Candida lo guardava con occhi pieni di tenerezza e di dolore, e non si discostava più: a ogni momento bisognava accomodare il guanciale, rassettare le lenzuola, riadagiare e rinvoltare il delirante, bagnargli la bocca.
La luce veniva mancando. Era l’ora che infiacchisce l’animo ai sani; accora, sbigottisce e abbatte gli infermi.
— Lume! — disse Galosso.
Candida accese una candela ch’era sul cassettone.
— Via! — ripigliò il malato. — Levala via. Non vedi che la combatte il vento? Mettila sul tavolino... Così. E adesso dammi da bere. Mi sento ardere; non ne posso più.
La donna si riaccostò e reggendogli la nuca con una mano, gli mise la tazza alla bocca.
Nella strada passò un branco di bestie scalpitanti; passò un vaccaro che cantava a squarciagola. La campana annunziò solennemente il finire del giorno, e tutta la stanza si empì di onde sonore.
Poi vi fu un silenzio quasi sepolcrale.
Galosso supino, col capo abbandonato, conle ginocchia un po’ sollevate, brancicava nel vuoto e stravolgeva in qua e in là gli occhi spalancati; dopo un poco li fissò sull’uscio semiaperto e disse prima piano, poi forte:
— Avanti!... Avanti!
Gli astanti si voltarono e non videro alcuno.
In un subito il misero balzò a sedere con un viso lieto e premuroso, con le braccia aperte, come a una persona aspettata e desiderata; poi fece cenno a Candida di approssimare una sedia, l’offrì garbatamente all’amico invisibile, e prese a interrogare e a rispondere brevemente, ma sempre con molta significazione di affetto.
A notte chiusa, Roberto e Tomatis si alzarono, offrirono i loro servigi alla donna, e si ingegnarono ancora d’infonder coraggio nel malato con parole di speranza e con atti amorevoli. Galosso continuava a farneticare, dimenando le mani come un predicatore; ma quando li vide avviati, li richiamò e additò loro la sedia con la quale stava parlando.
— Come! — diss’egli con voce ferma e severa. — E a Baino niente? Neanche un saluto al nostro buon Baino, che è venuto a pigliarmi?
La mattina di poi, appena alzato, Roberto chiamò il servitore e gli ordinò d’andar subito a prendere notizie dal signor segretario. Ma dopo un momento cambiò idea: — Perchè non farei una passeggiatina fino a Casaletto? — Si fece dare un bicchiere di latte, e s’incamminò passo innanzi passo.
S’era destato con la mente riposata e serena. I tristi pensieri che gliel’avevano ingombrata e funestata la sera prima, dopo la visita fatta al povero Galosso, erano svaniti coi sogni della notte.
Considerando l’età, la robustezza dell’infermo si sentiva pieno di sicurtà e di fiducia. S’immaginava di rivedere il medico per l’appunto dove l’aveva veduto il giorno prima; lo interrogava, e quello gli rispondeva:
— Buone nuove, il pericolo è passato, abbiamo un miglioramento insperato, inesplicabile.
Egli saliva, si rallegrava col malato, con la donna, con Tomatis e poi...
La giornata era così bella! Una di quelle giornate in cui si campa volentieri, in cui ilcuore si allarga alla speranza, a mille speranze, e l’avvenire si dischiude ampio, color di rosa, tutto popolato di larve ridenti.
— E poi farò un bel giro pei campi — pensava Roberto. — Una piccola perlustrazione fino alla chiatta. È un secolo che non vedo nessuno. Non so più niente di niente...
E in pochi momenti il desiderio di sapere si fece vivo, intenso, divenne bramosia: di modo che, giunto dove una viottola corre a destra le praterie verso la Baraschia, fu lì lì per svoltare. Si raffrenò e si contentò di allungare il passo.
Il villaggio aveva il suo aspetto ordinario: s’udiva lo strepito del mulino e il martellamento del fabbro; il custode della scuola metteva un affisso alla cantonata; sotto il portico del comune vi era il solito crocchio in cui si commentava il giornale.
Passando davanti al forno, Roberto sentì l’odore appetitoso del pan fresco; odore, che si cambiò in lezzo di marmitta e in puzzo d’olio fritto nella vicinanza d’altre botteghe. Arrivato presso la casa del segretario, alzò gli occhi alla finestra, e la vide aperta.
— Ecco — disse tra sè, — si muta l’aria alla camera, segno che il malato sta meglio.
Ma non appena ebbe pensate queste parole, ne risentì come uno spavento.
— E se invece... Oh, non è possibile! Diavolo! da ieri sera... Non è possibile, non è possibile.
Combattè, respinse l’idea nera che s’affacciava alla mente, e si accostò alla porta.
Era chiusa.
Picchiò prima con le nocche delle dita, poi col martello. A quel suono risposero di dentro pianti e lamenti, e dopo un poco giunse Tomatis disfatto, stravolto, verde come un ramarro.
— Ah! — singhiozzò con voce soffocata. — Però ha sentito anche lei, eh? Tifoidea benigna. Un corno! Fulminante doveva dire quell’asino birbone!... E adesso venga su, venga a vedere, venga a vedere.
Quattro interminabili giorni di pioggia dirotta e continua.
Roberto leggeva o disegnava nel suo studio; passeggiava nelle stanze terrene; saliva a strologare il tempo da un abbaino, di dove non scorgeva che aria torba, solcata da miriadi di piccole strie inclinate e lucenti; e di quandoin quando scendeva pure a sentir le chiacchiere dei contadini raccolti sotto la tettoia.
Correvano brutte notizie. La pioggia cadeva strabocchevole specialmente dalla parte delle montagne; i fossati e i torrentelli recavano troppo ampio tributo di acque alla Baraschia e ne accrescevano spaventosamente la furia. La corrente scendeva a precipizio dall’alta valle, devastando i coltivati, portando via le piante e gli armenti, rapinando per ogni dove. Venendo su Riverasco con potentissimo urto, aveva abbattuta la porta detta della Maghelona e gran parte delle mura; il ponte minacciava rovina; il sobborgo della Madonna era allagato, e l’antica chiesa aveva l’acqua fin sopra gli altari.
Anche il lento, il placido Gamberetto aveva rotto in più luoghi, inondando largamente i campi tra Casaletto e Bornengo: il servizio postale era sospeso, e non si sapeva più nulla degli abitanti della cascina La Torrazza, con i quali non si poteva più comunicare.
— Ecco — diceva Giovanna, — la Baraschia è sempre in bestia, il Gamberetto non ha finito d’alzare; questo è proprio un secondo diluvio.
— Niente paura — brontolava Rocco, da buon filosofo, — dopo un tempo ne viene un altro. Giuraddiana!
— Già, già — ripigliava la moglie, — vedreteche la Baraschia e il Gamberetto si congiungeranno qui al Fortino, dove siamo noi.
— E noi andremo in barca! — esclamava Giacomo.
— Bisognerebbe averla la barca! — osservava Felice.
— Abbiamo il tinone che è grosso come un bastimento.
— Zitto, zitto, mammalucco — susurrava la madre. — Con l’acqua non si scherza; strascina via tutto: case, bestie, cristiani... Menica Gorla ha visto passare tre vacche e due buoi ancora legati alla mangiatoia.
— Ma Stefano Pron ha visto ben altro! — gridava Felice. — Ha visto una culla con dentro un bambino; un bambino che gemeva, vagiva, strillava...
— L’ha detto a te? — chiedeva Giacomo.
— L’ha detto a me.
— Quando?
— Ieri sera.
— To’, e ieri mattina parlava d’un gatto!
— E ci sarà stato anche un gatto! Un gatto e un bambino. Non è mica impossibile? Dica lei, sor padrone...
Il padrone ascoltava, taceva e pensava.
Pensava quasi continuamente al chiattaiuolo e a sua figlia. Durante il giorno, sempre li immaginava sani e salvi, rifugiati in luogo sicuro;ma sul far della notte cominciava a turbarsi, sentiva vergogna di trovarsi così fidatamente, così mollemente ricoverato, mentre la fantasia gli rappresentava Michele e Susanna ora derelitti nella loro casuccia assediata dai cavalloni spumanti che minacciavano d’ingoiarla, ora ritti come due spettri in mezzo alla chiatta sconquassata, abbandonati alla commossa superficie dell’acqua.
