XXXIII.

XXXIII.

Quel giorno, verso sera, il notaio Arignani venne a far visita a Liana, e la trovò più pallida, più mesta del solito. Le comunicò le notizie della capitale; quand’ebbe finito, si rifece da capo e raccontò di nuovo tutto, interrompendosi ogni poco come chi segue, oltre le sue parole, un pensiero non espresso.

Alla fine si alzò e si mosse. Liana lo accompagnò nel cortile, poi alla porta che metteva in istrada. E fu là che Arignani concluse:

— Basta — diss’egli, — ora che la Dio mercè ricomincia miglior serie di cose, anzi un’epoca veramente felice, ora che sia il Bechio di Murello, sia i Bechi di tutto il Piemonte, sono o scappati, o nascosti, o in gabbia, o all’inferno, e non possono più nuocere, lei deve tornare in città. Cosa vuol far qui sola soletta? Lei è troppo giovane, lei è troppo... bella per vivere in un luogo così fuor di mano. Tanto vale ritirarsi in un convento. In un convento almeno ci sono le monache, tante monache; la compagnia è una gran cosa. Qui non ci siamo più che noi: don Prato ed io, due vecchi barbogi. A Torino troverà parenti, amici, amiche... gente del suo ceto insomma. L’avvenire è nelle mani di Dio, e chi sa che Dio non le prepari qualche gran novità. Io leauguro tutte le felicità che può desiderare. Lo dicevo con don Prato ieri sera.

— Grazie! — rispose Liana — ma non posso partir così subito...

— Ah subito no! Nè subito, nè sola. Bisogna aspettar qualche giorno. Io andrò di sicuro a Torino per il ritorno del Re, che sarà presto, spero. Parlerò con gli amici del paese, con gli amici dei contorni; e quando saremo una comitiva, non avremo più nessuna paura. Lei, l’avviserò tre o quattro giorni prima, caso mai volesse approfittar dell’occasione. Va bene così?

Liana fece nuovi ringraziamenti al buon notaio, poi, quando se ne fu andato, passò in giardino. Un gran nuvolo nascondeva il sol cadente; l’ombra densa pareva pesar sul villaggio, si estendeva fin sopra la casa. Liana la sentiva sul cervello, la sentiva sul cuore. Prese a camminare sotto gli alberi senza alcun pensiero determinato.

Ad un tratto la campana della parrocchia rintoccò; ella si scosse, uscì dal cancelletto, attraversò il piazzale, discese nel cimitero. Inginocchiata sulla tomba del povero avvocato Oliveri, ella pregò a lungo. Si rivolse prima supplichevole a Dio, poi a suo padre. Applicò tutta la sua mente a evocarlo e presto venne nella persuasione che il defunto l’udiva. Udiva, sorrideva, le leggeva nel pensiero: — Ah tu vuoi un consiglio, eh? Tu vuoi un consiglio? Eccomi, vengo a te. Ma non alzare la testa, non cercar di vedermi. — Ella si coprì gli occhi con una mano e tosto si sentì come sotto un’influenza magnetica, sotto un fascino soprannaturale. Sì, suo padre le era vicino. Ma come? In ispirito, o quale l’aveva sempre veduto da vivo? Cosa strana: ella non riuscirà a rappresentarselo alla fantasia sotto nessuna forma.

— Eppure — pensava — per me egli esiste, per me esisterà sempre. — E tendeva ansiosamente l’orecchio.

Continuava a sentirne la presenza, e pianamente, soavemente, quasi come un’emanazione di questa, le tornavano alla memoria, le penetravano in cuore le parole pronunciate da Arignani.

Era dunque questa la risposta di suo padre? Anche lui la consigliava a partire, a lasciar quella specie di vita claustrale?

Si alzò commossa alle lacrime; tornò meditando donde era venuta.

Il nuvolone aveva invaso tutto quanto il cielo. La luce spariva. Le raganelle gracidavano di foga, così che il giardino ne pareva pieno.

