presso al viso una palla da cannone che le aveva levato il respiro, e come non sapesse più che cosa fare per riaverlo...
Una voce sonora proferiva parole tedesche di comando verso il mezzo della piazza. Massimo si mosse per avvicinarsi, si trovò attorniato da una frotta di soldati che schiamazzavano tutti insieme:
— Neh, che flagello! — Assassini, tirano e cantano. — Già laMarseillaise, laMarseillaise. — Senti, i nostri battono la generale. — È un’ora fa che dovevano batterla. — Se almeno ci fosse la luna. — Cosa vuoi far della luna? Hai le stelle filanti. — Ohe ohe, senti questa come gnaula! Viene qui! — Attenti! — A terra! a terra! — Giù tutti!
Il punto sfavillante rompeva l’aria fischiando acutamente. Massimo si trovò bocconi fra gli altri. Udì un tonfo; poi un crepito sottile, che non aveva nulla d’inquietante; non guardava, eppure vedeva il globo nero girar fumicando. Subitamente si sentì mancare l’anelito, gli parve di struggersi, di spappolarsi in un sudore ghiacciato.
— Non sogno — pensava — son qui... sono io. Ho fatto male a non avvertire, a non salutare mia madre. Perchè non ho scritto a Liana?... Purchè io non abbia a soffrire...
Poi si vide piccolino in una carrozzetta tirata da due capre... Si rammentò che voleva comprarsi un cavallo... Non sapeva perchè fosse uscito di notte, così, senza bastone...
— Non scoppierà più — susurrò un soldato steso ai suoi piedi: — la spoletta...
Ma in quell’istante Massimo fu come percosso da una forza subitanea ed impetuosa, e insieme assordato da unostrepito orrendo, simile al frangersi d’un immenso cristallo; una schizzata di fuoco, di terra, di ferro, di ciottoli volò stridendo sopra la sua testa. Saltò su quasi senza volerlo e si gettò contro il muro. Piovevano a scroscio calcinacci, scheggie e rottami; d’innanzi a lui, dal fumo crasso, dal polverìo denso uscivano gemiti, voci lamentose, grida soffocate. Gli tornò a mente sua madre e prese a correre verso casa.
Il frastuono continuava. L’Angelo della morte continuava a svolazzar per le strade all’impazzata. Davanti alla chiesa di San Filippo, una palla da cannone cadde stanca vicino a Massimo, e rimbalzando andò a colpir nelle reni un povero operaio.
Adesso il giovane andava innanzi senz’ombra di paura; provava il compiacimento ineffabile dell’uomo uscito illeso da un gran pericolo; si sentiva sano, vigoroso, invulnerabile; gli pareva quasi di esser rinato.
Giunto al palazzo, trovò la contessa nell’atrio, in accappatoio, in pianelle, che domandava e ridomandava affannosamente di lui ai servitori sbalorditi.
Alle cinque il bombardamento restò. Massimo e la contessa, seduti in sala sul sofà, si riscossero e si guardarono in viso.
— Un armistizio! — esclamò il giovane, movendosi verso l’uscio. — Forse una tregua.
— Aspetta! — disse la contessa, con accento supplice. — Non lasciarmi più. Manderemo qualcuno a vedere.
E suonò il campanello.
Il maestro di casa, che si presentò subito, ricevette l’ordine d’andare a prendere ragguagli circa quanto accadeva.
— Dovrò andare in piazza Castello — osservò Gringia; — forse fino al palazzo di Città.
— Va dove vuoi — rispose Massimo; — ma fa di tornare con notizie chiare, precise.
Passò un’ora. Massimo ogni tanto si affacciava al terrazzino; sentiva un ronzìo lontano che indicava un certo movimento; abbasso giravano coppie e brigatelle di soldati stranieri, e grossi branchi di villani; i cittadini andavano diritto per la loro strada, e nell’andatura di più d’uno si vedeva facilmente un non so che di stanco e di spaurito.
