FORCA. Voi foste piú presto a esseguire ch'io a dirlo, e non mi deste tempo a mutar proposito.
PIRINO. E quel che piú mi molesta è che l'impresa cominciata e proseguita con tanta gloria, or ci partorisca contrario effetto; e ci assassinano con l'astuzie imparate da noi.
FORCA. Ho fatto quanto ho saputo e potuto, e v'è successo ogni cosa contra la vostra opinione: questo è vizio della imperfetta nostra umana natura, ché discorgendo un ingegno, per savio che sia, sempre suol restare ingannato.
PIRINO. Ma cosa si ha piú astuta della disgrazia? Oimè, oimè!
FORCA. Rincora te stesso e sta' in buon animo.
PIRINO. Come starò di buon animo, se ho perduto l'animo? e togliendomesi Melitea, mi si toglie l'anima mia; con la perdita di costei io perdo tutte le mie speranze: o dolore insopportabile, ecco finita ogni cosa!
FORCA. Io ti dico che non è finita ogni cosa: fa' buon cuore.
PIRINO. Io son tanto atterrito dalle fortune passate e dalla disperazione delle presenti, che non oso sperar nelle cose avvenire. La nostra rappresentazione ha mutato faccia: rappresentiamo una favola contraria a quella di prima! Mio padre, in sentir questo, cacciará subito Melitea di casa, e io non arò piú animo di comparirgli dinanzi.
FORCA. Ed a me bisogna far voto a san Mazzeo per la schena.
PIRINO. Son in un mar di travagli; né per tanti travagli l'amor scema, anzi piú cresce: o disgrazia senza rimedio!
FORCA. Dico che non è senza rimedio, né questo è tempo di consumarlo in lamenti.
PIRINO. Il piangere è fatto mio famigliare.
FORCA. Vo volgendo per l'animo molte cose. O bel tiro mi sovviene! facciamo cosí, ché racconciaremo l'errore e daremo miglior perfezione all'opra, anzi—o bel pensiero!—castigheremo l'ardir loro, e vostro padre ancora, per avergli dato credenza, e ci vendicheremo di Panfago, e io provederò alla mia schena: faremo tre servigi ad un tempo.
PIRINO. Deh, conservator della mia vita, ritornami vivo con qualche speranza!
FORCA. Andiamo a trovare il pazzo, che stará in casa di Alessandro, conduciamolo in casa tua, tingiamoli la faccia con carboni e vestimolo delle vesti che tien or adosso Melitea; e sbalziamo Melitea fuor di casa tua e conduciamola in quella di ALESSANDRO. Qua verrá il dottore a lamentarsi con Filigenio, gli consegnerá il pazzo, pensandosi consegnargli Melitea; e se li laveranno la faccia, troveranno altro che pensano: restará l'uno e l'altro schernito, anzi verranno insieme a cattive parole. Poi troveremo un capitano di birri e faremo tor Panfago, con dir che ha rubato le vesti del schiavo e del raguseo ad Alessandro; e andaremo in casa sua, dove si troveranno, perché ivi se l'ha spogliate; e noi serviremo per testimoni: ché se non sará appicato, almeno lo faremo andar in galea in vita e ci vendicheremo di lui. Poi informaremo Alessandro del tutto e lo mandaremo a Filigenio per lo schiavo: ei gridará e gli dirá ingiurie. Alessandro gli dirá che è figlio di un gran signore; e che non s'accordi, se non gli cava di mano almen trecento scudi. E li faremo costar tanto l'aver creduto al dottore; voi ve lo restituirete in vostra grazia, ed io schivarò un maligno influsso di bastonate che mi sarebbon piovute dal Cielo.
PIRINO. O Forca mio dolce, o Forca mio di zucchero, Forca che dái la vita a' morti e non la togli a' vivi, ho preso animo e giá con la speranza abbraccio Melitea; ma non perdiam tempo, ché potria venir mio padre.
FORCA. Andate in casa, lavate la faccia a Melitea, fatele spogliar le vesti, e scampate per la porta di dietro; ch'io fra tanto vi condurrò il pazzo.
PIRINO. Cosí farò:toc, toc.
MELITEA. Che dimandate, padron mio caro?
PIRINO. Il tesoro della bellezza, la monarchia delle grazie, la dolcissima mia padrona, accioché mi rallegri cosí il cuor con la sua presenza, come gli occhi con la sua bellezza.
MELITEA. In questa casa per ora non ci abita persona di tanto momento; ma se cercate una schiava nera, venduta per vilissimo prezzo, vile, brutta e disgraziata, che non ha altro in sé di buono che amore e fede, l'avete dinanzi agli occhi.
PIRINO. Non cosí splende il sole, quando ha alquanto ricoperti i suoi raggi di nuvoli, come le due chiare stelle de' vostri begli occhi lampeggiano sotto la nera tinta, ché a pena posso soffrire i suoi ardentissimi lampi; né cosí i carboni rilucono sotto il cenere, come porporeggiano i vostri labrucci di rubini: anzi la tinta istessa par troppo festosa e superba nella vostra faccia, né scorgono gli occhi miei cosa piú bella di lei. Deh, lascia questo non tuo, ma suo falso colore! sparisci via, invidioso carbone, e non celar piú al mondo quella faccia di rose, quelle carni impastate di perle, quel raro paragon di bellezza, dinanzi al quale ogni cosa, per bella che sia, par brutta; e come fin ora son stato uditore della suavissima sua voce, cosí sia spettatore della sua leggiadria: e se la voce mi rallegra, quanto mi fará beato la sua bellezza?
MELITEA. Queste lodi non convengono alla schiava che ben conosce il suo proprio merito, ma alla generositá dell'animo del suo padrone.
PIRINO. Dove è vero amore, non ci sono lusinghe e inganni.
FORCA. Padrone, questo non è tempo da scherzi: abbiam bisogno di prestezza e che i fatti prevengano le parole, se non, siam rovinati.
MELITEA. Oimè, non sono ancor finiti i nostri affanni? infelici noi, quando saremo felici? abbiam scampato da ladri, dalla casa e dalle mani del ruffiano, e in casa vostra ancor temo? chi piú infelici di noi, se anco nelle felicitá siamo infelici?
PIRINO. Fate conto, signora, che la fortuna per questa volta ha fatto come il buon cuoco che, per tor la soverchia dolcezza delle vivande, ci mescola un poco di agresto; cosí per aver acquistata Melitea, per moderar tanta gioia, mi fa assaggiar questo poco di molestia: però, vita mia, entriamo e spogliatevi le vesti.
MELITEA. Non si potrebbe ciò far senza spogliar le vesti?
PIRINO. Perché, cor mio?
MELITEA. Perché avendole vestite voi prima e or vestendole io, par che da tutte le parti sia abbracciata da voi.
FORCA. Entrate, signora, e senza lasciar ponto di sollecitudine avanziamogli di prestezza. Eccovi la tinta di carboni, tingete la faccia del pazzo e vestitelo de' panni di costei; ma presto entriamo, ché veggio il dottore e Panfago e di lá spunta FILIGENIO. Fate presto e fuggite per la porta di dietro.
DOTTORE. Sappiate, Filigenio caro, che non è sí brutto il fatto istesso, come il modo con che l'han fatto; perché si son serviti della vostra persona per intermedio della propria furfantaria, e farvi ruffiano di vostro figlio; e se nol credete, potrete or ora vederne l'esperienza, perché lavando la faccia a quello schiavo che avete in casa, diverrá bella, bianca e pulita, e se volete veder piú innanzi, la troverete femina in carne e ossa.
PANFAGO. E se ben, innamorato di quella puttana, la poteva aver con alcuni dinari, Pirino e Forca, per maggior vostra beffe e per ridersene fra loro alla sgangherata, se hanno voluto servir de' vostri dinari: eccoli scelerati contro voi, ingiuriosi contro me e profani contro Iddio.
