LA FALCE

LA FALCEI.

Giuseppe si accostò in punta di piedi all’uscio che metteva nella stanza del padrone, e stette in ascolto.

— Dorme — susurrò poi.

— Dorme? — disse Rocco Fea, ritto in mezzo all’anticamera, col cappello tra le mani. — Pazienza, aspetterò.

— Ve l’avevo detto — riprese il servitore. — Dopo mezzogiorno dorme sempre un paio d’ore.

— Un paio d’ore? Oh povero me! Allora non potrò ripartire che a sera... Un paio d’ore! Come si fa?...

— Zitto! Si muove, cammina... Sì, sì, cammina. Adesso posso picchiare.

Ma in quella l’uscio si aprì.

— Cosa c’è? — domandò Roberto Duc, affacciandosi appena.

— C’è il suo fittaiuolo che vorrebbe parlarle — rispose Giuseppe. — Dice che ha fretta.

— Fretta no! — esclamò Rocco. — Non ho mai detto questo!

— Avanti! — interruppe Roberto, rientrando subito ed avanzandosi verso la sua scrivania.

Rocco diede un’ultima pulita al cappello, una ultima occhiata agli scarponi inverosimilmente lucidi, e seguì il padrone.

Come furono di fronte, durarono un tratto a guardarsi, immobili e sorridenti: il signore, alto e ben formato, con il viso delicato e piacente, reso singolarmente espressivo dal contrasto fra la capigliatura folta ma già brizzolata, e le sopracciglia e i baffi d’una nerezza corvina; il contadino, basso, tarchiato, con la faccia tutta rasa ed abbronzata, mansueta insieme e gioconda.

— Lei riposava, eh? — disse Rocco. — Ed io, bestia, l’ho disturbata.

— M’ero appena appisolato — rispose Roberto, sedendo. — E così, tutti bene al Fortino?

— Tutti bene; il più malato sono io.

— E la campagna? Come va la campagna?

— È un po’ indietro, ma promette bene.

— Come vanno gli affari a Casaletto?

— Non c’è malaccio. La gente mormora forte del sindaco, ed anche un po’ del parroco. Cose solite. Adesso le darò nuove di tutti.

E cominciò subito a parlare di quel che era accaduto nel paese in quegli ultimi mesi: il tale è morto, il tale altro ha preso moglie, quello ha una lite, quell’altro ha vinto una causa...

Roberto lo ascoltava distrattamente, sfiorandosi con una mano la fronte e indicando con l’altra, a quando a quando, una seggiola. Ma Rocco, tutto infatuato nel suo discorso, non ci badava.

— Ma non hai camminato? — gli domandò il padrone, un po’ impazientito. — Non sei stanco?

— Stanco? No, signore. Niente affatto. Ma non gliel’ho ancor detto? Noialtri abbiamo licenziato il procaccino e messa su carrozza. Sicuro! la carrozza da Casaletto a Bornengo, tutti i giorni; e passa proprio davanti al Fortino. Da Bornengo a Torino c’è il vapore, sicchè vede... Ma io le dico tante cose, e lei le nuove della città non me le dà.

— Che nuove vuoi che io ti dia?

— Giusto! E poi già non capirei niente...

Tacque, aggrottò le ciglia, si levò di tasca un pacchetto e lo mise garbatamente davanti al padrone.

Questi chiese:

— Quanto mi dai?

— Giuraddiana! — esclamò Rocco. — Quel che le è dovuto.

Roberto prese un foglietto, vi scrisse due righe, firmò e lo porse al contadino.

— Eccoti la ricevuta.

— Così, senza riscontrare la moneta?

— Eh diavolo! ti conosco.

— Il conto l’ho fatto e tornava esattamente. Guardi: ci devono essere due biglietti da mille, quattro da cinquecento, sei da...

— Va bene, va bene; vedrò più tardi. Se mai ti scriverò.

Così dicendo, Roberto tirò a sè un cassetto, vi lasciò cadere il pacco, richiuse e si alzò.

— Comandi — disse Rocco, ripigliando il cappello, che aveva posato sull’angolo della scrivania.

Il giovane signore riflettè un poco.

— No — mormorò poi; — niente per ora. State sani, state allegri, e... pensate qualche volta al vostro padrone.

Rocco alzò bruscamente le braccia.

— Si figuri! — esclamò. — Si figuri se non ci pensiamo! Non passa giorno che non si parli di lei. Di lei e dei suoi. Alla sera la mia donna prega sempre per quelli che non ci sono più: il babbo, la mamma, lo zio Alfredo, lazia Felicita, i nonni... Prega per tutti, insomma. Del resto è sempre stato così; i miei vengono al mondo già bell’e affezionati alla casa. Non so se lei sappia che il padre di mio padre è nato al Fortino, e forse forse...

S’interruppe per prendere con le sue la mano che il padrone gli porgeva.

Vi fu un silenzio. Roberto sorrideva benevolmente. Rocco lo guardava fisso, tentennando il capo, stringendo le labbra; a un tratto esclamò con una voce che sarebbe parsa ruvida, se non fosse venuta come un gemito di fondo al cuore:

— Giuraddiana! Perchè non viene mai a trovarci?

— Ci verrei volentieri — rispose Roberto. — Ma, santo Dio!... Già, voialtri mi credete libero, disoccupato; credete ch’io non sappia come passar la giornata? Invece sono sempre in faccende... Sicuro, sempre in faccende... Ma sta tranquillo: una bella mattina capito laggiù, quando meno ve lo pensate, e allora... Guai a voi se non trovo tutto in ordine!

— Senta — ripigliò il contadino, con un sorriso tra timido e fine: — il suo babbo, buon’anima, veniva a Casaletto tre o quattro volte al mese, in qualunque stagione, piovesse o nevicasse. Era nostro consigliere, e son certo che non ha mancato a una seduta in quindicianni. Morto lui, abbiamo nominato lei, come era naturale. Ma lei... lei non s’è mai fatto vivo. Io ho sempre detto e sostenuto che la lettera di partecipazione era andata perduta; ma gli altri... a dirla schietta... Parlo dei più insolenti, dei più screanzati...

Roberto si sentì venire le fiamme al viso.

— No, no — diss’egli — ho ricevuta la lettera, l’ho ricevuta subito. Prima di accettare la carica, volevo pensarci su... E poi speravo anche di poter dare una scappata e ringraziare a voce. Ho indugiato, ho indugiato, e alla fine... Insomma ho torto; è stata una dimenticanza imperdonabile. Tu hai difeso una causa sballata, caro il mio Rocco! Ti ringrazio e t’incarico formalmente di far le mie scuse.

— Volentieri. E a chi le devo fare?

— Al sindaco, ai consiglieri, so assai!

— Il nostro sindaco è Tonio Luvotto, assessori Rattonero e Garzino.

— Benissimo. Farai le mie scuse a questi bravi signori.

— Se avrò occasione di vederli, eh?

— Naturalmente.

— Torniamo a noi: quando ci onorerà di una sua visita? Risoluzione!

— Presto, va tranquillo.

— Oh badi che la prendo in parola! Posso dirlo alla mia donna, ai miei figliuoli? Sì! Soncontento. Ah, se lei volesse venire di festa, ed avvertirci anche un po’ prima!

— Perchè?

— Per poterla ricevere come si merita.

— Vale a dire a torsolate?

— Gesù e Maria! Con la banda, signor Roberto! Con la banda e coi mortaletti!

— Siamo intesi: vi avvertirò otto giorni prima. Va bene così? Adesso va a mangiare, mio buon Rocco, che ne devi aver bisogno.

— Eh, non dico di no: sono tuttavia digiuno!

— Giuseppe penserà a cavarti la fame.

Rocco si avviò verso l’uscio. Giunto su la soglia, si voltò indietro verso il padrone, alzò il braccio e disse con tono lento e solenne:

— Si ricordi!... l’ho preso in parola.

