VII.

VII.Sotto il portone di Montecitorio, Francesco Sangiorgio s'indugiava, mentre dietro a lui gli uscieri avevano man mano spento il gas della biblioteca, delle sale di lettura e di scrittura, degli uffici: egli guardava il cielo stellato estivo e la piazza, non sapendo decidersi a ritornare in casa. Un'alta figura magra, venendo dagli Orfanelli, gli si accostò, traendosi di bocca il sigaro, piegando un po' le spalle:«Buona sera, Sangiorgio,» gli disse. «Siete libero?»«Buona sera, don Silvio. Libero.».«Ho da dirvi qualche cosa.»«Andiamo al ministero, allora?»«No, no, non al ministero.»«... A casa vostra?»«Neppure. Preferisco venir da voi, Sangiorgio,» ribattè il ministro, brevemente, rialzando il capo.«A piacer vostro,» rispose Sangiorgio, con lo stesso tono di voce, avendo inteso tutto. «Andiamo.»Si avviarono per Piazza Colonna, taciturni, fumando i loro sigari, guardando le loro ombre che si disegnavano in terra, in quella notte lunare. All'angolo di Via Cacciobove, Sangiorgio volle voltare.«Di qua?» domandò don Silvio, con un dubbio.«Già.»«Non abitate voi, Sangiorgio, in Piazza di Spagna, numero 62?»«Avete ragione, don Silvio,» soggiunse ancora Sangiorgio, con freddezza.Camminarono pel Corso, sempre senza parlarsi, incontrando quelli che uscivano dai teatri estivi, il Quirino, il Corea, l'Alhambra, e che malgrado la notte, riconoscendo l'alta statura del vecchio ministro, se lo indicavano, sottovoce, voltandosi ancora a guardarlo, pigliando Sangiorgio per un segretario, per un impiegato. Andavano lenti lenti. A Via Condotti non incontrarono più nessuno: nessuno a Piazza di Spagna. Il portoncino numero 62 era chiuso, maSangiorgio aveva la chiave, sebbene non ci fosse mai venuto di notte: per le scale oscure egli accese un fiammifero, don Silvio veniva di dietro, sempre fumando. Nell'anticamera l'antica lampada a olio, perpetua, gettava delle ombre tragiche sul nero cofano di nozze, di legno scolpito, sulle sedie dalla spalliera alta; nel salotto dove mai lume era stato acceso, Sangiorgio si trovò imbarazzato, girava col fiammifero in mano, non sapendo come far la luce; alla fine trovò un sottile candeliere di bronzo, pompeiano, in cui tre candele rosee erano infitte, e le accese. Si sedette, dirimpetto a don Silvio, già seduto; costui aveva buttato il sigaro sul pianerottolo, lasciato il cappello in anticamera e teneva il capo abbassato sul petto: di nuovo, la lente pendeva sul soprabito, don Silvio era in uno dei suoi momenti di raccoglimento.«Io aspetto, don Silvio,» disse Sangiorgio, frenando a stento l'impazienza della sua voce.«Pensavo, Sangiorgio,» cominciò quietamente il ministro, «quanto il desiderio di ammazzarmi debba essere violento in voi.»«Molto violento.»«Da oggi, poi, deve essere irresistibile.»«Irresistibile.»«Avete torto, Sangiorgio,» soggiunse don Silvio, con molta dolcezza. «Perchè mi uccidereste? Sono vecchio, vecchio assai: quello che voi non farete, farà naturalmente la morte.»«Don Silvio!...» gridò l'altro, colpito improvvisamente.«È così: ho settantadue anni, ma ho vissuto la vita di tre uomini. Sono stanco e rifinito, dentro, come nessuno s'immagina. Cadrò, quandochessia, di un colpo solo. Mi potreste esser figlio, Sangiorgio: non vorreste uccidere vostro padre, voi, per raccoglierne l'eredità.»«Don Silvio, don Silvio, non dite!...»