Quando era a letto, i vari rumori della notte tempestosa aggravavano la sua inquietezza, rendevano anche più tetri tutti i suoi pensieri. Si rivoltolava lungamente prima di prender sonno, poi non aveva altro che sogni stravaganti e paurosi; si destava di sobbalzo, come all’annunzio di una sciagura imminente, inevitabile, e gli pareva davvero di sentire la romba delle acque irrompenti, strida e urli di morte in lontananza.
Venuto il giorno chiaro, si quietava di nuovo, si rinfrancava, tornava a fare assegnamento certo sull’avvedutezza, sulla prudenza e sul coraggio del chiattaiuolo:
— Eh, diavolo! Michele non è uomo da lasciarsi cogliere dalla piena. D’ora in poi non mi voglio più confondere, non mi voglio più angustiare...
La mattina del quinto giorno il diluvio divenne pioggia, una pioggerella cheta e minuta,che verso il tocco cessò. I nuvoli cominciarono ad alzarsi e a diradare, lasciando più qua e più là trasparire il sereno sbiadito e sfumato, e la spera del sole velata, offuscata, priva di ogni possanza.
Roberto prese il cappello, il bastone e s’avviò verso la Baraschia. Si avviò in fretta, ma ben presto gli convenne rallentare il passo.
Dai prati e dai campi allagati sgorgavano sulla strada innumerabili rigagnoli, che empiendola di fango e di pozzanghere, la rendevano tutta malagevole e, in certe parti più basse, pressochè impraticabile. A tendere l’orecchio, si sentiva un rumorìo ampio e incessante, prodotto da tutte le acque che gorgogliando, strosciando, sbraitando fuggivano alla china per l’estesa campagna. Le rondini erano tutte fuggite. Le passere, posate con l’ali basse sulle vette degli alberi e sui ramoscelli spogliati, aspettavano bisbigliando che l’aria asciugasse loro le piume. L’erbe piegate o coricate, le fronde impregnate e pendenti, parevano stanche, spossate dall’aspra lotta sostenuta in quei giorni.
Piede innanzi piede, affondando spesso a mezza gamba, Roberto arrivò ad una specie di lago giallastro e melmoso, fatto dalla Baraschia, che traboccava da quella parte con abbondanza e con impeto; a due tiri di schioppo, nel filone della corrente, passavano tronchi travolti, ramischiantati, mucchi di foglie e di strame, mille cose morte ed informi. La chiatta era sull’altra riva, vuota ed inoperosa; dalla casupola, biancheggiante tra gli alberi, si alzava una colonnetta di fumo cerulo.
Contemplando quel tenue indizio di vita sotto quel cielo mesto, in mezzo a quella campagna stranamente disertata, Roberto si sentì immalinconire l’anima così amaramente, che durò fatica a tenere le lacrime. Ah! gli pareva una cosa tanto ingiusta, tanto crudele che Susanna, nata forse per vivere agiatamente, signorilmente, dovesse abitare quella meschina catapecchia!... Di chi era la colpa? Di nessuno. Il destino voleva così, e bisognava rassegnarsi... Intanto essa era là, dall’altra parte di quel torbido pelago, simbolo di tutti gli ostacoli reali o immaginari che separavano le loro esistenze... Quando l’avrebbe riveduta? Chi sa! Forse mai più. Perchè? Non sapeva. Una voce gli susurrava dentro: — Tu non avrai mai la facoltà d’operare secondo che ti detta la ragione, secondo che ti detta il cuore. Volere è potere. Ma tu non potrai mai. La tua volontà è volubile, variabile, stanca, e si piega al più leggiero soffio di vento...
Laggiù, sul tetto della casupola, la piccola colonna di fumo ondeggiava, vacillava, si torceva, come se anch’essa fosse alle prese con una forza occulta e nemica.
Avanzava un’ora circa di giorno; e Roberto invece di tornare direttamente al Fortino volle passare dal villaggio; aveva bisogno di veder gente, bisogno di parlare con qualcheduno, quasi per persuadersi che non era circondato da una solitudine desolata e senza limiti, che non era rimasto unico superstite sulla terra.
Dietro le sue spalle il cielo si veniva sgombrando pigramente; di fronte, la nuvolaglia biancobigia si spandeva, si riuniva, girava per il campo immenso, trasfigurandosi in mille maniere.
Arrivato al piccolo camposanto di Casaletto, dove riposavano le spoglie mortali di Baino e di Galosso, prima si soffermò, poi si avvicinò pianamente al cancello; questo pareva chiuso e non era; mentre egli vi si appoggiava, come per concentrarsi in sè stesso ed evocare pietosamente le immagini dei suoi due conoscenti, girò, cigolando, sui cardini e si aprì.
— Grazie tante, la non s’incomodi — mormorò Roberto, indietreggiando con un certo ribrezzo. — Un’altra volta se mai... Oggi non rispondo ancora all’invito.
E tirò di lungo.
Sotto il portico del comune, stavano a crocchio le persone più ragguardevoli del paese. Vedendo passare Roberto, lo salutarono garbatamente; e il sindaco gli domandò se veniva per prendere la posta. Il giovane signore crollò il capo.
— Meno male — ripigliò Antonio Luvotto; — perchè manca anche quest’oggi. Niente lettere, niente giornali. Siamo assolutamente al buio di tutto quel che avviene in Italia. Anzi nel mondo. È una cosa incredibile. Il papa potrebbe essere andato tra’ più, e noi...
— E perchè il papa? — interruppe il parroco. — Perchè proprio il papa e non qualche altro? Sì, dico, qualche altro gran potentato?
— Oh bella! Perchè il papa è vecchio.
— Caro mio, la morte non guarda in bocca.
— Vero — osservò un altro; — oggi in figura, domani in sepoltura.
— Evviva l’allegria! — pensò Roberto; e traversata la strada, entrò nella bottega dirimpetto.
Il maestro Tomatis, che stava a chiacchera con la tabaccaina, gli balzò incontro facendogli festa.
— Oh come sono mai contento di rivederla! È un secolo... Bravo! Ma bravo? Cosa desidera? Sigari toscani, romani, Virginia, Cavour...Chieda e domandi, c’è d’ogni ben di Dio. Non è vero, Vittoria? D’ogni ben di Dio. Eh, ma lei non fuma che sigarette! Ciascuno ha i suoi gusti. Bene, bene, faccia la sua compra, poi discorreremo.
E infatti ricominciò appena furono in istrada.
— È venuto a piedi? Oh si vede! Madonna santa, com’è conciato! Deve avere camminato di molto. È stato alla Baraschia? Un mezzo mare, eh? Ha visto la chiatta? Sarà sfasciata, distrutta? No! Meno male, temevo... Sarà armata in va e viene? Nemmeno? Si capisce. Questa è una inondazione; una vera inondazione.
Tacque un momento, poi soggiunse tristamente:
— Ah! se Baino e Galosso avessero almeno potuto veder questo!
— Buona notte — disse Roberto, porgendogli la mano.
— Come? — esclamò il maestro, trattenendolo. — Mi pianta così? È ancor tanto presto. Non ha mica fretta? E dunque? Animo, gradisca un bicchierino. Non sto lontano, sa. Lei vede ilCavallo Grigio?... Bene, un trar di pietra più in là, in faccia alla casa della levatrice.
— Grazie, grazie — ripeteva Roberto, nervoso; — vi prego a dispensarmi. Oggi non me la sento... Oggi è giornataccia.
— Amen! — mormorò Tomatis, non senza un po’ di stizza; — mi permetta almeno d’accompagnarla fino in fondo al paese...
Passata l’ultima casa, il maestro si arrestò e guardò in su.
— Ecco! — esclamò. — A poco a poco il cielo torna sereno.