Rimasto solo, Roberto si riadagiò sul canapè, si mise a leggere, e dopo un poco cominciò a velare gli occhi. Di repente ebbe uno scotimento in tutta la persona, come se avesse accostato un dito alla macchina elettrica e ricevuta una gagliarda scintilla. Si rizzò a sedere: chi l’avevatoccato? chi aveva parlato? Egli stesso inconsciamente; o si trattava d’una di quelle allucinazioni fugaci e confuse che precedono od accompagnano il sonno?

«Bisogna mutar vita.» — Ecco le parole che gli ronzavano ancora all’orecchio. Ecco l’idea che da qualche giorno oscillava nel suo cervello.

In addietro, quando era preso dall’uggia, congiunta a un principio di tristezza e d’avversione alle persone ed alle cose che gli stavano intorno, faceva le valigie e se ne andava. Ma allora si sentiva stimolato a moversi da una sovrabbondanza di vita interiore quasi tormentosa; dal bisogno di raccapezzarsi, d’indagare se il mondo era veramente quale lo immaginava.

Credendosi ingenuamente destinato a un grande e luminoso avvenire, viaggiava come per farglisi incontro. Credendosi atto a compiere eccellenti e memorabili cose, e non bastandogli la pazienza di attendere le occasioni, andava come i cavalieri del buon tempo antico, a cercarle in paesi lontani. Trascorreva di luogo in luogo, finchè gli duravano la voglia e i quattrini, poi ritornava. Ritornava e si ritrovava quello di prima, non migliorato nè ritemprato: aveva mirato troppo in alto per poter cogliere giusto; aveva aspirato al sublime e disprezzato il buono e il proficuo.

Poi, pur continuando a stimarsi fornito di non comune ingegno e di molto cuore, aveva tenuto per fermo di essere stato trascurato dai suoi e troppo mal diretto nella prima educazione. Le cose non riescono mai secondo l’intenzione o il desiderio, dunque perchè lottare, perchè affaticarsi? E si era scoraggito e dato senza ritegno ad una vita vana e scapestrata, consumando rapidamente e scioccamente la miglior parte della sua fortuna.

Così addio nobili ardori, lieti presentimenti, lusinghiere speranze! Egli era venuto perdendo l’una dopo l’altra tutte le sue illusioni; aveva sentito crescere e inasprirsi la sfiducia nel proprio destino; e nascere una fiacchezza, un mal essere, che attribuiva ad una lenta diminuzione delle forze vitali, ad una malattia di languore insidiosa ed inevitabile.

— Diavolo! — diceva tra sè — possibile ch’io debba finire così?

Ed ecco che, quando meno se lo aspettava, tornava a provare confuse ripercussioni di sentimenti già avuti. Sentiva come allentarsi mille piccoli ed occulti legami; le abitudini di cui era schiavo perdevano del loro vigore; gli entrava addosso un’attività sana e gioconda, l’attività di chi sta per riacquistare una libertà se non perduta, gravemente e da lungo tempo menomata; gli pareva sopratutto d’essere giuntoad un punto determinato, decisivo: ad una voltata, per dir così, nel cammino della vita, passata la quale, avrebbe perduto di vista il tratto percorso, e scoperto un nuovo e più ampio orizzonte.

Come fu stufo di passeggiare, si rivestì e uscì di casa. Era l’ora in cui soleva andare al Club, ove s’ingegnava di uccidere quanto più tempo poteva, scorrendo i giornali o chiacchierando cogli amici. Quel giorno non aveva voglia di veder nessuno, ma di star sopra sè, raccolto nei suoi pensieri.

Si avviò a lenti passi verso il Valentino. Continuava a riandare i vari casi della sua vita e pigliava materia a umiliarsi; di tanto in tanto scoteva la testa, e, come per giustificarsi, diceva tra sè: — La mia sola colpa è d’aver fatto troppi disegni che non miravano a un fine determinato, di non essermi prefisso uno scopo chiaro e preciso. Santo Dio! non è dato a tutti di salvare la patria, di scoprire l’America, di innamorare una regina... Era destinato ch’io vivessi mondanamente e anche un po’scioperatamente. Più ci penso e più mi persuado che i fatalisti hanno ragione. Infatti io ho sempre creduto a una forza ignota e irresistibile che agisce sugli uomini e sugli avvenimenti...

Una voce aspra e misteriosa lo smentiva sull’atto: — Che! tu non hai mai creduto a niente. Pensare, per te è sempre stata la più inutile e la più ingrata delle fatiche. Bada però che d’ora in poi non sarà più così...

Giunto al Valentino, entrò nel parco, vagò per i viali, poi si lasciò andar seduto sopra una panca, sulla riva del Po. La giornata era bellissima, la scena grandiosa e ridente. Egli prima rimase come incantato, poi si sentì come avvolto in una nebbia di reminiscenze confuse. Non gli pareva più di essere nè a Torino nè in Italia, bensì in qualche luogo lontano. Ma dove? Sulle rive del Reno? No. Le colline che aveva davanti gli rammentavano, con le loro curve armoniose e gentili, con il loro verde variato e pomposo, un assai lungo soggiorno ch’egli aveva fatto in un piccolo villaggio del Bosforo; e cominciò a frugar nei ripostigli della memoria per ritrovarne il nome. Vanamente però; intanto continuava a girar lo sguardo sulla magnifica veduta, fermandolo ora sur un punto, or sur un altro.

Come la vista doveva spaziare da quella cima che signoreggiava alteramente su tutte le altre!Come doveva esser dolce mettersi pian pianino per quella stradicciuola appena visibile, che voltava sul declivio e spariva in una valletta riposta! Che quiete, che pace, in quella minuscola villa, tutta bianca di sole, eretta sul fianco d’un ameno ed erboso pendìo! Chi sa che vita placida e riposata conducevano coloro che l’abitavano! Ci sono pure quaggiù anime buone che sanno accontentarsi del poco e del semplice. Mirando le molli e fresche forme d’un bosco, che rivestiva da solo tutto un poggio, Roberto sentiva un’intensa bramosia d’immergersi in quella morbidezza verde, come in una dolce acqua tranquilla. Non poteva più staccar l’occhio dal grande spettacolo, e non si saziava di goderne, quasi fosse la prima volta che vi faceva attenzione; comprendeva alla fine che le bellezze create dalla natura non possono, ad un animo nato a sentirle, divenir mai per abitudine indifferenti.

Intanto il sol cadente lo feriva alle spalle, lo inondava di luce, ma invece di abbattere per troppo calore le membra, pareva che vi infondesse novello vigore. Davanti a lui, le ville grandiose di vetusto aspetto e di storiche ricordanze, le eleganti casine apparecchiate all’ozio e al riposo dei cittadini, le umili casupole, le pendici coperte di viti, e i campi e i giardini e i boschetti, tutto si veniva velando d’un pulviscolod’oro, fra il quale i vetri avevano lampi e bagliori.

Al basso, le acque del fiume qua riflettevano l’azzurro limpido dei cielo, là si tingevano di smeraldo e di porpora, o si rompevano in larghe, lucidissime squame d’argento. La vaghezza del luogo e dell’ora vinceva veramente ogni aspettativa, superava ogni eloquenza di descrizione.

Scomparso il sole, Roberto si alzò e tornò verso casa. Ora si sentiva addosso un’irrequietezza acuta e molesta. Andava cercando col pensiero qualche cosa importante per applicarvelo subito, e non la trovava; più nulla stimolava i suoi desideri, più nulla lo allettava con lusinghe e speranze di piacer vivo. L’idea di ritrovarsi con gli amici, con le amiche lo seccava, lo infastidiva. Tutto gli appariva moralmente e materialmente cambiato. Da quando? Perchè? Che importava! La cosa stava così; era inutile stillarsi il cervello per saperne di più. Tutto gli appariva cambiato: la strada, la casa, la porta, le scale che conosceva da anni, avevano preso un nuovo aspetto, l’aspetto straniero e sbiadito di ciò che si sta per lasciare.

