X.Fra queste e altre varie vicende di poco rilievo passarono gli ultimi anni di studio, e finalmente Silvio ebbe la laurea, e si dispose a fare la pratica. Papà Gervasio, secondo la sua promessa, e coll'aiuto degli amici, gli aveva trovato un avvocato di Venezia che consentì di riceverlo come praticante, lo accolse con cortesia, e lo presentò alla sua famiglia, composta della moglie e d'una figlia.L'avvocato Annibale Ruggeri aveva una buona clientela che faceva prosperare il suo studio. Silvio non tardò a persuadersi della somma utilità della pratica che andava facendo nella trattazione degli affari. Colla sua giovanile ingenuità egli credeva che il merito dell'avvocato dovesse consistere nella rapidità della procedura. Considerando le lungaggini della giurisprudenza italiana, colle infinite pratiche precauzionali per [pg!159] guarentire tutti i diritti, egli la trovava eccessivamente diffusa e prolissa e pensava che la condotta d'ogni causa dovesse studiarsi in modo da correggere il difetto delle leggi, per soddisfare le parti colla massima possibile sollecitudine. Ma era tutt'altro. Gli bastò poco tempo per accorgersi che l'avvedutezza dell'avvocato consiste nell'arte di non precipitare le sentenze, che potrebbero riuscire funeste senza le dovute precauzioni. Bisogna che l'istruttoria sia ponderata e completa, l'esame dei documenti scrupoloso, è necessario di moltiplicare le conferenze, di allargare le informazioni, di pesare gli atti, di prevedere i sotterfugi degli avversari, di cercare le prove, domandando proroghe sopra proroghe, suscitando incidenti, promovendo dilazioni, mettendo in campo tutti gli amminicoli possibili per tirare in lungo, e avere il tempo di complicare le faccende, come una matassa arruffata, che avvolga l'avversario in una rete di abilissimi cavilli, e di argomentazioni imprevedute da rendergli impossibile l'uscita.E nello studio Ruggeri si lavorava a fondo con tali principii, moltiplicando all'infinito la lista delle spese, per bolli, scritturazioni, consulti, copie, corrispondenze, ma con piena rassegnazione dei clienti che affluivano in gran numero [pg!160] attirati dalla rinomanza dell'avvocato, e dalla speranza che il suo merito e la sua esperienza troverebbero il modo di abbindolare i giudici, facendo trionfare i loro torti come se fossero buone ragioni. E facevano delle lunghe anticamere per attendere il loro turno, alle conferenze. Cosicchè il denaro pioveva in abbondanza ed avrebbe apportata la ricchezza se la casa fosse finita agli ammezzati; ma disgraziatamente aveva un altro piano, e se la scala del piano inferiore faceva salire l'oro alla cassa, la scala del piano superiore lo faceva discendere e sparire. Quella casa era una vera pompa aspirante e premente; gli affari la riempivano, il lusso la vuotava.L'avvocato impallidiva sulle carte e sui codici, ci perdeva gli occhi e i capelli, l'appetito ed il sonno; e si consumava in quella vita sedentaria e in quella atmosfera morbosa, mentre il frutto delle sue fatiche svaporava con prodigiosa rapidità, per pagare le polizze dei tappezzieri e dei merciai, degli orefici, delle modiste e delle sarte. Quella testa forense dell'avvocato era un vero vulcano che sconvolgendo le viscere del mondo giudiziario ne faceva uscire delle eruzioni di cappellini, di fiori, di pizzi, di abiti, di mantelli, nastri, fiori, svolazzi e gioielli. Il prodotto d'ogni [pg!161] conflitto di diritti, d'ogni contratto di nozze e d'ogni testamento finiva sempre in un capriccio di moda. Infine dei conti, marito e moglie, senza saperlo, lavoravano col medesimo risultato, quello di dar da intendere al mondo lucciole per lanterne. Mentre l'avvocato si scervellava sul codice e sul dizionario onde trovare un articolo favorevole, e un vocabolo opportuno per mascherare una verità pericolosa, la moglie davanti lo specchio cercava di raffusolarsi magistralmente per nascondere le sue rughe, per far passare il