FILIGENIO. So che tutto è vero quanto dite, e conosco che tanto eglino sono stati astuti quanto io sciocco. Ah Forca ribaldo, ah figlio iniquo, ah traditore Alessandro! cosí sono da tutti voi egualmente beffato! Quando io diverrò savio, se a capo di sessanta anni mi lascio beffar da giovani? Or m'accorgo che quello schiavo ch'io comprai avea piú fattezze donnesche che virili, e con un parlar delicato e toscano, anzi—o sciocco me!—con un scherzevol riso, con certe cerimoniose e oscure parole significava esser innamorata di mio figlio; e io sempliciaccio non me n'accorgeva. Ma che sciocchezza fu la mia a credergli cosí subito! Veramente, quando le stelle s'accordano alla ruina di alcuno, alla prima gli togliono la prudenza. Ma io ne farò ben vendetta! Contro la puttana mi saziarò ben di schiaffi, pugna e calci e tirare de' capelli; Forca porrò in una galea; al figlio darò perpetuo bando di casa mia. O che rabbioso sdegno! lo sdegno avanzará l'amore, la rabbia la pietade.
DOTTORE. Fermatevi, non bisogna alcuna di queste cose: l'error è giá fatto; delle strade cattive eleggasi la migliore.
FILIGENIO. Dite, di grazia, ch'io son cosí riscaldato dall'ira che dubito con qualche precipitoso consiglio non mi condur a qualche sproposito.
DOTTORE. Io vo' che voi non perdiate nulla: non scacciarete il figlio e non perderete i danari; anzi con un bel fatto resteranno scherniti dal lor scherno. Rendetemi lo schiavo e io darò a voi or ora gli cento ducati.
FILIGENIO. Io non mi curo di perderli per saziarmi di sangue e con un castigo barbaro vendicarmi d'ingiurie sí vituperose.
DOTTORE. Questo non vorrei io, ch'ella non patirebbe alcun male che non lo patisca io: ecco i vostri cento scudi.
FILIGENIO. Questi sono i cento scudi che vi ho prestati per man diForca?
DOTTORE. Che Forca? che scudi? chi v'ha dato ad intendere una simil favola?
FILIGENIO. Me l'ha chiesti Forca da vostra parte.
DOTTORE. Ho sempre un par di migliara di scudi al mio comando, che pèrdono tempo al banco.
FILIGENIO. Misero me, che da ogni banda sono aggirato.
DOTTORE. Entriamo in casa e ve li contarò.
FILIGENIO. Entriamo.
DOTTORE. Panfago, va' a casa, apparecchia un banchetto a tuo modo, ché vogliamo tutti rallegrarci: to' gli danari.
PANFAGO. Sia benedetto Dio che pur m'è toccato di apparecchiare un desinare a mio modo e di far un pignato grasso.
PIRINO. Non vi dogliate, vita mia, che, se ben i frutti d'amore nel principio son amari, sempre nel fin la radice è dolce. E perché in tanti travagli la fortuna non ha bastato a scompagnarci, fo fermo augurio che i Cieli v'abbino servato per me, e che saremo nostri.
MELITEA. Io non mi affligo per me ma per voi, stando io sicura che mi aiutarete, se non quanto io, almeno quanto merita l'amor mio; e travaglimi la fortuna quanto gli piace.
PIRINO. Vita mia, con tanta cortesia piú m'obbligate e mi sforzate ad esser piú vostro che mio, e se il destino facesse che non avesse ad esser vostro, almeno non sarò d'altri. Questo allontanarci da casa nostra non è per altro che per schivar una burasca che n'è sovragionta, ché portavamo pericolo di affogarci nel porto.
FORCA. Or che nôtate nel golfo delle dolcezze, non si fa piú memoria del povero Forca, cagion del vostro giubilo.
PIRINO. Forca, sta' sicuro che mentre arò core arò memoria di tanto beneficio, accioché venendo l'occasione possa premiar l'amor e la fede verso me.
MELITEA. Ed io riserbo la ricompensa, quando sarò in miglior stato; ché adesso non posso mostrar segno del mio buon animo.
FORCA. Ed io pregherò Iddio che mai scompagni cosí bella coppia di sposi i quali, per etá, per nobiltá e costumi e bellezza, son degnissimi l'un dell'altro. Intanto, entrate in casa di Alessandro, e il passato pericolo vi renda assai piú cauti e diligenti: ché qui, di fuori, vi potrebbe vedere il dottore o Mangone o il padre istesso, e ad una tempesta se ne aggiongerebbe un'altra. Informate Alessandro di quello che abbia a dire a vostro padre e inviatelo fuori; fra tanto io m'armerò d'una corazzina di falsitadi e di bugie, che possa star saldo ad ogni gran bòtta di veritá: e gli farò credere che voi siate il piú onesto figlio che si trovi, io un santo e i nostri emuli traditori. Ma la sua porta s'apre: sgombriamo tosto.
DOTTORE. Ecco che tocco il ciel col dito. Chi è al mondo piú felice di me, che della acquistata vittoria porto meco il trionfo e le spoglie de' nemici, e avendola acquistata, ancor non credo di averla? Era il mio amor stato vinto da altrui astuzia, or il mio valore ha vinto l'altrui malizia. O voi che fastosamente altieri schernivate la mia semplicitá, o voi che solo pensavate sapere al mondo, ecco ch'io sovrasto a voi quanto pensavate di calcar me. O Dio, quanto è grande la forza della sua bellezza, perché non basta la nera tinta a nasconderla, anzi la rende piú chiara e piú risplendente! Lo splendor che scintilla da' tuoi chiari soli, non bastava un uomo a sostenerlo; or fatto un poco piú opaco, ricevé tal temperamento che confortano non abbagliano, rischiarano non acciecano, avvivano non uccidono l'altrui viste. Or quanto sarai bella, quando sarai bianca divenuta? Ecco, carissima Melitea, sarai padrona della casa o mia regina; e se mi facci un figlio, mia carissima moglie, per te obliarò la perdita della mia amata consorte e la rapina dell'unica mia figliuola Alcesia. Anzi reputa, da oggi innanzi, che io sia tuo servo, e in dono ti do tutta la mia robba e me medesimo. Che dici, cor mio? rispondi, dolce anima mia; fa' che senta il suono di quelle parole che solo portano consolazione all'anima mia. Ma tu ridi, scherzi e balli: o che allegrezza, o che giubilo ha d'esser scampata dalle mani di quello importuno e fastidioso di Pirino, ed esser in mio potere! Sempre mi son accorto, ben mio, che tu mi amavi: è del tuo sommo giudicio sprezzar i giovani e amar uomini di consiglio e di riputazione. Ma perché non entro, non volo in casa mia, in camera, in letto? Entra, vita mia: questa è tua casa.
FILIGENIO. La ragion n'insegna, l'esperienza ne dimostra, l'autoritá ne conferma che camina piú tardi un bugiardo che un zoppo. Quel scelerato di Forca mi avea dato ad intendere molte girandole; ma non sono state molto tempo a scoprirsi. Ma ecco il liberator delle puttane, il venditor de' liberi per schiavi, l'ingannator de' ruffiani, l'assassino de' vecchi, la ruina de' giovani, la fucina e l'architetto d'inganni, e la forca che conduce gli uomini alla forca; e che rispondi?
FORCA. Io non posso trovar cosí belle parole per ringraziarvi di cosí illustri titoli che mi date.
FILIGENIO. Io non so che dir piú, né posso dir tanto che non sia mille volte piú di quel che dico.
FORCA. A chi fo male io?
FILIGENIO. Agli amici, agli inimici, a quanti puoi.
FORCA. Nessuno stima questo di me.
FILIGENIO. Perché tutti lo tengono per fermo.
FORCA. Quei che sono cattivi, stimano che tutti gli altri sieno cattivi.
FILIGENIO. Dunque, io son un tristo che stimo te il piú tristo uomo del mondo?