— Hm! — fece Roberto — mi pare invece che ricominci a spruzzolare.
— Niente, niente! Vedrà domattina. Stia tranquillo... L’inverno è ancora lontano... Lei non pensa mica a partire?
— Per ora no.
— Bene! Lei ha da restar con noi fin dopo l’estate di san Martino.
— Vale a dire?
— Eh! L’estate di san Martino dura tre giorni e un pochino.
— Dunque dovrei restar qui fino alla metà di novembre?
— Bravo! Lei mi capisce per aria, lei! Il nostro affare scade appunto il 14 a sera.
— Il nostro affare?
— Il nostro affare... Cioè il patto, la convenzione...
Nel proferir queste parole la voce del maestro tremava sensibilmente.
Roberto gettò le braccia in aria.
— Oh santo Dio! — gridò. — Ma finiamolauna volta. Come fa a prender sul serio queste baggianate? Vergogna! Una persona istruita, un uomo colto, un maestro!
Tomatis aveva fatto un passo addietro, sbarrando tanto d’occhi.
— Oh oh! — fece poi. — Misericordia! Lei piglia fuoco come uno zolfino. Parlo per celia, io, non per davvero. Galosso sì... Galosso aveva perduto tutto il suo spirito, era stato assalito da una fissazione mortale... tanto che Baino gli appariva in visione. Ma io... Oibò! Del resto altro è il parlar di morte, altro è il morire. Diamine! E poi non creda che io provi un gran gusto a rinvangar certe cose. È un discorso che mi va poco a genio, sa.
— E dunque non facciamolo più.
— Non facciamolo più. Così l’intendo. Birba chi manca...
Roberto fece un rapido gesto di saluto, e voltò le spalle.
Tomatis, tacque un momento, poi riaperse la bocca con impeto:
— Sor Roberto...
— Cosa c’è?
— Caso mai non si sentisse bene...
— Grazie a Dio...
— In caso dei casi, mandi a chiamar il dottor Fumero.
— Bene!
— A Bornengo.
— Benissimo!!
— Via del Quartiere, numero 7, piano nobile.
— Ottimamente!!!
All’Ill.mo signor Roberto Duc.
S. M.
Casaletto, 15 ottobre.
Ill.mo Signore,
L’altra sera ci siamo separati in un modo un po’ diverso dal solito; temo ch’Ella mi abbia preso a noia, e non oso più venire al Fortino.
Eppure non può credere quanto io desideri di ritrovarmi con Lei! Non mi vergogno a dirlo, dal giorno in cui Galosso è passato all’altra vita, non ho più avuto un momento di vera allegria. Quando la S. V. Ill.ma tornerà in città, io resterò solo come un cane. Pensando a questo, mi ricordo della sensazione che provavo da bambino, quando mia madre, dopo avermi coricato, se ne andava col lume. Ora mi rannicchiavo, ora balzavo a sedere sul letto; tendevo gli orecchi, e tutt’a un tratto vi mettevo dentro le punte dei due indici; chiudevogli occhi per non vedere il lupo, il babau o le streghe, e li spalancavo subito perchè mi si gelava il sangue.
L’idea della sua partenza risveglia in me non solo la memoria delle mie paure infantili, e di certi terrori che mi assalirono in circostanze speciali, ma anche tristi presentimenti e pensieri penosi, che mi ronzano intorno come uno sciame di mosconi arrabbiati. Qui lei potrebbe, dire: — Che allocco! Cosa importa a me delle sue fantasticaggini! Voglio spendere il mio tempo dove e come mi piace. — E avrebbe non una, ma diecimila ragioni.
Contuttociò io faccio un cuor risoluto, e la prego e la riprego di rimanere al Fortino fino alla metà del mese venturo. Ouf! Ecco fatto! Lo scrivere questo mi ha proprio sollevato: mi pare d’aver dato sfogo a un affare di grande, di suprema importanza. Qui lei fa una spallata e pensa: — Ma è matto! — Ebbene no, non ho mai avuta la mente tanto lucida come in questi giorni; e non sono niente contento, stavo meglio quando l’avevo più ottusa. Torniamo all’argomento.
Oramai il caldo se n’è andato, il freddo non è ancora venuto: cosa vuole di più? Questa è la vera stagione di stare in campagna. A mio parere Ella è nata per viverci tutto l’anno. Ho notato che contempla spesso e volentieri lainfinita grandezza della natura. In città vi sono troppe case e troppe cose fra la natura e noi, non le pare?
Lei ha la mente osservatrice, e questo è il più gran baluardo contro alla noia. E se mai l’aiuterò anch’io a combatterla, nella misura delle mie deboli forze. Metterò a sua disposizione la mia conoscenza delle cose di questo paese, acquistata gradatamente e non senza fatica. Prometto di divertirla. Vi saranno giorni in cui le parrà d’aver letto, che so io? una novella del buon tempo antico; sere in cui le parrà di essere stato al teatro.
Tempo fa anch’io andavo a caccia; ho poi lasciato, perchè mi si era intenerito il cuore in modo straordinario.
Se l’animale, a cui sparavo, restava lì sul colpo, lo raccoglievo, lo intascavo e tiravo via tranquillo; ma se lo vedevo svolazzare, dibattersi, soffrire, ahimè! non mi bastava più l’animo nè di pigliarlo, nè di finirlo, e cominciavo a imprecare contro a me stesso, a far atti di compassione, a dire parole di scusa. Così non porto più che l’ombrello od il bastone.
Torniamo a bomba, torniamo agli anni in cui ero appassionato per questo barbaro spasso. Al presente ci sono cinque cacciatori a Casaletto, allora erano almeno una dozzina. Spesse volte si usciva tutti insieme. Trovato un belcampo di stoppie o di trifoglio, si cominciava a cacciare. I miei compagni si mettevano a girellare, fischiavano una schioppettata qui, un’altra là, e passavano oltre.
— To’ to’ — dicevo io alla mia fida cagnetta — hai visto che bel lavoro? Ora tocca a noi. Rifacciamoci da capo, e attenzione. — E mi rimettevo in cerca, adagino adagino, calcando e ricalcando tutte le orme, passando e ripassando in tutti i solchi, senza tralasciare nè un cespuglietto nè una piota. Frugato diligentemente il primo campo, entravo in un altro; e a farla corta, e senza vantarmi, empivo quasi sempre la carniera proprio là dove i miei amici credevano di non aver lasciato più nulla.
Questo per dire che anche nei luoghi più esplorati, c’è sempre da riesplorare.
Io per me non credo sia necessario andare oltremonte od oltremare, navigare sotto l’ardente linea o verso il freddo polo, per vedere cose nuove.
Chi piglia diletto nell’informarsi dei costumi della gente e nel filosofare sulla virtù e sui vizi, e gode indagarne le cause e gli effetti, troverà dappertutto pascolo abbondante alla sua curiosità.
Chi volesse conoscere minutamente due miglia (per lungo e per largo) del proprio paese, dovrebbe mettere la mente in moto assai piùdi tanti statisti, economisti, letterati, scienziati, filosofi che vanno di qua e di là con la persona, per vedere come si governa, si traffica, si studia e si passa questa grama vita in molte parti dell’orbe sublunare.
Casaletto non è che un villaggio, un povero villaggetto, ma chi potesse penetrare in certe case e in certi cuori, scoprirebbe strani segreti, e troverebbe materia per più d’un volume.
A che cercar lontano, quando ogni palmo della terra che abbiamo sotto i piedi è un piccolo mondo? Ma bisogna aprir bene gli occhi, imparare a vedere, a osservare. Dico bene? Non è questo un ragionare a filo di logica? Non è parlare in punta di forchetta?
I sette savi della Grecia...
Madonna santa, che pappolata!
Mi abbia per iscusato, e mi creda sempre, con profondo ossequio
Suo dev.mo e umil.momaestroPonzio Tomatis.
Al maestro Ponzio Tomatis a Casaletto.
Dal Fortino, 16 ottobre.
