—Perchè più, questa brutta parola?—rispose con dolce rimprovero.—Quando si è giovani bisogna vivere il più allegramente possibile.
—Servite Domino in laetitia,—intervenne sardonicamente il dottor Leoni.
—Questo consiglio, caro dottore, è forse più profondo di quanto non paia: la malinconia può diventare facilmente un rimprovero contro Dio per la parte assegnataci in questo mondo. Ecco perchè bisognerebbe saper portare come un peso leggero anche il dolore.
De Nittis, prevedendo una delle loro solite discussioni, sorrise.
—Per riceverne il premio in paradiso, non è vero? Il dolore si deve sopprimere qui, colle ingiustizie che lo producono.
—Potrete sopprimere il dolore nelle malattie? Dovrete prima sopprimere queste, e prima ancora di queste, la morte, che ne è la gran causa. Voi siete socialista, dottore, e io sono prete: siamo dunque vicini; ambedue vorremmo correggere il male e consolare il dolore, ma voi cancellate il cielo. Che cosa vi resta? Chi avreste contentato, trionfando col vostro sistema? Coloro che avevano fame, e coloro che avevano freddo: ma che cosa darete dopo anche a questi?
Lamberto ascoltava, preso già nell'interesse della disputa, perchè la figura del medico gli era subito spiaciuta.
—Quando l'uomo avrà il necessario…
—S'accorgerà tosto che vale anche meno del superfluo,—fu pronto a ribattere il prete.—Oramai l'utopia socialistica non può ingannare più alcuno: è un appello, una promessa di piaceri brutali in un oblio convenuto di tutti i più alti e necessari dolori. Supponete che questo bambino così bello muoia, malgrado tutta la vostra scienza,—seguitava impetuosamente, senza accorgersi della sconvenienza così angosciosa per Bice di questo esempio, ma poi lo sentì ad un suo sussulto, e dovette nullameno proseguire perchè era troppo tardi:—che cosa potrebbe dare il socialismo al cuore dei due genitori? Sapete che cosa sarebbe la vostra nuova città? Un refettorio al pianterreno, un dormitorio al primo piano: dovreste incaricare i cuochi di consolare tutte le afflizioni con una doppia razione di budino. Ma quello, che voi giudicate il superfluo, è invece per l'anima umana il più necessario, è la fede nell'ideale di un'altra vita, in una giustizia, che la società non potrà mai applicare, perchè la natura stessa non può contenerla quaggiù. Non vedete come la natura è apparentemente ingiusta nella distribuzione della salute e della vita?
Il dottore non trovò subito la risposta.
—Convenite almeno,—disse poi coll'aria di chi vuol troncare una discussione, nella quale certamente saprebbe vincere, se la cortesia di altri riguardi non glielo impedisse:—convenite almeno che la società è male organizzata. La pace armata negli ultimi vent'anni ha già costato all'Europa oltre cento miliardi: quante miserie si sarebbero guarite con questa somma!
Il capitano sentì l'allusione.
—Molte certamente, ma altre peggiori avrebbero potuto prodursi senza la salvaguardia dell'esercito.
—La guerra è sempre stata, fino ad oggi, un male necessario,—ribattè don Gregorio.
Ma Bice s'intromise opportunamente con un sorriso.
—Non farete dunque mai la pace voialtri due?
Tutti si volsero.
—Eppure cercate la medesima traccia, voi, dottore, cogli occhi bassi, voi, don Gregorio, cogli occhi in alto; v'incontrerete in fondo all'orizzonte, dove la terra tocca il cielo.
—Ah!—esclamò Lamberto commosso d'ammirazione,—sei sempre la Bice di una volta; mentre invece la signora Giulia, un po' seccata, la guardava senza aver ben capito le sue ultime parole.
Ma Nello produsse ancora una diversione; tutti si alzarono dirigendosi dal giardino verso il bosco, che si allungava cupo di abeti a fianco della villa. Il sindaco aveva offerto il braccio alla signora Giulia, e dentro quel largo soprabito nero, colla pelle bruciacchiata dal sole, pareva anche più secco; don Gregorio, rimasto alquanto addietro con Bice, s'accorse della tristezza più desolata del suo volto. Ella seguiva coi grandi occhi neri il bambino, che sgambettava dinanzi a tutti senza berretto.
—Signora Bice,—le disse improvvisamente con uno sforzo, che gli faceva tremare la voce.
Ella lo guardò; don Gregorio si era già nuovamente confuso, ma superando la propria emozione:
—Veda—seguitò—avrei voluto domandarglielo prima: ella non spera più da Dio la benedizione di un bel bambino come quello là? Io sono vecchio…. credo di aver indovinato il suo dolore, ma badi che non bisogna essere più prudenti di Dio, rifiutando di esporci di nuovo ad una disgrazia, colla quale ha voluto provarci. Dio è buono, signora Bice; egli comprende meglio di noi i nostri bisogni, ma vuole tutta la nostra confidenza. Anch'io non sono che un povero prete, ma dovevo dirle questo; ella, signora Bice, non vorrà aversene a male, se mi sono espresso come ho potuto.
Invece le parole gli venivano fluenti sulle labbra. La sua faccia ne rimaneva come illuminata, mentre le mani non abbastanza pulite gli tremavano leggermente.
Bice rattenne a stento uno scoppio di pianto.
—Speri, speri, lei è giovane ancora.
—Come è bello!—esclamò poco dopo, mostrandogli il bambino, che in quel momento era corso ad abbracciare le gambe del padre.
—Ebbene, io voglio credere di battezzarne presto un altro,—si affrettò a rispondere, perchè la signora Giulia ritornava verso di loro.
Ma durante il pranzo Lamberto, col quale il sindaco cercava di sfoggiare tutte le proprie cognizioni di buon amministratore, venne a parlare di cavalli per l'esercito e del loro allevamento non abbastanza incoraggiato dal governo nelle campagne. La razza friulana era già perita, quella delle Maremme, così famosa un tempo, e che aveva fornito a Napoleone I i cavalli più resistenti nella grande campagna di Russia, non era più riconoscibile; le altre dell'Agro romano non davano risultati, i cavalli sardi erano cavalli da bimbi. Lamberto, fanatico pei cavalli inglesi, spiegava tutto ciò coll'esaurimento del sangue negli stalloni, cui bisognava comprare in Inghilterra moltiplicando le stazioni di monta, e non ricevendovi cavalle difettose. L'Italia era rimasta ultima in Europa in questa produzione così importante; si conoscevano cavalli normanni, andalusi, russi, inglesi, meklemburghesi, ungheresi, ma non vi erano cavalli italiani; il loro tipo mancava sui mercati. La nostra cavalleria, montata sugli scarti delle altre nazioni, era condannata in caso di guerra ad una pericolosa inferiorità.
