NOTE

NOTE

114.Augusto Alfani.

114.Augusto Alfani.

115.La Donna fiorentina nei primi secoli del Comune.

115.La Donna fiorentina nei primi secoli del Comune.

116.«.... chorda qui semper oberrat eadem»Ep. ad Pisones, v. 356.

116.«.... chorda qui semper oberrat eadem»Ep. ad Pisones, v. 356.

117.Istorie fiorentine, proemio. E ilGioberti,Rinnovamento, II, 462-63: «Il vivo della storia versando nei particolari, e solo da questi potendosi raccòrre la notizia fruttuosa delle leggi che girano le vicende umane, i racconti speciali sono i soli che giovano; laddove le storie universali, pogniamo che rechino istruzione speculativa e piacere, sono di poco o nessun profitto per la pratica».

117.Istorie fiorentine, proemio. E ilGioberti,Rinnovamento, II, 462-63: «Il vivo della storia versando nei particolari, e solo da questi potendosi raccòrre la notizia fruttuosa delle leggi che girano le vicende umane, i racconti speciali sono i soli che giovano; laddove le storie universali, pogniamo che rechino istruzione speculativa e piacere, sono di poco o nessun profitto per la pratica».

118.Purg. XXIV, 49-54; II, 91-114. Sul «dolce stil novo», e la sua storia, si vedano specialmente i belli studi diGiulio Salvadori(La poesia e la Canzone d'amore di Guido Cavalcanti; Roma, Soc. ed. Dante Alighieri, 1895:Sulla vita giovanile di Dante; Roma, Soc. ed. D. A., 1901), e quello recente (Il dolce stil nuovo; Palermo, Reber, 1903) diLiborio Azzolina.

118.Purg. XXIV, 49-54; II, 91-114. Sul «dolce stil novo», e la sua storia, si vedano specialmente i belli studi diGiulio Salvadori(La poesia e la Canzone d'amore di Guido Cavalcanti; Roma, Soc. ed. Dante Alighieri, 1895:Sulla vita giovanile di Dante; Roma, Soc. ed. D. A., 1901), e quello recente (Il dolce stil nuovo; Palermo, Reber, 1903) diLiborio Azzolina.

119.Tommaseo,Il Duca d'Atene; Firenze, 1879; pag. 58: «A te, gentile atomo della terrena polvere, popolato d'anime e di memorie immortali, conservatore d'un'immortale parola....»

119.Tommaseo,Il Duca d'Atene; Firenze, 1879; pag. 58: «A te, gentile atomo della terrena polvere, popolato d'anime e di memorie immortali, conservatore d'un'immortale parola....»

120.Vita Nuova, § VI.

120.Vita Nuova, § VI.

121.Vedi l'uno e l'altro nel Commento delD'AnconaallaVita Nuova(Pisa, 1884), l. c., pag. 45 segg.

121.Vedi l'uno e l'altro nel Commento delD'AnconaallaVita Nuova(Pisa, 1884), l. c., pag. 45 segg.

122.G. Villani, VII,LXXXIX.Dino, I,XXII, 5.

122.G. Villani, VII,LXXXIX.Dino, I,XXII, 5.

123.Rime, ediz.Fraticelli, pag. 74. — Vanna (Giovanna) con Guido, Lagia (Adelasia) con Lapo, e Bice con Dante, secondo la Volgata di quel Sonetto, il quale non è tra le Rime diVita Nuova. Ma sulla traccia dei manoscritti si fa strada un ragionevole dubbio, che non Bice, ma un'altra donna gentile, forse la prima «dello schermo» diVita Nuova, sia l'una delle tre fantasticate per l'amorosa comitiva. VediUn Sonetto e una Ballata d'amore dal Canzoniere di Dante, per cura diM. Barbi; Firenze, 1897.

123.Rime, ediz.Fraticelli, pag. 74. — Vanna (Giovanna) con Guido, Lagia (Adelasia) con Lapo, e Bice con Dante, secondo la Volgata di quel Sonetto, il quale non è tra le Rime diVita Nuova. Ma sulla traccia dei manoscritti si fa strada un ragionevole dubbio, che non Bice, ma un'altra donna gentile, forse la prima «dello schermo» diVita Nuova, sia l'una delle tre fantasticate per l'amorosa comitiva. VediUn Sonetto e una Ballata d'amore dal Canzoniere di Dante, per cura diM. Barbi; Firenze, 1897.

124.Rime, pag. 186.

124.Rime, pag. 186.

125.Rime, pag. 123.

125.Rime, pag. 123.

126.Parad. XXX, 28-29.

126.Parad. XXX, 28-29.

127.§§ II (cfr. ediz.D'Ancona, p. 6-7), III, V, XIV.

127.§§ II (cfr. ediz.D'Ancona, p. 6-7), III, V, XIV.

128.§§ XVI, XVIII.

128.§§ XVI, XVIII.

129.Purg. XXX, 127-128.

129.Purg. XXX, 127-128.

130.Parad. II, 22. L'Esame della bellezza e del riso di Beatrice e della facoltà visiva di DantediTeodorico Landoni(Dichiarazioni al Paradisoec., Firenze, Le Monnier, 1859) è gentile scrittura, da non doversi dimenticare.

130.Parad. II, 22. L'Esame della bellezza e del riso di Beatrice e della facoltà visiva di DantediTeodorico Landoni(Dichiarazioni al Paradisoec., Firenze, Le Monnier, 1859) è gentile scrittura, da non doversi dimenticare.

131.Purg. XXX, 73.

131.Purg. XXX, 73.

132.Rime, pag. 108.

132.Rime, pag. 108.

133.Inf. II, 112, 104.

133.Inf. II, 112, 104.

134.Inf. II, 116;Purg. XXXI, 19-21; XXXIII, 127 segg.;Parad. I, 95; II, 52; III, 25, e altrove;Parad. XVI, 13-15.

134.Inf. II, 116;Purg. XXXI, 19-21; XXXIII, 127 segg.;Parad. I, 95; II, 52; III, 25, e altrove;Parad. XVI, 13-15.

135.G. Todeschini,Scritti su Dante; Vicenza, 1872; I, 329.

135.G. Todeschini,Scritti su Dante; Vicenza, 1872; I, 329.

136.Parad. VII, 13-14.

136.Parad. VII, 13-14.

137.Vedi, qui appresso, il mio Studio su Beatrice.

137.Vedi, qui appresso, il mio Studio su Beatrice.

138.Da quel valentuomo delTodeschini,Scritticit., I, 328 segg. Cfr. il Commento delD'AnconaallaVita Nuova, pag. 28-30, e 76-77. E vedi il mio Studio suBeatrice.

138.Da quel valentuomo delTodeschini,Scritticit., I, 328 segg. Cfr. il Commento delD'AnconaallaVita Nuova, pag. 28-30, e 76-77. E vedi il mio Studio suBeatrice.

139.Mi compiaccio di conservare queste parole così come le dissi e le pubblicai nell'87, perchè oggi il documento si ha: vedi il citato mio Studio suBeatrice.

139.Mi compiaccio di conservare queste parole così come le dissi e le pubblicai nell'87, perchè oggi il documento si ha: vedi il citato mio Studio suBeatrice.

140.Intorno a questi malauspicati matrimonî di Corso Donati, ho avuto a dire in più luoghi del mio libro suDinoec.: vedili indicati a pagina 52 del vol. III. E cfr. lo Studio diGuido LevisuBonifazio VIII e il Comune di Firenze; Roma, 1882; pag. 20 segg.

140.Intorno a questi malauspicati matrimonî di Corso Donati, ho avuto a dire in più luoghi del mio libro suDinoec.: vedili indicati a pagina 52 del vol. III. E cfr. lo Studio diGuido LevisuBonifazio VIII e il Comune di Firenze; Roma, 1882; pag. 20 segg.

141.Vedi laTenzone di Dante con Forese Donati, a pag. 435-461 del mioDante ne' tempi di Dante; Bologna, 1888.

141.Vedi laTenzone di Dante con Forese Donati, a pag. 435-461 del mioDante ne' tempi di Dante; Bologna, 1888.

