IV.Quando l'onorevole Sangiorgio entrò nel Caffè del Parlamento, alle sette, per pranzare, in quella cripta egiziana, affogante, rossa, quasi affumicata, varie teste si voltarono e il suo nome fischiò nel susurrìo educato di coloro che mangiavano. Restavano solo due o tre tavole disoccupate: Sangiorgio, dopo esser rimasto un momento indeciso, sedette a una, dove tre posti erano pronti. Subito, dal tavolino accanto a lui, l'onorevole Correr, il giovane deputato di destra, dalla barba nera e dalla molle pronuncia veneta, lo salutò amichevolmente, l'onorevole Scalatelli, il colonnello dei carabinieri, dal pizzo brizzolato e dagli occhi bonari, lo guardò con un certo interesse: gli altri due ex-onorevoli, il grande Paulo, il grosso Paulo, il forte Paulo continuò a litigare col piccolo Mefistofele padovano, Berna, lo spirito bizzarro.«Dunque è vero, Sangiorgio, del duello?» domandò sottovoce Correr.«È vero,» rispose l'altro, guardando la lista delle vivande.«Primo duello?»«Primo.»«Avete mai fatto sala d'armi?»«Un poco.»«È un'imprudenza, Oldofredi è fortissimo.»«Un duello, un duello!... chi si batte?» esclamò il grosso Paulo, finendo di dar dell'asino al suo amico Berna, che gli dava dell'imbecille.«Qui, l'onorevole Sangiorgio, con Oldofredi,» spiegò Correr.«Bell'avversario, perdio! È mancino, Oldofredi: bisogna che Ella ci pensi, onorevole Sangiorgio.»«Non lo sapevo: ci penserò.»«E i padrini, chi sono i padrini?» domandò l'enorme Paulo, il colosso, il molosso, che qualunque duello inebbriava.«Il conte di Castelforte e Rosolino Scalìa: li aspetto a pranzo,» disse cortesemente Sangiorgio.«Benissimo, buona scelta, sono padrini poco arrendevoli, non vi riconcilieranno sul terreno.»«Era inevitabile il duello, Sangiorgio?» chiese Scalatelli.«Inevitabile.»«Oldofredi è fortunato, Sangiorgio; mi sono battuto con lui, anni sono: m'ha ferito al polso,» spiegò placidamente Scalatelli.In questa, il conte di Castelforte e Rosolino Scalìa entrarono, cercando con gli occhi Sangiorgio. Il conte conservava la sua freddezza aristocratica che emanava da tutto, dalla magra e alta persona, dalla lunga barba nera che si brizzolava, dalla compostezza un po' naturale, un po' letteraria di scrittore e di signore; Rosolino Scalìa aveva la sua aria di militare elegante in borghese, il fiore all'occhiello e il mustacchio profumato; ma era anche lui freddo e grave. Castelforte si fermò a parlare con Correr e Scalatelli, mentre Scalìa si cavava il soprabito.«Ebbene,» domandò Sangiorgio, «che si fa?»«Nulla ancora,» rispose con riserva Scalìa, «o molto poco.»Sangiorgio non chiese altro. Il pranzo fra quei tre cominciò in silenzio: Castelforte era sempre contegnoso, Scalìa grave e Francesco Sangiorgio indifferente.«I padrini sono Lapucci e Bomba,» disse Scalìa, versandosi del vino. «Abbiamo convegno alle nove e mezzo. Avete provveduto alle sciabole, Sangiorgio?»«Sì.»«Bene,» disse Castelforte. «Spero che le abbiate fatte arrotare: niente più odioso, in un duello, che le sciabole mal affilate. Il duello si prolunga, e le ferite sono sempre ridicole, larghe, una indecenza.»«Le ho fatte arrotare dallo stesso Spadini.»«Bravo,» fece Scalìa. «Un duello lungo ha tutti gli inconvenienti; si presta alla burletta. Una cosa sola vi raccomando, Sangiorgio; non pensate a nulla e di nulla vi preoccupate, ma al primo assalto, andate giù, non aspettate l'avversario, non calcolate nulla, buttatevi: quelli che cominciano, non possono riescire che così.»«D'altra parte,» aggiunse Castelforte, «come ho potuto intendere dalle parole di Lapucci, le condizioni saranno piuttosto gravi. Ma voi non ci badate, Sangiorgio: è naturale che fra due persone serie, queste cose siano prese sul serio.»«Io non ho intenzione di scherzare,» soggiunse Sangiorgio, prendendo dell'insalata.«Tanto meglio. Il medico ce l'avete?»«No.»«Prenderemo il solito Alberti,» disse Scalìa, «ci penserò io, questa sera.»Un fanciullo in piccola livrea, che portava scritto sul berrettoCaffè di Roma, entrò nella trattoria, cercando qualcuno. Era un biglietto per l'onorevole Sangiorgio.«Il presidente della Camera mi manda a chiamare, al Caffè di Roma, dove resta fino alle nove e mezzo.»«E voi andateci,» rispose Castelforte, «ma siate fermo, non vi lasciate convincere.»«Scalìa, Scalìa,» chiamò dall'altro tavolino il molosso Paulo, che non poteva resistere, «badate al posto del duello. Che sia vicino a una casa, a una osteria, a una capanna, a un ricovero qualunque. Da che ho dovuto ricondurre per tre miglia di strada maestra, piena di sassi e di solchi, il povero Goffredi, con una ferita nel polmone, che boccheggiava e sputava sangue a ogni sbalzo della carrozza, ho fatto voto che, se non vi è un letto pronto a cinquanta passi, non faccio il padrino.»«Sarebbe meglio, allora, in una casa....» osservò Correr.«No, no, che casa!» esclamò Scalìa, «è malaugurio, in una casa. Tutti i duelli in casa finiscono male.»I due padrini si levarono, parlarono altri cinque minuti sottovoce col loro primo, in piedi, stretti a gruppo. Dalle tavole si guardava con curiosità, ma le tre facce erano impassibili: fu fatto un grande scambio di strette di mano vigorose e di saluti. Sangiorgio, rimasto solo, pagava il conto. Quelli dell'altro tavolino andavano via anche essi, si licenziavano da Sangiorgio.«Buona fortuna, collega: in bocca al lupo,» disse Correr.«Buona mano, onorevole Sangiorgio,» soggiunse Scalatelli.«Si metta un corno addosso, se crede allaiettatura,» suggerì Berna.Ma dal mezzo della sala, l'immenso Paulo subitamente familiarizzato, urlò, ridendo:«Addio, neh, Sangiorgio: tira alla faccia!»Egli capì che tutti e quattro se ne andavano poco convinti dell'esito. Uscì due minuti dopo di loro. Sulla porta incontrò unreporterdi ungiornale del mattino che gli chiese notizie.«Nulla ancora,» rispose Sangiorgio.«Nel caso.... nel caso, domani, posso venire a casa Sua per prendere notizie?» insistette il giovanotto imberbe, dall'aria ingenua.«Angelo Custode, 50,» fece l'altro, allontanandosi.Al Caffè di Roma, il presidente finiva di pranzare col suo amico, il colonnello Freitag, il grosso uomo dall'aria infantile, dalla voce stridula e sottile: il presidente aveva l'aria stracca di persona che si riposa finalmente da una fatica improba. E subito, vedendo Sangiorgio, andò allo scopo:«Si può conciliare questo brutto affare, onorevole collega?»«Non lo credo, signor presidente.»Il presidente frenò un piccolo moto nervoso e si morsicò un po' le labbra.«Vediamo, onorevole collega, non vi è stato un po' di malinteso? Un duello fra due deputati è una cosa grave, non bisogna farlo per nulla.»«Non vi è stato malinteso, glielo assicuro, presidente.»«Capisco queste cose: Oldofredi è un po' vivace, Ella è giovane, avrà preso a male qualche scherzo. Bisogna badarci a queste cose, collega: domani i giornali parleranno, ne nascerà uno scandalo.»«Spero di no: a ogni modo, non vi è rimedio.»«Nessuno tratterrà Oldofredi dal dire che Ella, Sangiorgio, ha cercato questo duello per far del chiasso.»E il presidente gittò uno sguardo scrutatore sulla faccia del deputato meridionale, ma vi lesse la indifferenza, l'impassibilità, e parve che rinunziasse al suo progetto di riconciliazione.«E i padrini fissarono le condizioni?» domandò.«Non ancora: ho convegno con loro alle undici,» e si levò per andarsene.«Mi raccomando, non parli con giornalisti: un duello parlamentare è per loro un grande pascolo. Buona fortuna, onorevole collega.»Sangiorgio se ne andò, sentendo che la freddezza della voce del presidente e la tranquillità taciturna dell'onorevole Freitag si equivalevano.Nella via, sul Corso, si fermò, indeciso. Aveva dato convegno ai suoi padrini al caffè Aragno;ma una invincibile ripugnanza gli vietava oramai questo vagabondaggio notturno di caffè in caffè, in quell'artifiziale attendamento di deputati, di giornalisti e di curiosi che non hanno famiglia e passano la loro serata in quelle sale calde, piene di fumo; gli veniva, gli cresceva un fastidio immenso della gente che domanda, che chiede, che vuol sapere, che commenta, sempre indifferente. Sapeva che Castelforte e Scalìa si sarebbero trovati con Lapucci e Bomba agli Uffici: preferì risalire, verso Montecitorio, lentamente, comprando i giornali al chiosco di Piazza Colonna, leggendo sotto un lampione, sotto il portico di Velo.I due o tre giornali della sera annunziavano il duello con una certa solennità, uno metteva solo le iniziali, ma aggiungeva che i tentativi di riconciliazione erano riusciti infruttuosi. Egli li conservò in tasca, e, preso da un po' d'impazienza, andò a passeggiare su e giù innanzi al Parlamento. Le grandi finestre degli Uffici erano tutte illuminate, i commissarii lavoravano ancora: ma la piazza era deserta, la grande piazza senza botteghe. Egli andava su e giù, girando attorno all'obelisco, dagli Uffici del Vicarioagli Orfanelli, dagli Orfanelli alla Missione, con le mani in tasca, la testa abbassata, camminando presto per combattere l'umidità che gli entrava nelle ossa.Il portone dell'Albergo Milanoche dà sulla piazza si chiuse, dopo l'arrivo dell'ultimoomnibusdella stazione: i padrini non discendevano ancora. E lui si seccava di lasciarsi vedere dai deputati che avevano passato la serata alla Camera, e quando qualcuno ne compariva sulla porta, si fermava, o si allontanava colto dall'impazienza. Finalmente Scalìa e Castelforte comparvero sugli scalini: la lunga figura del conte lombardo si delineò accanto a quella più piccola, ma membruta del deputato siciliano. Parlavano fra loro, vivamente, poi scesero e si avviarono verso giù. Sangiorgio li raggiunse correndo:«Non ho voluto aspettarvi al caffè: è pieno di gente e tutti vogliono sapere e io non voglio aver l'aria diposare,» spiegò lui, ai padrini.«Avete fatto bene,» disse Scalìa. «Quand'uno deve battersi, è meglio non lasciarsi vedere, per delicatezza. Quelposatoredi Oldofredi ha declamato tutta la serata alleColonne: ora è al teatro,all'Apollo, per farsi ammirare. Basta, tutto sembra combinato.»