«Lasciatemi dire. Per questo non ci batteremo insieme, quantunque in me fosse forte il diritto di farlo e in voi grande il desiderio. Eppoi, saremmo ridicoli: io, così presso alla tomba, pretendendo aver risentimenti e passioni da giovanotto: voi così giovane, non avendo la pazienza di aspettare. Ridicoli, mai. Capisco la tragedia, in simili cose, quando vi è l'amore e la gioventù: non capisco la farsa. Meglio il disonore che la burletta, Sangiorgio.»«È vero, è vero.»«Eppoi... vi è Angelica...» soggiunse il vecchio marito pronunziando quel nome con una infinita soavità.Fu un silenzio prolungato, in quel piccoletto tempio dove la dea, assente, regnava sempre, invisibile.«Angelica è buona, non deve soffrire. Quando oggi ella si è buttata nelle mie braccia, tremante di paura, scongiurandomi di salvarla — e non tremate voi di gelosia, Sangiorgio, ella è una figliuola per me, — io che sapeva tutto il suo segreto, l'ho lasciata dire, poichè quel pianto, quei singhiozzi, quella disperazione erano lo scoppio della sua rettitudine, erano lo spettacolo di una coscienza che si ribellava contro il male.»«Voi sapevate il suo segreto, tutto?»«Sì, dal primo giorno. Ella non rammentava bene se fosse venuta qui, la prima volta, il due o il tre maggio, ma io sapevo bene che era venuta una domenica, due maggio; ella mi ha confessato di esser venuta qui una quindicina di volte, ma io sapevo meglio di lei che erano diciotto le volte che ci era venuta: sono ministro dell'interno. Ma non le ho fatto rimproveri,come non ne faccio a voi. Voi avete ragione di amarvi.»Sangiorgio alzò il capo umiliato per guardare negli occhi il vecchio marito malinconico.«Naturalmente,» riprese costui. «Angelica è bella, è giovane, è intelligente, avrebbe bisogno di una persona giovane, come lei, tutta a lei dedicata, che la sapesse apprezzare in tutte le sue belle e buone qualità, che vivesse con lei la vita in comune, la vita dello spirito e del cuore: invece ha un vecchio inaridito, scettico, distrutto, che ha una vecchia e ardente passione da alimentare, l'ambizione, la passione esigente, concentrata, rabbiosa di quelli che hanno passato i quarant'anni.«È naturale che Angelica preferisca voi a me: voi stesso, che volete e sapete ancora amare, che non avete ambizione, che non conoscete ancora questa febbre dell'anima che mai non si cheta, che avete il cuore pieno di fiducia e la fantasia piena di entusiasmo, voi preferite a tutto questa dolcissima ebbrezza dell'amore. Chi vi darà mai torto? Siete voi i più saggi, noi siamo i pazzi, noi meritiamo di essere burlati e ingannati, noi combattiamoper una illusione volgare, voi per una divina realtà! Io non posso rimproverarvi.»Sangiorgio ascoltava, con la faccia fra le mani, senza rispondere.«E poi...» riprese don Silvio, come se parlasse a sè stesso, «l'uomo, questa gran cosa, questa potenza, questa forza, questo complesso di forze, ha una legge che ne limita gli sforzi. Farai questo e non altro, dice questa legge, se non vuoi riuscire mediocre, inefficace in ambedue. Una sola passione potrai nutrire, forte, intensa, profonda: un solo ideale potrai desiderare, alto, lontano, inafferrabile; e la tua anima si dovrà consacrare tutta a questa unica passione, nulla te ne dovrà distrarre, e la tua volontà si dovrà intieramente concentrare nel desiderio dell'unico ideale, se vuoi raggiungerlo. L'amore, l'arte, la politica, la scienza, queste grandi efficienze umane, queste altissime forme di passione e d'ideale, vanno ognuna per sè, solitarie, tanto vaste che appena appena il misero spirito di un uomo può abbracciarne una sola. Non si è scienziato ed artista, non si è uomo politico ed amante, ammeno di non essere mediocre nelle due cose che si vogliono fare. Bisogna scegliere: le grandiforme umane dello spirito e del cuore sono egoistiche e chieggono grandi sacrifizi...»