VI.

Messi insieme un centocinquanta soldati, li guidai contro i fuggenti. L'avanguardia regia respinta dalla nostra carica a cavallo, il successivo ritrarsi deicafonie lo affacciarsi del mio corpo persecutore gettarono qualche scompiglio nella colonna nemica, la quale ripiegava sovra Isernia. Tentò essa due volte di fronteggiarmi, ma raccolti i miei in massa l'assaltai alla baionetta, e pervenni di gettarne una parte sulla sinistra e d'impedire il suo ricongiugnimento col rimanente che per la consolare si rifugiò in Isernia. Mi sorse in pensiero d'entrarvi insieme alla rinfusa, ma ignoravo quale fosse la mente della cittadinanza; temevo d'oltrepassare le intenzioni del comandante, e quantunque i miei avessero superato le mie speranze, non ero certo della loro virtù per un cimento supremo e cotanto ineguale. Stetti perplesso alquanto, e al fine deliberai d'impadronirmi della linea di collinette che limitano la pianura e sovrastano a Isernia; ove mi collocai. A man ritta la consolare biforcandosi volge ad Isernia e a Castel di Sangro. Mi rallegravo d'averla sgomberata dai nemici epperò di poter porgere facoltà a Nullo d'eseguire senza ostacolo l'antiveduto cambiamento della base d'operazione, se necessario.

Era già mezz'ora di sera e nessun ordine mi venne trasmesso dal comandante. Laonde, consegnata ad un capitano la custodia della collina, rifeci la via al quartieregenerale di Pettorano per riferire il risultato delle mie operazioni, per apprendere i particolari della vittoria su tutta la linea e per ricevere nuove istruzioni. Una sequela d'archibusate partite da Pettorano mi fastidiva il ritorno, e deploravo il solito vezzo dei volontarî di tirare ad ogni ala di vento, anche contro ai proprî amici. Giunto con qualche difficoltà a traverso i campi, intercisi da fossati e da siepi, sulla consolare, mossi al trotto verso l'osteria discosta circa due miglia. Dopo un miglio m'imbattei in alcune squadre dei nostri carri senza cavalli. Riconosciutici a vicenda, queglino mi dimandarono notizie con voci confuse e paurose, narrando che furono sbaragliati dai regî e che pel momento favorivali l'oscurità.

—Caso parziale, io risposi con accento rassicurante; noi abbiamo battuto completamente il nemico e la giornata è nostra.

A tali asseveranze stettero paghi e lieti, ed io tirai diritto al passo. Il silenzio diventava di più in più profondo e solenne. Dopo breve tratto, dalla pendice di Pettorano la consolare piega a sinistra, traversa la gola, poi si ripiega a destra alle radici di Carpinone. Ivi mi percossero l'orecchio gemiti di moribondi, e la notte stellata consentivami appena di distinguere alcune masse brune sul fondo chiaro della strada. Smontai di sella e riconobbi che gli erano cadaveri e feriti, tragicamente mescolati insieme. Subito m'acquetai ricordando i caduti nel combattimento che sostenemmo per espugnare la pendice. Sperando che qualcuno di quei dolorosi potesse intendermi, li affidai che avrei mandato senza indugio a raccoglierli e medicarli. Veruno pronunciò sillaba, e l'ininterrotto rantolo dell'agonia fu la sola risposta che mi venne udita. Ma nel procedere sul mesto sentiero, la vista frequente di consimili masse brune funestò i sereni pensieri della vittoria, e mi assicurò che quello fu teatro d'altre e fiere lotte, mentre io all'avanguardia guadagnavo le colline d'Isernia.—Quant'è grave il sonno sugli allori! dicevo sospirando meco medesimo. Affè di Dio, si direbbe che non ci fosse anima viva! Poveri diavoli, le fatiche della marcia, le ansie della battaglia li affranse. Solito effetto del primo fuoco. La sensazione del primo fuoco stanca più della marcia. Avevo ragione di obbiettare ai dubbî di Nullo sul loro valore, e Nullo si sentirà arcicontento del torto, considerando che le prime armi dei volontarî americani nella guerra dell'indipendenza, e dei francesi nel 1792 si riepilogano in belle e buone fughe. Però se la campagna è seminata di morti a simiglianza della strada, vincemmo peggio di Pirro.

Con siffatte riflessioni capitai all'osteria. Bruciavo dal desiderio di risapere gli eventi, di consolare le fauci riarse con un bicchier di vino e lo stomaco vuoto con qualche vivanda.—Quivi, pensai, piglierò in un favo il maggiore e Mingon a cena. Entrai, chiamai, picchiai e corsi la casa di dentro e di fuori. Deserto! nè ospiti, nè oste, nè creatura viva.—Bene, dissi, l'oste se ne sarà ito saviamente e gli amici sarannosi ristretti a Pettorano. Ma, perdio, nemmeno un picchetto di guardia! nemmeno una sentinella! Traversai la consolare e cavalcai su per la salita di Pettorano, scacciando dall'animo le cure uggiose che vi faceano capolino. La fantasia mi figurava la statua della vittoria coperta d'un manto funebre.

A mezzo dell'erta incontrai un pecoraio col suo gregge reduce dai pascoli propinqui; e con accento nemico rispose alle mie interrogazioni che non sapeva nulla, e giratami villanamente la schiena affrettossi alle pecore. Salendo con screscente sospetto, in prossimità delle prime case di Pettorano arrestai un contadino che discendeva, e impugnata la rivoltella gli domandai:

—Vieni da Pettorano?

—Sissignore.

—Vi sono gli uffiziali garibaldini, quei dalla camicia rossa?

—No.

—Come no? Dimmi il vero o ti buco la testa con due palle.

—Signore! ci sono i gendarmi e i soldati di re Francesco che mangiano e bevono in allegrezza.

—Ma gli uffiziali e la truppa garibaldina?

—Circondati e vinti dai soldati e dai paesani, un'ora innanzi sera i cavalieri tentarono ritirarsi per la consolare, e i fanti per i monti sulla direzione di Bojano.

Sbalordito da questo annunzio fulmineo, stetti alquanto sospeso e mi lampeggiarono alla mente in riprova gli ordini indarno aspettati, i colpi di moschetto di Pettorano, i carri di provvigione e il drappello tagliati fuori, il silenzio, i feriti senza soccorso, l'osteria abbandonata. Poscia ripigliai:

—Icafonidove si diressero?

—Si accamparono sulle alture che dominano la consolare da qui aCastelpetroso.

—Sono in gran numero?

—Non saprei quanti con precisione, ma certo da due a tremila.

—Tu m'inganni ed io t'ucciderò. Dissi e montai il cane della rivoltella; indi soggiunsi:

—Precedimi a Pettorano. Mossi il cavallo; e il contadino a me:

—Arrestatevi, signore; v'assicuro che là trovate i gendarmi, e v'incamminate alla morte. Se volessi ingannarvi, vi direi—andiamo.

—Ebbene, va a verificare di nuovo, io t'attenderò ai piedi della salita; giurami sull'ostia sacra che ritornerai e mi riferirai la verità; io ti regalerò due piastre.

—Giuro e vado per accontentarvi; ma i gendarmi ci sono come voi siete qui.

Parevami codardia lo scendere, eppure trepidando sulla sorte della mia schiera e risoluto di raggiungerla, scesi. Venti minuti appresso ricomparve il contadino a riconfermarmi il fatto terribile. Dategli le due piastre e stesagli la mano, lo ringraziai stupefatto assai più della sua generosità che della nostra disfatta. Egli, separandosi da me, mi augurò buona fortuna e mi consigliò di pigliare la cima dei monti. Io mi avviai verso le colline d'Isernia al mio manipolo. Ma a poca ora di là l'incontrai sgominato e atterrito e assottigliato; nel riconoscermi, quei miseri, si racconsolarono alquanto, e riseppi che un'ora dopo la mia partenza un nugolo di nemici fece impeto sulla collina, e ne li ributtò all'arma bianca, perseguitandoli.