FORCA. Non dico questo io, né è convenevole a un servo dirlo: ma guardatevi che non lo dica altri a cui piú conviene. (A tuo dispetto ti sommergerò in un mar di bugie, e se scamperai da un scoglio, romperai in un altro). Padrone, voi mi avete per un tristo, perché son troppo buono: ché a tempi d'oggi per esser stimato buono dal tuo padrone, bisogna rubbarlo, assassinarlo a tutto suo potere. Ma perché mi stimate cosí tristo, che effetto cattivo avete di me veduto?
FILIGENIO. Puoi negar tu che non sia il maggior ribaldo del mondo?
FORCA. A me non convien negarlo né affermarlo: ché negandolo farei voi bugiardo, e affermandolo direi bugia. Ma io nacqui al mondo sotto cattivo pianeta, assai disgraziato. Ma se voi deposta la còlera e l'ira, volete intendere il vero, il dico liberamente: e vo' che siate il mio giudice, poi ch'io purgherò le mie calunnie, e m'averete per un uomo da bene.
FILIGENIO. Vien qua, rispondimi a quanto ti domando.
FORCA. Eccomi.
FILIGENIO. Non hai tu tinto la faccia di carboni a mio figlio e vendutolo al ruffiano? poi tinta la faccia di carboni alla puttana, e l'hai fatta comprar da me, facendomi pregar da Alessandro?
FORCA. Giesú! vostro figlio va libero per la cittá con la faccia bianca per testimonio della veritá e di colui che vi ha detto il contrario. Ma ditemi, di grazia, la puttana, che avete comprata con la faccia tinta, l'avete lavata la faccia per scoprir la veritá?
FILIGENIO. Non io.
FORCA. Perché dunque, per far la prova delle altrui astuzie e della mia furfantaria, non faceste tal esperienza? Dio vel perdoni! ché, chiarito della veritá, or con giusta cagione avresti cagione di uccidermi di bastonate, disgraziar vostro figlio e dolervi di Alessandro senza scusa.
FILIGENIO. Non m'hai tu chiesto cento scudi per dargli al dottore, con darmi ad intendere che voleva rifiutar la puttana?
FORCA. Voi li avete dati a me, io al dottore.
FILIGENIO. Egli m'ha detto che ciò non fu mai, e che ha duomila scudi al banco per suo servigio.
FORCA. Chiamo in testimonio Iddio!
FILIGENIO. Chiami in testimonio chi è tuo nemico capitale.
FORCA. Dubito che v'abbia negato questo per farsi qualche altra somma di maggior importanza: però state in cervello, perché è un gran baro, vostro nimico, del figlio e mio; e dubito che non ve l'abbi attaccata giá; e faccia Dio che il mio dubitar sia vano!
FILIGENIO. Ma a vostro dispetto io ho ricoverati i miei cento ducati e scacciata la puttana di casa.
FORCA. Che cento scudi? che puttana?
FILIGENIO. Quella che m'avea pregato Alessandro ch'avesse comprata per lui.
FORCA. O padrone, avete avuto gran torto creder piú ad un bugiardo che ad Alessandro, gentiluomo amico e mio vicino. Com'egli sappia questo, s'adirerá con voi.
FILIGENIO. Tu sei un gran ladro.
FORCA. Sarò piú tosto un grande indovino.
FILIGENIO. Tu pensi aggirarmi di nuovo, ma non m'aggirerai.
FORCA. È vero, perché sète stato aggirato giá.
FILIGENIO. Sempre tu meschi un poco di veritá per darmi ad intendere una gran bugia.
FORCA. Ed or avete creduta una gran bugia senza punto di veritá. Vi dico il vero, non vi sono adulatore, se non l'avete per male; ma Iddio m'aiutará.
FILIGENIO. Iddio non aiuta forfanti pari tuoi.
FORCA. Ma ecco Alessandro. Oh, siate il ben venuto: da lui potrete intendere il vero.
ALESSANDRO. Vengo desioso a trovar Filigenio mio amicissimo.
FILIGENIO. Anzi capitalissimo inimico; e vo' piú tosto l'odio di molti, che la tua amicizia, …
ALESSANDRO. Questo è un principio d'una grande ingiuria.
FILIGENIO. … poiché cosí trattate gli amici vostri.
ALESSANDRO. Oimè, che dite?
FILIGENIO. Il vero. Con iscusa che fate piacere ad un mio figliuolo, fate a lui e a me un grandissimo dispiacere.
ALESSANDRO. Questa è una maniera di notarmi d'infideltá, e queste parole pungenti fanno disconvenevole ogni convenevolezza, e io da ogni persona aspetterei di udir simili parole fuorché da voi, il qual non offesi mai in cosa alcuna, se pur non ho offeso in averlo soverchiamente riverito e onorato.
FILIGENIO. Cose indegne di buon vicino.
ALESSANDRO. La sinceritá della mia fede credo l'avete veduta agli effetti.
FILIGENIO. Non merita questo l'amore.
ALESSANDRO. Lassatemi dire.
FILIGENIO. Non voglio.
ALESSANDRO. Ascoltate.
FILIGENIO. Non piú parole.
ALESSANDRO. Io, io …
FILIGENIO. Anzi io …
ALESSANDRO. Tacete, ché non sapete quello che voglia dire.
FILIGENIO. Né voi sapete quello che voglio rispondere. Non meritava questo l'amor che vi ho portato; e v'ho stimato gen-* *tiluomo, né vi diedi cagion mai di dolervi di me, ma servirvi di quanto ho potuto.
ALESSANDRO. Confesso aver ricevuto da voi molti favori, e confesso parimente non averli riservíti non per mancamento d'animo, ma d'occasione.
FILIGENIO. Voi me l'avete resi con iniquo cambio che non sarebbe stato fatto ad un turco; ma dice bene il proverbio: che molti benefíci fanno un uomo ingrato.
ALESSANDRO. Orsú, perché avete sfogata l'ira con ingiuriarmi, sarebbe di ragione, se non prima, mi dicesti la cagione di che vi dolete di me; perché le vostre parole mi sono ferite mortali che mi trapassano il core. Non mi fate piú penare.
FILIGENIO. Guarda simulazione.
ALESSANDRO. In che v'ho offeso, accusandomi tanto d'ingratitudine?
FILIGENIO. Anzi di sfacciataggine e di furfantaria.
ALESSANDRO. Ah, dir cosí sfacciatamente mal degli uomini è ufficio di tirannica lingua! però, di grazia, ponete freno alla lingua nell'ingiuriarmi, accioché non la scioglia allo sdegno per difendermi.
FILIGENIO. Perché, con iscusa di farmi comprar un schiavo per un vostro amico, me avete fatto comprar l'amica del mio figliuolo e fattalami condurre a casa?
ALESSANDRO. Mi fo la croce; overo ciò dite per schernirmi, o forse vi movete da alcuna falsa informazione.
FORCA. Vedrete, padrone, che tutto sará falsitá quanto vi è stato detto.
FILIGENIO. Ed in cose di niente farmi ruffiano di mio figlio?
ALESSANDRO. Ditemi se di giá avete comprato lo schiavo e dove sia.
FILIGENIO. L'avea comprato giá e ridotto a casa; poi, venuto il dottore, mi disse ch'era la bagascia di mio figlio, tinta la faccia di carboni, vestita da maschio; l'ho cacciata di casa e lasciatala a lui.
ALESSANDRO. O Dio, che cosa mi dite? O fortuna traditora, a che son condotto! io son il piú disperato uomo del mondo! Sappiate che il dottore è mio capital nemico, e per cagion di costui non l'ho voluto comprar io, ma pregatone voi, accioché mi aveste a ciò favorito.
FORCA. Che vi dissi, padrone?
ALESSANDRO. Vo' scoprirvi l'importanza. Gli mesi a dietro, in una battaglia navale si fe' giornata tra il re di Marocco e il re di Borno: fu sconfitto il re di Borno, e il figlio, il quale è costui, fuggendo in una nave sbattuta dalla furia della tempesta, venne in Italia; non essendo conosciuto, fu venduto per ischiavo. I suoi parenti han perciò inviato trentamila scudi per lo suo riscatto e restituirlo al suo reame. Il dottor ha lettere del re de' mori per inviarlo a lui: avendolo in mano, o lo fará morire in una prigione o li taglierá la testa. Onde il dottore, per guadagnarsi questi danari, m'ha fatto il tradimento.