—Tutte le nostre razze sono così,—proseguiva,—i buoi, i cani, le pecore, i polli: se lei va in Inghilterra vedrà delle meraviglie, e non sarebbe difficile farne di simili. È questione d'incrociamento, bisogna escluderne gl'individui affetti da vizi ereditari: ciò vale anche per la razza umana.
Don Gregorio guardò Bice.
—Per la razza umana, signor capitano, non si può giudicarla alla stessa stregua.
—Lei non lo crede, ma tutta la scienza moderna le dà torto: lo domandi,—seguitò imprudentemente Lamberto riscaldandosi in questo suo terna favorito, che faceva le spese di tutti i discorsi al reggimento;—lo domandi al professore; oggi si è provato che anche la delinquenza è ereditaria. Veda, per esempio, l'Agro romano è un territorio dei più malsani, eppure i butteri sono forse gli uomini più belli d'Italia: perchè? Perchè vi nascono si può dire a cavallo, e ne discendono solamente per essere seppelliti; i bambini a questa vita non resistono che essendo molto forti. In molti secoli con tale selezione si è formata una magnifica razza.
—Me li ricordo anch'io,—disse il sindaco: sono ammirabili.
De Nittis così interpellato dovette assentire con un cenno del capo, ma un turbamento gli era passato negli occhi; Bice si era piegata verso Nello, che in ginocchio sulla sedia s'impiastricciava le manine nel piatto, mentre la mamma lo sgridava:
—Oh il porcellino!
Ed egli voltava la grossa testa rosea verso di loro con un sorriso trionfante sui labbruzzi sporchi, che lo rendeva anche più bello.
—Ma scusi, don Gregorio,—si ostinò Lamberto:—oramai questa non è più una questione.
—Cioè…. mi permetta allora di rinnovarla. Non voglio discutere gli allevamenti animali, perchè non sono competente a giudicare sulle cause dei miglioramenti ottenutivi, e saranno magari dovuti ad una più logica scelta nell'incrociamento….
Il capitano sorrise di questa concessione.
—Ma quanto alla razza umana ho diritto di affermare, che le sue leggi sono così diverse da quelle delle altre razze, come la missione affidatale da Dio. Che cosa sappiamo noi sul perchè e sul modo della nostra vita? Certo vi è un animale in noi, un corpo soggetto alle necessità della materia, ma l'anima, che vi sta dentro, non può essere spiegata colle condizioni fisiche di esso. Coloro che paiono i più deboli, sono spesso i più forti; poi siete ben sicuro che il muscolo sia sempre in noi il più resistente, e il più longevo fra noi il più robusto? Oggi si fa un gran discorrere di eredità per scusare tutti i difetti con questa spiegazione: è il suo temperamento, i suoi genitori erano così! Io non lo credo.
—Non si tratta di fede, ma di fatti.
—Provateli dunque. Mio padre era un giuocatore, io giuoco; è una eredità? Vi è dunque in noi un organo anche pel giuoco; ma se vi è, come passa nel bambino al momento della sua generazione? Che cosa sa la scienza, di questa generazione? Nei primi mesi del feto essa è costretta a dichiarare che non può nemmeno precisarne l'umanità. Mi permetta ancora, signor capitano, una obbiezione e non parlo più. Il bambino preesiste, o si forma nel momento che diciamo della generazione? Nessuno può affermare nè l'uno nè l'altro, giacchè le due ipotesi sono egualmente assurde per la scienza, e la terza non v'è. Se preesiste, vi sono già forme di uomo vuote, che la generazione riempirebbe ed imprimerebbe di certi caratteri dei due genitori: ma che cosa sono allora queste forme, dalle quali uscirebbero gl'individui umani? Se il bambino non preesiste, la sua individualità come deriva dalla dualità dei genitori? Era nell'ovo, o vi è immesso? Se vi era, la madre è tutta la generazione, e le obbiezioni di prima ritornano; se vi è immesso, preesiste dunque nel padre, e siamo ancora dentro la stessa obbiezione. Vedete bene che per la nostra logica il fatto della nascita è sempre egualmente impossibile. Ma veniamo all'eredità: questo bambino somiglia ai genitori; comunque sia di lui, preesistesse loro, o sia stato creato dal loro incontro, è uscito alla vita da un ovo, nel quale si è compito il fatto della sua somiglianza con essi. Per quale processo le loro due fisonomie hanno formato la sua? Nell'attimo unico della generazione, come il colore degli occhi del padre e la forma degli occhi della madre hanno potuto passare in lui che non aveva occhi? Forma e colore passano dunque senza la cosa? Eppure passano: d'accordo, ma confessate che tutto ciò è assurdo, inesplicabile, per la nostra scienza, come la nascita. Mio padre gioca, io gioco; questa è ancora una trasmissione come quella del colore de' suoi occhi ne' miei? Con quale diritto la vostra, la mia ignoranza lo affermerebbero? Io ho un'anima, una mente, una volontà, giuoco perchè voglio giuocare: ecco tutto. Queste famose leggi dell'eredità non sono che riapparizioni dei medesimi fatti nei padri e nei figli, spesso anche assai male osservati. Vi è una eredità, nella quale il nostro spirito resta libero, secondo il dogma cristiano del peccato originale, mentre la vostra scienza la falsifica pretendendo di sopprimere con essa la nostra libertà morale. L'uomo nasce nel peccato, ma al bene: la sua anima può assorgere a tutte le virtù, e precipitare in tutti i vizi: ecco la verità cristiana, che nessuna scienza potrà mai smentire.
E si fermò come ansante; tutti lo avevano ascoltato attentamente, quantunque non afferrando sempre bene il valore di quelle argomentazioni. Lamberto guardò il dottor Leoni, al quale sarebbe scaduta per diritto la risposta, ma questi, contento di vederlo imbarazzato, si volse invece a don Gregorio:
—Eh! avete portato il problema alla radice.
—Io non posso risponderle,—replicò allora il capitano.—Vi sarà benissimo un mistero anche per la scienza, ma basta guardarsi intorno, dappertutto, per trovare giuste le mie osservazioni. Io non mi sono ammalato che una volta: il medico, prima di esaminarmi, m'interrogò su' miei genitori.
—Non nego questo, mi oppongo solo alla pretesa di voler spiegare tutta la vita umana con leggi animali, che spessissimo non sono nemmeno leggi.