Io li ragguagliai della situazione, e gl'invitai a seguirmi verso Bojano, sulla consolare, aprendoci la ritirata con la punta della baionetta.

—La ritirata di soldati garibaldini, conchiusi, deve risolversi in un assalto.

Nativi del Molise quei volontarî, pratici dei luoghi, m'invitarono alla loro volta di lasciare il cavallo, di montare sulla cima delle montagne, e di cima in cima riparare a Bojano con minore pericolo.

Risposi che in quello infortunio non erami grave il morire, che avrei stimato viltà abbandonare il cavallo, e che preferivo la morte affrontando il nemico, alla salute evitandolo. Eglino non pertanto presero l'erta, ma, divisi nell'opinione, si divisero per le opposte montagne, ed io soletto voltai e mi mossi sulla consolare. Percorse due miglia, la gola allargandosi s'impaluda ed esala miasmi crudeli. Afflitto dalla febbre perniciosa nel settembre e paventandone la ricomparsa, balzai in piedi, tolsi, disotto alla sella, il panno e me ne feci mantello. Radi colpi di moschetto disturbarono di poco il mio viaggio. I cafoni sicuramente si concentrarono alla termopile di Castelpetroso. Procedevo al passo per non istancare il cavallo travagliato da nove ore d'incessante lavoro, serbandolo al supremo esperimento. Un miglio ancora e m'apparve sulla via biancastra una macchia nera. Dapprima la giudicai un albero abbattuto, ma il rumore dei passi di gente armata sul dosso soprastante m'indusse a crederla un gruppo dicafoni. In qualche minuto mi s'intimò l'alto, chi va là?A cui,Viva l'Italia!gridai, e mi spinsi avanti al galoppo.

—Ferma, amici, amici.

Era un pugno di sbandati, fra i quali parecchi uffiziali. Non appena io pronunciai alcune parole, mi vennero udite dall'alto le seguenti esclamazioni.—Ah! signor Alberto! signor Alberto! il mio padrone! E sento un uomo balzare da un enorme masso sulla strada e dietro di lui un cavallo fare il medesimo salto senza fiaccarsi le gambe. Strettemi le ginocchia, quell'uomo ripetè con traboccante emozione:

—Ah! signor Alberto! vivo! ora sono contento!

Era Pietro di Bergamo, il mio soldato di ordinanza.

Sei o sette di loro contemporaneamente s'industriarono di chiarirmi sulle vicende della giornata. Sfogato il naturale talento di spassionarsi in massa, mi furono cortesi di favellare uno alla volta. E narrarono che altri trovossi sul colle di Pettorano, altri all'osteria, e Pietro con lo stato maggiore. Appresi adunque che il battaglione regio e le due alicafonichemarciavano da Isernia in arco di cerchio, di forma che la sinistra toccando il monte di Carpinone e la destra investendo la pendice di Pettorano, il battaglione nel centro figurava in seconda linea, e che intanto un secondo corpo di gendarmi uscito dalla opposta porta d'Isernia, per celati sentieri irruppe su Pettorano di fianco, appoggiato dalla manovra simultanea della mentovata ala destra. Quest'ultima operazione eseguitasi mentre il comandante e noi del suo seguito si assaliva a cavallo il battaglione del centro, i difensori di Pettorano, avviluppati da due fuochi, separati da Nullo, che avrebbeli coll'esempio trattenuti o tratti in opportuno luogo, diedero volta a passo accelerato. La discesa sulla consolare e il ricongiungimento con gli amici furono loro vietati dalla presenza di ben tremilacafoniin armi, i quali, sbucati dai versanti esterni della doppia riga di monti e calativi per primi, preclusero da tergo il passaggio.

Laonde, la scarmigliata colonna, offesa per ogni verso, arrampicossi sulle scoscese sommità con un filo di speranza di ridursi almeno in parte a salvamento. In questo mezzo, riedeva Nullo per difendere Pettorano, ma, pervenuto all'osteria, grosso nerbo di gendarmi e dicafonidalle finestre e all'aperto, lo accolse con un fuoco micidiale. Ricostituita, in mezzo alle palle borboniche, la retroguardia, già trabalzata dall'osteria, e le guide, con ripetuta irruzione saggiarono indarno di schiudersi il varco. Allora la scorata retroguardia rifugiossi al monte, ripromettendosi la compagnia degli accampati in Carpinone. Nullo, il maggiore Caldesi e sette guide, rimasti deserti, spronarono i cavalli nella folta dei nemici, e mercè di quell'impeto, di minacciose grida, di sciabolate e di colpi di rivoltelle passarono oltre, ma poco più in là urtarono nella moltitudine deicafoni, e se ne ignora la sorte. Pietro, impedito di seguirli, dovette cacciarsi col cavallo alla montagna, e fra balze e greppi penosamente si trascinò là ove lo rividi. Se non che, la terribilità della situazione non era la morte, giudicata inevitabile, sibbene il modo della morte. Quegli spietati non accordavano quartiere, e i caduti nelle loro mani, o feriti o sani, lentamente uccidevano.

Durante l'esposizione della lacrimevole istoria, io meco stesso andavo indagando le cause del disastro, e parevami che Nullo, scambiato il temporeggiamento col tempo perso, errasse scostandosi dalla posizione gagliarda di Castelpetroso, prima d'avere munite le spalle e addestrata al fuoco la schiera novizia; e poscia, anteposto all'utile coraggio la temerità perniciosa, errasse dipartendosi, per avventarsi col suo stato maggiore sul nemico, dal battaglione di Pettorano. Lui presente e i suoi, la pendice non sarebbe stata perduta, nè Pettorano presa senza combattimento, e, in ogni ipotesi, egli avrebbe potuto colorire il disegno d'invertire l'ordine della guerra trasferendosi, con movimento obliquo, sulla consolare di Castel di Sangro, mentre le maggiori forze nemiche adunavansi su quella di Bojano. I nostri di Carpinone ne avrebbero agevolato la riuscita.

Esaurite le informazioni e le considerazioni, io così parlai a quella banda di afflitti:

—Strettamente recinti dal nemico cento volte più poderoso di noi, impossibile la resa perchè esso tortura e scanna i prigionieri e perchè i garibaldini non si arrendono. Noi siamo perduti. La fortuna ci ha riserbato questa fine, ma la nostra volontà ce la farà subire con infamia od affrontare con onore. Probabilmente la notte persuase il nemico di raccogliersi in Castelpetroso, ov'egli aspetterà le vaganti reliquie della nostra legione che tentassero il ritorno, sinchè il nuovo sole gli conceda di trucidarle per la campagna. Lo stato disperato v'ispiri il coraggio della disperazione. Vi propongo che ci apriamo il passo di Castelpetroso con la baionetta; io mi porrò in testa di colonna. Uniti e risoluti, qualcuno di noi potrà escirne vivo. La via dell'onore è anche la via della salute. Avanti!

Scossi e riscaldati dalla mia concione, benchè adagio, mossero i piedi e mi tennero dietro. A mezz'ora di là, c'imbattemmo in una carrozza rovesciata sull'orlo della consolare, senza cavalli. Era la carrozza, ch'io feci noleggiare a Caserta da Pietro. Dinanzi ad essa giaceva il vetturino immerso nel proprio sangue, che si dibatteva nell'ultime angosce della morte. Poco più giù, sulla china, stavano supini varî cadaveri ignudi; alla luce di fiammiferi ravvisai Bettoni di Cremona, ferito sotto Pettorano, sottotenente delle guide, Lavagnolo di Udine, Mori di Mantova, guide; il soldato d'ordinanza di Caldesi e alcuni altri che non riconobbi; tutti trafitti da arma bianca. Solo il cencioso vetturino era vestito. M'accorsi che il miserando spettacolo svigorì gli animi della mia squadra. Pur nondimeno si andò avanti, io vuotando il sacco delle buone ragioni, e Pietro associandovi alcuna salutifera piattonata sui renitenti. Un'ora di più, e spuntarono sul basso della strada varie case della fatale borgata, distaccate da essa un quarto di miglio; ce le indicarono le striscie di luce uscita dai balconi socchiusi. Io chiamai quattro dei più intrepidi a precedere la colonna in due coppie a cinquanta passi per esplorare la strada e antivenire una sorpresa, con ordine di ripiegarsi sulla nostra fronte in prossimità della borgata. Faticosamente potei deciderli a venti passi, e in qualche minuto, indietreggiando, si rimescolarono con gli altri. E a me che ne li rampognava, una voce ostile mi saettò che invece di mandare avanti altrui, vi andassi io stesso.

