SCENA QUINTA.

Nicoletta, Raimondo.

Prende per mano RAIMONDO, lo conduce con atto di graziosa violenza al piccolo divano, ve lo fa sedere e si siede di contro a lui su una bassa seggiolina.

Ed ora che siamo soli, signor colonnello esploratore, venga qua e discorriamo. Prima di tutto, ci diamo del tu, dunque?

Te l'ho già detto: con gran piacere.Sei tu che pare non ci riesca….

Io riesco in tutto quello che voglio. Soltanto, per riuscire più in fretta, ho bisogno di sapere se siamo amici.

Che domanda!?

Sino a ieri l'altro tu non eri un amico per me!

Da capo! È un'idea fissa!

Non negare; a che serve?

Io non so che diavolo ha potuto dirti, o lasciarti credere, o supporre Piero. Già, un innamorato come quello perde la testa e non sa più quello che dice.

L'hai sconsigliato, o no, dallo sposarmi?

Se non ti conoscevo? Se non sapevo chi tu fossi?

Ti sei informato, hai scritto, di laggiù, a degli amici di qui.

Questo è abbastanza naturale. Quando Piero mi annunziò che aveva conosciuto la signorina Nicoletta De Rienzi, e che se n'era innamorato e che pensava di chiederla in isposa…

E ti hanno dato, i tuoi amici fidati di Roma e di Milano, delle informazioni pessime….

No. Mi hanno detto….

Non ripeterlo. So quello che ti hanno scritto, e te lo ripeterò io stessa. E allora tu, naturalmente, hai sconsigliato Piero….

Decisamente sei male informata. Gli ho scritto questo: "Non mi chiedi consiglio, nè posso dartene da qui. Ti dico soltanto: pensaci bene prima di decidere. Non sei più un ragazzo, sei un uomo serio, un galantuomo, un lavoratore; devi sapere qual'è la donna che ti ci vuole per farne la compagna della tua vita. Non lasciarti vincere da una passione che potrebbe essere passeggiera. Medita lungamente, studia bene la fanciulla di cui ti sei preso o ti pare di esserlo. Se è degna di te, sposala, Altrimenti rinunciavi, lascia Milano, fai un viaggio, distraiti, dimentica".

Già, del resto, io non ti rimprovero, e non ti serberei rancore neppure se tu gli avessi detto chiaro e tondo: no, la signorina De Rienzi non è di quelle che si sposano, o, per lo meno, che un uomo come te deve sposare.

E come glielo avrei detto?… Ma sai che quasi mi spaventi? Perbacco, mi faresti credere che le informazioni ch'io ricevetti furono molto…. ottimiste, o per lo meno, incomplete. Perchè ti assicuro che non furono tali da suggerirmi un simile consiglio. Tu vai più in là degli stessi informatori miei.

Gli è che tutto è relativo. Chi mi conosceva bene a Roma, dove crebbi e vissi sino ai vent'anni, e a Milano dove venni ad abitare dopo, mi giudicava esattamente. Ma chi giudicava dalle apparenze, o per udito dire…. E poi, si sa, delle notizie sommarie che giungono da tre mila leghe di distanza, possono facilmente ingannare.

Ma….

Se ti dò ragione! In quello che hanno scritto ce n'era d'avanzo….

Ma che cosa mi hanno scritto, in nome d'Iddio?!

Vuoi che te lo dica io? Prima di tutto, che non avevo un soldo di dote.

Movimento di RAIMONDO.

No, scusa, per la gente seria e pratica, che ha esperienza della vita, questo è sempre un argomento fortissimo. E capirei perfettamente che tu….

Mi giudichi male. Tutta la mia vita sta a dimostrare che sono un uomo disinteressato. La stessa mia rinuncia al grado e all'impiego, per ridurmi a vivere con quel poco che posseggo, e che spendo in gran parte per soddisfare una passione di viaggi istruttivi, è una prova di disinteresse. Ma ti dirò una cosa che non sai. Sono celibe perchè non ho potuto sposare, anni fa, una fanciulla che amavo e ch'era povera. E non la sposai perchè ella, lealmente, mi disse che amava già un altro uomo. Vedi?

E sia! Andiamo avanti. Ti dissero ch'ero una ragazza cresciuta senza la mamma, poichè la mamma, pur non essendo morta…. più non esisteva…. per me; ch'ero stata allevata da una zia, sorella di mio padre, buona donna, ma niente altro che buona donna; e che il papà era uno spirito bizzarro, un misantropo, dedito soltanto ai suoi studi, certi studi di astronomia, ch'erano anch'essi una prova della stranezza del suo carattere. Il babbo non si occupava di me, e la povera zia non riusciva a frenarmi, a dominarmi, a educarmi…. all'italiana. E così, i più benevoli dicevano ch'ero allevata all'inglese. anzi all'americana, con una libertà di modi e una noncuranza delle forme da far strabiliare ogni onesto e assennato borghese? Nevvero? È così? Sono esatta?