..........«Qual'è il desiderio di donn'Angelica?» chiese brevemente Sangiorgio, riscotendosi dalla lunga meditazione in cui era stato immerso.«Che voi partiate da Roma, Sangiorgio,» rispose don Silvio.«Partirò. Per molto tempo?»«Pel maggior tempo che vi è possibile.»«Darò le mie dimissioni. Potrò rivedere donn'Angelica? Non ho in questo momento neppure l'ombra del cattivo pensiero, domandando ciò.»«Ella desidera non vedervi.»«Bene. Le potrò scrivere, almeno?»«Ella vi prega di risparmiarla: intenderete il suo riserbo.»«Ditemi, Don Silvio, in nome di Dio, per questa ora che è la più dura della mia vita, non siete voi che la costringete a tutto questo? È ella libera?»«Ve lo giuro, figliuol mio, ella è libera,» dissedolcemente don Silvio, «a nulla la costrinsi. Voi potete vederla, se volete non mi opporrò. Ma sarà meglio per voi non vederla,» soggiunse, con profondità.«Soffre ella?»«Ha sofferto.»«Che dice ella di me?»«Conta sul vostro amore.»«Bene. Ditele che parto, che non ritorno più. Addio, don Silvio.»«Addio, Sangiorgio.»E sulla porta della strada, nella notte, si licenziarono.«Sentite, ancora, don Silvio. Sapevate che amavo donn'Angelica, che ella veniva da me e non temeste nulla?»«Io conosco donn'Angelica,» rispose don Silvio, con un accento profondo, allontanandosi.Francesco Sangiorgio intese: come don Silvio, ora, egli conosceva donn'Angelica, la donna che non sapeva amare...........Era scivolato, durante la seduta, negli appartamentidel presidente, non volendo lasciarsi vedere. Di là gli aveva scritto un biglietto, offrendo le sue dimissioni, per motivi di salute; un biglietto secco secco, senza nessuna spiegazione. Nel consegnare la lettera all'usciere, un gran tumulto era accaduto nei suoi nervi, un fiotto di sangue parea lo soffocasse: dopo averlo visto scomparire dietro la porta, egli si era rovesciato sulla poltrona di raso giallo, invecchiato, affralito, come se uscisse da una malattia di dieci anni. Aspettava, aspettava, non osando muoversi, non osando girare in quella Camera donde egli, in quel giorno, volontariamente si esiliava: temeva di farsi vedere, come un colpevole, temeva d'intenerirsi, temeva di buttarsi per terra a piangere su tutto quello che moriva in lui in quel giorno. L'usciere ritornò, con un biglietto del presidente: la Camera, come si usa, a richiesta dell'on. Melillo, gli accordava un congedo di tre mesi. Ma non capivano, dunque, che voleva andarsene? L'agonia, dunque, doveva ricominciare? Dovette scrivere di nuovo al presidente: assolutamente, era ammalato, non poteva più fare il deputato. Ora passeggiava su e giù, nel salotto presidenziale, come un leone in gabbia: eogni volta che arrivava presso la stanza da letto, un senso d'invidia lo afferrava.Lì dietro, sopra un lettuccio, dove era stato trasportato, colpito da un morbo improvviso mentre discuteva alla Camera, aveva agonizzato un atleta giovane e audace della finanza; lì aveva avuto il supremo bene di poter morire, come un soldato sul campo di battaglia: e Sangiorgio invidiava questo morto. L'usciere ritornò: la Camera accettava le dimissioni, vista l'insistenza; — il presidente aggiungeva qualche amichevole parola di rimpianto, augurando buona salute. Era tutto: ed era finito. Macchinalmente Sangiorgio cercò la medaglina, il suo