—Andrò, risposi, se uno di voi assume il comando in luogo mio. Promisi d'essere primo nell'entrata di Castelpetroso e sarò primo. Ad ogni modo qui siamo tutti ugualmente primi.

Io e Pietro all'antiguardo, e i tetri guerrieri ci tenean dietro lentissimi. Oltrepassato in pace il casolare, eccoci al fine a Castelpetroso. Costrutta a tre quarti della montagna ripidissima, Castelpetroso è una borgata lunga oltre mezzo miglio, tortuosa e solcata dalla consolare. In quella notte vi si attendarono effettivamente due migliaia dicafoni, perchè punto strategico.

A un gomito della strada arrestai i seguaci, e li arringai di nuovo quanto più calorosamente mi venne fatto. Frattanto i posti avanzati deicafoni, impediti di offenderci coi fucili, perchè ivi il monte, ergendosi a picco, ci cuopriva, rotolarono sassi e macigni che ci rovinavano addosso; allorquando da un cespuglio di faccia, appartato dalla consolare, s'intese ilchi va là?Pietro chiesemi che cosa dovesse rispondere.

—Rispondi:Viva l'Italia!No:Viva Garibaldi!Capiranno meglio.

Replicarono alla nostra risposta con un colpo di fucile che chiamò all'armi le masnade.

—Amici, così io parlai; ora alla prova. Avanti! Viva l'Italia! Io vi precedo. I sassi piovuti feceli titubare, la carabinata li distolse dalla forte risoluzione, e retrocedettero. Indirizzatomi a Pietro, gli dissi:

—Vieni tu?

—Vengo.

Vôlto un pensiero d'addio alla moglie mia, mi spiccai al galoppo.

Il nemico, schierato sul ciglione che costeggia da un capo all'altro della borgata la consolare serpeggiante, ci aspettava coll'arme puntata. Una scarica di prospetto ci salutò nell'ingresso, e, girato l'angolo, fummo tempestati di fianco da un turbine di palle a brucia pelo. Pietro, che galoppava alla mia sinistra, giudicò prudente di porsi alla dritta, ond'io coprendolo gli fossi schermo, ed attuando questa manovra mi levò dal piede una staffa. Inefficace precauzione, imperocchè nel descrivere le curve e gli angoli della contrada, eravamo talora fulminati e di fianco e di faccia e da tergo. Un getto continuo di cartucce accese, tanta era la propinquità degli offensori, balenava per ogni verso intorno a noi e ai cavalli. Agli spessi volgimenti aggiungevasi il forte pendìo che ne costringeva a rallentare il corso, e ci offrivamo al nemico più continuo e più agevole obbietto. Il mio cavallo, sempre irrequieto e indocile nei combattimenti, quella notte, forse penetrato della gravità del caso, aveva messo giudizio e filava diritto come una freccia. Intanto si andava avanti. Pietro impugnava uno spadone, io la rivoltella per farci largo nella possibilità d'un assalto sulla via; e studioso dell'equilibrio mi occupavo nel tempo stesso a tirare or da un lato ora dall'altro il panno che m'ero già tolto di dosso e avevo posato sul collo del cavallo: la cura della umidità del di poi e della febbre probabile, mi distraeva dal fuoco attuale e dalla morte certa. Icafoni, irritati di non vedermi cadere malgrado i cento e cento colpi, raddoppiarono di lena coll'appendice delle feroci imprecazioni, degli ululi furibondi, e ne intesi anche di donne. Era un tumulto. Sulla fine della borgata la strada sviluppasi in emiciclo nella congiunzione di due monti, ove le offese nemiche allentarono. In capo ad esso un cavallo ucciso ingombrava il passo: quel di Pietro trascorse senza difficoltà, ma il mio, affetto dal ribrezzo del confratello estinto, rinculava, dava volta, impennavasi. Il nemico, profittando dell'intoppo, mi bersagliò con tiri convergenti e gettossi sulla strada per afferrarmi. Finalmente, più del ribrezzo, potendo sull'animo della sconsigliata bestia la logica degli speroni, si risolse di saltare il morto e di conservare due vivi.

Colà la gola si spalanca, la consolare cala dalla costa all'alveo del Tiferno e lo traversa; i tiri sempre più discosti e innocenti grado grado cessarono. Conceduto qualche respiro ai cavalli e acceso il sigaro:

—Senza di lei, mi fece Pietro, partito fra l'ammirazione e la gioia, io non ci sarei passato per Dio! e non so chi altri ci sarebbe passato. Ora possiamo contare d'essere nati due volte a questo mondo.

Nondimeno sino a Cantalupo sovrastava il pericolo d'un'imboscata, e benchè si progredisse in sull'avviso, estimavamo oggimai un gingillo qualunque sbaraglio. Ma la consolazione d'avere campata prodigiosamente la vita in tanto frangente ci amareggiavano il ricordarci degli amici trucidati, l'ignota fine dei rimanenti e la scena nuova per noi della sconfitta. Contristati dalla pietà, dalla incertezza e dall'umiliazione, a mezzanotte s'entrò in Bojano. Sulla piazza, una pattuglia della guardia nazionale ci fermò e le chiedemmo ansiosamente novelle e risapemmo che alcuni erano arrivati. Smontati alla stalla, sparsa di cavalli sdraiati con tale abbandono che parevano spirati, volai alla casa del gentiluomo, con cuore trepidante. Sedeva egli sul letto, sgomento e livido come una larva, con l'orecchio teso, immaginandocafoniad ogni ala di vento. Eppure, memore dell'ingrato scherzo di Maddaloni e della catilinaria della vigilia, nel rivedermi dopo la dispersione e la ruina, un lampo di soddisfazione guizzò negli occhi incavati, e un fuggitivo sogghigno gli contrasse gli angoli della bocca. Ne l'ho redarguito più tardi; per allora gli dimandai affannosamente degli amici. Entrato nella stanza indicatami, trovai Nullo corcato e Sottocasa da Bergamo, guida. Eglino a me ed io a loro sembrammo apparizioni. Mi raccontarono sommariamente che il maggiore Caldesi posteggiò alla volta di Campobasso per trasmettere un telegramma a Garibaldi, che nulla sapevasi del capitano Zasio, che quasi metà delle guide perì nella ritirata, e che appena un'esigua porzione della colonna fin'allora chiappò la riva.

—Un'ora prima del tramonto, continuò Nullo, circuiti e stretti da ogni canto, rompemmo violentemente il circolo degli assalitori davanti all'osteria, percorremmo la consolare, sotto un fuoco di fila a dieci passi durante cinque miglia, sino al di qua di Castelpetroso, pestando e ferendo quanti s'ardivano sbarrarci la via. Gl'infami assassinarono in carrozza Bettoni e qualche altro ferito, Lavagnolo e l'ordinanza del maggiore che li scortavano.

—Li trovai, interruppi, cadaveri e spogliati.

—Mori, ripigliò egli, ebbe ucciso il cavallo, e aggrappatosi alla coda d'altro cavallo venne atterrato e spento di moschetto e di pietra. Il piccolo drappello lottando con valore e con calma sopravvisse in parte all'eccidio con sì meravigliosa fortuna che tuttavia parmi una illusione. Non so comprendere come quegli astuti villani non abbiano asserragliato la strada, e spiego la singolare fortuna nostra congetturando che tirassero al cavaliere, avidi del cavallo. E per ciò e per la velocità e per l'audacia radi colpi percossero.