Caro Tomatis,
Il figlio del mio fittaiuolo ha preso una beccaccia grossa come una gallina. Spero che lacompassione non v’impedirà di venirla a mangiare domani a mezzodì. Vi stringe cordialmente la mano
Il vostro dev.moR. Duc.
— Il caffè — disse Roberto al servitore; poi soggiunse, rivolgendosi a Tomatis. — Mi pare che si potrebbe prenderlo in giardino, non è vero?
Uscirono e si avviarono verso la tavola e i sedili alla rustica, posti al piede d’un gran platano decrepito. Intorno intorno piovevano le foglie gialle, spiccate dai rami come da migliaia di piccole mani invisibili.
— Dica un po’ — esclamò il maestro, quando si furono messi a sedere: — quei tre o quattro fatterelli che le ho raccontato pranzando, non ricordano forse le burle e le piacevolezze che si leggono nei libri del Boccaccio, e di altri antichi novellieri?... Lei non è mai stato a veglia (scusi) in una stalla? Ah! lì sì che c’è da divertirsi! Sopra tutto se il luogo è grande, e se vi sono giovinotti e ragazze in buon numero. Si canta, si salta, si balla... e, quando c’è qualcunoche sa parlare e dir le novelle, si ride o si piange. Alle volte è un soldato in congedo, ma più spesso un vecchio o una vecchia. Simone Falco, che è morto l’anno passato di ottantotto anni e sette mesi, era famoso. Bisognava, per esempio, sentirgli raccontare la storia di Giulio e Giulietta, che aveva appresa dal suo nonno, grande di età...
Giuseppe venne a posare il vassoio sulla tavola; e Roberto domandò al maestro se il caffè gli piaceva dolce o amaro.
— Piuttosto dolce — rispose Tomatis. — Ecco, così va bene; tante grazie... Lei non la conosce, eh?
— Cosa?
— La storia di Giulio e Giulietta?
Roberto crollò il capo.
Tomatis vuotò e posò la chicchera, poi ripigliò:
— Una cosa da far spiritare i cani e piangere le pietre.
— Sentiamo.
— Non voglio noiarla, non voglio empirle la testa con altre chiacchiere...
— Ma che! Avanti, avanti.
Il maestro chinò il viso per raccogliere un poco i pensieri, poi cominciò:
— Oh! deve dunque sapere che un pezzo fa, Giulio Cesa, gran cavaliere, teneva molti poderia Casaletto; anche il castello era suo. Essendo in età di venticinque anni e avendo veduta a una festa una damigella di casa Raynaldi (casa onorata), e piaciutagli sommamente, la domandò in matrimonio. La damigella si chiamava Giulietta: aveva quindici anni manco finiti, capelli biondi come oro filato, occhi neri neri che pareano more, gote fiorite di colore rosato, voce dolce come quella dell’usignuolo... E pare che fosse anche vispa la sua parte. Appena concluso il parentado, Giulio fece avvertire i congiunti e gli amici che all’indomani a mezzogiorno, restassero serviti di venire al castello, a far conoscenza con la sposa. A mezzogiorno gli invitati c’erano tutti; e, quando comparve Giulietta, s’alzò un vero frastuono di congratulazioni e di acclamazioni; poi mentre si aspettava l’ora di andare a tavola, gli uni facevano a rubarsela, gli altri complimentavano calorosamente i genitori che avevano dato al mondo quel fior di bellezza. Dopo pranzo, giacchè la stagione era buona e la giornata splendida, si uscì all’aperto. Le persone mature di anni e di senno si raccolsero a confabulare sotto la pergola; i giovanotti e le ragazze cominciarono a giuocare a mosca cieca, poi a fare a rimpiattino, poi a fare ad acchiapparsi, correndo in qua e in là alla fanciullesca, all’impazzata. Giulio teneva a fianco la sua fidanzata,e sognava tutti i beni e tutte le grazie che possono fare l’uomo felice in questo mondo, e beato nell’altro. Che è che non è, Giulietta, preso il contrattempo in cui lo sposo coglieva una rosa, spiccò un salto e fuggì verso il castello. Giulio la inseguì, la raggiunse; ma ella gli sguizzò di mano e, trovando la porta spalancata, entrò e volò su per lo scalone.
«Il giovane le gridò dietro: — Oh la cattiva! Aspetta aspetta, che ti accomodo io! — E lesto come un gatto, per una scaletta segreta e per certi andirivieni, giunse alla stanza ove credeva si fosse serrata. La stanza era vuota. Mentre si mirava dattorno, gli parve di sentir sbattere un uscio su in alto. Salì al secondo piano, guardò da per tutto, non vide anima viva: — Be’, lasciamola stare, sbucherà fuori quando ne avrà voglia. Donna pregata nega, ma trascurata prega. — E scese senza più. I signori Raynaldi cercavano giusto di lui per prendere commiato: il sole già baciava la cima del monte, rimaneva ben poco del giorno, e le strade erano malagevoli, fangose, niente affatto sicure. Non c’era che ridire, ma bisognava scovare quella cervellina. Il babbo e la mamma la chiamano ad alta voce; non risponde. Dice Giulio: — Sapete com’è? Ella è scesa per lo scalone, mentr’io salivo per la scaletta. — Sì, sì, ma e poi? — domandano gli altri. — Eh! sarà uscita sullaspianata dalla porta di ponente. — Ma e poi? ma e poi? E si fanno congetture, s’interrogano i servitori, il giardiniere, si va a vedere nelle case vicine; cerca di qua, cerca di là, gira e rigira: Giulietta non c’è in nessun luogo. La gente si guardava l’un l’altro, senza saper che si dire, quando arriva il maestro di casa, tutto affannato, che era corso a cercar nuove intorno: — Gli zingari! gli zingari! — Che? — Che? Che? — Sì signori, una carovana di zingari ha traversato Casaletto mezz’ora fa. — Gli uomini si armano in fretta e in furia; gli zingari sono inseguiti, acchiappati, malmenati, perquisiti: Giulietta non si trova. A farla corta, le ricerche furono continuate tutta la notte, in tutto il villaggio, alla disperata; il giorno dopo si esplorarono i contorni; alla fine si scrisse in varie parti, ma non se n’ebbe mai la più piccola notizia. Pensi quale dovette essere il crepacuore di quei poveri genitori! Giulio Cesa, consumato dentro, fuggì dal castello e non tornò più.
Tomatis si fermò, pensò ancora; quindi riprese abbassando e allentando la voce:
— In processo di tempo i beni di Casaletto passarono in proprietà del conte Filippo d’Ariè, il quale prendeva quel tanto che fruttavano i terreni, ma non si faceva vedere nè punto nè poco. Il castello, un pezzo d’antichità che avrebbe avuto bisogno di grandi e continue riparazioni,in pochi anni si guastò per modo che non teneva più insieme, e non rimaneva saldo altro che quella muraglia che si vede ritta sino ad oggi. Il custode informò il conte; e un bel giorno il conte incaricò il suo segretario di scegliere e far trasportare in città le suppellettili di valore, e mettere il resto sotto una tettoia, per venderlo al maggiore e migliore offerente. Antiquari, rigattieri, ebrei, sfaccendati piovvero al castello da tutte le parti. La vendita andava a vele gonfie; il monte delle masserizie diminuiva rapidamente; ogni cosa trovava issofatto il suo compratore. Una cassa di legno, di forma assai elegante e tutta intagliata a basso rilievo, ferì la fantasia d’un ricco signore di Bornengo, che la volle e ne sborsò il prezzo. Ma mentre la sollevavano per porla sopra un carro, colui che faceva gli interessi del conte vide ch’era serrata, e ben serrata, e diede l’ordine di cercare la chiave. Vattel’a pesca! Quella cassa era sempre stata in una stanzaccia disabitata dell’ultimo piano, e il custode non s’era mai curato di sapere che cosa contenesse. I presenti si strinsero intorno; chi aveva un’idea e chi un’altra; finalmente si pensò di mandare per il fabbro. Il fabbro venne, guardò, riguardò, e incominciò ad adoperare i suoi ferruzzi; di tanto in tanto tentennava il capo, e diceva: — C’è il segreto, c’è il segreto. — Infatti, dalvedere al non vedere: cricch! s’udì lo scatto d’una molla, e alzato il coperchio, guarnito internamente di lamine e spranghe, si trovò... Eh, lei ha già capito!