Liana andò a seder sotto il cipresso. Nei giorni addietro, quel giorno stesso, fino a mezz’ora prima, le principali occupazioni dell’animo suo erano il rammarico incessante di aver perduto il padre, l’aborrimento dello stato presente e un vagar faticoso dietro a mille aspirazioni indefinite. Ed ecco che il cuore, che le pareva d’aver gonfio e pesante, era tornato subitamente leggiero. Il sangue non scorreva più nelle vene con veemenza febbrile, generando ardore, fastidio, inquietezza insoffribili, ma irradiava per tutto il corpo, per tutte le fibre uno spirito di refrigerio e di dolcissima attesa.

Era seduta sotto il cipresso e respirava con la bocca semi aperta e gli occhi chiusi, l’aria soave, resa olezzante dall’adulta primavera. Aveva dinanzi la casa; qualcuno discorreva con la serva in cucina, e alla fine il mormorìo richiamò la sua attenzione. Un limpido gorgheggio sur un albero lì presso le impedì d’intendere una domanda fatta da una voce maschile, ma poichè l’usignuolo si tacque, udì distintamente la risposta di Menica:

— No, signore, non può tardare; glie l’ho già detto. Ma vada ancor a vedere in parrocchia. Non l’ha trovata nè in casa, nè in giardino, la troverà in parrocchia.

— Chi può cercar di me a quest’ora? — pensò Liana. — Don Prato forse?

Trattenne il respiro... Più nulla? Sì, sì, un passo. Il piede è agile, leggiero. Non può essere il prete. E poi, e poi... Dio che batticuore! Volle alzarsi, andar incontro a colui che stava per comparire, ma le ginocchia non la ressero; ricadde e si sentì alla nuca, alle gote, alle tempie quel sottil gelo che annunzia lo smarrimento dei sensi.

Si riebbe subito. Massimo era lì, curvo sopra di lei e le parlava, e le diceva tante tante cose con voce vibrata, con pause brevi, profonde, più espressive d’ogni parola. Ella rimaneva seduta, palpitando sempre, palpitando forte, mormorando interrottamente:

— Sì, sì... Ma basta, basta! So tutto. Non mi dica più niente... Aspettavo... Desideravo anch’io... lo ammetto, lo confesso. Cosa vuole di più?

Ma egli non ascoltava, non badava; egli non pregava, non implorava; egli non pareva più quel d’una volta: aveva espressioni ardite, accese, quasi insensate, espressioni piene d’un’arcana forza persuasiva, e alzava ancora, alzava sempre la voce.

Alla fine, vedendo che non riusciva più a chetarlo, Liana scosse da sè ogni languore, gli gittò le braccia al collo e gli chiuse le labbra con un lungo bacio mordente.

La vecchia carrozza massiccia procedeva lentamente, tirata da Grigio e da Moro guidati da Devalle. Seguiva un gruppo di dieci contadini con fardelli, bisacce, arnesi rurali in ispalla. Massimo aveva lasciato il cavallo a Robelletta, e camminava a piedi, baldo e leggiero, ora a destra or a sinistra del legno.

Adempiva la promessa fatta alla madre: tornava a Torino, ma aveva con sè l’amica sua, poteva mirarla, parlarle,sorriderle. Il sogno inenarrabile, al quale non aveva mai osato aprire interamente il suo cuore, si stava avverando. La sera prima aveva parlato lungamente, ferventemente con Liana del loro avvenire, trasvolando su tutte le circostanze che potevano ritardare ancora la loro unione. In due cose s’erano trovati d’accordo: il gran bisogno di quiete che sentivano entrambi, la necessità di non separarsi più a nessun costo.