La contessa suonò di nuovo. Comparve un altro servitore, ed a questo ella ordinò di scendere e d’andare un po’ attorno, senza allontanarsi troppo dal palazzo.
— Tornerai fra un quarto d’ora, fra mezz’ora al più tardi, e ci dirai quel che avrai visto e sentito.
Mezz’ora dopo l’uomo venne a riferire che la gente lavorava a riparare i danni fatti dai proiettili alle case, ai palazzi, alle chiese, ed a combattere il fuoco, che serpeggiava qua e là; impresa tutt’altro che facile, perchè quel birbante di Fiorella aveva fatto portare in Cittadella le trombe idrauliche, le scale portatili, le secchie di cuoio, tutto quanto insomma serviva a spegnere gl’incendi.
Intanto russi ed austriaci cominciavano a far i prepotenti: volevano pane, vino, carne, riso, grano, fieno, biada; entravano nelle case e nelle botteghe e si servivano senza metter mano alla borsa. Gli straccioni e gli scamiciati rubavano scopertamente senza suggezione di alcuno.
— Sa, signora contessa, di che cosa ho paura? — si arrischiò a conchiudere il buon servitore: — che tutti costoro finiscano per sgraffignare ancora quel poco che gli altri ci hanno lasciato.
Alle otto e tre quarti arrivò il cavaliere Mazel molto brutto e tutto disfatto. Cospetto! non gli era riuscito di chiudere un occhio in tutta la notte, non a cagione degli spari, oibò! ma per un’emicrania, un dolore vivo e lancinante che gli occupava metà della testa. Non reggendosi in piedi, nonaveva potuto venire subito al palazzo, come sarebbe stato suo sacro dovere.
Raccontò poi, dopo un poco, che nell’uscir di casa s’era imbattuto in due robusti mascalzoni avvolti in un palandrano e con un berretto di cuoio in capo; i quali, chiedendogli l’uno l’ora, l’altro una presa, gli avevano poste le mani ai taschini, privandolo a un tempo della tabacchiera, della ripetizione e di tutti i gingilli.
— Non so capacitarmi — diceva, — mi pare impossibile che fossero tedeschi. Sarebbe grave. Li credo francesi, piuttosto, due francesi travestiti.
Il marchese Violant venne a mezza mattina.
— Non posso fermarmi — diss’egli, soffiando. — Son qui per dirvi di viver tranquilli. So da fonte sicura che Suwarow ha fatto scrivere di buon inchiostro a Fiorella, dal principe Gortschakoff. La lettera suona press’a poco così: «Ah! voi minacciate di voler ridurre in cenere la città? Ah! voi volete far cadere sopra cittadini pacifici le conseguenze di un combattimento al quale non parteciparono? Ebbene se voi, contro tutte le costumanze delle nazioni civili, continuate a bombardare, io vi avverto, caro il mio signor generale, che ne soffriranno i francesi fatti prigionieri. Io li schiererò tutti di fronte alla spianata della Cittadella e ve li lascierò per tutto il tempo che continuerete a far fuoco. Lascio poi al vostro giudizio di valutare l’impressione che il vostro contegno produrrà sui popoli, ai quali i francesi promettono protezione e fraternità». Bene, eh? Questo si chiama parlare. Diavolo! Bisogna vedere quel che hanno sofferto la pubblica torre e certe chiese e certi palazzi; sentir quanti sono i morti, i feriti, gli stroppiati! Basta, domani alle dieci si canterà unTe Deuma San Giovanni con l’intervento di tutti i Corpi sì regolari, che secolari, del Corpo Reale dei volontari, eccetera, eccetera. Poi pranzo di gala, serata di gala al Teatro Regio, salve di gioia intornoalle mura... Presto i cavalieri di Malta andranno a far visita a Suwarow, e sarebbe bene che tutti i nobili... Insomma vedremo, riparleremo, in qualche modo faremo. Intanto su via, allegri! allegri!
