—Tu stessa te ne pentirai.
Ella ebbe un sorriso di sfida.
Poco dopo entrò anche Tonina, la cuoca. Le due donne avevano quasi la stessa età e il medesimo tipo, solamente Tonina era più secca; ma il loro viso di bionde, una volta senza bellezza, aveva già quella calma speciale delle zitellone, cui nulla turba più da molto tempo in una vita ridotta al minimo delle funzioni. Tonina cucinava, Margherita teneva in ordine la casa composta di poche stanze, un salotto da ricevere, la saletta da pranzo, lo studio e la camera del professore. Esse dormivano assieme, sul medesimo letto, come due sorelle, in una stanza attigua alla cucina. Ma Tonina ubbidiva in tutto a Margherita. Infatti questa aveva maniere più distinte, tutte due erano devote.
Tonina s'avanzò con una certa titubanza, ma l'altra chiese disinvoltamente a Bice se sarebbe rimasta a pranzo.
Bice non sapeva come rispondere.
—Non creda, signorina, che sarà un pranzo come a casa sua.
—Mia cara Bice,—disse il professore,—dal momento che vi si invita potete farle l'onore di accettare: qualche volta che io mi sono permesso di condurle un collega a pranzo, sono stato invece sgridato.
—Perchè lei fa sempre così,—ribattè Margherita:—i pranzi non s'improvvisano mica.
Ma sibbene la risposta fosse quasi rude, si sentiva nella voce grossa della vecchia una deferenza affettuosa verso il padrone.
—Poichè la signorina accetta,—seguitò Margherita volgendosi a Tonina, che si tormentava il grembiule bianco, dritta, impalata,—farai quello che ti ho detto.
Bice si sentiva già circondata da una ammirazione piena di simpatia. Se lo avesse osato in quella prima volta, si sarebbe offerta di lavorare anch'essa in cucina per divertirsi del loro stesso imbarazzo, preparando qualche sorpresa al professore; ma la placidezza di quelle due donne le imponeva rispetto.
De Nittis aveva ripreso il giornale, mentre Margherita finiva di sparecchiare. Allora Bice uscì con lei per visitare l'appartamento, del quale non conosceva che il salotto di ricevimento e lo studio. Tutto vi era tenuto con pulizia meticolosa, senza traccia di lusso: il salotto non aveva che un sofà ricoperto di lana verde, un tavolino rotondo nel mezzo con un vaso di fiori in cera sotto una campana di vetro, e due antichi canterani dai piedi alti, colle maniglie di ottone lucenti come oro. La camera da letto pareva quella di un frate; non v'era che un piccolo canapè in ferro colle coperte e coi cuscini di un candore virginale, un vecchio e largo armadio da biancheria, in un angolo un portacatino di ferro con due grandi brocche bianche allato, e un minuscolo specchio rotondo attaccato alla spagnoletta della finestra, presso la quale il professore si radeva la barba. Due pantofole, ricamate in lana a colori vistosi, attendevano sul tappeto, a fianco del letto: presso la finestra, sopra un tavolino, entro un bacile di vetro, si vedevano i pettini e le scopette da testa.
Bice notò l'assenza di ogni immagine religiosa.
—Il professore non ne ha mai voluto:—rispose Margherita.
Ma con improvvisa fiducia nella fanciulla la condusse al letto e, sollevandone il materasso, le mostrò un quadretto con una piccola madonna.
—Egli non lo sa!—esclamò trionfalmente.
Poi diede devotamente un bacio sulla immagine porgendola a Bice perchè facesse altrettanto.
—Che fate qui?—chiese de Nittis affacciandosi sulla porta appena Margherita aveva rimesso a posto la madonnina,—Tu, Bice, dovresti piuttosto mostrare a Margherita il tuo appartamento, che è veramente bello.
—Perchè voi stesso mi avete suggerito quasi tutto.
—Il professore,—intervenne Margherita, come vantando orgogliosamente un mobile della casa,—sa tutto quello che vuole.
Bice si mise a ridere, quantunque provasse in cuore una certa inquietudine di essere stata sorpresa da lui nella sua camera.
Quel primo giorno passò naturalmente senza lavorare. Bice curiosava su e giù per lo studio interrogando e mutando spesso argomento per condurre insensibilmente de Nittis a raccontare la propria vita. Ma questa era ben semplice: s'alzava alle otto, faceva colazione fra le dieci e le undici, poi sulle due andava all'università, anche quando non aveva lezione; pranzava sulle sei, passava un'ora al caffè delle Scienze fra un crocchio di colleghi, e alle nove veniva dalla contessa Ginevra per non rincasare che alle undici. A quell'ora le due donne erano già a letto da un pezzo.
Lavorava poco, almeno come diceva lui, che per lavoro intendeva solamente quello consacrato alla sua opera "Storia di Dio". Adesso avrebbe dovuto compiere quella prefazione alle musiche di Giorgi, ma il tema gli si slargava al solito in uno studio di tutta l'arte e dell'anima moderna contro le volgari affermazioni delle varie scuole positiviste. Accadeva spesso a De Nittis come a molti ingegni pigri di pensatori, che nella fiamma del parlare improvvisano i propri più squisiti capolavori, mentre nello scrivere il pensiero sembra perdere in essi della prima luce, cristallizzandosi in uno stile tutto di studio. Bice se ne accorse al ritratto di Giorgi, che egli aveva quasi perduto fra l'esplicazioni di quelle stesse idee, dalle quali avrebbe dovuto uscire, e che invece discorrendo gli si animava mirabilmente con tutte le sfumature della fisonomia.
Ella si offerse per copiare il manoscritto, perchè non potesse più rimutarlo.
—Davvero? Ne parleremo: vogliamo uscire?
—Passeremo dalla zia a dirle che resto qui a pranzo.
—Vado a mutare d'abito.
Bice scappò in cucina.
—Ah, signorina!—esclamò Margherita, che lavorava anch'essa in grembiule bianco intorno ad un dolce.
Ma la fanciulla fu pronta a scongiurare la tempesta.
—Usciamo per avvisare la zia. Ah la bella torta!—proruppe affettando l'ammirazione golosa di una bambina; poi la scongiurò di non dir nulla al maestro, e fuggì lasciandole entusiasmate della sua monelleria.
La zia Ginevra non era in casa. Allora andarono ai giardini pubblici; la magnifica giornata di sole aveva fatto uscire dalle case più gente del solito. Egli abbigliato di nero, nella consueta eleganza, rasato, inguantato, colle carni più fresche di quelle di Bice e un passo quasi da giovinotto, pareva superbo di farle da cavaliere. Dovettero fermarsi a molte carrozze per scambiare saluti e complimenti colle signore su quella loro passeggiata a piedi, ma, sebbene non se ne fossero data l'intesa, tacquero sul pranzo, che li aspettava come un epilogo anche più delizioso. Prima di tornare a casa, Bice volle però passare sotto il portico del Pavaglione, in quell'ora gremito di tutti gli eleganti, arrestandosi alla pasticceria di moda per affettare come una innamorata la propria intimità con lui. Egli si manteneva sempre così amabile. Molte signore, conoscendolo da un pezzo ed ammirandolo alla propria maniera, piuttosto per il suo gusto aristocratico che per la vera profondità dell'ingegno, si strinsero loro intorno in un cerchio di sorrisi, dentro i quali Bice si sentiva immergere come in una luce spirituale. Qualcuna scherzò nel vederli così soli, maestro e scolara, in isciopero.
Bice dovette mangiare delle paste; a casa il pranzo fu una piccola festa. Siccome Margherita aveva mutato abito per servirli, apparecchiando la tavola colle migliori stoviglie, anch'egli rimase così vestito, mentre gli altri giorni pranzava in veste da camera e in pantofole; ma invece di mostrarsi allegra, Bice s'inteneriva in una malinconia piena di umiltà. Le sembrava di essere più amata di quanto meritasse, occupando così di sè stessa tutta quella casa, da tanti anni tranquilla e silenziosa come un eremo; la grossa Margherita vegliava su lei come sopra una bambina, egli le usava tutte le più fini amabilità di un cavaliere. Tristemente Bice si avvide di non avere più appetito.
—La signorina non mangia,—esclamò Margherita, vedendola assaggiare appena un fritto composto:—glielo avevo pur detto che il nostro pranzo non poteva essere come il suo!
Bice sentì nell'amarezza mal dissimulata del rimprovero il cordoglio di una umiliazione, e istintivamente cercò come riparare a quella mancanza d'appetito. Quindi a certi atti parendole d'indovinare che gli altri giorni Margherita pranzasse alla tavola del professore per tenergli compagnia:
—Maestro,—si volse improvvisamente,—perchè quest'oggi Margherita non mangia con noi?
