ATTO QUARTO.

ATTO QUARTO.

Stanza nel giardino del dott. Wangel. Porte a sinistra ed a destra. In mezzo a due finestre una porta a vetri, aperta, che dà sul giardino. A sinistra un divano, innanzi al divano una tavola. A destra un pianoforte, ed un po’ più in là verso il fondo una giardiniera. Nel mezzo una tavola rotonda circondata da sedie. Sulla tavola tra altre una pianta di rose. È il mattino.

(Vicino alla tavola di sinistra sta Violetta, seduta al divano e ricama. Lyngstrand è seduto su una sedia dall’altra parte della tavola. Si vede in giardino Ballested che dipinge; vicino a lui Hilda che lo guarda a lavorare).

Lyng.(Lyngstrand con i gomiti appoggiati sulla tavola rimane qualche istante silenzioso guardando Violetta a ricamare) Dev’essere molto difficile quel ricamo.

Viol.Non molto, basta contare bene i punti.

Lyng.Contare? Bisogna contare?

Viol.E come vorrebbe fare diversamente?

Lyng.È vero. Ma è quasi un lavoro artistico. Sa anche disegnare lei?

Viol.Ah sì, se ho un modello.

Lyng.In caso diverso, no?

Viol.No.

Lyng.Allora non è più un lavoro d’arte.

Viol.È piuttosto un lavoro di pazienza, per il quale ci vuole della pratica.

Lyng.Eppure io credo che lei potrebbe apprendere un’arte.

Viol.Io? ma non ho alcuna disposizione.

Lyng.Si consigli con un vero artista.

Viol.Lei crede che egli potrebbe insegnarmi?...

Lyng.Insegnarle no, ma io credo che la sua arte penetrerebbe in lei a poco a poco, insensibilmente, come per incanto.

Viol.Ciò sarebbe strano.

Lyng.(dopo breve pausa) Ha lei mai pensato seriamente al matrimonio?

Viol.(guardandolo di sottecchi) Al matrimonio?... no.

Lyng.Io sì invece.

Viol.Davvero?

Lyng.Certamente; penso sovente a certe cose e al matrimonio in ispecial modo: anzi ho letto molto in proposito. Credo che il matrimonio sia una specie di prodigio, che la donna si trasformi successivamente e finisca per rassomigliare a suo marito.

Viol.Lei vuol dire avere gli stessi gusti del marito.

Lyng.Sì, benissimo, appunto.

Viol.Sia pure, ma e la sua capacità? la sua abilità? il suo talento?

Lyng.Hum! vorrei sapere se anche tutto ciò....

Viol.Lei dunque crede che tutto quanto un uomo ha appreso con la lettura o con la riflessione, possa trasmetterlo a sua moglie?

Lyng.Sì, a poco a poco, come per un prodigio. Ma so benissimo che questo può avvenire solamente in un matrimonio bene assortito e fortunato.

Viol.Non si è mai chiesto lei se, un uomo nella stessa maniera possa rassomigliare a sua moglie?

Lyng.Un uomo? Non lo credo possibile.

Viol.Ma perchè l’una sì e l’altro no?

Lyng.Perchè l’uomo ha una vocazione per la quale egli vive: ed è appunto ciò che gli dà tanta forza, tanta energia.

Viol.Dunque tutti gli uomini?

Lyng.Ah, no; intendo parlare sopratutto degli artisti.

Viol.Lei approva un artista che prende moglie?

Lyng.Sì, purchè egli sposi una donna che ama veramente.

Viol.Invece a me pare che un artista dovrebbe vivere solamente per la sua arte.

Lyng.Certo, ma il matrimonio non gl’impedisce di occuparsi della sua arte.

Viol.Sia pure, ma quale sarà, in questo caso, lo scopo della vita della moglie?

Lyng.Essa pure vivrà per l’arte del marito; questa mi pare, costituisca già una grande felicità.

Viol.Non ne sono sicura.

Lyng.È certo, signorina, è certo. Non solamente per gli onori e la stima di cui godrà per lui, ma sopratutto perchè potrà aiutarlo a creare, perchè gli renderà meno penoso il lavoro incoraggiandolo, perchè gli renderà la vita dolce e bella. A me pare che tutto ciò debba infiammare lo spirito di una donna.