Il maestro di casa non tornò che verso mezzodì. Venne dinanzi ai padroni tutto mortificato e compunto, con un abito nero non tagliato al suo dosso, e senza fibbie alle scarpe. Trovandosi fuori, aveva pensato d’andar a vedere se non era accaduto niente ad una sua sorella che abitava in fondo alla contrada de’ Guardinfanti. Ma a un dato punto tre casacche bianche e due mantelli rossi, sbucati da una bettola, gli si erano avventati contro, ingiungendogli di scoprirsi. Poi gridandogli nelle orecchie: — Porche tosate, ti star giacobine! — e levandogli di dosso chi una cosa, chi un’altra, per poco non l’avevano lasciato in camicia.
Nel pomeriggio la città prese l’aspetto degli altri giorni. Il droghiere, il vermicellaio, la modista, che stavano dirimpetto al palazzo, aprirono pian pianino le loro botteghe. Non si udivano più grida, nè rumori violenti. Nella strada passavano carrozze, portantine, gente affaccendata e signori a diporto.
Massimo indusse sua madre a prendere un po’ di riposo; intanto egli uscì. Bramava di persuadersi vie meglio che le cose erano veramente cambiate.
Sulle cantonate i nuovi affissi coprivano già largamente i rimasugli dei vecchi. Il giovane si pose a leggerli prima distrattamente, poi con attenzione. V’era il manifesto col quale S. E. il signor conte Suwarow ristaurava il sistema di Governo dell’8 dicembre 1798 e creava un Consiglio Supremo. V’era l’ordine della città di Torino concernente l’illuminazione. Per parte poi del Comando austriaco, si ordinava: «al Capitano della sesta Compagnia, Battaglione primo della Guardia nazionale di comandare in suo nome a tutta la Guardia nazionale, di continuare il suo servizioin questa Capitale per mantenervi la tranquillità, e di accompagnare alla Municipalità tutti i Francesi che s’incontreranno, proteggendoli da ogni insulto».
Tutta questa roba aveva la data del giorno antecedente: 26 maggio; ma a lato v’erano parecchi fogli ancor più recenti. Massimo diede una rapida occhiata a due nuovi manifesti di Suwarow agli abitanti del Piemonte, l’uno pieno di lodi, d’incitamenti bellicosi e di promesse, l’altro riguardante provvedimenti diversi. Considerò invece i seguenti:
Avviso agli abitanti di questa città.«Il Governo di Torino resta informato, e deve perciò annunziare agli abitanti della Città, che il nemico non farà più fuoco sopra di essa, che S. A. il Maresciallo Conte di Suwarow Kymniski per il bene dell’umanità ha consentito alla dimanda del Generale Francese di non attaccare la Cittadella dalla parte della Città, e per conseguenza gli abitanti devono essere in piena sicurezza, e si ordina pure a tutti gli artefici d’immediatamente aprire le loro botteghe, e ripigliare tranquillamente i loro lavori.«Torino li 27 maggio 1799.«Lavooff,Colonnello di S. M.l’Imperatore delle Russie,e Cavaliere dei suoi Ordini militari».
Avviso agli abitanti di questa città.
«Il Governo di Torino resta informato, e deve perciò annunziare agli abitanti della Città, che il nemico non farà più fuoco sopra di essa, che S. A. il Maresciallo Conte di Suwarow Kymniski per il bene dell’umanità ha consentito alla dimanda del Generale Francese di non attaccare la Cittadella dalla parte della Città, e per conseguenza gli abitanti devono essere in piena sicurezza, e si ordina pure a tutti gli artefici d’immediatamente aprire le loro botteghe, e ripigliare tranquillamente i loro lavori.
«Torino li 27 maggio 1799.
«Lavooff,Colonnello di S. M.l’Imperatore delle Russie,e Cavaliere dei suoi Ordini militari».