—A me però, disse Sottocasa, all'uscita di Castelpetroso ammazzarono il cavallo, ed io rimasi confitto in terra colla gamba destra sotto il suo ventre. Inutilmente mi sforzai d'estrarnela, e frattanto assistevo all'andirivieni deicafonisul ciglione, intesi a tirare sui trascorsi, o in attenzione di nuovi vegnenti. Essi non m'uccisero forse perchè, vittima certa, mi riserbavano a più studiato supplizio; quando dopo mezz'ora d'agonia, in un sussulto estremo del cavallo che moriva, cavai la povera gamba lacera e schiacciata. Trascinatomi a quattro zampe fino al margine della consolare, diroccai a valle. Di laggiù, tutto ammaccature e guidaleschi, zoppicando e dolorando, in cinque ore feci le dodici miglia sin qui.

Anch'io li ragguagliai delle mie avventure, lumeggiando in ispecie il serafico candore ond'erami sorbita la certezza della vittoria, e la brama, condita d'una dose di vanità, di far rapporto al comandante delle mie gesta, di cui già avevo ordito la tela della narrazione e composto il riepilogo sullo stile di Tacito:il nemico rovesciato in Isernia, le alture occupate, la via a Castel di Sangro liberata. Così eglino, in mezzo alle tragiche imagini di quella giornata, sorrisero un tantino alle mie spese.

Al tocco ci demmo la buona notte. Dopo sedici ore di sella, e digiuno, mi addormentai sul sofà nell'atto di svestirmi, e alla dimane trovai una braca e uno stivale cavati e una braca e uno stivale calzati.

Nella notte e al mattino capitarono nuove genti, ma nessuna traccia ancora di Zasio. Passeggiando sul mezzodì verso il Tiferno, mi occupava molto pensiero di Silvia.—E s'ei fosse morto, io mi chiedeva, che avverrà di lei? come celarglielo?—Mi figuravo la bellissima donna, desolata, impazzita; mi sentivo pieno il cuore di compassione e di malinconia.—Fin da ier sera ella sa certo del nostro disastro, e il maggiore avrà pure dovuto in un modo o nell'altro confessarle d'ignorare il destino di lui.—Ma le dimande, le risposte, le supposizioni, la pietà, ond'ero agitato, sospese il trotto d'un cavallo sul ponte. Ravvisai immantinente il giovine capitano.

Serratiglisi intorno cinquanta uomini delle due compagnie, ond'egli campeggiava in Carpinone, le quali nella sùbita invasione deicafonialla schiena si sparpagliarono, Zasio tentò con vano impeto la calata sull'osteria nel momento della mischia. Riguadagnata la vetta e travagliato dai nemici postati in luoghi inaccessibili, destreggiossi, con avvedute e ardite evoluzioni e con felici scaramuccie, la notte e il mattino fra boscaglie e valloni e rupi, conducendo due terzi della brava coorte alla stanza sicura di Cantalupo.

Alle due Nullo rassegnò la riaccozzata colonna sulla piazza di Bojano.Duecento uomini muti all'appello, e sei dei quattordici distaccati dalquartiere generale del dittatore. Il giorno successivo ripartimmo perCampobasso.

In casa dell'ospite X…, a cena, spiegando la salvietta, ciascheduno di noi vi trovò entro un pugnale di finissimo acciaio con la scritta all'acqua forte,vendetta. Era lavoro d'una fabbrica d'armi bianche di Campobasso giustamente famosa nelle Sicilie, ignorata altrove, e dono simbolico di Silvia, presente e malata.

L'indomani sera in teatro, a mezzo dell'opera, i cantanti intuonarono l'inno di Garibaldi. L'intendente De Luca dal palchetto troncò quella musica, gridando:

—Basta, basta, non più inno. Viva il generale Cialdini, vincitore dei Borbonici e deicafonial Macerone presso Isernia. Viva il re galantuomo!

Prima ingratitudine contro il Liberatore, di cui la serie la palla d'Aspromonte non chiuse.

Noi tumultuando urlammoViva Garibaldi!Rivolemmo ostinatamente l'inno, e l'inno fu cantato e ricantato.

Tornando a Caserta, il maggiore Caldesi mi fece:

—Ora credo anch'io puro sangue sannitico icafonidel Molise.

L'addio

—Perchè ve ne state laggiù? mi disse Garibaldi, a pranzo, nel palazzo reale di Caserta, il dì dopo del nostro ritorno dall'infelice spedizione; accostatevi e narratemi i casi d'Isernia.

Missori, Nullo, Zasio, Caldesi ed io, nauseati della frega adulatrice e vanitosa di molti uffiziali d'assidersi in mostra vicino al generale, ci raccoglivamo invariabilmente al lato opposto della mensa.

Conoscendolo insofferente di lunghe ciarle, gli raccontai l'accaduto con succinto discorso, e il maggiore Caldesi mi soccorse felicemente rilevando con elocuzione originale i tratti comici della tragedia. A Garibaldi era noto l'evento per minuto, dal rapporto del comandante Nullo; ma volle con pensiero gentile promuovere l'occasione di manifestarcisi contento di noi, benchè battuti, come se gli ci fossimo ripresentati vincitori.

—Così il Senato Romano, io osservai sorridendo, andò incontro aVarrone disfatto a Canne.

—Ecco il fattarello analogo! proruppe Caldesi, provocando la risata degli amici con codesta sua frase ripetuta ad ogni passaggio erudito che io, per aprirgli la vena faceta, andava con istudiata frequenza innestando nelle nostre conversazioni.

E proseguì:—Generale, i disastri di Caiazzo e d'Isernia sono le tinte scure che danno risalto alla luce delle vostre vittorie, e provano che si vince solo quando voi guidate.

—Fistolo! io esclamai. Non ti sapevo così perito nell'arte del cortigiano. Sembri un gentiluomo di camera di Luigi XIV.

—Altro fattarello analogo! replicò egli distraendo, col gradito ritornello, l'attenzione dal suo inusitato volo pindarico.

—Il vostro infortunio, notò con gravità il marchese Trecchi, largamente riparò per vostra consolazione il vincitore del Macerone, che il generale nell'ultimo proclama c'invita ad accogliere come fratello.

Ed io di ripicco:—Fratello d'Abele.

E il marchese:—Malignità di repubblicano!

—Si vedrà… Intanto voi non potrete negare che la sua entrata in casa nostra senza picchiare alla porta, e il bando del re di Sardegna ai popoli delle Sicilie non siano un insulto al liberatore e ai liberati. Il re dichiara d'intervenire, non già chiamato da quello o da questi, ma da alcuni municipî e da alcuni notabili, per rimettere l'ordine.

Garibaldi, alzatosi, troncò la discussione, che principiava a scottare, con queste parole:—Farini scrisse il bando, e il re l'avrà firmato in buona fede, senza leggerlo. E se ne andò.

Il mattino appresso un aiutante venne ad annunciargli che la divisione Bixio lo attendeva nel primo cortile del palazzo. I vincitori di Maddaloni. Scese il generale ad ascoltare la relazione delle gesta della valorosa divisione nella battaglia decisiva del 1.º ottobre. Garibaldi e il suo quartier generale, Bixio e i suoi uffiziali superiori, componevano uno splendido gruppo sulla fronte della divisione, che distesa per battaglioni non occupava tutto l'immenso cortile.

A me fu commesso di leggere la relazione. Lessi a tutta gola io, ma la povera voce non oltrepassando le prime schiere, Vincenzo Cattabene, di più robusto polmone, mi surrogò. La materia discorsa in quel fascicolo c'interessava poco, trattandosi delle abituali prove di coraggio segnalate e lodate; ma allorquando voltata la pagina ci venne udito il nome di cinque uffiziali, infamati per viltà, rimanemmo inaspettatamente colpiti da doloroso stupore. Garibaldi comandò che i tre presenti dei cinque escissero dalle file e si presentassero al cospetto di lui e della divisione. A me pareva, anzi in quel punto lo sperai, che i raggi di tante migliaia d'occhi, conversi su quegli sciagurati, avrebberli come folgore inceneriti prima d'arrivarvi.