Don Gregorio si accorgeva di aver fatto peggio ad approfondire simile questione, ma trascinato dall'impeto dialettico della vittoria, avrebbe voluto lanciare al capitano un ultimo razzo, che dissipasse nel cuore di Bice tutte le paure lasciatevi dalla morte del piccolo Giulio. Quelle teoriche sull'atavismo uccidevano al tempo stesso la religione e la vita. Come osare di essere padre, sapendosi affetto da una inguaribile malattia ereditaria? Certo la maggioranza della gente non vi pensava, ma e coloro invece che vi pensassero? Come accorderebbero la coscienza coll'istinto? La sua fede e il suo buon senso si ribellavano del pari a queste leggi, avendo anch'egli nella propria esperienza visto spessissimo il contrario, genitori buoni avere figli pessimi, e da genitori malaticci uscire figli robusti. Adesso l'ultima teorica dei microbi annullava tutte le famose leggi dell'eredità patologiche, riproducendo nella natura la legge cristiana: gli uomini essere egualmente immersi in tutti i morbi e in tutti i peccati, e la loro salute fisica o spirituale non risultare che dalla resistenza oppostavi.
Queste idee, raccolte da tempo in una delle sue prediche meglio riuscite, gli si ripresentavano tumultuariamente nella memoria, mentre il cuore gli doleva di avere offeso quelle due anime già così infelici, intendendo invece a consolarle. Una vergogna lo sorprese fra tutti quegli sguardi, che sembravano aspettare come sarebbe uscito da tale scabra situazione.
De Nittis dovette generosamente soccorrerlo; il suo sguardo cadde prima su Bice.
—Avete difeso validamente la vostra religione, don Gregorio, ma nemmeno essa ha diritto di rinfacciare alla scienza il mistero, dopo esserne egualmente ricinta. Come in ogni epoca d'incredulità religiosa, oggi si dogmatizza su tutto colla stessa facilità di altri tempi a credere; eppure si sa così poco! Se le nostre osservazioni resteranno eternamente strette fra microscopio e telescopio, mentre la verità è forse al di là d'entrambi, le nostre più salde certezze non sono che l'accordo di una prima ipotesi con alcune altre; ma senza la fede istintiva, che è in fondo alla nostra intelligenza, cosa ci resterebbe di esse? La fede sola, questa vittoria sull'incomprensibile, può salvare la vita incomprensibile anch'essa come l'amore.
—Avrei voluto dire così anch'io!—esclamò don Gregorio.
Tutti sorrisero, meno il dottore Leoni intento nel volto di Bice durante tutto quel discorso.
Ella si era voltata verso il marito con un moto passionato: una luce spirituale le brillò repentinamente sul viso, ma quel dubbio supremo, nel quale egli parve voler disciogliere tutte le realtà della vita, e che aveva entusiasmato don Gregorio come una mistica formula cristiana, ve la spense.
Il pranzo si protrasse ancora meno animato; il dottore affettava il silenzio, Lamberto ed il sindaco, disorientati dalle ultime parole di De Nittis, non trovavano più l'accento ordinario della conversazione, mentre la signora Giulia seguitava a rimpinzare Nello sempre in ginocchio sulla sedia, e col tovagliolo annodato al collo, che lo faceva sembrare anche più grosso.
Poi, quando passarono nell'altra sala a prendere il caffè, il dottorLeoni disse a don Gregorio con un sorriso enigmatico:
—Chi volevate dunque persuadere con quel vostro attacco contro le leggi dell'eredità, le più sicure della scienza moderna? Voi stesso non potreste dubitarne dopo la morte del loro bambino: credete che vivano separati?
La domanda era così brutale, che l'altro ne sofferse; alla propria volta guardò acutamente il dottore.
—Voi mi domandate un secreto che non ho, e che non potrei rivelare in alcun modo. Perchè me lo chiedete? La loro sventura è una delle più terribili, che io abbia incontrato nella mia oramai lunga carriera di prete, ma lo è forse diventata maggiormente per le parole di voialtri medici. Secondo il verdetto della vostra scienza, le loro nozze sarebbero colpevoli, mentre il matrimonio cristiano, lasciando a Dio il segreto della generazione, ignora tali colpe. Quella povera signora soffre il più straziante dei martirii nella propria maternità.
—Perchè ha ella voluto sposare un vecchio, essendo lei stessa così debole?
—La sua cattiva eredità sarebbe dunque diventata buona, sposando un giovane come voi?
Bice veniva appunto verso di loro con una tazza nella mano, ma siccome don Gregorio non prendeva mai caffè, la tazza toccò al dottor Leoni, che arrossì impercettibilmente facendole il solito piccolo inchino. Gli occhi di don Gregorio diventarono malinconici: il dottore amava Bice, ma come avrebbe potuto capire un'anima simile?
La conversazione seguitò ancora sino alle nove, poi la carrozza venne a postarsi dinanzi alla porta per riaccompagnare in paese don Gregorio, il dottor Leoni e il sindaco; il vecchio prete era solito a coricarsi presto, e il dottore aveva tuttavia qualche visita importante da fare. Il sindaco si attardava nel complimentare la signora Giulia.
Quando furono partiti, Lamberto chiese a Bice:
—È questa tutta la gente della tua conversazione?
—Nemmeno questa: don Gregorio viene qualche volta, gli altri due quasi mai.
—Come si fa a passare il tempo allora?—esclamò ingenuamente la signora Giulia.
La tristezza della casa si appesantiva su tutti. Quella grande villa, con un giardino ed un bosco principesco, era muta; le sue ricche sale parevano disabitate, tutti i servitori erano vecchi, non si udiva strepito di cavalli, di cani o di bimbi, che la facessero vibrare della propria vita. Fuori sul prato, nell'ombra rotta dai due grandi fanali a fianco della porta, si travedeva qualche vaso, e un poco più lungi, a sinistra, i primi gruppi degli abeti si alzavano come un fumo dapprima compatto, poi meno denso in alto, dentro la notte. Non aliava vento; solo il murmure del fiume si allontanava mestamente per il fondo della valle.
Benchè la notte fosse tiepida, rientrarono nell'andito.
Gli ultimi discorsi furono naturalmente di Roma, ove Lamberto sperava di ritornare nell'inverno passando dalla cavalleria allo stato maggiore; quindi la signora Giulia insistè per cavare da Bice una promessa di venirli a trovare nel loro appartamento a Roma. Si capiva dalle parole che desiderava di mostrarglielo.
L'altra si schermiva: De Nittis, colla solita signorile affabilità, acconsentiva a tutto senza aggravare colle proprie esortazioni quegli inviti.
Nello dormiva già sulle ginocchia di Margherita.
La carrozza aspettava nuovamente sul prato dinanzi alla porta, maLamberto propose invece di andare alla stazione a piedi.
—Scommetto che tu, Bice, cammini troppo poco.
Ella sorrise.
—Ma il bambino….
—Vedrai che non piange svegliandosi.
Infatti, quando lo destarono, si stropicciò gli occhi e chiese per la prima cosa da bere.