Egli rimase quasi imbarazzato di questa penetrazione della fanciulla.
—Mettetevi dunque qui, Margherita, io sono al vostro posto,—Bice le disse con una voce così buona, che l'altra capì di poter accettare.
—Allora vado prima da Tonina.
Il pranzo diventò più allegro, servito dalla cuoca, sebbene l'altra si alzasse sovente per riparare qualche inavvertenza.
Come tutti coloro che invecchiano, De Nittis era piuttosto goloso, ma quella sera fra Bice e Margherita, nella intimità di quella saletta, ove pranzava da tanti anni in silenzio leggendo il giornale per affrettare il volo del tempo, gli parve che le pietanze fossero anche più squisite. Le due donne, beate della sua contentezza, s'intendevano per servirlo vietandogli ogni attenzione verso di loro: gli riempivano il piatto, il bicchiere, come ad un bambino, con quella grazia femminile, che sa dare valore al più piccolo atto. Talvolta Margherita gli diceva:
—Basta, le farebbe male. Lei invece, signorina, dovrebbe mangiare ancora: alla sua età niente dà fastidio.
—Non posso, vedete come sono secca!
—Appunto, se viene qui l'ingrasseremo,—ribattè col suo riso, che le faceva tremare tutta la massa del seno.
Questa idea li esilarò, diventavano sciocchi. I discorsi, intonati sull'intelligenza di Margherita, avevano la bonomia confidente e volgare dei soliti argomenti domestici, le spese di casa, i vicini, le piccole difficoltà di tutte le vite, quella serietà anche delle piccole cose, alle quali Bice non aveva mai pensato nel lusso della propria esistenza. Poi sulla fine del pranzo Margherita andò ella stessa a fare il caffè, e tornò coi dolci e i rosoli. De Nittis, che aveva già acceso la sigaretta, ne porse un'altra alla fanciulla, sorridendo nel vedere entrare Tonina; la vecchia veniva a ricevere i complimenti. Sulla sua faccia, untuosa per il sudore del fuoco, oscillò un bagliore di contentezza alle prime parole di Bice: come tutto era andato bene! Margherita, malgrado la propria pesantezza, si muoveva con insolita agilità; quindi De Nittis cadde in quel leggero assopimento dei vecchi dopo il pasto, distese le gambe e si allungò sulla sedia, con una mano appoggiata sulla tavola.
Bice fe' un cenno a Margherita di camminare più piano. Non si ricordava in vita sua serata più deliziosa, quantunque anche in casa della zia tutti le volessero bene; il suo pensiero si adagiava nell'esistenza tranquilla di quell'uomo, così grande nell'ingegno, e che aveva avuto la bontà di allevarla facendosi per tanti anni piccolo come la sua anima di bambina. Egli era ancora solo al mondo, fra quelle due vecchie, che lo adoravano senza capirlo. In quel momento il suo volto riscaldato dal cibo aveva una freschezza rosea, che il candore dei capelli sembrava rendere anche più viva, mentre qualche cosa di più mite sembrava essergli calato sulla fronte di pensatore. La sua bella mano aveva lasciato cadere la sigaretta spenta sulla tovaglia, e vi rimaneva in un abbandono pieno d'eleganza.
Chi aveva egli amato? Amava egli? Bice non ne aveva mai saputo nulla, ma era impossibile che un uomo così bello fosse passato sconosciuto fra le donne; nullameno sulla sua pura fisonomia di vecchio, ancora rorida di tutte le grazie giovanili, le passioni non avevano lasciato traccia.
Margherita si era seduta, adagio, presso Bice.
—Fa così tutti i giorni, dorme per un quarto d'ora.
Parlarono di lui. La vecchia s'inteneriva a certi particolari: Tonina era stata raccolta dal professore quasi moribonda, dopo essere fuggita da casa propria per i cattivi trattamenti, poi da quella del primo padrone, che sapendola malata voleva mandarla all'ospedale. Siccome ella la conosceva, ne aveva parlato al professore: Tonina non si era rimessa che dopo sei mesi, aveva un cuore d'oro.
—Ho dovuto insegnarle tutto, ma è tanto obbediente!
A rovescio dei vecchi celibi, che hanno quasi tutti il carattere bisbetico forse per la mancanza di una famiglia e di bambini, De Nittis invece era sempre contento di tutto.
—Gli avete mai chiesto perchè non ha voluto prender moglie?
—Sì: egli sorride senza rispondere. Adesso sarebbe troppo tardi.
Poi Margherita le confessò i segreti di casa: non erano ricchi, ma siccome il professore non aveva alcun vizio, con i seimila franchi di paga potevano vivere benino. La maggior spesa per lui erano i libri: secondo Margherita vi dovevano essere dei tesori nella sua biblioteca.
—Andremo avanti così, purchè io muoia prima,—concluse.—Che cosa resteremmo a fare, sole, io e Tonina, che non abbiamo più nessuno?
—Verrete con me.
—Ah, signorina! ella è tanto buona, me lo ha detto mille volte il professore, ma alla nostra età non si può mutare più casa: è meglio morire.
De Nittis si destò.
—Ho dormito?—chiese stirandosi lievemente; poi colto quasi da vergogna:—vedi, mia piccola Bice, i vecchi! Addormentarsi a tavola, quando si ha per invitata la prima signorina di Bologna….
—Potevate dormire ancora invece di destarvi per questo cattivo complimento. Intanto noi abbiamo parlato di voi; zitta, Margherita!
Ma De Nittis non sapendo come far passare il tempo alla fanciulla, dichiarò che bisognava ritornare dalla zia Ginevra. Sull'uscio, al momento dei saluti, Margherita ripetè gl'inviti; anche Tonina era accorsa, ma stava semi-nascosta dietro il battente.
—Torni a pranzo, signorina, torni spesso,—l'altra ripeteva colla voce tremante:—vedrà che l'ingrasseremo.
Per strada De Nittis le diede il braccio. Passarono sotto i portici quasi deserti, con passo lento, allegri tutti due di quella buona giornata: ella gli si abbandonava dolcemente sulla spalla guardandolo tratto tratto, superba di sentirlo ancora così vigoroso, e ascoltando la percossa del suo passo echeggiare nelle sonorità delle volte e del pavimento. L'aria frizzante della notte batteva loro sul viso. Ella aveva finito col mettere anche l'altra mano sul suo braccio, e saltellava nelle disuguaglianze da portico a portico con certi scoppi di risa, abbassando improvvisamente il capo, come sorpresa da un'intima tenerezza in tale passeggiata notturna, fra quelle grandi ombre, che avrebbero permesso più di un bacio, e quei subiti chiarori di fanali, che lasciavano tempo ad un sorriso di mostrare tutte le sue carezze.
A casa la zia Ginevra li sgridò di aver tanto tardato.
Nullameno Bice seguitò ad andare spesso da lui col pretesto di copiare quella prefazione, ma occupandosi invece con istinto femminile a rendergli più dolce la vita. Infatti d'accordo con Margherita, e senza che egli potesse nemmeno sospettarlo, riuscì a sostituire il suo vino di osteria col migliore delle proprie terre, e a mandargli quasi tutte le mattine qualche primizia di ortaggio; poi gli riempì i cassetti di altra biancheria, e al primo onomastico seppe fargli accettare una magnifica veste da camera. Ma non osò alterare la semplicità, quasi povera, dell'appartamento.
De Nittis non vi aveva che pochi mobili da rigattiere.
Nell'abitudine di un isolamento, contro il quale non aveva mai lottato, egli si era avvezzo da tempo a quella povertà, preferendola al mezzo lusso borghese di molti suoi colleghi. Una malinconia di abbandono lo rendeva ora più che indifferente a quanto potesse ancora accadergli nella propria condizione di professore scapolo, prossimo ad andare in pensione, e al di fuori di ogni partito politico. Come la maggior parte di coloro, che sognarono la conquista del mondo, egli aveva camminato povero e solo. Appena compiti gli studi, accorgendosi che la vita era una battaglia, nella quale bisognava quasi sempre uccidere per non essere ucciso, il suo primo pensiero fu di ritirarsi sconosciuto in qualche bella campagna; ma questo sogno di tutte le anime troppo delicate dovette vanire quasi subito dinanzi alle rudi necessità della vita. Nullameno non lottò a lungo, e d'avvocato anelante all'arringo parlamentare si mutò dopo un anno fra lo stupore degli amici in professore di filosofia, esulando al solito in una Università isolana. Lo destinarono a Cagliari.