«L'acqua Acetosa, fuori Porta del Popolo, è un buon posto,» soggiunse Castelforte, «poichè ci si va presto. Abbiamo fissato per le dieci, verremo a prendervi alle otto e mezza.»Camminavano tutti e tre verso la casa di Sangiorgio. Egli taceva, fumando.«Siete nervoso, voi?» domandò Scalìa.«Io? per nulla.»«Allora cercate di dormire.Cognac, in casa ce ne avete?»«No.»«Ilcognacè buono, in caso di duello. Domattina ne porterò io, sul terreno. Ma voi, cercate di dormire.»«Diamine! dormirò.»«Non abbiamo escluso nessun colpo,» riprese Castelforte. «Era quello che volevate, mi pare?»«Proprio questo.»«Ho avvisato il dottor Alberti,» soggiunse Scalìa, «egli verrà; molto dipende dalla sua esperienza. Non pensate alla carrozza: verremonoi collandau. Solo fatevi trovare pronto; bisogna arrivare in tempo.»«Come è, Sangiorgio, che non vi siete mai battuto?»«Oh, noi di Basilicata abbiamo la collera molto lenta.»«Non parrebbe,» disse ridendo Castelforte.Poi, come salivano per l'Angelo Custode, tacquero. Nella via deserta le tre ombre salienti si proiettavano: quella di Castelforte scarnata, quasi fantomatica; quella di Scalìa, nella sua rigidezza militare; quella di Sangiorgio, piccola ma solida.Finalmente, solo. La candela stearica illuminava a mala pena il salotto freddo e nudo dove il tanfo di chiuso si mescolava, sempre, a quelli odori cattivi di cucina che venivano dalla corte interna. Finalmente, solo: e ne era contento, con quella selvaggia necessità d'isolamento che rinasceva ogni tanto nel suo temperamento.In quel pomeriggio e in quella serata erano cresciuti in lui tutti gli istinti di disprezzo per l'uomo, che covavano, latenti, nel suo spirito: egli passava, da sette ore, per una di quelle grandiprove umane, donde l'anima esce amareggiata, delusa, nauseata. Nella solitudine del suo piccolo quartiere, nella lucidità notturna del suo cervello che niuna cosa, niuna persona, niun avvenimento era sinora venuto a turbare, tutte le vigliaccherie, le transazioni, le freddezze, le indifferenze, le premure misurate della gente che aveva incontrata, si affollavano, si aggruppavano, si precisavano: prima la difficoltà di trovar padrini contro Oldofredi che aveva fama di sciabolatore, poi l'entusiasmo molto limitato di Scalìa e di Castelforte, e tutti i consigli, tutti i suggerimenti, tutti gli avvertimenti poco caritatevoli, tutti i discorsi lugubri, tutte le domande a base di compassione, tutti i complimenti a fior di labbro, poco convinti, questo ammasso di parole, di frasi, d'intonazioni dispiacevoli, lo disgustavano, sfilandogli di nuovo innanzi, per dimostrargli ancora un'altra volta la miseria e l'ipocrisia serena dell'uomo.Egli sentiva che tutti quanti, conoscenze o estranei, amici o nemici, ammiratori o biasimatori, lontani o vicini, lo giudicavano malamente pel suo duello con Oldofredi; sentiva degli uni la pietà offensiva, degli altri il dispetto ironico, deglialtri l'invidia rabbiosa, dei molti un disprezzo grande. Sentiva, che quell'impresa audace, di volersi misurare lui, nuovo, giovane, inesperto, contro uno spadaccino che niuno osava più d'insultare, contro un antico deputato, gli valeva le beffe, la compassione, il dispregio degli altri. In quell'ora egli aveva contro di sè tutta la pubblica opinione, sentiva la ingiustizia umana colpirlo. Per cui era felice di essere finalmente solo, di potersi chiudere nella sua amarezza e nella sua delusione. Non solo, no; qualche cosa scintillò sul divano. E come egli mosse la candela per veder meglio, una striscia lucente brillò. Nella sua veglia le sciabole dal taglio affilato vegliavano con lui.Quelle almeno non mentivano. Ottusa la loro virtù offensiva e difensiva, era bastato farle strisciare per cinque minuti sulla cote, per ridar loro la potenza del male e del bene. Esse non s'infingevano, erano pronte, lealmente pronte a parare i colpi mortali, a ferire, a tagliare, a uccidere; una nelle sue mani, l'altra in quella dell'avversario, lama contro lama, taglio contro taglio: le sciabole erano fedeli. La parola dell'uomo agghiaccia il sangue per la indifferenza oavvelena il cuore per la sua acredine: la buona lama va diritta al suo scopo, recide, nettamente, profondamente. La parola umana strazia: la lama quasi non fa dolore per la rapida precisione del suo colpo.Sangiorgio, attratto invincibilmente dallo scintillìo del metallo, andò a sedersi sul divano e passò il dito sul taglio sottilissimo di una sciabola.Che importavano più i padrini, i deputati, gli amici, i nemici, i giornalisti? Tutto il nodo dell'azione era concentrato adesso in quelle due armi: la catastrofe spettava ora a quel pezzo di acciaio bene temprato e bene affilato. La catastrofe? Che catastrofe? Egli si guardò attorno, come per cercare chi avesse pronunziato quella parola; ma era solo, le sciabole giacevano accanto a lui; il suo sguardo era concentrato su loro. Per altri la notte che procede un duello è notte di agitazione, di nervi, di andirivieni: gli altri hanno tutti una donna, a cui infondere del coraggio con la disinvoltura: un parente a cui scrivere una lettera, un amico a cui mandare un biglietto, un servo a cui raccomandare un servizio importante; gli altri hanno tutti non lapaura, forse, ma tutti una piccola pena, un pensiero molesto, una puntura di rimpianto; tutti gli altri al pensiero della catastrofe si esaltano o cercano distrarsi, i grandi interessi del cuore soffrono, l'anima è eccitata o accasciata, nervosa o sonnolenta. Sangiorgio, nulla di tutto questo: nè donna, nè parenti, nè amici, nè servi; non una linea da scrivere, non una parola da pronunziare, non un ordine da dare; Sangiorgio cercava invano, nel cuore, il grande interesse, per cui l'idea della catastrofe fosse dolorosa.A chi poteva dolere se l'indomani Oldofredi lo avesse rimandato a casa gravemente ferito o morto? A quale donna, a quale uomo? Nessuno, nessuno: egli era solo, accanto alle sciabole, accanto alla catastrofe. E in quel freddo processo di eliminazione, in quella selezione misantropa di persone, di sentimenti, egli arrivò a sè stesso, arrivò al suo grande, unico, egoistico sentimento: l'ambizione politica. L'indomani, se egli era ferito, gravemente o lievemente, non importa, — il valore era sempre il medesimo, la disfatta era sempre eguale, — l'indomani, la catastrofe lo avrebbe colpito in pieno, nel suo profondo, fervido, ardente desiderio di fama e di potere. Nonsarebbero discese su lui, ferito o morente, lagrime di donna, tenerezza d'amico, rimpianto di persone affettuose: ma lui solo, Sangiorgio, avrebbe pianto su sè stesso, sui propri desiderii di gloria dispersi, sui propri sogni d'ambizione svaniti nella vergogna fisica e morale del disastro. Il colpo di sciabola che l'indomani avrebbe tagliata la carne, recisi i muscoli, divisa una vena, avrebbe trovato la via del cuore, di quel cuore chiuso e duro dove un solo sentimento viveva, per ferire a morte questo sentimento. L'opera lenta e solida a cui egli lavorava da tanto tempo, con una pazienza da formica, con una ostinazione immutabile, domani, sarebbe crollata: a che valevano più tanti sforzi, tanto studio, tante privazioni, tante astinenze, tanti dolori sopportati in silenzio? Un colpo di sciabola: tutto diventava inutile. Così, al lume fumicante di quella candela stearica, nella notte, nella solitudine, quelle armi sguainate e fredde, per un minuto fugacissimo gli fecero paura.Alle otto e mezzo preciso, vennero i padrini. Sangiorgio, vestito di tutto punto, laredingoteabbottonata, il cappello a cilindro ben lucido posatosopra un mobile, aveva la faccia un po' pallida, ma era tranquillo; solamente a un lato della bocca, che tremolava lievemente, aveva una piccola animazione.«Dove sono le sciabole?» domandò Castelforte.«Eccole.»Castelforte le trasse dal fodero, l'una dopo l'altra, toccò le punte, poi passò il dito sul taglio, le ripiegò, puntandole a terra, le provò più volte, tirando dei fendenti nell'aria.«Avete una sciarpa, un fazzoletto di seta, per legare la sciabola?»Sangiorgio aveva apparecchiato una sciarpa. Scalìa chiuse le sciabole nel sacco, che legò con la sciarpa: prese il guantone gittato sul canapè, guardò Castelforte:«Andiamo?»«Andiamo.»Scesero la scala buia. Il cocchiere aperse lo sportello dellandau, Scalìa gettò sopra uno dei sedili le sciabole e il guanto: poi in fretta entrarono tutti tre in carrozza. Passarono per Via Due Macelli, ove già il fioraio aveva esposto molta ricchezza di rose, ed entrarono in Piazzadi Spagna. Dalle nuvole mollicce che s'amassavano nel cielo, caddero poche gocce d'acqua che si attaccarono ai cristalli.«Piove,» disse Sangiorgio.«Non è nulla,» disse Castelforte, «il duello con la pioggia è più drammatico.»In Via del Babuino si demoliva. Mucchi di rovine ingombravano gli sbocchi delle vie laterali: il principio di Via Vittoria era tutto sconquassato, perchè riparavano la fognatura. In Piazza del Popolo la pioggia ingrossò, e cominciò a cadere con uno strepito allegro, quasi fosse grandine.