142.Purg. XXIII, 85-95.

142.Purg. XXIII, 85-95.

143.Vita Nuova, §§ XXXVI segg. Vedi nel Commento delD'Ancona(pag. 236-37) accennata, e non accettata, questa e alcun'altra interpetrazione della «donna gentile».

143.Vita Nuova, §§ XXXVI segg. Vedi nel Commento delD'Ancona(pag. 236-37) accennata, e non accettata, questa e alcun'altra interpetrazione della «donna gentile».

144.Vedi ancora, qui appresso, l'indicato luogo del mio Studio suBeatrice.

144.Vedi ancora, qui appresso, l'indicato luogo del mio Studio suBeatrice.

145.Vedile svolte egregiamente daR. Fornaciarine' suoiStudj su Dante(2ª ediz.; Firenze, Sansoni, 1901), pag. 180 segg., e accettate dalD'Ancona(l. c.). E a me, quando pubblicai la prima volta queste mie pagine, pareva che la più comune interpetrazione della dantesca Matelda per la Matilde contessa famosa fosse la meno accettabile. E accennavo alle ipotesi diA. Lubine diG. Preger, dietro le quali si continua da alcuni a trovare analogie tra la Matelda e questa o quella Matilde, religiose e misticografe tedesche. E poi dicevo che, tutto ben considerato, dovesse prevalere il principio, che la realtà di questa figura, la quale nel Poema ha sì stretta relazione e vicinanza con la simbolica Beatrice del Paradiso terrestre, s'abbia a cercare fra le donne che nellaVita Nuovasono poste in altrettal vicinanza con Beatrice Portinari. E adducevo, a tal concetto ispirata, la recente ipotesi diA. Borgognoni, il quale ravvisava la Matelda in altra donna pur dellaVita Nuova(§ XVIII), premurosa interrogatrice del Poeta intorno all'amor suo; rilevando una giusta osservazionedi lui, sulla opportunità, in quell'ordine d'idee, di trovare, fra le gentildonne fiorentine di quel tempo, una veramente chiamata Matelda o Matilde: e che io avevo già tentata qualche indagine, la quale altro resultato non mi aveva offerto, se non che nella famiglia dei Ricci (dalle cui case in Por San Piero, non è improbabile che potesse «una gentil donna da una fenestra riguardare» verso quelle degli Alighieri) ricorre nella prima metà del Trecento il nome di Telda. Del resto, soggiungevo, non esser tanto vero, che dopo la celebre contessa il nome di Matelda fosse comune in Firenze (una Telda dei Bardi è nellaBattaglia delle donnedelSacchetti, I, 18); perchè il nome che in onor suo ebbe voga, e fu davvero comune, fu propriamente quello di Contessa e popolarmente Tèssa. E la persona storica della Contessa credo io oggi, specialmente dopo i validi studi diL. Rocca(Matelda, nel volumeCon Dante e per Dante; Milano, Hoepli, 1898) e diA. Bertoldi(La bella donna del Paradiso terrestre; Firenze, 1901) e diG. Picciola(Matelda; Bologna, Zanichelli, 1902), e una genialissima lettura diEmma Boghen Conigliani(Il canto XXVIII del Purgatorio; Brescia, 1902), debba senz'altro restituirsi e confermarsi nella figura ideale della Matelda dantesca.

145.Vedile svolte egregiamente daR. Fornaciarine' suoiStudj su Dante(2ª ediz.; Firenze, Sansoni, 1901), pag. 180 segg., e accettate dalD'Ancona(l. c.). E a me, quando pubblicai la prima volta queste mie pagine, pareva che la più comune interpetrazione della dantesca Matelda per la Matilde contessa famosa fosse la meno accettabile. E accennavo alle ipotesi diA. Lubine diG. Preger, dietro le quali si continua da alcuni a trovare analogie tra la Matelda e questa o quella Matilde, religiose e misticografe tedesche. E poi dicevo che, tutto ben considerato, dovesse prevalere il principio, che la realtà di questa figura, la quale nel Poema ha sì stretta relazione e vicinanza con la simbolica Beatrice del Paradiso terrestre, s'abbia a cercare fra le donne che nellaVita Nuovasono poste in altrettal vicinanza con Beatrice Portinari. E adducevo, a tal concetto ispirata, la recente ipotesi diA. Borgognoni, il quale ravvisava la Matelda in altra donna pur dellaVita Nuova(§ XVIII), premurosa interrogatrice del Poeta intorno all'amor suo; rilevando una giusta osservazionedi lui, sulla opportunità, in quell'ordine d'idee, di trovare, fra le gentildonne fiorentine di quel tempo, una veramente chiamata Matelda o Matilde: e che io avevo già tentata qualche indagine, la quale altro resultato non mi aveva offerto, se non che nella famiglia dei Ricci (dalle cui case in Por San Piero, non è improbabile che potesse «una gentil donna da una fenestra riguardare» verso quelle degli Alighieri) ricorre nella prima metà del Trecento il nome di Telda. Del resto, soggiungevo, non esser tanto vero, che dopo la celebre contessa il nome di Matelda fosse comune in Firenze (una Telda dei Bardi è nellaBattaglia delle donnedelSacchetti, I, 18); perchè il nome che in onor suo ebbe voga, e fu davvero comune, fu propriamente quello di Contessa e popolarmente Tèssa. E la persona storica della Contessa credo io oggi, specialmente dopo i validi studi diL. Rocca(Matelda, nel volumeCon Dante e per Dante; Milano, Hoepli, 1898) e diA. Bertoldi(La bella donna del Paradiso terrestre; Firenze, 1901) e diG. Picciola(Matelda; Bologna, Zanichelli, 1902), e una genialissima lettura diEmma Boghen Conigliani(Il canto XXVIII del Purgatorio; Brescia, 1902), debba senz'altro restituirsi e confermarsi nella figura ideale della Matelda dantesca.

146.Purg. XXVIII, 40-69.

146.Purg. XXVIII, 40-69.

147.B. Zumbini,Studi sul Petrarca; Napoli, 1878, pag. 68. Vedasi poi la fina analisi che delCarattere del Petrarca, e delle relazioni frail Petrarca e Laura, fa ilBartolinel VII volume della suaStoria della Letteratura italiana; Firenze, Sansoni, 1884.

147.B. Zumbini,Studi sul Petrarca; Napoli, 1878, pag. 68. Vedasi poi la fina analisi che delCarattere del Petrarca, e delle relazioni frail Petrarca e Laura, fa ilBartolinel VII volume della suaStoria della Letteratura italiana; Firenze, Sansoni, 1884.