Alle dieci si avviarono, Lamberto dinanzi con Bice e Nello dall'altra mano, De Nittis dietro loro colla signora Giulia che, malgrado le sue istanze, non aveva voluto mettersi la piccola giacca inglese. Appena fuori del prato, quasi sommerso nell'ombra degli abeti, la notte parve loro più chiara, le stelle scintillavano a miriadi, la strada era bianca. Bice e Lamberto camminavano adagio, senza parlare. Involontariamente pensarono entrambi al passato, a quella illusione di amore, entro la quale avevano vissuto parecchi anni, e che un giorno si era dissipata all'improvviso, lasciandoli indifferenti l'uno per l'altra. Ora nulla avrebbe potuto più riavvicinarli. Le loro vite divergevano verso una meta egualmente inconoscibile, obliandosi reciprocamente a poco a poco: non erano passati cinque anni dal loro ultimo abboccamento in casa della contessa Ginevra, e nel rivedersi solamente allora per la prima volta, avevano potuto riconoscersi appena. Egli era un bel capitano, felice del proprio grado, ricco, con una moglie florida, un bambino incantevole, senza un dubbio dell'avvenire e un rimpianto del passato. Suo padre, la sola persona che avrebbe potuto intorbidargli l'esistenza, era morto senza riuscire nemmeno a divorare tutto il proprio patrimonio.
Bice invece era diventata più pallida, più magra, più orfana di prima: lentamente tutti erano scomparsi intorno a lei: il povero Giorgi, la zia Ginevra, il dottor Ambrosi, Prinetti, Rosa, tutto quel piccolo mondo così spirituale e così eroico nella semplicità, quale a Lamberto era rimasto nella fantasia in un'impressione confusa di leggenda. Ella aveva finito collo sposare De Nittis, il suo grande maestro, il più alto fra tutti come spirito: il loro amore doveva essere stato uno di quei poemi, che nemmeno i maggiori poeti sanno scrivere, e che passano attraverso la vita ordinaria come una indefinibile sensazione di un altro mondo. Ma il poema si era bruscamente interrotto al canto più bello, nell'inno radioso, che si leva coi primi vagiti di un bambino intorno alla sua culla. Ella non era rimasta che l'involucro di sè stessa, talmente leggera che non la sentiva neppure pesare sul braccio: di che viveva ella dunque? Come passava i giorni? Amava ancora De Nittis? Credeva ancora di poter sopravvivere lungamente a se stessa? Osservandoli in tutta quella giornata, egli non aveva potuto indovinar nulla dei loro rapporti di sposi; parevano ambedue egualmente assiderati da un dolore, che rendeva fredde anche le loro parole, e dava alle loro faccie una strana bianchezza di statue.
Eppure egli avrebbe potuto diventare suo marito: un incidente meschino, quasi ridicolo, lo aveva impedito.
E questo pensiero adesso gli metteva un altro freddo nella mente, rendendola quasi più limpida nel considerare invece la condizione che si era creata sposando la signora Giulia. In quel momento faceva più fatica a reggere il bambino per mano, che a sostenere Bice con tutto il braccio.
Nullameno una sensazione triste ed insieme deliziosa gli veniva dalla sua presenza, dal sentirsela camminare al fianco, vestita di scuro, colla leggerezza di un fantasma. Quelle poche parole, prima di attraversare il villaggio, si erano spente intorno a loro come l'eco di un sogno.
Doveva mancare ancora mezz'ora all'arrivo del treno.
La strada costeggiava quasi il fiume.
Allora si fermarono per attendere De Nittis e la signora Giulia, che andavano anche più piano; poi Nello, per uno di quei capricci inesplicabili, volle lasciare la mano di Lamberto per prendere quella di Bice.
—Tu sei felice, Lamberto?—ella gli chiese con accento così dolce di speranza, che lo fece trasalire.
Allora una tenerezza passionata gli sgorgò impetuosamente dal cuore a quella domanda, nella quale il suo amore di fanciulla per lui risorgeva trasmutato dal dolore in una più pura carità: tremò, ma non sapendo come rispondere, le strinse quasi violentemente il braccio.
—È proprio una deliziosa passeggiata!—esclamò la signoraGiulia:—Nello, vuoi venire con me?
Invece volle rimanere attaccato alla mano di Bice.
La stazione non era molto lungi. Quando giunsero sul piccolo piazzale vuoto, due o tre fanali tralucevano dietro le vetriate socchiuse: entrarono nella sala d'aspetto e sedettero sui divani neri. Al momento di separarsi la loro tristezza aumentò; Lamberto rimaneva preoccupato, Nello stava per riaddormentarsi, solo la signora Giulia, colla bella faccia fresca sotto il largo cappellino di paglia, si guardava intorno osservando le cose più insignificanti. Alla parete dicontro pendeva una carta geografica fra due annunzi commerciali, rossi e gialli, di una lucentezza metallica. La porta della sala, che dava sotto la tettoia, era aperta.
Passarono pochi minuti in silenzio, poi un fischio tagliò l'aria. Il treno, un diretto, arrivava sbuffando e folgorando nelle tenebre: i saluti furono precipitati; Lamberto salì per ultimo nel vagone, e coi piedi già sul predellino, si volse per stringere ancora la mano a Bice. Quando fu sopra, mise il bambino allo sportello, tenendolo fermo sotto le braccia.
—Fa un bacio alla signora.
Bice rispose con un cenno inesprimibile, e rimase ritta in quella penombra a guardare il treno, che fuggiva già invisibile verso Bologna, coll'ultima visione della sua giovinezza.
In quella notte serena di settembre l'aria aveva ancora la caldezza dell'estate, ma le ombre parevano più profonde e il sonno della campagna più stanco. Ritornarono a braccetto, a passo lento; egli chiuso nel pastrano, lei avvolta in uno scialle scuro, che le scendeva fino ai piedi; le loro anime erano tuttavia piene della novità di quella visita venuta a rompere imprevedutamente la malinconia taciturna della loro vita. La casa se ne era animata, i servitori e i giardinieri non parevano più gli stessi per la sola presenza di quegli ospiti giovani, ridenti di salute, mentre Nello correva urlando fra le aiuole, e la signora Giulia le riempiva collo svolazzo dei propri abiti chiari, rossa nel sole, che le accendeva come un nimbo d'oro intorno ai magnifici capelli biondi. Era stata la visione di un'altra vita, repentina ed inaspettata, attraverso il giardino assopito nel silenzio dei propri fiori. Adesso i campi si distendevano mollemente per la stretta valle, verso il fiume, in un'ombra diafana e muta; non uno stormire di fronde, non un battito di ala notturna. Lontano, nel fondo, la massa dell'Appennino sfumava verso le stelle, e tutto il paesaggio, così chiassoso di colori nel giorno, pareva essersi addormentato al monotono murmure del fiume.
Traversando il paese, Bice si volse a guardare le finestre della scuola, da lei aperta pei bambini poveri, nella quale veniva qualche volta la mattina a perdere una mezz'ora. Era una piccola casa, ridotta alla meglio per tale uso, già appartenente alla contessa Ginevra; nella camera più grande si apriva il refettorio, dove i bambini ricevevano gratis la colazione. Ma tale beneficenza, resa oramai volgare dalla filantropia politica di troppi signori, non era bastata nemmeno ad ingannarla sulla gratitudine di quei bambini, che invece temevano in lei la signora, e sulle loro famiglie contente di scroccarle così qualche migliaio di lire.