Colà, sperduto fra un popolo barbaro, si formò nella preparazione di una gloria più alta. Invece di comandare al parlamento volle regnare nella scienza con quella ideale sovranità non concessa che a pochi, e per la quale bisogna quasi sempre negarsi tutte le altre gioie della vita. Per dodici anni rimase quindi sepolto fra i libri, assimilandosi tutto il pensiero moderno nel sogno di dargli una nuova costituzione con uno di quegli sforzi sublimi, che pareggiano filosofi e conquistatori in una eguale gloria di aver saputo organizzare intorno a sè stessi per qualche tempo le cose o le idee. Quella vita claustrale lo abituò a tutte le castità. Il suo disegno era stato una guerra contro la neonata teorica darwiniana, nella quale stavano già per naufragare tutti i principi della filosofia e la storia dell'umanità; ma quando ebbe imparato abbastanza le scienze per contestarle anche molte affermazioni sperimentali, comprese che tale guerra non avrebbe potuto conchiudere ad una vera conquista, e concepì tutta una nuova filosofia della natura, entro la quale l'ipotesi della mutabilità delle specie si sarebbe sommersa spontaneamente. Un'immensa ambizione lo animava. Mentre l'Italia era risorta per opera dell'Europa, che le ripagava così il beneficio di due civiltà, il genio italiano pareva tramontato: Gioberti, l'ultimo filosofo, era morto; Manzoni, l'ultimo poeta, taceva. Un silenzio di paura pesava sull'anima del popolo appena riaffacciatosi alla vita, e già in preda alla disperazione di non potervi raggiungere coloro stessi, dai quali vi era evocato. I dispregi fioccavano d'oltre Alpe e d'oltre mare sulla rivoluzione incompiuta; la nuova monarchia era ancora vassalla di Francia, Roma un feudo del Papa. In quegli anni così pieni di lotta e di gazzarra De Nittis sognava solitario, coll'orgoglio dei novatori, un'altra rivoluzione del pensiero italiano in Europa. Arte, scienze, filosofia, politica, religioni, tutto era in subbuglio: la grande scuola hegeliana agonizzava, la nuova scuola positivista era troppo superficiale per gettare radici; nell'arte il romanticismo era consunto, nella politica al principio delle nazionalità, che aveva creato i popoli, doveva succederne un altro, che riunisse l'umanità.
Che importavano i dibattiti parlamentari dell'ora, poichè nessuno poteva più esservi grande in un periodo, che Mazzini aveva aperto, Cavour guidato, e Garibaldi chiudeva? Il rinnovamento bisognava farlo nel pensiero, o l'Italia non vivrebbe malgrado il miracolo della sua resurrezione. In questa febbre egli obliava di non essere oramai più giovane per non apprestare che materiali su materiali al moderno edificio dello spirito italiano; ma come accade sempre a chi si ripari nel pensiero dalla tormenta dell'azione, perchè il selvaggio egoismo delle passioni l'offese nelle fibre delicate del temperamento, che la volontà si stanca presto all'opera, mentre una eguale necessità di aspri combattimenti lo persegue anche nella costruzione di un sistema ideale, egli doveva soccombervi appunto per non sapere uscire dal vago delle meditazioni. Tutti gl'imperi si fondano del pari su cadaveri di uomini o di idee: la stessa precisione di sguardo è indispensabile al fondatore di un regno e al fondatore di una teorica; una medesima spietata parzialità rende tirannico il loro impero anche nel beneficio della grande opera. De Nittis invece, a forza di scorrere ovunque col pensiero, aveva finito coll'accoglierne tutte le forme in una specie di mistico scetticismo, forse più vasto di tutti i sistemi, ma colla inutilità di tutti gli scetticismi dinanzi a quel supremo bisogno nella vita del dover scegliere per agire.
Questa rivelazione fu l'ultima battaglia per lui. Aveva già passato i quarant'anni, quando ogni sogno radioso di gloria si spense improvvisamente nel suo spirito; a che prò dunque studiare ancora? Nel primo impeto di tale tristezza pensò persino di dimettersi da professore, ma siccome non aveva altri mezzi per vivere, e tutto quanto sapeva non gli avrebbe a questo bastato, dovette rinunziarvi. Poi era ancora solo, e non aveva mai amato.
In quella solitudine studiosa aveva conosciuto appena cinque o sei donne, tutte non abbastanza belle di corpo o di spirito per innamorarlo. La sua anima amava troppo l'amore per non sentirsi ferita al contatto della inevitabile volgarità femminile, quasi sempre incapace di sentire persino la bellezza, che nel suo spirito brillava e cantava come uno di quei fuochi accesi da Dante nelle sfere superiori del paradiso. Quindi il suo isolamento diventò un esilio più freddo che nei conventi, ove la fede può talora mutare l'abito in insegna di guerra. Sino all'ultimo trasloco nella università di Bologna aveva vissuto da studente in camere ammobigliate, mangiando all'albergo, senza dimestichezza colle padrone di casa, ed evitando a tavola le famigliarità dei soliti avventori insignificanti o chiassosi. All'università disimpegnava svogliatamente le poche lezioni di ogni anno fra l'indifferenza degli scolari, cui quello studio non poteva essere preparazione ad un mestiere; s'insegna forse filosofia a giovani sforniti d'ingegno ed inconsapevoli della vita, mentre il genio stesso deve restare solitario sino all'ora della rivelazione, e perirvi per quella legge simboleggiata dal cristianesimo, che solo dalla morte balenano le verità trascendenti? Poi la signorilità severa delle sue abitudini, facendo credere all'albagia di uno spirito preoccupato dalla propria importanza, sebbene nessuna opera l'avesse ancora significata, lo rendeva poco amato in quella carriera professorale, forse la più aspra alla vanità per la sua stessa elevatezza.
Quando la natura, stanca in lui di quella tensione spirituale, riprendeva per qualche ora il sopravvento soffiandogli nel sangue gli aromi dei fiori, egli s'abbandonava improvvisamente alla prima donna, magari non bella, per soffocare in una violenta prostrazione il cordoglio vedovile del proprio cuore. Ma erano rade soste, dalle quali si rialzava con una lunga amarezza nell'anima, quantunque nessuna fede religiosa gli vietasse quelle effimere soddisfazioni della carne. Come avevano dunque potuto amare i grandi poeti? Con quale potenza trasformavano le donne volgari dei loro amori nei fantasmi divini della loro arte? E in quella solitudine, appena illuminata dagli ultimi simboli della gloria, qualche volta si diceva di aver sbagliato nella rinuncia alla vita degli altri uomini, giacchè tutti i grandi davvero l'avevano percorsa cogli umili, assoggettandosi alle più basse funzioni per impararne forse così i supremi segreti.
Quindi da Cagliari senza chiederlo, mentre tutti i suoi colleghi sì agitavano ogni anno per uscirne, fu mandato a Firenze. La bella città, febbricitante allora in quella vita effimera di capitale, radunava nella propria piccola cerchia tutto il fiore d'Italia: egli già scorato di sè medesimo vi conobbe nelle sale della contessa Ginevra quasi tutte le celebrità del momento, sorridendo del trovarle così piccole. Anche la gloria vista da vicino diventava una ressa di vanità momentanee, nella quale si perdeva la voce dominatrice dei pochi grandi; appena qualche loro atto, incompreso o male interpretato, li scopriva un istante per lasciarli ricadere fra la folla e come la folla insignificanti. De Nittis trovò finalmente nella contessa Ginevra la donna. Ma adorando colla dedizione delle grandi anime l'insigne statista, che allora si esauriva in un'estrema lotta, ella non si accorse di questo ultimo innamorato. La contessa Ginevra, abbastanza bella ancora per contentare la finezza del suo gusto artistico, conservava nello spirito potentemente educato tutta quella inesplicabile dolcezza femminile, alla quale i cuori affranti da una troppo lunga lotta anelano come ad un riposo. Quindi soffocando con un'ultima stretta spasmodica della volontà questo tardo ideale, egli giovò del proprio ingegno, senza che alcuno potesse mai supporne il sacrificio, l'uomo a lui così inferiore, e nullameno abbastanza potente per far vibrare tuttavia il cuore di tutta Italia.
Poi la contessa Ginevra, vedova del marito e dell'amante, tornò a Bologna, e per la prima volta anch'egli chiese al ministero di esservi traslocato.
A Bologna compose definitivamente la propria vita. Egli stesso fu sorpreso dalla calma, colla quale rinunciava ad ogni avvenire, mentre i capelli gli si cominciavano appena a brizzolare, e nel largo ingegno tanta folla di idee si agitavano ancora intorno al monumento incompiuto della sua giovinezza. Da un collega morto ereditò Margherita come governante, poi capitò anche Tonina; mise casa e ne cedette loro il governo colla facile contentezza degli scapoli, che non ne veggono se non le noie.