E Liana aveva consentito a partire. Rincantucciata in fondo al legno, contraccambiava le parole colle parole, i sorrisi coi sorrisi; frattanto si provava a investigare il passato, ma si trovava impedita da una specie d’abbagliamento che le pareva d’aver dentro la fronte. Le cose erano cambiate per volere di Dio: credeva di scorgere nella serie dei tanti accidenti avvenuti come una traccia disposta da Lui per congiungerla a quello che doveva renderla pienamente felice. Ma lo era pur stata tanto nel breve tempo che aveva vissuto con Ughes!... L’effetto che questo nome le cagionava nello spirito era inesprimibile. Rabbrividiva pensando che si sarebbe sempre trovata senza difesa contro il ridestarsi improvviso di certe memorie. Eppure non aveva alcuna ragione di stimarsi colpevole. Tornando a grado a grado alla serenità normale, passando a un altro amore, ella non aveva fatto che obbedire a una legge naturale, forse a una legge conservatrice del mondo... Perchè struggersi in un lento martirio, mentre si sentiva un tesoro d’affetti nel cuore, mentre aveva tanta tanta sete di vita?... Così ragionava; ma intanto la sua coscienza continuava ad attristarsi d’un indefinibil rimorso. Perchè, perchè questo turbamento crescente? V’era dunque un’affinità, una rispondenza occulta tra l’anima sua e il tempo che si veniva spaventosamente rabbuiando? La burrasca imminente le annunziava forse una nuova sciagura?

Indietro il cielo era sgombro e sereno; davanti tutto occupatoda lunghi nuvoli, che in alto figuravano come una immensa chioma grigia, tormentata gagliardamente dal vento, in basso finivano in una linea nera, quasi parallela all’orizzonte. Da questa scendevano grandi striscie di pioggia, plumbee sur un campo livido. Il tuono rumoreggiava irosamente; le vette degli alberi oscillavano al vento, che or si quetava, ora soffiava più forte, portando da lontano un grave odor lutulento.

Passate le prime case di Lombriasco, l’acqua cominciò a venir con furore, mista con grandine. Bisognò riparare in un’osteria. Massimo fece portar da bere ai suoi uomini, poi entrò con Liana nella cucina, che era insieme la sala. Si misero a sedere uno in faccia all’altra ad un tavolino; e, mentre Liana pensierosa volgeva l’occhio ora sul palco affumicato, ora sulle pareti scalcinate, Massimo le veniva comunicando nuovi disegni e nuove speranze. Arrivando a Torino, egli l’avrebbe condotta all’Albergo Reale, e cercato quindi il modo di farla trovare con la contessa. Niente di più facile, a parer suo, che guadagnarne l’animo interamente, definitivamente. Il suo cuore presentiva anche prossimi la liberazione e il ritorno del conte. E lui pure, vedendo Liana, non avrebbe potuto tenersi d’aprirle le braccia.

— Diavolo! — esclamava, battendo il pugno sulla tavola. — Ne abbiam passate delle brutte, n’è vero? Delle bruttissime n’abbiam passate; ora che si respira, ora che la va benone, tutti devono voler vivere d’amore e d’accordo e in allegria.

Liana taceva, si sentiva l’anima come ammollita, come intorpidita. Or le pareva d’esser diventata molto molto vecchia, così che non metteva conto di pensare al futuro; ora invece provava l’impressione d’aver già vissuto quei momenti. Ma quando? Si rammentava confusamente d’essersi trovata un altra volta in una luce grigia e sinistra, attediata dallo stroscio dell’acqua che veniva alla dirotta.Forsechè s’era fermata in quel luogo con Ughes, al tempo del loro primo passaggio? Si sentì dentro come una scossa, una traffitta che le tolse il lume degli occhi. No, no, no: quel giorno c’era il sole, un bel sole, ed avevano passate l’ore del rinfresco a Carignano. Che significava questo garbuglio d’idee, questa sequela di reminiscenze ottenebrate? Perchè tutte o quasi tutte si riferivano ad Ughes? Possibile ch’ella lo amasse ancora? Ma se in quel momento stesso, mentre pensava a lui, riposava teneramente il suo sguardo su Massimo!

Intanto il tempo passava. Finalmente Devalle venne a dire che si poteva andare, che anzi conveniva rimettersi subito in viaggio.

Trovarono la strada fangosa da per tutto, guasta ed allagata in più punti. L’andatura dei cavalli diventò ancor più lenta e affaticata. Appena a Carignano, Massimo, vedendo ch’era ormai impossibile arrivare a Torino prima di notte, stette in fra due di fermarsi addirittura a pernottare dov’erano, o di pigliare un calessino e proseguir solo con Liana. Ma poi, riflettendo meglio, rammentando la sua promessa, pensando ai malviventi che andavano attorno, decise di non fare nè una cosa, nè l’altra. Rimanendo avrebbe scontentata e tenuta in apprensione sua madre; lasciando indietro i suoi veniva a privarsi, in caso di pericolo, d’un aiuto valido e pronto. Del resto poi si sentiva pieno di fidanza nelle proprie forze, nel proprio destino; pieno d’una volontà lieta ed intrepida che tutto abbelliva.