— Ci vuol poco — disse Roberto.
— Si trovò Giulietta rigida, secca, stirata... come le mummie del museo di Torino. Sicchè dunque ella aveva pagato con la vita una bambinata, un capriccio innocente. Che vuole? io immagino, io vedo quella poverina, accesa, ilare in viso, salire lesta lesta, balzare nella stanzaccia, correre alla cassa, aprirla, adagiarsi. Chi mi ritrova è bravo! Ma il piombar del coperchio, l’urto del gomito (o la necessità del destino) fanno giuocare il serrame, e l’arnese che un giorno ha contenuto il corredo d’una giovane sposa, diventa istantaneamente la tomba di un’altra.
— Bravo! ma bravo! — esclamò Roberto. — Ma sono tutte di questo gusto le storielle che mi volete narrare?
— Eh, questo è un mondo di miserie, caro lei; le disgrazie sono più frequenti che le fortune. Io giudico da quel che vedo. A Casaletto, per modo d’esempio, nessuno è felice, nessuno è contento, nessuno vive in pace. Il sindaco è dissestato, l’assessore Rattonero ha perduto il figlio in Africa, l’assessore Garzino ha un braccio paralitico, il conciliatore giorni sono è stato bastonatodi santa ragione; perfino Michele Masino, che vive nei boschi...
— Ebbene?
— Non voglio andar per le lunghe.
— Sentiamo: cos’ha Michele Masino?
— Ha i suoi fastidi anche lui.
— Che fastidi?
— Come? Non sa niente? Michele vorrebbe dar la sua figliuola a un giovanotto qui del paese, ma la figliuola non vuole...
— E perchè?
— Euh! a star dietro a tutti isi dicec’è da perdere la testa.
— Già.
— Può aver dato il suo cuore a un altro... Oppure, avendo ricevuto una buona educazione, non se la sente di sposare un contadino; l’educazione, si sa, è una seconda natura. Comunque sia, io li compiango tutti: padre, figlia e spasimante. L’altra sera sono stato casualmente presente a una scena, che mi ha fatto paura e pietà. Dubito che la faccenda voglia andare a finir male. Miserie, caro signor Roberto, miserie umane.
Roberto accese una sigaretta e buttò lontano il fiammifero. Tomatis guardò l’orologio.
— Basta — diss’egli, — lei mi ha fatto passare una giornata deliziosa, indimenticabile...
Roberto fumava, guardando le nuvole. Unafrondicella appassita venne a cadere sulla tavola. Il maestro la prese e scorse un bruco tanto somigliante alla foglia sulla quale era posato, che ci volevano proprio i suoi occhi per distinguerlo; e vi era poi tanto appiccicato sopra, che non si smuoveva neanche a scuoterla.
— Ecco — osservò Tomatis, tanto per dir qualche cosa: — se quest’insetto fosse morto o dormisse della grossa, sarebbe caduto senz’altro... Dunque è vivo, è desto, ma assorto... così assorto in qualche dolce pensiero, che nulla vede e nulla sente attorno di sè.
Vi fu un seguito di giornate temperate ed uguali. La terra si estendeva libera e bruna, sotto un bel cielo d’un azzurro lucente e gentile, corso di vene come un marmo; gli alberi rosseggianti e gialleggianti a varie tinte, si alleggerivano dolcemente, continuamente. Lo spettacolo dei lavoratori sparsi nei campi aveva qualche cosa di forte e di antico; i mucchi di gramigna, che bruciavano e fumicavano più quae più là, animavano i luoghi dove pure non si vedeva nessuno.
Roberto usciva subito dopo il desinare, ora a piedi ora nel calessino, e si avviava verso Casaletto; a un certo punto trovava infallibilmente Tomatis, e lo prendeva con sè.
Il buon maestro si lasciava guidare dal compagno, senza fare osservazioni avventate o domande indiscrete; senza cercare perchè non voltasse mai a man destra, cioè verso ponente, cioè verso la Baraschia. Dava le notizie che aveva pescate in paese, poi soggiungeva a mezza voce, tranquillamente:
— La barca è sempre arenata. Lei sa cosa voglio dire?... Stamattina ho incontrato Bastiano: pareva un cane bastonato... Michele ha la luna a rovescio: fa paura... Susanna fa pena: non viene neanche più a messa. Miserie! miserie!
Roberto aggrottava le ciglia, tentennava il capo, ma non articolava sillaba.
Più tardi, arrivato a casa, cominciava a rimuginare sopra quel che aveva inteso:
— Cosa diavolo vuole da me costui? Perchè insiste? Perchè fa sempre la medesima storia? Che abbia indovinato i miei sentimenti? Se non mi ci raccapezzo nemmeno io! Che la ragazza gli abbia fatto qualche confidenza? Non è possibile, a quest’ora sarebbe già uscito dalle generali, sarebbe già venuto a qualche conclusione.Non credo che voglia fare nè il politico nè il mezzano... Oh! io l’ho per un galantomone, questo rustico pedagogo; lo stimo, gli voglio bene... Però che direbbero i miei antichi amici, se vedessero come vivo, e con chi! Tant’è, li lascierei dire. Non invidio più i loro passatempi. Ah no, per Dio!... Ma perchè Susanna non vuole sposar quel Bastiano?
Ben presto scoprì un non so che di nuovo nelle maniere del maestro: una giocondità pensata, raccolta, diversa dalla solita; un fare di chi si è prefisso uno scopo, e sa che per conseguirlo ci vuol tatto e finezza. Lo vedeva atteggiare spesso e volentieri la bocca al sorriso, e far gesti ora con una mano ora con l’altra, come se ragionasse tra sè.
— Cose grosse? — gli chiedeva, voltandosi.
— Eh!? — faceva Tomatis sorpreso, per prendere tempo a rispondere.
— Cose grosse? Cose serie?
— Niente, niente; faloticherie, idee gotiche, sciocchezze che passano per la testa...
Un giorno però, mentre correvamo nel calessino sulla via di Vernasca, il maestro scappò a dire:
— Poh! Non sarebbe più naturale che invece di questo vecchio macacco, lei avesse accanto una bella moglietta?
Un’altra volta poi pregò Roberto di mostrargliil palazzetto, di cui non conosceva che il terreno. Vide tutto dalla cima al fondo, mormorando di continuo: — Che peccato! che peccato! — Finchè il padrone, impazientito, gli chiese cosa volesse dire.
— Voglio dire che questa è una reggia, caro signor Roberto; gran peccato che manchi ancor la regina!
Era sull’abbuiare; Roberto e Tomatis tornavano dalla passeggiata, l’un dinanzi e l’altro dietro per la strettezza e la mala condizione del viottolino. Tutti e due stavano sopra pensiero: ma a un certo punto, alzando il viso, il maestro vide a poca distanza il crocicchio dove avevano a dividersi.
— Sor Roberto! — esclamò, con l’accento di chi prende una pronta risoluzione: — Lei mi deve fare un piacere.
— Sentiamo — rispose Roberto, senza voltarsi.
— Gradisca... Accetti... Venga domani sera a celebrare, a festeggiare l’Ognissanti con me.
— Volentieri.
— Oh bravo! sarà un grandissimo favore. Senta... non le farò nè un pranzo nè una cena, ma un piatto di buon cuore non le mancherà di sicuro. In casa di noi povera gente quando c’è un piatto di buon cuore, c’è tutto, eh?
Infatti, la sera dopo, Roberto trovò in casa del maestro un’accoglienza non solo cordiale, ma rumorosa.
Lo speziale Forastelli, il misuratore e geometra Roccavilla, venuti per fargli onore e compagnia, lo acclamarono lungamente, indiscretamente all’arrivo. Il giovane signore, che non aveva l’animo agli scherzi e all’allegria, quasi quasi si dolse d’aver accettato l’invito: ma poi, quando costoro si furono chetati, quando fu messa in tavola la cena, ed ebbe gustato il limpido vino bianco che Tomatis aveva cavato fuori in quell’occasione, si riconfortò e si rasserenò.