orgoglio, il suo amuleto, e fra le mani gli parve erosa, assottigliata, come se l'avesse consumata un fuoco. E uscì di là, lentamente, resistendo al forte desiderio di guardare un'altra volta le sale, i corridoi, gli ambulatori, la biblioteca, labuvette, i saloni degli uffici; uscì senza rivederli, avendo paura d'incontrare troppi deputati, di dover dare troppe spiegazioni, di dover stringere troppe mani — e lo sentiva, sì, lo sentiva, se qualcuno, il primo capitato, gli dicevaaddio, egli sarebbe scoppiato in singhiozzi, senza vergogna, comeun fanciullo a cui è stata chiusa la porta della casa paterna. Meglio andarsene, come un indifferente, come un cattivo servo che non si ringrazia e non si saluta, che non vuol ringraziare e non saluta.A un tratto, sulla piazza di Montecitorio, sentì come un vuoto profondo in sè, attorno a sè. Gli pareva di non aver più nulla da fare, di non dover andare più in nessun posto, di non dover più vedere nessuno: tutte le cose, le persone, i fatti avevano subìto come una scolorazione. Non voleva nè camminare, nè mangiare, nè parlare, nè pensare, tutto gli sembrava inutile, tutto: istintivamente si recò all'Angelo Custode, nel vecchio quartierino dove l'estate accumulava tanta polvere, e al nauseante odore dei bacherozzi univa tutti gli altri cattivi odori che venivano dal cortiletto; là si buttò sul letto, bocconi, con la faccia morta nei cuscini, con le mani abbandonate, nella inerzia mortale. Non aveva cercato di rivedere Angelica: a che sarebbe servito? Forse che qualche cosa in lei o nell'amore si sarebbe mutato, rivedendola?Tutto era inutile, tutto. Aveva un forte debito col tappezziere, un altro con una banca popolarela necessaria rovina che porta con sè ogni amore onesto, ma illecito: ma che gliene importava? Avrebbe pagato, forse, quando avrebbe potuto, in un tempo vago: o se no, la rovina, tanto peggio, nulla poteva più commuoverlo, tutto era inutile, tutto. Non aveva voluto neppur rivedere il quartierino di Piazza di Spagna, tutto profumato e caldo ancora della presenza di Angelica, non aveva voluto baciare il posto ove ella si era seduta: le memorie doveano inabissarsi nel passato, le testimonianze del passato dovevano perire. Non aveva neppure voluto fare un giro per Roma, per la città prediletta, per la città dei suoi sogni, che lasciava fra due ore.Nulla serviva più a nulla: tutto era inutile, tutto.Giacchè tutto era finito, meglio sprofondarsi sul gramo lettuccio del quartierino mobigliato, fra il sudiciume e i cattivi odori; meglio non vedere, non sentire più nulla, poichè tutto era finito. E certo era un sonnambulo colui che andava su e giù, nello stanzone della stazione, avendo preso un biglietto di seconda classe per un paesello ignoto della Basilicata, poichè non gli bastavano i quattrini a comperarne uno diprima: era un sonnambulo che non vedeva le persone e le urtava, mentre aspettava la partenza del treno per Napoli; che non badava nè alla sua valigetta, nè al venditore ambulante che gli offriva i giornali, nè al vento estivo che facea vacillare le fiammelle a gas; era un sonnambulo colui che cercava il suo posto, sospinto dalla voce dell'impiegato.Che lungo sogno! Ai primi sbuffi del treno che parte, un grande colpo nel cuore che sveglia quel pallido sonnambulo; egli si affaccia allo sportello e vede Roma, nera, alta, immensa, nei suoi sette colli che brillano di lumi; e ritira il capo, si abbatte sul sedile, come morto. Poichè, in verità, Roma lo ha vinto.FINE.