Ma se fuori pareva freddo, in casa diventava malinconico. Per lungo tempo accarezzò il proposito di un giornale come quello di Amiel, il triste filosofo ginevrino, al pari di lui vissuto sul margine della gloria, e che la morte aveva finalmente rivelato alla crudele disattenzione dei contemporanei. Ma questa fama, che gli verrebbe dal testamento del suo spirito, gli parve troppo amara: perchè lasciare sul libro di bordo poche frasi, che potessero ricordarlo ad altri viaggiatori? Era egli così piccolo da non poter essere osservato che per un grido strappatogli dalla fuggente bellezza di un paesaggio, o da una riflessione suggeritagli misteriosamente in quelle lunghe noie del mare, che vincono l'attiva giocondità dì tutti i passeggieri? Come lui, Amiel era stato un malato dell'ideale, e il suo ingegno grande ma delicato aveva dovuto soccombere nella passione del capolavoro senza accorgersi di scriverlo in quel giornale, ove sfogava il dolore della propria impotenza. Questa suprema ironia del destino rivoltava in De Nittis tutta l'altera franchezza della sua personalità: o lasciare un monumento o sparire come quegli insetti, che danzano un istante nel sole, e dei quali nemmeno la scienza potè ancora sorprendere la nascita o la morte.
Il primo anno a Bologna lo passò in ozio.
Malgrado il rumore destato da alcune sue lezioni, seppe evitare quella gloria provinciale dei mediocri, nella quale s'impantanano quasi tutti i professori d'università; ma poi una stima vaga ed affettuosa gli venne crescendo d'intorno, finchè un bel giorno qualcuno lo proclamò la testa più forte dell'ateneo. Carducci, l'illustre poeta, ebbe per lui uno di quei rari encomi, che hanno fatto in Italia parecchie riputazioni; poi si seppe che stava scrivendo laStoria di Dio.
A chi l'aveva egli detto pel primo?
Forse non se ne ricordava più, ma questa idea gli si era lentamente, mutamente, imposta come ad uno di quei grandi filosofi medioevali, che pensavano il pensiero di Dio, mentre intorno a loro ruggiva la più feroce bufera d'ignoranze e di guerre. Solo in una esistenza come la sua, tale immensa opera sarebbe stata possibile.
Al di fuori di ogni partito e al disopra di ogni polemica, egli potè quindi concepirne il primo disegno senza alcuna di quelle riserve, che la vita impone quasi sempre a tutti gli autori. Credeva egli nel Dio adorato da tutti i popoli, gigantesca personalità, che creava improvvisamente l'universo gettandovi l'uomo per fargli eseguire una misteriosa missione? Il libro lo avrebbe provato. Da un esame profondo ed universale di tutte le forme, nelle quali Dio era stato concepito, dalle vicissitudini della sua alleanza coll'uomo tante volte rotta ed altrettante riannodata, dai dogmi delle religioni salienti l'una dall'altra come gradi di una scalea e la cui cima si perdeva nell'azzurro fra i baci del vento e gli schiaffi delle folgori, dalle testimonianze della coscienza popolare per ogni epoca e e per ogni regione, doveva uscire il segreto di questa parola, la più grande che l'uomo avesse ancora pronunziato. Dio era? Come sarebbe l'uomo con lui? De Nittis allontanava per il momento queste ultime domande per rimettersi sulle prime traccie dell'umanità. L'anima vergine del selvaggio, sopravvissuta sino a noi nella preistoria, gli rivelava i primissimi culti, come uno sguardo gettato nell'infinito e ritrattone istantaneamente quasi dall'orlo terrorizzante di un abisso. La vita umana era tutta involta in tale verbo, e non si rivelava a sè stessa che apprendendo a sillabarlo: Dio era nel vagito dei bambini e nel rantolo dei morenti, nell'urlo dei popoli e nel grido solitario degli abbandonati; il suo terrore dominava quello delle guerre, il suo sorriso ravvivava la speranza di tutte le paci; era negli spettacoli della natura, che solo la sua collera poteva aver sconvolto; raggiava sulle cime del pensiero che innalzandosi era costretto a cercarlo; e mentre le stelle roteavano ubbidienti nell'azzurro come bighe lanciate ad una corsa, e il mare si ripiegava nella propria ira dinanzi ad un confine misteriosamente assegnatogli, gli uccelli salendo nel cielo ebbri d'amore cantavano verso di lui gl'inni di quella fede, che si era già creata dei templi e dei dogmi egualmente imperituri.
Nella storia di Dio passavano naturalmente tutte le altre, giacchè le religioni erano al tempo stesso un poema ed un codice, nel quale ogni popolo per lunghissimi secoli vi aveva accolto con sè stesso quanto gli era riuscito di prendere alla natura. Dio aveva assunto tutti gli aspetti più atroci e più soavi; era uscito rosso e fumigante dai vulcani, era apparso spumante ed evanescente sul mare, era passato tuonando pel cielo; poi sbucando dai misteri dei boschi aveva ruggito come le fiere, e come queste reclamato il sangue dei piccoli, di coloro che colle fiere non avrebbero potuto lottare; aveva amalgamato in sè stesso tutte le potenze della fauna per diventare nel drago un mostro egualmente capace di trionfare sulla terra, nelle acque e pel cielo. Ma in tutte queste metamorfosi, fra preghiere deliranti di fede o di paura, egli non era che il segreto della vita, entro la quale gli uomini passavano, e sulla quale aveva sempre pesato come una significazione dell'infinito. La nostra esistenza era stata in lui e per lui, i nostri morti erano tramontati nel suo arcano, la nostra morte era appunto il suo stesso mistero.
Ma l'uomo, emancipandosi colla scienza dalla natura, ne aveva emancipato anche Dio per incominciare con lui quel dibattito, che forse non finirebbe se non alla morte di entrambi. Mosè era il primo uomo, che avesse parlato faccia a faccia con Dio: prima nè la persona umana, nè quella divina erano ancora abbastanza indipendenti, e in ogni mito la creazione involgeva egualmente creatura e creatore. Con Mosè invece la natura non offriva più che la scena pel dialogo dei due grandi attori. Senonchè la disputa era salita di tono, scoppiando in minaccie reciproche: il pensiero umano imponeva al pensiero divino di rivelarsi per essere adorato. La critica di Giobbe, contro cui Dio aveva indarno ingrossato la voce, era diventata metodo contro tutte le rivelazioni divine, pur soccombendo al problema umano, nel quale il dolore restava inesplicabile ed inguaribile. La filosofia greca aveva già risolto Dio in un puro spirito, quando nella terra di Mosè, quasi a protesta contro questa vittoria della persona umana sull'impersonalità divina, un'altra rivelazione, la più importante fra tutte, umanizzava nuovamente Dio, facendolo morire volontario sulla croce. Dal Dio, che violentava Giobbe il giusto, al nuovo, che perdonava ai propri assassini, quale distanza! Era Dio disceso sino all'uomo, o l'uomo salito sino a Dio? Comunque fosse, l'uomo aveva vinto, se Dio era stato costretto a ottenere da lui la fede col sacrificio di sè medesimo.
Nell'immenso panorama storico di Roma, Cristo appariva una figura senza tempo: la sua vita e la sua morte malgrado la volgarità dei particolari sfuggivano ad ogni misura; la guerra della sua nuova religione passata di vittoria in vittoria riempiva adesso quasi tutto il mondo sino ai confini di quella barbarie, che da secoli vi sopravvive attendendo di essere distrutta. Con Cristo la disputa fra uomo e Dio pareva finita, dal momento che questo patendo tutti i dolori ne aveva tolto ogni ingiustizia. Ciò che un Dio aveva patito, perchè un uomo ricuserebbe di soffrirlo? Ma perchè Dio aveva dovuto soffrirlo? E mentre nella storia, ubbidiente ai suoi ordini, la rivelazione era mantenuta costante dalla Chiesa, e i santi alimentavano la fiamma della fede vincendo tutti i mali colla predilezione stessa del dolore, il pensiero umano ripiegato come Giobbe sopra sè medesimo sorrideva di Dio, che per colpa dell'uomo era stato anch'egli costretto a soffrire e a morire. Una incredulità trionfante di ogni dolore e di ogni consolazione si levava dal fondo dei cuori; la scienza accettando la sfida lanciata da Dio a Giobbe scandagliava tutti gli abissi, trovava altre prode oltre gli oceani, altri soli oltre gli astri vantati dalla Bibbia; poi di epoca in epoca risaliva tutto il passato della nostra terra sino a quel tempo senza giorni, quando l'uomo non esisteva, lo sorpassava, e ricostruendo la storia di questo piccolo pianeta, nel quale l'uomo non era che un ultimo incidente, si domandava come Dio, disceso a morirvi per lui, avesse potuto riconoscerlo per centro ideale di tutto l'universo.