«Cesserà,» disse Scalìa «c'è contrasto di venti, in alto.»Fuori la porta, la carrozza si fermò, per prender su il dottore, che aspettava davanti al Caffè dei Tre Re. Aveva sotto il braccio un involtino coi ferri e le fasciature. Sedette dirimpetto a Sangiorgio, accanto a Castelforte. Aveva un'allegrezza briosa, parlava d'altri duelli a cui aveva assistito.E mentre illandausi slanciava al galoppo, sui ciottoli fangosi di Via Flaminia, il primotramdi Ponte Molle si staccava dalla stazione e siavanzava, quasi vuoto, sbalzellando e tentennando sui binari.La carrozza passò davanti al gazometro, e piegò rapidamente nella svolta che conduce a villa Glori. Sotto l'Arco Oscuro, si cominciò a veder la campagna: i primi alberi si affacciarono al disopra delle mura.Allora Sangiorgio, che sino a quel punto era rimasto in una specie di stordimento del pensiero e dell'anima, in una stanchezza spirituale e morale, si svegliò, ed ebbe un brivido. Castelforte aveva abbassato un cristallo, e l'aria frizzante entrava fischiando. E, come la via era tutta in salita, la carrozza camminava piano. Sangiorgio cominciò a rivivere e a pensare. Mano mano che si andava innanzi, tutta la sua forza nervosa si concentrava nei denti che di minuto in minuto più si serravano. Anche, aveva preso fra le dita un fiocco dello sportello e lo stringeva con crescente energia. Sotto gli occhi, gli era nato un tratto di rossore caldo che cominciava a spandersi in giù, irregolarmente. Ma come l'animazione aumentava, ogni potenza d'espansione scemava in lui: si andava lentamente rinchiudendo in sè stesso, in una specie di prosopopea,romantica e orgogliosa di sè medesimo, e alle parole del medico o dei padrini non poteva più rispondere che con qualche movimento del capo più vibrato del solito. I cavalli, per la salita, rifiatavano forte; in fine, a villa Glori, cominciò la discesa. Allora, di nuovo, la carrozza si slanciò di gran trotto. Erano cessate le mura: oramai a destra e a sinistra le siepi fiorite passavano rapidamente davanti agli sportelli. A Sangiorgio parve un momento che delle ragazze corressero, offrendo fasci di biancospino. Poi cessarono le siepi, e la carrozza entrò fra due file di olmi che fremevano cupamente, agitati dal vento. Poi si fermò. Allora, un gran brivido corse i nervi di Sangiorgio, e quel piccolo rossore sotto gli occhi subito sparve. Erano arrivati. Egli si volle slanciare; Castelforte lo trattenne.«Restate in carrozza col dottore. Il luogo non è fissato precisamente. Aspettate un poco.»Scesero i padrini. Sangiorgio affacciò il capo allo sportello. Erano giunti primi. La casina dell'Acqua Acetosa era abbandonata: le porte chiuse, le persiane chiuse: non vestigio d'anima viva. La grande spianata si stendeva lungo il fiume, verde, senza alberi, senza uomini: solamentelontano, lungo la staccionata di villa Ada, una lunga fila di pecore bianche spiccava dalla comune intonazione di cinereo e di verde, e un pastore incappato stava ritto, immobile.Castelforte e Scalìa si allontanarono nella pianura, gesticolando. Il tempo s'era un po' calmato, ma brontolava e minacciava ancora: e quella enorme piattaforma, brulicante di erbe inutili, aveva una tristezza così straziante e così selvaggia, che quelle due sagome di gentiluomini eleganti, avanzanti tra la cicoria fiorita, stonavano bizzarramente. Il Tevere, gonfio e livido, tumultuava con impeto collerico. Castelforte e Scalìa tornarono indietro lentamente, discutendo. Sangiorgio cominciava a vibrare per l'impazienza. Pel fondo dello stomaco gli si era messo un tremolio breve e vivace, che gli si propagava sino ai nervi del palato e gli promoveva una salivazione incessante. La carrozza gli era diventata angustissima. Si sentiva soffocare.I due padrini si accostarono a lui. Castelforte appoggiò le braccia allo sportello:«Abbiamo trovato un buon terreno; si affonda un poco: ma non si scivola. Aspettiamo gli altri per vedere se sono contenti.»«Eccoli,» disse Sangiorgio, i cui nervi erano stranamente aguzzati dall'eccitazione.Infatti, il rumore d'una carrozza si udì, e ingrossò subito: la carrozza, di gran galoppo, voltò nella pianura, e andò a fermarsi in distanza, nel mezzo del prato. Si spalancò lo sportello. Oldofredi, Lapucci, Bomba saltarono giù.Questi ultimi si avanzarono verso Castelforte e Scalìa che venivano incontro; il dottore di Sangiorgio e quello di Oldofredi si fermarono in disparte, e s'inginocchiarono svolgendo i fagottini, sull'erba, per aver tutto pronto. Oldofredi restò presso alla carrozza, colpaletotindosso, fumando, battendo gaiamente con una sua bacchettina di bambù la groppa d'uno dei cavalli. Sangiorgio, con mezzo il corpo fuori dallo sportello, guardava incertamente. Ciò che lo smaniava, era l'imperizia, la novità del fatto, e l'ignoranza delle formalità. Doveva restare in carrozza, o scendere come aveva fatto il suo avversario? Guardò i padrini. S'erano raccolti tutti e quattro, con amichevoli saluti e forti strette di mano, sul terreno arso, e discutevano. Ogni tanto, in quella strana e molle calma del tempo piovoso, veniva distintamente l'accento lombardodi Castelforte: le altre voci si udivano smorzate e senza senso, come suoni che uscissero da un involucro di bambagia. Poi Scalìa tornò indietro verso Sangiorgio, e Bomba andò a Oldofredi: Castelforte e Lapucci, chini a terra, sbarazzavano il terreno coi piedi, e segnavano delle linee coi bastoni. Scalìa giunse allo sportello:«Spogliatevi. Lasciate laredingotee il cappello nella carrozza.»Prese le sciabole e il guanto, e tornò verso il luogo dello scontro: anche Bomba tornava, con le sciabole e con un altro guanto. Sangiorgio, che cominciava ad avere un brivido nel petto e alle scapole, brivido di impazienza e di desiderio, buttò via il cappello, si trasse furiosamente ilpaletot, laredingote, la sottoveste, la cravatta, e s'avviò in furia verso i padrini. Il crollo acuto e secco delle sciabole buttate sull'erba da Scalìa lo fece trabalzare. Castelforte gli gridò da lontano:«Tenetevi ilpaletot: fa freddo.»Sangiorgio tornò indietro, prese ilpaletot, se lo buttò sulle spalle, raggiunse i padrini. Nel mezzo del terreno, Castelforte e Lapucci traevano a sorte il comando del combattimento e lascelta delle sciabole. Scalìa e il dottore si posero in mezzo Sangiorgio, gli parlavano piano:«Avete bevuto un sorso dicognac?»«No.»«Male; bisogna sempre fortificarsi.»«Non ce n'è bisogno,» rispose Sangiorgio mentalmente.«Io comanderò l'azione. Voi scegliete le sciabole,» disse Castelforte. «Volete esaminare le nostre?»«Scelgo le nostre,» disse Lapucci. «Eccole.»Oldofredi, dall'altra parte del terreno, con un anemone ai denti, guardava il paesaggio, voltandosi intorno. Castelforte venne incontro a Sangiorgio, gli fece impugnare la sciabola, gli legò l'elsa al polso, lo accompagnò al suo posto. I due dottori si scostarono di venti passi, Scalìa si fermò alla sinistra di Sangiorgio, Bomba alla sinistra di Oldofredi. Lapucci e Castelforte si posero a mezzo il terreno, uno di qua, l'altro di là, ciascuno con una sciabola in mano.Oldofredi aveva l'aria più sciocca e insignificante del solito: certamente, non ancora il suospirito s'era fermato al fatto di cui egli era tanta parte.Castelforte, con quella sua aria di capitano di cavalleria, guardò Sangiorgio, poi guardò Oldofredi, imperiosamente.«Signori.....» disse con intonazione di cantilena.La faccia di Sangiorgio, a cui era corso un violento impeto di sangue, si affissò in lui: Oldofredi sputò via l'anemone, e con un movimento elegante si scosse ilpaletotdalle spalle.«Signori: a due gentiluomini come voi sarebbe ingiuria raccomandare di comportarsi con perfetta cavalleria. Vi rammento soltanto che dovete fermarvi immediatamente appena udrete la parolaAlt!che non dovrete attaccare se non al comando:A voi!Andiamo.»Diede un'occhiata a Lapucci, che gli rispose con un'altra occhiata; e comandò:«In guardia.»Oldofredi, con un movimento quasi insensibile avanzò la gamba destra, piegò ad un angolo il braccio e la sciabola, si appoggiò sulle gambe. Sangiorgio andò in guardia con un salto, stendendo il braccio destro e la sciabola in una lineacosì retta e così dura, che pareva un pezzo di ferro.«A voi!» comandò Castelforte.E si slanciarono. La sciabola d'Oldofredi battè quella di Sangiorgio che s'era buttata di punta, e la scartò, poi cadde sul guantone imbottito; ma Sangiorgio rialzando con impeto brutale il braccio e il ferro, sollevò la lama del nemico, e per poco non gli ruppe il muso con l'impugnatura.«Alt!» gridò Castelforte, interponendo la sua sciabola. I due combattenti si staccarono e tornarono al loro posto. Oldofredi, un po' pallido, sorrideva: aveva capito l'avversario; ma Sangiorgio, a cui era entrata nel petto una furia di toro che abbia visto del rosso, teneva la bocca chiusa e respirava con violenza dal naso.«In guardia!» disse di nuovo Castelforte. Sangiorgio, col braccio teso e la punta della sciabola alla faccia dell'avversario, lo guardava fisso con occhio così torbido e così minaccioso, che Oldofredi se ne avvide.«A voi!» disse Castelforte.Questa volta si slanciò Oldofredi, minacciando al ventre dell'avversario. Sangiorgio, immobile,col braccio teso e la punta agli occhi del nemico, non parò; e come vide la lama, che aveva finto una botta al ventre, passar luccicando davanti a' suoi occhi per ferire alla faccia, la respinse con una battuta strisciante così franca e così pronta che la sciabola escì di mano ad Oldofredi, e restò sospesa per la fasciatura.«Alt!» gridò Castelforte.Lapucci e Bomba corsero a rilegar l'arma al polso d'Oldofredi.«Animo. Un'altra botta!» disse piano Castelforte all'orecchio del suo primo. Sangiorgio s'era rasserenato. Un riso interiore di superbia contenta gli spianava la faccia. I suoi denti si schiusero. Oldofredi era di nuovo a posto, con la sciabola in pugno, ma questa volta bianco d'un pallore iroso: aveva lui, ora, i denti sbarrati, e le sopracciglia tese come se dovessero scoccar saette.E al comando si buttò addosso al nemico, d'uno sbalzo, senza finte, senza artifizi di scherma, per spaccargli la testa. Ma prima che la sua sciabola arrivasse allo scopo, la punta di quella di Sangiorgio gli entrò nel labbro inferiore e squarciò tutta la guancia, sino, alla tempia. I quattropadrini si buttarono in mezzo, i due medici accorsero. Oldofredi fu tratto in disparte, posto a sedere sopra unpliant, circondato dai sei uomini. Sangiorgio restò solo, con la sciabola in mano, mezzo nudo, stupefatto, sotto il cielo di piombo che da capo schizzava una pioggerella fangosa.Confusamente, intorno a sè, mentre la carrozza passava sotto Porta del Popolo, egli sentiva chiedere da Castelforte al medico:«Quanti punti ci son voluti?»«Dieci.»«Per quanti giorni ne avrà?»«Venti: ammeno che non si dichiari una febbre forte.»«Perdio! che bel colpo!» interveniva a dire Scalìa, fumando voluttuosamente un sigaro.