La stanzetta era assai bene illuminata dalla gran lucerna posta in mezzo alla tavola, e dal buon fuoco che ardeva nel caminetto; la fiamma guizzava e riluceva sur una vetrina di contro, tutta piena di uccelli impagliati, dando loro una strana parvenza di vita.
Invitante e convitati cominciarono a godere le vivande con tutto loro comodo, e a discorrere assai pacatamente, senza interrompersi o soverchiarsi a vicenda.
Il misuratore e geometra (un giovanotto tarchiato, dalla faccia barbuta e abbronzita), andato a cercar ventura in America, vi aveva trovato povertà, onde era stato costretto a tornarsi in Piemonte.
— Ecco — diceva, dopo aver raccontato in succinto i suoi casi; — adesso lavoro dalla mattina alla sera: quando avrò raggranellato qualche migliaio di lire, m’imbarcherò di nuovo, e questa volta...
E faceva l’atto di chi afferra checchessia con molta violenza.
— Bravo! — esclamava Tomatis. — Volete acciuffare la fortuna a ogni costo?
Lo speziale (una zucca pelata, con due occhietti come grani di pepe e un bel naso adunco) se la rideva sotto i baffi biondicci.
— Questo si chiama sprecare il tempo, le forze, l’ingegno, i denari, mio buon Roccavilla. La fortuna è femmina; e le femmine sono come i gatti: a chiamarli non vi degnano, a lasciarli stare fanno: gnao! e si fregano intorno... Già, la fortuna è femmina. Anch’io vorrei pigliarla per il ciuffo, come dice il nostro buon Tomatis, ma credo inutile correrle dietro. Tengo gli occhi aperti e aspetto. Ma aspettare non vuol mica dire star lì a grattarsi la pancia! Bisogna ingegnarsi, industriarsi, trovar cose nuove. Io, per esempio, penso ad arricchire la... la...
— La farmacopea — suggerì il maestro.
— La farmacia. Io penso ad arricchire la farmacia di un’utile invenzione. Ecco perchè sto con gli occhi aperti. I segreti della natura sono infiniti, miei buoni signori. Scoprirne uno, qui sta il punto! Scoprirne uno, in uno dei tre regni: animale, vegetale e geologico.
— Minerale — corresse Tomatis.
— Mineralogico. Intanto volete sapere come mi preparo? Studiando lo scibile far... far... farmaceutico dei nostri vecchi. E investigo anche gli errori, i pregiudizi, le superstizioni. Chi sa che io non faccia qualche bella scoperta chimica! Ch’io non ritrovi qualche applicazione nuova di cosa già conosciuta! Certi rimedi non si adoperano più, semplicemente perchè sono usciti di moda. Codesto è un assurdo. Non voglio tornare al brodo di vipera, alla polvere di lucertola, e tanto meno agli amuleti, ma vi faccio osservare che molte sostanze furono prese, lasciate, denigrate, riprese. Lo zucchero, per esempio: prima fu portato alle stelle, poi accusato di produrre lo scorbuto, la malinconia e più specialmente di sciogliere il sangue: ora tutti sappiamo che fa soltanto male alla borsa. Dico bene?
Roberto sorrise; Tomatis diede in una gran risata; ma Roccavilla, che macinava a due palmenti, alzò e scosse le spalle.
— Tutti i gusti son gusti — diss’egli. — Quando non mi sento bene, niente medico e niente medicine: una bella camminata o una buona dormita, vino puro e uova sode, molto vino e molte uova. Disordine tiene il corpo in ordine. Ecco.
— Eh, dille grosse! — esclamò Tomatis.
— Il nostro buon geometra è l’assurdo personificato — susurrò Forastelli.
— Basta girare il mondo — ripigliò Roccavilla, asciugandosi energicamente la barba col tovagliuolo, — basta girare il mondo per vedere a che cosa servono i medici e le medicine. Negli Stati Uniti s’insegna non solo a non cedere, ma a non credere alle malattie: non ci sono malattie, non ci sono mali, non c’è niente. Ecco. Così si finirà per abolire addirittura il dolore.
— Oh! — fece lo speziale — quest’uomo va di assurdità in assurdità!
— Cose che si dicono — osservò malinconicamente il maestro, — cose che si dicono quando si è giovani e in buono stato. Io non posso più ragionare in questo modo...
— Perchè? — disse Roberto. — Avete una cera che incanta.
— Eh sì, ma mi sento debole, stracco... Stamattina mi venne un capogiro ch’ebbi a cadere in terra.
— Mezza dozzina d’uova e due litri, subito — gridò Roccavilla.
— O una revolverata nella testa, che mi pare un mezzo anche più spicciativo.
— Parlo sul serio.
— Anch’io, per bacco! Tanto che domani voglio andare a consultare Fumero.
— A Bornengo? — chiese amichevolmente Roberto. — Bene; vi condurrò io.
Tomatis abbassò la testa e stette un poco sopra sè; poi mise un sospiro e guardò il giovane signore con due occhi languidi, inumiditi.
— Grazie — diss’egli con dolcezza, — tante grazie... Un altro poco di crema? No? Un biscottino? Allora beva alla mia salute. Stasera sono proprio felice. Dica la verità: lei mi ha sempre creduto un insigne babbuino? E lo sono. Ma un babbuino di cuore, un babbuino che le vuole un ben dell’anima. Vedrà... Ho qui un’idea... Un’idea che mi martella, mi martella...
E si picchiava la fronte con la punta dell’indice.
— Avanti! — susurrò Roberto.
— Oibò! Non ci mancherebbe altro!
— Via, ditemi almeno...
— Non posso dir niente, perchè... non so ancor niente. Bisogna dar tempo al tempo, non precipitare le cose. Vedrà vedrà!
S’era oramai alle frutta. Roccavilla aveva tirato a sè un piatto di noci e di nocciuole, e lavorava gagliardamente con le dita e le mascelle; Forastelli si beccava una caciuola fresca e delicata, e parlava parlava, senza accorgersi che nessuno gli dava retta. Tomatis scelse una mela, l’offrì a Roberto, poi ripigliò sotto voce:
— Del resto io non credo niente affatto che sia necessario esser ricchi per vivere felici. Niente vale la pace d’un asilo campestre. La pace, non la solitudine. La solitudine non è buona per nessuno.
— Oh! — fece Roberto. — E il proverbio?
— Che proverbio?
— Meglio soli che mal accompagnati.
— Bravo! E io le rispondo: donna buona vale una corona... Cosa c’è?
La serva, ferma a una certa distanza, accennava che desiderava parlargli. Tomatis si alzò brontolando, si accostò e prese a ripetere forte ciò che l’altra diceva piano.
— Ehee! Rovesciato il bricco! Versato il caffè! Tutto? Oh la sbadata! la sbadatona!... Cosa?... Veder di far senza? Ah questo no! Questo poi no!
E voltate le spalle alla donna, tornò verso la tavola.
— Avete inteso? Questa sbadataccia ha mandato a male il caffè. Be’; anderemo a prenderloalCavallo Grigio. Volete? Non abbiamo che da traversare diagonalmente la strada. Caffè e liquori; pago io. Poi giuocheremo alle carte, ai tarocchi, al biliardo. Daremo profitto alla vedova, e sarà una carità fiorita. I guadagni scemano, i bisogni crescono. Poveretta! vi so dire che ha proprio l’acqua alla gola.
Così detto, si mosse; e Roberto gli andò dietro. Prima di alzarsi, Forastelli riempì e rivotò ancora una volta il bicchiere; e Roccavilla, che non aveva assaggiati gli amaretti, ne intascò una buona manciata.