Ma l'umanità, misteriosa anch'essa nella propria marcia, abbinava le correnti della incredulità e della fede piegandole a descrivere un'orbita sempre più larga intorno al proprio pensiero. Le religioni, divorandosi a vicenda, s'incorporavano in un poema senza fine, cui i poeti ricamavano le liriche e i popoli davano colla sonorità della loro voce un accento ineffabile, mentre i templi crescevano di magnificenza e di numero, e quasi tutti i pensatori rientravano vecchi e stanchi nella chiesa per piegare la fronte sui gradini dell'altare, dal quale il loro spirito era partito temerariamente alla ricerca di Dio.
Dio era? L'umanità lo affermava e lo negava nel medesimo istante.
De Nittis aveva pensato l'immensa opera in quattro volumi, sapendo che forse non arriverebbe a finirla, ma con questa fatica dinanzi l'isolamento della vecchiaia non lo atterriva più: Dio gli terrebbe compagnia. Lo troverebbe egli in fondo alla storia dell'umanità, nell'ultimo giorno della propria vita? Qualche volta il suo pensiero sorrideva con un dolce sorriso di bambino, che guarda dal petto della balia il mondo all'intorno.
Il suo temperamento mite, in quello studio imparziale del più grande problema umano, aveva finito collo spogliarsi delle ultime passioni per giudicarle colla indulgenza leggermente ironica e caritatevole di certe parabole evangeliche.
Una volta in villa accompagnò la contessa Ginevra a messa.
—Come! venite anche voi?—ella chiese meravigliata.
—In campagna. Questi contadini soffrirebbero troppo, vedendomi restare sul sagrato ad attendervi. Perchè offendere la loro fede, quando non potremmo dar loro nemmeno le poche risorse dell'incredulità?
—Mio caro filosofo, finirete anche voi col convertirvi.
De Nittis, che aveva la piccola Bice per mano, si era arrestato.
—Accetto l'augurio: da Hegel a Balzac, da Darwin a Hugo, da Mazzini a Bismark nessuna delle guide moderne è uscita dalla religione: Zola sta forse per rientrarvi, Tolstoi vi predica come un missionario.
—Allora ne convenite?
—Aspetto come la piccola Bice.
—Vi farò convertire da lei.
Ma siccome erano già presso la porta, e i contadini li guardavano rispettosamente col cappello in mano, tacquero.
De Nittis in quegli anni si era rimesso allo studio delle lingue orientali, perchè solo dalla filologia potevano uscire le profonde verità della storia religiosa. Nessuna rivelazione infatti sarà mai più sincera che quella stessa della balbuzie nella primissima infanzia umana, quando dinanzi alla novità della vita lo spirito ne ripeteva inconsciamente le leggi nel proprio linguaggio. Ma rifacendo la storia di tutte le religioni ogni altra storia veniva cangiata: quanti errori accumulati dalla erudizione, quante false prospettive nel passato dello spirito umano! Nulla era più vero delle religioni, perchè l'anima non mente mai a sè medesima davanti all'infinito, e nulla forse più ignorato della loro vita millenaria, attraverso la rapida vicenda delle generazioni.
Quindi all'uscire dalle lunghe meditazioni su qualche problema religioso, la sua più viva compiacenza era una conversazione con Bice nel salotto della contessa Ginevra.
Tutta la sua insoddisfatta tenerezza di amante si riversava allora sulla piccina coi medesimi impeti di dedizione, che sono la migliore ricompensa della maternità, quando nella donna una falsa educazione o una più falsa vita non hanno soffocato la natura femminile. E la piccola Bice amava lui più d'ogni altro per quell'istinto sicuro dei bambini nella scelta degli affetti, che li circondano. Se il dottor Ambrosi infatti colla sua bruscheria brontolona era quasi il padre, cui ubbidiva talvolta a malincuore per una soggezione misteriosa della sua forza, De Nittis poteva ben essere la mamma con quel bel viso roseo, fresco sotto i capelli bianchi, e la voce dolce come una carezza. Bice cresciuta nell'ombra del suo pensiero, indovinandolo alla musica delle parole prima ancora che il povero Giorgi coll'iniziarla alla più sacra delle arti gliene insegnasse il segreto, nel dividere fra quegli amici il proprio cuore ne aveva riservato il fondo a De Nittis. Egli solo l'aveva sempre compresa anche nelle crisi più silenziose della giovinezza, quando il loro mistero era stato più volte per sommergerla in una melanconia piena di terrori.
Laonde dopo quella rottura col tenente Lamberto, nel nuovo vuoto fattosele intorno, ella si era naturalmente ristretta col vecchio maestro quasi a pagargli il grande debito di gratitudine, che le pesava sulla vita, occupandosi ora della sua. Cosi quella mattina che la contessa Ginevra, reiteratamente invitata a Roma dalla principessa d'Ornano per le feste di Pasqua, si mostrò malgrado la pigrizia invadente degli anni disposta ad andarvi, Bice disse impetuosamente a De Nittis:
—Maestro, venite anche voi.
Alla contessa Ginevra questa sarebbe parsa una fortuna forse sufficiente a deciderla; egli titubava.
—Mi avete pure promesso mille volte di mostrarmi Roma!
—Oramai puoi vederla da te.
—Non verrete nemmeno se ve ne prego?
—Lamberto è a Roma,—ribattè con dolce ironia.
Ma la fanciulla ebbe uno scatto.
—Dopo questa cattiva parola dovrete venire per punizione,—rispose venendo ad appoggiarsi sulla spalliera della sua poltrona con tutta la grazia, di cui era capace.
La prima settimana a Roma era stata un idillio artistico. Lasciando la zia Ginevra a parlare del passato colla vecchia amica, essi s'alzavano di buon mattino e non tornavano che a notte, stanchi e felici di una giornata, nella quale avevano percorso meravigliose distanze attraverso i capolavori delle varie civiltà. Il tempo era florido, il sole ardente di maggio incoronava la divina città delle proprie fiamme più pure. De Nittis si sentiva ritornare giovane in quelle lunghe passeggiate, che gli accendevano le guancie, bagnandole come di un sudore refrigerante; quindi si fermavano un po' dappertutto, a colazione o a pranzo, preferendo i luoghi più modesti, come uno studente o una crestaina partiti in festa a un mattino di primavera. Ella pure si animava. Sotto il pallore cereo del viso il sangue correva più caldo nelle sue piccole vene azzurrine, mentre dagli occhi e dalla voce stessa, sempre velata, le vibrava tratto tratto una allegria provocatrice. Bice non aveva mai vissuto tanto. Quella vita, all'aria, al sole, fra il vento polveroso delle strade, andando alla ventura con un abito succinto, gli stivalini gialli, un binoccolo ad armacollo, sospesa al braccio di De Nittis, che se la traeva violentemente contro il petto al menomo pericolo di un urto; quelle colazioni, quei pranzi furtivi nel segreto di una amicizia, che per diventare amore non aveva bisogno che di esaminarsi meglio, le eccitavano tutti i nervi. De Nittis l'osservava sorridendo. Non era più la Bice solita, ancora tanto poco persuasa di vivere, che assisteva alla vita quasi come ad uno spettacolo: il suo passo era mutato, camminava a testa alta, guardando tutte le donne, che incontravano, per coglierne a volo i difetti con una satira saltellante e sonora.
Qualche volta egli arrischiava uno scherzo giovanile, ella rispondeva sul medesimo tono, sorridevano, ridevano, finchè qualche cosa li arrestava bruscamente, sorpresi di tale intimità; poi gli scherzi proseguivano nei musei, dinanzi ai monumenti, quasi la loro gaiezza primaverile avesse bisogno di scrollare tutti i gioghi, anche quello dell'ingegno. Sembrava che volessero vivere, niente altro che vivere in quell'incanto del maggio, ai soffi della sua giovinezza immortale.
Una mattina videro Lamberto a cavallo, solo, presso porta San Giovanni. Egli occupato a far caracollare un magnifico sauro non li scorse, ma parve loro diventato anche più bello; la sua elegante figura si manteneva sulla sella in una compostezza ammirabile, pareva fuso col cavallo, che cercava d'inalberarsi, finchè d'un balzo, a redini lente, partì di un galoppo vertiginoso.
—Bel cavaliere!—esclamò De Nittis, mentre Lamberto scompariva alla svolta della strada.
—Veramente bello.
—E puoi dirlo così indifferentemente!