148.Non mi sembra inopportuno qui riferirli, con qualche cura della lezione (cfr.Opera omniaF. Petrarcae; Basilea, 1554, pag. 1338-39:F. Petrarchae,Poemata minora, ed.D. Rossetti; Mediolani, 1834, III, 100-105;B. Zumbini, op. cit., pag. 62-63).Breve panegiricum defunctae matris.Suscipe funereum, genitrix sanctissima, cantum,atque aures averte pias, si praemia coelodigna ferens virtus alios non spernit honores.Quid tibi pollicear, nisi quod, velut alta Tonantisregna tenes, Electa Dei tam nomine quam re,sic quoque perpetuum dabit hic tibi nomen honestasMusarum celebranda choris, pietasque suprema,maiestasque animi, primisque incoepta sub anniscorpore in eximio nullam intermissa per horamtempus ad extremum vitae notissima claraecura pudicitiae, facie miranda sub illa?Iam brevis innocuae praesens tibi vita peractaefficit, in populo maneas narranda futuro,aeternum veneranda bonis, mihi flendaque semper.Nec quia contigerit quicquam tibi triste dolemus,sed quia me fratremque, parens dulcissima, fessosPythagorae in bivio et rerum sub turbine linquis.Tu tamen instabilem, foelix o transfuga, mundumnon sine me fugies, nec stabis sola sepulchro.Egregiam matrem sequitur fortuna relictaespesque domus, et cuncti animi solatia nostri:ipse ego iam saxo videor mihi pressus eodem.Haec modo pauca quidem, pectus testantia moestum,dicta velim: sed plura alias; tempusque per omnehac tua, fida parens, resonabit gloria lingua.Has longum exequias tribuam tibi: postque caducicorporis interitum, quod adhuc viget, optima sub quovivis adhuc genitrix, cum iam comprenserit urnahos etiam cineres, nisi me premat immemor aetas,vincemus pariter, pariter memorabimur ambo.Sin aliter fors dura parat, morsque invida nostramextinctura venit fragili cum corpore famam,tu saltem, tu sola, precor, post busta superstesvive, nec immerito vocent oblivia Lethes.Versiculos tibi nunc totidem, quot praebuit annosvita, damus; gemitus et caetera digna tulisti,dum stetit ante oculos feretrum miserabile nostros,ac licuit gelidis lacrymas infundere membris.Per le questioni che si sono fatte sulla madre del Petrarca (riassunte e conchiuse daG. O. Corazzini,La madre di Francesco Petrarca; Firenze, 1903, seconda ediz.), ha in questi versi molta importanza la interpetrazione, alla quale nessuno ha posto mente, della frase «Pythagorae in bivio» nel v. 17. Cotesta frase, nel linguaggio del tempo, significava nè più nè meno che l'età di quindici anni; e così ci è dichiarata da un dugentista, frate Salimbene da Parma, il quale nella suaChronica(pag. 10), rimpiangendo la morte immatura d'un giovinetto «qui, cum pervenisset ad bivium pythagoricae litterae, ultimum diem clausit», soggiunge: «idest finitis tribus lustris, quia tria lustra complent cyclum Indictionum»; dal che sembra che l'indizione s'indicasse anche con la lettera Y, nella qual lettera biforcata aveva Pitagora simboleggiato il bivio delle due strade che si aprono, sul cominciare della giovinezza, verso il bene e verso il male. Dunque ilPanegiricum matrisfu scritto dal Petrarca a quindici anni, nel 1319; nel quale anno, di lei trentottesimo (vv. 35-36), morì la madre sua Eletta Canigiani (nata dunque nel 1281) prima moglie di ser Petracco, che in seconde nozze sposò Niccolosa di Vanni Sigoli.

148.Non mi sembra inopportuno qui riferirli, con qualche cura della lezione (cfr.Opera omniaF. Petrarcae; Basilea, 1554, pag. 1338-39:F. Petrarchae,Poemata minora, ed.D. Rossetti; Mediolani, 1834, III, 100-105;B. Zumbini, op. cit., pag. 62-63).

Breve panegiricum defunctae matris.Suscipe funereum, genitrix sanctissima, cantum,atque aures averte pias, si praemia coelodigna ferens virtus alios non spernit honores.Quid tibi pollicear, nisi quod, velut alta Tonantisregna tenes, Electa Dei tam nomine quam re,sic quoque perpetuum dabit hic tibi nomen honestasMusarum celebranda choris, pietasque suprema,maiestasque animi, primisque incoepta sub anniscorpore in eximio nullam intermissa per horamtempus ad extremum vitae notissima claraecura pudicitiae, facie miranda sub illa?Iam brevis innocuae praesens tibi vita peractaefficit, in populo maneas narranda futuro,aeternum veneranda bonis, mihi flendaque semper.Nec quia contigerit quicquam tibi triste dolemus,sed quia me fratremque, parens dulcissima, fessosPythagorae in bivio et rerum sub turbine linquis.Tu tamen instabilem, foelix o transfuga, mundumnon sine me fugies, nec stabis sola sepulchro.Egregiam matrem sequitur fortuna relictaespesque domus, et cuncti animi solatia nostri:ipse ego iam saxo videor mihi pressus eodem.Haec modo pauca quidem, pectus testantia moestum,dicta velim: sed plura alias; tempusque per omnehac tua, fida parens, resonabit gloria lingua.Has longum exequias tribuam tibi: postque caducicorporis interitum, quod adhuc viget, optima sub quovivis adhuc genitrix, cum iam comprenserit urnahos etiam cineres, nisi me premat immemor aetas,vincemus pariter, pariter memorabimur ambo.Sin aliter fors dura parat, morsque invida nostramextinctura venit fragili cum corpore famam,tu saltem, tu sola, precor, post busta superstesvive, nec immerito vocent oblivia Lethes.Versiculos tibi nunc totidem, quot praebuit annosvita, damus; gemitus et caetera digna tulisti,dum stetit ante oculos feretrum miserabile nostros,ac licuit gelidis lacrymas infundere membris.

Breve panegiricum defunctae matris.

Breve panegiricum defunctae matris.

Suscipe funereum, genitrix sanctissima, cantum,atque aures averte pias, si praemia coelodigna ferens virtus alios non spernit honores.Quid tibi pollicear, nisi quod, velut alta Tonantisregna tenes, Electa Dei tam nomine quam re,sic quoque perpetuum dabit hic tibi nomen honestasMusarum celebranda choris, pietasque suprema,maiestasque animi, primisque incoepta sub anniscorpore in eximio nullam intermissa per horamtempus ad extremum vitae notissima claraecura pudicitiae, facie miranda sub illa?Iam brevis innocuae praesens tibi vita peractaefficit, in populo maneas narranda futuro,aeternum veneranda bonis, mihi flendaque semper.Nec quia contigerit quicquam tibi triste dolemus,sed quia me fratremque, parens dulcissima, fessosPythagorae in bivio et rerum sub turbine linquis.Tu tamen instabilem, foelix o transfuga, mundumnon sine me fugies, nec stabis sola sepulchro.Egregiam matrem sequitur fortuna relictaespesque domus, et cuncti animi solatia nostri:ipse ego iam saxo videor mihi pressus eodem.Haec modo pauca quidem, pectus testantia moestum,dicta velim: sed plura alias; tempusque per omnehac tua, fida parens, resonabit gloria lingua.Has longum exequias tribuam tibi: postque caducicorporis interitum, quod adhuc viget, optima sub quovivis adhuc genitrix, cum iam comprenserit urnahos etiam cineres, nisi me premat immemor aetas,vincemus pariter, pariter memorabimur ambo.Sin aliter fors dura parat, morsque invida nostramextinctura venit fragili cum corpore famam,tu saltem, tu sola, precor, post busta superstesvive, nec immerito vocent oblivia Lethes.Versiculos tibi nunc totidem, quot praebuit annosvita, damus; gemitus et caetera digna tulisti,dum stetit ante oculos feretrum miserabile nostros,ac licuit gelidis lacrymas infundere membris.

Suscipe funereum, genitrix sanctissima, cantum,

atque aures averte pias, si praemia coelo

digna ferens virtus alios non spernit honores.

Quid tibi pollicear, nisi quod, velut alta Tonantis

regna tenes, Electa Dei tam nomine quam re,

sic quoque perpetuum dabit hic tibi nomen honestas

Musarum celebranda choris, pietasque suprema,

maiestasque animi, primisque incoepta sub annis

corpore in eximio nullam intermissa per horam

tempus ad extremum vitae notissima clarae

cura pudicitiae, facie miranda sub illa?

Iam brevis innocuae praesens tibi vita peracta

efficit, in populo maneas narranda futuro,

aeternum veneranda bonis, mihi flendaque semper.

Nec quia contigerit quicquam tibi triste dolemus,

sed quia me fratremque, parens dulcissima, fessos

Pythagorae in bivio et rerum sub turbine linquis.

Tu tamen instabilem, foelix o transfuga, mundum

non sine me fugies, nec stabis sola sepulchro.

Egregiam matrem sequitur fortuna relictae

spesque domus, et cuncti animi solatia nostri:

ipse ego iam saxo videor mihi pressus eodem.

Haec modo pauca quidem, pectus testantia moestum,

dicta velim: sed plura alias; tempusque per omne

hac tua, fida parens, resonabit gloria lingua.

Has longum exequias tribuam tibi: postque caduci

corporis interitum, quod adhuc viget, optima sub quo

vivis adhuc genitrix, cum iam comprenserit urna

hos etiam cineres, nisi me premat immemor aetas,

vincemus pariter, pariter memorabimur ambo.