Rientrato in casa, sedette alla scrivania e si ammucchiò dinanzi tutto il denaro di cui poteva disporre. Ahimè! vide subito che c’era poco da stare allegro.

L’idea di dare semplicemente una scappata a Parigi o a Berlino non lo invogliava; avrebbe voluto andar più lontano di quel che non fosse mai andato, e per maggior tempo. E allora?... A un tratto gli tornarono in mente le parole di Rocco: — Perchè non viene mai a trovarci? — Vi rispose con una spallucciata. Ma le parole tornarono ancora, e non già con quell’accento di rustica preghiera con cui erano state proferite, ma con un suono persuasivo e gentile, che induceva una certa speranza di pace.

Roberto fantasticò assai la sera e la notte. La mattina dopo si levò di buon’ora; dispose le cose sue in modo da poter prolungare l’assenza a piacimento; prese con sè Giuseppe, cameriere, cocchiere e all’occasione anche cuoco, e partì per il Fortino.

La villa detta il Fortino sorge in mezzo alla pianura, discosta un miglio da Casaletto e forse tre da Bornengo. Essa può aver preso il suo nome da un’antica opera di fortificazione campale di cui non è rimasto vestigio, o semplicemente- dall’aspetto saldo e disadorno del piccolopalazzo, assai bene elevato sulla casa rustica che lo fiancheggia a destra, e sugli alberi del giardino affollati a sinistra. Questo giardino non è molto grande nè molto signorile, ma è quieto ed ombroso; al di là del muro di cinta si estendono, fin dove arriva lo sguardo, i campi ed i prati.

Roberto, partito da Torino col treno delle nove e quaranta, arrivò a Bornengo verso le undici, e continuò il suo viaggetto in calesse. In quell’ora Rocco stava in un campo, a un tiro di schioppo da casa, e badava agli opranti che mietevano. A un tratto sente un legno che si viene avvicinando, si volta a guardar sulla strada, crede di travedere, poi grida:

— È lui! Il padrone! Il nostro padrone!

E gli corre incontro con l’agilità e la leggerezza d’un bufalo.

— Piano! — diceva Roberto, ridendo. — Son qui. Sta tranquillo. Non torno mica indietro, sai...

Il fittaiuolo si mise di fianco al calesse, che seguitò più adagio.

— Giuraddiana! Chi poteva immaginare... Son proprio contento... Ma perchè non dir niente? Perchè non dir niente?

— T’ho fatto un’improvvisata.

— Eh sì, un’improvvisata... un’improvvisata...

E continuò ora a rallegrarsi, ora a rammaricarsi, soffiando come un mantice, finchè non giunsero al cancello dell’ombroso ed angusto viale, che conduce con breve tratto al palazzetto. Il cancello era serrato.

— Vede! — esclamò Rocco. — Se m’avesse avvisato, avrebbe trovato aperto! La chiave è in casa, appiccata al chiodetto. Adesso le tocca fare il giro per il cortile... che non è spazzato, ch’è pieno d’ingombri.

— Non ti confondere — rispose il padrone, accennando al vetturino di tirare avanti e di voltar nel portone. — Non ti confondere; sbarcherò dove potrò.

Mentre Roberto saltava dal calesse a terra, Giovanna, la moglie di Rocco, sbucò di casa col riso sulle labbra e strofinandosi gagliardamente le mani col grembiale. I suoi due figliuoli, Giacomo e Felice, balzarono fuor della stalla con dipinta sul viso una viva e sincera premura.

Tutti, giovani e vecchi, corsero al palazzetto, e si diedero con fretta grandissima a spalancare usci e finestre, a sgombrare, sbrattare, ripulire.

Intanto Roberto faceva un giro intorno alla vecchia abitazione, che non aveva più visto da anni. La prima impressione, entrando in cortile, era stata sgradevole; la seconda fu dolorosa. I muri erano largamente anneriti dall’umido, chiazzatid’un verde viscido e cupo, pieni da cima a fondo di scrostature e di crepe. La cinta pareva avesse sofferto un assalto, e che in questo si fossero rimessi in uso gli antichissimi arieti, tante erano le spaccature e le breccie, tanto minacciava rovina in ogni sua parte.

Roberto voltò le spalle e s’inoltrò nel giardino. Peggio che peggio! Nei viali non si vedeva più che qualche rimasuglio di ghiaia; le panchine erano tutte sconquassate e muscose; i vasi dei fiori sbreccati od infranti. Mancavano parecchi degli alberi più annosi; altri si mostravano ridotti a poveri tronchi inclinati, spogli di ramoscelli e di foglie, invasi dalla borraccina, consunti dal tempo, dall’umido, da migliaia d’insetti. Ben presto, se nessuno pensava ad abbatterli e a farne suo pro, avrebbero finito col distendersi in terra e infracidire, trasformandosi a poco a poco in una semplice gibbosità del terreno, destinata a rifondersi nell’immenso crogiuolo.

— Ohimè! — diceva Roberto tra sè, — invecchiano e muoiono anche le cose. Quella è una stamberga, non più una casa; questo è un prunaio, non più un giardino. Bisogna riparare, bisogna ripiantare... Ho fatto bene a venire, ma avrò poi la pazienza di rimanere finchè sarà necessario?

Mentre tornava a passo lento verso il cortile,sentì arrivarsi all’orecchio un’onda di suono confuso, indistinto, ma che pure aveva un non so che di festoso. Guardò l’orologio. — Mezzo giorno! Già così tardi? La mattina era passata in un attimo. E gli pareva anche d’avere appetito. Un bel caso! A Torino andava sempre a tavola così malvolentieri!

Giovanna usciva dal palazzetto, cacciando fuori un mucchio di pattume.

— Guardi — diss’ella, agitando la granata, — si direbbe che non abbiamo spazzato da un anno! Eppure creda che tutte le settimane...

Il padrone la chetò con un gesto.

— Senti, Giovanna, io vorrei mangiare un boccone. M’immagino che a Casaletto ci sarà un albergo, un’osteria...

— Sì, signore; c’è ilCavallo Grigio. Ma l’avverto che oggi non troverà carne.

— Be’, non importa; troverò uova, burro, formaggio...

— Se si contenta... senza correre fin là...

— Brava! Dammi tu qualche cosa.

— Resti servito.

Roberto mangiò gustosamente, in una stanza pulita ed ariosa, dov’era un grande armadio, un focolare all’antica, e dove gli utensili di rame, disposti con bell’ordine, tappezzavano una intera parete. Dall’uscio e dalle finestre aperte entravano frequenti folate d’aria calda ma pura. Non s’udiva altro che il rumore dei piatti messi o levati dalla donna, e quello che faceva una gatta, la quale allattava i suoi miccini in una cesta presso all’armadio.

Quando si fu rifocillato, diede un’occhiata alla stalla, al granaio, al fienile, e prese nota delle riparazioni più urgenti. Alla fine entrò nel palazzetto e visitò bel bello tutte le stanze. Trovò presso a poco quello che si aspettava: i parati pendevano a brandelli rasente ai muri, le imposte non combaciavano, gli usci non andavano più a modo, mancavano alcune suppellettili quasi necessarie, v’era copia d’altre inutili od ingombranti. Egli decise di occupare una stanza assai grande, la sola ancor fornita di tutto l’occorrente, e nella quale il puzzo di muffa e di rinserrato pareva men grave che nelle altre.

