IV.

IV.Tre volte avevano camminato accanto, sulla larga via di campagna che va da Ponte Molle a Porta Angelica, sotto gli olmi e i platani, costeggiando il Tevere biancastro.Ella lasciava la carrozza prima del Ponte Milvio, dicendo al cocchiere di andarla ad aspettare in Piazza S. Pietro: e faceva un centinaio di passi a piedi, passando il Ponte, cercando con gli occhi.Egli era sempre là, aspettando da due ore, turbato dall'impazienza e dal desiderio, passeggiando su e giù innanzi all'osteria di Morteo, internandosi un poco nella Via di Tor di Quinto, tornando indietro sino al Ponte, arrivando sin dove comincia la Via Flaminia, tornando ancora indietro, dando dappertutto delle occhiate distratte, ai salici rinverditi che si piegavano sulle sponde del fiume, ai mandorli fioriti che sorgevano dietro le siepi della Farnesina, non vedendo nulla, col capo rivolto sempre verso Ponte Milvio,donde ella doveva arrivare: e di lontano la vedeva spuntare, un improvviso rossore colorava di fiamma il suo volto pallido, non le andava incontro, l'aspettava di piè fermo, fingendosi distratto, disattento.Ella arrivava sempre dopo il terzo o il quarto convegno mancato, sempre con un'ora e mezzo di ritardo, ma non si scusava mai, non ricorreva neppure a uno dei tanti pretesti femminili: e lui che fremeva di dolore, che sino a quel momento l'aveva incolpata di freddezza, di noncuranza, battendo i piedi, in preda a una nervosità invincibile, quando la vedeva comparire, non le diceva più nulla, la guardava, incantato, pagando con quel minuto acuto di gioia tutte le sofferenze passate.Il primo minuto era sempre imbarazzante: non si sapevano dire nulla, ella seria e preoccupata, egli incapace di profferir parola, per l'emozione: e si mettevano a camminare, sotto gli alberi, lentamente, ella con gli occhi bassi, con le mani ficcate nel manicotto, per avere il pretesto di non andare sotto il suo braccio; egli girando fra le dita il sigaro spento, sogguardandola, felice,malgrado il contegno severo e triste di donna Angelica.Dolcissima la primavera romana si allargava nell'aria dai cipressetti di Monte Mario sui platani dei Monti Parioli; e dalle siepi alte, sul fiume e sulla campagna, un candore di biancospino si offriva acutamente profumato. Le prime parole di donn'Angelica sonavano dolore, rimpianto, pentimento: parole brevi, ma profonde, che piombavano, tutte, sul cuore dell'amatore. Egli taceva umiliato, non sapendo che offrire di consolazione a questa virtuosa e santa donna, che per lui aveva la coscienza turbata dai rimorsi. Ma come la naturale pietà rifioriva nell'ora e nel tempo in donn'Angelica, ella moderava i suoi lamenti che diventavano sempre meno precisi, più vaghi, erano infine un ritornello malinconico che l'amatore ascoltava, come una musica dilettosa e rattristante:— Se soffre per me, mi ama, — egli pensava, nella follìa dell'amore.Ma nè ella aveva mai detto di amarlo, nè lui mai lo aveva chiesto: una timidezza paurosa, una vergogna e un riserbo strano avevano impedito all'amatore di fare questa domanda. Sì,temeva la risposta, la risposta serena, ma crudele della donna che non ama e a cui la pietà, per quanto grande, non concede di mentire.Così, naturalmente, in questa loro singolare relazione, senza nessuno suo sforzo, donna Angelica nulla doveva concedere del suo cuore e nulla le si doveva chiedere che concedesse: tacitamente, senz'altro, era stato inteso che ella accettasse, sopportasse, subisse l'amore, senza mai aver l'obbligo di ricambiarlo. Ella era la immagine benedetta che si degnava tenere gli occhi pieni di grazia sul suo devoto — e il devoto la benediceva sempre più, l'adorava, le parlava del suo amore. Sotto i grandi alberi di Via Angelica, attraverso i quali il fiume s'inargenta, andando fra gli odori forti campestri sul terreno duro, egli, poco a poco, come quel cullamento triste della voce di donn'Angelica si affievoliva, le parlava sottovoce del suo amore. Sulle prime erano delle frasi tronche che la passione spezzava, il riassunto frettoloso di quello che aveva pensato e sentito nei giorni in cui non l'aveva vista, o, vedendola, non aveva potuto parlarle: e allora, pronunziando quelle frasi smozzicate, quasi violente, la fissava con certi occhi pazzi, che a leidavano un'impressione rapidissima di terrore. Ma al suono della propria voce, Sangiorgio andava riprendendo