—Il centauro non è forse più bello? Lo sapete pure, maestro, cheLamberto non amerà mai che sè stesso.
Due giorni dopo, verso le cinque pomeridiane, entravano in San Pietro. Ma Bice aveva voluto prima visitare l'ospedale dei pazzi alla Lungara, del quale i giardini si stendono voluttuosamente sul colle, ricevendone malgrado la gioconda bellezza del luogo una lugubre impressione. Le era sembrato che quegli infelici avessero tutti sul viso un'espressione di terrore indefinibile. Infatti i loro occhi e le loro bocche rimaste come contratte nello spasimo de la tempesta, nella quale era naufragata la loro ragione, avevano perduto il sorriso. Solamente gl'idioti apparivano sereni, ma anche quella loro serenità animale era involta di un'ombra, che non offusca mai le fronti del bue o del cavallo.
Bice non aveva parlato durante la lunga visita.
Quando uscirono finalmente dal gran portone, parve loro di respirare meglio, ella camminava a testa bassa.
—Ti senti male?
—Non avrei immaginato di provare una così angosciosa impressione. Tutto il resto dei mali possono essere una espiazione delle nostre colpe: Dio vorrà così nella sua misericordia per evitarci forse un più tremendo castigo, ma la pazzia…. è un mistero inconcepibile.
De Nittis si volse quasi con ammirazione: la fanciulla nella dolorante bontà del proprio cuore aveva sentito subito la più atroce antitesi del problema.
—Perchè si diventa pazzi?—ella gli chiese poco dopo nervosamente.
—Non lo si diventa, lo si resta. La follia come l'errore è una sosta inevitabile nel processo, col quale la nostra logica ricostruisce il mondo delle cose colle sensazioni stesse che ne riceve; nell'errore lo spirito è ingannato dalle apparenze, nella follia s'inganna sovra di esse per non saperle mantenere nella loro serie. Vedi, Bice; la follia ricomincia periodicamente nel sonno coi romanzi che vi combiniamo forzatamente e nei quali viviamo con sì intensa sensibilità: prorompe ad ogni passione che ci soverchia, si ripete ad ogni memoria che ci disordina. Nella follia la ragione non è morta ma prigioniera.
—Troppo alto, troppo alto!—esclamò Bice, che si sentiva opprimere da un nuovo peso.
Quando traversarono la piazza di San Pietro, il sole era ancora vivido; pochi fiaccheri vi sembravano fermi come barche in un lago silenzioso malgrado l'enorme getto spumeggiante delle due fontane dinanzi alla enorme facciata.
—Entriamo,—disse Bice.
Girarono un pezzo pel tempio a braccetto, fermandosi tratto tratto ai monumenti. Era vuoto ed immenso. Pochi altri visitatori vi erravano, destando strane sonorità colla battuta dei passi, e sparivano nell'ombra dietro i massicci pilastri; le colonne torse e dorate della Confessione luccicavano, laggiù, ad un raggio spiovente da un finestrone della cupola. De Nittis col cappello nella destra, e Bice sospesa al braccio sinistro, camminava come dentro a un museo; ella era tutta meravigliata di non provare alcuna emozione religiosa. Glielo disse.
—Credevi forse di entrare nel tuo bel San Petronio! Questo non è che un tempio cattolico, dal quale Dio è assente, perchè venne innalzato solo per la glorificazione della sua chiesa. Guardane l'architettura freddamente classica e le decorazioni posteriori. I mattoni spiegano la sua vastità colla insignificanza del loro costo; ogni cappella è un tempio a parte, ogni monumento vi rimane straniero a tutti gli altri. Dio dovrebb'essere sotto quel baldacchino di bronzo, così odiosamente rabescato e dorato, poichè davanti all'altare, che s'inabissa sotto le sue colonne, prega il Rezzonico. Decorazione, null'altro che decorazione! San Pietro è stato concepito troppo tardi, quando le arti per ritornare belle ripassavano pel paganesimo, e il pensiero per afferrare nuove verità usciva dal vangelo. Nullameno questa massa è gloriosa; il cattolicismo ha affermato con essa la propria universalità al momento stesso che il protestantesimo vittorioso la negava.
Poi De Nittis le fece notare la goffaggine della cattedra sostenuta dai quattro Evangelisti nelle pose più teatrali, e a sinistra il monumento di Della Porta, serenamente impudico, di un candore ambrato nelle carni palpitanti.
—Quale è dunque il vero tempio cristiano?
—Quello di Assisi. Prega, se puoi, qui.
—Eppure questa è la chiesa, che appare nelle orazioni a tutti i fedeli sparsi nel mondo.
—Essi la veggono nella fantasia ben diversamente.
Poi anch'egli tacque.
Improvvisamente udirono un suono di organo lontano, dentro a qualche cappella. L'ombra sbucava dalle profondità del tempio salendo sotto le sue vôlte come un vapore. Camminarono ancora: ogni tanto torri di legno ed immense scale li obbligavano a girare al largo da un pilastro, che i sampetrini in camiciotto da lavoro, chiamandosi ad alta voce come in piazza, restauravano; le cappelle indietreggiavano negli spaccati dei muri, dietro le balaustre di ferro o di marmo, già sommerse nelle tenebre e nel silenzio. Molti monumenti si discernevano appena.
—Sei stanca!—le chiese cercando indarno cogli occhi una panca.
Infatti Bice si appoggiava sempre più al suo braccio.
—Qui,—le disse, fermandosi per farla sedere sulla base di un pilastro.
Era rimasto in piedi dinanzi a lei, poi anch'egli le sedette vicino. Avrebbero potuto credersi nel mezzo di una foresta all'ora del tramonto; qualche voce remota giungeva loro come dal di fuori, l'ombra crescente sembrava raffreddare l'aria.
E a poco a poco quella solennità, cui le tenebre della notte stavano per dare un'altra grandezza di mistero, li vinse. Sebbene non fossero entrati che da un'ora, e ne dovesse mancare più di un'altra all'ave maria, pareva già molto tardi.
De Nittis fece atto di alzarsi.
—Piangi!
Ella si mise le mani sugli occhi.
—Perchè?—domandò ansiosamente tentando di staccarle le mani dal volto.
Ella cedette: nell'ombra i suoi occhi umidi gettarono un bagliore.
Ma sotto il suo sguardo egli stesso si turbò. Bice lo interrogava con una fissazione insistente, poscia chiuse gli occhi abbandonando nuovamente il capo sul muro. Così vestita di bianco, in quell'ombra, sul bianco incerto del pilastro, poteva sembrare una statua sepolcrale; De Nittis n'ebbe una vaga impressione, ma dinanzi alla rivelazione inaspettata di quel dolore tutta la sua prontezza di analisi venne meno. Una emozione indefinibile gli strinse il cuore.
—Ma che hai? Andiamo a casa: quest'ombra e questo freddo ti fanno male.
—Avete ragione,—ella sospirò senza muoversi.
Allora spaventato dal pericolo di una qualche crisi nervosa, le passò un braccio dietro la cintura, e se la strinse leggermente contro: aveva posato il cappello a cilindro sul pavimento, spiandosi sospettosamente intorno.
Ella tornò a guardarlo colla stessa interrogazione muta ed ardente.
—Hai freddo?
—Sì.
—Vieni. Perchè non rispondi?
—Siete voi che non volete rispondere.
Erano rimasti come abbracciati. Egli la sentiva tratto tratto vibrare sotto la pressione del suo braccio, mentre i singhiozzi le facevano groppo alla gola.
—Ebbene!—proruppe alzandosi bruscamente nella paura che una convulsione potesse sorprenderla:—verrai con me, te lo ordino.
Ella si alzò obbediente e gli riprese il braccio senza però camminare.
—Perchè sei così?
—Perchè vi amo.
De Nittis sentì il soffio di questa parola passargli sul volto come una fiamma. L'emozione di prima lo riprese più subitanea e violenta, lasciandolo quasi senza forze di fronte a lei: ma siccome tardava a rispondere, Bice chiese:
—Mi perdonate?
—Andiamo,—ribattè.
Quindi si rimise distrattamente il cappello, quasi fossero già fuori del tempio.
Bice lo seguì a stento, premendosi colla mano libera le labbra per soffocare i singhiozzi così che egli dovette arrestarsi da capo. Il suo volto si era alterato, giacchè quei pochi istanti gli erano bastati per ricapitolare tutto il passato di Bice e indovinare il mistero di quella passione.
—Non piangete dunque, Bice,—le disse con voce commossa.
—Rispondetemi.
—M'avete fatto entrare qui apposta?
—Sì, è stata una luce improvvisa: ho sentito che dovevo dirvelo oggi.