Quella era stata la camera da sposi di suo padre e di sua madre; egli pure vi aveva dormito, prima in una culla, poi in un lettino posto accanto al gran letto matrimoniale. Ed ecco che gli tornò alla memoria l’età innocente passata coi suoi, le dolcezze di studi graditi, i lavori geniali, i colloqui amorevoli: tante stelle splendenti in un bel cielo puro e sereno.

Poi era rimasto solo del tutto, libero di sè, esposto ai mille pericoli che sogliono circondare la gioventù nelle città. E allora... Ma no! non voleva pensar più al passato; non voleva nè commuoversi nè rattristarsi.

Chiuse l’uscio e si affacciò al terrazzino. Aveva sotto il piccolo giardino cupo, selvatico, e già pieno d’ombra; sopra un bell’azzurro glorioso e infinito; davanti l’ampiezza ubertosa ed irrigua del piano, non limitata che dalla catena delle Alpi.

Quante volte non si era trovato in quel luogo, a quell’ora, in compagnia del babbo e della mamma!

Chiuse gli occhi per immaginare liberamente, fortemente; sperando quasi di ravvivare la sensazione della loro presenza. Fu invano. Non sentì risuscitare nulla intorno a sè, ma gli entrò in cuore una tenerezza così soave, così ricreatrice, ch’egli disse quasi a voce alta:

— Dio! come sono contento d’essere venuto!

L’osteria delCavallo Grigioè posta nella più bella strada di Casaletto; l’architettura è molto semplice, anzi semplicissima, ma nel mezzo della facciata, tra l’uscio e il portone, si vede effigiato una specie d’ippopotamo di color ferrigno, pomellato di bianco, focosamente eretto di contro a un esile stalliere, tutto giallo; il quale, alzando enfaticamente le braccia, par che esclami le parole scritte per l’appunto al di sopra: «Oh berechen caval».

Entrando, si trova prima una stanzuccia nera e affumicata: la cucina; poi uno stanzone assai sfogato, nel quale si mangia, si giuoca e sopratutto si beve; v’è un uscio a vetri, che mette in cortile, una grossa stufa, tre o quattro fra tavole e tavolini, e un vecchio curioso biliardo, una cosa da museo, che i frequentatori sono assuefatti a veder sempre coperto, e spesso ingombro di ceste, fagotti, ciarpe od attrezzi.

Ora avvenne che sul principio d’una bella sera, il maestro Ponzio Tomatis entrò nell’osteria, certo di trovarvi già il segretario Pietro Galosso, col quale soleva bere un bicchiere e far la partita alle carte. Dalla sogliadella cucina dava un’occhiata per vedere se vi fosse l’oste o l’ostessa, quando sentì il tac tac secco di due palle d’avorio che cozzavano insieme.

— Ehi, ehi! — fece egli a tutta voce, come quando coglieva i ragazzi a manomettere qualche masserizia scolastica. — Chi è che tocca il biliardo? Aspettate, che vi accomodo io!

Entrò nello stanzone, atteggiato comicamente a minaccia, ma invece di vedere quel fatticcione d’un sor segretario, seduto a un tavolino col bicchiere dinanzi, vide un bel signore che si divertiva a far correre le palle.

Tomatis rimase a bocca aperta; lo sconosciuto alzò la testa, guardò, poi sorrise: il buon maestro aveva una di quelle facce fresche e ridenti che piaciono alla prima e mettono di buon umore.

— Caldo eh? — osservò Tomatis, dopo un poco, e tanto per dir qualche cosa.

— Caldo molto.

— Qui però si sta bene.

— Si sta benissimo.

— Non c’è riverbero, ecco; nel cortile il sole non batte che un po’ dopo pranzo; di là da quel murettino, c’è l’orto, la gora del mulino, poi subito le praterie del sindaco. Sicuro... A quel che vedo lei giuoca anche da solo?

— Mi trastullavo... Vuol fare la partita con me?

— Io? Si figuri! Ma c’è un guaio: non so fare.

— Davvero?

— Non so fare; non giuoco che alle carte e un poco ai tarocchi.

Il maestro parlava con la voce e col contegno di uno che per cedere, aspetta e desidera di esser pregato.

— Imparerà — ripigliò lo sconosciuto con brio. Gli mise la stecca in mano e cominciò a insegnargli: — Così: il pollice alto, le altre dita stese; faccia il ponte per bene; e poi miri, miri diritto, miri giusto... Bravo! al primo tiro ha preso la palla. Riesce benissimo, basta che si eserciti.

Intanto il segretario Galosso era comparso sull’uscio, e girava sui giuocatori uno sguardo in cui erano misti la curiosità, la maraviglia e il dispetto. Dopo un poco, vedendo che non si badava a lui, traversò lo stanzone, uscì nel cortile e prese a cercar l’oste e a chiamarlo con voce stentorea.

Baldassarre Baino attendeva a irrigar l’orto, aiutato dalla moglie, un vero gendarme, e frastornato da un suo ragazzetto, vispo assai più del bisogno.

— Presto! — disse il segretario accostandosi. — Cheroba è quel signore che giuoca con Tomatis?

— Non so niente, — rispose l’oste; — mi è capitato in casa mezz’ora fa, ha chiesto un bicchier di birra, ha dato un’occhiata allaGazzetta di Bornengo, poi...

— Ehm, pare impossibile!

— Cosa?

— Che non sappiate il suo nome.

— V’ho già detto di no!

— Ma il vostro dovere...

L’oste fece un gesto che voleva dire così chiaramente: — non rompetemi l’anima — che Galosso si crucciò.

— Creanza da mulattiere, — mormorò tra i denti.

— Non vedete che devo badare all’acqua?

— Sì, sì, all’acqua... all’acqua... all’acqua, come se non bastasse quella che mettete nel vino.

Baino fece una spallucciata e tornò ai suoi rigagnoletti.

— A voi — disse Galosso all’ostessa. — Venite via.

— Cosa volete? — chiese ruvidamente colei.

— Eh, per bacco! voglio bere.

Voltò le spalle, tornò nello stanzone, e si pose a sedere in fondo a una tavola, nell’angolo più lontano dal biliardo. L’ostessa lo seguìsenza troppa fretta, e gli mise dinanzi una bottiglia e un bicchiere.

Il forestiero e il maestro continuavano la loro partita; il primo largheggiava di norme, di consigli, di esempi; il secondo s’ingegnava di conformarsi, dandosi gagliardamente dell’asino quando sbagliava, facendo un modesto scambietto quando l’azzeccava.

Galosso sogguardava l’uno e l’altro, nero come un calabrone. Gli pareva agro a sopportare che un ignoto, un intruso, il quale nè si era degnato di salutarlo nè mostrava d’accorgersi della sua presenza, gli rubasse il compagno, l’amico indivisibile, forse forse per l’intera serata. Un bell’amico però, che lo lasciava a consumarsi di noia in un canto, per lo stolido gusto di strofinarsi a un damerino.

— Stecca falla! — esclamò a un tratto l’incognito. — Si dice così quando non si batte in pieno la palla, e questa dà un suono come se si scheggiasse. Ha visto come andava torta? Daccapo: prenda bene la mira.

— Non ci vedo più — disse Tomatis con voce compunta. — L’anno passato gli occhi mi servivano ancora benissimo, ma adesso... Facciamo accendere?

Il signore guardò verso il cortile, vide che si faceva buio, e andò a prendere il cappello e il bastone che aveva posati sur una sedia.

— Lei viene qui molto spesso? — domandò poi al maestro.

— Tutte le sere.

— Benissimo! Dunque a buon rivederci.

Si voltò verso l’angolo ov’era Galosso, accennò col capo, e se ne andò.

Tomatis posò la stecca, si diede una fregatina di mani e si mise a sedere dirimpetto all’amico. Questi non parlò nè si mosse. Il maestro tirò fuori un mezzo sigaro e lo accese adagino.