cuore, la parola diventava più facile, le idee si annodavano fra loro logicamente, il suo amore trovava in lui una eloquenza di sentimento così semplice e così convincente, che donn'Angelica, a quell'onda umile e letificante, andava riprendendo la sua bella pace: la faccia le si faceva rosea, come quella di una fanciulla che si gode puramente l'omaggio dell'amore. Talvolta in quei momenti ella andava cogliendo dei lunghi rami verdi o un fascio di celidonie giallissime o quei mucchietti di fiorellini bianchi minuti, come un merletto, o quelle bacche rosse e velenose, dall'aspetto così attraente: ed egli parlava d'amore ed ella coglieva fiori, a un tratto ringiovanita, — e talvolta dal suo fascio staccava un fiore e glielo dava.Egli lo teneva fra le mani, arso dal desiderio di morderlo: e un giorno volle mangiare le bacche rosse, dalla tinta viva, così provocante.«Volete morire?» fece ella scherzando, ma tremando.E quel tremito fu uno dei tesori morali che andava raccogliendo Sangiorgio. Un giorno, pressoun mandorlo basso, ella si eresse sulla punta dei piedi e staccò alcuni ramoscelli rosei, odorandoli lungamente, col sorriso della felicità sulla faccia. Non ella era dunque la primavera fresca e amabile? Il fiorellino di mandorlo che ella gli donò, andò a raggiungere un mazzolino appassito di mughetti, un pezzetto di stoffa di un vestito, chiesto e ottenuto per grazia, e che cosa preziosa, impagabile, un fazzolettino di battista, orlato di merletto antico — ottenuto in una sera di disperazione, dopo tre giorni inutili di attesa, invocato come un conforto. Ella sapeva questo: e le piaceva di saperlo. Ella guardava sì, lontano, verso Castel S. Angelo, verso la nuova caserma dei carabinieri, verso Roma vecchia, in cui qualche lume cominciava ad accendersi: ma ascoltava, pur guardando altrove, tutte le parole che Sangiorgio le diceva, dolcissimamente, e crollava il capo, come una bimba lusingata. Arrivavano a Porta Angelica, così, calmati, pacificati: egli doveva andarsene per la Via Reale che va ai Prati di Castello e a Ripetta, ella per la porta che conduce a San Pietro, — ma il loro saluto era pieno di tenerezza e lungo.Un giorno ella giunse tutta tremante. Pressol'Arco Oscuro ella aveva incontrato l'onorevole Giustini, quel toscano tanto maligno, mezzo gobbo, mezzo sciancato, che trascinava intorno la sua noia cinica e la sua salute distrutta. Sì, ella era passata incoupè, rapidamente, ma Giustini l'aveva perfettamente riconosciuta, le aveva fatto un grande saluto a fondo di meraviglia, poi si era piantato sulla via, a seguire con l'occhio la carrozza che fuggiva. Ella tremava tutta: per poco non era tornata indietro, tanto la possedeva il terrore che quel cattivo di Giustini la seguisse, per curiosità maligna, per sapere. E si voltava, ogni tanto, spaurita, credendo che ogni villano che passava per Via Angelica fosse il gobbo deputato di Toscana, guardando Sangiorgio con certi occhi timidi e dolenti che lo desolavano; egli cercava invano di rassicurarla, di dirle che un uomo a piedi non segue mai una carrozza al trotto, che Giustini era là per caso, che, del resto, Via Flaminia era una passeggiata pubblica, dove non era da meravigliare nessuno se ci s'incontrava una signora in carrozza. Ma egli stesso era preso dal primo glaciale brivido di spavento, quello che colpisce gli amanti in piena sicurezza e turba tutta la purezza della loro gioia: cercavadi rinfrancar lei, ma egli stesso era scosso profondamente. Quell'ora di convegno fu amara, non ritrovarono mai più la serenità, e donn'Angelica, a un certo punto, riassunse tutte le sue paure, con la precisione che hanno le donne pel dramma che le sovrasta:«Ora Giustini va alla Camera e dice a tutti, anche a don Silvio, che mi ha incontrata a Via Flaminia.»Fu in quest'ora di amarezza che egli, sentendo i lamenti di donn'Angelica, osò dirle che bisognava levare dalla strada questo amore e metterlo in una casa, fra quattro pareti, al coperto dallo sguardo della gente, dalla curiosità dei viandanti. E glielo disse con tanta emozione rispettosa, con un sentimento così alto di riverenza, con una semplicità così onesta, che ella disse subitono, brevemente, ma non potette offendersene. No, ripeteva ella a tutte le umili considerazioni che egli le veniva facendo, unnolento ma deciso, senza collera, ma senza debolezza. A un certo