Al loro mostrarsi, il tremito delle ginocchia e i battiti spessi e forti del cuore mi obbligarono di puntellarmi alla sciabola. Avvenimento nuovo per me e tremendo! L'età giovanile dei colpevoli, il sentimento della umana debolezza, l'idea che un sùbito turbamento può sorprendere anche l'uomo di saldo petto, l'apparato solenne della punizione, la fisonomia e l'atteggiamento d'inflessibile severità di Garibaldi, destarono nell'animo mio un affetto prepotente di pietà. Sentirsi dire da Garibaldi «siete un vile,» appariva agli occhi miei morte peggiore d'ogni morte.

Eppure il supplizio era giusto e necessario.

Frattanto i tre giunsero alla presenza di lui e degli intentibattaglioni. Garibaldi, saettatili con uno sguardo di GioveTonante:—Togliete loro la spada, disse al marchese Trecchi, e aNullo:—Strappate dai berretti le insegne del grado.

Il marchese li disarmò, e Nullo gettò con forza a terra gl'infranti fili d'argento. I tre non morirono. Ma io vidi tramontare dal loro volto il lume divino dello spirito.

Quindi il generale arringò con eloquenza antica l'intrepida divisione, e rivoltosi ai tre impietrati:—A voi, tuonò con gesto come di maledizione, non avanza che di prendere un fucile e di farvi ammazzare agli avamposti.

I loro nomi disonorò per sempre laGazzetta Ufficialedell'indomani.

—All'alba si passa il Volturno; voi starete a' miei ordini; coll'usato piglio imperatorio dissemi la sera il colonnello Paggi.

—Distaccati dal generale?

Ed egli con visibile compiacenza, sicuro di seccarmi:—Distaccati.

E mi toccò d'inghiottire la nuova pillola.

Durante la notte oscurissima, procedendo a tentoni, potetti malagevolmente disporre alla marcia, secondo le ingiunzioni ricevute, le brigate Milano e Eber, che serenavano fra le vigne di costa alla strada. Verso la fine dell'opera mia sopraggiunse il colonnello Paggi e m'invitò di condurlo sul luogo della colonna di Pietro Balzani. A dieci minuti di là, chiestemi le indicazioni necessarie, mi rimandò al brigadiere Eber. Nel separarmi da lui:—È meglio, l'ammonii, che camminiate sulla strada per togliervi dalle vie incassate.

—Conosco il terreno, rispose con arroganza; e proseguì a traverso i campi. Io raggiunsi Eber; e si attese fino all'aurora, coll'arma al piede, il transito della divisione Bixio.

Persuaso al sonno dalla stanchezza e dalle cadenti stelle, io dormivo sulla cavezza stando in arcione, e avrei dato un Perù per due metri di superficie terrestre, ove distendermi. A intervalli fissi, sul punto di addormentarmi e di precipitare di sella, mi riscotevo per riaddormentarmi e riscotermi da capo. Mi accadde in quella guerra d'essere arso dal sole, irrigidito dalla luna, afflitto dall'appetito, estenuato dalle marcie, ma imparai che il crudelissimo dei mali è il male del sonno. Finalmente, non ridestatomi in tempo, stramazzai, e la salutifera botta mi svegliò. Scossa la polvere e fregati gli occhi, rimettevo il piede nella staffa, allorchè capitò mia moglie che accompagnava una barella.

—Un ferito!

—Il colonnello Paggi.

—Il colonnello Paggi!?

Spuntava il giorno, e ho potuto discernere un mucchio d'ossa e di carne e cento lacerazioni sul viso scolorato e semivivo del colonnello. Pieno di ineffabile compassione e contristato dal rimorso d'essergli stato molesto in vita:

—Ma come? ripigliai con ansia.

—Oltrepassando il campo laggiù, precipitò entro una via incassata e tolta alla vista dagli spineti che le crescono ai margini. C'è poca speranza di salvarlo, e tutta la certezza ch'ei non ridiventi mai l'uomo di prima.

—Cattivo augurio pel passaggio, tanto tempo meditato, del fiume! Non vorrei che l'esercito meridionale precipitasse alla sua volta in una via incassata. Ho paura gliela scavino i guastatori del re sardo!

Codeste strade profonde e serpeggianti a foggia di arterie, le quali aggruppansi a Capua e facilitano le sorprese nemiche, segano in varie guise la campagna sulle due rive del Volturno. Infatti, nella battaglia del 1.º ottobre una schiera borbonica, scivolando per una di tali uscite fraudolente, sfuggì alla vigilanza della divisione Medici e comparve repentina e formidabile sul vertice del monte Sant'Angelo tempestando alle spalle Garibaldi che in più bassa parte con poche genti tenea testa ad altra schiera di fronte. Qualunque capitano, io stimo, sarebbe caduto prigioniero, e in tale convinzione i nostri impallidirono.

Ma Garibaldi con aspetto tranquillo e con prontissima parola mutò le opinioni dicendo:—Costoro caddero in nostra mano.

Eseguendo un movimento di fianco e calcolando sul preordinato arrivo d'un battaglione della brigata Sacchi da San Leucio, che arrivò puntualmente col maggiore Ocari, costrinse il temerario assalitore di ritrarsi fuori della propria orbita e di cedere le armi alla dimane.

Finalmente venne la mia volta nella disposizione della marcia generale, e in qualità di capitano di stato maggiore io cavalcava alla sinistra del brigadiere Eber, indicatore del cammino. Addietro di venti minuti dalla divisione Bixio, noi avanzavamo soli. La strada, girando alla base del monte Sant'Angelo, sale e toglie alla vista il tratto sottostante del fiume.

Eber mi dimandò:—Dov'è il ponte?

—Il ponte! già! ci vuole il ponte! pensai. Per verità a me anima viva non mi favellò di ponte, e ignoravo anche se il corpo del genio garibaldino avesse confidenza coi ponti. Bisognava rispondere:—Non lo so—e rimanere scornato, o indovinare dove ei fosse. E se fosse stato altrove? Nel duro bivio mi soccorse il mio maestro Bacone con un ragionamento induttivo: si valica il fiume, dunque c'è il ponte. Di costà non v'ha ombra di nemico, di qua non si scorge un soldato, dunque il ponte è vicino. In tre battute di polso succedutisi l'affanno, il ragionamento, la risoluzione, risposi:—Il ponte è là. E indicai col dito. Dopo l'affermazione baconiana passarono per me dieci minuti crudeli. Alla perfine ci vennero veduti e fiume e ponte: respirai!

Il ponte ideato dal colonnello francese Bordone costrussero mani inglesi della legione. Compaginato con barche d'ineguale altezza, strette insieme da funi, presentava un piano ondulato, e le tavole, mal connesse e mal chiovate, vacillavano sotto le zampe dei cavalli e sotto il piede dei fanti. Largo quattro piedi, faceva mestieri tragittarlo a uno a uno; pareva che ogni onda scorrente dovesse trarne seco un brano; così forte esso crepitava e gemeva! e non istette guari che un paio di barche furono rapite. Il ponte reclinò il capo nel fiume, e tutta la scienza meccanica del nostro affaccendato Bordone non valse a risollevarnelo. Quel magro, lungo e paralitico ponte provocò l'ilarità prolungata dell'esercito meridionale.

Valicato il fiume e compiuto l'ufficio mio presso il brigadiere Eber, m'affrettai al generale che antecedeva di qualche miglio.

Il nemico, munita Capua con diecimila uomini, si ritirò sul Garigliano. Nell'interposta pianura doveva darglisi battaglia insieme coi Piemontesi, Garibaldi incontrarsi col re sul campo, e ivi regalargli la corona delle Due Sicilie. Questa voce vestita di forme poetiche volava di bocca in bocca, e i nostri battaglioni, bramosi di mostrarsi al paragone dell'esercito regolare, chiarivansi mediocremente interessati dello incontro drammatico dei due personaggi.