«E resta la cicatrice,» aggiungeva Castelforte, ridendo. «Oldofredi non se lo scorderà, il colpo.»Il medico discese all'ospedale di San Giacomo, dopo essersi dato l'appuntamento per firmare il processo verbale. A quella fermata Sangiorgio si scosse dal suo silenzio.«Avrai fame?» gli chiese Scalìa.«Lo credo io: se l'è meritata bene,» soggiunse Castelforte.E ambedue sorrisero di compiacenza.Sul terreno, per non far vedere, i due padrini non avevano abbracciato il loro primo, ma come ritornavano, in carrozza, si lasciavano andare a poco a poco a un esaltamento affettuoso. Avevano perduta la freddezza, la rigidità: guardavano Sangiorgio amorosamente, con certi occhi lucidi, parlavano di lui con orgoglio, con dolcezza, come di un figlio valoroso che ha subìto un esame, riportando il massimo dei punti: Castelforte arrivò sino a battergli due o tre colpettini sulla spalla, con una familiarità insolita in quel gran signore. Quasi quasi lo accarezzavano con gli occhi, col tono della voce, con certe frasi lusinghiere, fieri di lui, lasciando travedere come diversamente lo apprezzassero e gli volessero bene dopo il duello. Egli riceveva quietamente questa onda novella di amicizia, coi nervi che si ammollivano sempre più, lasciandosi andare a un gran bisogno di vita fisica, non pensando più, avendo voglia soltanto di mangiare, di digerire in una stanza calda, di dormire due, tre ore, profondamente. Sorrideva ai suoi padrini,come il giovanetto che ha fatto magnificamente gli esami, come la fanciulletta che ha preso la prima comunione: tutta la visione dell'Acqua Acetosa, e quella gran cicatrice sanguinante a fiotti sul viso pallido dell'avversario, erano scomparse, egli non sentiva che la soavità letificatrice del riposo nel trionfo. Le linee del volto si erano spianate, gli occhi avevano perduto la loro lucentezza quasi febbrile, la chiostra dei denti si riposava, addolorata: Francesco Sangiorgio aveva l'aria di un ebete.La colezione fu rumorosa e allegra, al Caffè di Roma. Ogni momento Castelforte e Scalìa versavano del vino a Sangiorgio; egli mangiava e beveva molto, tutto felice di mangiare, ringraziando col capo ai discorsi amabili dei due padrini, ridendo quando costoro parlavano del dispetto di Oldofredi, tanto più doloroso della sua ferita.Alle frutta le espansioni divennero maggiori:«... Perchè» continuava a dire Scalìa, «perchè, io ho lunga esperienza di duello, ho temuto per te, caro Sangiorgio. L'avversario era forte e coraggioso e si era battuto venti volte: tu, novello, inesperto... è naturale, ho temuto...»«Oldofredi non se lo aspettava...» aggiunse Castelforte.«Pareva che scherzasse, sul terreno,» osservò Sangiorgio.«Oldofredi non scherza mai,» disse sentenziosamente Scalìa. «Non bisogna credere alle suepose. Al terzo assalto, ve lo assicuro io, cari colleghi, egli era furioso: è andato addosso a te, Sangiorgio, che pareva ti volesse spaccar la testa. Che colpo, santo diavolo!»«Che colpo, perdio!» fece coro Castelforte.E gli stessi discorsi di compiacenza ricominciavano sempre, un po' monotoni, un po' da trasognati, come proferiti da coloro che stanno sotto una grande impressione recente e ne rifanno la storia cento volte, cullandosi in quella stessa musica, incapaci di pensare ad altro. E tre o quattro volte fu rifatta la storia; l'onorevole Melillo, che aveva fatto colezione con l'onorevole Cermignani alleColonne, un po' preoccupato della sorte del collega basilisco, era venuto in su pel Corso, per vedere se incontrava la carrozza, e chiacchierando di politica, gridando, riscaldandosi, strillando, enumerando cifre e demolendo bilanci, avevano scorto nellatrattoria il gruppo dei tre che mangiavano: l'onorevole Melillo, il biondone dal viso rosso e dalla sottoveste bianca, era giunto sino ad abbracciare Sangiorgio, mentre Cermignani, il deputato abruzzese, restava in piedi, ascoltando la storia dai padrini, tirandosi la barba nera macchinalmente, esclamando, preso da un furore bellicoso, postato quasi in una posizione di attacco.Il Bencini, il vecchio deputato di destra, il vecchio cattolicone arguto, in sospetto di burlarsi di Dio come del diavolo, che era in fondo alla sala chiacchierando vivamente e ridendo, con quel buon vecchione placido, dalla barba argentea, il Gambara, il decano dell'antico partito conservatore, il Bencini curioso e arzillo come una femminetta, venne anche lui a congratularsi quantunque non conoscesse punto il Sangiorgio: ma il Toscano spiritoso e paradossatico aveva un'antipatia profonda per la stupidità vanagloriosa e spadaccina dell'Oldofredi. Egli sghignazzava pensando alla collera del deputato marchigiano.— Non se la lega al dito questa cosa, Oldofredi: gliel'ha già ricucita sulla faccia! Per fortunache non siamo in canicola, non siamo: lui avrà una voglia di mordere! —E tutti, intorno a Sangiorgio, ridevano: Scalìa comperava dei fiori da Nerina, Castelforte narrava ancora il fatto a Gambara che si era accostato anche lui, e sorrideva placidamente guardando Sangiorgio con l'occhio del vecchio parlamentare che ama i giovani deputati laboriosi e coraggiosi; Cermignani e Melillo ascoltavano il chiacchiericcio sfavillante del Bencini dalla voce chioccia e dal riso secco. Fu quasi un corteo che accompagnò il deputato Sangiorgio sino allandau. Era uscito il sole, la carrozza fu aperta, Melillo volle salire anche lui. E come pel Corso passava la carrozza, vi era un allargarsi, un propagarsi di saluti, di cenni, di congratulazioni, di gesti, di sorrisi: pel Corso dove andavano su e giù deputati e giornalisti, uomini d'affari ereporters, dopo colezione, aspettando l'apertura della seduta, facendo il chilo, godendo quel piccolo raggio di sole prima di andarsi a chiudere nel caldaione del signor Comotto.L'onorevole Chialamberto, il breve deputato ligure, discorreva col colonnello Dicenzo, un abruzzese magro dall'aria ascetica; ambedue salutaronoprofondamente i quattro deputati che passavano, accennando fra loro. In quanto al deputato Carusio, in Piazza Colonna, egli si buttò allo sportello, volle si fermasse, abbracciò e baciò Sangiorgio, gridando, tutto affannato, che correva dal presidente del consiglio a portargli il felice esito del duello.Ma, nella Camera, la dimostrazione crebbe, crebbe sempre, intorno a Sangiorgio.In verità, il presidente della Camera serbò, come sempre, il suo contegno corretto: ma vi fu nel sorriso con cui accolse Sangiorgio qualche cosa di cordiale, di amichevole, una specie di luce affettuosa.L'onorevole Freitag, grande, grosso, dalla testa incassata nelle spalle, dondolandosi mastodonticamente nel nero corridoio, domandò al deputato meridionale, con la sua vocetta sottile:«Alla faccia, nevvero?»«Alla faccia.»Gli altri non facevano che fermarsi, congratularsi vivamente, stringere la mano: tutti quanti chiedevano i particolari del duello; Scalìa, Castelforte, finanche Melillo, erano circondati; i tre assalti con la botta finale circolavano; i deputatibellicosi li ascoltavano con gli occhi lustri, puntandoli, commentandoli con qualche esclamazione; i deputati pacifici ascoltavano in silenzio, sorridendo, figurandosi un combattimento da torneo. Alcuni, i più crudeli, si facevano ancora narrare e descrivere la lunghezza e la profondità della ferita di Oldofredi, chiedevano se vi era stata molta emorragia, se la cicatrice si sarebbe subito rimarginata, se lo sfregio sarebbe rimasto molto visibile. Ma dappertutto, in tutti, anche nei più cauti, anche in quelli che arrischiavano solo una parola e un saluto, trapelava l'antipatia profonda che i molti colleghi avevano per Oldofredi; in molti traspirava il rancore segreto per una parola, per uno sguardo, per qualche piccolo sgarbo ricevuto e sopportato solo per pazienza, per non far chiasso, per non fare scandali; in molti traspariva la noia naturale cagionata dall'individuo che vuol imporsi senza aver meriti, che fa il prepotente a ogni costo e a cui l'improntitudine tien luogo di coraggio e la insolenza tien luogo di spirito.Qualche raro amico di Oldofredi si teneva in disparte, si contentava di non congratularsi con Sangiorgio. Quando Lapucci e Bomba entrarono,verso le quattro, nell'aula, come se niente fosse stato, le domande furono poche, dettate da una fredda curiosità: i due padrini sentivano, alla loro volta, l'isolamento del loro primo che giaceva in letto, con la faccia e la testa fasciata, in preda a una febbre violenta. Pochi domandarono di lui: pochi, i quali come gli altri, pensavano che quella ferita fosse meritata in castigo della soverchia insolenza, ma che convenisse essere pietosi anche coi vinti.E l'entusiasmo per Sangiorgio durò nel pomeriggio, crescendo; aumentò durante il pranzo. Stordito, confuso, ma conservando sempre la sua freddezza esterna che solo uno stupido sorriso veniva a diradare, egli lasciava dire, lasciava fare, accogliendo tutto e tutti, abbandonandosi a quella popolarità novella.Andò al Costanzi, dove si rappresentavano gliUgonotti, prese una poltrona di orchestra, ascoltò la musica che non conosceva, come incretinito: dietro di lui, due giovanotti parlavano del duello, accennando a lui, come quello che aveva data la sciabolata a Oldofredi; essi parlavano sottovoce, ma egli udì benissimo, egli che non udiva la musica. Nell'intervallo sentì sul viso il caloredi uno sguardo magnetico: donna Elena Fiammanti lo guardava da un palco. Salì lassù macchinalmente: schiudendo la porticina, entrando in quel camerottino che è separato dal palco e dal pubblico da una tenda rossa, egli sentì due braccia al collo e la voce quasi commossa dirgli:«O Franz, o Franz, perchè battersi per me? Non ne valeva la pena.»Quando scesero, finita l'opera, dopo aver ricevuto almeno dieci visite nel palco, mentre la Fiammanti si appoggiava al suo braccio, con gli occhi umidi di piacere orgoglioso, egli vide nell'atrio il grande Paulo che s'infilava un soprabito enorme. Subito tutta la nebbia superba gli si dileguò e gli venne voglia di buttarsi sul largo torace di quel galantuomo. Era lui, il molosso, che gli aveva consigliato di tirare alla faccia. Sul terreno, egli non aveva ricordato che quel consiglio.