momento, ella, come infastidita, gli disse:«Tacete.»Tacque: si separarono, senz'altre parole. Ma da quel minuto fatale in cui ella aveva incontratoGiustini, essi sentirono sempre più la pena di quell'amore in pubblico e intanto non prendevano nessuna precauzione, la pena di quell'amore randagio che non aveva tetto: amore vagabondo che faceva sorridere d'ironia i camerieri della trattoria Morteo a Ponte Molle, oziosi sulla porta e sul terrazzo della palazzina: amore malinconico che faceva ridere, coi suoi saluti teneri, i doganieri grossolani di Porta Angelica.Due altri convegni furono molto penosi: la paura, oramai, si era messa in fondo al cuore di donn'Angelica e la faceva fremere al passaggio di un carrettiere, di un cacciatore: persino i canotti sul Tevere la spaventavano, le sembrava sempre che i canottieri la conoscessero e che alzassero il remo in segno di saluto. Non più parlavano d'amore: cioè non più egli poteva parlarle d'amore, ella lo interrompeva, ogni momento, sogguardandosi intorno, chinando il capo a qualche rara carrozza di forestieri che passava, arrossendo, impallidendo, respirando appena.Un giorno di convegno, piovve dirottamente, da un'ora prima dell'appuntamento: egli si ricoverò sotto il portone di Morteo, ma non potendoreggere alla impazienza, si avanzava continuamente verso Ponte Milvio, bagnandosi tutto, cercando di distinguere qualche cosa attraverso quel velo di pioggia. Non vedeva nulla, ella non sarebbe venuta, era impossibile con quella pioggia, ma intanto egli continuava ad aspettare, sorretto da una uniforme speranza; la pioggia seguitava, ella non venne, naturalmente, ed egli ritornò in Roma, soltanto alle sette, bagnato, con l'umido nelle ossa, neltramaperto, coi piedi sul legno intriso dell'ultimo carrozzone che faceva il viaggio da Ponte Molle a Roma, preso da una grande desolazione, abbattuto, con un principio di febbre. Non potette dirle nulla alla sera, ella era circondata di gente e non seppe le ore dolorose che egli aveva vissuto, là, tra la pioggia del cielo e la nebbia del fiume.Ma l'altra volta, egli insistette. Ella disse ancorano, ma vagamente, come se rispondesse più a sè stessa che a lui. Era tarda l'ora e la temperatura fredda. Era una di quelle pessime giornate di gennaio trasportate in aprile, vento noioso e glaciale, cielo nuvoloso e basso, terreno bagnato e fangoso. Ella aveva soltanto una piccola mantellina di velluto che le copriva le spalle eil petto, e sentiva un gran freddo salirle dai piedini irrigiditi sino al cervello, abbassava la testa, portava il fazzoletto alla bocca. Anche Sangiorgio aveva molto freddo, col soprabito leggiero primaverile, ma non le diceva nulla, ambedue mortificati e oppressi dall'ora e dal tempo. Ogni tanto le chiedeva:«Avete molto freddo, è vero?»«Oh sì!» diceva lei, piano.«Oh Dio!» ripeteva lui, guardandosi intorno, non sapendo che cosa fare per riscaldarla.E affrettavano il passo, ma il fango inzaccherava gli stivalini di donn'Angelica e l'orlo della gonna, essi non potevano correre. Come per istinto, egli le disse di una stanza calda, come la sua, come quel salotto dell'Apollinare dove sempre divampava il fuoco nel caminetto, una stanza dove sarebbero stati soli: ella non rispose.«Dove?» domandò ella, dopo una pausa.Egli stette per dire, poi si fermò:«Laggiù...» soggiunse vagamente, poi, indicando Roma.Più altro. L'ora avanzava, cupa e fredda nella campagna deserta. Ella era così triste e spaventata,che per la prima volta passò il suo braccio sotto quello di lui: e quella intimità egli la ricevette umilmente.Poi, per tre giorni non la vide, non potette vederla, non ne ebbe notizie, era un po' ammalata: glielo aveva detto don Silvio. Un minuto, dopo quattro sere, la trovò sola nel suo palco, all'Apollo: ella era pallida, come se avesse la febbre. E nascondendosi dietro il ventaglio di piume, gli disse subito che per giunta, in quell'ultimo giorno di convegno, aveva incontrato l'onorevole Oldofredi in Piazza di San Pietro e che l'aveva squadrata con un certo ghigno beffardo. Oldofredi era vendicativo. Per ultimo, arrossendo per la vergogna, la soave donna dovette confessargli che temeva, temeva, finanche del cocchiere e del cameriere: temeva che l'avessero spiata. E vedendolo sbalordito, gli soggiunse, presto presto, mentre bussavano alla porta del palco:«Verrò, verrò, dove voi volete.»