Si tirava innanzi con tardo passo per vie incassate, strette e ingombre di truppe, paghi d'aver posto piede alfine sulla riva contestataci con sì ostinata fierezza, e commentando in vario stile i prenunziati eventi, allorchè s'intese che il generale Bixio, caduto da cavallo, ruppesi la testa e una gamba.

—E due! esclamai.

Diffatti poco stante, ad un trivio, lo trovai seduto a terra col capo fesso, col naso ferito, col viso insanguinato e colla gamba spezzata prestar mano impassibile agli infermieri, rammaricarsi d'essere impedito dal combattere, e raccomandare che la disgrazia rimanesse celata alla moglie.

Garibaldi aveva ordinato che s'arrestasse un prete fuggitivo. Bixio, immemore del grado e trasportato dalla consueta foga, scagliossi a tutta briglia sull'orma del prete, e nel girar la via incassata e selciata, il cavallo, focoso al pari del cavaliero, cadde di fianco, ed ei rimasto in sella percosse la testa contro la muraglia; la botta del cavallo gl'infranse la gamba, e la rovina di lui fu la salute del prete.

In quell'istesso giorno due carabinieri del drappello genovese si uccisero l'un l'altro a caso, e medesimamente due inglesi della legione. Giorno di malo augurio anche per gli spregiudicati.

—Se i polli non vogliono mangiare, vorranno bere, fece il console Appio Pulcro; e fattili gettare in mare appiccò battaglia coi Cartaginesi e la perdette. Vedi, mio caro (dirigevo la parola al maggiore Caldesi che ascoltava, sogghignando, il fattarello analogo), Tito Livio e Machiavelli disapprovano severamente il console. E se noi non diamo retta a questi segni augurali riducendoci ai nostri accampamenti d'oltre Volturno, se vogliamo che i polli bevano, perderemo la battaglia contro il re sardo.

—Contro il Borbone, tu vuoi dire!

—No, no, contro il sardo, il quale venne qui per fare la guerra a noi.

—Con le armi?

—Con le armi politiche e anche con le belliche, se fia d'uopo. Noi ora andiamo a firmare l'atto d'abdicazione, ed è troppo presto per la libertà d'Italia: forse andiamo incontro all'umiliazione, ed è troppo grave per l'avvenire della democrazia italiana.

—Oggi sei pieno di ubbie e di melanconie; devi avere dormito male questa notte!

—È vero; m'addormentai in sella e mi svegliai boccone nella polvere.

—Altro segno infausto! proruppe con ironico sospiro il Caldesi.

—Che simboleggia la presente rivoluzione.

Noi si costeggiava una catena di monti in linea perpendicolare al fiume verso l'ovest, e sulla nostra mancina protendevasi la pianura soggetta ai baluardi di Capua, presupposto teatro della lotta finale.

Garibaldi mi comandò di salire in cima di quei monti e di riconoscere se nelle valli a destra apparisse indizio di nemici. Molte precauzioni simili aveva studiate e adottate il generale per ogni verso. Mostravasi cautissimo al solito, ma non al solito ardito. Io non ravvisava in lui il Garibaldi di Palermo e del 1.º ottobre, bensì il Garibaldi luogotenente del re, il coloritore d'una parte assegnata, di disegno non suo. Eseguiva e non creava. Era un generoso destriero umiliato fra le stanghe d'un baroccio.

Un capitano e quattro cavalieri ungaresi mi vennero compagni nella ricognizione. Superati i greppi dell'ascensione, si cavalcò penosamente varie ore di cima in cima paralleli alle mosse dell'esercito. Non abbiamo scoperto nemici; nè amici, imperocchè villaggi e casolari non consolano quelle vallate e quelle gole. L'aere ossigenato, la prossimità del mezzodì, il lungo cammino aguzzarono un appetito assai molesto nella comitiva italo-magiara. I magiari ed io, in mancanza d'un organo di comunicazione, non avevamo sino allora articolato verbo nè avverbio, quando alla veduta d'un monastero sulla metà della costa io ruppi il tedioso silenzio:—Elyen Lajos Kossuth. Quei muti ed affamati commilitoni, al suono del nativo idioma e del nome di Kossuth, si rifecero snelli e giocondi, e con viso di riconoscenza ripeterono:

—Elyen! Veramente non mi scaldava il cuore allora un evviva a Kossuth, ma ell'erano quelle le sole voci magiare di mia conoscenza per alludere al monastero.

E risovvenendomi che il capitano, come presupposto gentiluomo, avrebbe dovuto saperne di latino, lo tentai con maccaronica frase:Monaci illi, censeo, dabunt nobis panem, caseum, vinumque.A cui quegli di botto:—Bonum! fames nostra est magna.Mi confortai che in fatto di latinità del buon secolo il magiaro ed io non facevamo una grinza.

Cogliemmo i monaci a tavola. Sommavano a dieci. Cordialmente ospitali, cedettero il loro posto e vollero amministrarci le vivande eglino stessi. Bove bollito e fumante, castagne e vino per noi, e generosa misura di avena pei cavalli. Acquetate le prime urgenze dello stomaco, rossa la guancia e gli orecchi, si principiò a ragionare per diritto e per rovescio di teologia, di frati, di monache; e gli adiposi padri non si sgomentarono delle mie opinioni eterodosse, reggevano intrepidi alla barzeletta e ridevano ai lazzi sulla loro equivoca virtù. I magiari non capivano sillaba, però ridevano.

—Mi rincresce per voi, dissi al padre guardiano, ma questaripaillefinirà presto.

—Davvero! proruppe colla gioia negli occhi un monaco smilzo, pallido e giovane. Il guardiano troncogli il discorso sulla lingua e lo rimandò grullo grullo alla sua cella. Indi rivolgendosi a me:—Egli è un patrizio innamorato d'una ragazza della plebe che il cauto e giudizioso genitore chiuse qui in penitenza. Ma, ritornando al primo detto, il dittatore forse avrebbe decretato…

—No.

—Oh! in tal caso ciò che non fece Garibaldi, odiatore di preti e di frati, non farà il rampollo della pia Casa di Savoia, venuto a prendere possesso del regno.

—Sentenza d'oro; se pur il sillogismo della storia non sarà più stringente di quella pietà. Del resto, con Casa di Savoia, se uscirete dalla porta, rientrerete per la finestra!

Dopo di cui ci separammo discretamente amici.

Tutto quel giorno si spese in assidue peregrinazioni col generale per esaminare i luoghi, spiare i movimenti del nemico e indovinarne le intenzioni. Dalla via laterale, a piè dei colli, spingevamo le nostre indagini sulla grande strada militare che collega Capua a Gaeta, accostandoci alla portata delle artiglierie della prima. La sera si piantò il quartier generale intorno a un pagliaio. I nostri cavalli erano spossati e non un bicchier d'acqua per dissetarli.

Surse il generale dicendo:—Andiamo a cercarne.

Egli e ciascuno di noi, tolto il proprio cavallo a mano, si mosse errando e quasi brancolando nell'oscurità e per terreni ondulati e trarotti in traccia della linfa occulta.

Corso e ricorso lungo tratto invano, io dissi a Nullo:—Capisco che senza la bacchetta di Mosè questa sera i cavalli non bevono.

—Mosè l'abbiamo, e la bacchetta la troveremo.

Calatici giù in una profonda fessura rinvenimmo la linfa sospirata: pilacchera che le povere bestie, riarse dalla sete, torcendo il naso, s'ingollarono.

Reduci al nostro pagliaio, io m'acconciai alla meglio un giaciglio e, come mi vi adagiai, sopravvenne la moglie mia, la quale, corsa alla sprovveduta in aiuto del generale Bixio, non esitò d'affrontare sedici miglia a piedi per raggiungermi. Laonde il giaciglio diventò talamo. Garibaldi, corcato poco lungi da me sul suorecado, ragionava vivacemente coll'intendente generale intorno alla distribuzione dei viveri, e non sembrava gran che soddisfatto. Poi dimandò:—Provvedeste la legione inglese di vettovaglie?