L’amministrazione della città di Torino.«Già alle ore dieci di questa mattina d’ordine dell’Illustrissimo signor Lavooff Colonnello di S. M. l’Imperatore delle Russie e Cavaliere dei suoi Ordini militari si è reso noto al Pubblico, che S. A. il Maresciallo Conte di Suwarow Kymniski aveva acconsentito di non attaccare la Cittadella dalla parte della Città; ora alle due dopo ilmezzodì S. E. il Marchese di Chasteler ebbe la bontà di notificare, che viene d’essere segnata tra lui, e il Comandante Francese la convenzione, colla quale questi si sottomette di non più far fuoco verso la Città.«L’Amministrazione della Città di Torino nell’annunziare questa fausta nuova ai Torinesi, fa loro osservare che questa segnalata prova d’affezione ai Piemontesi costerà alla brava Armata Austro-Russa maggior tempo, maggiori difficoltà, e maggior sangue per potersi impadronire della Cittadella, e che li sentimenti di riconoscenza devono essere proporzionati a un tanto e sì raro benefizio.«L’Amministrazione stessa invita di nuovo gli artefici e negozianti a riaprire con confidenza le loro botteghe, e a riassumere li soliti loro lavori; e si persuade, che dopo le prese misure all’oggetto di assicurare la pubblica tranquillità, se ne farà ognuno un premuroso dovere per non incorrere coll’oprare altrimenti nella ben meritata indegnazione del Generale.«Torino li 27 maggio 1799.«Bonvicinodegli Amministratori dell’Illustrissima Città.«Franchi,Segr. agg.».
L’amministrazione della città di Torino.
«Già alle ore dieci di questa mattina d’ordine dell’Illustrissimo signor Lavooff Colonnello di S. M. l’Imperatore delle Russie e Cavaliere dei suoi Ordini militari si è reso noto al Pubblico, che S. A. il Maresciallo Conte di Suwarow Kymniski aveva acconsentito di non attaccare la Cittadella dalla parte della Città; ora alle due dopo ilmezzodì S. E. il Marchese di Chasteler ebbe la bontà di notificare, che viene d’essere segnata tra lui, e il Comandante Francese la convenzione, colla quale questi si sottomette di non più far fuoco verso la Città.
«L’Amministrazione della Città di Torino nell’annunziare questa fausta nuova ai Torinesi, fa loro osservare che questa segnalata prova d’affezione ai Piemontesi costerà alla brava Armata Austro-Russa maggior tempo, maggiori difficoltà, e maggior sangue per potersi impadronire della Cittadella, e che li sentimenti di riconoscenza devono essere proporzionati a un tanto e sì raro benefizio.
«L’Amministrazione stessa invita di nuovo gli artefici e negozianti a riaprire con confidenza le loro botteghe, e a riassumere li soliti loro lavori; e si persuade, che dopo le prese misure all’oggetto di assicurare la pubblica tranquillità, se ne farà ognuno un premuroso dovere per non incorrere coll’oprare altrimenti nella ben meritata indegnazione del Generale.
«Torino li 27 maggio 1799.
«Bonvicinodegli Amministratori dell’Illustrissima Città.
«Franchi,Segr. agg.».
La città di Torino.«D’ordine di S. A. il signor Conte di Suwarow Kymniski Generale in Capo dell’Armata Austro-Russa si comanda a tutti gl’individui componenti la Massa Cristiana comandata dal signor Maggiore Branda de Lucioni, ed altri Contadini, che si ritrovano in questa Città armati, ed oziosi, di uscire da detta Città prima di mezzogiorno, e portarsi li primi nel luogo di Pecetto loro quartiere, e gli altri restituirsi alle loro rispettive case, ed in caso contrario saranno arrestati, e tutti coloro, che si permetteranno insulti agli abitanti,o tenteranno di saccheggiare, od introdursi nelle case, saranno senza formale procedimento fucilati.«Si ordina pure a tutti gli abitanti, eccettuati li Pichetti, che restano al loro posto, e Corpi di Guardia Nazionale, di restare alle loro case, e non uscire armati per evitare uno spiacevole arresto dalle pattuglie di cavalleria, e fanteria, che scorrono la Città per mantenere la tranquillità e sicurezza.«Dal Palazzo di Città li 27 maggio 1799.«Conte Della Villa,Amministratore.«Franchi,Segr. agg.».