La scuola, chiusa da due mesi, non si riaprirebbe che ai primi di ottobre, nel tempo per tutti i villeggianti di ritornare a Bologna. Ma anche là nulla sarebbe mutato nella loro vita solitaria. Dacchè il piccolo Giulio era morto, la separazione, già provocata dalla sua nascita, era divenuta anche più profonda; un rimorso troppo delicato, perchè potesse esprimersi a parole e logorarsi appunto in tale sforzo, faceva loro evitare ogni richiamo al passato con quell'istinto dei feriti, che pure nel sonno non si voltano sulla parte piagata. Avevano occupato i primi mesi nella erezione di un grande monumento alla Certosa, che servisse anche per loro; De Nittis ne aveva concepito il disegno, Bice vi aveva posto questa singolare iscrizione:
Poi le due date della nascita e della morte.
Ma la vita li aveva nuovamente circondati come un immenso deserto sotto un sole appannato, in un silenzio anche più immenso. Ella rimaneva quasi tutto il giorno nella propria camera, egli aveva accettato la presidenza dell'Accademia Benedettina, come un ultimo modo di passare il tempo nel riordinarvi la biblioteca, prostrando in questo lavoro materiale le ultime ribellioni dei propri ricordi. Talvolta il loro appartamento troppo vasto li spaventava. Il salotto della contessa Ginevra, sempre con quei vecchi mobili, sembrava attendere la stessa conversazione di tanti anni; la poltrona del povero Ambrosi portava ancora le tracce delle sue così pronte irritazioni nelle frangie sfilacciate dei bracciuoli; quella della contessa Ginevra, più larga e pesta dalla pesantezza del suo corpo, era presso al solito tavolino, sul quale il piccolo paniere da lavoro, in vimini dorati e con uno sportello rialzato, lasciava vedere tutto un aggrovigliamento di matassine e di gomitoli a mille colori. V'era lo sgabello di Giorgi, la sedia americana di Prinetti, quel servizio da tè, gli albums, gli ultimi giornali ancora aperti, religiosamente conservati al medesimo posto. E le altre sale più ricche spiravano un senso anche più desolato di abbandono. I servitori, oramai tutti invecchiati, ne sorvegliavano meno la pulizia, spesso le finestre restavano chiuse per intere settimane, la polvere si stendeva a veli diafani sulle stoffe, l'aria vi stagnava nell'ombra con quel sito indefinibile degli appartamenti troppo a lungo disabitati. Infatti Bice e De Nittis, respinti da quella solitudine, non occupavano più che poche stanze. Ella si era attaccata alla contessa Maria, seguendola in tutte le sue corse di beneficenza e nelle lunghe divozioni per le chiese; poi, anche la vecchia Rosa era morta, e quella figlia del povero Giorgi, piuttosto di sua moglie che sua, aveva preso una mala piega. Bice, che avrebbe voluto farle una piccola posizione, dovette rinunciarvi con una stretta più straziante al cuore. Tutto era finito; del suo passato non rimaneva che Lamberto, fra Nello e la signora Giulia, che passavano tutti i pomeriggi sotto i portici del Pavaglione, all'ora del passeggio, così belli tutti tre che la gente si voltava loro dietro sorridendo d'ammirazione.
Ma in quella tristezza, qualche volta, le si alzavano dalla coscienza voci impetuose.
Perchè vivere così? Aveva ella diritto di condannare quell'uomo tanto adorato ad una solitudine più amara di quella che il celibato gli avrebbe inevitabilmente riserbato, dopo averlo inseguito nel suo calmo ritiro di sapiente per trarlo dentro il dramma giovanile del proprio amore? Perchè disperare della vita, mentre vedeva tutti i giorni gente più tribolata di lei resistervi coll'invincibile ostinazione dell'istinto, o colla speranza sempre verde nella misericordia di Dio? E certe parole della contessa Maria la toccavano come un rimprovero di quella sua rassegnazione disperata, forse non meno empia di tante bestemmie, dopo le quali le anime si umiliano nuovamente nella preghiera. Quindi la natura la tentava con bruschi risvegli come nel marzo, quando tra gli ultimi freddi dell'inverno tutte le piante presentono da capo la festa del sole. Le signore, che venivano raramente a trovarla in quel gabinetto, presso la sua camera da letto, vi apportavano, colla vivacità della loro eleganza, tutti i sentori della strada; il salotto ne rimaneva vibrante per tutta la giornata, dandole un senso quasi stanco di quegli abiti così modesti, fuori di moda, che le facevano una figura di donna già vecchia, ridotta a non essere più che un parassita di altre esistenze più rigogliose. Ma De Nittis era ancora più vecchio di lei. La sua bella faccia rosea era diventata di un giallognolo opaco, non si pettinava, non vestiva più colla stessa severa eleganza; le spalle incurvate gli lasciavano cadere la testa sul petto, appena si obliasse in un pensiero, o non vi fosse più gente intorno per tenerlo eccitato. Solo i suoi occhi limpidi e profondi si accendevano ancora qualche volta nel lampo improvviso di una memoria, ma la sua voce non aveva più le profonde dolcezze dì accento, alle quali già tutti restavano presi.
Erano venuti lentamente dalla stazione, barattando appena qualche parola su Lamberto e la signora Giulia così felicemente accoppiati; ma, volta per volta, il dialogo si era loro rotto alle prime parole.
—Non hai freddo?—egli tornò a domandarle.
—No.
La villa non era molto lontana.
La campagna intorno dormiva di un sonno leggero sotto gli occhi sorridenti delle stelle, in quel tepore autunnale, che sembra rendere l'aria più molle. Tutto taceva. Solo il fiume seguitava a passare con un mormorio inintelligibile, come un susurro di voci le quali soffocassero la propria gioia per non rompere la tranquillità discreta della notte. La strada era senza polvere.
De Nittis allungò il passo. Il suo braccio stringeva insensibilmente quello di Bice, imprimendole una leggera ondulazione, che le fece alzare il capo.
Era una notte come la prima del loro matrimonio, diafana e lieve, ma gli ultimi profumi, vaporanti in quel sonno della terra, avevano una dolcezza anche più acuta. Alcuni alberi disegnavano sulla strada grandi macchie oscure. Ella ebbe una vaga impressione di languore e si abbandonò sul suo braccio, mentre da tutta quell'ombra, che li circondava nascondendoli nel proprio mistero, le veniva nuovamente una più cupa tristezza, una inesprimibile persuasione di non essere ella medesima più che un'ombra abbandonata per una notte senza fine. Egli invece camminava con insolita vivacità, trascinandola colla leggerezza di una volta, gli occhi fisi al grande cancello della villa, che appariva già alla svolta della strada. Bice gli sentiva battere il cuore. Nullameno ogni sforzo per ritmare il proprio passo sul suo le fu impossibile; diventava sempre più stanca, colla sensazione pesante di quello scialle che le impediva i movimenti.