FILIGENIO. Egli m'ha dato i cento scudi. Eccoli qui.
ALESSANDRO. Io non vo' ricevere altramente i cento scudi; ma vo' lo schiavo overo oprare in modo me si restituisca.
FILIGENIO. Come può esser che il fatto non sia fatto? Io non stimava tal cosa: essendo come voi dite, io mi pento di averlo venduto.
ALESSANDRO. A che mi giova ora il vostro pentimento? Convien ad un uomo della qualitá ed esperienza che voi sète, dar cosí subita credenza ad un uomo senza onore e senza anima, che con un velo d'ipocresia cuopre ogni sua sceleraggine, e stima, non dico me, ma vostro figlio che è un de' piú gentili giovani della cittá nostra, per un tristo uomo?
FORCA. Non vi dissi ch'era vostro inimico?
FILIGENIO. Ecco i cento scudi.
ALESSANDRO. Or questa sarebbe bella: per cento scudi pagarne trentamila! Egli se li guadagnará, e mandará quel povero giovane al macello overo ad una perpetua prigionia; ed io volea restituirlo al suo regno.
FILIGENIO. Ho peccato semplicemente; confesso l'errore, e se vi piace, confermarò con giuramento la mia ignoranza. Poiché siam qui, facciasi quel che si può per rimediarci.
ALESSANDRO. Se avevate comprato lo schiavo in nome mio e con i miei danari, quello era mio, e voi non avevate piú potestá sovra quello; e avendolo venduto, sará in vostro pregiudizio, perché avete venduto quello che non era vostro. L'error vi costerá caro. Andrò a' superiori e mi farò far giustizia: forse sarete condannato agli interessi.
FILIGENIO. Dio me ne guardi! ecco i vostri danari.
ALESSANDRO. Io non gli torrò per non far pregiudicio alle mie ragioni. Andrò a Sua Eccellenza, raccontarò il fatto: ella dará ordine di quello che ará a farsi. M'incresce nell'anima ch'abbia a venir con voi, che v'ho stimato mio padre e padrone, a termini cosí fatti.
FILIGENIO. O Iddio, che intrighi son questi ove mi trovo? Va', Forca, e vedi se puoi far nulla.
FORCA. Padron, perdonatemi, sète stato frettoloso a credere ed estimar vostro figlio e un amico come Alessandro, un assassino—ché l'uno vi fu sempre ubidientissimo e l'altro venti anni un buon vicino,—e me per un ladro, che v'ho servito venti anni fedelmente.
FILIGENIO. Eccoti i cento scudi: almeno non arò rimordimento di conscienza di aver fatto cosa con malizia. Togli anco questa catena d'oro che val quattrocento, e vedi si puoi rimediare.
FORCA. Non lascierò tentar per ogni via, per amor vostro. Io vo.
FILIGENIO. Camina.
DOTTORE. Férmati, Filigenio, non entrare ancora: avemo a trattare alcune cose insieme.
FILIGENIO. Pur hai animo comparirmi dinanzi, giuntatore: non vedo io che porti scolpita nella fronte la sfacciataggine?
DOTTORE. Che hai tu meco? vuoi esser forse il primo a gridare, per mostrar in un certo modo che abbi ragione o dar qualche color di giustizia alla tua ingiustizia?
FILIGENIO. Mi dái ad intendere che lo schiavo era la bagascia di mio figlio, ed era il figlio del re di Borno, qual con inganno m'hai tolto di mano per farlo essere decapitato?
DOTTORE. Che re di Borno, che decapitare? io non so se tu stai ne' tuoi sensi. Io pensava riscattar la mia innamorata Melitea; poi, avendola condotta a casa e lavatagli la faccia, ho ritrovato un maschio e altro di quel che pensava: eccolo qui.
FILIGENIO. Chi è dunque?
DOTTORE. Tanto ne so io quanto tu.
FILIGENIO. O Dio, che girandole son queste? che vuoi tu dunque da me?
DOTTORE. Che ti togli il tuo schiavo e mi torni i miei cento scudi.
FILIGENIO. Che so io se lo schiavo che m'hai tolto di casa sia quel che mi rimeni?
DOTTORE. Che so io che Melitea che fu portata in casa vostra non sia stata scambiata e posto costui in suo luogo?
FILIGENIO. Eccomi diversamente incappato in una lunga rete di artifici: e quanto piú cerco svilupparmene, piú mi ci trovo dentro, senza trametter tempo di mutar consiglio. Se tu non stavi sicuro che fusse quella che desiavi, a che venire a chiederlami con tanta voglia?
DOTTORE. E se non stavi securo che fusse l'innamorata di tuo figlio, perché subito non consignarlami?
FILIGENIO. Io dubito che con l'arte non vogliate schernir l'arte. Ma vien qua: chi sei tu che ti hai lasciato vendere? perché non rispondi? di', parla. Sta saldo, come se a lui non dicessi.
PANFAGO. Non vedi che con le mani fa ufficio della lingua, e con tacito parlar dice che non sa nulla?
DOTTORE. Non so che voglia dir, io. Panfago, dove vai?
PANFAGO. Questo è quel pazzo di poco anzi, nol conoscete?
DOTTORE. Certo che mi par quello: ride, salta e cava fuor la lingua.
PANFAGO. Scampa, dottore, ché non ti còglia un'altra volta.
FILIGENIO. Vien qui. Dimmi: chi sei tu? parlavi poco anzi come un filosofo; come hai or cosí perduta la lingua? Se non rispondi, ti rompo la testa. Oimè, oimè; aiuto, aiuto, ché costui non m'ammazzi! Chi mi ha portato costui dinanzi? a me con beffe? sarò uomo da vendicarmene.
CAPITANO de birri, FORCA, ALESSANDRO, PIRINO, PANFAGO.
CAPITANO. Eccoci qui apparecchiati a servirvi.
FORCA. Or ponetevi qui in agguato; e passando quel furfante, lo pigliarete e strascinatelo in prigione.
PIRINO. Ecco Alessandro. La cosa va bene.
FORCA. Tolto che voi l'arete, andremo in casa sua, che quivi troveremo le vesti e le robbe che ha rubate, e le porteremo in Vicaria.
CAPITANO. Cosí faremo.
FORCA. Eccolo che giá viene.
PANFAGO. Quel maledetto pazzo ha mancato poco a strangolarmi: ho passato un gran pericolo.
FORCA. (In un maggior incorrerai).
PANFAGO. Son stato tutto oggi in travaglio, e non ho potuto tòrre un maledetto boccone.
FORCA. (Via piú gran travaglio ti sta apparecchiato, e non cenerai per questa notte, ché dormirai in un criminale).
PANFAGO. Quel dottoraccio sta arrabbiato, ché non ha trovato la sua innamorata: né ha cenato egli né ha fatto cenar me.
FORCA. O voi, togliete questo ladro traditore.
PANFAGO. Io ladro, eh? voi m'avete rubbato il pasto, e io sono il ladro! Che volete da me?
FORCA. Lo saprai quando starai attaccato alla corda, e il confessarai a tuo marcio dispetto.
PANFAGO. Lasciate le mani voi: perché mi ligate?
ALESSANDRO. Legatelo bene che non vi scappi; ché non è questa la prima volta che ha patiti simili affronti. Vuoi tu negar, ladronaccio, che non sia entrato in casa mia, rubbatemi certe vesti da raguseo d'un mio amico, quelle di uno schiavo e molte cose da mangiare, come provature, salcicciotti e barili di malvaggia?
PANFAGO. Quelle vesti con le quali v'ho servito oggi e che voi mi prestaste?