Sotto il portone di Montecitorio, Francesco Sangiorgio s'indugiava, mentre dietro a lui gli uscieri avevano man mano spento il gas della biblioteca, delle sale di lettura e di scrittura, degli uffici: egli guardava il cielo stellato estivo e la piazza, non sapendo decidersi a ritornare in casa. Un'alta figura magra, venendo dagli Orfanelli, gli si accostò, traendosi di bocca il sigaro, piegando un po' le spalle:

«Buona sera, Sangiorgio,» gli disse. «Siete libero?»

«Buona sera, don Silvio. Libero.».

«Ho da dirvi qualche cosa.»

«Andiamo al ministero, allora?»

«No, no, non al ministero.»

«... A casa vostra?»

«Neppure. Preferisco venir da voi, Sangiorgio,» ribattè il ministro, brevemente, rialzando il capo.

«A piacer vostro,» rispose Sangiorgio, con lo stesso tono di voce, avendo inteso tutto. «Andiamo.»

Si avviarono per Piazza Colonna, taciturni, fumando i loro sigari, guardando le loro ombre che si disegnavano in terra, in quella notte lunare. All'angolo di Via Cacciobove, Sangiorgio volle voltare.

«Di qua?» domandò don Silvio, con un dubbio.

«Già.»

«Non abitate voi, Sangiorgio, in Piazza di Spagna, numero 62?»

«Avete ragione, don Silvio,» soggiunse ancora Sangiorgio, con freddezza.

Camminarono pel Corso, sempre senza parlarsi, incontrando quelli che uscivano dai teatri estivi, il Quirino, il Corea, l'Alhambra, e che malgrado la notte, riconoscendo l'alta statura del vecchio ministro, se lo indicavano, sottovoce, voltandosi ancora a guardarlo, pigliando Sangiorgio per un segretario, per un impiegato. Andavano lenti lenti. A Via Condotti non incontrarono più nessuno: nessuno a Piazza di Spagna. Il portoncino numero 62 era chiuso, maSangiorgio aveva la chiave, sebbene non ci fosse mai venuto di notte: per le scale oscure egli accese un fiammifero, don Silvio veniva di dietro, sempre fumando. Nell'anticamera l'antica lampada a olio, perpetua, gettava delle ombre tragiche sul nero cofano di nozze, di legno scolpito, sulle sedie dalla spalliera alta; nel salotto dove mai lume era stato acceso, Sangiorgio si trovò imbarazzato, girava col fiammifero in mano, non sapendo come far la luce; alla fine trovò un sottile candeliere di bronzo, pompeiano, in cui tre candele rosee erano infitte, e le accese. Si sedette, dirimpetto a don Silvio, già seduto; costui aveva buttato il sigaro sul pianerottolo, lasciato il cappello in anticamera e teneva il capo abbassato sul petto: di nuovo, la lente pendeva sul soprabito, don Silvio era in uno dei suoi momenti di raccoglimento.

«Io aspetto, don Silvio,» disse Sangiorgio, frenando a stento l'impazienza della sua voce.

«Pensavo, Sangiorgio,» cominciò quietamente il ministro, «quanto il desiderio di ammazzarmi debba essere violento in voi.»

«Molto violento.»

«Da oggi, poi, deve essere irresistibile.»

«Irresistibile.»

«Avete torto, Sangiorgio,» soggiunse don Silvio, con molta dolcezza. «Perchè mi uccidereste? Sono vecchio, vecchio assai: quello che voi non farete, farà naturalmente la morte.»

«Don Silvio!...» gridò l'altro, colpito improvvisamente.

«È così: ho settantadue anni, ma ho vissuto la vita di tre uomini. Sono stanco e rifinito, dentro, come nessuno s'immagina. Cadrò, quandochessia, di un colpo solo. Mi potreste esser figlio, Sangiorgio: non vorreste uccidere vostro padre, voi, per raccoglierne l'eredità.»

«Don Silvio, don Silvio, non dite!...»

«Lasciatemi dire. Per questo non ci batteremo insieme, quantunque in me fosse forte il diritto di farlo e in voi grande il desiderio. Eppoi, saremmo ridicoli: io, così presso alla tomba, pretendendo aver risentimenti e passioni da giovanotto: voi così giovane, non avendo la pazienza di aspettare. Ridicoli, mai. Capisco la tragedia, in simili cose, quando vi è l'amore e la gioventù: non capisco la farsa. Meglio il disonore che la burletta, Sangiorgio.»

«È vero, è vero.»

«Eppoi... vi è Angelica...» soggiunse il vecchio marito pronunziando quel nome con una infinita soavità.

Fu un silenzio prolungato, in quel piccoletto tempio dove la dea, assente, regnava sempre, invisibile.