E l'intendente:—Mandai presso il colonnello Peard il mio migliore commissario, e quei me lo rimandò dichiarando che voleva essere indipendente.

—Ebbene, riprese Garibaldi, che mangino l'indipendenza.

—I legionarî di Peard vivono di caccia. Uccisero già più di cento maiali.

—Intendete dire cignali!

—Punto: dico maiali rapiti ai contadini che se ne querelarono meco coi soliti ululati, chiedendo il rifacimento immediato dei danni.

—Vi hanno diritto.

A questo paragrafo del dialogo m'addormentai. Ma in guerra non c'è pace. Io dormivo da più d'un'ora come un morto, e la voce del generale, che mi chiamò tre o quattro fiate, non valse a riscotermi; vi sopperì il gomito della moglie. Ricoverando lentamente gli spiriti, sollevai la testa e pronunciai con parola velata:—Pronto, generale.

Ed egli:—Insellate il cavallo e cercate la brigata Milano di cui non si ha notizia. Sviluppatela sulla sinistra.

Invidiando i compagni dormenti e immiserito dal notturno guazzo, che mi raggelò addosso il sudore effuso dal sonno profondo, montai in sella con lo stridore dei denti, e per rincalorirmi spinsi il cavallo a briglia sciolta. Sentendomi rifluire il sangue nelle vene e racquistata la coscienza, rallentai la corsa e principiai a riflettere ove mai pescare la brigata smarrita, e pescatala, ove collocarla.—Quale sarà la sinistra? Un uffiziale di stato maggiore dovrebbe saperlo, ma io non lo so, nè altri certo dei miei compagni lo saprebbe. Con Garibaldi, che non chiede manco per isbaglio il parere altrui e tiene il proprio per sè, gli uffiziali di stato maggiore si riducono a semplici caporali d'ordinanza.

Esaurite codeste preliminari considerazioni, surrogando alla nozione l'ipotesi, e stabilendo nella strada militare fra Capua e Gaeta il punto obbiettivo delle nostre manovre della giornata, mi sembrò ragionevole che noi fossimo distesi parallelamente ad essa colle schiene al monte; e supponendo il quartier generale al centro, ne derivava che la sinistra si trovasse nella direzione del borgo dei Pignattari verso il Volturno.

Costrutto, come potetti, l'ordine di battaglia e fissato il posto per la brigata, rimisi la povera bestia al galoppo ora pei campi ora sulla strada, affidandomi più al suo istinto che al mio discernimento, così inumanamente fitte erano le tenebre. A lungo andare mi convinsi che invece di scoprire la brigata avrei dato del capo in una pattuglia borbonica, e me ne sarei ito sotto scorta agli ozî di Capua. In questi pensieri stimai propizie le tenebre, dapprima imprecate. Nel mio viaggio ad S maiuscola fra la strada e i campi, intesi il rumore a cadenza di soldati in cammino, ed aspettai a piè fermo con pistola montata. Giunta la colonna a tiro di parola, intimai l'alto, chi va là?M'avvicinai. Proprio la brigata Milano! La condussi al luogo designato e volai ad avvertirne Garibaldi. Per buona ventura la sinistra ideata era la sinistra reale, e pago mi ricorcai con un pezzo d'agnello arrosto, mancia del generale, perchè il sonno potè più che il digiuno.

All'alba, dopo ch'ebbi condotti all'avanguardia i carabinieri genovesi sulla via di Teano, in un punto ove la strada piega a manritta, mi soffermai con Nullo, ad una vecchia casa abbandonata, e divisi seco lui fraternamente l'agnello della sera che m'aveva lardellata la saccoccia. Ivi un drappello di lancieri piemontesi, i quali, fiancheggiando la fanteria, perlustravano la campagna, ci annunciò che il re si approssimava. Nullo, fresco del ritorno, l'aveva visitato nella notte, portatore d'un dispaccio di Garibaldi, e la Maestà Sua, scesa di letto, lo ricevette in pianelle, in berretta da notte, e in vesta da camera. Riferendomene alle sensazioni del mio amico, parrebbe che l'insensibile traspirazione della sacra reale persona non fosse precisamente identica all'ambrosia onde Omero involvea a guisa d'odoroso zodiaco i suoi numi guerrieri.

Noi percorrendo, a traverso i campi e sui primi abbozzi d'una ferrovia, l'ipotenusa del gomito descritto dalla strada, ci arrestammo ad un bivio per attendervi Garibaldi. Proveniente da Venafro, sfilava verso Teano l'esercito settentrionale, e la banda di ciascun reggimento, dipartendosi dalla testa di colonna, sostava da lato a rallegrarne il passaggio con musiche marziali; quindi le si ricongiungeva alla coda. Il sito d'intersezione delle due strade era abbastanza capace, e l'adornavano una casa rusticana e una dozzina di pioppi. Terreni arati all'intorno, e radi alberi e viti ingiallite dallo autunno cadente; pianura uniforme e uggiosa. Non tardò guari a giugnere Garibaldi. Sceso di sella, si pose sul davanti a guardare la truppa con lieta pupilla. Della Rocca, generale d'armata, se gli accostò cortesemente. Alcuni uffiziali salutavanlo con visi sfavillanti; la più parte, fatto il saluto prescritto dal regolamento, procedeva oltre, inconsapevole o indifferente che il salutato fosse il liberatore delle Sicilie; sarebbesi detto in quel cambio, se lice una induzione dalla fisonomia, che eglino fossero i liberatori, e Garibaldi il liberto. Quando improvvisamente una botta di tamburi troncò le musiche e s'intese la marcia reale.

—Il re! disse Della Rocca.

—Il re! il re! ripeterono cento bocche. E in vero una frotta di carabinieri reali a cavallo, guardia del corpo, armati di spada, di pollici e di manette, annunziò la presenza del monarca sardo.

Il re, coll'assisa di generale, in berretto, montava un cavallo arabo storno, e lo seguiva un codazzo di generali, di ciambellani, di servitori; Fanti, ministro della guerra, e Farini, vicerè di Napoli in pectore, esso pure insaccato in una capace tunica militare; tutta gente avversa a Garibaldi, a codesto plebeo donatore di regni.

Disotto al cappellino Garibaldi s'era acconciato il fazzoletto di seta, annodandoselo al mento per proteggere le orecchie e le tempia dalla mattutina umidità. All'arrivo del re, cavatosi il cappellino, rimase il fazzoletto. Il re gli stese la mano dicendo:—Oh! vi saluto, mio caro Garibaldi: come state?

E Garibaldi:—Bene, Maestà, e lei?

E il re:—Benone!

Garibaldi, alzando la voce e girando gli occhi come chi parla alle turbe, gridò:—Ecco il re d'Italia!

E i circostanti:—Viva il re!

Vittorio Emanuele, trattosi in disparte pel libero transito delle truppe, s'intrattenne qualche tempo a colloquio col generale. Postomi con istudio vicino ad ambedue, ero vago d'intendere per la prima volta come parlino i re, e di avverare se all'altissimo grado corrisponda l'altezza dell'ingegno e del pensiero. La situazione era epica: suolo campano e Capua a poca ora; grandi ombre di consoli romani e di Annibale; incontro degli eserciti di Castelfidardo e di Maddaloni; vigilia della battaglia; contatto della camicia rossa e della porpora; d'un principe ricevitore e d'un popolano datore di una corona; trasformazione d'un regolo in re d'Italia.

Sua Maestà favellò del buon tempo e delle cattive strade, intercalando le considerazioni con rauchi richiami e con alcune ceffate al nobile corsiero irrequieto. Indi si mosse.

Garibaldi gli cavalcava alla sinistra, e a venti passi di distanza il quartiere generale garibaldino alla rinfusa col sardo. Ma a poco a poco le due parti si separarono, respinta ciascuna al proprio centro di gravità; in una riga le umili camicie rosse, nell'altra a parallela superbe assise lucenti d'oro, d'argento, di croci e di gran cordoni. Se non che, immezzo alla vanità di queste umane grandezze sorgeva in atto benigno e vestita di realtà l'idea d'una buona colazione che i regî cuochi precorsero ad imbandirci presso Teano.