Si avviarono di nuovo, appena ripreso vigore. Adesso avevano dalla loro anche il tempo: le nuvole s’erano alzate e attenuate per modo che per tutto traspariva il sereno; le piante, lavate e riavute dall’acqua, verzicavano più belle di prima; sulle foglie e sui rami, le gocciole, tocche dal sole che piegava al tramonto, brillavano di tutti i colori dell’iride.

Di mano in mano però che andavano avanti, trovavano la strada men malagevole, e i cavalli procedevano con passo più libero e sicuro. I contadini, ai quali il padrone aveva fatto per due volte buonissime spese, cominciarono a motteggiare, e facevano a chi le diceva più belle. Dopo un poco Massimo aprì lo sportello, montò lesto e si accomodò accanto a Liana. Dubitava di non essersi spiegato ancora abbastanza, di non aver saputo esprimere efficacemente come, quanto l’amava. Voleva ripeterle che si sentiva consumato, divorato dentro dalla brama di appartenerle, di consacrarle tutti i suoi pensieri, tutto il suo tempo, di darsi interamente e con tutta l’anima a lei. Non riesciva neanche più a comprendere come avesse potuto viver lontano!... Pensava che avrebbero poi fatto bene, a suo tempo, a ritirarsi in campagna, in qualche luogo appartato, remoto, ove però vi fosse modo di adoperarsi anche un poco in altrui servizio e vantaggio. Del resto si rimetteva, si affidava in lei pienamente. Stava in lei il decidere. D’ora in poi ella doveva comandare, egli ubbidire. E seguitando a dichiarare il suo amore, cercava di rannodare alla meglio i pensieri, i casi della vita passata con l’insperata fortuna presente: dando o chiedendo timidamente spiegazioni di parole, d’atti, d’inezie rimaste oscure e dimenticate, e che ora rinascevano, si ravvivavano a furia. Egli veniva mettendo tra mezzo alle sue frasi, quasi inconsapevolmente, qualche soavissimo nome d’amore; e, quando il cuore provava troppo più che non potesse esprimere, le baciava le mani, le gote, i capelli.

Liana commossa, sopraffatta, rispondeva sommessamente come per non essere udita da chi era fuori; non ricambiava le carezze, ma non le sfuggiva e non faceva alcuna forza per tener lontano l’amante.

Di repente ella gli si svincolò dalle braccia con un gemito sordo, con un moto convulso di tutte le membra; poi,chinato il capo, si strinse le tempie fra le palme e rimase alcuni istanti come presa da timor panico, incapace d’articolare parola.

— Che c’è? — domandò Massimo, turbato. — Che cos’hai? Cos’hai visto?

— Niente — rispose Liana. — M’è venuto un capogiro... Cioè no, è stato un abbaglio: ho creduto di vedere comparire un uomo allo sportello, e non c’è nessuno. Non è vero? Non c’è nessuno.

Massimo si sporse, guardò, crollò il capo. Tacquero tutti e due. Dopo un poco Liana aperse le labbra con impeto, poi si contenne.

— Liana? — disse il giovane, con maggior passione che mai.

Ella esitò un istante, e ripetè piano:

— Non c’è nessuno, e non ci può esser nessuno: la persona che ho creduto di vedere, non è più di questo mondo.

Massimo aspettava ch’ella si spiegasse; ma ella pareva non potesse aggiunger parola.

Nel silenzio s’udiva una voce alta e sforzata al possibile:

La luna lisi, fa bel camminareÈ questa l’ora di rubar li doni;Rubar li doni non si chiama ladro,Si chiama cavalier di buon soldati.

La luna lisi, fa bel camminareÈ questa l’ora di rubar li doni;Rubar li doni non si chiama ladro,Si chiama cavalier di buon soldati.

La luna lisi, fa bel camminare

È questa l’ora di rubar li doni;

Rubar li doni non si chiama ladro,

Si chiama cavalier di buon soldati.