Viol.Lei non comprende fino a qual punto si mostra egoista, parlando così!

Lyng.Io egoista? io? Se mi conoscesse meglio, signorina Wangel.... (chinandosi su lei) Quando, tra poco, non sarò più qui....

Viol.(guardandolo con compassione) Non si angustii.... adesso.

Lyng.E perchè dovrei essere triste?

Viol.A che cosa pensava allora?

Lyng.Alla mia partenza che sarà tra un mese. Andrò nel Mezzogiorno.

Viol.Sì, lo so.

Lyng.Penserà a me, qualche volta?

Viol.Certo, e con piacere.

Lyng.(contento) Davvero, e lei me lo promette?

Viol.Sì, glielo prometto.

Lyng.(insistendo) Ma me lo promette sul serio?

Viol.Sì, su serio. (cambiando tono) E perchè vuole questa promessa, a che cosa le può servire?

Lyng.Oh! non lo dica! Sarei così felice di poter dire che v’è qualcuno qui che pensa a me!

Viol.Ebbene, eppoi?

Lyng.Non oso sperare di più....

Viol.Io neppure. Vi sono molte cose che ci si oppongono.... mi sembra quasi che tutto si opponga....

Lyng.Ci vorrebbe un miracolo; uno di quei casi che.... Malgrado tutto io ora credo che la felicità mi seguirà.

Viol.(animata) Ah! lei crede?...

Lyng.Ne sono convinto. Eppoi, tra qualche anno, quando tornerò qui, sarò uno scultore celebre, avrò un gran nome, avrò riacquistato la mia salute.

Viol.Noi lo speriamo ardentemente.

Lyng.Lo speri senza tema, lei che penserà a me durante il mio soggiorno nel mezzodì, perchè lei me l’ha promesso non è vero?

Viol.Ho dato la mia parola. (scuotendo la testa) Ma non le servirà nulla.

Lyng.Oh, si! mi aiuterà a lavorare.

Viol.Lo crede?

Lyng.Lo sento, e mi pare che a lei pure non dovrebbe dispiacere il pensare che mi sarà d’aiuto nella mia opera d’arte.

Viol.(guardandolo) Ma lei, da parte sua?

Lyng.Io?

Viol.(guardando verso il giardino) Parliamo d’altro. Vedo venire il professore.

(Arnholm appare nel giardino a sinistra, si ferma e chiacchiera con Ballested e Hilda).

Lyng.Lo ama dunque molto, lei, il suo vecchio professore?

Viol.Se io lo amo?

Lyng.Sì.... lei ha molta amicizia per lui.

Viol.Certamente, egli un così buon amico, un così saggio consigliere.

Lyng.È singolare che egli non abbia ancora preso moglie.

Viol.Lo trova strano ciò?

Lyng.Sicuro, perchè si dice che sia in buonissima posizione.

Viol.È possibile; ma forse non avrà trovato una donna che lo voglia.

Lyng.E perchè?

Viol.Perchè egli è stato il professore di quasi tutte le ragazze che conosce e, si sa, non si sceglie mai come sposo, un nostro antico professore....

Lyng.Lei non crede che una giovane possa innamorarsi del suo professore?

Viol.No, ammenochè essa non sia molto, ma molto giovane.

Lyng.Ah!... Dite davvero?

Viol.(con un segno di avvertimento) Ma silenzio, eccolo qui.

(Ballested prende il cavalletto, il pliant, ecc. e attraversa il giardino dirigendosi verso destra. Hilda l’aiuta. Arnholm sale sulla terrazza ed entra nel salone).

Arn.Buon giorno, mia cara Violetta. Buon giorno, signore. (guarda e saluta Lyngstrand con aria di malcontento. Lyngstrand invece gli fa un grande inchino e si alza).

Viol.Buon giorno, signor Professore.

Arn.Come sta oggi?

Viol.Non c’è male, grazie.

Arn.La sua matrigna è andata anche oggi a prendere il suo bagno?

Viol.No, è ancora nella sua camera.

Arn.Non si sente forse bene?

Viol.Non lo so; si è chiusa in camera.

Arn.Hem.... davvero?