RAIMONDO sorridendo.

Press'a poco.

Entrando nei particolari, ti raccontavano dei fatti enormi, di una impudenza inaudita. Andavo a cavallo, sola, ogni mattina, a Villa Borghese, e non arrossivo e non svenivo per la paura se deigentlemeno degli ufficiali mi si mettevano a lato, nei viali. Anzi, chiacchieravo con loro, e, incredibile ma vero, accettavo delle sfide di corsa, nelle quali, e non per troppa bontà dei cavalieri, giungevo prima, sovente, per varie lunghezze. Te l'hanno scritto questo?

Come sopra, accendendo una sigaretta.

Sì.

Togliendone una dall'astuccio.

E che fumavo?

Sì.

Le offre il fuoco

In pubblico?

Questo particolare non lo ricordo. Ma non ha importanza. Sono sempre meno gravi le cose che si fanno in pubblico. Spaventano di più quelle che si fanno in privato.

Io ne ho fatta una che era un misto tra il pubblico e il privato.

Mi metti in curiosità.

Te l'avranno scritta anche questa. Sono andata in pallone, con un capitano del genio. La partenza fu pubblica, naturalmente; ma quando fummo lassù si era in privato.

Questa non la sapevo.

Hai avuto dei cattivi informatori.

Un capitano del genio, hai detto?Come si chiamava?

Parella.

Un biondo, alto?

Sì, con un naso lungo così!

E fu un'ascensione felice?

Felicissima. Si discese ad Anzio, dopo essere saliti a 2000 metri. Io presi il treno e tornai a Roma, lui rimase a ripiegare il pallone. Quella volta però, ho avuto un piccolo scrupolo di coscienza, di essere stata meno americana del solito. Avevo una voglia matta di salire in pallone. Allorchè mi si presentò l'occasione, l'afferrai subito, pensa! Ma quando seppi che non si poteva salire che in due, rimasi titubante. Ricordo che insistetti perchè si accettasse nella navicella anche la zia. Impossibile: ho dovuto salir sola col capitano.

Si alza.

Infine, ti avranno detto che un giorno, essendomi stato riferito che un bellimbusto sparlava di mia madre, lo andai a cercare da Aragno, e trovatolo seduto a un tavolino, con parecchi amici, gli scaraventai due ceffoni che se li ricorderà sin che campa. Lo sapevi?

Questo sì. E lo scandalo che ne nacque.

Nessun scandalo. I suoi amici volevano protestare, ma tutti gli altri—il caffè era zeppo così—mi fecero un'ovazione. E un vecchio senatore, molto rispettabile, mi offrì la sua carrozza e mi riaccompagnò a casa. E sai che mi disse sul portone? Se avessi trent'anni di meno, signorina, salirei dal babbo a chiedere la sua mano. Lo ringraziai, e gli risposi che se avessi avuto vent'anni di più mi sarei offerta a lui per fargli da governante. Siamo diventati amici; e quando alla Camera si prevedevano degli scandali, mi mandava i biglietti per la tribuna riservata. Sai, gli scandali parlamentari sono i soli a cui possano assistere anche le signorine.

Però tuo padre volle trasferirsi aMilano.

Ah! Ti hanno detto che fu per questo? Niente affatto. Fu per la zia, che a Roma non poteva vedercisi. Perchè noi si è lombardi, e a Roma ci si era andati, quando ero bambina, per un capriccio della mamma. Quando la zia fu vecchia volle tornare, e si tornò. Pel babbo, qui o là, era la stessa cosa. Per lui si trattava di trasportare un mappamondo; e le stelle ci sono anche a Milano. Poi la zia morì, morì anche papà, ed io fui raccolta da vecchi amici, molto spaventati di questa tegola che era loro piombata sul capo….

E da cui Piero li ha liberati.

La parola è dura….

Scherzavo, come te.

….ma è esatta. Fu una liberazione per quella buona gente. Piero però, nella sua lealtà, ti avrà detto che nessuno, io meno di tutti, si fece nulla per….

Oh! non lo penso neppure! E, del resto, trovo che se ricambiavi il suo affetto, avevi bene il diritto di mostrarglielo o di lasciarglielo capire. Perchè son persuaso che per amore soltanto, non per interesse, hai accettato di diventare sua moglie.

Un breve silenzio.

Non rispondi?

Per amore?… No, l'ho sposato senza esserne innamorata.

Me lo dici con molta franchezza.

Non so mentire.

Davvero? Avresti questa sublime virtù?

Non so mentire sui miei sentimenti. Oh, le piccole bugie necessarie, quelle…! Perdio noi donne abbiamo la necessità assoluta di dir delle piccole e qualche volta anche delle grosse bugie….

Infatti qualcuna l'hai già detta anche a me.