Tre volte avevano camminato accanto, sulla larga via di campagna che va da Ponte Molle a Porta Angelica, sotto gli olmi e i platani, costeggiando il Tevere biancastro.

Ella lasciava la carrozza prima del Ponte Milvio, dicendo al cocchiere di andarla ad aspettare in Piazza S. Pietro: e faceva un centinaio di passi a piedi, passando il Ponte, cercando con gli occhi.

Egli era sempre là, aspettando da due ore, turbato dall'impazienza e dal desiderio, passeggiando su e giù innanzi all'osteria di Morteo, internandosi un poco nella Via di Tor di Quinto, tornando indietro sino al Ponte, arrivando sin dove comincia la Via Flaminia, tornando ancora indietro, dando dappertutto delle occhiate distratte, ai salici rinverditi che si piegavano sulle sponde del fiume, ai mandorli fioriti che sorgevano dietro le siepi della Farnesina, non vedendo nulla, col capo rivolto sempre verso Ponte Milvio,donde ella doveva arrivare: e di lontano la vedeva spuntare, un improvviso rossore colorava di fiamma il suo volto pallido, non le andava incontro, l'aspettava di piè fermo, fingendosi distratto, disattento.

Ella arrivava sempre dopo il terzo o il quarto convegno mancato, sempre con un'ora e mezzo di ritardo, ma non si scusava mai, non ricorreva neppure a uno dei tanti pretesti femminili: e lui che fremeva di dolore, che sino a quel momento l'aveva incolpata di freddezza, di noncuranza, battendo i piedi, in preda a una nervosità invincibile, quando la vedeva comparire, non le diceva più nulla, la guardava, incantato, pagando con quel minuto acuto di gioia tutte le sofferenze passate.

Il primo minuto era sempre imbarazzante: non si sapevano dire nulla, ella seria e preoccupata, egli incapace di profferir parola, per l'emozione: e si mettevano a camminare, sotto gli alberi, lentamente, ella con gli occhi bassi, con le mani ficcate nel manicotto, per avere il pretesto di non andare sotto il suo braccio; egli girando fra le dita il sigaro spento, sogguardandola, felice,malgrado il contegno severo e triste di donna Angelica.