ALESSANDRO. Io non so chi tu sia, e non t'ho visto fin ora: questi sono i testimoni che ti han visto entrare in casa mia, rubbarle e portarle via.
PANFAGO. Ed è questo atto da gentiluomo? Cosí vi sète concertati conForca, per vendicarvi dell'offesa che v'ho fatta.
ALESSANDRO. Che offesa? Capitano, ecco la sua casa: voi lo serrate qui ligato; e voi altri entrate e cercate la casa, ché le trovarete, se non l'ará sbalzate in altra parte.
PANFAGO. O Dio, che cosa avete inventato contro di me! Troppo acre vendetta per sí picciola offesa.
ALESSANDRO. Che vendetta, ladronaccio? pensi con le tue paroline scappare ch'oggi il boia non ti abbia a far una pavana senza suoni sovra le spalle?
FORCA. Ecco le vesti, ecco le robbe toltemi! cosí, furfantaccio, s'entra nelle case di gentiluomini e si vuotano le casse? Su, strascinatelo in Vicaria.
PANFAGO. O Dio, lasciatemi tor prima un bicchiero di vino, ché la gola mi sta tanto asciutta che non ne può uscir parola.
FORCA. Te la stringerá il capestro, la gola.
PANFAGO. O gola, mi farai morir appiccato per la gola.
ALESSANDRO. Su, caminate, andate via.
PANFAGO. Vorrei sapere il vostro disegno, io.
ALESSANDRO. Il nostro disegno? non lasciarti mai finché tu non muoia appiccato.
PANFAGO. Merito questo io per avervi cosí ben servito?
ALESSANDRO. Non si trova gastigo che basti a meritar la tua ladreria. Capitano, di grazia, fatelo strascinare, ch'io mi muoio di voglia di vederlo appicato presto.
PANFAGO. Oimè, oimè, perché con tanta fretta?
ALESSANDRO. Perché cosí meritano i pari tuoi.
CAPITANO. Io non so che hai tu meco né che cerchi da me: che sai tu chi sia io, se questa è la prima volta che pongo il piede in questa terra? e tu come una infernal furia mi persegui!
MANGONE. Vo' che mi restituisca la mia robba, poiché per tuo conto io son stato miseramente assassinato.
CAPITANO. O che tu sei infernetichito o devi star ubbriaco, poiché cerchi da un uomo che mai vedesti, che ti restituisca la tua robba.
MANGONE. Io non ho visto te, ma sí ben il tuo fattore che, vendutomi un schiavo in tuo nome, m'ha rubbata la schiava mia.
CAPITANO. Io non ho fattori, ma disfattori sí bene; e il fattore servo e mastro di casa e padron della nave son io stesso.
MANGONE. Tanto è: egli mandatomi da te venne a cercarmi a casa, con dir che volevate tener conto meco di vendere e comprar schiavi.
CAPITANO. Come si chiamava quell'uomo?
MANGONE. Maltivenga.
CAPITANO. Mal ti venga e mille cancheri e mille ruine!
MANGONE. E non contento di avermi rubbata la mia schiava, per svillaneggiarmi mi mandasti un presente pieno di furfanterie, con dirmi ch'eran le miglior robbe di Raguggia.
CAPITANO. Le robbe di Raguggia son buone: e stimo che le robbe di Napoli, come tu sai, sieno piene di furfantarie e di sporchezze; e se tutti i napolitani sono come tu sei, dal cattivo saggio che me ne dái, son uomo da tornarmene in nave or ora, far vela e girmene all'Indie nuove, per non aver a far con simili uomini.
MANGONE. Qui in Napoli avemo buona ragione.
CAPITANO. A me par che ve ne sia molto poca; perché tu mi richiedi di cose senza ragione, mi molesti con poca ragione e mi provochi a ira con molta ragione.
MANGONE. Oh, seria bella certo, ch'essendo tu solo e forastiero, senza aver alcuno per te, volessi vincer me che ho parenti e amici nella mia terra.
CAPITANO. Dimmi, ch'è l'arte tua?
MANGONE. Comprare schiavi e schiave belle e venderle poi a' giovani che se n'innamorano.
CAPITANO. Come se dicessi ruffiano.
MANGONE. Come se tu lo dicessi e io ci fussi. Non mi vergogno dell'arte mia; ma qual arte è la tua?
CAPITANO. Di corseggiar mari e lidi de' nemici e andar facendo prede.
MANGONE. Come si dicessi un spogliamari, saccheggialidi, cacciator d'uomini; come si dicessi un ladro publico.
CAPITANO. Piacesse a Dio che il mar ben spesso non spogliasse e rubasse me!
MANGONE. Or tu che osi rubar i lidi e i mari e gli stessi ladri, hai osato rubar ancor a me.
CAPITANO. O ruffiano, lassemi stare.
MANGONE. O ladro de' ladri publichi, tornami quel che m'hai rubato.
CAPITANO. Un corsaro si chiama soldato e non ladro.
MANGONE. Tu sei un di quei soldati che non dái batterie se non alle case private e alle porte delle botteghe.
CAPITANO. O fussi incontrato piú tosto con la nave in un scoglio che in costui!
MANGONE. O fussi venuto piú tosto in Napoli un diavolo che tu! Ma qui arai condegno castigo delle tue opere, ché vendi i cristiani per turchi e per mori.
CAPITANO. E tu fai peggio.
MANGONE. Qui ti saranno scontati i tuoi ladronecci.
CAPITANO. E a te le tue poltronerie.
MANGONE. E come un publico ladro morirai nell'aria publica.
CAPITANO. E tu per il tuo mestiero nel foco.
MANGONE. E tu che vai pescando gli uomini per lo mare, sarai pescato dal mare.
CAPITANO. E tu lapidato da' giovani che rovini.
MANGONE. E se pur il mar ti rifiuta per un cattivo guadagno, un giorno i turchi ne faranno vendetta per me, ché sarai impalato.
CAPITANO. Ed il boia la fará per me, ché sarai arrostito.
MANGONE. Mi pensava aver fatto un gran guadagno, che cotal mercatante fusse venuto ad alloggiare in casa mia: bella mercanzia che hai portata in Napoli!
CAPITANO. Ci ho portata una gran mercanzia di legne; e se le cerchi, te ne darò a buon mercato quante ne cerchi.
MANGONE. Orsú, vieni innanzi al Reggente.
CAPITANO. Tu cerchi briga e n'arai.
MANGONE. Se non vieni di bona voglia, ti strascinarò a forza.
CAPITANO. Dubito che lo strascinato sarai tu.
ISOCO. Io son stato tacito insino adesso, stimando che la tua importunitá avesse pur a far qualche fine; ma veggio che sei soverchiamente temerario, e dubito che non facci temerario ancor me. Ma forse non v'intendete l'un l'altro.
MANGONE. La ragione che ho, e l'importanza del fatto che importa cinquecento ducati, faranno o che io uccida costui o che sia ucciso da lui, perché non è cosa che ne possa passare.
ISOCO. Che costui non sia stato mai piú in Napoli e questa la prima volta che sia sbarcato di nave, ne son buon testimone.
MANGONE. O che testimone! Mi venne un uomo da parte di costui e mi chiamò per nome—Mangone!—e dissemi:—Poiché sei mercadante di schiavi, il mio padron Rastello Fallatutti di Monteladrone …
CAPITANO. Menti per la gola, ché rastello di Monteladrone sei tu!
ISOCO. Lascia dire.
MANGONE. … ne ha portato una nave, e si vuol accomodar teco.
ISOCO. Férmati, di grazia. Tu sei colui che vendi schiavi e schiave, che ti chiami Mangone?
MANGONE. Io son: mal per me!
ISOCO. Lasciamo il primo e cominciamo un altro ragionamento piú importante. Son d'intorno a tre anni che certi uscocchi depredando i lidi della Schiavonia, da una villa dove io abitava mi tolsero una giovane bellissima; e mi fu riferito che la vendero in Napoli per ducento ducati ad un mercadante di femine, detto Mangone.