Quando l'onorevole Sangiorgio entrò nel Caffè del Parlamento, alle sette, per pranzare, in quella cripta egiziana, affogante, rossa, quasi affumicata, varie teste si voltarono e il suo nome fischiò nel susurrìo educato di coloro che mangiavano. Restavano solo due o tre tavole disoccupate: Sangiorgio, dopo esser rimasto un momento indeciso, sedette a una, dove tre posti erano pronti. Subito, dal tavolino accanto a lui, l'onorevole Correr, il giovane deputato di destra, dalla barba nera e dalla molle pronuncia veneta, lo salutò amichevolmente, l'onorevole Scalatelli, il colonnello dei carabinieri, dal pizzo brizzolato e dagli occhi bonari, lo guardò con un certo interesse: gli altri due ex-onorevoli, il grande Paulo, il grosso Paulo, il forte Paulo continuò a litigare col piccolo Mefistofele padovano, Berna, lo spirito bizzarro.
«Dunque è vero, Sangiorgio, del duello?» domandò sottovoce Correr.
«È vero,» rispose l'altro, guardando la lista delle vivande.
«Primo duello?»
«Primo.»
«Avete mai fatto sala d'armi?»
«Un poco.»
«È un'imprudenza, Oldofredi è fortissimo.»
«Un duello, un duello!... chi si batte?» esclamò il grosso Paulo, finendo di dar dell'asino al suo amico Berna, che gli dava dell'imbecille.
«Qui, l'onorevole Sangiorgio, con Oldofredi,» spiegò Correr.
«Bell'avversario, perdio! È mancino, Oldofredi: bisogna che Ella ci pensi, onorevole Sangiorgio.»
«Non lo sapevo: ci penserò.»
«E i padrini, chi sono i padrini?» domandò l'enorme Paulo, il colosso, il molosso, che qualunque duello inebbriava.
«Il conte di Castelforte e Rosolino Scalìa: li aspetto a pranzo,» disse cortesemente Sangiorgio.
«Benissimo, buona scelta, sono padrini poco arrendevoli, non vi riconcilieranno sul terreno.»
«Era inevitabile il duello, Sangiorgio?» chiese Scalatelli.
«Inevitabile.»
«Oldofredi è fortunato, Sangiorgio; mi sono battuto con lui, anni sono: m'ha ferito al polso,» spiegò placidamente Scalatelli.
In questa, il conte di Castelforte e Rosolino Scalìa entrarono, cercando con gli occhi Sangiorgio. Il conte conservava la sua freddezza aristocratica che emanava da tutto, dalla magra e alta persona, dalla lunga barba nera che si brizzolava, dalla compostezza un po' naturale, un po' letteraria di scrittore e di signore; Rosolino Scalìa aveva la sua aria di militare elegante in borghese, il fiore all'occhiello e il mustacchio profumato; ma era anche lui freddo e grave. Castelforte si fermò a parlare con Correr e Scalatelli, mentre Scalìa si cavava il soprabito.
«Ebbene,» domandò Sangiorgio, «che si fa?»
«Nulla ancora,» rispose con riserva Scalìa, «o molto poco.»
Sangiorgio non chiese altro. Il pranzo fra quei tre cominciò in silenzio: Castelforte era sempre contegnoso, Scalìa grave e Francesco Sangiorgio indifferente.
«I padrini sono Lapucci e Bomba,» disse Scalìa, versandosi del vino. «Abbiamo convegno alle nove e mezzo. Avete provveduto alle sciabole, Sangiorgio?»
«Sì.»
«Bene,» disse Castelforte. «Spero che le abbiate fatte arrotare: niente più odioso, in un duello, che le sciabole mal affilate. Il duello si prolunga, e le ferite sono sempre ridicole, larghe, una indecenza.»
«Le ho fatte arrotare dallo stesso Spadini.»
«Bravo,» fece Scalìa. «Un duello lungo ha tutti gli inconvenienti; si presta alla burletta. Una cosa sola vi raccomando, Sangiorgio; non pensate a nulla e di nulla vi preoccupate, ma al primo assalto, andate giù, non aspettate l'avversario, non calcolate nulla, buttatevi: quelli che cominciano, non possono riescire che così.»
«D'altra parte,» aggiunse Castelforte, «come ho potuto intendere dalle parole di Lapucci, le condizioni saranno piuttosto gravi. Ma voi non ci badate, Sangiorgio: è naturale che fra due persone serie, queste cose siano prese sul serio.»
«Io non ho intenzione di scherzare,» soggiunse Sangiorgio, prendendo dell'insalata.
«Tanto meglio. Il medico ce l'avete?»
«No.»
«Prenderemo il solito Alberti,» disse Scalìa, «ci penserò io, questa sera.»
Un fanciullo in piccola livrea, che portava scritto sul berrettoCaffè di Roma, entrò nella trattoria, cercando qualcuno. Era un biglietto per l'onorevole Sangiorgio.
«Il presidente della Camera mi manda a chiamare, al Caffè di Roma, dove resta fino alle nove e mezzo.»
«E voi andateci,» rispose Castelforte, «ma siate fermo, non vi lasciate convincere.»
«Scalìa, Scalìa,» chiamò dall'altro tavolino il molosso Paulo, che non poteva resistere, «badate al posto del duello. Che sia vicino a una casa, a una osteria, a una capanna, a un ricovero qualunque. Da che ho dovuto ricondurre per tre miglia di strada maestra, piena di sassi e di solchi, il povero Goffredi, con una ferita nel polmone, che boccheggiava e sputava sangue a ogni sbalzo della carrozza, ho fatto voto che, se non vi è un letto pronto a cinquanta passi, non faccio il padrino.»
«Sarebbe meglio, allora, in una casa....» osservò Correr.
«No, no, che casa!» esclamò Scalìa, «è malaugurio, in una casa. Tutti i duelli in casa finiscono male.»
I due padrini si levarono, parlarono altri cinque minuti sottovoce col loro primo, in piedi, stretti a gruppo. Dalle tavole si guardava con curiosità, ma le tre facce erano impassibili: fu fatto un grande scambio di strette di mano vigorose e di saluti. Sangiorgio, rimasto solo, pagava il conto. Quelli dell'altro tavolino andavano via anche essi, si licenziavano da Sangiorgio.
«Buona fortuna, collega: in bocca al lupo,» disse Correr.
«Buona mano, onorevole Sangiorgio,» soggiunse Scalatelli.
«Si metta un corno addosso, se crede allaiettatura,» suggerì Berna.
Ma dal mezzo della sala, l'immenso Paulo subitamente familiarizzato, urlò, ridendo:
«Addio, neh, Sangiorgio: tira alla faccia!»
Egli capì che tutti e quattro se ne andavano poco convinti dell'esito. Uscì due minuti dopo di loro. Sulla porta incontrò unreporterdi ungiornale del mattino che gli chiese notizie.
«Nulla ancora,» rispose Sangiorgio.
«Nel caso.... nel caso, domani, posso venire a casa Sua per prendere notizie?» insistette il giovanotto imberbe, dall'aria ingenua.
«Angelo Custode, 50,» fece l'altro, allontanandosi.
Al Caffè di Roma, il presidente finiva di pranzare col suo amico, il colonnello Freitag, il grosso uomo dall'aria infantile, dalla voce stridula e sottile: il presidente aveva l'aria stracca di persona che si riposa finalmente da una fatica improba. E subito, vedendo Sangiorgio, andò allo scopo:
«Si può conciliare questo brutto affare, onorevole collega?»
«Non lo credo, signor presidente.»
Il presidente frenò un piccolo moto nervoso e si morsicò un po' le labbra.
«Vediamo, onorevole collega, non vi è stato un po' di malinteso? Un duello fra due deputati è una cosa grave, non bisogna farlo per nulla.»
«Non vi è stato malinteso, glielo assicuro, presidente.»
«Capisco queste cose: Oldofredi è un po' vivace, Ella è giovane, avrà preso a male qualche scherzo. Bisogna badarci a queste cose, collega: domani i giornali parleranno, ne nascerà uno scandalo.»
«Spero di no: a ogni modo, non vi è rimedio.»
«Nessuno tratterrà Oldofredi dal dire che Ella, Sangiorgio, ha cercato questo duello per far del chiasso.»
E il presidente gittò uno sguardo scrutatore sulla faccia del deputato meridionale, ma vi lesse la indifferenza, l'impassibilità, e parve che rinunziasse al suo progetto di riconciliazione.
«E i padrini fissarono le condizioni?» domandò.
«Non ancora: ho convegno con loro alle undici,» e si levò per andarsene.
«Mi raccomando, non parli con giornalisti: un duello parlamentare è per loro un grande pascolo. Buona fortuna, onorevole collega.»
Sangiorgio se ne andò, sentendo che la freddezza della voce del presidente e la tranquillità taciturna dell'onorevole Freitag si equivalevano.
Nella via, sul Corso, si fermò, indeciso. Aveva dato convegno ai suoi padrini al caffè Aragno;ma una invincibile ripugnanza gli vietava oramai questo vagabondaggio notturno di caffè in caffè, in quell'artifiziale attendamento di deputati, di giornalisti e di curiosi che non hanno famiglia e passano la loro serata in quelle sale calde, piene di fumo; gli veniva, gli cresceva un fastidio immenso della gente che domanda, che chiede, che vuol sapere, che commenta, sempre indifferente. Sapeva che Castelforte e Scalìa si sarebbero trovati con Lapucci e Bomba agli Uffici: preferì risalire, verso Montecitorio, lentamente, comprando i giornali al chiosco di Piazza Colonna, leggendo sotto un lampione, sotto il portico di Velo.
I due o tre giornali della sera annunziavano il duello con una certa solennità, uno metteva solo le iniziali, ma aggiungeva che i tentativi di riconciliazione erano riusciti infruttuosi. Egli li conservò in tasca, e, preso da un po' d'impazienza, andò a passeggiare su e giù innanzi al Parlamento. Le grandi finestre degli Uffici erano tutte illuminate, i commissarii lavoravano ancora: ma la piazza era deserta, la grande piazza senza botteghe. Egli andava su e giù, girando attorno all'obelisco, dagli Uffici del Vicarioagli Orfanelli, dagli Orfanelli alla Missione, con le mani in tasca, la testa abbassata, camminando presto per combattere l'umidità che gli entrava nelle ossa.
Il portone dell'Albergo Milanoche dà sulla piazza si chiuse, dopo l'arrivo dell'ultimoomnibusdella stazione: i padrini non discendevano ancora. E lui si seccava di lasciarsi vedere dai deputati che avevano passato la serata alla Camera, e quando qualcuno ne compariva sulla porta, si fermava, o si allontanava colto dall'impazienza. Finalmente Scalìa e Castelforte comparvero sugli scalini: la lunga figura del conte lombardo si delineò accanto a quella più piccola, ma membruta del deputato siciliano. Parlavano fra loro, vivamente, poi scesero e si avviarono verso giù. Sangiorgio li raggiunse correndo:
«Non ho voluto aspettarvi al caffè: è pieno di gente e tutti vogliono sapere e io non voglio aver l'aria diposare,» spiegò lui, ai padrini.