Può darsi. Non ricordo. Ma sui miei sentimenti non so mentire. Ho accolta la domanda di Piero con molta gioia, anzi con un certo orgoglio. A venticinque anni, nella mia condizione, il trovar un uomo come lui, che si accendeva sul serio per me e che mi offriva il suo nome, era, e lo capii, una fortuna, e una grande soddisfazione. Non lo amavo, ma provai per lui un grande affetto….

Serio, quasi solenne, e insieme pauroso.

E dopo?

Dopo?

Adesso?

Gli voglio molto bene.

Siede al pianoforte. Un silenzio. RAIMONDO si alza, va vicino al terrazzo, butta la sigaretta, poi ridiscende.

Mi permetti una domanda indiscreta?

Tutte quelle che vuoi.

Sei mai stata innamorata?

Mai…. Ho avuto deiflirts…. sciocchezze da ragazza….

Dopo un breve silenzio, standole dietro, e posandole una mano su la spalla; con voce in cui è un'intima commozione rattenuta.

Cerca d'innamorarti di tuo marito.

Senza voltarsi, e posando leggermente la mano sulla tastiera.

Non sono cose che si fanno per progetto…. E poi, perchè? Io non so se non ne sarebbe guastata la nostra esistenza. Così, io l'ho reso e lo renderò felice.

Subito, quasi suo malgrado.

Chi sa?

Volgendosi a lui di scatto.

Ne dubiti?

No, ora egli è felice. È tanto innamorato!Speriamo che duri sempre.

NICOLETTA si alza.

Speriamo.

Si allontana.

Dopo breve silenzio.

Sei veramente una donna strana.

Perchè?

Hai detto uno "speriamo!" Mi pare che in te dovrebbe essere qualcosa di più e di meglio di una speranza: ma desiderio, ma proponimento, ma volontà che sia.

Son fatalista. Certo è che da parte mia farò di tutto perchè sia sempre così…. Ma….

Ma….

Il destino ci riserba talvolta delle brutte sorprese!

È triste quello che dici.

Forse. Ma è vero.

Un silenzio.

Non dovevi uscire oggi?

No. Perchè?

Domando. Non vorrei trattenerti, riuscirti importuno!

C'è un pensiero nascosto in quello che dici?

Come puoi supporlo? No, Nicoletta, non credermi quello che non sono. Non nascondo mai un pensiero. Dico sempre quello che penso. Perchè hai potuto supporre?

Perchè? Ebbene voglio dirtelo il perchè. Anch'io dico sempre quello che penso. Quando tu sei entrato qui dentro la prima volta, ieri l'altro, ho veduto in te un nemico.

Un nemico? Ora non scherzi più, dici sul serio. Un nemico?

Sì, la ragione non la so, ma è così.

È strano.

Ed è per questo che ho desiderato di rimanere sola con te, di parlarti, di dirti quello che ti ho detto; e di guardarti in faccia da sola a solo, e di udirti parlare, e di studiarti. Sono una donna forte, e guardo in faccia al pericolo, sempre. Sarai un amico o un nemico per me? Bada: essere nemico mio vuol dire essere nemico di Piero.

Non ti capisco. Queste tue parole mi paiono assai strane. Non ne afferro la ragione. La si direbbe una dichiarazione di guerra. E perchè? Temi qualcosa da me? Che io mi possa mettere tra te e tuo marito? Perchè? Sei la compagna adorata dal fratello che amo. Il desiderio mio è di volerti bene…. Le tue parole mi hanno assai turbato, te lo confesso. Se fossi sospettoso le giudicherei imprudenti.

Gli audaci sono sempre imprudenti. Ma non mi pento di aver detto quello che ho detto. Non ti pare che ora ci conosciamo meglio di mezz'ora fa? Desideri di volermi bene? Io pure lo desidero sinceramente.

Gli porge la mano.

La prende e la tiene nella sua fissandola.

Sei una donna strana.

Poi, come spinto da un impulso improvviso, le afferra la testa, tra le mani, la fissa ancor di più, negli occhi, e, con un po' di commozione nella voce.

Che c'è qui dentro? Ti giudico giustamente, o m'inganno?

Come mi giudichi?

Lasciandola e scostandosi un poco.

Non posso dirtelo adesso.

Con disinvolturaun poco forzata.

Ora scappo, è tardi, e ho tante cose da fare. A domani.

A domani.

Si avvia per la sala da pranzo.

Farò colazione con voi.

Sulla soglia si volge, e, scherzoso.

Possibilmente senza amici…. come quelli d'oggi.

Raggiungendolo sulla soglia.

Non ti piacciono? Me n'ero accorta.

Sarà un sacrificio?

No.

Arrivederci, Nicoletta.

Arrivederci, Raimondo.

Egli esce, ella lo segue con gli occhi. Sipario.

Giulietta, Raimondo, poi Fulvia.

Precede RAIMONDO ch'entra nella sala da pranzo col cappello in mano.

Il signore è uscito di buon'ora, come al solito. La signora è ancora nella sua camera, ma c'è la signora Giuliuzzi con lei.

Che appare agitato,in orgasmo.

Ah! Non importa, ditele che son qui e che ho bisogno di parlarle.