Sin aliter fors dura parat, morsque invida nostram

extinctura venit fragili cum corpore famam,

tu saltem, tu sola, precor, post busta superstes

vive, nec immerito vocent oblivia Lethes.

Versiculos tibi nunc totidem, quot praebuit annos

vita, damus; gemitus et caetera digna tulisti,

dum stetit ante oculos feretrum miserabile nostros,

ac licuit gelidis lacrymas infundere membris.

Per le questioni che si sono fatte sulla madre del Petrarca (riassunte e conchiuse daG. O. Corazzini,La madre di Francesco Petrarca; Firenze, 1903, seconda ediz.), ha in questi versi molta importanza la interpetrazione, alla quale nessuno ha posto mente, della frase «Pythagorae in bivio» nel v. 17. Cotesta frase, nel linguaggio del tempo, significava nè più nè meno che l'età di quindici anni; e così ci è dichiarata da un dugentista, frate Salimbene da Parma, il quale nella suaChronica(pag. 10), rimpiangendo la morte immatura d'un giovinetto «qui, cum pervenisset ad bivium pythagoricae litterae, ultimum diem clausit», soggiunge: «idest finitis tribus lustris, quia tria lustra complent cyclum Indictionum»; dal che sembra che l'indizione s'indicasse anche con la lettera Y, nella qual lettera biforcata aveva Pitagora simboleggiato il bivio delle due strade che si aprono, sul cominciare della giovinezza, verso il bene e verso il male. Dunque ilPanegiricum matrisfu scritto dal Petrarca a quindici anni, nel 1319; nel quale anno, di lei trentottesimo (vv. 35-36), morì la madre sua Eletta Canigiani (nata dunque nel 1281) prima moglie di ser Petracco, che in seconde nozze sposò Niccolosa di Vanni Sigoli.

149.Le Rime,CCLXXXVeCXXVIII.

149.Le Rime,CCLXXXVeCXXVIII.

150.Foscolo,Sepolcri, vv. 175-79.

150.Foscolo,Sepolcri, vv. 175-79.

151.Pio Rajna,Le Corti d'Amore; Milano, Hoepli, 1890.

151.Pio Rajna,Le Corti d'Amore; Milano, Hoepli, 1890.

152.Le Rime,CCXXXVIII.Il bacio a madonna Laura, che dà argomentoa quel Sonetto, fu magistralmente illustrato daGiovanni Mestica(Nuova Antologia, fasc. del 1º aprile 1892).

152.Le Rime,CCXXXVIII.Il bacio a madonna Laura, che dà argomentoa quel Sonetto, fu magistralmente illustrato daGiovanni Mestica(Nuova Antologia, fasc. del 1º aprile 1892).

153.X,VII.

153.X,VII.

154.Lettera di Giovanni Rucellai da Avignone, il 13 maggio 1506, a Lorenzo di Filippo Strozzi in Venezia; a pag. 243-44 delleOpere diGiovanni Rucellaiper cura diGuido Mazzoni; Bologna, Zanichelli, 1887. Anche Giambatista Marino, descrivendo nel 1615 le usanze francesi, e ancor egli come il Rucellai facendo tirocinio di quella lingua, scriveva da Parigi: «Le signore non fanno scrupolo di lasciarsi baciare in publico; e si tratta con tanta libertà, che ogni pastore può dire alla sua ninfa commodamente il fatto suo». (Lettere; Venezia, 1627; pag. 181).

154.Lettera di Giovanni Rucellai da Avignone, il 13 maggio 1506, a Lorenzo di Filippo Strozzi in Venezia; a pag. 243-44 delleOpere diGiovanni Rucellaiper cura diGuido Mazzoni; Bologna, Zanichelli, 1887. Anche Giambatista Marino, descrivendo nel 1615 le usanze francesi, e ancor egli come il Rucellai facendo tirocinio di quella lingua, scriveva da Parigi: «Le signore non fanno scrupolo di lasciarsi baciare in publico; e si tratta con tanta libertà, che ogni pastore può dire alla sua ninfa commodamente il fatto suo». (Lettere; Venezia, 1627; pag. 181).

155.Morgante,XXV, 301.

155.Morgante,XXV, 301.

156.Vedi la edizione, fedelissima alla lezione dell'antico testo Barberiniano, procurata dal conteCarlo Baudi di Vesmeper la R. Commissione de' Testi di lingua; Bologna, 1875.

156.Vedi la edizione, fedelissima alla lezione dell'antico testo Barberiniano, procurata dal conteCarlo Baudi di Vesmeper la R. Commissione de' Testi di lingua; Bologna, 1875.

157.Nella parte quinta e sesta, a pag. 100-165, 174-188, 230-235, della citata ediz.

157.Nella parte quinta e sesta, a pag. 100-165, 174-188, 230-235, della citata ediz.

158.Histoire de FlorenceparF. T. Perrens; tomo III (Paris, 1877), pag. 339 segg. Questa e alcun'altra esagerazione, e qualche inesattezza, non tolgono però il suo pregio a quel capitolo sula vie privéein Firenze tra i secoli XIII e XIV.

158.Histoire de FlorenceparF. T. Perrens; tomo III (Paris, 1877), pag. 339 segg. Questa e alcun'altra esagerazione, e qualche inesattezza, non tolgono però il suo pregio a quel capitolo sula vie privéein Firenze tra i secoli XIII e XIV.

159.A pag. 118-119.

159.A pag. 118-119.

160.A pag. 119-120, 125-126.

160.A pag. 119-120, 125-126.

161.La «cameriera» era pe' Fiorentini del Trecento personaggio da corti: tantochè il Borghini, trovando in certi registri di popolazione sul principio appunto del secolo XIV una «cameriera di Guido Benzi» annotava: «Ci è alcuna volta questa vocecameriera. Non so se è il medesimo cheservigialeec.; chè non mi pare che quel tempo usasse molte delicatezze e varietà di servitori» (a pag. 232 del quadernettoIl FornaiodiVincenzio Borghini; nell'Archivio fiorentino di Stato, Manoscritti varî, n.º 482). Infatti le donne fiorentine delle dieci Giornate, sebbene «reine», non hanno «cameriere» ma «fanti»; così le due che attendono alla cucina, come le altre due che «al governo delle camere delle donne». (Decameron, Introduzione).

161.La «cameriera» era pe' Fiorentini del Trecento personaggio da corti: tantochè il Borghini, trovando in certi registri di popolazione sul principio appunto del secolo XIV una «cameriera di Guido Benzi» annotava: «Ci è alcuna volta questa vocecameriera. Non so se è il medesimo cheservigialeec.; chè non mi pare che quel tempo usasse molte delicatezze e varietà di servitori» (a pag. 232 del quadernettoIl FornaiodiVincenzio Borghini; nell'Archivio fiorentino di Stato, Manoscritti varî, n.º 482). Infatti le donne fiorentine delle dieci Giornate, sebbene «reine», non hanno «cameriere» ma «fanti»; così le due che attendono alla cucina, come le altre due che «al governo delle camere delle donne». (Decameron, Introduzione).

162.A pag. 123-125.

162.A pag. 123-125.

163.A pag. 139.

163.A pag. 139.

164.A pag. 62.

164.A pag. 62.

165.A pag. 173-174.

165.A pag. 173-174.

166.A pag. 31-32.

166.A pag. 31-32.

167.A pag. 71-72.

167.A pag. 71-72.

168.A pag. 120-121.

168.A pag. 120-121.

169.Vedi, a tale proposito, alcune pagine (117-24) del mio StudioLa gente nuova in Firenzenel volumeDante ne' tempi di Dante: Bologna,Zanichelli, 1888. Cfr. G. Melodia,Dante e Francesco da Barberino, Venezia, Estr. dalGiornale dantesco, 1896:A. Thomas,Francesco da Barberino et la littérature provençale en Italie au moyen-âge; Paris, 1883:O. Antognoni,Un contemporaneo di Dante e i costumi italiani, a pag. 59-79 delSaggio di studi sopra la Commedia di Dante; Livorno, Giusti, 1893.