D’improvviso la carrozza si fermò. In quel punto la strada maestra era raggiunta da un’altra che moveva direttamente da una cascina lontana un cento passi. Il lume del crepuscolo fece vedere a Massimo e a Liana un uomo ritto al bivio, con uno schioppo lungo come una pertica ad armacollo.

— Chi viva? — gridò costui.

— Viva il Re! — rispose Devalle.

— Già — ripigliò l’uomo: — viva il Re! Adesso gridano: viva il Re anche quelli che la settimana passata gridavano: viva la Repubblica.

Massimo saltò a terra.

— Cosa c’è? — domandò. — Cosa volete?

— Di qui non si passa, senza il permesso dei superiori.

— E chi sono i tuoi superiori?

Colui, invece di rispondere, cacciò un fischio. Nella cascina si levò un ronzìo come in un nido di calabroni. Cinque, sei, otto ombre nere sbucarono dal portone, arrivarono correndo alla maledetta.

Massimo accennò prestamente ai suoi di serrarsi alla carrozza.

— Cosa c’è? — domandò a quel dello schioppo, una specie di frate, con le maniche rimboccate fino al gomito, la tonaca tirata su, e un antico spadone al fianco.

— Giacobini che scappano — rispose l’altro.

— Ma non vedi che vado verso Torino?! — esclamò Massimo.

Si sentiva bollire il sangue nelle vene; si pentiva già amaramente di non aver presa una risoluzione rapida, immediata. Bisognava slanciarsi sull’uomo di piantone, senza lasciargli fare un sol gesto, afferrarlo per il collo, atterrarlo, imbavagliarlo, e tirare di lungo. E anche adesso, se fosse stato solo...

Girò l’occhio intorno, mordendosi il dito: i briganti erano almeno una trentina, e ne comparivano altri che parevano balzar di sotterra.

Un brutto figuro vestito di rosso, con un gran tricorno di sotto al quale uscivano i capi d’un cencio che gli fasciava le tempie, si accostò a Massimo e lo pregò, con fare sdolcinato, di pazientare un pochino, e l’accertava che l’indugio non sarebbe stato lungo. Gli altri si misero a ridere sguaiatamente.

Il figuro intonò un suo turpe ritornello; e subito alla sua voce s’accompagnarono parecchie altre. Poi si gridò:

— Il maggiore! Il maggiore!

Il maggiore, un bell’uomo alto e ben fatto, era in grande uniforme da ulano, ma aveva in testa un berretto da notte; fumava una lunga pipa, e camminava a braccetto con un prete; lo seguiva una specie di guardia del corpo: sei o sette uomini, con lancie, spuntoni, e falci immanicate al rovescio.

— Senta — gli gridò Massimo da lontano, — sono stato fermato, trattenuto non so con che diritto... Mi faccia il piacere...

— Un momento — rispose molto garbatamente il maggiore: — mi favorisca il suo nome.

— Sono il conte Claris, e vado a Torino per...

— Scusi, il conte Claris è in Francia. Lo so di sicuro.

— Ma io sono suo figlio...

— È vero! — esclamò il prete che stava accanto al maggiore. — E io che non lo riconoscevo! È perchè ha la voce un pochino alterata. Sono io, sor contino, sono don Macari.

— Meno male! — ripigliò Massimo. — Sa che è una bella storia, questa! Mi raccomando a lei.

— Si figuri!

E il prete si voltò verso il maggiore, che mostrò d’assentire con un cenno. Massimo ringraziò don Macari, salutò, si ricacciò nel legno. I cavalli si mossero.

— I miei ossequi all’illustrissima signora contessa — aggiunse ancora il prete.

— È lì anche lei — susurrò una voce: — è lì dentro rimpiattata in un angolo.

— Ohe! ohe! — gridò più di uno. — Bisogna vedere, bisogna vedere... Alto! Alto là!

Liana afferrò il braccio di Massimo, glielo serrò forte:

— Siamo perduti! — mormorò. — Sei armato. Promettimi, giurami di non lasciarmi diventar preda di costoro...

— Silenzio! Coraggio! — rispose il giovane con i denti stretti.