La vedova di Baino era in cucina, seduta vicino alla tavola, sotto una lucerna attaccata a una pertichetta pendente dal palco. I capelli scuri, fitti e scarmigliati, i grossi orecchini, involti in due brandelli di stoffa nera (come usano le contadine in lutto), facevano apparire ancora più gialla quella faccia annuvolata. Diceva sommessamente le sue divozioni; e di tanto in tanto volgeva sul figliuoletto, accoccolato presso al focolare, uno sguardo esprimente un doloreaspro e dispettoso, e tosto le sillabe sacre morivano tra le labbra come in un sibilo.
Tutt’a un tratto si sentì un calpestìo e un chiasso di voci maschili. La donna si scosse e si alzò in piedi. Tomatis balzò dentro franco e rubizzo; Roberto, Roccavilla e Forastelli entrarono poi con passo più misurato.
— Presto — gridò il maestro — presto, sora Lucia, quattro tazze di caffè: di Moka, di Portorico, di san Domingo... o della Guadalupa, non importa, purchè sia di prima qualità. Facciamoci onore. Intanto noi illumineremo a giorno ilsalone. Ohe, e il biliardo? In che stato è il biliardo?
— Sgombro e pulito — rispose l’ostessa, già tutta affaccendata. — Ieri sera, non avendo più letti, ci ho messo a dormire Rogna, il vetturale.
— Ah! bene bene — ripigliò Tomatis. — Animo! Chi vuol fare una partita?
Passarono nello stanzone. Il maestro corse al biliardo, accese i lumi a bilancia, dispose le palle sul piano; poi, dato di piglio a una stecca, si rivolse a Roberto:
— Ah, le rammento ancora le sue lezioni! Stia attento: uno... due... e tre!
Forastelli e Roccavilla gli fecero l’urlata.
— Cosa c’è? cosa c’è? — domandò Tomatis.
— Avete fatto steccaccia — rispose Roberto.
— Davvero? Come mai? Come sarebbe a dire?... Ah! ho capito, ho capito...
Guardava fissamente le palle bianche e brillanti sul panno stinto e opaco. La sua faccia si fece da prima attonita e seria; poi si compose a una commozione ingenua e profonda... Di subito impallidì, piegò il capo, si abbandonò.
Roccavilla, credendo facesse per celia, ruppe in una sghignazzata. Ma Roberto e Forastelli, grandemente impauriti, accorsero, lo sollevarono; e vedendo che proprio non si reggeva, lo adagiarono sul biliardo.
— Coraggio, coraggio! — diceva lo speziale, sbottonandogli il panciotto, sciogliendogli la cravatta. — Niente! Scherzi del vino. Avete bevuto un po’ troppo... Sono tempacci, mio buon Tomatis; e ci vuol giudizio. Passa, eh? Vi sentite già meglio?
— Mi pare un deliquio, uno svenimento — susurrò Roberto.
— Un deliquio... senza dubbio — rispose Forastelli. — Adesso proveremo a spruzzargli la faccia.
L’ostessa, che entrava col vassoio del caffè, si fermò su due piedi, esterrefatta.
— Acqua! acqua! — gridò più d’uno.
La donna andò e tornò in un lampo.
— Date qui, date qui — disse lo speziale,prendendole il bicchiere. — Avete l’aceto dei quattro ladri? Un po’ d’ammoniaca?
— Ho rhum e marsala — rispose l’ostessa.
— Ecco! — esclamò Roccavilla. — Un bicchierino di rhum, subito. In America...
— Niente — interruppe lo speziale, — niente senza il parere del medico. Andate a chiamarlo.
— Mando Gigino — disse la vedova.
— Vado io! — esclamò Roberto.
— Suole andare a veglia in casa Luvotto... Se mai, troverà anche il parroco...
Il povero Tomatis, disfatto, colore di morte, ansava ansava, e faceva la spuma dalla bocca.
— Ssss! — fece Forastelli, chinandosi e posandogli una mano sul cuore. — A voi, raccomandategli l’anima.
La mattina dopo, alle otto e tre quarti, il sindaco, accompagnato dagli assessori e seguìto da un codazzo di curiosi, entrò alCavallo Grigio, girellò da per tutto, guardò e riguardò il biliardo, poi prese a interrogare l’ostessa. Costei per un buon poco rispose con voce fiacca,come sonnolenta, e facendo spallucce; ma a un tratto aprì la bocca e lasciò andare:
— Ah! lei crede proprio che il maestro sia morto d’un colpo d’accidente? Ma niente affatto! È morto perchè doveva morire, perchè non poteva farne a meno. Quello che è scritto lassù non si scancella, non c’è modo di scansarlo. E lui, Tomatis, aveva l’appuntamento. Non capisce? Sì signore: l’appuntamento. Voglio dire così che il mio uomo, buon’anima, e Galosso e Tomatis e il signor Duc, qui in questa stanza, a dì tanti del mese di agosto, hanno fatto l’accordo, si son data la gran promessa di trovarsi tutti insieme nell’altro mondo.
Vi furono degli Ah! degli Oh! degli Uh! I presenti si guardavano l’un con l’altro maravigliati.
— Una scommessa, eh? — No, non una scommessa, come dire una convenzione. — Euh! ma è grossa! — Cose da matti. — Io già non la bevo. — Neanche io. — Come volete che quattro persone sensate, giudiziose... Oibò! — Eh, caro mio, dove entra il bere, esce il sapere. — Diavolo! volete dire che fossero in cimberli? — E perchè no? — Ha ragione la vedova: quello che si scrive in cielo non si scansa. — Bisogna star preparati. — A chi tocca, tocca. — Zitti! sentiamo cosa dice il vecchio Lardone. — Oh Dio, racconta un caso simileaccaduto cinquant’anni fa. — E il sindaco? — Strapazza la vedova, che vuol dare a intender fandonie.
Queste e molte altre consimili parole formavano un susurro, un brusìo, che, uscendo dall’osteria, si propagava prestamente e largamente all’intorno.
Un’ora dopo, la piazza e le strade erano seminate di crocchi: il fatto andava per le bocche di tutti, esagerato e aggravato in cento maniere.
Il giorno seguente, durante l’accompagnamento del defunto alla chiesa e al luogo del suo ultimo riposo, la gente non guardava che Roberto, non parlava che di lui.
Era un uomo destinato a sparire fra pochi giorni o fra poche ore o fra pochi minuti. Poveretto, chi sa che tremarella! Che batticuore!
Il venerando Lardone diceva a Roccavilla, che marciava al suo fianco:
— Quel signore lì mi fa ritornar giovane; mi ricorda il tempo in cui s’impiccava ancora al capoluogo. Già. Si vedeva la carretta venire avanti adagio adagio, come dire col passo della morte; e dentro, tra il prete e il boia, un poveraccio scamiciato, color della cenere, che stralunava, e chiudendo le sue manacce, faceva Gesù, Gesù, Gesù. Ma a quei tempi, chi ammazzava doveva essere ammazzato. Il castigodi uno serviva d’esempio a tutti. Già. Ma per adesso...
— Per adesso — rispondeva Roccavilla: — chi vuol giustizia, bisogna che vada in America. Ecco.
A parlar veramente, Roberto non aveva affatto l’aspetto d’un uomo condotto all’estremo supplizio, ma bensì di chi segue il feretro di una persona amata e stimata, d’un caro amico. Un amico sì, povero Tomatis, forse il più leale, il più disinteressato che avesse avuto mai. Ne restava privo proprio nel momento in cui, avendolo finalmente conosciuto, si disponeva ad affidarsi a lui, a lasciarsi guidare da lui.
Aveva ancora la sua immagine negli occhi, la sua voce negli orecchi: l’immagine aggrandita, nobilitata, gli incuteva rispetto; la voce suonava dolce e armoniosa nell’intimo del cuore.
Venuto il momento supremo, la gente si raffittì, si serrò intorno alla fossa e al gruppo che vi stava vicino, gruppo composto delle persone più ragguardevoli del paese e dei più stretti parenti del morto.
Calata la cassa nel fondo, il sindaco gittò la prima terra, e diede la vanga a Roberto. Questi rifece quello che aveva veduto fare, poi piegò la fronte, affissò lo sguardo nella buca, che si veniva empiendo, e rimase immobile.