169.Vedi, a tale proposito, alcune pagine (117-24) del mio StudioLa gente nuova in Firenzenel volumeDante ne' tempi di Dante: Bologna,Zanichelli, 1888. Cfr. G. Melodia,Dante e Francesco da Barberino, Venezia, Estr. dalGiornale dantesco, 1896:A. Thomas,Francesco da Barberino et la littérature provençale en Italie au moyen-âge; Paris, 1883:O. Antognoni,Un contemporaneo di Dante e i costumi italiani, a pag. 59-79 delSaggio di studi sopra la Commedia di Dante; Livorno, Giusti, 1893.

170.A pag. 15.

170.A pag. 15.

171.Mi sia lecito ripetere parole mie, e indicare la illustrazione che mi occorse fare d'alcuni documenti letterarî fiorentini d'etica amorosa, appartenenti a quell'età. VediDino Compagni e la sua Cronica, I, 418 segg.

171.Mi sia lecito ripetere parole mie, e indicare la illustrazione che mi occorse fare d'alcuni documenti letterarî fiorentini d'etica amorosa, appartenenti a quell'età. VediDino Compagni e la sua Cronica, I, 418 segg.

172.Stanno a pag. 46-55 diAlcune lettere familiari del secolo XIV pubblicate daPietro Dazzi, nel fasc. XC delleCuriosità letterarie; Bologna, Romagnoli, 1868.

172.Stanno a pag. 46-55 diAlcune lettere familiari del secolo XIV pubblicate daPietro Dazzi, nel fasc. XC delleCuriosità letterarie; Bologna, Romagnoli, 1868.

173.Di queste chiose detti saggio nel libro e luogo testè indicati in nota 58.

173.Di queste chiose detti saggio nel libro e luogo testè indicati in nota 58.

174.Parad. VIII, 2. Vedi nella Crusca (Vª imp.), s. v.Folle, il § VII.

174.Parad. VIII, 2. Vedi nella Crusca (Vª imp.), s. v.Folle, il § VII.

175.Vedi leRegole della vita matrimonialedi frateCherubino da Sienaristampate per cura diF. Zambrinie diC. Negroni; Bologna, 1888, disp.CCXXVIIIdelleCuriosità letterarie.

175.Vedi leRegole della vita matrimonialedi frateCherubino da Sienaristampate per cura diF. Zambrinie diC. Negroni; Bologna, 1888, disp.CCXXVIIIdelleCuriosità letterarie.

176.Vedi il librettoStrenne nuziali del secolo XIV(Livorno, Vigo, 1873), pubblicato daO. Targioni Tozzetti. «Popolani precetti» ho detto, sebbene in alcune di quelle scritture figurino a darli alla loro figliuola un re e una regina: contaminazione che ha un po' del barberinesco. Di quella, fra le dette scritture, che non ha in scena codesti fantocci, e dalla quale ho già addotto il preambolo e il commiato, credo far cosa grata alle gentili lettrici, abbellendone per disteso almeno quest'angolo del mio libro sullaDonna fiorentina. A pag. 37-40 delle cit.Strenne nuziali: ma mi son valso anche del testo che pel primo ne detteF. Trucchi, in un opuscoletto di 15 pagine (Firenze, Tofani, 1847) dedicato «alle gentili donne italiane».Come dee dire la madre alla figliuola quando la manda a maritoCarissima mia figliuola. Molto ti prego, e ancora comando, che.... (ved. a pag. 89)Il primo comandamento si è, che tu ti guardi da tutte quelle cose per le quali egli si potesse adirare o ragionevolmente crucciare. E guardati di non stare allegra nè ridere, quando lo vedi crucciato; e similmente di non stare crucciata, quando lo vedi allegro; e quando egli è turbato, o carico d'ira e di pensieri, non te gli ficcare sotto; arrecati da parte, insino che si rischiari.Il secondo comandamento si è, che tu sia sollecita di sapere qual cibo più gli piaccia al desinare e alla cena, e fa' che diligentemente gli sia apparecchiato: e avvegnadio che talora non ti piacesse quella tale vivanda, voglioche mostri pure che la ti piaccia; però che molto è convenevole che la donna sappia condiscendere al piacere del suo marito.Il terzo comandamento si è, che quando il tuo marito fussi affaticato per debolezza, o per fatica, o per altro accidente, ed egli si dormisse, guardi di non lo svegliare senza legittima ragione: e se pure tel conviene chiamare, guarda di non destarlo subitamente, nè in fretta, ma piano e suave lo sveglia, acciò che teco non s'adirasse; imperò che di cotal cosa gli uomini se ne sogliono molto sdegnare.Il quarto comandamento si è, che tu sia fedele a guardia del tuo onore e del suo; e non gli trassinare nè cassa, nè borsa, nè altro luogo ove lui tenga i suoi denari, acciò non prenda sospetto di te; e se per avventura ti venisse ciò fatto, o per altra ragione, non gliene tôrre veruno, ma ripongli saviamente; e a veruna persona in verun modo del suo non dare, senza sua licenzia, e non prestare; però che egli è in tal modo tuo signore, che per l'amor di Dio, non che per altro modo, del suo non puoi dare ai poveri, senza sua richiesta: onde con sommo studio t'ingegna di guardare il suo; chè siccome l'uomo è lodato d'esser largo, così la donna è lodata per salvare le cose del marito.Il quinto comandamento si è, che tu non ti mostri troppo volenterosa di sapere le credenze e secreti del tuo marito; e se addiviene che lui te le dica, guarda che tu non lo ridica a veruna persona. E ancora ti guarda di ridire fuori della casa tua le parole dette familiarmente in casa tua, qualmente che sieno di piccolo valore; però che troppo è villana cosa che altri sappi i fatti della tua famiglia, principalmente per la tua bocca; e la donna di ciò n'è tenuta mentecatta e sciocca, e il marito l'ha in odio.Il sesto comandamento si è, che tu ami e porti fede, come si conviene, a' servidori e alla famiglia, e principalmente a coloro che sono in amore del tuo marito; e che per leggiere cagioni non gli biasimi e non gli accomiati, però che sempre ne saresti odiata, e potresti per loro e per la famiglia esserne abbominata di tale infamia, che quasi mai non ti cadrebbe il biasimo, e agevolmente ne potresti venire in odio del tuo marito e dell'altre genti.Il settimo comandamento si è, che tu non facci per lo tuo senno alcuna grande cosa senza il consentimento del tuo marito, qualmente che quella cosa ti paresse da fare; e guarda che tu non gli dichi, per alcuno modo: «Il mio consiglio era migliore che 'l tuo», eziandio che fosse benemigliore; perciò che il condurresti agevolmente in grande sdegno verso te e in grande odio.L'ottavo comandamento si è, che tu non richiegghi di cosa il tuo marito, che non si convenga, e che gli fusse troppo malagevole a fare; e massimamente cosa tu creda che gli dispiaccia, e che sia contro al suo onore, acciò che tu non sia cagione di suo male, danno, o struggimento.Il nono comandamento si è, che tu t'ingegni di mantenere la tua persona fresca e bella e adorna e netta, in forma e modo che sia onesta, senza alcuna cosa disonesta o brutto adornamento: imperò che quando il tuo marito ti vedesse disonestamente ornare oltre al suo piacere, leggermente ti potrebbe avere a sospetto; chè tenendoti onestamente adorna, te ne amerà e terrà più cara.Il decimo comandamento si è, che tu non sia troppo domestica colla tua famiglia nè troppo inchinevole, spezialmente a quelle persone che ti dovrebbono servire, o donzello o servigiale che sia, servo o serva: però che troppa dimestichezza importa vizio, e troppa familiarità ingenera sdegno; onde troppo è meglio essere un poco verso di loro altiera e signorile: imperò che non è già buon segno vedere la serva in superbia inverso la madonna; onde volgarmente dice la gente:la serva signoreggia, se la madonna folleggia.L'undecimo comandamento si è, che tu non sia troppo randagia, nè che tu non vada troppo fuori di casa tua; imperò che la donna che sta costantemente a casa, e va poco a torno, è allegrezza del marito suo, siccome dice Salomone, che 'l seppe bene: chè all'uomo bisogna provvedere a' fatti di fuori di casa, per fare quelli di dentro alla casa: e così conviene che la donna provvegghi a' fatti della famiglia e della masserizia: i quali giammai non faresti bene, figliuola mia, se tu randagia fussi. Ancora voglio e cornandoti, che tu ti guardi di favellare troppo; però che il poco parlare principalmente sta bene nelle donne, e significa onestà; chè se la donna fusse bene sciocca, e ella parli poco, è tenuta savia. Ancora ti comando, che sia modesta, cioè che non vogli sapere troppo, nè dar fede a indovine, nè a loro fatture o incantazioni: perciò che molto è sconvenevole alle donne voler sapere come gli uomini nell'operare degli uomini.Il duodecimo comandamento, e maggiore che io ti possa fare e onde io più ti gastigo, si è, che tu non facci cosa, per opere o per parole o per sembianti, onde il tuo marito possa entrare o incorrere in alcuna gelosia; però chequello è quella cosa che più tosto ti potrebbe il suo amore tòrre che altra cosa, e sempre ne verresti a sospetto, e lui faresti stare in ardente fiamma, e tu verresti non solamente nel suo odio ma ancora in quello de' parenti e degli amici; e tale infamia t'assalirebbe, per modo che mai non ti cadrebbe: però che questo fallo porta tal macchia, che mai non si può lavare. E questo ti sia sopra tutti i comandamenti; certificandoti, che la moglie in nessun modo può far cosa al marito che tanto gli sia cara, com'ella sia onesta di suo corpo: e così per l'opposto. Che però ogni onore, ogni riverenza, secondo che s'avviene sia sollecita di rendergli: e quando egli torna a casa, sempre gli fa' buona ricoglienza: e lietamente fa' onore a' parenti suoi, maggiormente che a' tuoi, però che così farà egli a' tuoi. Che se per avventura, nell'avvenimento d'alcuna altra onorevole persona, tu facessi alcuna opera vile della masserizia di casa, incontanente riponi la rócca e il fuso, nascondi l'opera servile, qualunque si sia; acciò che non pai allevata in villa. Nelle opere amorevoli non ti partire dall'onestà, secondo gli atti che io ti ho detti i quali tra me e te abbiamo ragionati, acciò che troppa amorosa voglia innanzi al tempo non ti togliesse il suo affetto: e per sì fatto modo il guarda, che amore, e non sdegno, sia cagione della sua guardia: e lascialo sempre un pochettino quasi usare un'amorosa forza; imperò che quella amorosa forza ritorna in tua onestà.Facendo adunque le dette cose sarai corona d'oro del tuo marito.Allora la gentile madre e savia donna benedisse e segnò.... (vedi a pag.89).