MANGONE. È vero; e si chiama Melitea.
ISOCO. Non, no: quella si chiamava Alcesia.
MANGONE. Ho inteso ben dir da lei che si chiamava Alcesia; ma allora che la comprai, si chiamava Melitea.
ISOCO. Che n'è di questa giovane?
MANGONE. Di questa giovane ragioniamo ora, che sotto nome di costui m'è stata sbalzata da casa.
ISOCO. Sappi che quella Melitea, che tu dici, è donna libera e gentildonna cristiana e non schiava; è figlia di un napolitano molto ricco e importante.
MANGONE. Fusse alcuna altra trappola ordita tra voi, per rubbarmi alcuna altra cosa?
ISOCO. Sappi che a questo effetto son venuto qui in Napoli, per saper nuova di suo padre, se sia vivo o morto; e qui non son per tòrti alcuna cosa, anzi per giovarti: ché ritrovandosi lei e suo padre, sarai per averne una buona mancia. Ma, di grazia, sapete voi s'ella si ricorda del nome di suo padre?
MANGONE. Di suo padre no, ma ben d'un suo balio detto Isoco, e d'una sua balia detta Galasia.
ISOCO. Io son Isoco, e mia moglie, giá morta, era detta Galasia. Ma oh, piaccia a Dio ch'essendo venuto qui per un fatto che non pensava espedirlo in un anno, lo spedissi in un giorno e liberassi l'anima di mia moglie e la mia da cosí fatta angoscia! Io vo' venir teco per saper nuova di costei, e ritrovata, so che ti sará di non poco utile.
MANGONE. Pur che mi sia utile, eccomi pronto a far quanto comandi.
ISOCO. Di grazia, lasciamo il padron della nave che vada per i suoi affari, ché quando saprai ch'egli abbia errato in alcuna cosa di quel che ti duoli di lui, io voglio rifar il danno.
CAPITANO. Isoco, a dio.
DOTTORE. Mangone, hai saputa alcuna novella di Melitea?
MANGONE. Sí bene, anzi di cose che voi non sapete.
DOTTORE. È dunque in poter di Pirino?
MANGONE. Dico altro che voi pensate.
DOTTORE. Che cosa dunque?
MANGONE. Melitea è libera e gentildonna.
DOTTORE. Che non sia qualche nuovo inganno ordito da Forca, per schernir me dello amore e del desiderio di aver figliuoli?
MANGONE. L'uomo che qui vedete, dice ch'è napolitana, figlia di uomo nobile e di gran qualitade.
DOTTORE. Certo che m'è carissimo, ch'essendo di buon legnaggio e avendola per moglie, arò meno reprensori; e se per rispetto del mondo faceva prima resistenza alle mie voglie, or le farò correre a tutto freno. Gentiluomo, vi prego a narrarmi quanto sapete di lei.
ISOCO. Dico che questa giovane fu rapita dalla sua balia e portata in Raguggia sua patria. La cagion della rapina fu che, nascendo la bambina, morí sua madre nel parto; e restando la balia col padre in casa, o che si fusse innamorato di lei o che fusse intemperante di sua propria natura, la ricercò piú volte dell'onor suo. Ed avendogli ella piú volte detto che nel fatto dell'onor non volea esser molestata in conto veruno, che altrimente si partirebbe, ed egli non restando di noiarla, non s'arrestò di quanto l'avea minacciato: onde, per fuggir gli disonesti assalti del padrone, se ne fuggí di casa sua e se ne venne con la bambina in Raguggia, dove dimorò tre anni. Abitando in un suo podere alla costiera della marina, un vassello de scocchi la rubbò e la vendé qui in Napoli ad uno mercatante di schiave, che si chiama Mangone.
DOTTORE. Come si chiamava la balia?
ISOCO. Galasia.
DOTTORE. Galasia? oimè, che dici? e può esser questo? si ricorda la fanciulla del nome di suo padre e di sua madre?
ISOCO. La fanciulla non se lo poteva ricordare, che non giongeva a duo anni. Ma io l'ho inteso dir mille volte da Galasia che la madre si chiamava Brianna e il padre il dottor Carisio.
DOTTORE. O Dio, che intendo? son desto o sogno? Ma tu come sai questo? a che effetto sei venuto qui in Napoli?
ISOCO. Io lo so, che quando Galasia gionse in Raguggia, si maritò meco; e siam vissuti insieme dodici anni, pensandomi sempre che questa fanciulla fusse sua figlia, d'un suo primo marito. I mesi a dietro venne a morte; e chiamatomi, mi pregò caldamente—e ne volse la fede per iscarico della sua conscienza—che fusse venuto in Napoli e cercato se fusse vivo quel dottore, e raccontargli il suo furto, accioché n'andasse scarica e contenta all'altra vita; la qual cosa le ho promesso e osservato.
DOTTORE. O Dio, non potrei esser oggi il piú felice uomo del mondo!Dimmi, di grazia, che effigie avea quella fanciulla?
ISOCO. Era di viso un poco lunghetto, di guardo austero ma dolce, di carnagione mescolata di rosso e latte, di capelli com'io, di maniere assai signorili; e mostrava in tutte le cose esser di sangue nobilissimo, di animo generoso e d'ingegno vivace.
DOTTORE. Questa è dessa, certissimo; ché i segni che mostrava in quelle piccole membra, davan presagio che nella compita etá non dovesse riuscir altrimente che le sue fattezze. Avea ella alcun segnale nella persona?
ISOCO. Una macchia rossa nella mammella sinistra come di un vovo; e diceva la balia che fu una gola che venne a sua madre di quei frutti, e venne a caso a toccarsi alla mammella.
DOTTORE. Questa è dessa: non bisogna piú dubitare; e io son quel dottor Carisio che tu dici. Ma dimmi, come è stata allevata la fanciulla?
ISOCO. Questo posso ben giurarvi che, se ben in povera casa come la nostra, non avria potuto esser meglio allevata nella vostra istessa: appena ave avuto nella mia casa quella libertá che si conveniva all'etá fanciullesca; ed ella si mostrò sempre gelosissima e rigida defenditrice dell'onor suo.
DOTTORE. La rapina, la povertá, la lontananza da' suoi parenti, la violenza de' corsari liberano la sua volontá d'ogni colpa di disonestá, e massime in lei che per la sua soverchia bellezza chiama a sé la violenza.
ISOCO. Non dite cosí; ché la generositá dello aspetto, la maestá della bellezza sforza ancor le genti barbare a non cercarle cosa contra il suo volere: e io vi giuro—poiché mi fu referito—che i corsari che me la ruborno, la vendero come la tolsero da mia casa, con speranza di cavarne piú guadagno.
MANGONE. Ed io vi assicuro di questo: ch'eglino, volendomela vendere per vergine cinquanta ducati di piú, la feci veder dalle commari, ed essendomi cosí affermato, li sborsai ducento ducati; e in mia casa è stata cosí conservata come uscí dal corpo di sua madre.
DOTTORE. Che costumi mostrava in quella sua etá?
ISOCO. Di grande animo ne' pericoli, ardita con modestia, di nobiltá umile e onoratissima nella bellezza: in un picciol corpo un gran spirito. E sappiate che di queste arti niuno le fu maestro; ché dalle fascie si portò seco simili parti da far invidia a qual si voglia principalissima gentildonna.
DOTTORE. Io del suo acquisto e del non macchiato fior della sua verginitá per molto stupore son fuor di me stesso. O infinita Providenza, con quanti vari accidenti hai sospesi i nostri amori! per non farci accoppiare insieme, e la sua onestá avesse pericolato con il suo padre, hai fatto che Forca e Pirino con una gentil trappola abbian schernito i miei desidèri e involatamela dal seno.
ISOCO. Di grazia, fatemela vedere, ché da' segni del suo conoscermi conoscerete esser vero quanto vi ho detto.