Dolcissima la primavera romana si allargava nell'aria dai cipressetti di Monte Mario sui platani dei Monti Parioli; e dalle siepi alte, sul fiume e sulla campagna, un candore di biancospino si offriva acutamente profumato. Le prime parole di donn'Angelica sonavano dolore, rimpianto, pentimento: parole brevi, ma profonde, che piombavano, tutte, sul cuore dell'amatore. Egli taceva umiliato, non sapendo che offrire di consolazione a questa virtuosa e santa donna, che per lui aveva la coscienza turbata dai rimorsi. Ma come la naturale pietà rifioriva nell'ora e nel tempo in donn'Angelica, ella moderava i suoi lamenti che diventavano sempre meno precisi, più vaghi, erano infine un ritornello malinconico che l'amatore ascoltava, come una musica dilettosa e rattristante:

— Se soffre per me, mi ama, — egli pensava, nella follìa dell'amore.

Ma nè ella aveva mai detto di amarlo, nè lui mai lo aveva chiesto: una timidezza paurosa, una vergogna e un riserbo strano avevano impedito all'amatore di fare questa domanda. Sì,temeva la risposta, la risposta serena, ma crudele della donna che non ama e a cui la pietà, per quanto grande, non concede di mentire.

Così, naturalmente, in questa loro singolare relazione, senza nessuno suo sforzo, donna Angelica nulla doveva concedere del suo cuore e nulla le si doveva chiedere che concedesse: tacitamente, senz'altro, era stato inteso che ella accettasse, sopportasse, subisse l'amore, senza mai aver l'obbligo di ricambiarlo. Ella era la immagine benedetta che si degnava tenere gli occhi pieni di grazia sul suo devoto — e il devoto la benediceva sempre più, l'adorava, le parlava del suo amore. Sotto i grandi alberi di Via Angelica, attraverso i quali il fiume s'inargenta, andando fra gli odori forti campestri sul terreno duro, egli, poco a poco, come quel cullamento triste della voce di donn'Angelica si affievoliva, le parlava sottovoce del suo amore. Sulle prime erano delle frasi tronche che la passione spezzava, il riassunto frettoloso di quello che aveva pensato e sentito nei giorni in cui non l'aveva vista, o, vedendola, non aveva potuto parlarle: e allora, pronunziando quelle frasi smozzicate, quasi violente, la fissava con certi occhi pazzi, che a leidavano un'impressione rapidissima di terrore. Ma al suono della propria voce, Sangiorgio andava riprendendo cuore, la parola diventava più facile, le idee si annodavano fra loro logicamente, il suo amore trovava in lui una eloquenza di sentimento così semplice e così convincente, che donn'Angelica, a quell'onda umile e letificante, andava riprendendo la sua bella pace: la faccia le si faceva rosea, come quella di una fanciulla che si gode puramente l'omaggio dell'amore. Talvolta in quei momenti ella andava cogliendo dei lunghi rami verdi o un fascio di celidonie giallissime o quei mucchietti di fiorellini bianchi minuti, come un merletto, o quelle bacche rosse e velenose, dall'aspetto così attraente: ed egli parlava d'amore ed ella coglieva fiori, a un tratto ringiovanita, — e talvolta dal suo fascio staccava un fiore e glielo dava.

Egli lo teneva fra le mani, arso dal desiderio di morderlo: e un giorno volle mangiare le bacche rosse, dalla tinta viva, così provocante.

«Volete morire?» fece ella scherzando, ma tremando.