GIULIETTA si avvia verso la porta di sinistra, mentre ne esce FULVIA.. GIULIETTA la lascia passare, poi entra a sinistra. FULVIA. è in abito da mattina primaverile.

Oh, Raimondo, siete qui, così di buon'ora?

Seccato, s'inchina appena.

È un secolo, sono due secoli che non vi si vede. Neppure qui. Che diavolo fate?

Con tono secco, ma educato.

I due secoli si riducono, credo, a due settimane. Nè ho cessato di venir qui. Non ebbi la fortuna d'incontrarvi, ecco tutto.

Siete di cattivo umore?

Punto.

Certo è che non siete più assiduo, qui, come nei primi giorni.

Naturalmente. Non ho l'abitudine d'importunare il prossimo. E poi sono stato fuori, due o tre volte. Da qualche giorno, infine, sono molto occupato nell'arredo del mio alloggio.

Quando sarà in ordine m'inviterete a vederlo? Sono curiosa di ammirare il contenuto delle vostre venti casse congolesi.

Quando tutto sarà in ordine.

Mi avvertirete?

Contateci.

Decisamente non siete di buon umore…. Ero venuta a prendere Nicoletta per condurla al Tennis, ma quella dormigliona si è appena levata. Voi l'aspettate?

Sì.

E allora vi lascio. Quando ci vediamo?

Presto.

Davvero? Attendo un vostro biglietto per la visita al Museo.

Attendetelo.

Porgendogli la mano.

Orso!

RAIMONDO l'accompagna sino alla porta della sala da pranzo. Poi ritorna. NICOLETTA, in vestaglia, entra dalla sinistra.

Nicoletta, Raimondo.

Buongiorno. Cerchi di me?

Sì.

Vedendo il suo fare e l'aspetto del suo volto.

Così di buon'ora? Ti occorre qualcosa?

RAIMONDO torna a guardare nella sala da pranzo, come per assicurarsi che non c'è nessuno. Poi viene alla porta di sinistra, che NICOLETTA lasciò aperta, e la chiude con cura.

Che ha seguito quest'azione con un po' di stupore e anche di vago timore.

Che c'è?

Debbo parlarti. Ti prego, siediti.

Ella siede sul divano. Egli rimane in piedi appoggiandosi con la schiena al pianoforte, vicino a lei, così da dominarla con lo sguardo.

Dopo un attimo d'attesa, convoce bassa, calmo e reciso.

Tu inganni tuo marito. Hai un amante.

NICOLETTA sorge in piedi, fremente, ma con uno sforzo si domina e fissa RAIMONDO.

Neghi?

Ha un attimo di titubanza. Poi, in tono secco, quasi di sfida.

No!!

RAIMONDO piega la testa sul petto, come colpito da una mazzata. NICOLETTA indietreggia e si allontana un poco da lui.

NICOLETTA sordamente.

Se è un tranello che mi hai teso, ti è perfettamente riuscito.

Un breve silenzio.

Hai altro da dirmi?

Doloroso, ma sempre deciso.

Non è un tranello, no. Ho le prove.

Ah!

Ma avrei preferito che tu negassi, che tentassi almeno di negare. Questa tua impudenza mi atterrisce.

Mi pare di averti già detto che non so mentire.

Menti con tuo marito, pertanto.

Ha un fremito d'ira, sta per rispondere, invece gli volta le spalle, e mormora fra i denti.

Sciocco!

Hai detto?

Niente. Che hai da dirmi, ancora?

Che ho da dirti?

Si avvicina a lei e l'afferra al polso.

NICOLETTA svincolandosi.

Non mi toccare!

Si direbbe che vuoi sfidarmi! Hai già preso il tuo partito? Vuoi giocare d'audacia? E se accettassi la sfida? Se dicessi tutto a Piero?

NICOLETTA sicura.

Non lo farai.

Colpito, suo malgrado, ritraendosi d'un passo, e come assalito da un accasciamento improvviso.

È vero. Non lo farò. Ma se lo indovinasse? Se lo sapesse da altri?

Sarà affar mio il difendermi.

Ed è questo tutto ciò che trovi da dirmi?!

Non altro per ora.

Ma che donna sei? Che malvagia, che ignobile creatura ha dunque assunto il mio nome?

NICOLETTA fiera, sdegnosa.

Ti prego! Avevi la grande notizia da darmi: che mi hai spiata, che hai comperato un portinaio o un servo…. Me l'hai data. Ti sei cavato questo gusto abbietto e crudele. Sta bene. Ora basta. E non m'insultare. Sono in casa mia.

Sei in casa di mio fratello.

Con audacia sempre crescente.

Sono in casa mia!

RAIMONDO sta per prorompere. Il suo impulso è di precipitarsi su di lei, ma si frena e si vince. Convulso, fremente, tituba ancora un istante, poi si risolve: prende il cappello che aveva posato su una sedia e si avvia per uscire. NICOLETTA, che lo spiava con la coda dell'occhio, vedendolo avviarsi, ha ad un tratto una rapida visione paurosa di ciò che può accadere. Corre alla porta di fondo e lo richiama.