fintino per capelli effettivi, e i cuscinetti d'ovata per rotondità naturali.Silvio cominciò a frequentare la famiglia Ruggeri, e nelle conversazioni serali ebbe campo di studiare l'arte soprafina della signora Emilia, come durante la giornata aveva potuto ammirare l'abilità magistrale del dottore Annibale nel maneggio degli affari.Nell'ombra prodotta dal cappello della lucerna in un angolo romito del salotto il giovane praticante osservava attentamente quelle due figure caratteristiche; una testa calva piena di pensieri e una testa vuota fornita di ricciolini posticci, che vivevano nel lusso a spese dei litiganti. E pensava fra sè: «le discordie domestiche, l'ignoranza, la mala fede, gl'inganni, le frodi, le [pg!162] rapacità della nostra vita civile forniscono questi tappeti turchi, questi stipi eleganti, questi mobili artistici, scelti nelle sale diGuggenheime nell'officina di Besarel, questi vetri di Murano, questi ninnoli artistici, e i fiori freschi che profumano il salotto in quel magnifico vaso di Ginori.»Ma il più bel fiore era Metilde, quella bella bionda, leggiadra, snella ed eterea come un angelo dipinto da Morelli. Con quei capelli d'oro e quegli occhi turchini, quella vita di vespa, quell'incesso leggiero di silfide!... quando muoveva agilmente sul pianoforte le dita affusolate, Silvio restava estatico a contemplarla, quando in un giro di valzer essa scopriva gli stivalini arcuati che calzavano i suoi piedini eleganti, egli si tirava indietro per paura di toccarla, tanto gli pareva una divinità scesa dal cielo. La prima volta che essa si degnò d'indirizzargli la parola fu tanto confuso che le rispose una sciocchezza che la fece ridere mostrando due file di dentini meravigliosi per la regolarità ed il candore. Ed essa s'avvide subito che quella timidità proveniva da ammirazione, e ne fu soddisfatta. Suo padre aveva detto in famiglia che Silvio Bonifazio, nato in Francia, in esilio, era stato educato a Milano, pareva un giovinotto che accoppiasse le buone qualità francesi e italiane, mostrava [pg!163] spirito e ingegno, ed era audace come suo nonno, un antico soldato del primo Napoleone.Quell'aureola dell'esilio intorno ai capelli profumati, quei mustacchietti giovanili sulla freschezza del volto, quello spirito ecclissato dal semplice aspetto della bellezza gli guadagnò subito tutte le simpatie della fanciulla, e gli assicurò la più indulgente amicizia.A poco a poco venne anche il coraggio, e l'abitudine lo rese sempre più facile. Allora Metilde s'accorse che il giovinotto non mancava di brio, e non tardò a trattenersi seco lui con piacere in lunghe e geniali conversazioni, nelle quali essa pure faceva mostra d'eccellenti qualità intellettuali che raddoppiavano l'effetto della bellezza colla grazia d'un dialogo vivace, e dell'accento veneziano, che la rendevano incantevole. E davvero faceva onore al babbo che l'aveva fatta istruire dai migliori professori. Essa aveva corrisposto benissimo, imparando con pronta intelligenza, e continuando a coltivarsi con buone letture. E parlava con esatte cognizioni di storia e di letteratura, giudicando coll'acuto buon senso della donna accoppiato ad un gusto fine, istintivo e personale che rendeva interessanti i suoi giudizi. E faceva onore anche alla mamma che [pg!164] la vestiva a suo modo, come una bambola, ma con supremo buon gusto, e ben inteso, senza risparmio; non contentandosi di scegliere le stoffe e gli artefici migliori a Venezia o a Milano, ma ricorrendo anche a Parigi, mediante le grandi facilitazioni procurate dai Grandi Magazzini del Louvre, che spediscono gratis, disegni, modelli, campioni, e gli oggetti scelti senza domandare un soldo anticipato. A Venezia pagavano i clienti.La signora Emilia aveva squadrato con un colpo d'occhio il nuovo amico di casa, aveva veduto subito che la sua biancheria era di manifattura francese, che il taglio delle vesti era di Milano, aveva saputo dal marito