«Avete fatto bene,» disse Scalìa. «Quand'uno deve battersi, è meglio non lasciarsi vedere, per delicatezza. Quelposatoredi Oldofredi ha declamato tutta la serata alleColonne: ora è al teatro,all'Apollo, per farsi ammirare. Basta, tutto sembra combinato.»
«L'acqua Acetosa, fuori Porta del Popolo, è un buon posto,» soggiunse Castelforte, «poichè ci si va presto. Abbiamo fissato per le dieci, verremo a prendervi alle otto e mezza.»
Camminavano tutti e tre verso la casa di Sangiorgio. Egli taceva, fumando.
«Siete nervoso, voi?» domandò Scalìa.
«Io? per nulla.»
«Allora cercate di dormire.Cognac, in casa ce ne avete?»
«No.»
«Ilcognacè buono, in caso di duello. Domattina ne porterò io, sul terreno. Ma voi, cercate di dormire.»
«Diamine! dormirò.»
«Non abbiamo escluso nessun colpo,» riprese Castelforte. «Era quello che volevate, mi pare?»
«Proprio questo.»
«Ho avvisato il dottor Alberti,» soggiunse Scalìa, «egli verrà; molto dipende dalla sua esperienza. Non pensate alla carrozza: verremonoi collandau. Solo fatevi trovare pronto; bisogna arrivare in tempo.»
«Come è, Sangiorgio, che non vi siete mai battuto?»
«Oh, noi di Basilicata abbiamo la collera molto lenta.»
«Non parrebbe,» disse ridendo Castelforte.
Poi, come salivano per l'Angelo Custode, tacquero. Nella via deserta le tre ombre salienti si proiettavano: quella di Castelforte scarnata, quasi fantomatica; quella di Scalìa, nella sua rigidezza militare; quella di Sangiorgio, piccola ma solida.
Finalmente, solo. La candela stearica illuminava a mala pena il salotto freddo e nudo dove il tanfo di chiuso si mescolava, sempre, a quelli odori cattivi di cucina che venivano dalla corte interna. Finalmente, solo: e ne era contento, con quella selvaggia necessità d'isolamento che rinasceva ogni tanto nel suo temperamento.
In quel pomeriggio e in quella serata erano cresciuti in lui tutti gli istinti di disprezzo per l'uomo, che covavano, latenti, nel suo spirito: egli passava, da sette ore, per una di quelle grandiprove umane, donde l'anima esce amareggiata, delusa, nauseata. Nella solitudine del suo piccolo quartiere, nella lucidità notturna del suo cervello che niuna cosa, niuna persona, niun avvenimento era sinora venuto a turbare, tutte le vigliaccherie, le transazioni, le freddezze, le indifferenze, le premure misurate della gente che aveva incontrata, si affollavano, si aggruppavano, si precisavano: prima la difficoltà di trovar padrini contro Oldofredi che aveva fama di sciabolatore, poi l'entusiasmo molto limitato di Scalìa e di Castelforte, e tutti i consigli, tutti i suggerimenti, tutti gli avvertimenti poco caritatevoli, tutti i discorsi lugubri, tutte le domande a base di compassione, tutti i complimenti a fior di labbro, poco convinti, questo ammasso di parole, di frasi, d'intonazioni dispiacevoli, lo disgustavano, sfilandogli di nuovo innanzi, per dimostrargli ancora un'altra volta la miseria e l'ipocrisia serena dell'uomo.
Egli sentiva che tutti quanti, conoscenze o estranei, amici o nemici, ammiratori o biasimatori, lontani o vicini, lo giudicavano malamente pel suo duello con Oldofredi; sentiva degli uni la pietà offensiva, degli altri il dispetto ironico, deglialtri l'invidia rabbiosa, dei molti un disprezzo grande. Sentiva, che quell'impresa audace, di volersi misurare lui, nuovo, giovane, inesperto, contro uno spadaccino che niuno osava più d'insultare, contro un antico deputato, gli valeva le beffe, la compassione, il dispregio degli altri. In quell'ora egli aveva contro di sè tutta la pubblica opinione, sentiva la ingiustizia umana colpirlo. Per cui era felice di essere finalmente solo, di potersi chiudere nella sua amarezza e nella sua delusione. Non solo, no; qualche cosa scintillò sul divano. E come egli mosse la candela per veder meglio, una striscia lucente brillò. Nella sua veglia le sciabole dal taglio affilato vegliavano con lui.
Quelle almeno non mentivano. Ottusa la loro virtù offensiva e difensiva, era bastato farle strisciare per cinque minuti sulla cote, per ridar loro la potenza del male e del bene. Esse non s'infingevano, erano pronte, lealmente pronte a parare i colpi mortali, a ferire, a tagliare, a uccidere; una nelle sue mani, l'altra in quella dell'avversario, lama contro lama, taglio contro taglio: le sciabole erano fedeli. La parola dell'uomo agghiaccia il sangue per la indifferenza oavvelena il cuore per la sua acredine: la buona lama va diritta al suo scopo, recide, nettamente, profondamente. La parola umana strazia: la lama quasi non fa dolore per la rapida precisione del suo colpo.
Sangiorgio, attratto invincibilmente dallo scintillìo del metallo, andò a sedersi sul divano e passò il dito sul taglio sottilissimo di una sciabola.
Che importavano più i padrini, i deputati, gli amici, i nemici, i giornalisti? Tutto il nodo dell'azione era concentrato adesso in quelle due armi: la catastrofe spettava ora a quel pezzo di acciaio bene temprato e bene affilato. La catastrofe? Che catastrofe? Egli si guardò attorno, come per cercare chi avesse pronunziato quella parola; ma era solo, le sciabole giacevano accanto a lui; il suo sguardo era concentrato su loro. Per altri la notte che procede un duello è notte di agitazione, di nervi, di andirivieni: gli altri hanno tutti una donna, a cui infondere del coraggio con la disinvoltura: un parente a cui scrivere una lettera, un amico a cui mandare un biglietto, un servo a cui raccomandare un servizio importante; gli altri hanno tutti non lapaura, forse, ma tutti una piccola pena, un pensiero molesto, una puntura di rimpianto; tutti gli altri al pensiero della catastrofe si esaltano o cercano distrarsi, i grandi interessi del cuore soffrono, l'anima è eccitata o accasciata, nervosa o sonnolenta. Sangiorgio, nulla di tutto questo: nè donna, nè parenti, nè amici, nè servi; non una linea da scrivere, non una parola da pronunziare, non un ordine da dare; Sangiorgio cercava invano, nel cuore, il grande interesse, per cui l'idea della catastrofe fosse dolorosa.
A chi poteva dolere se l'indomani Oldofredi lo avesse rimandato a casa gravemente ferito o morto? A quale donna, a quale uomo? Nessuno, nessuno: egli era solo, accanto alle sciabole, accanto alla catastrofe. E in quel freddo processo di eliminazione, in quella selezione misantropa di persone, di sentimenti, egli arrivò a sè stesso, arrivò al suo grande, unico, egoistico sentimento: l'ambizione politica. L'indomani, se egli era ferito, gravemente o lievemente, non importa, — il valore era sempre il medesimo, la disfatta era sempre eguale, — l'indomani, la catastrofe lo avrebbe colpito in pieno, nel suo profondo, fervido, ardente desiderio di fama e di potere. Nonsarebbero discese su lui, ferito o morente, lagrime di donna, tenerezza d'amico, rimpianto di persone affettuose: ma lui solo, Sangiorgio, avrebbe pianto su sè stesso, sui propri desiderii di gloria dispersi, sui propri sogni d'ambizione svaniti nella vergogna fisica e morale del disastro. Il colpo di sciabola che l'indomani avrebbe tagliata la carne, recisi i muscoli, divisa una vena, avrebbe trovato la via del cuore, di quel cuore chiuso e duro dove un solo sentimento viveva, per ferire a morte questo sentimento. L'opera lenta e solida a cui egli lavorava da tanto tempo, con una pazienza da formica, con una ostinazione immutabile, domani, sarebbe crollata: a che valevano più tanti sforzi, tanto studio, tante privazioni, tante astinenze, tanti dolori sopportati in silenzio? Un colpo di sciabola: tutto diventava inutile. Così, al lume fumicante di quella candela stearica, nella notte, nella solitudine, quelle armi sguainate e fredde, per un minuto fugacissimo gli fecero paura.
Alle otto e mezzo preciso, vennero i padrini. Sangiorgio, vestito di tutto punto, laredingoteabbottonata, il cappello a cilindro ben lucido posatosopra un mobile, aveva la faccia un po' pallida, ma era tranquillo; solamente a un lato della bocca, che tremolava lievemente, aveva una piccola animazione.
«Dove sono le sciabole?» domandò Castelforte.
«Eccole.»
Castelforte le trasse dal fodero, l'una dopo l'altra, toccò le punte, poi passò il dito sul taglio, le ripiegò, puntandole a terra, le provò più volte, tirando dei fendenti nell'aria.
«Avete una sciarpa, un fazzoletto di seta, per legare la sciabola?»
Sangiorgio aveva apparecchiato una sciarpa. Scalìa chiuse le sciabole nel sacco, che legò con la sciarpa: prese il guantone gittato sul canapè, guardò Castelforte:
«Andiamo?»
«Andiamo.»
Scesero la scala buia. Il cocchiere aperse lo sportello dellandau, Scalìa gettò sopra uno dei sedili le sciabole e il guanto: poi in fretta entrarono tutti tre in carrozza. Passarono per Via Due Macelli, ove già il fioraio aveva esposto molta ricchezza di rose, ed entrarono in Piazzadi Spagna. Dalle nuvole mollicce che s'amassavano nel cielo, caddero poche gocce d'acqua che si attaccarono ai cristalli.
«Piove,» disse Sangiorgio.
«Non è nulla,» disse Castelforte, «il duello con la pioggia è più drammatico.»
In Via del Babuino si demoliva. Mucchi di rovine ingombravano gli sbocchi delle vie laterali: il principio di Via Vittoria era tutto sconquassato, perchè riparavano la fognatura. In Piazza del Popolo la pioggia ingrossò, e cominciò a cadere con uno strepito allegro, quasi fosse grandine.
«Cesserà,» disse Scalìa «c'è contrasto di venti, in alto.»
Fuori la porta, la carrozza si fermò, per prender su il dottore, che aspettava davanti al Caffè dei Tre Re. Aveva sotto il braccio un involtino coi ferri e le fasciature. Sedette dirimpetto a Sangiorgio, accanto a Castelforte. Aveva un'allegrezza briosa, parlava d'altri duelli a cui aveva assistito.
E mentre illandausi slanciava al galoppo, sui ciottoli fangosi di Via Flaminia, il primotramdi Ponte Molle si staccava dalla stazione e siavanzava, quasi vuoto, sbalzellando e tentennando sui binari.
La carrozza passò davanti al gazometro, e piegò rapidamente nella svolta che conduce a villa Glori. Sotto l'Arco Oscuro, si cominciò a veder la campagna: i primi alberi si affacciarono al disopra delle mura.