—Povera fanciulla! È tardi.
—Anche voi mi ricusate?
—No, Bice: sono io che mi ricuso. Il tuo cuore t'inganna; io sono il tuo padrino, la più profonda, la più pura affezione della tua vita.
Ella non piangeva più; la sua faccia esprimeva un dolore così acuto che l'altro n'ebbe ancora paura.
—Ti senti male?
Bice ebbe un gesto sprezzante, come se nemmeno la morte potesse più interessarla; poi mormorò con voce straziante:
—Anche per voi sono troppo brutta?
Erano nel vano di due pilastri. De Nittis, agitato da quella scena, nella quale potevano essere sorpresi, fece ancora qualche passo fermandosi davanti all'altro pilastro; si accorgeva della risoluzione di Bice a volere da lui una risposta definitiva, e ne provava nell'anima un trepido compiacimento.
Bice gli alzò gli occhi in viso.
—Voi siete solo come me. Mi avete allevata voi, perchè la solitudine vi faceva paura, e mi avete dato la vostra anima. Io vi amo così.
—Ma io non posso essere più nulla, Bice mia!
Ella trovò un sorriso trionfante:
—Non sono io più debole di voi?
Però De Nittis non era persuaso: quella scena inattesa gli aveva tolto tutto lo spirito; Bice inorgoglì sentendolo così scomposto dinanzi a quella sua affermazione di donna. La passione le dava il sopravvento.
—Non vi amerei se non mi amaste. Bisognava lasciarmi morire allora, se dovevate tutti abbandonarmi sola in un mondo, che potrebbe appena accettare la mia dote, e al quale non potrei mai mostrare la mia anima. Mi amate, non è vero?
—Ti ho sempre amata.
—Siate tutto per me.
Ella attese colla fronte dritta, già sicura della vittoria; gli aveva lasciato il braccio, standogli dinanzi per sbarrargli il passo, e guardandolo alta sulle stesse cime, dalle quali egli l'aveva sempre dominata. Ma in quella penombra la faccia di De Nittis, divenuta più pallida sotto i capelli bianchi, s'illuminò di un triste sorriso.
—Maestro!—ella proruppe per affrettargli la risposta.
—Il tuo maestro, null'altro.
Ella indietreggiò traballando; poi con uno sforzo supremo si avviò davanti a lui per uscire.
—Prendi il mio braccio.
—Che v'importa dal momento che non mi amate?
—Ingrata, che tenti d'ingannare te stessa!
—Non siete voi solamente il mio maestro? I maestri non amano più, quando l'educazione degli scolari è finita.
Una collera dolorosa scrollava la fanciulla.
—Non mi vorrai più nemmeno per maestro?
—Non irridete,—ella scoppiò senza piangere:—voi solo non ne avete il diritto.
Egli la fermò:
—Bice, lascia ch'io ti ami come ti ho sempre amata.
—No.
Erano presso il tamburo della porta: egli ne alzò colla spalla il pesante tendone, perchè ella vi passasse nella fessura. All'aria aperta De Nittis rimase tristemente impressionato della profonda, improvvisa alterazione in tutta la fisonomia di Bice, tremando di leggervi un sinistro prognostico. Il suo cuore si ammollì: quindi le offerse nuovamente il braccio per discendere la gradinata, ma ella ricusò ancora e si diresse verso un fiacre vicino alla colossale statua di San Pietro.
—Piazza Tor Sanguigna, palazzo Altemps,—ordinò con voce rotta al cocchiere.
Lungo la via non parlarono.
Al portone scese prima di lui, e senza rivolgersi sparì per l'atrio, su per le scale. Egli la seguì, la contessa Ginevra non era in casa: rimase nel salotto ad aspettare, poi una cameriera gli disse che Bice si era posta a letto, ordinando di chiudere tutte le finestre e di lasciarla tranquilla.
—Era un po' pallida, si sarà stancata,—aggiunse con indifferenza la vecchia cameriera della principessa d'Ornano.
De Nittis se ne andò senza aver visto la contessa Ginevra.
L'indomani alle undici si presentava ancora al palazzo Altemps; la contessa Ginevra era già uscita in visite, ma Bice lo attendeva. Era più bianca, cogli occhi cerchiati di nero, pesti da una notte d'insonnia; un pallore opaco le dava un'aria dolente di ammalata.
Rimasero entrambi imbarazzati, poi De Nittis per rompere il ghiaccio le disse con affettata disinvoltura:
—Oggi avevamo stabilito di visitare il museo Borghese.
—A che scopo?—ella rispose con voce mesta.
Ma egli, che voleva dimenticare assolutamente la scena di ieri, finse di sorridere.
—Andate a mettervi il cappellino: avete già fatto colazione o la faremo fuori? Io ho già fame.
—Mangiate qui.
—Perderei l'appetito: vai, Bice,—esclamò prendendole allegramente ambo le mani e sollevandola dalla poltrona; ma ella si rabbuiò.
De Nittis non se ne mostrò sorpreso; evidentemente si erano entrambi preparati nella notte, poi la fanciulla alzò gli occhi e, con voce tremula malgrado tutti gli sforzi della volontà, disse:
—Sono io che debbo parlarvi per l'ultima volta. Voi avete ragione, dovevate rispondermi così, ma bisogna che vi dica tutto. Mi vedete, sono una povera fanciulla senza nessuno dal giorno che sono nata: mio padre e mia madre mi avrebbero amata, perchè sono morti di amore, ma non hanno potuto conoscermi. La zia, voi, tutti gli altri mi avete protetta contro la morte, che mi ha sempre minacciata; avete voluto fare di me un'anima buona ed intelligente istillandomi tutte le vostre virtù. Che cosa sono diventata? Una creatura debole, piena di sogni, che ignora la vita appunto per tutte le spiegazioni superiori, che me ne avete dato. Forse non pensaste agli inconvenienti di questa educazione.
De Nittis non osò interromperla.
—Adesso mi sento freddo intorno. Lamberto non potevo amarlo: mi sono consultata molte volte dopo, e mi sono persuasa che le nostre due nature erano inconciliabili. Che cosa posso pretendere dalla vita? Voi solo, che mi avete amato più di tutti, siete adesso in dovere di rispondermi. Potrò essere amata ancora come da Lamberto? Egli non mi amava, lottava indarno colla sua amicizia per trasformarla in amore; mi avrebbe sposata e l'avrei fatto infelice. Gli altri mi subiranno come un inconveniente della mia dote: ecco che cosa sono, sapendolo troppo bene per poterlo mai dimenticare.
—Voi esagerate.
—No, maestro, siate grande e sincero come sempre: sapete benissimo che ho ragione. Io non dovrò dunque amare alcuno, non avrò avuto alcuno che mi ami? Come un trastullo spirituale avrò occupato le vostre conversazioni per rimanere come un giocattolo abbandonato in un appartamento deserto. Oh è ingiusto, credetelo!
De Nittis si sentiva commosso; Bice aveva pronunziato queste ultime parole con una tenerezza straziante. Egli avrebbe voluto alzarsi e camminare nel gabinetto per vincere l'emozione, che gli cresceva nel cuore, ma si accorgeva che la fanciulla non aveva ancora finito.
—Perchè mi rifiutate? lo so, mi amate,—gli gridò quasi improvvisamente.
Egli non trovava ancora la risposta, ma ne' suoi occhi inumiditi dalle lagrime s'accendeva qualche lampo.
—Ho paura di restar sola, ve l'ho pur detto.
—Non sareste sola egualmente?
—Non mi volete?
—Io ti voglio felice,—egli esclamò con impeto,—io che ti amo davvero, povera testolina! E verresti tu, che hai freddo al cuore, che sei così pallida, a rincantucciarti nell'ombra della mia vecchiezza per rimanere poi più sola di prima! No, Bice mia, la tua vita non può essere così: hai già sofferto troppo da piccina perdendo il babbo e la mamma, perchè non ti si appresti qualche felicità. Se non hai potuto amare Lamberto malgrado la sua bellezza, amerai un altro giovane buono come te, che ti aprirà le porte del mondo, dal quale io sono uscito per sempre e senza rimpianti. Non vi ho lasciato nulla. Più triste di te, che disperi per paura dell'avvenire, io non dispero più perchè disprezzo anche il passato; la mia vita sarà stata come un lucignolo acceso in una lanterna cieca; non ho potuto amare nè essere amato. La mia gloria sei tu sola che mi credi, i lettori dopo morto non m'interessano.
—Voi siete grande.
—Quanti scolari dissero così del proprio maestro! Non pensiamoci più: il tuo cuore ha scambiato la più dolce affezione della tua vita per amore. Quando amerai davvero, t'accorgerai della differenza.