Di'…. scusa…. una parola ancora.

RAIMONDO, ch'era già scomparso, ritorna e si ferma su la soglia della sala da pranzo. NICOLETTA è ridiscesa verso destra e gli volge le spalle.

Sforzandosi di assumere un tono d'indifferenza, ma con un gran orgasmo nella voce.

Se non sbaglio, dovevi far colazione qui, oggi. Non verrai?

Ah no!

Allora…. avvertirai mio marito? Gli manderai un biglietto?

Non so…. sì, gli manderò un biglietto.

Per oggi. E domani? E domani l'altro? E…. sempre? Come spiegherai, a lui, di non mettere più piede qui dentro, di non aver più rapporti con me?… Perchè suppongo che….

Naturalmente.

E allora?… Sai, te lo domando unicamente per metterci d'accordo, se lo credi necessario…. per non contraddirci.

RAIMONDO è rimasto sulla soglia. Non risponde. Si copre il viso colle mani, come per raccogliersi, come se gli girasse la testa e instintivamente volesse fermarla.

Allora?

RAIMONDO doloroso.

Non so, non so. Bisogna che ci pensi. Non ho la…. vostra calma…. io, non ho un cuore di bronzo. Penserò al da farsi…. Mi fingerò ammalato…. poi lascierò Milano, per sempre…. Non so…. Oggi non sono in grado di decidere…. di provvedere….

Un silenzio.

Troverai modo di avvertirmi…. se lo crederai opportuno.

Si siede a destra.

Vi avvertirò, siate tranquilla.

Si avvia per uscire, ma fatti due passi, si arresta, si volge, ridiscende.

No, no! Bisogna decidere oggi. È urgente anzi. E poi, meglio uscirne, meglio finirla subito tra noi due.

Non può reggersi, e cade a sedere su una sedia, un poco discosto da NICOLETTA.

Ci siamo detti reciprocamente il nostro odio e il nostro disprezzo….

Moto di NICOLETTA.

Sì, sì, lo so: voi mi disprezzate e mi odiate per lo meno quanto io odio e disprezzo voi. È intesa. Dopo ciò, dopo quello che ho saputo, nessun rapporto è più possibile tra noi. Voi, forse, sapreste fingere, dissimulare e sopportare bene o male la mia presenza. Io no. Perchè niente vi scusa ai miei occhi. Neppure una passione fatale, invincibile. Voi non amate quell'uomo più che non amiate me, o Piero, o il primo che passi per la via. E avete un marito che vi adora, che sposandovi vi ha tolta dalla miseria e vi ha evitato di cadere nell'abbiezione a cui vi chiamava la vostra sorte. Vizio, dunque, vizio e non altro, del più sudicio e del più abbietto….

Si alza sdegnosa, fremente.

Scusate, è vero, non tocca a me il giudicarvi. Vi prego di sedervi e di ascoltarmi ancora per due minuti. Non pronuncierò più una parola che non possiate ascoltare tranquillamente.

Breve silenzio.

Siamo, dunque, due estranei da oggi. Ma siamo legati entrambi ad un essere che amo, al mio unico fratello, all'ultimo che mi rimane della mia famiglia. E bisogna evitare che egli conosca la sua sventura. Se dovrà conoscerla, e la sua vita ne sarà spezzata, distrutta, che non lo sia per opera mia nè per la vostra; in ogni modo che la catastrofe si compia il più tardi possibile. È giusto?

NICOLETTA china la testa, e la tiene chinata, ormai sul punto d'essere vinta.

S'io non verrò più qui, rimanendo a Milano, come giustificarmi? Per qualche giorno troverò dei pretesti. Poi me ne andrò. Non c'è altro mezzo. Per me, vivere qui o a Torino o a Roma, è indifferente. Andrò a stabilirmi a Torino.

A voce bassa, in cui è una commozione che cerca di vincere.

Come giustificherete questa risoluzione improvvisa? Piero troverà assurdo che non vogliate vivere dove è lui. Avete affittato un alloggio otto giorni fa; siete ora occupato ad arredarlo….

Cercherò il pretesto migliore. Saprò trovarlo. Fra un paio di giorni partirò d'improvviso, dicendogli che son chiamato per un affare. Prolungherò la mia assenza…. poi, poi troverò…. non saprei dire adesso; ma sento che saprò trovare qualcosa che gli parrà molto convincente….

Breve silenzio.

D'altronde è tutto ciò che posso fare, per non fargli e per non farvi del male…. E cercherò di farlo nel miglior modo.

Si alza.

E non ho altro da dirvi.

Breve silenzio. Egli sta per un momento indeciso, osservandola, scrutandola, mentre ella pure si è alzata e gli volta le spalle. Ella si trova accanto alla finestra guarda attraverso i vetri e tormenta nervosamente con una mano la cortina.