Quando tutto fu finito, la folla uscì dal camposanto, ma invece di sciogliersi, di tornare verso il paese, indugiava ronzando e fremendo, come quando spera o desidera di essere scossa da qualche cosa di straordinario.
Luvotto, Forastelli, Lardone, Roccavilla, fermi presso al cancello, guardavano curiosamente Roberto, sempre curvo sulla terra bruna che copriva l’amico.
— Cosa diavolo fa? — diceva Luvotto. — Piange? Prega?
— Pare una statua — osservava Forastelli.
— Già, la statua d’un santo — aggiungeva Lardone; — un santo guerriero, un martire della Legione Tebea. Però non vorrei trovarmi nei suoi piedi. Già. E vi dico che non bisogna lasciarlo solo. Non si sa mai.
— Giusta, giusta! — esclamò Roccavilla. — Non si sa mai. La disperazione manda il cervello a processione. In tutti i naufragi c’è chi si ammazza per paura di morire. Ecco. Mi ricordo che, trovandomi sul... sul... sur un bastimento americano...
— Ma io non voglio grattacapi — interruppe il sindaco, — non voglio scandali. Storie! Stasera arriva il cavaliere Cucchietti, lo sposo di mia figlia. Non voglio seccature, non voglio malinconie. Adesso glielo dico: — Signor Duc, faccia tanto il piacere, non rompa le tasche.
— Oh glielo dico fuori dei denti!... Fermi tutti. Zitti. Parlo io.
E andò bravamente incontro a Roberto, che veniva avanti a passo lento, guardando le lapidi e le croci.
— Signor Duc, bramerei di parlarle da solo a solo; con suo comodo, però, con suo comodo.
— In che posso servirla? — chiese Roberto, facendosi scorrere la mano sugli occhi, come per rimuovere una nebbia, una scurità che gli stava dinanzi.
— Signor Duc...
— Eccomi qui, dica pure.
— Eh, corpo della luna!... Si faccia coraggio.
Passata la soglia del camposanto, Roberto prese a sinistra, per cercare la scorciatoia che taglia diritto alla strada di Bornengo e quindi al Fortino.
L’aveva appena trovata, quando si sentì dietro le spalle un — ohohopp! — che pareva diretto a lui. Si voltò e vide, a una certa distanza, lo speziale che trottava trottava per raggiungerlo.
— Come mi seccano tutti costoro! — pensò Roberto, fermandosi malvolentieri.
— Un momento! un momento! un momentino! — diceva Forastelli, accostandosi. — Amerei dirle una parola.
— Anche lei?
— Anch’io, sì signore. Cosa vuole? Casalettoè il paese delle chiacchiere. Assurdità e superstizione. Ma la superstizione non mi spaventa. Me ne valgo, la metto a profitto. Lei faccia lo stesso.. Diamine! è giovane, di complessione robusta... E poi lasci fare a me. Stamattina, sfogliando un libro antico, ho trovato l’indicazione di certi ingredienti e delle loro dosi per fare un composto contro l’umor nero; un composto, direi quasi, esilarante. Senta, lo vuol provare? Una cucchiaiata ogni due ore. Non può far male e può far bene. Sarebbe una scoperta, sa. Su via! Coraggio! Io non credo niente, parola d’onore. Tant’è, adesso vado a casa e apro una sottoscrizione per un banchetto da offrirsiAll’egregio signor Roberto Duc, appena... appena passato il pericolo. Va bene così?
— A meraviglia — rispose Roberto che non aveva capito, nè si curava di capire.
— Vada franco, eh! Niente paura.
E si separarono.
Roberto aveva già fatto non so quanta strada, quando tutt’a un tratto gli tornarono in mente le parole: — Niente paura. — Voltò indietro il viso: lo speziale non si vedeva più.
— Niente paura!? E come c’entra la paura? Cos’ha voluto dire quello stivale?... Oh santo Dio! Ora che ci ripenso, è la storia del patto che si è divulgata. Questi signori mi vedono spacciato. Che imbecilli! Però, bisogna dire chela faccenda prende un aspetto curioso. Caspita! prima Baino, poi Galosso, poi Tomatis... E va bene. Io farò il possibile per non seguirli. Della campagna ne ho fino ai capelli, e perciò domani... Adagio. Non vorrei che si credesse, che si dicesse... No! Non tornerò in città che alla fine del mese... Niente paura, eh? Vi farò veder io se ho paura!
Arrivando a casa, scorse Giuseppe, Giovanna e Felice in un canto del cortile, stretti insieme in gran colloquio: comprese subito che al Fortino si ripeteva segretamente quanto si diceva già apertamente in paese.
Ben presto poi si avvide che il servitore lo guardava sottecchi, con un misto di curiosità, di compassione, d’ironia; ma però lo serviva con una puntualità e con uno zelo affatto insoliti in lui.
— Eh già — diceva Roberto tra sè, — mi vede finito, perduto, e non vuole amareggiarmi questi ultimi giorni. Per di più egli pensa che, invece di morire in sul colpo come Baino e Tomatis, posso ammalare come Galosso, e aver agio a ricompensare chi mi avrà assistito.
Rocco e Giovanna lo scansavano, temendo forse di non poter celare la loro angustia. Giacomo invece andava a caccia quasi ogni giorno, e nell’uscire chiamava sempre Tadò con voce fortissima, o con certi fischi che bucavano gli orecchi.
Una mattina, Roberto si affacciò alla finestra.
— Giacomo!
— Signore?
— Dove vai?
— Contavo d’andare fino agli stagni di Vernasca.
— Aspetta. Vengo anch’io.
— Bravo, sor Roberto! Stavolta mi ha capito... Perchè se ne sta sempre lì ad ammuffire?... Mi fa pena. E poi a che serve? Bisogna muoversi, bisogna distrarsi...
E così cominciarono a far camminate lunghe, strapazzose, stando fuori dalla mattina alla sera. Più che a dar dietro alle beccacce e ai beccaccini, Roberto si divertiva a scrutare il cuore del suo giovane compagno. Giacomo ora entrava in apprensione, pareva temer del tempo, dei luoghi, di tutto, e abbondava in cautele e in riguardi; ora invece ficcava addosso al padrone due occhi bramosi, esprimenti una cupidigia contenuta ed ardente, e diceva parole o faceva atti di maraviglia, considerando la portata dello schioppo, la comodità del cartucciere, l’utilità degli stivaloni da padule.
— Ho capito — pensava Roberto, filosoficamente. — Tu mi vedi già agli estremi, eh? E vuoi una memoria? Va pur là che sei un solenne frecciatore anche tu!
Una sera, rientrando in casa, trovò il parrocoche lo spettava. — Eh! eh! era uscito col breviario, come al solito, ed ecco che, quasi senza accorgersene, gettando piede innanzi a piede, era venuto fino al Fortino. Cospetto! Allora non aveva potuto resistere al desiderio di fare una visitina al signor Duc, una così brava persona, figlio del primo benefattore della parrocchia di Casaletto!
Il prete si fermò pochi minuti: accettò il vermut, offrì una presa, ammirò il luogo, ringraziò e promise di ritornare. — Cospetto! Adesso poi che aveva rotto il ghiaccio...
E tornò infatti, due giorni dopo, alla medesima ora.
Anche questa volta parlò di cose diverse e leggiere, come per atto di semplice conversazione; ma Roberto sentiva ch’era venuto con deliberato proposito, per fargli un discorso serio e lungamente pensato, che poi non gli bastava l’animo d’incominciare.
— Ecco — diceva tra sè, quando colui se ne fu andato, — ecco un altro che vede in me un condannato, un moribondo; e viene per iscarico di coscienza, per ispirarmi qualche santo pensiero... E sopra tutto perchè al momento opportuno io mi ricordi di lui e della sua parrocchia.
Intanto un’idea, che stava appiattata cheta cheta in un cantuccio della mente, cominciavaa levarsi di tanto in tanto, a farsi innanzi nera e sgarbata: — E se fosse vero? Se costoro pronosticassero giusto? Eh, tutto è possibile al mondo!