DOTTORE. Su, Mangone, diasi ordine di ritrovarla: non si perda piú tempo. Ma ecco Filigenio: viene a tempo per saper nuova di suo figlio.
ISOCO. Voi cercate di costei e datemi aviso di quel che sará.
FILIGENIO. Veggio venir il dottor verso me: qualche altra burla aranno scoverta di Forca: non sará per finir tutto oggi.
DOTTORE. Filigenio, io vengo a ragionar di cose assai differenti dalle passate, alle quali mai non pensaste: ora non è tempo di amori, ma di compimenti di onore: e ben sapete che dove va l'onore, poco si prezza la robba e la vita insieme.
FILIGENIO. Evi alcuna altra terza di cambio di farmi pagare?
DOTTORE. Ritenetevi ne' termini della prudenza e della creanza, e ascoltate prima, ché non sapendo che abbiamo a narrare, potreste prender error per parlar troppo.
FILIGENIO. Evi alcuna altra cosa scoverta di mio figlio?
DOTTORE. Io vengo or per coprir gli errori di vostro figlio e non scoprirgli al mondo piú che sono. Sappiate che Melitea rapita da vostro figliuolo, or non è corteggiana, come stimavate, ma gentildonna libera e onorata.
FILIGENIO. Come può esser questo, essendo stata tanto tempo in casa di un ruffiano?
DOTTORE. Di cosí picciola cosa vi meravigliate? vi sono ancora delle cose maggiori. Vi dico in somma che è mia figliuola; che mi fu rapita dalla balia, sendo piccina; e or l'abbiamo riconosciuto, come poi piú minutamente restarete sodisfatto.
FILIGENIO. Mi rallegro della vostra ventura. Ma che cercate da me?
DOTTORE. Se ben non ho riconosciuta mia figlia, né so fin ora dove sia, so ben che Forca e vostro figlio l'hanno sbalzata dalla casa di Mangone. Voi sapete che ho tanta robba che posso giovar agli amici e castigar gli inimici; e chi mi toglie lei, mi toglie l'onor mio: e l'onor pone l'uomo in disperazione, e il disperato di se stesso non può aver pietá di alcuno. Son uomo da far che i suoi amori gli costino molto cari, e a voi, a Forca e a tutti i complici; e sará piú duro il vero male che l'apparenza del falso bene. Nelle cose importanti si conoscono i nobili da' plebei: se faremo alla scoverta, parlerò a Sua Eccellenza, e con il braccio della giustizia, col favore degli amici e de' parenti e de' danari ci offenderemo tra noi, e la cosa si pubblicará; e il meglio sarebbe la secretezza possibile. Bastivi alfin questo, che son padre e son uomo onorato.
FILIGENIO. Per dirvi la veritá, io non so cosa alcuna de' fatti suoi: e tanto ne so ora, quanto da voi me n'è stato referito; che ben sapete che i figli si nascondono da' padri nei loro amori, e noi siamo gli ultimi a sapergli. Ma che si rimedino gli errori, io lo desidero piú che voi.
DOTTORE. Come dunque faremo per rimediargli?
FILIGENIO. Ecco, ecco il secretario de' suoi pensieri: ecco qua il domestico, il maiordomo maggiore, l'inventore e l'essecutore de' suoi garbugli.
FORCA. (Or sí che potrò ben andar a sotterrarmi vivo per non incappar nelle mani di costoro).
FILIGENIO. Forca, vieni a tempo: ascolta questo gentiluomo che dice.
DOTTORE. Forca mio, se per l'addietro t'ho odiato piú che la morte, come ostacolo de' miei desidèri; or, come quello che mi hai tolto da illeciti amori o disoneste nozze, te ne arò obligo eterno. Sappi che Alcesia—non piú Melitea—non è schiava di Mangone, ma mia legittima figliuola, che molti anni sono mi fu rapita dalla balia, come potrai piú a lungo intenderlo da costui… .
ISOCO. Quanto dice questo gentiluomo tutto è vero.
DOTTORE. … Onde io sapendo certissimo che tu e Pirino me l'avete rubbata dalla casa di Mangone, e conoscendo voi l'importanza della cosa, e conoscendo parimente che non posso tormi questa macchia dell'onore se non mi sia restituita, vorrei che facesti pensiero di effettuarlo.
FORCA. Io, in quanto Forca, son persuaso a bastanza; bisogna persuaderPirino che ve la restituisca.
DOTTORE. Dove è Pirino, accioché possa ragionargli?
FORCA. Con Pirino non potrete ragionar altrimente; ma ragionate con me quello che desiate ragionar con lui, e fate conto ch'io sia sua mente, suo desiderio e ch'io ascolti con le sue orecchie e ch'io vi risponda con la sua lingua.
DOTTORE. La somma è che mi restituisca la figlia.
FORCA. Ed in somma io dico ch'egli è innamorato di Melitea non di amore ordinario o sopportabile, ma di un desiderio irrefrenabile; e si privarebbe con assai piú agevolezza della vita che di lei. In somma pensate ad ogni altra cosa che a riaverla; e potete pur ferneticare e consumar il cervello a vostra posta.
DOTTORE. Io con la giustizia gli levarò Melitea con la vita.
FORCA. L'uno e l'altra si strangolerá, e preverrá con una morte volontaria la violenta.
DOTTORE. Ti do podestá che s'elegga un marito, come saprá desiderarlo.
FORCA. Non bisogna piú elezione, ché se l'ha eletto giá; anzi una cosa vi fo saper certissima: che né voi vedrete piú lei, né Filigenio il suo Pirino.
DOTTORE. Come?
FORCA. Amboduo poco anzi, provisti delle cose necessarie, si sono imbarcati per fuggirsene in luogo ove di loro non si sappia mai piú novella.
FILIGENIO. Che cosa è quello che mi dici, Forca?
DOTTORE. Dunque a tempo che ho ritrovato la figlia, la perdo: e avendola non l'avrò piú mai, ed era salva quando l'avea perduta!
FORCA. Egli non ha animo di comparirvi piú innanzi per vergogna, ed ella per dubbio di non tornar di nuovo nelle mani di Mangone. Da lor stessi s'han preso un volontario essiglio e vita pellegrina e vaga, e sopportar ogni incommoditá e ogni miseria, purché vivano insieme e si soddisfaccino l'un l'altro, e mostrino al mondo che i loro amori non erano fondati in vani desidèri giovanili, ma su salde leggi di santissimo matrimonio.
DOTTORE. Filigenio, io conosco che i matrimoni prima si dispongono in Cielo e poi s'esseguiscono in terra, e che invano tenta umana forza impedir quello che è ordinato lá su. A me par che sieno cosí ben accoppiati fra loro, che né io né lui né tutto il mondo l'aría potuto imaginare; e mi par ch'egli sia degno di lei, ella di lui. Io non ho altro figlio, e la mia robba è di valor di quarantamila scudi; sono nell'ultimo della mia etá e inabile alla sperata successione. Fate voi la dote al vostro figlio. Né voi potrete restarvi di apparentar meco; perché non so come meglio si possa rimediare all'acerbitá dell'ingiuria che m'ha fatto vostro figlio.
FILIGENIO. A cosí buon partito che mi proponete, ogni cosa ch'io rispondessi in contrario, mostrerei che fussi scemo di cervello; ed è ben ragione che avendo io comprato la moglie al mio figlio, che voi con buona dote ricompriate il mio figlio per vostra figlia: e come per l'acquisto di lei è intricato con augurio di scherno, cosí vo' che, mentre sia vivo, l'abbia ad esser non sposo ma schiavo di vostra figlia.
DOTTORE. E mia figlia, perché sotto auspicio di schiava fu introdotta in vostra casa, non che nuora, ma sia perpetua vostra schiava e di vostro figliuolo: e dove si ha pensato uccellar me, ará posto l'uccello in la sua gabbia.
FILIGENIO. Orsú, trovinsi costoro, e questa sera medesima facciamo le nozze con reciproca sodisfazione. Forca, perché son chiari che l'uno è dell'altro e non han piú dubio che sieno separati fra loro, falli tornar da viaggio e menali a casa nostra.