Lyng.Si direbbe che alla signora Wangel l’arrivo dell’americano abbia fatto una grande impressione.

Arn.Come fa a saperlo lei?

Lyng.Lo vidi passeggiare ieri in giardino proprio lui, in carne ed ossa e lo dissi io alla signora Wangel.

Arn.Ora capisco.

Viol.Lei, signor professore rimase a discorrere a lungo iersera con papà?

Arn.Sì, un po’! Abbiamo parlato di cose serie.

Viol.Ha trovato modo di parlare anche di me.... dei miei desideri.

Arn.No, cara Violetta. Mi è stato impossibile, suo padre era preoccupato da altre cose.

Viol.(con un sospiro) Eh sì, lo è sempre!

Arn.(guardandola) Oh, ne parleremo, ma più tardi. E suo padre dov’è? È uscito forse?

Viol.No, deve essere in studio: vado a cercarlo.

Arn.Grazie, non s’incomodi, preferisco andarci io.

Viol.(stando in ascolto) Aspetti, mi pare che egli scenda ora le scale. Forse era salito da lei. (Wangel entra dalla porta sinistra).

Wan.(stendendo la mano ad Arnholm) Caro amico, già qui? Ha fatto benissimo a venire così presto, ho da parlare ancora.

Viol.(a Lyngstrand) Andiamo a raggiungere Hilda in giardino?

Lyng.Come crede, signorina. (Lyngstrand e Violetta scendono in giardino e si dirigono verso il fondo)

Arn.(che li ha seguiti coll’occhio) Lo conosce bene, lei, quel giovane?

Wan.Io no.

Arn.E le sembra giusto che stia sempre vicino alle sue figliuole?

Wan.Crede? In verità non me ne sono accorto.

Arn.Questo è male, lei deve farci attenzione invece.

Wan.Ha ragione, ma che posso io? Le mie ragazze sono abituate a guidarsi da loro stesse e non vogliono ricevere osservazioni nè da me, nè da Ellida.

Arn.Neppure da lei?

Wan.No, e d’altra parte io non posso esigere daEllida che si occupi delle mie figlie. (interrompendosi) Ma non era di questo che dovevamo parlare. Mi dica, ha ben riflettuto su quanto le dissi?

Arn.Dacchè ci siamo lasciati, non ho pensato ad altro.

Wan.E che cosa mi consiglia?

Arn.Caro dottore, a me sembra che lei come medico dovrebbe sapere meglio di me...

Wan.Se sapesse quanto è difficile per un medico di giudicare del male di una persona a lui cara.... In questo caso poi non si tratta di una malattia ordinaria e non è un solito medico, nè le solite medicine che potranno guarirla.

Arn.Come sta oggi?

Wan.Sono stato or ora nella sua camera e mi parve tranquilla, ma sotto quel continuo variar di umore si nasconde un mistero che non posso chiarire e che la rende così incostante, così irrequieta.

Arn.Ciò può dipendere anche dal suo stato d’animo malato.

Wan.Sì in parte ma non è tutto. Ellida appartiene ad una generazione di marinai. Ecco la vera ragione.

Arn.Davvero, dottore, non comprendo il senso di queste sue parole.

Wan.Non ha mai notato come tutti coloro i quali vivono sul mare costituiscano una specie di popolo a parte? Si direbbe che essi vivano della vita stessa del mare. Nei loro pensieri, come nei loro sentimenti vi è una continua ondulazione, un continuo flusso e riflusso: essi non si acclimatizzano in nessun altro luogo. Ah! se l’avessi pensato prima: fu un grande errore il mio di togliere Ellida di laggiù.

Arn.Lei dunque ha finito col persuadersi di ciò.

Wan.Sì, ma avrei dovuto pensarci prima: io lo presentivo senza volerlo confessare a me stesso, ma l’amavo tanto che da vero egoista, non ho pensato che a me.

Arn.Eh! In simili casi tutti gli uomini diventano un poco egoisti. D’altra parte dottore, io non mi sono mai accorto che lei sia un egoista.