E quel tremito fu uno dei tesori morali che andava raccogliendo Sangiorgio. Un giorno, pressoun mandorlo basso, ella si eresse sulla punta dei piedi e staccò alcuni ramoscelli rosei, odorandoli lungamente, col sorriso della felicità sulla faccia. Non ella era dunque la primavera fresca e amabile? Il fiorellino di mandorlo che ella gli donò, andò a raggiungere un mazzolino appassito di mughetti, un pezzetto di stoffa di un vestito, chiesto e ottenuto per grazia, e che cosa preziosa, impagabile, un fazzolettino di battista, orlato di merletto antico — ottenuto in una sera di disperazione, dopo tre giorni inutili di attesa, invocato come un conforto. Ella sapeva questo: e le piaceva di saperlo. Ella guardava sì, lontano, verso Castel S. Angelo, verso la nuova caserma dei carabinieri, verso Roma vecchia, in cui qualche lume cominciava ad accendersi: ma ascoltava, pur guardando altrove, tutte le parole che Sangiorgio le diceva, dolcissimamente, e crollava il capo, come una bimba lusingata. Arrivavano a Porta Angelica, così, calmati, pacificati: egli doveva andarsene per la Via Reale che va ai Prati di Castello e a Ripetta, ella per la porta che conduce a San Pietro, — ma il loro saluto era pieno di tenerezza e lungo.

Un giorno ella giunse tutta tremante. Pressol'Arco Oscuro ella aveva incontrato l'onorevole Giustini, quel toscano tanto maligno, mezzo gobbo, mezzo sciancato, che trascinava intorno la sua noia cinica e la sua salute distrutta. Sì, ella era passata incoupè, rapidamente, ma Giustini l'aveva perfettamente riconosciuta, le aveva fatto un grande saluto a fondo di meraviglia, poi si era piantato sulla via, a seguire con l'occhio la carrozza che fuggiva. Ella tremava tutta: per poco non era tornata indietro, tanto la possedeva il terrore che quel cattivo di Giustini la seguisse, per curiosità maligna, per sapere. E si voltava, ogni tanto, spaurita, credendo che ogni villano che passava per Via Angelica fosse il gobbo deputato di Toscana, guardando Sangiorgio con certi occhi timidi e dolenti che lo desolavano; egli cercava invano di rassicurarla, di dirle che un uomo a piedi non segue mai una carrozza al trotto, che Giustini era là per caso, che, del resto, Via Flaminia era una passeggiata pubblica, dove non era da meravigliare nessuno se ci s'incontrava una signora in carrozza. Ma egli stesso era preso dal primo glaciale brivido di spavento, quello che colpisce gli amanti in piena sicurezza e turba tutta la purezza della loro gioia: cercavadi rinfrancar lei, ma egli stesso era scosso profondamente. Quell'ora di convegno fu amara, non ritrovarono mai più la serenità, e donn'Angelica, a un certo punto, riassunse tutte le sue paure, con la precisione che hanno le donne pel dramma che le sovrasta:

«Ora Giustini va alla Camera e dice a tutti, anche a don Silvio, che mi ha incontrata a Via Flaminia.»

Fu in quest'ora di amarezza che egli, sentendo i lamenti di donn'Angelica, osò dirle che bisognava levare dalla strada questo amore e metterlo in una casa, fra quattro pareti, al coperto dallo sguardo della gente, dalla curiosità dei viandanti. E glielo disse con tanta emozione rispettosa, con un sentimento così alto di riverenza, con una semplicità così onesta, che ella disse subitono, brevemente, ma non potette offendersene. No, ripeteva ella a tutte le umili considerazioni che egli le veniva facendo, unnolento ma deciso, senza collera, ma senza debolezza. A un certo momento, ella, come infastidita, gli disse:

«Tacete.»

Tacque: si separarono, senz'altre parole. Ma da quel minuto fatale in cui ella aveva incontratoGiustini, essi sentirono sempre più la pena di quell'amore in pubblico e intanto non prendevano nessuna precauzione, la pena di quell'amore randagio che non aveva tetto: amore vagabondo che faceva sorridere d'ironia i camerieri della trattoria Morteo a Ponte Molle, oziosi sulla porta e sul terrazzo della palazzina: amore malinconico che faceva ridere, coi suoi saluti teneri, i doganieri grossolani di Porta Angelica.