La città di Torino.
«D’ordine di S. A. il signor Conte di Suwarow Kymniski Generale in Capo dell’Armata Austro-Russa si comanda a tutti gl’individui componenti la Massa Cristiana comandata dal signor Maggiore Branda de Lucioni, ed altri Contadini, che si ritrovano in questa Città armati, ed oziosi, di uscire da detta Città prima di mezzogiorno, e portarsi li primi nel luogo di Pecetto loro quartiere, e gli altri restituirsi alle loro rispettive case, ed in caso contrario saranno arrestati, e tutti coloro, che si permetteranno insulti agli abitanti,o tenteranno di saccheggiare, od introdursi nelle case, saranno senza formale procedimento fucilati.
«Si ordina pure a tutti gli abitanti, eccettuati li Pichetti, che restano al loro posto, e Corpi di Guardia Nazionale, di restare alle loro case, e non uscire armati per evitare uno spiacevole arresto dalle pattuglie di cavalleria, e fanteria, che scorrono la Città per mantenere la tranquillità e sicurezza.
«Dal Palazzo di Città li 27 maggio 1799.
«Conte Della Villa,Amministratore.
«Franchi,Segr. agg.».
La città di Torino.«D’ordine di S. A. il signor Conte di Suwarow Kymniski Generale in Capo dell’Armata Austro-Russa intima a tutti gli abitanti di questa Città, che hanno ricoverati Francesi di qualunque sorta nelle loro case, di darne avviso all’Ufficio di Pulizia fra ore tre dopo la pubblicazione del presente, sotto pena del saccheggio delle loro case.«Dal Palazzo di Città li 27 maggio 1799.«Bonvicino,Amministratore.«Franchi,Segr. agg.».
La città di Torino.
«D’ordine di S. A. il signor Conte di Suwarow Kymniski Generale in Capo dell’Armata Austro-Russa intima a tutti gli abitanti di questa Città, che hanno ricoverati Francesi di qualunque sorta nelle loro case, di darne avviso all’Ufficio di Pulizia fra ore tre dopo la pubblicazione del presente, sotto pena del saccheggio delle loro case.
«Dal Palazzo di Città li 27 maggio 1799.
«Bonvicino,Amministratore.
«Franchi,Segr. agg.».
— In complesso — disse Massimo tra sè, quand’ebbe finito di leggere, — le cose si mettono bene. Ci resta a espugnar la Cittadella. Sta bene, all’occorrenza darò anch’io una mano, ma prima... Oh! prima...
E tornando verso il palazzo, sporgeva innanzi il labbro inferiore, e tentennava il capo ogni tantino, come chi sta pensando e discutendo fra sè stesso un importante disegno.
Giunto nel suo quartierino, staccò dalla parete, esaminò e caricò accuratamente i dueKuchenreuter, le sue pistole predilette; poi, lasciandole sul cassettone, uscì di nuovo e andò nella scuderia. Accostatosi al cavallo che i francesigli avevano dato in cambio di Frontino, vide che essendo stato in riposo e ben pasciuto nei giorni passati a Pianezza, mostrava il fianco assai tondo, il pelo lucido e liscio, e pareva gli fosse entrato addosso un certo brio, che prima proprio non aveva.