Questo mio disegno vi va?

Senza volgersi, a voce bassa in cui non è più nè asprezza, nè disdegno.

Siete voi che ha il diritto di decidere.

Permettetemi di dirvi ancora una cosa. Mi preme che giudichiate la mia condotta esattamente. Sono un soldato…. e poi, che conta? Soldato o no, sono un uomo d'onore e di coscienza. Se Pietro fosse un altr'uomo, avesse una fibra diversa, e se soprattutto non vi amasse come vi ama, di un amore pazzo ch'è passione frenetica dell'anima e dei sensi, io gli avrei rivelata subito la sua sventura e la sua vergogna. Geloso del suo onore come del mio; geloso del nome integerrimo che portiamo, avrei voluto ed imposto che si lavasse dell'onta che lo ricopre, che si togliesse al ridicolo che lo circonda, e che vi punisse scacciandovi da questa casa. Ma Piero non è un forte che nel suo lavoro. Fuori di lì, è una povera creatura, soggiogata da questa passione che si direbbe ingigantisca ogni giorno invece di calmarsi. Ho avuto paura di ucciderlo. Perciò ho taciuto, e tacerò sin che potrò….

NICOLETTA si volge di scatto e lo interroga con gli occhi.

Dipenderà un poco, anzi molto, anche da voi. Non vi chiedo quello che farete, i vostri proponimenti, le vostre intenzioni. Vi ho detto ciò che farò io. Ma vi avverto che starò a vedere ciò che farete voi. Vicino o lontano io saprò, ve ne avverto.

Breve silenzio.

È inutile che io scriva per scusarmi, oggi. Forse non saprei. Ditegli che fui qui ad avvertirvi. Siamo intesi?

NICOLETTA, un poco commossa, si volge a lui e accenna di sì.

Addio.

Si avvia per uscire.

D'improvviso, umile.

Raimondo?!

Questi si ferma, un poco sorpreso, si volge, la guarda; ella china gli occhi e sussurra.

Grazie.

Di che?

Di quel che fate.

Non lo faccio per voi.

Lo so. Ma non incrudelite, adesso!

Sincera, con slancio.

Oh se tu non mi avessi assalita, dianzi, come hai fatto, io mi sarei gettata ai tuoi piedi e ti avrei chiesto pietosamente di fare ciò che tu spontaneamente hai deciso di fare. Sono senza scuse, lo so. Non fu per vizio, come hai detto, no…. Non so, non so…. fu leggerezza, noia, il troppo amore di mio marito….

Oh!

Sì, sì, è orribile, è assurdo, lo so…. ma è così! Le donne come me bisogna non amarle troppo, o bisogna non dimostrarglielo…. Non mi difendo, non mi scuso…. E non ti chiedo perdono, bada!… E non faccio proponimenti, nè giuramenti, nè promesse…. Non crederesti. Voglio dirti questo: che mi preoccupo di Piero, quanto te, più di te. E non per interesse mio, te lo giuro. Se fossi una malvagia, un'abbietta creatura, non temerei di nulla. O mi perdonerebbe per non perdermi, perchè non può vivere senza di me, oppure…. oppure me ne andrei per la mia strada, quella che tu dici mi era riserbata. No, mi preoccupo di lui, e solo di lui. Ebbene…. ebbene….

Una pausa, si prende il capo tra le mani guardandosi d'intorno.

Oh Dio, mi smarrisco…. non so più…. non so più quello che volevo dire…. Ah! questo; temo che la tua partenza, per quanto tu faccia e dica, possa essere causa di sventura. Che egli non riesca a spiegarla e giustificarla…. comprendi? Di', comprendi?

Che l'ha ascoltata, immobile, impassibile, dubbioso.

Ebbene?

Ebbene, ti chiedo…. te lo chiedo per lui…. se non puoi e non vuoi rimanere….

A Milano? E venir qui? E vederti?

Sì.

Impossibile.

Senti: io metto la mia vita nelle tue mani. Sarai il padrone. Sarai il marito, il vero marito; Piero non è, non sa essere, non può essere che un amante: ed è ciò che m'ha perduta. Guarda: a saper fare si fa di me tutto quello che si vuole; in fondo, sono buona…. sono anche onesta…. non sorridere…. ti dico la verità: sono forte e buona. Dianzi, da principio, mi hai assalita, e mi son rivoltata, e in quel momento non so quello che avrei fatto. Se fosse entrato Piero, ti avrei denunziato, denunziandomi, per mettervi di fronte, con la speranza che il suo amore e la sua fede fossero più forti, e ti scacciasse per vendicarmi. Poi tutto è svanito. Hai detto delle parole buone, per lui, non per me, ti ho visto così commosso, così affranto, così disperato….

Brevissimo silenzio.

Non so più…. non so più dire…. decidi tu….

Cade affranta su una sedia.

Dopo un breve silenzio, rimanendo ritto, immobile.