— Buttate via quella cicca — brontolò il segretario.

— Me ne date uno intero? — domandò placidamente Tomatis.

— Un corno che v’infili!

— Oh oh! marina torba, stasera!

Galosso battè il pugno sulla tavola.

— Mare in burrasca! — ripetè il maestro, scattando in piedi. — Io vi do la buona notte, sapete.

Il segretario lo agguantò per la giacchetta, tirò forte, lo fece seder di nuovo.

— Fermo! — gridò. — Chi è colui? Come ha nome?

— Comecolui? — rispose Tomatis, severo. — Volete dire quel signore?

— Alle corte: come si chiama?

— Non lo so.

— Eh bravo! Me ne rallegro moltissimo. Mi rallegro con voi che avete la baldanza di giuocare con... con chi che sia, con un non so chi. State all’erta, sapete, perchè...

— Ma non avete visto com’era ben vestito?

— Appunto! L’abito non fa il monaco, anzi... I birbanti è il loro mestiere di cambiar vestimento. Vestimento e travestimento. Mio padre, buon’anima, raccontava un monte di cose...

Il maestro fece con la bocca un certo atto, come di chi vuol parlare e non trova il verso o pensa ad altro, poi si alzò, balzò fuori e chiamò il figliuoletto dell’oste, che vociava e scavallava in cortile.

— Presto, Gigino, corri, fa di raggiungere quel signore che hai visto qui; guarda che strada prende nell’uscir dal paese. Un bel soldo per te, quando sarai di ritorno. Non ti sviare, sai!...

Gigino scomparve in un lampo.

— Una buona idea, eh? — disse poi Tomatis, rimettendosi a sedere.

— Uhm! cosa volete che sappia far quel bamboccio? — brontolò Galosso.

— È sveglio la sua parte.

— Si farà scorgere.

— Non credo.

— Si farà pigliare a scapaccioni.

— È avvezzo a tutto.

— Dunque, tornando a quel che si diceva, mio padre raccontava d’aver incontrato una volta Rodino, il famoso Rodino, trasfigurato in modo che non l’avrebbe mai riconosciuto, se...

— Eccomi — disse l’oste entrando e buttandosi a sedere sur una panca vicino all’uscio. — E il forestiero?

— Se n’è andato — rispose Tomatis.

— Me l’aspettavo — mormorò Baino.

— Perchè? — chiese Galosso.

— E gli ordini? E la consegna? Possibile che non abbiate indovinato? Ma è un ufficiale, per diana! Uno di quelli che girano l’Italia in borghese per impratichirsi delle strade, dei passaggi, dei ponti, dei fiumi...

— Le zucche! — esclamò Galosso. — Non credo niente. L’avrei capito subito. E poi, di qui alla frontiera c’è un bel tratto...

— Sicuro! — aggiunse Tomatis. — Siamo nel cuore della pianura!

— Bravi! — gridò Baino. — Come se le battaglie si facessero solamente in pianura! Ed è a me che venite a dir questo? A me che sono stato soldato!

— Tornando al forestiero — riprese Tomatis, — più ci penso e più mi par che ricordi qualcuno.

— E chi mai? — domandò Galosso.

— Qui sta il busillis!... Sentite: e non potrebbeessere semplicemente lo sposo della signorina Luvotto?

— Ouf! — fece l’ostessa, che entrava col lume. — Questo poi no!

— Perchè no?

— Non sarebbe una persona adatta: troppo bello, troppo garbato...

— Bello non vuol dir ricco — osservò Baino. — Tonio Luvotto è il primo proprietario del paese.

— Lo era! — esclamò Galosso. — Adesso non lo è più.

— Quattrini e sanità metà della metà — susurrò Tomatis.

Si cominciò a discutere: l’oste e sua moglie sapevano da buona fonte che ultimamente Antonio Luvotto aveva guadagnato forte in un’impresa, di modo che poteva dare una dote da principessa alla figlia; il maestro e il segretario avevano da fonte sicura che il sindaco scapitava ogni dì più, anche perchè voleva trionfare alla splendida e passare per il re di Casaletto.

In questo mentre Gigino rientrò saltabeccando.

— E dunque? — chiese il maestro.

— Oh l’ho acchiappato! — rispose il monello. — L’ho acchiappato mentre entrava dalla tabaccaia.

— Per comprare dei sigari, eh?

— No.

— Come no?

— Per comprare delle sigarette.

— E poi?

— Poi è uscito. Arrivato in fondo al paese ha preso a destra. Io gli tenni dietro pian piano, come faccio quando voglio appioppare un cazzotto a un compagno; ma quando ho capito che andava al Fortino...

Il segretario, l’oste, l’ostessa dettero in un oh! di gran maraviglia.

— Ma guarda! — esclamò il maestro. — È il signor Duc, il signor Roberto Duc! L’avevo detto io che mi ricordava qualcuno! Somiglia a suo padre, per bacco! Somiglia al babbo in tutto e per tutto.

Roberto tornava bel bello verso casa. Appena uscito di Casaletto, aveva provato un certo ribrezzo a inoltrarsi nella strada fosca e tortuosa; ma ben presto i suoi occhi s’erano assuefatti all’oscurità. Ci vide meglio e si rassicurò; un calpestìo, che si sentì dietro le spalle, lo rallegrò. I passi erano piccoli e presti: voltandosi non discerneva che un’ombra. Un fanciullo, forse?Amava meglio immaginare una fanciulla, anzi una bella fanciulla, alla cui difesa si sarebbe slanciato in caso di pericolo. Che pericolo?

Fantasticò un poco, poi rise di sè. Che balordaggini! Che romanticherie! Come in certe cose era rimasto ragazzo! Cacciò da sè cotesti vani pensieri, alzò gli occhi verso tramontana, verso Torino, e si maravigliò quasi di non scorgere nessun chiarore, nessun riflesso dei lumi sparsi a centinaia per le strade e per le piazze. — Ecco — disse tra sè: — non vedo più nulla, non so più nulla, sono come in capo al mondo, agli ultimi confini della terra!... A quest’ora Dompè e Di Pagno sono già al Club; Pradis è al caffè di Parigi che finisce di desinare; e Lorenzati?... Con Domitilla, naturalmente. Non li invidio. Cosa avranno detto di me, della mia partenza improvvisa? Niente forse. Crederanno di vedermi tornar domani, o doman l’altro. Invece... Adagio un po’: oggi è martedì, sono io certo di rimanere fino a sabato?...

Per il momento era pago di aver saputo fare un atto energico, pronto, di cui non si credeva più capace, tanto si sentiva svogliato e infiacchito. Prima di arrivare a casa si confermò ancora nel proposito di resistere gagliardamente alla noia, che prima o poi l’avrebbe assalito; e di prolungare quanto poteva la sua dimora in campagna.

Come fu in camera, l’idea di spogliarsi e d’entrare nel gran letto a padiglione (che gli pareva aver qualche cosa d’un catafalco) destò in lui un nuovo senso di freddo e d’avversione: ma fece uno sforzo sopra sè stesso, si vinse, si coricò.

Tornò la luce. L’aura mattutina agitava leggermente le cime degli alberi, susurrava fra il fogliame. Le passere saltellavano sui rami, svolazzavano sul tetto, s’inseguivano in giro, si posavano in terra per azzuffarsi o per accoppiarsi. Un bel maschio ardente e sbadato, andò a cacciarsi dentro una persiana, e, non potendo riscappare sul momento, prese a frullare e a stridire alla disperata. Roberto, svegliato di colpo, alzò il capo dal guanciale e si mirò dattorno: sul palco v’era come una sfumatura di giallo, sul pavimento una sfumatura d’azzurro; s’indovinava il cielo sereno, il sole possente. Si rammentò che la sera prima aveva fatto dire al capo maestro di Casaletto che venisse di buon’ora; si vestì in fretta, e discese.