Wan.(passeggiando con inquietudine per la scena). Sì, un egoista, lo fui e lo sono ancora, sono molto più vecchio di lei, potrei farle da padre e da guida. Il mio dovere era di conoscere tutti i pensieri di mia moglie. Disgraziatamente non ho fatto nulla di ciò. Non ebbi energia, volli averla come era, il suo stato si è aggravato ma io non me ne sono dato pensiero e l’ho condotta qui. Ecco perchè nella mia disgrazia mi sono ricordato di lei, e l’ho pregata di venir da noi.

Arn.(guardandosi stupito) Come, è questa la ragione per cui mi ha chiamato?

Wan.Sì, ma per carità, non ne faccia parola con alcuno.

Arn.Io mi domando in che cosa posso esserle utile.

Wan.Che vuole, mi sono ingannato: credevo che Ellida in altri tempi l’avesse amato, che ella l’amasse ancora un poco, segretamente: credetti che le dovesse recar piacere il riveder lei ed il poter discorrere con una persona del suo paese che la conobbe quando era felice.

Arn.Dunque lei alludeva a sua moglie scrivendomi che qui vi era una persona che mi aspettava la quale sarebbe stata contenta di vedermi.

Wan.E a chi voleva mai che alludessi?

Arn.(con prontezza) È vero: lei ha ragione, ma io non avevo compreso.

Wan.È naturale giacchè io mi sono sbagliato.

Arn.E lei poi dice che è un egoista.

Wan.La mia colpa verso Ellida è tanto grande che non posso trascurare di tentare alcuna cosa che possa far cessare un poco la sua melanconia.

Arn.In che modo spiega il dominio che codesto straniero ha sopra Ellida?

Wan.Mio caro amico, è inesplicabile!

Arn.Inesplicabile?

Wan.Almeno per ora.

Arn.Crede lei a un’influenza misteriosa?

Wan.Sì e no. L’ignoro e non posso discutere.

Arn.Sia pure, ma è così spaventosa quell’idea strana degli occhi del bambino?

Wan.(vivamente) Alla storia degli occhi io non credo, non voglio crederci: deve essere un’illusione della sua fantasia e nulla più.

Arn.Ha bene osservato ieri gli occhi di quello straniero? non ha trovato alcuna rassomiglianza?

Wan.Che le posso dire? Non era ben chiaro quando l’ho veduto. Eppoi Ellida mi aveva tanto parlato di questa rassomiglianza che non potevo giudicare imparzialmente.

Arn.Ma e l’altro fenomeno? Quella paura, quella ansietà che si è impadronita di lei quando tre anni fa, egli si mise in cammino per venire qui?

Wan.L’immaginazione ha la sua parte in tutto questo: è dall’altro giorno che Ellida non fa che pensare a quell’uomo, e questo suo stato non si è manifestato subitamente come essa pretende, bensì dopo aver saputo dal giovane Lyngstrand che Johnston o Friman, che sia, si era imbarcato or sono tre anni, per tornar qui nel mese di marzo. Fu in quel momento che essa credette che il turbamento della sua mente, le sue torture fossero cominciate appunto in quell’epoca.

Arn.E non è vero?

Wan.No. Da molto tempo essa vi aveva predisposizione e fu solo il caso che volle avesse una crisi violenta tre anni fa, nel mese di marzo....

Arn.Ah! vede....

Wan.Sì, ma questo si spiega con le circostanze anormali in cui si trovava: allora era in istato interessante.

Arn.Dunque sintomi contro sintomi.

Wan.(stringendo i pugni) E non poterla aiutare e non avere alcun mezzo per salvarla!

Arn.Se lei potesse deciderla a cambiar cielo, andar via di qui, portarla a vivere in luoghi che maggiormente le confacciano.

Wan.E crede che non glielo abbia di già proposto? Le offersi di andarmi a stabilire con lei a Skjoldvik, ma non ha voluto.

Arn.Davvero?

Wan.Mi rispose che sarebbe stato inutile, e credo anch’io che essa abbia ragione.

Arn.Come.... crede?

Wan.E poi.... ho riflettuto. Io non ho il diritto, per le mie figliuole, di andarmi a relegare laggiù in quell’angolo perduto dell’universo. È necessario che viva nel mondo per trovare un marito a quelle ragazze.

Arn.Maritarle? diggià?

Wan.Sicuro. E d’altra parte io ho anche l’obbligo di soccorrere la mia povera ammalata, la mia Ellida. Ah! caro Arnholm non so dove batter la testa: sono fra l’incudine e il martello.