— La lanterna! — ordinò il maggiore. — Su, alzate la lanterna!

Un raggio insolente ferì Liana dirittamente nel viso.

— Avanti! — urlò Massimo. — Devalle avanti, per Dio!

S’udirono battimani, voci e risa beffarde. In quel momento i cavalli staccati, bastonati, punzecchiati, trottavano pesantemente, l’un dietro l’altro, verso la cascina.

— Massimo! Massimo! — supplicava Liana raccapricciando. — Non lasciarmi cader nelle loro mani. Non voglio. Pensa!... Massimo, viva no in quelle mani, viva no! Sono tua, uccidimi tu. Moriamo insieme.

E gli si stringeva sempre più addosso; egli la respingeva inconsapevolmente per guardar da una parte, per guardare dall’altra, quasi sperasse di scorgere un rifugio, un asilo, una via aperta alla fuga per virtù di un miracolo. A un tratto tornò a urlare:

— Devalle! Alesso, Giberto, Barbero, aiuto, per Cristo!

Ed ecco il legno urtato, spinto, trascinato avanti di qualche passo. Eccolo di nuovo arrestato. Ecco correre all’intorno un calpestio furibondo, un’agitazione frenetica di corpi; e urli, rantoli, gemiti, bestemmie: voci e strepiti d’uomini ferocemente alle prese. Massimo, quasi fuori di sè, volle buttarsi giù a corpo perduto. Non potè aprire, non potè smontare. Cacciò fuori le pistole, imprecando, fremendo, digrignando: aveva in pugno la vita di due uomini, ma eran tanti! eran tanti!

Ricadde seduto. Liana, con le mani giunte dinanzi alle labbra, ripeteva sempre:

— Moriamo anche noi, moriamo anche noi...

— Prega! — rispose il giovane.

— Il cocchiere! Il cocchiere! — Si vociava al di fuori. — Il signor conte ha chiamato il cocchiere!

Una cosa rotonda, scarmigliata, grondante cadde nel legno.

Liana gettò un grido terribile; risposero sconcie parole, sconcie risate.

— La giacobina! La giacobinetta! Fuori, fuori! Giù la giacobina!

I due sportelli furono aperti con impeto; mani violente ed oscene abbrancarono la giovane signora per i piedi, per le gambe, per le vesti.

Ella si avvinghiò a Massimo alla disperata.

Egli ruggì:

— Andiamo!

E per due volte, la carrozza s’empì di fiamma, di fragore, di fumo.

Una pura, ridente, splendida aurora. Non una nuvola in alto; appena un roseo, leggierissimo velo di vapori fermo a mezz’aria, lungo il corso del Po.

Stefano Bechio, uscito da Torino quella notte, fuggiva come avesse i panduri alle spalle. Soffiava come un istrice, era senza cappello, e levava e rimetteva un parruccone arruffato, color biondo-lino. Si soffermava pure ogni tanto, per guardare indietro con quei suoi occhi sgranati, non esprimenti una perfetta lucidità cerebrale; per minacciare, scotendo rabbiosamente il dito, or Torino invisibile, ora il real castello di Moncalieri, ritto sulla falda, vestita di case e di torri.

Subitamente, passata una curva, si vide dinanzi un legno sconquassato, inzaccherato e piegato fortemente sur un fianco; intorno intorno il terreno era tutto orme e traccie sanguigne. Più oltre si vedevano forme umane abbandonate e giacenti.

— Alla larga! — brontolò lo speziale, saltando nel campo.

Fatti due o tre passi, si fermò, aguzzò l’occhio da cui tralucevano insieme la curiosità e il terrore; e invece di allontanarsi, si approssimò pian pianino. Intravvedeva due altri corpi irrigiditi sui cuscini.

— Uh! — fec’egli — stecchiti anche questi. Tutti morti! Tutti morti!

Non osando toccarli, si protese: non distingueva le fattezze di Liana sotto il fiume dei capelli disciolti; inopinatamente raffigurò il contino.

— Ah! — esclamò chinandosi, mettendogli il viso sul viso con uno stralunamento d’occhiacci rotanti: — Viva la Libertà!

Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.


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