FORCA. Vi do la mia parola giongerli nel viaggio e far ch'or ora li veggiate qui presenti.
DOTTORE. Per l'amor di Dio, presto: ché non so se potrò viver tanto che li veggia.
FILIGENIO. Io me ne vo a casa, a porla in ordine per questa sera.
DOTTORE. Or dimmi, di quelle cose che mi tolse Galasia, non ne ha serbata alcuna Alcesia per ricordo di suo padre?
ISOCO. Sí bene: un anello con una fede scolpita, con certi piccioli diamantini intorno; e certi bracciali d'oro che mia moglie tolse con lei: e se l'ha ella sempre portati su' diti, e se i corsari non gli han tolti, penso che debba avergli.
DOTTORE. Dimmi, avea ella mai desiderio di riveder suo padre?
ISOCO. Anzi, nel mezo sempre delle sue allegrezze si risentiva e si rattristava, e con certi occulti e nascosti sospiri manifestava il dolor della perdita di suo padre e il desiderio che avea di rivederlo, e per lo piú sempre stava sommersa in una tacita malinconia.
DOTTORE. Dio cel perdoni! ché m'ha fatto buttar piú lacrime e piú sospiri che non ho peli adosso, non solo ogni volta che mi ricordavo le persone, ma quando io son venuto col pensiero da me stesso. Ma eccola che viene.
ISOCO. Questa è Alcesia mia.
MELITEA. O padre, non a me di minor riverenza di colui che m'ha generato, perché m'hai nodrita e allevata con tante fatiche e diligenze, oh quanto mi rallegro in vederti, vedendovi a tempo quando meno sperava di rivedervi.
ISOCO. O figlia cara—ché all'amore e riverenza che vi porto non so che altro nome chiamarvi,—che mi date tanta allegrezza in vedervi quanto mi deste dispiacere essendomi rapita: o che nobile aspetto, o come anco nelle miserie risplende la maestá della vostra bellezza!
MELITEA. Siami lecito abbracciarvi con quella riverenza come mio padre: o mio caro e amato balio!
ISOCO. O amata e desiata figliuola!
MELITEA. O Dio, quanto presto sète fatto vecchio.
ISOCO. Il tempo camina, figlia: tenetelo voi, ché stia fermo, e io terrò una medesima forma. Figlia, poiché hai conosciuto il tuo balio, riconosci ora il tuo vero padre.
DOTTORE. Carissima figliuola, non ti ricorderesti del tuo vero nome?
MELITEA. Nascendo fui rapita dalla balia; poi, con piú malvaggia fortuna, fui rapita da' corsari, i quali mi fecero questo oltraggio che, rubbando me, mi rubbaro il mio vero nome, il quale è Alcesia.
DOTTORE. Dimmi, figliuola cara, non hai alcuna di quelle coselline d'oro serbate teco, che ti diè Galasia mia moglie?
MELITEA. Signor mio, non ho altro che questo anello con una fede scolpita, che l'ho sempre custodito con grandissima diligenza—se pur Iddio mi avesse fatto grazia di riconoscere mio padre,—e questi bracciali.
PIRINO. Moglie mia cara, perché mai prima mostrati non me l'avete?
MELITEA. Sposo mio, i segni sono segni a coloro che li conoscono. Ma appresso quelli che non sanno che cosa sia, mi potrebbono piú tosto esser cagione di cattiva fama, dubitando che l'abbi per alcun ladroneccio o che alcuno innamorato me l'abbi donati.
DOTTORE. Pazzia sarebbe dubbitar piú che non sia mia figlia, e giá m'accorgo che allo splendor degli occhi e dalla eccellenza della bellezza, che rassomiglia a quella, quando era bambina: tu sei dessa, e il tuo aspetto è bastevole a farti conoscere che tu sei nobile.
MELITEA. Gentiluomo, ecco alcuno altro segnale per lo quale possiate rendervi piú certo che sia vostra figlia.
DOTTORE. Figlia, giá son certificato da tutti e son vinto da tutti i segni, e finalmente mi chiamo vinto dalla di tutte cose vincitrice natura, per tirarmi nel core una insopportabile alle-* *grezza. Figlia dolcissima, lascia che ti abbracci e baci, e non trattenermi un cosí dolce contento.
MELITEA. Gentiluomo mio, se ben voi sète certificato che io sia vostra figlia, voglio anche io certificarmi se sète mio padre, né cerco altri segni da voi se non un solo; se sète del medesimo voler che son io, ché non conviene tra padri e figli diversa volontá. Io mi trovo esser sposa, e amata da questo cavalliero senza inganni e senza simulazione, piú svisceratamente che sia stata amata donna giamai; e per rendergli guiderdone di tanto amore, l'ho amato e amo con tutto il core e tutta l'anima mia: e sapendo certissimo che ogni debito può ricever cambio e ricompenso, e solamente l'amore non può pagarsi se non con amore, me l'ho eletto per isposo. Ed essere amata da lui è la mia gloria e mia terrena beatitudine: me li sono data in tutto e per tutto, o che mi schivi o che mi batta o mi venda in man di turchi. Mi contento del suo contento; onde se voi avete la medesima volontá mia, sète mio padre, altrimente io non ho padre né madre né altra persona al mondo se non lui.
PIRINO. Caro signore, con che parole poss'io corrispondere a tanta affezione, conoscendo che mi ama sovra il mio merito? qual uomo sarebbe al mondo piú ingrato di me, se non l'amassi con tutto il cuore? Da quel ponto che ci vedemmo insieme—o fusse caso o destino o che cosí fusse piaciuto a Dio, per un gran pezzo sospesi insieme, imaginandoci dove prima ci avessimo potuto vedere e riconoscerci insieme, e quando avessimo avuto insieme domestichezza; e conoscendoci fra noi l'un l'altro di merito proporzionato e l'un degno de l'altro,—ci arrossimmo insieme e insieme ci impallidimmo; e insieme chiedendo l'un a l'altro misericordia, con gli occhi pieni di lacrime e riverenti, giurammo ne' nostri cuori di amarci fin alla morte.
DOTTORE. Carissimi figliuoli, se conosco l'uno e l'altro di giudicio pieno e vivace, vi conosco in questo principalmente che cosí bene ambo insieme accoppiati vi siete: onde io non son d'altra volontá che voi medesimi, ed io ho impetrato da vostro padre licenza d'ammogliarvi amboduo insieme: però abbraccio e bacio amboduo come miei carissimi figliuoli. Ma io non so chi abbracciar prima, cosí egualmente vi amo e desio. Solo ti priego, caro mio Pirino, ch'ami la mia figliuola come l'hai amata per lo passato.
PIRINO. Se l'ho amata schiava, povera e in casa d'un ruffiano, che si può dir piú? benché dalle sue maniere e sue creanze l'ho stimata sempre nobile e onorata, or dico che se non conoscendola l'ho tanto amata, quanto debbo or amarla sapendo che è vostra figlia? E quanto m'ho imaginato di lei, tutto m'è riuscito.
DOTTORE. Figlia, entriamo in casa, ché ivi ragionaremo piú a lungo. Forca, trova Mangone e digli che gli dono i cinquecento ducati e che la mia facoltá è tutta sua; e chiama Panfago e liberalo dalla prigionia.
PIRINO. Chiama ancora Alessandro, ché venghi a riconciliarsi con mio padre e goder insieme con noi una commune allegrezza.
FORCA. Farò quanto comandate.
MELITEA. Forca mio, giá è tempo di riconoscerti de' piaceri ricevuti da te.
PIRINO. Farò che questa sera sia tu libero e a parte d'ogni mio bene.
FORCA. Io non merito tanti favori. Spettatori, Alessandro, Panfago e Mangone verranno a noi per la porta di dietro. Voi potrete andarvene a vostro piacere; e se la comedia v'ha piaciuta come l'altre, fatele il solito segno di allegrezza.
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