«Angelica è buona, non deve soffrire. Quando oggi ella si è buttata nelle mie braccia, tremante di paura, scongiurandomi di salvarla — e non tremate voi di gelosia, Sangiorgio, ella è una figliuola per me, — io che sapeva tutto il suo segreto, l'ho lasciata dire, poichè quel pianto, quei singhiozzi, quella disperazione erano lo scoppio della sua rettitudine, erano lo spettacolo di una coscienza che si ribellava contro il male.»

«Voi sapevate il suo segreto, tutto?»

«Sì, dal primo giorno. Ella non rammentava bene se fosse venuta qui, la prima volta, il due o il tre maggio, ma io sapevo bene che era venuta una domenica, due maggio; ella mi ha confessato di esser venuta qui una quindicina di volte, ma io sapevo meglio di lei che erano diciotto le volte che ci era venuta: sono ministro dell'interno. Ma non le ho fatto rimproveri,come non ne faccio a voi. Voi avete ragione di amarvi.»

Sangiorgio alzò il capo umiliato per guardare negli occhi il vecchio marito malinconico.

«Naturalmente,» riprese costui. «Angelica è bella, è giovane, è intelligente, avrebbe bisogno di una persona giovane, come lei, tutta a lei dedicata, che la sapesse apprezzare in tutte le sue belle e buone qualità, che vivesse con lei la vita in comune, la vita dello spirito e del cuore: invece ha un vecchio inaridito, scettico, distrutto, che ha una vecchia e ardente passione da alimentare, l'ambizione, la passione esigente, concentrata, rabbiosa di quelli che hanno passato i quarant'anni.

«È naturale che Angelica preferisca voi a me: voi stesso, che volete e sapete ancora amare, che non avete ambizione, che non conoscete ancora questa febbre dell'anima che mai non si cheta, che avete il cuore pieno di fiducia e la fantasia piena di entusiasmo, voi preferite a tutto questa dolcissima ebbrezza dell'amore. Chi vi darà mai torto? Siete voi i più saggi, noi siamo i pazzi, noi meritiamo di essere burlati e ingannati, noi combattiamoper una illusione volgare, voi per una divina realtà! Io non posso rimproverarvi.»

Sangiorgio ascoltava, con la faccia fra le mani, senza rispondere.

«E poi...» riprese don Silvio, come se parlasse a sè stesso, «l'uomo, questa gran cosa, questa potenza, questa forza, questo complesso di forze, ha una legge che ne limita gli sforzi. Farai questo e non altro, dice questa legge, se non vuoi riuscire mediocre, inefficace in ambedue. Una sola passione potrai nutrire, forte, intensa, profonda: un solo ideale potrai desiderare, alto, lontano, inafferrabile; e la tua anima si dovrà consacrare tutta a questa unica passione, nulla te ne dovrà distrarre, e la tua volontà si dovrà intieramente concentrare nel desiderio dell'unico ideale, se vuoi raggiungerlo. L'amore, l'arte, la politica, la scienza, queste grandi efficienze umane, queste altissime forme di passione e d'ideale, vanno ognuna per sè, solitarie, tanto vaste che appena appena il misero spirito di un uomo può abbracciarne una sola. Non si è scienziato ed artista, non si è uomo politico ed amante, ammeno di non essere mediocre nelle due cose che si vogliono fare. Bisogna scegliere: le grandiforme umane dello spirito e del cuore sono egoistiche e chieggono grandi sacrifizi...»

..........

«Qual'è il desiderio di donn'Angelica?» chiese brevemente Sangiorgio, riscotendosi dalla lunga meditazione in cui era stato immerso.

«Che voi partiate da Roma, Sangiorgio,» rispose don Silvio.

«Partirò. Per molto tempo?»

«Pel maggior tempo che vi è possibile.»

«Darò le mie dimissioni. Potrò rivedere donn'Angelica? Non ho in questo momento neppure l'ombra del cattivo pensiero, domandando ciò.»

«Ella desidera non vedervi.»

«Bene. Le potrò scrivere, almeno?»

«Ella vi prega di risparmiarla: intenderete il suo riserbo.»

«Ditemi, Don Silvio, in nome di Dio, per questa ora che è la più dura della mia vita, non siete voi che la costringete a tutto questo? È ella libera?»