L’uomo aspettava in cortile, discorrendo con Rocco. Stabilirono subito di restaurar bene il palazzetto; non penarono molto a convenire nel prezzo e nelle altre condizioni del lavoro; ma discutendo i miglioramenti che si potevano fare al resto del fabbricato, non trovarono più la via d’intendersi. La mattinata passò senza cheRoberto se ne accorgesse: egli sentì suonar mezzogiorno quando credeva fossero appena le dieci.

Dopo desinare, entrò nel vecchio studio di suo padre: un’assai bella stanza circondata torno torno di scaffali, alti fin quasi al palco e pieni di libri; ne prese uno a caso: eraLe Progrèsdi Edmond About. Non lo conosceva. Andò a distendersi sopra una poltrona a sdraio, ricoperta di tela d’America, ampia e comoda come un letto; aprì il libro al capitolo nono:Les villes et les campagnes, dov’era un pezzetto di carta, un segno posto forse del babbo; lesse attentamente una dozzina di pagine, ne saltò altre venti, trovò le parole: «Désirez-vous vivre longtemps? Vivez à la campagne. Vous plaît-il vous marier pour vous? La campagne! Avoir des enfants sains et robustes? La campagne! Suivre sans distraction dans les livres, les revues et les journaux, le mouvement de l’esprit humain? La campagne!»

Chiuse gli occhi per meditare... e non li riaprì che dopo un’ora buona.

Si sentiva bisogno di aria e di moto; prese il cappello, il bastone e uscì.

— Vorrei andare un po’ a spasso — disse a Giacomo, che incontrò nel cortile. — Quanto c’è di qui alla Baraschia?

— Vuol andare al ponte nuovo, alla chiatta di sant’Antonio, o alla palancola lunga?

— Dove si sia.

— Il ponte è lontano; di qui al ponte ci saranno tre miglia. La chiatta e la palancola invece... Eh sì, faccia conto, che tanto all’una come all’altra, poco più poco meno, ci sarà... ci sarà...

— Non importa; domando così per curiosità.

— Vengo a mostrarle la strada...

— No, no, voglio vedere se so ritrovarla. Non dirmi niente.

Il giovinotto girò l’occhio intorno, poi fece un fischio.

Un grosso cane, che stava accucciato a piè del pagliaio, balzò fuori e si scosse; aveva un testone arruffato e barbuto; gli occhi nascosti tra il pelo lungo, ruvido, misto di bruno e di grigio.

Giacomo gli andò incontro e lo afferrò per il collare.

— Prenda almeno Tadò per compagnia — diss’egli, con l’accento d’un padre che chiede un impiego per il suo figliuolo. — È una buona bestia.

— Ma è brutto assai.

— Brutto sì, e anche testardo. Accidenti! se è testardo! Ma se vedesse come si ficca nei pruni, come si butta nell’acqua, e come sente la passata della lepre! Adesso non si può, la caccia è proibita, ma quando sarà aperta... Ah! quando sarà aperta...

— È vero — pensò Roberto, — potrò anche andare a caccia... Se mi fermerò...

— Dunque non vuole il mio cane?

— Sì, sì. Come si chiama? Cadeau?

— Tadò, signore. Su, Tadò, va col signore.

Il cane ubbidì al gesto imperioso del contadino, seguì Roberto adagio adagio, quasi sospettosamente, fino alla strada; là si fermò, levò il muso, fiutò l’aria, e scappò indietro verso il pagliaio.

Giacomo lo sgridò, lo minacciò, finse di volerlo pigliare a sassate.

— No, no! — diceva Roberto. — Povera bestia! lascialo stare, lascialo stare...

— Vede! — esclamò Giacomo, alla fine, — adesso ha capito. Se lo dico! Non gli manca che la parola. Su, Tadò, va col signore.

Tadò rimase ancora un momento a guatare il giovane, con una zampa sospesa e dimenando timidamente la coda, poi si mosse, raggiunse Roberto, e gli si mise alle calcagna.

— Povero Tadò — diceva rincamminandosi il nuovo padrone, — abbi pazienza; la pace, la felicità non sono cose di questo mondo. Ma noi faremo conoscenza, diventeremo amici. Per cominciare, stasera ti farò servire una zuppa coi fiocchi; nessun cane dei dintorni potrà vantarsi d’aver assaggiata l’eguale. Insomma t’invito a cena, ecco. Sei contento?

Tadò si fermava ancora ogni tanto e girava la testa verso il Fortino; dopo un poco cominciò a trotterellare, a balzellare; alla fine lasciò la strada e prese a scorrere un campo di stoppie.

Invece di richiamarlo, Roberto lo seguì; si sentiva nelle membra un vigore, una pieghevolezza veramente giovanili; andava franco, saltando i fossi senza considerar la larghezza, passando tra i rovi senza badare alle spine, contento quando si presentava l’opportunità di mettere alla prova la sua forza o la sua destrezza. Era in una di quelle ore, anzi di quelle giornate felici, in cui la vita è insolitamente facile e lieta, lo spirito aperto alle impressioni più pure, l’occhio acuto, l’orecchio fine; una di quelle giornate in cui pare che una mano onnipotente vada ravvivando intorno tutti i colori, svegliando tutte le armonie, rianimando gli esseri, abbellendo le cose, spargendo abbondantemente la gioia e la pace.

— Ecco — pensava: — l’altro ieri avevo dentro un disgusto, una molestia che nessuna cosa bastava a calmare; oggi mi par di rinascere! Perchè non potrei tirar avanti così, godendo giorno per giorno quel po’ di bene che mi è dato godere, senza rodermi l’anima, senza pascermi più oltre d’illusioni e di sogni?

Cammina, cammina, si trovò finalmente dovela campagna cominciava a imboschirsi; e il terreno diventando arido, disuguale, sabbioso, mostrava non lontano il torrente che egli voleva rivedere.

Seguendo un sentieruolo, che serpeggiava tra alte macchie spinose, giunse sul greto e vide, in mezzo a un largo letto di ghiaia e di rena, scorrer rapida e limpida l’onda della Baraschia.

Egli andò a sedere sur un isolotto, una piccola oasi vestita d’un’erba fine, fitta, morbida come il velluto; e di là alzò gli occhi verso l’occidente, al sole che già già toccava le cime degli alberi ond’era coperta la riva opposta.

Sì, quelli erano realmente i luoghi che aveva amato nella sua infanzia e nella sua adolescenza, al tempo delle gioie più sane e più pure. Egli li aveva abbandonati per vivere laggiù nella gran città, triste e caliginosa d’inverno, afosa e puzzolente d’estate, uggiosa in ogni tempo per il frastuono assordante dei tranvai e delle carrozze, per l’andirivieni affollato, per il contatto quotidiano e inevitabile con ogni sorta di gente.

Tadò, accovacciato in una positura da sfinge, guardava fissamente il padrone, movendo appena appena la coda.

— To’! — fece Roberto, chiamandolo e cominciando ad accarezzarlo. — Sei brutto, sai, proprio brutto... ma simpatico. In città ti avreiforse a schifo, qui ti voglio bene. Ti voglio bene come a tutto ciò che mi sta intorno. Ho buttata via la mia boria di cittadino; mai ai miei giorni non mi sono sentito così semplice e buono... E le zanzare lo sanno: guarda come mi succhiano, guarda come accorrono da tutte le parti! Che importa a loro che io appartenga al Club, alla Società delle corse, al Circolo degli artisti? Ch’io abbia gusti aristocratici e viva dei miei redditi? Non vedono in me che una creatura mortale, destinata a provveder loro la cena. Non vedono che questo, e hanno ragione. In realtà che cosa conto io nell’universo mondo? Nulla più di quella povera talpa che dianzi tu hai stritolata coi denti. Parlo sempre a te, animal quadrupede, perchè m’hai tutta l’aria d’intendere. Un giorno me n’andrò anch’io... Ehi! ehi! Adesso basta! Giù... cuccia giù!