176.Vedi il librettoStrenne nuziali del secolo XIV(Livorno, Vigo, 1873), pubblicato daO. Targioni Tozzetti. «Popolani precetti» ho detto, sebbene in alcune di quelle scritture figurino a darli alla loro figliuola un re e una regina: contaminazione che ha un po' del barberinesco. Di quella, fra le dette scritture, che non ha in scena codesti fantocci, e dalla quale ho già addotto il preambolo e il commiato, credo far cosa grata alle gentili lettrici, abbellendone per disteso almeno quest'angolo del mio libro sullaDonna fiorentina. A pag. 37-40 delle cit.Strenne nuziali: ma mi son valso anche del testo che pel primo ne detteF. Trucchi, in un opuscoletto di 15 pagine (Firenze, Tofani, 1847) dedicato «alle gentili donne italiane».

Come dee dire la madre alla figliuola quando la manda a maritoCarissima mia figliuola. Molto ti prego, e ancora comando, che.... (ved. a pag. 89)Il primo comandamento si è, che tu ti guardi da tutte quelle cose per le quali egli si potesse adirare o ragionevolmente crucciare. E guardati di non stare allegra nè ridere, quando lo vedi crucciato; e similmente di non stare crucciata, quando lo vedi allegro; e quando egli è turbato, o carico d'ira e di pensieri, non te gli ficcare sotto; arrecati da parte, insino che si rischiari.Il secondo comandamento si è, che tu sia sollecita di sapere qual cibo più gli piaccia al desinare e alla cena, e fa' che diligentemente gli sia apparecchiato: e avvegnadio che talora non ti piacesse quella tale vivanda, voglioche mostri pure che la ti piaccia; però che molto è convenevole che la donna sappia condiscendere al piacere del suo marito.Il terzo comandamento si è, che quando il tuo marito fussi affaticato per debolezza, o per fatica, o per altro accidente, ed egli si dormisse, guardi di non lo svegliare senza legittima ragione: e se pure tel conviene chiamare, guarda di non destarlo subitamente, nè in fretta, ma piano e suave lo sveglia, acciò che teco non s'adirasse; imperò che di cotal cosa gli uomini se ne sogliono molto sdegnare.Il quarto comandamento si è, che tu sia fedele a guardia del tuo onore e del suo; e non gli trassinare nè cassa, nè borsa, nè altro luogo ove lui tenga i suoi denari, acciò non prenda sospetto di te; e se per avventura ti venisse ciò fatto, o per altra ragione, non gliene tôrre veruno, ma ripongli saviamente; e a veruna persona in verun modo del suo non dare, senza sua licenzia, e non prestare; però che egli è in tal modo tuo signore, che per l'amor di Dio, non che per altro modo, del suo non puoi dare ai poveri, senza sua richiesta: onde con sommo studio t'ingegna di guardare il suo; chè siccome l'uomo è lodato d'esser largo, così la donna è lodata per salvare le cose del marito.Il quinto comandamento si è, che tu non ti mostri troppo volenterosa di sapere le credenze e secreti del tuo marito; e se addiviene che lui te le dica, guarda che tu non lo ridica a veruna persona. E ancora ti guarda di ridire fuori della casa tua le parole dette familiarmente in casa tua, qualmente che sieno di piccolo valore; però che troppo è villana cosa che altri sappi i fatti della tua famiglia, principalmente per la tua bocca; e la donna di ciò n'è tenuta mentecatta e sciocca, e il marito l'ha in odio.Il sesto comandamento si è, che tu ami e porti fede, come si conviene, a' servidori e alla famiglia, e principalmente a coloro che sono in amore del tuo marito; e che per leggiere cagioni non gli biasimi e non gli accomiati, però che sempre ne saresti odiata, e potresti per loro e per la famiglia esserne abbominata di tale infamia, che quasi mai non ti cadrebbe il biasimo, e agevolmente ne potresti venire in odio del tuo marito e dell'altre genti.Il settimo comandamento si è, che tu non facci per lo tuo senno alcuna grande cosa senza il consentimento del tuo marito, qualmente che quella cosa ti paresse da fare; e guarda che tu non gli dichi, per alcuno modo: «Il mio consiglio era migliore che 'l tuo», eziandio che fosse benemigliore; perciò che il condurresti agevolmente in grande sdegno verso te e in grande odio.L'ottavo comandamento si è, che tu non richiegghi di cosa il tuo marito, che non si convenga, e che gli fusse troppo malagevole a fare; e massimamente cosa tu creda che gli dispiaccia, e che sia contro al suo onore, acciò che tu non sia cagione di suo male, danno, o struggimento.Il nono comandamento si è, che tu t'ingegni di mantenere la tua persona fresca e bella e adorna e netta, in forma e modo che sia onesta, senza alcuna cosa disonesta o brutto adornamento: imperò che quando il tuo marito ti vedesse disonestamente ornare oltre al suo piacere, leggermente ti potrebbe avere a sospetto; chè tenendoti onestamente adorna, te ne amerà e terrà più cara.Il decimo comandamento si è, che tu non sia troppo domestica colla tua famiglia nè troppo inchinevole, spezialmente a quelle persone che ti dovrebbono servire, o donzello o servigiale che sia, servo o serva: però che troppa dimestichezza importa vizio, e troppa familiarità ingenera sdegno; onde troppo è meglio essere un poco verso di loro altiera e signorile: imperò che non è già buon segno vedere la serva in superbia inverso la madonna; onde volgarmente dice la gente:la serva signoreggia, se la madonna folleggia.L'undecimo comandamento si è, che tu non sia troppo randagia, nè che tu non vada troppo fuori di casa tua; imperò che la donna che sta costantemente a casa, e va poco a torno, è allegrezza del marito suo, siccome dice Salomone, che 'l seppe bene: chè all'uomo bisogna provvedere a' fatti di fuori di casa, per fare quelli di dentro alla casa: e così conviene che la donna provvegghi a' fatti della famiglia e della masserizia: i quali giammai non faresti bene, figliuola mia, se tu randagia fussi. Ancora voglio e cornandoti, che tu ti guardi di favellare troppo; però che il poco parlare principalmente sta bene nelle donne, e significa onestà; chè se la donna fusse bene sciocca, e ella parli poco, è tenuta savia. Ancora ti comando, che sia modesta, cioè che non vogli sapere troppo, nè dar fede a indovine, nè a loro fatture o incantazioni: perciò che molto è sconvenevole alle donne voler sapere come gli uomini nell'operare degli uomini.Il duodecimo comandamento, e maggiore che io ti possa fare e onde io più ti gastigo, si è, che tu non facci cosa, per opere o per parole o per sembianti, onde il tuo marito possa entrare o incorrere in alcuna gelosia; però chequello è quella cosa che più tosto ti potrebbe il suo amore tòrre che altra cosa, e sempre ne verresti a sospetto, e lui faresti stare in ardente fiamma, e tu verresti non solamente nel suo odio ma ancora in quello de' parenti e degli amici; e tale infamia t'assalirebbe, per modo che mai non ti cadrebbe: però che questo fallo porta tal macchia, che mai non si può lavare. E questo ti sia sopra tutti i comandamenti; certificandoti, che la moglie in nessun modo può far cosa al marito che tanto gli sia cara, com'ella sia onesta di suo corpo: e così per l'opposto. Che però ogni onore, ogni riverenza, secondo che s'avviene sia sollecita di rendergli: e quando egli torna a casa, sempre gli fa' buona ricoglienza: e lietamente fa' onore a' parenti suoi, maggiormente che a' tuoi, però che così farà egli a' tuoi. Che se per avventura, nell'avvenimento d'alcuna altra onorevole persona, tu facessi alcuna opera vile della masserizia di casa, incontanente riponi la rócca e il fuso, nascondi l'opera servile, qualunque si sia; acciò che non pai allevata in villa. Nelle opere amorevoli non ti partire dall'onestà, secondo gli atti che io ti ho detti i quali tra me e te abbiamo ragionati, acciò che troppa amorosa voglia innanzi al tempo non ti togliesse il suo affetto: e per sì fatto modo il guarda, che amore, e non sdegno, sia cagione della sua guardia: e lascialo sempre un pochettino quasi usare un'amorosa forza; imperò che quella amorosa forza ritorna in tua onestà.Facendo adunque le dette cose sarai corona d'oro del tuo marito.Allora la gentile madre e savia donna benedisse e segnò.... (vedi a pag.89).