— Non sei Frontino — diceva Massimo, passandogli la mano sul collo e sulle spalle e battendolo leggermente, mentre l’animale abbassava le orecchie, scrollava la testa e faceva l’atto di mordicchiare. — Non sei Frontino, e non gli somiglierai mai, povera bestia, ma pazienza! portami dove voglio andare domani, e saremo amici in eterno. — Volgendosi poi allo stalliere, soggiunse: — E tu non lasciargli mancar niente, fa che abbia da mangiare quanto vuole; e vedi anche come gli stiano i ferri.
Mezz’ora dopo, uscendo dalle sue stanze, la contessa trovò suo figlio che camminava innanzi e indietro per la sala, serio e pensieroso.
— Non sei uscito? — diss’ella.
— Sì — rispose Massimo. — E lei ha riposato? Ha dormito?
— Ho dormito quasi due ore e mi sento bene, mi sento tutta rinvigorita. Dunque, sentiamo, che cosa hai visto?
Massimo riferì in compendio quanto aveva letto negli affissi, poi continuò infervorandosi a poco a poco:
— Insomma, presto tutto sarà accomodato, e può darsi che i dispiaceri si volgano in allegrezza. Sarebbe tempo. Facciamo i conti: siamo nel ’99, i francesi hanno cominciato a vessarci nel ’92: sett’anni e parecchi mesi. Finalmente se ne sono andati. Non tengono più che questa benedetta Cittadella; un osso duro a rodere, ma non importa, ne verremo a capo o prima o poi. Si apriranno le trincee, si cominceranno gli approcci... Io vedo già una bella prima parallela da San Salvario a porta Susa, una seconda, una terza... Vedo già i russi coi grandi elmi che copron le spalle, coiguanti lunghi a uncini, con le scale in pronto... Però bisognerà fare il possibile per facilitare loro l’impresa; trovar buoni lavoratori per i trasporti di terra, per gli scavi... Le pare?
La contessa, ritta in mezzo alla sala, stava attenta per veder dove andasse a parare; quel calore, quell’entusiasmo le sembravano leggermente fittizi.
— Anzi — ripigliò Massimo, componendo il volto a un mezzo sorriso: — stavo appunto pensando se non fosse opportuno d’andare domani fino a Robelletta, e tornar doman l’altro con una buona squadra di contadini volenterosi, muniti di vanghe, zappe, picconi. Se ne potrebbero far venire alcuni anche dalla Florita. Sarebbe dare il buon esempio... Son certo che presto si pubblicheranno inviti, circolari...
— E naturalmente — disse la contessa sottovoce — darai una scappata anche a Murello?
Massimo arrossì, esitò un istante, poi ruppe in una furia di gesti scomposti.
— Ebbene sì. Andrò anche a Murello. Non so più niente da tanti giorni. Son tribolato da troppe paure. Ho un bel volermi persuadere che Liana... che la signora Ughes sta bene, che non le è accaduto nulla di sinistro, non ci riesco. Sarà un’idea mia, sarà una immaginazione, ma... Santo Dio! dopo tutto questo trambusto... E avrei tanto bisogno di un po’ di pace! Lei lo sa, lei lo vede, lei che mi vuol bene. Non è vero che mi vuol bene? Signora madre, permette, acconsente che io vada? Guardi, mamma, ho sofferto abbastanza, ho sofferto abbastanza!
La contessa aveva posato una mano sulla spalliera di un seggiolone, e la stringeva nervosamente, come per prender vigore e preparare la risposta. Pareva volesse pur soffocare qualche cosa che le si ribellava nel petto.
Massimo la guardava fisso, studiando la sua fisonomia, cercando leggervi anticipatamente quello che ella stava per dire.
— Vieni qui — disse la contessa, dopo un momento di silenzio. — Dimmi: tornerai presto?
— Subito — rispose Massimo, con quel respiro che vien prodotto dal batticuore, — subito; glielo prometto.
— Dio dunque vi benedica e vi renda felici... Ma adesso non parlarmene più, te ne prego; non parliamo più di questo.