Respinse il cane, che si andava facendo indiscreto, si mise supino, e continuò a pensare alla morte, ma senza alcun raccapriccio.

— Me ne andrò anch’io... Verrà un giorno in cui, o repentinamente o gradatamente, gli spiriti vitali mi abbandoneranno; il mio corpo sarà subito preda delle forze chimiche che avrà intorno; queste, senza il mio permesso, anzi senza ch’io c’entri più per nulla, me lo trasformeranno adagino adagino in gas acido carbonico, in azoto, in ammoniaca, in chi sa quantealtre sostanze solide, liquide o aeriformi. Questa roba, salvo il vero, si diffonderà nell’aria, per comodo di chi vorrà respirarla; o s’infiltrerà nel terreno e nutrirà le radici. Tutto andrà disperso, nulla andrà perduto. Tutto cambia nel mondo, cambierò anch’io; finirò come un animale, una pianta, una cosa qualunque; finirò come il lenzuolo in cui sarò avvolto, come la cassa in cui sarò chiuso. E così sia... ma il più tardi possibile!

Fra occupazioni leggiere, fra semplici svaghi, in uno stato di quiete e di abituale serenità, Roberto vide finire la prima settimana. Cominciò non solo ad avvezzarsi a quella vita, ma ad assaporarne i piaceri. Si levava di buon’ora, faceva colazione nel salotto terreno, con l’uscio e le finestre spalancate. Entrava l’aria fresca, entrava il sole vivificante, entrava il cane, entrava la gatta; le galline si affollavano chiocciando e brontolando sulla soglia, poi sguizzavan dentro alla spicciolata. Il padrone distribuiva pane inzuppato nel latte ai quadrupedi, briciole ai volatili; con pochissimo gusto delbuon Giuseppe, a cui toccava far scomparire le traccie dell’invasione.

Data una guardata a quanto si andava facendo per risarcire il palazzetto e la cascina, Roberto passeggiava lungamente in giardino, leggendo il giornale, e soffermandosi di quando in quando per odorare un fiore o per osservare una pianta, una chiocciola, un insetto. Desinava a mezzogiorno, faceva un sonnellino, un po’ di merenda, poi vagolava per la campagna fin dopo il tramonto.

Passata così la giornata nella massima pace, la sera andava a veglia alCavallo Grigio. Vi trovava infallibilmente Galosso e Tomatis, i quali stavano insieme più che potevano, come amici confidentissimi, ma non facevano altro che bisticciarsi.

Il comico ripetersi dei loro contrasti, l’arguzia saporita di certi ragionamenti, la novità stessa del gergo paesano, divertivano molto il giovane signore, a cui spesso pareva d’assistere a una commediola o ad una farsa del buon tempo antico.

Verso la fine della seconda settimana, Roberto mandò Giuseppe in città, con l’ordine di portargli lo schioppo e gli attrezzi venatori, l’occorrente per dipingere all’acquerello, un ottimo violino, che non aveva toccato da anni, e alcune altre cose lasciate nella fretta della partenza e per l’incertezza dell’avvenire.

Desiderando anche di ampliare le sue cognizioni corografiche, comprò un buon cavallino alla fiera di Bornengo; fece rimettere a nuovo un calessino, che aveva appartenuto a suo padre, e cominciò ad andare a diporto per i villaggi e per le cittadelle circonvicine.

Un giorno, fatto attaccare subito dopo il sonnello pomeridiano, trottò allegramente fino a Riverasco, e vi arrivò così accaldato e così impolverato, che decise di non tornare al Fortino per la strada maestra, ma per un’altra meno battuta e assai più ombrosa, che egli credeva di conoscere. Aveva passata la Baraschia sul ponte nuovo, l’avrebbe ripassata sulla chiatta di sant’Antonio, oppure anche a guado.

Ma l’uomo propone e Dio dispone: egli non s’era forse allontanato un mezzo miglio dalla antica cittaduccia, quando si vide impigliato in una rete di straducole tutte strette, dubbie e intricate così che non trovava più la via di uscirne.

Alla fine, dopo una quantità di giri e di rigiri, potè sgusciar fuori da quel laberinto; ma il sole era scomparso, e dopo l’afa e l’ardore insopportabile della giornata, s’ammontavano per aria nuvoloni densi e cenerognoli, che s’infuocavano e si spegnevano ad ogni momento. Sotto quel cielo, la campagna deserta aveva un non so che di lugubre e di sinistro.

Roberto non sentiva un alito all’intorno; per rinfrancarsi, per scacciare certe fantasie che cominciavano a molestarlo, dava ogni poco una forte frustata al cavallo. A un tratto si ricordò, si riscosse: — Perdio! Mauro Venturino, detto ilCalabrese, si aggirava per l’appunto in quei luoghi...

La notizia della ricomparsa delCalabrese(che tutti credevano rifugiato in Francia da più di un mese) era stata portata alCavallo Grigiola sera prima da un barocciaio venuto ad albergare.

L’oste, il segretario, il maestro, avevano poi fatto a gara nel dare a Roberto le informazioni più curiose e più truci.

Mauro Venturino, nato fuori di legittimo matrimonio, e abbandonato dai suoi, aveva cominciato a rubare di quando in quando e poco per volta ai possidenti di Riverasco, di Casaletto, di Bornengo e d’altre terre vicine, facendosi via via sempre più audace, finchè, colto in flagrante mentre tentava un furto assai grave, era stato bastonato e lasciato per morto. Appena guarito, il giorno stesso il cui era uscitodall’ospedale, aveva trovato il modo di freddare con una coltellata il suo percussore.

Dopo s’era buttato alla campagna, continuando a infamarsi di ladronecci e di omicidi. In due anni aveva ucciso quattro persone; fra queste una bellissima ragazza di Riverasco (sua innamorata d’un tempo), ch’egli credeva inclinata a tradirlo. Cercato, ricercato, inseguito, trovava scampo nei boschi, o ricovero presso i contadini, i quali tutti sapevano come non minacciasse mai invano e sempre pagasse a misura di carbone.

Baino e Galosso, secondati dal barocciaio e da due oziosi del paese venuti a bere un bicchiere, avevano poi cominciato ad andar per le lunghe, a diffondersi intorno a certe minuzie oscene e crudeli, e ciò forse a malizia, col fine di sbigottire Roberto; però non avevano fatto altro che noiarlo e spingerlo a ritirarsi un po’ prima del solito.

— Ma come mai ho potuto dimenticar tutto questo! — diceva tra sè, ora che le cose udite gli tornavano in mente fosche e fastidiose.

Ben presto lo assalì la paura d’aver paura: cessò di far schioccare la frusta, e prese a guardare intorno se apparisse qualche figura sospetta, qualche faccia proibita, qualcheduno che rassomigliasse al ritratto di Venturino fatto da Galosso: un giovinastro membruto, di coloreulivigno, con occhi vivi, furbi, feroci, barba e capelli crespi e nerissimi... Un calabrese, anzi un brigante delle Calabrie in tutto e per tutto.

E che fare quando questo accadesse, quando lo vedesse sbucar da una siepe o saltar fuori da un fosso, in carne e ossa, armato fino ai denti?

Che fare, Dio santo?

Frustare il cavallo alla disperata e cercar di fuggire?... Ma, e se colui trovava il modo di contrastargli, d’impedirgli la fuga?

Cedere senz’altro e consegnare quanto avea nelle tasche?... Ah no! Questo no! Anche perchè la sua sommissione, per non dire vigliaccheria, forse non gli avrebbe nemmeno salvata la vita.