Egli allentò il passo, erano già vicini al cancello. L'ombra dei due grandi ippocastani, a fianco dei suoi grossi pilastri in pietra, era così profonda che avrebbero potuto seguitare, non veduti dalla villa, quella passeggiata.
Un battente del cancello era socchiuso.
Una suprema speranza teneva sospeso De Nittis nel ricordo della loro prima notte, per quella strada di Corticella.
—Vuoi rientrare?—dovette finalmente chiederle con voce tremula, dopo avere atteso invano qualche istante un suo atto per proseguire.
Ella assentì mutamente.
Appena dentro, videro un lume spiccarsi dalla porta e venire loro incontro sul prato; era il giardiniere. De Nittis si portò la mano al volto per nascondergliene la profonda emozione, ma Bice non se ne accorse. Nella villa tutti i servitori erano già a letto, secondo il solito, perchè da oltre un anno nè egli nè Bice usavano più di farsi aiutare da loro coricandosi; Margherita e Tonina, tornate alle antiche abitudini, dormivano insieme in una camera, a fianco di quella di Bice.
Nell'andito v'erano due bugie d'argento colle candele pronte.
—Vattene pure; buona notte, Giovanni,—disse De Nittis al vecchio giardiniere.
Mise egli stesso il catenaccio alla porta, e tornando presso Bice ancora avvolta nello scialle, prese anche il suo candeliere dal tavolo colle mani tremanti. Ella ebbe una strana sensazione nel vedergli la faccia così animata, salirono i due rami di scale; quindi De Nittis sempre dinanzi si avviò alla camera di lei.
Appena vi furono dentro, depose le candele sul comò, e si volse per aiutarla a torsi lo scialle. La camera aveva le finestre socchiuse per ricevere l'aria balsamica della notte.
—Debbo chiudere?—le chiese.
Ella rimaneva in mezzo, presso al tavolo, sul quale da un grande vaso di Sèvres si alzava una bella pianta verde. Era la prima volta, dopo tanto tempo, che egli le veniva così in camera, e le parlava con tale intimità. Un sorriso gli tremava sulle labbra; quindi andò a chiudere la finestra, mettendovi un certo tempo.
Ella si era appoggiata al tavolo cogli occhi bassi.
La sua anima rabbrividiva nel silenzio di quella camera sacra alla morte, dacchè i becchini erano venuti un giorno a prendervi il cadavere del piccolo Giulio, dalla culla a fianco del letto. La culla era ancora lì, con quella bandiera bianca di merletti, che la copriva a mezzo, tutta bianca al di dentro, come aspettando il sonno di un altro bambino. Bice non aveva voluto che la togliessero dalla camera, per un bisogno segreto di potersele ancora inginocchiare daccanto nelle notti più desolate della propria vedovanza. Le due candele, quasi contigue, bruciavano sul comò con un battito leggero delle fiammelle, che faceva oscillare trepidamente l'ombra su per le pareti.
—Bice!—mormorò De Nittis cogli occhi lucenti.
Ella sentì quell'appello, sommesso come un'eco che le venisse dai giorni lontani della sua vita, quando la sua anima vergine attendeva tutte le rivelazioni dell'amore, e istintivamente tremò. Il suo cuore ebbe cinque o sei battiti convulsi. L'altro non respirava.
Ma vedendola sempre così curva, cogli occhi a terra, quasi non avesse intesa la preghiera della sua voce, ebbe uno smarrimento profondo, la sensazione di un abisso, nel quale stesse nuovamente per cadere. Tutte le speranze gli fuggivano sul capo con un volo spaventato di colombi, mentre un vento freddo gli batteva dolorosamente gli occhi.
Stettero così qualche secondo, poi Bice alzò la testa, guardando con una indefinibile espressione verso la culla vuota e biancheggiante nell'ombra come un'alba lunare; un'emozione insopportabile di amore e di abbandono, egualmente eterni, soffocava loro il respiro: ella fu quasi per cadere, quindi colla mano sinistra, sempre appoggiata al tavolo, si voltò lentamente, girandogli per sempre in un saluto tutta la propria anima.
De Nittis afferrò traballando la candela, ed uscì.
Il suo studio nella villa non era che una piccola stanza con pochi libri, giacchè da molti mesi non lavorava più alla grande opera sulle religioni. I fascicoli accuratamente legati in carta rosea, con un grosso numero nero, romano, in cima, si ammucchiavano sullo scrittoio a fianco di un ritratto di Bice, chiuso in una cornice di bronzo inverdito, elegantemente severa nel disegno.
Egli sedette sulla poltrona, innanzi alla piccola candela. Tutto era perito intorno a lui, giorno per giorno, silenziosamente, la sua gloria, il suo amore, la sua sposa, il suo bambino, coloro ai quali si era accompagnato, quelli che avrebbero dovuto sopravvivergli. Come quei viaggiatori, che attraversano il deserto e che il deserto esaurisce, egli non aveva più dinanzi che un orizzonte fatto di un cielo e di una terra egualmente vuota, nella quale il suo grido resterebbe senza eco, e il suo passo senza traccia. Da gran tempo la sua anima non aveva potuto parlare giacchè, dopo la morte del piccolo Giulio, Bice era rimasta forse più sola di lui stesso, nella inutile giovinezza dei propri ventisei anni. Un'angoscia piena di rimorsi li divideva ancora, e li dividerebbe sempre un terrore che il loro bacio chiamasse alla morte un altro piccolo innocente, terreo e singhiozzante, con le pupille stravolte nello spasimo della propria effimera apparizione.
Egli si stupiva persino di essersene potuto dimenticare poco dianzi. Era stata l'eccitazione prodotta in lui dallo spettacolo di Lamberto e della signora Giulia, così belli entrambi e felici nel trionfo del proprio bambino? O il delirio di una speranza, come talvolta ne hanno i moribondi drizzandosi sui cuscini a parlare di quanto faranno, appena guariti, con accento convulso d'impazienza? Adesso egli soffriva del dolore, che Bice doveva aver provato rispondendo al suo appello, con quello sguardo, nel quale tutta l'anima le aveva bruciato come una stella cadente per gli abissi del cielo. Ella, più pura e più profondamente piagata di lui nel proprio cuore di madre, accettava la castità di quell'esilio colla virtù delle prime donne cristiane, uscenti dalla vita sulla traccia di Gesù. Non piangeva, non sperava. Per quanto egli avesse cercato d'indovinare lo stato del suo spirito, non vi era riuscito: Bice gli mostrava sempre lo stesso viso pallido, cogli occhi velati, e gli rispondeva colla stessa voce assopita. Tutto era morto in lei, tranne la fede in Dio e alla sua giustizia, dentro il mistero della quale camminava a testa bassa. Egli invece aveva sentito scoppiare nella propria anima la frenesia di tutte le ribellioni; il suo pensiero si era teso in uno sforzo titanico per resistere alla ruina, che lo travolgeva, gridando come quello di Giobbe contro il pensiero di Dio. Certo non era giusto quanto gli accadeva. Per lunghi mesi, nel silenzio delle proprie notti, egli aveva ripetuto questa eterna protesta umana, con una specie di ebrietà nell'opporre così la grandezza dei lamenti a quella della sventura, senza che la morte, trionfante come sempre, uscisse dal proprio mistero per rispondere. E a poco a poco era ricaduto anch'egli nel silenzio, col viso pallido e gli occhi velati come Bice.