Due altri convegni furono molto penosi: la paura, oramai, si era messa in fondo al cuore di donn'Angelica e la faceva fremere al passaggio di un carrettiere, di un cacciatore: persino i canotti sul Tevere la spaventavano, le sembrava sempre che i canottieri la conoscessero e che alzassero il remo in segno di saluto. Non più parlavano d'amore: cioè non più egli poteva parlarle d'amore, ella lo interrompeva, ogni momento, sogguardandosi intorno, chinando il capo a qualche rara carrozza di forestieri che passava, arrossendo, impallidendo, respirando appena.

Un giorno di convegno, piovve dirottamente, da un'ora prima dell'appuntamento: egli si ricoverò sotto il portone di Morteo, ma non potendoreggere alla impazienza, si avanzava continuamente verso Ponte Milvio, bagnandosi tutto, cercando di distinguere qualche cosa attraverso quel velo di pioggia. Non vedeva nulla, ella non sarebbe venuta, era impossibile con quella pioggia, ma intanto egli continuava ad aspettare, sorretto da una uniforme speranza; la pioggia seguitava, ella non venne, naturalmente, ed egli ritornò in Roma, soltanto alle sette, bagnato, con l'umido nelle ossa, neltramaperto, coi piedi sul legno intriso dell'ultimo carrozzone che faceva il viaggio da Ponte Molle a Roma, preso da una grande desolazione, abbattuto, con un principio di febbre. Non potette dirle nulla alla sera, ella era circondata di gente e non seppe le ore dolorose che egli aveva vissuto, là, tra la pioggia del cielo e la nebbia del fiume.

Ma l'altra volta, egli insistette. Ella disse ancorano, ma vagamente, come se rispondesse più a sè stessa che a lui. Era tarda l'ora e la temperatura fredda. Era una di quelle pessime giornate di gennaio trasportate in aprile, vento noioso e glaciale, cielo nuvoloso e basso, terreno bagnato e fangoso. Ella aveva soltanto una piccola mantellina di velluto che le copriva le spalle eil petto, e sentiva un gran freddo salirle dai piedini irrigiditi sino al cervello, abbassava la testa, portava il fazzoletto alla bocca. Anche Sangiorgio aveva molto freddo, col soprabito leggiero primaverile, ma non le diceva nulla, ambedue mortificati e oppressi dall'ora e dal tempo. Ogni tanto le chiedeva:

«Avete molto freddo, è vero?»

«Oh sì!» diceva lei, piano.

«Oh Dio!» ripeteva lui, guardandosi intorno, non sapendo che cosa fare per riscaldarla.

E affrettavano il passo, ma il fango inzaccherava gli stivalini di donn'Angelica e l'orlo della gonna, essi non potevano correre. Come per istinto, egli le disse di una stanza calda, come la sua, come quel salotto dell'Apollinare dove sempre divampava il fuoco nel caminetto, una stanza dove sarebbero stati soli: ella non rispose.

«Dove?» domandò ella, dopo una pausa.

Egli stette per dire, poi si fermò:

«Laggiù...» soggiunse vagamente, poi, indicando Roma.

Più altro. L'ora avanzava, cupa e fredda nella campagna deserta. Ella era così triste e spaventata,che per la prima volta passò il suo braccio sotto quello di lui: e quella intimità egli la ricevette umilmente.

Poi, per tre giorni non la vide, non potette vederla, non ne ebbe notizie, era un po' ammalata: glielo aveva detto don Silvio. Un minuto, dopo quattro sere, la trovò sola nel suo palco, all'Apollo: ella era pallida, come se avesse la febbre. E nascondendosi dietro il ventaglio di piume, gli disse subito che per giunta, in quell'ultimo giorno di convegno, aveva incontrato l'onorevole Oldofredi in Piazza di San Pietro e che l'aveva squadrata con un certo ghigno beffardo. Oldofredi era vendicativo. Per ultimo, arrossendo per la vergogna, la soave donna dovette confessargli che temeva, temeva, finanche del cocchiere e del cameriere: temeva che l'avessero spiata. E vedendolo sbalordito, gli soggiunse, presto presto, mentre bussavano alla porta del palco:

«Verrò, verrò, dove voi volete.»


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