«Ve lo giuro, figliuol mio, ella è libera,» dissedolcemente don Silvio, «a nulla la costrinsi. Voi potete vederla, se volete non mi opporrò. Ma sarà meglio per voi non vederla,» soggiunse, con profondità.

«Soffre ella?»

«Ha sofferto.»

«Che dice ella di me?»

«Conta sul vostro amore.»

«Bene. Ditele che parto, che non ritorno più. Addio, don Silvio.»

«Addio, Sangiorgio.»

E sulla porta della strada, nella notte, si licenziarono.

«Sentite, ancora, don Silvio. Sapevate che amavo donn'Angelica, che ella veniva da me e non temeste nulla?»

«Io conosco donn'Angelica,» rispose don Silvio, con un accento profondo, allontanandosi.

Francesco Sangiorgio intese: come don Silvio, ora, egli conosceva donn'Angelica, la donna che non sapeva amare.

..........

Era scivolato, durante la seduta, negli appartamentidel presidente, non volendo lasciarsi vedere. Di là gli aveva scritto un biglietto, offrendo le sue dimissioni, per motivi di salute; un biglietto secco secco, senza nessuna spiegazione. Nel consegnare la lettera all'usciere, un gran tumulto era accaduto nei suoi nervi, un fiotto di sangue parea lo soffocasse: dopo averlo visto scomparire dietro la porta, egli si era rovesciato sulla poltrona di raso giallo, invecchiato, affralito, come se uscisse da una malattia di dieci anni. Aspettava, aspettava, non osando muoversi, non osando girare in quella Camera donde egli, in quel giorno, volontariamente si esiliava: temeva di farsi vedere, come un colpevole, temeva d'intenerirsi, temeva di buttarsi per terra a piangere su tutto quello che moriva in lui in quel giorno. L'usciere ritornò, con un biglietto del presidente: la Camera, come si usa, a richiesta dell'on. Melillo, gli accordava un congedo di tre mesi. Ma non capivano, dunque, che voleva andarsene? L'agonia, dunque, doveva ricominciare? Dovette scrivere di nuovo al presidente: assolutamente, era ammalato, non poteva più fare il deputato. Ora passeggiava su e giù, nel salotto presidenziale, come un leone in gabbia: eogni volta che arrivava presso la stanza da letto, un senso d'invidia lo afferrava.

Lì dietro, sopra un lettuccio, dove era stato trasportato, colpito da un morbo improvviso mentre discuteva alla Camera, aveva agonizzato un atleta giovane e audace della finanza; lì aveva avuto il supremo bene di poter morire, come un soldato sul campo di battaglia: e Sangiorgio invidiava questo morto. L'usciere ritornò: la Camera accettava le dimissioni, vista l'insistenza; — il presidente aggiungeva qualche amichevole parola di rimpianto, augurando buona salute. Era tutto: ed era finito. Macchinalmente Sangiorgio cercò la medaglina, il suo orgoglio, il suo amuleto, e fra le mani gli parve erosa, assottigliata, come se l'avesse consumata un fuoco. E uscì di là, lentamente, resistendo al forte desiderio di guardare un'altra volta le sale, i corridoi, gli ambulatori, la biblioteca, labuvette, i saloni degli uffici; uscì senza rivederli, avendo paura d'incontrare troppi deputati, di dover dare troppe spiegazioni, di dover stringere troppe mani — e lo sentiva, sì, lo sentiva, se qualcuno, il primo capitato, gli dicevaaddio, egli sarebbe scoppiato in singhiozzi, senza vergogna, comeun fanciullo a cui è stata chiusa la porta della casa paterna. Meglio andarsene, come un indifferente, come un cattivo servo che non si ringrazia e non si saluta, che non vuol ringraziare e non saluta.