Arn.In quanto a Violetta non deve preoccuparsene.... (interrompendosi) Vorrei sapere dove è.... dove sono andati quei due giovani....

Wan.(avvicinandosi al pianoforte) Per quelle tre creature io farei qualunque sacrificio... sapessi soltanto il come (Ellida entra dalla porla di sinistra).

Ellida.(entrando in fretta a Wangel) Non uscire questa mattina te ne supplico.

Wan.No, no, te lo prometto, (addita Arnholm che si avvicina) Ma non saluti il professore?

Ellida.(voltandosi) Ah! è qui signor Arnholm? (stendendogli la mano) Buon giorno.

Arn.Buon giorno signora. Oggi non è andata a prendere il suo bagno?

Ellida.No, no.... non si tratta di questo oggi. Vuol sedersi un momento?

Arn.Grazie, signora, non posso (guardando verso la terrazza) Ho promesso alle ragazze di raggiungerle in giardino.

Ellida.Le sarà difficile trovarle in giardino: io non ci sono mai riescita.

Wan.Saranno dalla parte dello stagno.

Arn.Oh! saprò trovarle (saluta, va sulla terrazza, l’attraversa e scende in giardino).

Ellida.Wangel, che ore sono?

Wan.(guardando l’orologio) Le undici.

Ellida.Questa notte tra le undici e mezzanotte arriverà il battello. Perchè non è già passato quel momento?

Wan.(avvicinandosi) Mia cara Ellida, debbo farti una domanda.

Ellida.Quale?

Wan.L’altra sera quando eravamo al Belvedere, mi hai detto che più d’una volta ti apparve innanzi la figura dello straniero.

Ellida.È vero.

Wan.Come lo vedevi?

Ellida.Come lo vedevo?

Wan.Voglio dire come ti appariva, sotto quale forma.

Ellida.Ma, caro Wangel, ora lo conosci tu pure.

Wan.Nelle tue allucinazioni t’appariva come lo abbiamo veduto ieri?

Ellida.Sì, certo.

Wan.Come mai allora, ieri non l’hai riconosciuto subito?

Ellida.(stupita) Non l’ho riconosciuto subito?

Wan.No. Mi hai tu stessa detto che quando è apparso al di là della siepe, tu non sapevi chi era.

Ellida.(colpita) Hai ragione. È singolare che io non l’abbia subito riconosciuto.

Wan.Mi hai detto pure che a causa dei suoi occhi che....

Ellida.Ah! sì, gli occhi! quegli occhi!

Wan.L’altra sera però, sul Belvedere, sostenevi che egli ti compariva come quando vi lasciaste laggiù dieci anni or sono.

Ellida.Io ho detto questo?

Wan.Sì.

Ellida.La sua figura era quasi uguale a quella d’oggi.

Wan.No. L’altra sera mentre ritornavamo a casa ne hai fatto un ritratto ben differente. Dieci anni fa, come ho saputo da te, non aveva barba; era vestito in un altro modo, portava una spilla con una perla strana... E l’uomo di ieri non l’aveva....

Ellida.È vero! è vero!

Wan.(fissandola) Rifletti un poco, cara Ellida. Procura di ricordarti precisamente quale era la sua fisionomia, quando eri a Brathammeren.

Ellida.(chiudendo gli occhi) Non lo vedo distintamente, oggi mi è impossibile. È strano.

Wan.Non è strano! una nuova visione, quella della realtà ti si porta innanzi agli occhi e ti nasconde l’ombra in modo che tu non la vedi più.

Ellida.Lo credi, Wangel?

Wan.Sì, questa realtà proietta la sua ombrasulla tua fantasia di donna malata: ecco perchè è bene che essa si sia mostrata.

Ellida.Un bene?... Lo credi un bene?

Wan.Sì, è un bene che quest’uomo sia venuto: lui stesso ti procurerà la guarigione.

Ellida.(sedendosi sul divano) Wangel, siedi vicino a me, sento il bisogno di aprirti tutto il mio cuore.

Wan.(siede ad una sedia dall’altra parte della tavola) Ti ascolto.

Ellida.Fu per noi una sciagura il nostro matrimonio.