In tanto strepito d'armi e corruscare di spallini e ondeggiare di cimieri, i contadini accorrevano attoniti ad acclamare Garibaldi. Dei due che precedevano, ignorando quale ei fosse, posero con certezza gli occhi sul più bello. Garibaldi procacciava di deviare quegli applausi sul re, e, trattenuto d'un passo il cavallo, inculcava loro con molta intensità d'espressione:—Ecco Vittorio Emanuele, il re, il nostro re, il re d'Italia; viva lui!

I paesani tacevano e ascoltavano, ma non comprendendo sillaba di tutto ciò, ripicchiavano ilViva Calibardo!Il povero generale alla tortura sudava sangue dagli occhi, e conoscendo come il principe tenesse alle ovazioni e quanto la popolarità propria lo irritasse, avrebbe volontieri regalato un secondo regno pur di strappare dal labbro di quegli antipolitici villani unViva il re d'Italia!anche un sempliceViva il re!Ma la difficoltà si sciolse prontamente, perchè Vittorio Emanuele spinse il cavallo al galoppo.

Tutti noi gli si galoppò dietro, e con noi Farini, il quale, agguantata la testa della sella, curava poco le redini e meno le staffe, e ad ogni movimento della bestia le brache aggroppavansigli alla volta delle ginocchia. Per buona sorte il re, oltrepassati i villani, si rimise al passo, e il suo ministro restò in arcione, calò le brache, rassettò la tunica, raddrizzò il berretto, asciugò il sudore e riatteggiossi decorosamente.

Al ponte d'un torrentello che tocca Teano, Garibaldi fece di cappello al re; questi proseguì sulla strada suburbana, quegli passò il ponte, e separaronsi l'un l'altro ad angolo retto.

Noi seguimmo Garibaldi, i regi il re.

Garibaldi smontò di sella nel propinquo sobborgo, e condusse il cavallo ad uno stallaggio di barocciai a lato della via. Imitato l'esempio, traemmo i nostri ivi dappresso, guatandoci a vicenda trasecolati.

—Dov'è ito il re?

—Costà a colazione.

—E Garibaldi non vi fu invitato?

—Ma?

Entrai nella stalla con Missori, Nullo e Zasio, e vi trovai il dittatore seduto su una pancuccia, a due passi dalla coda del suo cavallo: stavagli davanti un barile in piedi, sul quale gli fu apprestata la colazione. Una bottiglia d'acqua, una fetta di cacio e un pane. L'acqua per giunta infetta. Appena ne bevve egli alcun sorso, la sputò dicendo tranquillamente:—Dev'esservi nel pozzo una bestia morta da un pezzo.

Lentamente e in silenzio ripartimmo sui nostri passi per Calvi. Il sembiante di Garibaldi m'apparve sì dolcemente mesto, che mai mi sentii attirato verso di lui con altrettale tenerezza.

Fatto centro in Calvi, il generale dispiegò i suoi diecimila uomini con perspicua diligenza, da un lato fino a Casciano, dall'altro a Sparanisi, la fronte conversa alla strada che per Sant'Agata mena al ponte del Garigliano. Corse e speculò minutamente l'intero giorno il terreno entro un arco di parecchie miglia, e la sera si ridusse in un tempietto fuori della borgata di Calvi. Mesti della sua mestizia, noi c'eravamo posti a giacere su poca paglia intorno a lui. Una deputazione di Siciliani variò la scena muta, empiendo la cappella di sinedochi, di ipotiposi e di epifonemi. L'onda oratoria di quei diserti isolani mi conciliò meravigliosamente il sonno. Finiti i discorsi, partiti gli oratori, il silenzio mi svegliò, e appunto allora fu recata la novella al generale che una pattuglia di cavalli nemici avanzavasi arditamente verso il tempietto, provenendo da Capua.

Chiamato per nome, saltai in piedi.

—Andate a scacciare la pattuglia, egli mi fece.

Beato dell'onore di rinnovare a un dipresso le gesta di Orazio Coclite, cavalcai frettoloso contro il nemico, lusingandomi di rispondere degnamente alla superlativa fiducia del generale. Però gli amici miei, testimoni del comando ricevuto, probabilmente appartenevano a quella scuola storica che considera il Coclite, lo Scevola, il Curzio ed altri di codesta risma, figure simboliche dell'età poetica di Roma, e deliberarono di non lasciarmi solo fra venti spade. Usciti chetamente dal tempietto, mi tenner dietro ad uno, a due, a tre, e bentosto vidimi in un sodalizio di gagliardi che abbassarono di un tono l'impresa. Sulle nostre pedate s'incamminarono alquanti uffiziali dei corpi ivi attendati, e caporali e soldati, avvegnachè si fosse un pochino diffuso il rumore dell'impresa. Quell'uno adunque, designato da Garibaldi ad una singolare tenzone contro l'avventurosa pattuglia, diventò cinquanta. Oltrepassate le ultime sentinelle degli avamposti, ci profondammo nell'ignoto in cerca della pattuglia. Quand'ecco il suono dell'ugne dei cavalli ce la prenunzia. Gli uffiziali a piedi e i soldati si spiegano in due ali sui campi per colpirla con fuochi obliqui ed accerchiarla, mentre noi cavalieri sulla strada la investiamo di fronte.

Pistole e carabine in punto, e avanti! In un lampo le piombiamo addosso, e gli snelli volteggiatori delle ali l'hanno già circondata:—Ferma, giù le armi, prigionieri!

Il condottiero, sbigottito e obbediente, depone la frusta ed arresta il baroccio carico di mattoni, tirato da quattro cavalli.

L'indomani, sul mezzodì, udivasi il rombo del cannone sul Garigliano.Venne mia moglie a chiedere provvedimenti per l'ambulanza generale.

Garibaldi le rispose con accento incisivo e con fredda compitezza:—I miei feriti giacciono all'altra riva del Volturno! E tacque.

Noi stemmo sospesi e intenti per indovinare a cui alludesse tale risposta. Vidi sul suo volto un graduale passaggio, quasi per note semitonate, a un più mite e rassegnato senso di tristezza; indi egli ripigliò con voce blanda e con inflessione esclamatoria:—Signora, ci hanno messo alla coda!

Allora compresi la recondita causa del suo turbamento dopo il colloquio col re. Ma conoscendo la nobile natura di lui, avevo la certezza che quella causa non doveva indagarsi nell'inurbanità del principe, preludio d'una ingratitudine favolosa.

In più tarda ora, il re percorse le nostre linee sino al Volturno. Il colonnello Dezza faceva gli onori del campo. Era una ressa affannosa di generali garibaldini e di uffiziali superiori intorno al nuovo astro sorgente; e intanto tramontava malinconicamente dietro le pianure della Campania l'astro di Marsala.

Alle due dopo mezzanotte del 7 novembre tre carrozze da nolo si arrestarono al portone dell'albergo dellaBretagnain Napoli. Alle due e un quarto chiudevasi lo sportello della prima, e via con Garibaldi, Menotti e Basso. Missori, Nullo, Canzio, Trecchi, Zasio ed io, dietro nell'altre due.

All'approdo di Santa Lucia entrammo in una lancia che ci aspettava, e in qualche minuto scorgevansi le vaporose forme della Sirena, immemore e assopita nell'amplesso del nuovo amante. Eppure non corsero che due mesi dalla notte del 7 settembre, notte di deliranti affetti pel liberatore. Ora egli, glorioso e sereno s'involava al freddo aere dell'obblìo, col modesto corteo di pochi amici, a lui devoti ancora più nella infedeltà della fortuna.

Dal ponte delWashingtonegli disse addio a Napoli e a noi, e soggiunse:—A rivederci sulla via di Roma!

I. Il ponte invisibile Pag. 9II. I pionieri » 47III. Veni, vidi, vici » 89IV. Dittatura di tre giorni » 130V. I Sanniti moderni » 166VI. L'addio » 223


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