Allora Sangiorgio, che sino a quel punto era rimasto in una specie di stordimento del pensiero e dell'anima, in una stanchezza spirituale e morale, si svegliò, ed ebbe un brivido. Castelforte aveva abbassato un cristallo, e l'aria frizzante entrava fischiando. E, come la via era tutta in salita, la carrozza camminava piano. Sangiorgio cominciò a rivivere e a pensare. Mano mano che si andava innanzi, tutta la sua forza nervosa si concentrava nei denti che di minuto in minuto più si serravano. Anche, aveva preso fra le dita un fiocco dello sportello e lo stringeva con crescente energia. Sotto gli occhi, gli era nato un tratto di rossore caldo che cominciava a spandersi in giù, irregolarmente. Ma come l'animazione aumentava, ogni potenza d'espansione scemava in lui: si andava lentamente rinchiudendo in sè stesso, in una specie di prosopopea,romantica e orgogliosa di sè medesimo, e alle parole del medico o dei padrini non poteva più rispondere che con qualche movimento del capo più vibrato del solito. I cavalli, per la salita, rifiatavano forte; in fine, a villa Glori, cominciò la discesa. Allora, di nuovo, la carrozza si slanciò di gran trotto. Erano cessate le mura: oramai a destra e a sinistra le siepi fiorite passavano rapidamente davanti agli sportelli. A Sangiorgio parve un momento che delle ragazze corressero, offrendo fasci di biancospino. Poi cessarono le siepi, e la carrozza entrò fra due file di olmi che fremevano cupamente, agitati dal vento. Poi si fermò. Allora, un gran brivido corse i nervi di Sangiorgio, e quel piccolo rossore sotto gli occhi subito sparve. Erano arrivati. Egli si volle slanciare; Castelforte lo trattenne.
«Restate in carrozza col dottore. Il luogo non è fissato precisamente. Aspettate un poco.»
Scesero i padrini. Sangiorgio affacciò il capo allo sportello. Erano giunti primi. La casina dell'Acqua Acetosa era abbandonata: le porte chiuse, le persiane chiuse: non vestigio d'anima viva. La grande spianata si stendeva lungo il fiume, verde, senza alberi, senza uomini: solamentelontano, lungo la staccionata di villa Ada, una lunga fila di pecore bianche spiccava dalla comune intonazione di cinereo e di verde, e un pastore incappato stava ritto, immobile.
Castelforte e Scalìa si allontanarono nella pianura, gesticolando. Il tempo s'era un po' calmato, ma brontolava e minacciava ancora: e quella enorme piattaforma, brulicante di erbe inutili, aveva una tristezza così straziante e così selvaggia, che quelle due sagome di gentiluomini eleganti, avanzanti tra la cicoria fiorita, stonavano bizzarramente. Il Tevere, gonfio e livido, tumultuava con impeto collerico. Castelforte e Scalìa tornarono indietro lentamente, discutendo. Sangiorgio cominciava a vibrare per l'impazienza. Pel fondo dello stomaco gli si era messo un tremolio breve e vivace, che gli si propagava sino ai nervi del palato e gli promoveva una salivazione incessante. La carrozza gli era diventata angustissima. Si sentiva soffocare.
I due padrini si accostarono a lui. Castelforte appoggiò le braccia allo sportello:
«Abbiamo trovato un buon terreno; si affonda un poco: ma non si scivola. Aspettiamo gli altri per vedere se sono contenti.»
«Eccoli,» disse Sangiorgio, i cui nervi erano stranamente aguzzati dall'eccitazione.
Infatti, il rumore d'una carrozza si udì, e ingrossò subito: la carrozza, di gran galoppo, voltò nella pianura, e andò a fermarsi in distanza, nel mezzo del prato. Si spalancò lo sportello. Oldofredi, Lapucci, Bomba saltarono giù.
Questi ultimi si avanzarono verso Castelforte e Scalìa che venivano incontro; il dottore di Sangiorgio e quello di Oldofredi si fermarono in disparte, e s'inginocchiarono svolgendo i fagottini, sull'erba, per aver tutto pronto. Oldofredi restò presso alla carrozza, colpaletotindosso, fumando, battendo gaiamente con una sua bacchettina di bambù la groppa d'uno dei cavalli. Sangiorgio, con mezzo il corpo fuori dallo sportello, guardava incertamente. Ciò che lo smaniava, era l'imperizia, la novità del fatto, e l'ignoranza delle formalità. Doveva restare in carrozza, o scendere come aveva fatto il suo avversario? Guardò i padrini. S'erano raccolti tutti e quattro, con amichevoli saluti e forti strette di mano, sul terreno arso, e discutevano. Ogni tanto, in quella strana e molle calma del tempo piovoso, veniva distintamente l'accento lombardodi Castelforte: le altre voci si udivano smorzate e senza senso, come suoni che uscissero da un involucro di bambagia. Poi Scalìa tornò indietro verso Sangiorgio, e Bomba andò a Oldofredi: Castelforte e Lapucci, chini a terra, sbarazzavano il terreno coi piedi, e segnavano delle linee coi bastoni. Scalìa giunse allo sportello:
«Spogliatevi. Lasciate laredingotee il cappello nella carrozza.»
Prese le sciabole e il guanto, e tornò verso il luogo dello scontro: anche Bomba tornava, con le sciabole e con un altro guanto. Sangiorgio, che cominciava ad avere un brivido nel petto e alle scapole, brivido di impazienza e di desiderio, buttò via il cappello, si trasse furiosamente ilpaletot, laredingote, la sottoveste, la cravatta, e s'avviò in furia verso i padrini. Il crollo acuto e secco delle sciabole buttate sull'erba da Scalìa lo fece trabalzare. Castelforte gli gridò da lontano:
«Tenetevi ilpaletot: fa freddo.»
Sangiorgio tornò indietro, prese ilpaletot, se lo buttò sulle spalle, raggiunse i padrini. Nel mezzo del terreno, Castelforte e Lapucci traevano a sorte il comando del combattimento e lascelta delle sciabole. Scalìa e il dottore si posero in mezzo Sangiorgio, gli parlavano piano:
«Avete bevuto un sorso dicognac?»
«No.»
«Male; bisogna sempre fortificarsi.»
«Non ce n'è bisogno,» rispose Sangiorgio mentalmente.
«Io comanderò l'azione. Voi scegliete le sciabole,» disse Castelforte. «Volete esaminare le nostre?»
«Scelgo le nostre,» disse Lapucci. «Eccole.»
Oldofredi, dall'altra parte del terreno, con un anemone ai denti, guardava il paesaggio, voltandosi intorno. Castelforte venne incontro a Sangiorgio, gli fece impugnare la sciabola, gli legò l'elsa al polso, lo accompagnò al suo posto. I due dottori si scostarono di venti passi, Scalìa si fermò alla sinistra di Sangiorgio, Bomba alla sinistra di Oldofredi. Lapucci e Castelforte si posero a mezzo il terreno, uno di qua, l'altro di là, ciascuno con una sciabola in mano.
Oldofredi aveva l'aria più sciocca e insignificante del solito: certamente, non ancora il suospirito s'era fermato al fatto di cui egli era tanta parte.
Castelforte, con quella sua aria di capitano di cavalleria, guardò Sangiorgio, poi guardò Oldofredi, imperiosamente.
«Signori.....» disse con intonazione di cantilena.
La faccia di Sangiorgio, a cui era corso un violento impeto di sangue, si affissò in lui: Oldofredi sputò via l'anemone, e con un movimento elegante si scosse ilpaletotdalle spalle.
«Signori: a due gentiluomini come voi sarebbe ingiuria raccomandare di comportarsi con perfetta cavalleria. Vi rammento soltanto che dovete fermarvi immediatamente appena udrete la parolaAlt!che non dovrete attaccare se non al comando:A voi!Andiamo.»
Diede un'occhiata a Lapucci, che gli rispose con un'altra occhiata; e comandò:
«In guardia.»
Oldofredi, con un movimento quasi insensibile avanzò la gamba destra, piegò ad un angolo il braccio e la sciabola, si appoggiò sulle gambe. Sangiorgio andò in guardia con un salto, stendendo il braccio destro e la sciabola in una lineacosì retta e così dura, che pareva un pezzo di ferro.
«A voi!» comandò Castelforte.
E si slanciarono. La sciabola d'Oldofredi battè quella di Sangiorgio che s'era buttata di punta, e la scartò, poi cadde sul guantone imbottito; ma Sangiorgio rialzando con impeto brutale il braccio e il ferro, sollevò la lama del nemico, e per poco non gli ruppe il muso con l'impugnatura.
«Alt!» gridò Castelforte, interponendo la sua sciabola. I due combattenti si staccarono e tornarono al loro posto. Oldofredi, un po' pallido, sorrideva: aveva capito l'avversario; ma Sangiorgio, a cui era entrata nel petto una furia di toro che abbia visto del rosso, teneva la bocca chiusa e respirava con violenza dal naso.
«In guardia!» disse di nuovo Castelforte. Sangiorgio, col braccio teso e la punta della sciabola alla faccia dell'avversario, lo guardava fisso con occhio così torbido e così minaccioso, che Oldofredi se ne avvide.
«A voi!» disse Castelforte.
Questa volta si slanciò Oldofredi, minacciando al ventre dell'avversario. Sangiorgio, immobile,col braccio teso e la punta agli occhi del nemico, non parò; e come vide la lama, che aveva finto una botta al ventre, passar luccicando davanti a' suoi occhi per ferire alla faccia, la respinse con una battuta strisciante così franca e così pronta che la sciabola escì di mano ad Oldofredi, e restò sospesa per la fasciatura.
«Alt!» gridò Castelforte.
Lapucci e Bomba corsero a rilegar l'arma al polso d'Oldofredi.
«Animo. Un'altra botta!» disse piano Castelforte all'orecchio del suo primo. Sangiorgio s'era rasserenato. Un riso interiore di superbia contenta gli spianava la faccia. I suoi denti si schiusero. Oldofredi era di nuovo a posto, con la sciabola in pugno, ma questa volta bianco d'un pallore iroso: aveva lui, ora, i denti sbarrati, e le sopracciglia tese come se dovessero scoccar saette.
E al comando si buttò addosso al nemico, d'uno sbalzo, senza finte, senza artifizi di scherma, per spaccargli la testa. Ma prima che la sua sciabola arrivasse allo scopo, la punta di quella di Sangiorgio gli entrò nel labbro inferiore e squarciò tutta la guancia, sino, alla tempia. I quattropadrini si buttarono in mezzo, i due medici accorsero. Oldofredi fu tratto in disparte, posto a sedere sopra unpliant, circondato dai sei uomini. Sangiorgio restò solo, con la sciabola in mano, mezzo nudo, stupefatto, sotto il cielo di piombo che da capo schizzava una pioggerella fangosa.
Confusamente, intorno a sè, mentre la carrozza passava sotto Porta del Popolo, egli sentiva chiedere da Castelforte al medico:
«Quanti punti ci son voluti?»
«Dieci.»
«Per quanti giorni ne avrà?»