Adesso gli altri gli facevano invidia per la loro stessa insensibilità, anzi non invidiava più che tale inerzia della memoria, e quella facilità di ogni più basso piacere, che la vita consente al maggior numero per non esaurire forse sè stessa negli inutili sforzi dell'ideale. Così la gente non soffriva nemmeno della morte. Molte madri, molti padri si trovavano come lui al tramonto, egualmente deserti, e non pertanto ostinati a prolungare i propri ultimi giorni; egli invece non sentiva più che la morte dovunque. Il suo alito passava in tutti i soffi, il suo singhiozzo si rompeva in tutte le voci, il suo tremito appariva sotto ogni moto, la sua oscurità saliva da ogni ombra. Era la morte che, interrompendo a mezzo tutte le allegrie, lasciava sempre la stessa goccia putrida nel fondo di tutti i bicchieri e di tutti gli sguardi.
Quindi una stanchezza disperata gli rendeva ogni giorno più pesante la vita, nella coscienza profonda della sua inutilità. Non era egli omai troppo vecchio per durare ancora, dopo che tutte le prove erano finite? Ma la morte stessa sarebbe una soluzione del problema imposto dalla vita al pensiero? V'era qualche altra cosa, un altro dove?
La vecchiaia era già essa pure una morte.
E non pertanto il cristianesimo, questa massima rinnovazione tentata sulla vita, era un'opera di vecchi. Tale tremenda ironia contro la natura soffiava dalle prime scene del dramma cristiano sempre più fredda sino alle ultime, perchè tutto era vecchio nel cristianesimo; Elisabetta e Zaccaria avevano generato Giovanni, il precursore, nella più tarda età; Anna e Gioacchino erano già vecchi prima di generare Maria; Giuseppe, secondo le più antiche leggende, aveva sposato a settant'anni Maria, la piccola vergine di dodici. Mai l'eterna giovinezza dello spirito fu significata con più sicuro disprezzo contro le leggi della natura.
Egli vi ripensava anche in quel momento, ricordandosi le frasi di donGregorio nella disputa con Lamberto.
La fede del vecchio prete aveva ancora la freschezza delle prime albe, quando lo spirito lanciandosi a volo pei nuovi cieli aperti dalla resurrezione di Cristo, aveva lungamente gridato di amore dietro il suo fantasma radioso, del quale non rimanevano sulla terra che una croce e pochi discepoli a proclamare la vittoria sulla morte. Nullameno, dopo molti secoli, l'anima umana tornava a dubitare della propria redenzione, senza trovare in sè stessa un altro maggiore concetto, entro cui raccogliersi nuovamente con Dio. Tutta la critica accampata ora, come nel secolo di Augusto, oltre i confini delle filosofie e delle religioni, sembrava un'altra volta pronta a retrocedere dinanzi al mistero. Se allora nessuna fola pagana poteva più essere ripetuta in un circolo di persone colte senza eccitarvi le beffe, noi pensiamo oggi con eguale sorriso agli effetti, che produrrebbe sugli abitanti di Marte un cristiano annunciando che il loro Dio, duemila anni or sono, discese a morire sulla terra per salvarvi dal peccato i discendenti del primo uomo. I cieli, che narravano la gloria dì Dio, ne velano adesso il segreto con una folla di mondi così immensi, che il nostro piccolo globo non vi ha più importanza di un granello di sabbia nel deserto o di un riflesso di luce sul mare. Ma il pensiero umano, sperduto col proprio pianeta nell'infinito, sente che tutto vi naviga ad una meta misteriosa, e il medesimo soffio, che incendia gli astri come fari, dirige le migrazioni delle comete, attraverso i grandi oceani di stelle, per la serenità delle notti. Perchè dunque l'infinito può essere pensato? È questa la prima delle rivelazioni, che ci attendono, o Dio volle anticiparne qualche altra, come affermarono tutte le religioni?
A poco a poco De Nittis si era assorto in queste meditazioni. La candela, oramai consunta, ventava nel bocciuolo della bugia con un battito di ali spaventate: accese l'altro lume a petrolio, e si trasse dinanzi tutti i fascicoli della sua grande opera.
Sulla pallidezza lapidea della fronte gli si accendeva come una aureola.
I suoi occhi si fissarono attenti su quelle pagine fitte e minute, nelle quali la posterità avrebbe letto il testamento del suo pensiero: tutto era silenzio intorno a lui, tutto era morto dentro di lui. E allora riprendendo la penna, come un romeo antico il bordone in vista del Santo Sepolcro, si rimise sulla traccia di Dio.
Casolavalsenio, 15 agosto 1894.
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Premio: Chi manda L. 25,60 (Est. Fr. 34) per l'anno 1896 dell'Illustrazione Italiana, vien dato in dono 1.°) numero straordinario: NATALE E CAPO D'ANNO, 25 opere scelte della MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE di VENEZIA. Queste tavole sono affatto nuove, non comparse nè nel nostro giornale nè nella prima dispensa dell'Album dell'Esposizione. 2.°) un ALMANACCO STORICO, che comprenderà il calendario pel 1896, e la cronistoria del 1895. (I 60 cent. [Estero, 1 fr.] sono aggiunti per l'affrancaz. dei premi).