—Non amo che voi,—ella replicò con accento quasi severo.
L'altro titubava.
—Badate di non essere poi costretto a credermi troppo tardi.
Bice si era alzata livida.
—Dove andate?
—Ritorno nella mia camera.
—Non uscirete con me?
—Oggi stesso pregherò la zia di ritornare a Bologna.
—Ma vi sentite male!—egli proruppe cercando di prenderle le mani.
Ella gli buttò le braccia al collo:
—Mi amate, mi amate!—mormorava scossa dai brividi di una convulsione imminente.
—Ma sì, lo sai pure che ti ho sempre amata!
—Non così, non così!
E sotto le sue strette deliranti egli medesimo sentì il bisogno d'abbracciarla, e la baciò sulla bocca. Allora Bice gli si sospese al collo, aggravandovisi con tutto il peso, così che lo fece traballare sconvolto, senza fiato.
—Mi amate?
—Sì.
—Sarete tutto per me?
Egli tardava a rispondere.
—Oh! cattivo,—esclamò pigliandogli il volto fra le mani;—io che sono sua da vent'anni, non mi vuole!
Allora De Nittis sopraffatto, felice, si arrese.
Poco dopo Bice raggiante scappava nella propria camera.
—Torna stasera a pranzo, lo diremo alla zia.
Invece era fuggito da Roma.
Ma a Bologna tutto era più triste. L'accoglienza festosa delle due donne, alle quali la sua assenza aveva tolto ogni occupazione, gli parve di una volgarità fastidiosa; dalla casa freddamente pulita e colle persiane rimaste chiuse in tutto quel tempo, perchè la polvere della strada e il sole non ne sciupassero i mobili, gli veniva una sensazione di scoraggiamento.
Invece di rispondere a tutte le loro dimande si chiuse nello studio. Allora Margherita e Tonina si consultarono: evidentemente il professore stava male. Il suo volto sparuto per la fatica del viaggio, nel quale non gli era riuscito di chiudere un occhio, aveva quei toni plumbei, che paiono sempre i segni di una malattia; la sua voce era velata, il gesto stanco. Margherita fu la prima a notare che il professore aveva evitato di rispondere alle sue interrogazioni su Bice, ma non seppe lì per lì indurne altro; tornò nella camera di lui a sprimacciare nuovamente il letto, vi diè aria, rassettò tutto, ed entrò coraggiosamente nello studio. De Nittis sprofondato nel vecchio seggiolone, colla testa fra le mani, sembrava assorto in una cupa meditazione: che cosa era dunque accaduto? In tanti anni non l'aveva mai visto così. Lentamente sulle punta dei piedi, uscì per dire a Tonina di preparare al più presto una buona tazza di brodo.
—Sta male?—chiese Tonina, guardandola coi piccoli occhi bianchi agitati.
Margherita non rispose, ma diventava sempre più pensierosa: nella propria superiorità verso l'altra capiva di non dover parlare su quello strano abbattimento del padrone, pel quale bisognava pure fare qualche cosa. Quando vi ebbe ben pensato non trovò altro che di tornare nello studio a dirgli:
—Venga.
De Nittis non comprese.
Ma ella gli spiegò subito col suo fare un po' importante di brava donna da casa la necessità di porsi a letto; certo il lungo viaggio doveva averlo stancato, perchè si conosceva anche nella faccia, ma una buona dormita di cinque o sei ore almeno gli farebbe passare tutto. Forse gli avrebbe anche detto di non alzarsi che l'indomani, poichè nemmeno la giornata era troppo bella, se la sorpresa del pranzo, che volevano fargli pel ritorno e al quale avevano tanto pensato nella sua assenza, non fosse così andata perduta. Poi le sarebbe parso di considerarlo ammalato per davvero.
De Nittis affranto non fece alcuna obbiezione.
L'altra, uscita al solito, mentre egli si svestiva, rientrò poco dopo, appena lo intese rivoltolarsi sul letto, per rimboccargli le coperte e portargli via il lume dal comodino.
—Dorma,—gli ripetè due o tre volte autorevolmente.
Egli ebbe un triste sorriso.
Ma invece di chiudere l'uscio, ella aveva già abbuiata l'altra stanza, e si sedette senza far rumore daccanto al tavolino per essere più pronta ad una chiamata.
Coll'intuizione degli affetti veri ella aveva indovinato in lui una ferita: che cosa era stato? Ella non aveva osato di chiederglielo, ma si teneva sicura di saperlo da lui stesso l'indomani, giacchè il professore non le aveva, almeno secondo lei, tenuto mai nulla segreto. Da quindici anni egli restava il padrone ben educato, contento, spesso distratto, che parlava pochissimo, e non si occupava affatto della casa; ella invece vi era tutto, vi faceva da governante e da padrona, da zia e da serva, spiegando la tirannia della sorveglianza sino nei più minuti particolari, ma temprandola coll'affettuosità gioconda del carattere.
Margherita aveva per il professore una idolatria incondizionata. Anzitutto sapeva che nessun altro all'università valeva quanto lui, perchè persone rispettabili glielo avevano detto; poi la castità della sua vita, nella quale non le era mai riuscito di trovare le traccia di una donna, aveva messo in quella sua ammirazione un'altra tenerezza. Ella medesima non aveva avuto che un amore infelice nella prima giovinezza, uno studente rapito da una tisi, al quale pensava sempre come nel primo giorno del loro primo incontro. Anche Tonina aveva vissuto così in una purità d'abbandono. Ma il professore aveva amato? Amava ancora? Quante donne si erano innamorate di lui, perchè Margherita lo sentiva bello anche ora, e dovea essere stato bellissimo in gioventù? E quella castighezza di costumi fuori di ogni regola religiosa, poichè De Nittis non andava mai in chiesa, la stupiva sopra tutto. Come mai il professore non credeva a nulla? Margherita aveva tentato di parlargliene qualche volta senza ottenerne mai più di un sorriso per risposta: quindi se ne era aperta persino col proprio confessore, un buon vecchio, che conoscendo bene De Nittis, le aveva detto solo di pregare Dio più fervidamente perchè finisse di convertirlo.
Infatti da molti anni, ogni sera, ella diceva con Tonina un rosario a questo scopo.
De Nittis non dormiva. Più d'una volta, adagio, senza far il minimo rumore, ella venne nell'ombra a mettere il capo dentro l'uscio. Erano le dieci del mattino: qualche filo di luce passando attraverso le finestre rigava le tenebre della stanza, che il rumore delle carrozze rotolanti sulla strada tratto tratto scrollava.
Ma in quella stanchezza malata di tutto il corpo, De Nittis si sentiva soffocare come da un gran peso. Era fuggito improvvisamente da Roma, spaventato della propria debolezza dopo quell'ultima scena con Bice; l'amava egli? Se ne era ella accorta veramente? O dicendoglielo aveva cercato solo una scusa alla propria imprudenza? Malgrado la lunga abitudine d'impero sopra sè stesso, De Nittis non arrivava ancora a sbrogliare questi problemi, che gli si ripresentavano ostinatamente al pensiero. Certo qualche gran cosa era avvenuta nel suo spirito. Quella fanciulla, sulla quale da principio aveva riportato tutta la tenerezza passionale, indarno per tanti anni inspiratagli dalla contessa Ginevra, era cresciuta nella sua anima riempiendola a poco a poco. Senza di lei da lungo tempo non avrebbe più saputo di che vivere. Poi quella solitudine della vita gli si era allargata intorno come un deserto, che ella sola attraversava ancora col volo rapido e leggero della giovinezza; ma quando Bice si allontanerebbe un giorno al braccio di un altro uomo, egli ci aveva pensato spesso, tutto sarebbe davvero finito per lui. La sua vita lungamente assorta nel sogno di una immensa ambizione, quindi assopitasi in quella castità semi-religiosa, si era un mattino risvegliata sotto le brine dell'inverno; tutto era freddo nell'aria, il cielo s'intristiva, e dall'orizzonte opaco non soffiava più che un vento umido e silenzioso.
Perchè era vissuto così? Può l'individuo dirigere davvero la propria vita? Poichè ogni proposito gli era fallito malgrado tutta la superiorità del suo spirito e la purezza delle intenzioni, bisognava che in lui fosse un qualche capitale difetto. Ma dove? Una volta egli aveva creduto di scoprirlo nell'aver troppo dimenticato, per diventare un grand'uomo, che le più alte grandezze della vita vi spuntano dal fango comune, assimilandosene con maggior voracità le forze misteriose. Così in una continua fantasia di epopea, aveva camminato sul margine di tutte le battaglie, sprezzante della loro meschinità e amaramente altero di saperne già prima il risultato.