Dunque?... Dunque meglio portarsi da uomo, resistere, difendersi, cercar di respingere l’assassino. Respingerlo e sopraffarlo, perdinci! Non aveva forse sentito dire più d’una volta che l’aggredito ha sempre un certo vantaggio sull’aggressore? Quale vantaggio? Non ricordava più, ma questo non era il momento di raziocinare, di beccarsi il cervello: bisognava star sull’avviso e prepararsi a battaglia.

Ecco l’uomo: — O la borsa o la vita! — Finger subito di spaurirsi. Fingere di ubbidire all’intimazione, e lasciarlo venire. Appena a tiro, giù una frustata sul viso, sugli occhi... poi addosso.Coraggio, avanti, a corpo a corpo, alla gagliarda! L’uomo è in terra, disarmato, domato, legato... Sì, anche legato, e perchè no? Con un po’ di fortuna...

La notizia della cattura si sarebbe sparsa in poche ore. I giornali avrebbero riferito il fatto, encomiando il suo ardimento. Immaginava le interpretazioni, le chiacchiere degli amici: la maraviglia e la contentezza dei veri, l’incredulità e il dispetto dei falsi...

Però che imprudenza avventurarsi solo e inerme in luoghi così disabitati! Perchè non aveva condotto Giacomo? Perchè non aveva presa la sua buona rivoltella?

Andava avanti di trotto serrato, sbirciando i tronchi, le macchie, i cespugli; e alla fine si accorse d’entrare in un bosco.

— Ci siamo! — pensò, con un rimescolamento più vivo e più forte.

L’incontro, o per dir meglio, lo scontro, gli parve in quel momento così prossimo, così inevitabile, ch’egli si eresse, strinse i denti, spalancò gli occhi, cercò di tener ferme ed unite tutte le potenze dell’animo.

Traversò una piantata di pioppi, passò sotto un’oscura volta frondosa, sboccò in una larga radura; e, quando meno se l’aspettava, si trovò di contro la chiatta di sant’Antonio, nera ed immobile sull’acqua pallida e tremula.

Durante l’estate, la corrente della Baraschia si riduce quasi sempre così umile e bassa, che i barconi posano sul fondo, il tavolato congiunge le rive, e la chiatta fa semplicemente da ponte.

La strada vi corre diritta, ma tanto o quanto in pendenza. Roberto ritenne le redini e guardò attorno: così al barlume, vide là a destra un poco di rialto, e su quello, circondata da un riparo fatto con fascine e prunami, una scura casupola, con la scaletta di fuori e tutta addobbata di pampani.

Il chiattaiuolo si avvicinava lentamente, portando una lanterna. Era sulla sessantina, alquanto curvo dalle fatiche e dagli anni, ma vegeto, franco e robusto; aveva gli occhi fortemente incassati, sopracciglia folte e aggrottate, lunghi mustacchi pendenti: una fisonomia austera, ma nel tempo stesso piacente e affettuosa.

— Lei vuol passare? — diss’egli.

— Naturalmente — rispose Roberto.

— Hm!...

— Non si può?

— Altro.

— E dunque?

— Passi, ma stia all’erta.

— Cosa c’è?

— Non ha mai sentito nominare ilCalabrese?

Roberto saltò a terra.

— L’avete visto?

— Mezz’ora fa era lì, proprio dove lei mette i piedi.

— E adesso?

— E adesso... adesso... Chi sa? forse si sarà rintanato nel macchione...

— Che macchione?

— Il macchione della Vernea, che è folto e profondo. La strada di Casaletto lo rasenta quant’è lungo.

— Ho capito. E allora... Sentiamo: che mi consigliate?

Il chiattaiuolo indugiò un poco a rispondere; intanto il tuono brontolò fioco, indistinto.

— Un consiglio? — riprese poi. — Hm! Dirò... così subito... Insomma Venturino è un diavolo scatenato, un vero Satanasso. Quando lo vedo, penso a quegli altri che ci facevano dannar l’anima laggiù nell’Italia, al tempo del brigantaggio: Ninco Nanco, Crocco, Caruso... tutta una maledetta progenie da capestro... Ero nei cavalleggieri, io... Venturino non mi hamai dato noia, anzi mi fa l’amico. Mi chiamo Michele Masino: lui mi chiama Michelino. Ma certi amici è meglio perderli che trovarli... Stasera mi diceva: — Guarda, Michelino, sono sprovvisto di tutto, non ho più un soldo; così guai a chi mi dà nelle unghie! — Precise parole. Perciò, quando ho visto lei, ho detto subito: — Qui bisogna dir tutto, in buona coscienza: uomo avvisato, mezzo salvato. E adesso vuol essere accompagnato? Son qua io. Vuol rimanere? Là c’è il mio tugurio; in questa stagione una notte è presto passata.

Roberto si voltò macchinalmente verso la casupola: l’uscio era aperto; una donna andava e veniva in una mezza luce sanguigna.

— Vostra moglie? — chiese a Michele.

— Oh! mia moglie! Sarebbe bene che l’avessi! Ma... è morta quattr’anni fa. Quella è mia figlia che prepara la cena.

Dal luogo dov’era, Roberto non discerneva nè i lineamenti del viso nè la forma del corpo: la figlia del chiattaiuolo poteva essere attempata, contraffatta, brutta come la versiera; egli se la figurò invece giovane e bella; subito, come per incanto, si sentì rinvigorito, rimbaldanzito, novamente pronto ad affrontare il pericolo.

— Animo! — esclamò sorridendo: — qui ci vuol risoluzione e non perdersi in tanti dubbi.

— Cosa pensa di fare? — chiese Michele.

— Tirare avanti.

— Solo?

— Solo e inerme... Cioè no! Fatemi il piacere: imprestatemi un falcetto, un’accetta, un randello...

Michele corrugò la fronte, pensò; poi, appesa la lanterna a un palo, si avviò verso casa.

Tornò di lì a un momento, maneggiando un lungo schioppo.

— Ecco — diss’egli, — è ancor quello che mi ha lasciato mio padre. Una buon’arma. Per diana se è buona! Non fa cecca mai, neanche d’inverno. La canna è di quelle che si chiamavanoLazarine; è tutto dire. Adesso non se ne vedono più. Non l’ho mai voluto imprestare a nessuno... ma a lei... in questo frangente... Insomma lo tenga, se ne serva a suo piacere.

— Ve lo riporterò domani...

— A suo comodo.

— Domani, domani... Se però quel demonio non mi prende a tradimento.

— Stia in guardia.

— In ogni caso vi lascio in pegno il mio orologio, il portafogli...

— No in pegno, in custodia.

In quel momento l’ombra femminile comparve sull’uscio. Roberto disse forte:

— Buona sera! — e risalì speditamente nel legno.

Il cavallino brioso balzò avanti, la ghiaia sgrigliolò sotto le ruote, il tavolato risonò cupamente; poi una viva folata di tramontana portò via ogni rumore.

— Attenzione! — mormorò tra i denti Michele, piantandosi in mezzo alla chiatta.

Il tuono minacciò ancora, da lontano... Il vento agitò di nuovo le frasche... Un ciottolo si staccò dalla riva, rotolò, diede un tonfo... Un uccellino, ghermito nel sonno da un rapace notturno, si dolse e tacque...

Il chiattaiuolo ascoltava senza fiatare, senza batter occhio.

Dopo qualche tempo crollò il capo, fece un gran respirone, e tornò passo passo verso la casa.

Dalla soglia, al lume d’una lucerna che ardeva sul desco, vide sua figlia in ginocchio, col capo devotamente chino sul petto.

— Ah! — fec’egli — bene, bene, prega pure... Non so chi sia, ma mi ha l’aria d’un bravo signore. Non è stato affrontato finora, e, se Dio vuole, non lo sarà più; oltre il macchione la strada è libera... Adesso vediamo: cosa mi dai da mangiare?


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