«Venti: ammeno che non si dichiari una febbre forte.»
«Perdio! che bel colpo!» interveniva a dire Scalìa, fumando voluttuosamente un sigaro.
«E resta la cicatrice,» aggiungeva Castelforte, ridendo. «Oldofredi non se lo scorderà, il colpo.»
Il medico discese all'ospedale di San Giacomo, dopo essersi dato l'appuntamento per firmare il processo verbale. A quella fermata Sangiorgio si scosse dal suo silenzio.
«Avrai fame?» gli chiese Scalìa.
«Lo credo io: se l'è meritata bene,» soggiunse Castelforte.
E ambedue sorrisero di compiacenza.
Sul terreno, per non far vedere, i due padrini non avevano abbracciato il loro primo, ma come ritornavano, in carrozza, si lasciavano andare a poco a poco a un esaltamento affettuoso. Avevano perduta la freddezza, la rigidità: guardavano Sangiorgio amorosamente, con certi occhi lucidi, parlavano di lui con orgoglio, con dolcezza, come di un figlio valoroso che ha subìto un esame, riportando il massimo dei punti: Castelforte arrivò sino a battergli due o tre colpettini sulla spalla, con una familiarità insolita in quel gran signore. Quasi quasi lo accarezzavano con gli occhi, col tono della voce, con certe frasi lusinghiere, fieri di lui, lasciando travedere come diversamente lo apprezzassero e gli volessero bene dopo il duello. Egli riceveva quietamente questa onda novella di amicizia, coi nervi che si ammollivano sempre più, lasciandosi andare a un gran bisogno di vita fisica, non pensando più, avendo voglia soltanto di mangiare, di digerire in una stanza calda, di dormire due, tre ore, profondamente. Sorrideva ai suoi padrini,come il giovanetto che ha fatto magnificamente gli esami, come la fanciulletta che ha preso la prima comunione: tutta la visione dell'Acqua Acetosa, e quella gran cicatrice sanguinante a fiotti sul viso pallido dell'avversario, erano scomparse, egli non sentiva che la soavità letificatrice del riposo nel trionfo. Le linee del volto si erano spianate, gli occhi avevano perduto la loro lucentezza quasi febbrile, la chiostra dei denti si riposava, addolorata: Francesco Sangiorgio aveva l'aria di un ebete.
La colezione fu rumorosa e allegra, al Caffè di Roma. Ogni momento Castelforte e Scalìa versavano del vino a Sangiorgio; egli mangiava e beveva molto, tutto felice di mangiare, ringraziando col capo ai discorsi amabili dei due padrini, ridendo quando costoro parlavano del dispetto di Oldofredi, tanto più doloroso della sua ferita.
Alle frutta le espansioni divennero maggiori:
«... Perchè» continuava a dire Scalìa, «perchè, io ho lunga esperienza di duello, ho temuto per te, caro Sangiorgio. L'avversario era forte e coraggioso e si era battuto venti volte: tu, novello, inesperto... è naturale, ho temuto...»
«Oldofredi non se lo aspettava...» aggiunse Castelforte.
«Pareva che scherzasse, sul terreno,» osservò Sangiorgio.
«Oldofredi non scherza mai,» disse sentenziosamente Scalìa. «Non bisogna credere alle suepose. Al terzo assalto, ve lo assicuro io, cari colleghi, egli era furioso: è andato addosso a te, Sangiorgio, che pareva ti volesse spaccar la testa. Che colpo, santo diavolo!»
«Che colpo, perdio!» fece coro Castelforte.
E gli stessi discorsi di compiacenza ricominciavano sempre, un po' monotoni, un po' da trasognati, come proferiti da coloro che stanno sotto una grande impressione recente e ne rifanno la storia cento volte, cullandosi in quella stessa musica, incapaci di pensare ad altro. E tre o quattro volte fu rifatta la storia; l'onorevole Melillo, che aveva fatto colezione con l'onorevole Cermignani alleColonne, un po' preoccupato della sorte del collega basilisco, era venuto in su pel Corso, per vedere se incontrava la carrozza, e chiacchierando di politica, gridando, riscaldandosi, strillando, enumerando cifre e demolendo bilanci, avevano scorto nellatrattoria il gruppo dei tre che mangiavano: l'onorevole Melillo, il biondone dal viso rosso e dalla sottoveste bianca, era giunto sino ad abbracciare Sangiorgio, mentre Cermignani, il deputato abruzzese, restava in piedi, ascoltando la storia dai padrini, tirandosi la barba nera macchinalmente, esclamando, preso da un furore bellicoso, postato quasi in una posizione di attacco.
Il Bencini, il vecchio deputato di destra, il vecchio cattolicone arguto, in sospetto di burlarsi di Dio come del diavolo, che era in fondo alla sala chiacchierando vivamente e ridendo, con quel buon vecchione placido, dalla barba argentea, il Gambara, il decano dell'antico partito conservatore, il Bencini curioso e arzillo come una femminetta, venne anche lui a congratularsi quantunque non conoscesse punto il Sangiorgio: ma il Toscano spiritoso e paradossatico aveva un'antipatia profonda per la stupidità vanagloriosa e spadaccina dell'Oldofredi. Egli sghignazzava pensando alla collera del deputato marchigiano.
— Non se la lega al dito questa cosa, Oldofredi: gliel'ha già ricucita sulla faccia! Per fortunache non siamo in canicola, non siamo: lui avrà una voglia di mordere! —
E tutti, intorno a Sangiorgio, ridevano: Scalìa comperava dei fiori da Nerina, Castelforte narrava ancora il fatto a Gambara che si era accostato anche lui, e sorrideva placidamente guardando Sangiorgio con l'occhio del vecchio parlamentare che ama i giovani deputati laboriosi e coraggiosi; Cermignani e Melillo ascoltavano il chiacchiericcio sfavillante del Bencini dalla voce chioccia e dal riso secco. Fu quasi un corteo che accompagnò il deputato Sangiorgio sino allandau. Era uscito il sole, la carrozza fu aperta, Melillo volle salire anche lui. E come pel Corso passava la carrozza, vi era un allargarsi, un propagarsi di saluti, di cenni, di congratulazioni, di gesti, di sorrisi: pel Corso dove andavano su e giù deputati e giornalisti, uomini d'affari ereporters, dopo colezione, aspettando l'apertura della seduta, facendo il chilo, godendo quel piccolo raggio di sole prima di andarsi a chiudere nel caldaione del signor Comotto.
L'onorevole Chialamberto, il breve deputato ligure, discorreva col colonnello Dicenzo, un abruzzese magro dall'aria ascetica; ambedue salutaronoprofondamente i quattro deputati che passavano, accennando fra loro. In quanto al deputato Carusio, in Piazza Colonna, egli si buttò allo sportello, volle si fermasse, abbracciò e baciò Sangiorgio, gridando, tutto affannato, che correva dal presidente del consiglio a portargli il felice esito del duello.
Ma, nella Camera, la dimostrazione crebbe, crebbe sempre, intorno a Sangiorgio.
In verità, il presidente della Camera serbò, come sempre, il suo contegno corretto: ma vi fu nel sorriso con cui accolse Sangiorgio qualche cosa di cordiale, di amichevole, una specie di luce affettuosa.
L'onorevole Freitag, grande, grosso, dalla testa incassata nelle spalle, dondolandosi mastodonticamente nel nero corridoio, domandò al deputato meridionale, con la sua vocetta sottile:
«Alla faccia, nevvero?»
«Alla faccia.»
Gli altri non facevano che fermarsi, congratularsi vivamente, stringere la mano: tutti quanti chiedevano i particolari del duello; Scalìa, Castelforte, finanche Melillo, erano circondati; i tre assalti con la botta finale circolavano; i deputatibellicosi li ascoltavano con gli occhi lustri, puntandoli, commentandoli con qualche esclamazione; i deputati pacifici ascoltavano in silenzio, sorridendo, figurandosi un combattimento da torneo. Alcuni, i più crudeli, si facevano ancora narrare e descrivere la lunghezza e la profondità della ferita di Oldofredi, chiedevano se vi era stata molta emorragia, se la cicatrice si sarebbe subito rimarginata, se lo sfregio sarebbe rimasto molto visibile. Ma dappertutto, in tutti, anche nei più cauti, anche in quelli che arrischiavano solo una parola e un saluto, trapelava l'antipatia profonda che i molti colleghi avevano per Oldofredi; in molti traspirava il rancore segreto per una parola, per uno sguardo, per qualche piccolo sgarbo ricevuto e sopportato solo per pazienza, per non far chiasso, per non fare scandali; in molti traspariva la noia naturale cagionata dall'individuo che vuol imporsi senza aver meriti, che fa il prepotente a ogni costo e a cui l'improntitudine tien luogo di coraggio e la insolenza tien luogo di spirito.
Qualche raro amico di Oldofredi si teneva in disparte, si contentava di non congratularsi con Sangiorgio. Quando Lapucci e Bomba entrarono,verso le quattro, nell'aula, come se niente fosse stato, le domande furono poche, dettate da una fredda curiosità: i due padrini sentivano, alla loro volta, l'isolamento del loro primo che giaceva in letto, con la faccia e la testa fasciata, in preda a una febbre violenta. Pochi domandarono di lui: pochi, i quali come gli altri, pensavano che quella ferita fosse meritata in castigo della soverchia insolenza, ma che convenisse essere pietosi anche coi vinti.
E l'entusiasmo per Sangiorgio durò nel pomeriggio, crescendo; aumentò durante il pranzo. Stordito, confuso, ma conservando sempre la sua freddezza esterna che solo uno stupido sorriso veniva a diradare, egli lasciava dire, lasciava fare, accogliendo tutto e tutti, abbandonandosi a quella popolarità novella.
Andò al Costanzi, dove si rappresentavano gliUgonotti, prese una poltrona di orchestra, ascoltò la musica che non conosceva, come incretinito: dietro di lui, due giovanotti parlavano del duello, accennando a lui, come quello che aveva data la sciabolata a Oldofredi; essi parlavano sottovoce, ma egli udì benissimo, egli che non udiva la musica. Nell'intervallo sentì sul viso il caloredi uno sguardo magnetico: donna Elena Fiammanti lo guardava da un palco. Salì lassù macchinalmente: schiudendo la porticina, entrando in quel camerottino che è separato dal palco e dal pubblico da una tenda rossa, egli sentì due braccia al collo e la voce quasi commossa dirgli:
«O Franz, o Franz, perchè battersi per me? Non ne valeva la pena.»
Quando scesero, finita l'opera, dopo aver ricevuto almeno dieci visite nel palco, mentre la Fiammanti si appoggiava al suo braccio, con gli occhi umidi di piacere orgoglioso, egli vide nell'atrio il grande Paulo che s'infilava un soprabito enorme. Subito tutta la nebbia superba gli si dileguò e gli venne voglia di buttarsi sul largo torace di quel galantuomo. Era lui, il molosso, che gli aveva consigliato di tirare alla faccia. Sul terreno, egli non aveva ricordato che quel consiglio.