Come dee dire la madre alla figliuola quando la manda a marito

Carissima mia figliuola. Molto ti prego, e ancora comando, che.... (ved. a pag. 89)

Il primo comandamento si è, che tu ti guardi da tutte quelle cose per le quali egli si potesse adirare o ragionevolmente crucciare. E guardati di non stare allegra nè ridere, quando lo vedi crucciato; e similmente di non stare crucciata, quando lo vedi allegro; e quando egli è turbato, o carico d'ira e di pensieri, non te gli ficcare sotto; arrecati da parte, insino che si rischiari.

Il secondo comandamento si è, che tu sia sollecita di sapere qual cibo più gli piaccia al desinare e alla cena, e fa' che diligentemente gli sia apparecchiato: e avvegnadio che talora non ti piacesse quella tale vivanda, voglioche mostri pure che la ti piaccia; però che molto è convenevole che la donna sappia condiscendere al piacere del suo marito.

Il terzo comandamento si è, che quando il tuo marito fussi affaticato per debolezza, o per fatica, o per altro accidente, ed egli si dormisse, guardi di non lo svegliare senza legittima ragione: e se pure tel conviene chiamare, guarda di non destarlo subitamente, nè in fretta, ma piano e suave lo sveglia, acciò che teco non s'adirasse; imperò che di cotal cosa gli uomini se ne sogliono molto sdegnare.

Il quarto comandamento si è, che tu sia fedele a guardia del tuo onore e del suo; e non gli trassinare nè cassa, nè borsa, nè altro luogo ove lui tenga i suoi denari, acciò non prenda sospetto di te; e se per avventura ti venisse ciò fatto, o per altra ragione, non gliene tôrre veruno, ma ripongli saviamente; e a veruna persona in verun modo del suo non dare, senza sua licenzia, e non prestare; però che egli è in tal modo tuo signore, che per l'amor di Dio, non che per altro modo, del suo non puoi dare ai poveri, senza sua richiesta: onde con sommo studio t'ingegna di guardare il suo; chè siccome l'uomo è lodato d'esser largo, così la donna è lodata per salvare le cose del marito.

Il quinto comandamento si è, che tu non ti mostri troppo volenterosa di sapere le credenze e secreti del tuo marito; e se addiviene che lui te le dica, guarda che tu non lo ridica a veruna persona. E ancora ti guarda di ridire fuori della casa tua le parole dette familiarmente in casa tua, qualmente che sieno di piccolo valore; però che troppo è villana cosa che altri sappi i fatti della tua famiglia, principalmente per la tua bocca; e la donna di ciò n'è tenuta mentecatta e sciocca, e il marito l'ha in odio.

Il sesto comandamento si è, che tu ami e porti fede, come si conviene, a' servidori e alla famiglia, e principalmente a coloro che sono in amore del tuo marito; e che per leggiere cagioni non gli biasimi e non gli accomiati, però che sempre ne saresti odiata, e potresti per loro e per la famiglia esserne abbominata di tale infamia, che quasi mai non ti cadrebbe il biasimo, e agevolmente ne potresti venire in odio del tuo marito e dell'altre genti.

Il settimo comandamento si è, che tu non facci per lo tuo senno alcuna grande cosa senza il consentimento del tuo marito, qualmente che quella cosa ti paresse da fare; e guarda che tu non gli dichi, per alcuno modo: «Il mio consiglio era migliore che 'l tuo», eziandio che fosse benemigliore; perciò che il condurresti agevolmente in grande sdegno verso te e in grande odio.

L'ottavo comandamento si è, che tu non richiegghi di cosa il tuo marito, che non si convenga, e che gli fusse troppo malagevole a fare; e massimamente cosa tu creda che gli dispiaccia, e che sia contro al suo onore, acciò che tu non sia cagione di suo male, danno, o struggimento.

Il nono comandamento si è, che tu t'ingegni di mantenere la tua persona fresca e bella e adorna e netta, in forma e modo che sia onesta, senza alcuna cosa disonesta o brutto adornamento: imperò che quando il tuo marito ti vedesse disonestamente ornare oltre al suo piacere, leggermente ti potrebbe avere a sospetto; chè tenendoti onestamente adorna, te ne amerà e terrà più cara.

Il decimo comandamento si è, che tu non sia troppo domestica colla tua famiglia nè troppo inchinevole, spezialmente a quelle persone che ti dovrebbono servire, o donzello o servigiale che sia, servo o serva: però che troppa dimestichezza importa vizio, e troppa familiarità ingenera sdegno; onde troppo è meglio essere un poco verso di loro altiera e signorile: imperò che non è già buon segno vedere la serva in superbia inverso la madonna; onde volgarmente dice la gente:la serva signoreggia, se la madonna folleggia.

L'undecimo comandamento si è, che tu non sia troppo randagia, nè che tu non vada troppo fuori di casa tua; imperò che la donna che sta costantemente a casa, e va poco a torno, è allegrezza del marito suo, siccome dice Salomone, che 'l seppe bene: chè all'uomo bisogna provvedere a' fatti di fuori di casa, per fare quelli di dentro alla casa: e così conviene che la donna provvegghi a' fatti della famiglia e della masserizia: i quali giammai non faresti bene, figliuola mia, se tu randagia fussi. Ancora voglio e cornandoti, che tu ti guardi di favellare troppo; però che il poco parlare principalmente sta bene nelle donne, e significa onestà; chè se la donna fusse bene sciocca, e ella parli poco, è tenuta savia. Ancora ti comando, che sia modesta, cioè che non vogli sapere troppo, nè dar fede a indovine, nè a loro fatture o incantazioni: perciò che molto è sconvenevole alle donne voler sapere come gli uomini nell'operare degli uomini.