Sai che cosa mi chiedi? di affrontare il ridicolo che si riverbera anche su di me, vivendo qui, dove tutti sanno la vergogna che ricopre il nostro nome…. E poi? E poi? Se tu fossi sincera!…

Rialzando la testa fieramente.

Ah!

Se si potesse crederti!

Si alza, e, dolorosa.

Più! Più! Più! Taci, ti prego….Se mi son tanto umiliata, io! io!Ma tu hai il diritto di non credermi.Parti, parti! Sarà ciò che Dio vorrà.

Si ode la suoneria del telefono che è nella sala da pranzo.

Con un sussulto.

Questi è Piero, senza dubbio.

Di nuovo la suoneria. Si vede GIULIETTA che vien dall'interno e si dirige all'apparecchio.

Ci vado io, Giulietta.

Va al telefono, GIULIETTA se ne va donde è venuta. Il telefono è posto alla parete che divide la sala da pranzo dal salotto, a destra della porta di comunicazione; cosicchè l'apparecchio non si vede, ma il pubblico vede NICOLETTA, quando sta a telefonare, col cornetto all'orecchio.

NICOLETTA telefonando.

Sei tu Piero?

Silenzio breve.

Sì, son io. Non riconosci la mia voce? Io riconosco la tua, e mi pare turbata. Che c'è? Che hai?…

Silenzio brevissimo.

Come, niente? Perchè mi hai chiamata?

Breve silenzio.

Sì.

Brevissimo silenzio.

Non sono uscita. Da dove telefoni?Dall'officina?

Silenzio un poco più lungo.

Non capisco.

Silenzio breve.

Posto pubblico? Dove?

Silenzio breve.

Ah!

Silenzio un po' più lungo.

Raimondo? è qui….

Movimento di RAIMONDO.

È venuto ad avvertirmi….

Prontissimo, facendo un passo verso di lei.

Non dite.

NICOLETTA non ebbe il tempo di udire le parole di RAIMONDO, getta un piccolo grido, e prosegue, affannosa, spaventata al telefono.

Un duello?!

RAIMONDO ha un gesto d'ira, di dispetto e si ritrae.

Hai detto un duello?

Brevissimo silenzio.

No, non sapevo, non….

Silenzio breve.

Che non veniva a colazione. Con chi?

Silenzio brevissimo.

Non sai? Ma…. vieni, subito…. prendi una carrozza.

Abbandona il cornetto ed entra agitatissima in salotto.

Vi battete?!… Con…. lui?… È lo scandalo che volete? È lo scandalo? Ora che cosa direte a Piero? Con chi vi battete, e perchè? E non me lo dicevate! E non mi avvertivate di nulla. E i vostri progetti di poc'anzi? Tacere, andarvene via. E vi battete? Avete sentito questo bisogno, questa necessità di vendicare il…. vostro onore…. Ah! è terribile, è mostruoso! Ora egli viene, fra cinque minuti sarà qui. Che cosa gli direte?

RAIMONDO freddo, calmo.

Vi prego, cercate di essere più calma.

Cade spossata su una sedia.

Ah!

Dimostratevi la donna forte che dite di essere. Perchè…. e per chi vi affannate tanto adesso?

Per chi?…

Sorge in piedi e, decisa, con forza.

Ebbene, per me, per me sola. Ciò che mi esaspera e che mi fa fremere d'ira, non di paura, è questa odiosa ed orribile situazione in cui voi mi ponete. Non posso agire, non posso lottare, non posso assalire o difendermi. Non posso far nulla. Ma era meglio che diceste tutto a mio marito! L'opera era più semplice, più spiccia e più completa; compievate con più sincerità il vostro…. dovere! Ed io avrei avuto il nemico di fronte, ed avrei preso il mio partito. Ma così? che faccio, io? Nulla. Non posso far nulla. Volete che mi accusi dinanzi a lui, ora, quando entrerà?

Ancora una volta, vi prego di calmarvi. Saprò giustificare questo duello come la mia partenza. Non temete.

Io non temo. È questa tortura che mi esaspera, questo dover vivere nell'incertezza, nell'attesa febbrile di ciò che può accadere, è l'ignoto che ho dinanzi a me. Perchè questo duello? A che scopo? Ah! Come non conoscete la donna! Non avete capito che può giovare più a lui, a quell'uomo, che alla vostra vendetta?

Dopo un breve silenzio.

Bisogna rendervi giustizia: siete di una sincerità…. spaventosa! Ma, vedete, ieri non ero in grado di far della psicologia, io! Quando vi ho veduta uscire dalla sua casa….

Ah! mi avete spiata!

Cade a sedere e lo ascolta fissa.

Eh! Che volete, fu più forte di me; bisognava che sapessi! Mi è salito il sangue al cervello, e fui indeciso per un momento, se affrontar voi o lui. Ma siete una donna, e siete la moglie di mio fratello. E ho affrontato lui.

E vi battete?! Oggi?!