Wan.(stupito) Che dici?

Ellida.Sì. Una disgrazia e non poteva essere altrimenti: non poteva essere felice un’unione, come la nostra, avvenuta in quelle condizioni.

Wan.Ellida, di che cosa mi puoi rimproverare?

Ellida.Parliamoci francamente; smettiamo di mentire.

Wan.Mentire?

Ellida.Sì, noi siamo menzogneri, o almeno, nascondiamo la verità. E la verità, la pura verità è che tu sei venuto laggiù e mi hai comprata.

Wan.Comprata? E tu puoi dirmi?...

Ellida.E come potrei definire in altro modo il nostro matrimonio? Non potevi più sopportare la solitudine; cercavi un’altra moglie...

Wan.E un’altra madre per le mie figlie.

Ellida.Forse. Però questo non era il principale sentimento che ti animava; tu, del resto, ignoravi completamente che io potessi adempiere a quel compito. Tu mi avevi appena veduta... non mi avevi indirizzato che poche parole... insomma, tu mi desideravi...

Wan.Dà pure al mio amore il nome che vuoi.

Ellida.Io, dal mio canto, mi trovavo abbandonata, sola. Quando venisti, accettai senz’altro, di dividere la vita con te.

Wan.Io ti chiesi francamente se eri disposta adividere con me e le mie figlie la modesta esistenza.

Ellida.È vero: non avrei dovuto accettare: non avrei dovuto vendermi! Dovevo piuttosto lavorare come una miserabile e conservare la mia volontà e la mia libertà.

Wan.(alzandosi) Dunque, in questi cinque o sei anni durante i quali abbiamo vissuto insieme, non sei stata molto felice?

Ellida.No, Wangel non ci pensare. Io sono stata fatta segno, in casa tua, a tutte le cure più amorose; ma in questa casa io non ci sono entrata completamente di mia volontà... ed ecco da dove hanno origine i miei mali.

Wan.(guardandola) Non sei venuta completamente di tua volontà?

Ellida.No, non fu volontariamente che ti ho seguito.

Wan.Volontariamente... mi ricordo che questa parola la disse anche ieri lo straniero.

Ellida.Questa parola riassume tutto, spiega tutto. Ora io comprendo molte cose...

Wan.Che cosa?

Ellida.Comprendo che la vita che noi conduciamo non è, in realtà, una vita coniugale.

Wan.(con amarezza) È vero! La nostra vita non è quella di due sposi!

Ellida.Non lo è stata mai: neppure nei primi tempi della nostra unione. Il primo matrimonio sarebbe stato un’unione vera e perfetta!

Wan.Il primo matrimonio? Quale?

Ellida.Il mio matrimonio con lui.

Wan.(stupito) Non ti comprendo!...

Ellida.Non diciamo menzogne, Wangel, è indegno di noi.

Wan.Continua allora.

Ellida.Tu pure riconoscerai che una promessa volontaria è un legame ben più valido di un matrimonio.

Wan.Ma, mio Dio!

Ellida.(alzandosi molto agitata) Permettimi di lasciarti, Wangel.

Wan.Ellida!

Ellida.Bisogna che tu me lo permetta. Credimi, è così che dobbiamo lasciarci dopo la stranezza del nostro matrimonio.

Wan.(con profondo ma rassegnato dolore) Dovevamo dunque arrivare a questo punto!

Ellida.Era inevitabile!

Wan.In questi anni di matrimonio dunque non ho saputo conquistarti, non ti ho mai interamente posseduta.

Ellida.Wangel, se potessi amarti quanto vorrei, quanto lo meriti, ma, lo sento, questo non sarà mai possibile.

Wan.È il divorzio allora? Un divorzio regolare e legale che tu vuoi?

Ellida.Non mi hai compreso: non annetto alcuna importanza alla forma; voglio solamente che noi ci dividiamo volontariamente.

Wan.(fa un triste segno di approvazione) Scindere il contratto.

Ellida.Sicuro, scindere il contratto.

Wan.E dopo?

Ellida.Accada ciò che deve accadere! Ciò di cui ti prego, di cui ti supplico è di lasciarmi partire, di rendermi la mia completa libertà.