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=La vita militare=. 28.^a impressione della nuova ediz. del1880 riveduta, con l'aggiunta di due bozzetti.. L. 4 —
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=La vita militare=. Con disegni di V. Bignami, E. Matania, D. Paolocci, Ed. Ximenes, G. Amato e G. Colantoni. 3.^a edizione con nuove incisioni aggiunte… 10 —
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=Gli Amici=. 17.^a ediz. ridotta dall'autore e illustrata daAmato, Ximeues, Pennasilico, Paolocci, Colantoni.. 4 —
=Cuore=. Con 200 disegni di Ferraguti, Nardi, Sartorio. 10 —
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OPEREDIGabriele D'Annunzio
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Amori antichiL. 4 —Capitan Dodèro1 —Santa Cecilia1 —L'olmo e l'edera1 —Il libro nero2 —I Rossi e i Neri2 —Val d'Olivi1 —Le confessioni di fra Gualberto1 —Semiramide1 —Castel Gavone1 —Come un sogno1 —La notte del Commendatore4 —Cuor di ferro e cuor d'oro2 —Diana degli Embriaci3 —Tizio Caio Sempronio3 50La conquista d'Alessandro4 —Il tesoro di Golconda1 —La donna di Picche1 —L'XI Comandamento1 —O tutto o nulla3 50Il ritratto del diavolo3 —Il Biancospino1 —L'anello di Salomone3 50Fior di Mughetto3 50Dalla rupe3 50Il Conte Rosso3 50Amori alla macchia3 50Monsù Tomè3 50Il lettore della principessaL. 4 — —Ediz. illustrata 5 —La Montanara2 — —Ediz. illustrata 5 —Arrigo il Savio3 50Uomini e bestie3 50La spada di fuoco4 —Casa Polidori4 —Il merlo bianco3 50 —Ediz. illustrata 5 —Il giudizio di Dio4 —Il Dantino3 50Zio Cesare, comm.1 20La Sirena2 —La signora Àutari3 50Scudi e Corone4 —Rosa di Gerico3 50La bella Graziana3 50 —Ediz. illustrata 3 50Le due Beatrici3 50Terra vergine3 50I figli del cielo3 50La Castellana3 50Fior d'oro3 50Con Garibaldi alle porte di Roma4 —Il Prato Maledetto3 50Lutezia2 —Vittor Hugo2 50
Galatea, romanzo.
Sorrisi di gioventù. (Edizione bijou).
Ada Negri
FATALITÀ! (1892). 9.^a edizione. Formatobijou L. 4 —
TEMPESTE(1895). 5.^a edizione. Formatobijou 4 —
Queste poesie hanno avuto un successo dei più clamorosi non solo inItalia, ma nel mondo.
Il più autorevole elogio di Ada Negri si trova nella relazione sulpremio Milli che porta le firme di tre maestri: M. Tabarrini, A.D'Ancona, I. Del Lungo. Eccone le parole precise:
"Poesia notevole per immediata e gagliarda intuizione del vero, e per intima apprensione del sentimento umano; poesia, che nutrita di dolore, sa, dagli strazi di questo, sollevarsi a idealità, più o meno serene, più o meno tranquille, ma illuminate sempre dalla fede in un ordine di giustizia suprema e di carità universale. Schiva, o piuttosto ignara, d'ogni convenzionale artificio, saputa conservarsi libera dalla servitù e dalla rettorica delle sêtte, Ada Negri ritrae fedelmente, senza alterazioni soggettive, senza atteggiamenti teorici, le realtà della vita moderna; ed è uno de' pochi poeti, che dalle condizioni presenti dell'umana società, da questo tramutarsi di cose del quale sono così incerti gli auspici, abbiano saputo attingere ispirazioni non volgari e non partigiane. Il che fa che la sua poesia si ripercuota in tutti i cuori: e quando ella piange con chi soffre, e benedice a chi col braccio o con l'intelletto lavora, e a chi combatte per diritti legittimi promette una vittoria che sia la pace di tutti, l'animo di noi che leggiamo, si dischiude a quelle visioni che la poesia dà solamente quando è vera poesia."
Edizioni elegantissime, di gran lusso, stampate a colori
BALOSSARDI.Gìobbe(3.^a ediz.) L. 4 —COLAUTTI (Arturo).Canti virili4 —D'ANNUNZIO.L'Isottéo e La Chimera(2.^a ed.) 4 ——Poema Paradisiaco—Odi navali(3.^a ediz.) 4 —DE AMICIS.Poesie(8.^a ediz) 4 —DE CASTRO (E.).Belkiss, regina di Saba3 —Poema drammatico in prosa, tradotto dal portoghese da V. PICA.GALANTI.Spirito e cose2 —Con proemio di A. De Gubernatis.GRAF.Dopo il tramonto4 —MARRADI.Nuovi canti4 ——Ricordi lirici4 —REMIGIO ZENA (G. Invrea).Le Pellegrine4 —SARFATTI.Rime Veneziane e Minuetto4 —PROSABARRILI.Con Garibaldi alle porte di Roma4 —CHECCHI (Eugenio).Teatro di società2 —CORDELIA.I nostri figliv 3 —DE AMICIS.La maestrina degli operai. 2.^a ed. 3 —GIACOSA.La signora di Challant(2.^a ediz.) 4 —Dramma in cinque atti.LEGOUVÉ.Fiori e Frutti d'Inverno2 —MANTEGAZZA.L'arte di prender moglie(6.^a ed.) 4 ——L'arte di prender marito(3.^a ediz.) 4 ——Elogio della vecchiaia(2.^a ediz.) 4 —MARTINI.La Vipera, ed altre commedie 4 —PANZACCHI.I miei racconti4 —RAGUSA MOLETI.Memorie e acqueforti4 ——Miniature e filigrane3 —SERAO (Matilde).Gli Amanti(2.^a ediz.) 4 ——Le Amanti(2.^a ediz.) 4 —THUN (Contessa di)Quel che raccontò la nonna. 3 —VERGA.Storia di una Capinera(15.^a ediz.) 3 —
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Sorrisi di gioventù, di A. G. BARRILI.
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=Barbiera= (Raffaello).Il salotto della Contessa Maffei e laSocietà Milanese (1834-1886).Con scritti e ricordi di Balzac,Manzoni, Verdi, E. Visconti Venosta, Prati, Aleardi, Carlo Tenca, A.Maffei, Giulio Carcano Correnti, Grossi, Nievo, Giannina Milli, D.Stern, Liszt, ecc. 5.^a ediz. 4 —
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=De Castro= (Eugenio).Belkiss, regina di Saba, d'Axum e dell'Hymiar, poema paradisiaco tradotto dal portoghese da VITTORIO PICA, con studio biografico e ritratto. Edizione bijou 3 —
=Di Giorgi= (Ferdinando).La prima donna, romanzo 3 50
=Ferrero= (Guglielmo) e =Sighele= (Scipio).Cronachecriminali italiane(1896). con 12 ritratti 4 —
I BRIGANTI: Ultime gesta della banda Maurina; Autobiografia di GiovanniBotindari; Il brigantaggio in Sardegna.
I DELINQUENTI POLITICI: Una società segreta nel 1894; Alle porte del domicilio coatto.—I DELINQUENTI COMUNI: I funerali di un "guappo"; Il delitto di un mistico; Averardo Bracciotti; L'assassinio di Giuseppe Bandi; Gennaro Volpe; Il mistero di Vico Equense (processo de Nayve).
=Gallina= (Giacinto).Serenissima, commedia in 2 atti. 1 —
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