Il duodecimo comandamento, e maggiore che io ti possa fare e onde io più ti gastigo, si è, che tu non facci cosa, per opere o per parole o per sembianti, onde il tuo marito possa entrare o incorrere in alcuna gelosia; però chequello è quella cosa che più tosto ti potrebbe il suo amore tòrre che altra cosa, e sempre ne verresti a sospetto, e lui faresti stare in ardente fiamma, e tu verresti non solamente nel suo odio ma ancora in quello de' parenti e degli amici; e tale infamia t'assalirebbe, per modo che mai non ti cadrebbe: però che questo fallo porta tal macchia, che mai non si può lavare. E questo ti sia sopra tutti i comandamenti; certificandoti, che la moglie in nessun modo può far cosa al marito che tanto gli sia cara, com'ella sia onesta di suo corpo: e così per l'opposto. Che però ogni onore, ogni riverenza, secondo che s'avviene sia sollecita di rendergli: e quando egli torna a casa, sempre gli fa' buona ricoglienza: e lietamente fa' onore a' parenti suoi, maggiormente che a' tuoi, però che così farà egli a' tuoi. Che se per avventura, nell'avvenimento d'alcuna altra onorevole persona, tu facessi alcuna opera vile della masserizia di casa, incontanente riponi la rócca e il fuso, nascondi l'opera servile, qualunque si sia; acciò che non pai allevata in villa. Nelle opere amorevoli non ti partire dall'onestà, secondo gli atti che io ti ho detti i quali tra me e te abbiamo ragionati, acciò che troppa amorosa voglia innanzi al tempo non ti togliesse il suo affetto: e per sì fatto modo il guarda, che amore, e non sdegno, sia cagione della sua guardia: e lascialo sempre un pochettino quasi usare un'amorosa forza; imperò che quella amorosa forza ritorna in tua onestà.

Facendo adunque le dette cose sarai corona d'oro del tuo marito.

Allora la gentile madre e savia donna benedisse e segnò.... (vedi a pag.89).

177.Cronica, I, iv.

177.Cronica, I, iv.

178.Vedi, con brevi ma acconcissime parole, svolto questo pensiero daR. Fornaciari, nel suoQuadro storico della letteratura italiana nei primi quattro secoli; Firenze, 1885; pag. 88-90.

178.Vedi, con brevi ma acconcissime parole, svolto questo pensiero daR. Fornaciari, nel suoQuadro storico della letteratura italiana nei primi quattro secoli; Firenze, 1885; pag. 88-90.

179.Felice Tribolatinel IVº de' suoi elegantiDiporti letterarii sul Decamerone; Pisa, 1873; pag. 160-62. Vedi ivi anche il giudizio del Petrarca sullaGriselda, la quale egli tradusse in latino: e cfr. leSenilidel Petrarca, date dalFracassetti, II, 541 segg.

179.Felice Tribolatinel IVº de' suoi elegantiDiporti letterarii sul Decamerone; Pisa, 1873; pag. 160-62. Vedi ivi anche il giudizio del Petrarca sullaGriselda, la quale egli tradusse in latino: e cfr. leSenilidel Petrarca, date dalFracassetti, II, 541 segg.

180.Inf. II.

180.Inf. II.

181.Inf. I e II.

181.Inf. I e II.

182.Inf. II e IV.

182.Inf. II e IV.

183.Purg. X-XXVI.

183.Purg. X-XXVI.

184.Purg. XXVII.

184.Purg. XXVII.

185.Purg. IX.

185.Purg. IX.

186.Purg. XXIX-XXXIII. Di quel «donnescamente» dantesco, che s'interpetra comunemente per «con grazia e gentilezza femminili», o simile, mi sembra singolare e vera la dichiarazione che nel suo latino esplicativo ne fa un frate del Quattrocento (Giovanni da Serravalle,Translatio et Comentum totius libriDantis Aldigherii; Prato, 1891; pag. 813): «dominabiliter, scilicet more suavis et nobilisdominae»: insomma «signorilmente»; con attinenza al bello e possente significato della parola «donna» per «signora», abbracciato sì dai poeti e sì dal popolo nelle locuzioni «la mia donna» e «madonna». E a cotesto «donnescamente», rintegrato (com'io credo) nel senso che volle imprimergli il Poeta, porge illustrazione e conferma il verbo «donneggiare», cristallizzatosi in un antico proverbio che ammoniva le «signore» di poco savia condotta, le quali si lasciano, diremmo oggi, pigliar la mano dalla servitù: «Quando madonna folleggia, la fante donneggia», cioè fa lei da signora, diventa lei la padrona. Proverbio, la cui efficace dicitura o guastano o snervano i lessicografi che a «donneggia» o sostituiscono, o aggiungono come variante, «danneggia». La quale, o sostituzione o variante, che sia da rigettare senz'altro, se anche non lo dicessero l'orecchio e il buon gusto, lo imporrebbe il raffronto di quella trecentistica scrittura fiorentina degliAvvertimenti di maritaggiotestè riferiti in una delle precedenti note; nel decimo dei quali (pag. 102) abbiam letto: «Troppa «dimestichezza» della padrona verso la «famiglia», cioè verso la servitù, «importa vizio, e troppa familiarità ingenera sdegno; onde troppo è meglio essere un poco verso di loroaltiera e signorile: imperò che non è già buon segno vedere la serva in superbia inverso la madonna; onde volgarmente dice la gente: — La servasignoreggia, se la madonna folleggia».

186.Purg. XXIX-XXXIII. Di quel «donnescamente» dantesco, che s'interpetra comunemente per «con grazia e gentilezza femminili», o simile, mi sembra singolare e vera la dichiarazione che nel suo latino esplicativo ne fa un frate del Quattrocento (Giovanni da Serravalle,Translatio et Comentum totius libriDantis Aldigherii; Prato, 1891; pag. 813): «dominabiliter, scilicet more suavis et nobilisdominae»: insomma «signorilmente»; con attinenza al bello e possente significato della parola «donna» per «signora», abbracciato sì dai poeti e sì dal popolo nelle locuzioni «la mia donna» e «madonna». E a cotesto «donnescamente», rintegrato (com'io credo) nel senso che volle imprimergli il Poeta, porge illustrazione e conferma il verbo «donneggiare», cristallizzatosi in un antico proverbio che ammoniva le «signore» di poco savia condotta, le quali si lasciano, diremmo oggi, pigliar la mano dalla servitù: «Quando madonna folleggia, la fante donneggia», cioè fa lei da signora, diventa lei la padrona. Proverbio, la cui efficace dicitura o guastano o snervano i lessicografi che a «donneggia» o sostituiscono, o aggiungono come variante, «danneggia». La quale, o sostituzione o variante, che sia da rigettare senz'altro, se anche non lo dicessero l'orecchio e il buon gusto, lo imporrebbe il raffronto di quella trecentistica scrittura fiorentina degliAvvertimenti di maritaggiotestè riferiti in una delle precedenti note; nel decimo dei quali (pag. 102) abbiam letto: «Troppa «dimestichezza» della padrona verso la «famiglia», cioè verso la servitù, «importa vizio, e troppa familiarità ingenera sdegno; onde troppo è meglio essere un poco verso di loroaltiera e signorile: imperò che non è già buon segno vedere la serva in superbia inverso la madonna; onde volgarmente dice la gente: — La servasignoreggia, se la madonna folleggia».

187.Parad. II, 19-30; V, 86-93; ecc.

187.Parad. II, 19-30; V, 86-93; ecc.

188.Parad. XXXI e XXXII.

188.Parad. XXXI e XXXII.

189.§ XLIII.

189.§ XLIII.


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