Oggi, domani, non so. Attendo notizie. Forse, se avessi saputo dominarmi e riflettere, chi sa, non lo avrei fatto. Avrei capito, forse, che commetto una sciocchezza, per lo meno una cosa inutile. Ma col sangue alla testa non si ragiona. Del resto le cose furono combinate bene ed in fretta, tra noi due. Neppure i padrini sanno, per lo meno ufficialmente, la ragione dello scontro. La ragione è un alterco, uno scambio di parole grosse per una ragione futile.

Breve silenzio.

Ora che ci sono però, spero di ammazzarlo.

Volgendogli le spalle, con disprezzo.

E voi sperate che Piero vi crederà!

Perchè no? Se non dubita di nulla….

Io non so….

Come?!

Si alza nervosa, agitata.

Non so, non so più nulla, non capisco più nulla….

Si arresta in ascolto.

Una carrozza.

Corre sul terrazzo, guarda in istrada e ritorna rapidamente.

È lui.

Si avvia per uscire a sinistra.

Ve ne andate?!

Ah, sì! Non lo vedrò se non dopo che avrà parlato con voi.

Sulla soglia si ferma.

Anzi, siccome potrebbe chiamarmi, volermi vedere…. e io non voglio, così esco.

Uscite?!

Sì.

Che gli dirò di voi?

Niente: che sono nella mia camera.

Ma verrà a cercarvi….

Non vi preoccupate. Penso io.

E dove andate?

Da un'amica, da Fulvia….

Si volge a lui, lo guardaun momento; e poi:

Oh! vi leggo dentro! No, v'ingannate.Non andrò dove supponete….Mi conoscete male!

Esce per la sinistra.

Piero, Raimondo, poi Giulietta.

Viene dalla sala da pranzo, affrettato.

Sei qui, Raimondo?

Sforzandosi di apparire ilare e disinvolto.

Son qui.

Ti batti?

Mi batto! E poi? Che gran guaio?C'è di che mettersi in ansia?

Col Pucci?…

Poi subito, e nella domanda è, sebbene dissimulato, il tono di chi indaga.

Perchè?

Chi ti diede la notizia ti avrà detto la ragione.

Salvadori, che ho incontrato sotto i portici e che era imperfettamente informato. Uno dei padrini del Pucci è un avvocato, molto amico suo, che gli aveva detto in confidenza….

Che cosa?

Del duello, per un alterco.

Ecco.

Salvadori credeva che io sapessi.Perche non mi hai avvertito?

È cosa di ieri sera. Oggi ti avrei avvertito. Son venuto qui ora, per dire che non farei colazione con voi. I miei padrini mi hanno dato convegno per mezzodì.

Chi sono?

Due colleghi, Ridolfi e d'Ajala.

Ed io?

Tu?

Non potevo esserci io ad assisterti?

No, Piero. Non saresti un buon padrino, almeno per me. Poi non è nell'uso. Meglio due militari. Sanno sbrigare le cose in fretta. Dicevo, dunque, che se ti avessi trovato in casa ti avrei data la…. grande notizia, altrimenti contavo di scriverti o di telefonarti.

E non avevi detto niente neppure a Nicoletta?

Naturalmente. Le donne si spaventano per così poco! Anche tu però mi pare….

Ah! Raimondo, sono in un'ansia terribile.

RAIMONDO abbracciandolo.

Ma sei matto da legare! Non sai che buffa cosa sia un duello?

Talvolta ci si rimane.

In uno su mille, su diecimila, e, ancora, è una disgrazia, un caso fortuito come se ti casca un comignolo sul capo.

Ma, insomma, perchè ti batti?

Siede.

Se dovessi dirtelo esattamente, non lo saprei. Ho dei ricordi confusi. So che è per una sciocchezza. Una discussione, fattasi vivace ad un tratto….

Dove?

Alla Scala.

Ieri sera?

Sì, nel ridotto.

C'era gente, naturalmente?

Non un cane. Durante l'atto. Il ridotto era deserto.

Discussione su che?

Ma…. sulla guerra, pensa! Sul militarismo, sui guerrafondai…. Posa un poco a socialista, quel Pucci, eh? Non lo sapevo. Insomma una stupidaggine.

E per una stupidaggine!… Non si poteva accomodare la cosa? Con delle spiegazioni?

Eh, no! Senza accorgercene siamo venuti a delle parole grosse. Credo di avergli dato dell'imbecille, e del cretino…. non so bene. Già, te lo confesso, non mi è mai stato simpatico. Poi, forse, ieri sera ero di cattivo umore…. E infine, è curiosa, da che non sono più militare son diventato militarista e sento di più adesso lo spirito di corpo che allorchè vestivo l'uniforme….

Si alza per togliersi dalla tortura ed andarsene.

Alzandosi e seguendolo.

Ma dimmi, condizioni lievi nevvero?

Sì…. credo. Ho data piena facoltà ai miei testimoni.

Spero che avranno un po' di buon senso. Ma dei militari…. quelli non gli par vero….


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