Wan.È orribile quanto mi chiedi! Lasciami il tempo di riflettere....

Ellida.Non ho tempo da perdere: mi occorre oggi stesso, la mia libertà.

Wan.Perchè?

Ellida.Perchè egli arriva questa notte.

Wan.(retrocedendo) Egli arriva?! Lui! Dunque è per lui che vuoi questo?

Ellida.Voglio che mi trovi libera.

Wan.Ellida, io non posso restituirti oggi la tua libertà. Non ne ho neppure il diritto, perchè a me corre l’obbligo di proteggerti: questo è il mio dovere e lo compirò.

Ellida.Proteggermi? Proteggermi contro chi?Contro che cosa? Nessuno vuol farmi violenza, nessuno mi minaccia; questa forza suprema che tu chiami «orribile» non è nel mondo esterno, ma in me stessa. Come puoi tu combatterla?

Wan.Posso aiutarti, darti coraggio per lottare.

Ellida.Sì, se volessi lottare!

Wan.Allora tu non lo vuoi!

Ellida.È appunto questo che ignoro io stessa.

Wan.Ellida, questa notte, tutto sarà deciso.

Ellida.(con slancio) Sì, finalmente siamo vicini all’ora decisiva.

Wan.E domani?

Ellida.Domani forse, il mio avvenire, il mio vero avvenire l’avrò perduto per sempre.

Wan.Il tuo vero avvenire?

Ellida.Sì, tutta una vita di libertà. Perduta.... perduta e forse anche per lui!

Wan.(a voce bassa e prendendole una mano) Ellida, lo ami quello straniero?

Ellida.Se io?... lo so forse? Io so solamente che per me è il mistero.... l’orribile è che....

Wan.(interrompendola) È che...?

Ellida.(svincolandosi dalla stretta) È che mi pare appartenergli.

Wan.(abbassando il capo) Domani egli sarà partito, tu non sarai più in pericolo. Domani, Ellida, sarò pronto a restituirti la libertà; a scindere il mercato.

Ellida.Wangel! Ma domani sarà troppo tardi!

Wan.(guarda verso il giardino) Le ragazze, ecco le ragazze! Facciamo che fino all’ultimo esse non si accorgano di nulla.

(che vengono dal giardino e salgono la terrazza. Lyngstrand saluta ed esce da destra; gli altri entrano nel salone).

Arn.Abbiamo fatto dei grandi progetti.

Hilda.Questa sera vogliamo andare sul fiordo, e....

Viol.(interromp.) Sta zitta!

Wan.Anche noi abbiamo fatto dei progetti. Ellida, questa sera, parte per Skjoldvik, ove si tratterrà qualche tempo.

Viol.Parti?

Arn.Fa bene, signora Wangel.

Wan.Ellida vuol tornare a casa sua! Ritornare alla riva del mare.

Hilda.(correndo verso Ellida) Tu parti? tu ci lasci?

Ellida.(spaventata) Hilda, che cos’hai?

Hilda.(dominandosi) Nulla, nulla. (allontanandosi dice a bassa voce) Tu puoi partire, tu!

Viol.(con spavento) Babbo, ti leggo in viso che tu pure partirai per Skjoldvik.

Wan.No, non v’andrò, forse, che di quando in quando.

Viol.E noi? e questa casa?

Wan.Starò anche qui.

Viol.Di quando, in quando?

Wan.Fanciulla mia, è necessario! (va al fondo).

Arn.(a bassa voce) Ci parleremo più tardi, Violetta. (s’avvicina a Wangel).

Ellida.(a Violetta piano) Che cosa aveva Hilda? Mi parve commossa.

Viol.Non hai capito ciò che Hilda di giorno in giorno, aspetta?

Ellida.No. Che cosa?

Viol.Una parola amorevole da te, una sola!

Ellida.Ah!... Avevo dunque un compito da adempiere qui?

Viol.(guarda la porta di destra, poi ne apre l’uscio) Babbo, la colazione è pronta.

Wan.(dominandosi per mostrarsi calmo) Grazie. Prego, professore, passi prima lei. Andiamo a tavola e, vuotando i nostri bicchieri daremo il saluto alla donna del mare!

(Tutti si incamminano a destra).

FINE DELL’ATTO QUARTO.


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