A un tratto, sulla piazza di Montecitorio, sentì come un vuoto profondo in sè, attorno a sè. Gli pareva di non aver più nulla da fare, di non dover andare più in nessun posto, di non dover più vedere nessuno: tutte le cose, le persone, i fatti avevano subìto come una scolorazione. Non voleva nè camminare, nè mangiare, nè parlare, nè pensare, tutto gli sembrava inutile, tutto: istintivamente si recò all'Angelo Custode, nel vecchio quartierino dove l'estate accumulava tanta polvere, e al nauseante odore dei bacherozzi univa tutti gli altri cattivi odori che venivano dal cortiletto; là si buttò sul letto, bocconi, con la faccia morta nei cuscini, con le mani abbandonate, nella inerzia mortale. Non aveva cercato di rivedere Angelica: a che sarebbe servito? Forse che qualche cosa in lei o nell'amore si sarebbe mutato, rivedendola?

Tutto era inutile, tutto. Aveva un forte debito col tappezziere, un altro con una banca popolarela necessaria rovina che porta con sè ogni amore onesto, ma illecito: ma che gliene importava? Avrebbe pagato, forse, quando avrebbe potuto, in un tempo vago: o se no, la rovina, tanto peggio, nulla poteva più commuoverlo, tutto era inutile, tutto. Non aveva voluto neppur rivedere il quartierino di Piazza di Spagna, tutto profumato e caldo ancora della presenza di Angelica, non aveva voluto baciare il posto ove ella si era seduta: le memorie doveano inabissarsi nel passato, le testimonianze del passato dovevano perire. Non aveva neppure voluto fare un giro per Roma, per la città prediletta, per la città dei suoi sogni, che lasciava fra due ore.

Nulla serviva più a nulla: tutto era inutile, tutto.

Giacchè tutto era finito, meglio sprofondarsi sul gramo lettuccio del quartierino mobigliato, fra il sudiciume e i cattivi odori; meglio non vedere, non sentire più nulla, poichè tutto era finito. E certo era un sonnambulo colui che andava su e giù, nello stanzone della stazione, avendo preso un biglietto di seconda classe per un paesello ignoto della Basilicata, poichè non gli bastavano i quattrini a comperarne uno diprima: era un sonnambulo che non vedeva le persone e le urtava, mentre aspettava la partenza del treno per Napoli; che non badava nè alla sua valigetta, nè al venditore ambulante che gli offriva i giornali, nè al vento estivo che facea vacillare le fiammelle a gas; era un sonnambulo colui che cercava il suo posto, sospinto dalla voce dell'impiegato.

Che lungo sogno! Ai primi sbuffi del treno che parte, un grande colpo nel cuore che sveglia quel pallido sonnambulo; egli si affaccia allo sportello e vede Roma, nera, alta, immensa, nei suoi sette colli che brillano di lumi; e ritira il capo, si abbatte sul sedile, come morto. Poichè, in verità, Roma lo ha vinto.

FINE.

Opere di MATILDE SERAO(Edizione PERRELLA)I capelli di Sansone — Romanzo. Vol. di 424 pag.L. 4,—La leggenda di Napoli — 7º migliaio volume in 16º3,—Il Ventre di Napoli — Venti anni fa — Adesso — L'anima di Napoli. 5º migliaio volume in 16º3,—«Sterminator Vesevo» — Diario eruzione aprile 1906. Nuova edizione illustrata3,—Vesuvius the great Exterminator — Translated by L. Hammond2,—Il romanzo della fanciulla — 7ª Edizione, 20º migliaio. Volume di 364 pagine3,—Il Giornale — Conferenza0,50Le Amanti — pastelli, vol. in 16º di 336 pagine3,—Gli Amanti — 5º migliaio, vol. in 16º di 320 pagine3,—Dopo il perdono — Dramma in quattro atti2,—Lettere d'una viaggiatrice — 5º migliaio, volume in 16º di 480 pag.4,—Saper vivere — Elegante volume di 330 pag.3,—Lo stesso rilegato in peau souple con ornamenti in oro e astuccio4,50La Madonna e i Santi — Nella fede e nella vita. Vol. di 488 pag.4,—Nel paese di Gesù — Ricordi di un viaggio in Palestina3,—Il paese di Cuccagna — 23º migliaio. Vol. di pag. 480 pag.4,—

Opere di MATILDE SERAO

(Edizione PERRELLA)

Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (bugia/bugìa, danno/dànno, vari/varî e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (bugia/bugìa, danno/dànno, vari/varî e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.


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