che il giovinotto dimorava in una villa signorile nei dintorni di Treviso, un piccolo Trianon, un parco all'inglese, cogli alberi più alti del palazzo, con una vasta estensione di bosco, una cascata, un lago, dei frutteti, delle vigne, dei campi come se ne vedono pochi. Dunque non ci potevano essere inconvenienti a quella amicizia, quel giovane apparteneva evidentemente ad una famiglia molto ricca, e quindi era il ben venuto nella sua casa. Qualche interrogazione sagace fatta ai conoscenti e agli amici l'avevano anche perfettamente rassicurata sulla condotta di lui.Era un giovinotto che non frequentava che da [pg!165] Florian, non fumava che sigari d'avana, era carambolista di prima forza, non c'era pericolo che si rovinasse al giuoco, perchè perdeva di raro. Si poteva dunque ammetterlo nella più stretta intimità, ed invitarlo a pranzo senza riguardi.Frattanto papà Gervasio scriveva a suo figlio:«Ti raccomando l'economia. Tu mi assicuri che la biancheria che hai fatto venire da Parigi ti costa meno che se l'avessi acquistata a Venezia, sarà benissimo, ma la tua nonna mi ha fatto delle buone camicie, che mi vanno benissimo e costano meno della metà. In quanto alla polizza del sarto di Milano ti posso assicurare che è esorbitante, e la durata delle stoffe, che tu credi che deva compensarti del prezzo, è una vana illusione. La nonna voleva che Maria ti facesse un paio di guanti di lana, per star caldo, ma tua cugina pretende che tu non vuoi portare che guanti di pelle. Sai che non siamo ricchi, che il povero nonno ci ha lasciati molti debiti che aggravano le campagne, e con questi anni cattivi, colla malattia delle uve, la siccità, le grandini, il prezzo basso dei cereali, la miseria dei contadini, i possidenti si trovano in pessime condizioni. Capisco che la tua condizione esige una tenuta decorosa, e che la moderna società ha molte esigenze; ma procura di non passare i limiti, e pensa alle privazioni [pg!166] che ci siamo imposte per mantenerti a Venezia.«La mia salute non è perfetta, ho delle sofferenze intestinali, ma col tempo e le cure passeranno anche queste. Tutti gli altri di casa stanno benissimo, e ti mandano i più affettuosi saluti.»I giorni che gli capitavano di queste lettere Silvio si sentiva invaso da profonda malinconia, alzava gli occhi al soffitto ed esclamava:—Ah! non essere milionario, è la più gran disgrazia che possa toccare ad un uomo che deve vivere in società!... Libertà, indipendenza, diritti dell'uomo e del cittadino!... sono frottole che fanno sbraitare gl'imbecilli, ma infine dei conti non esiste nè libertà, nè indipendenza, nè nulla di buono a questo mondo senza il denaro!... Mio padre non è mai stato splendido, ma adesso che è vecchio diventa avaro. Se la povera nonna non mi aiutasse colle sue economie, se il bigliardo non mi assicurasse dei vantaggi, colla sola mesata paterna non mi sarebbe possibile di vivere a Venezia nella buona società.Una domenica mattina se ne andò a passeggiare, solitario, sullefondamenta nuove, in fondo della città, e in quel deserto fumava un sigaro da un soldo, e meditava sui destini dell'uomo.... senza soldi. [pg!167]L'acqua turchina batteva le rive, s'increspava intorno alle isole, si perdeva in un lontano orizzonte confuso col cielo. A diritta qualche barca peschereccia colla vela riflessa nella laguna filava orzando verso il mare; a sinistra i monti che fanno corona al territorio trivigiano, con una leggiera tinta violetta sfumavano nell'azzurro. L'aria fresca che batteva sul viso era pregna dei profumi iodiati delle alghe, e di sapori salini.Quella quiete, quella solitudine, quei sentori, quel prospetto che gli ricordava gli sfondi pittoreschi del suo parco, trasportavano il pensiero di Silvio alla casa paterna, alle cure serene, ai piaceri semplici della vita domestica. Si ricordò di Maria con tenerezza e con rimorso, pensò che in quel ritiro suo nonno giuocava la vita per l'emancipazione della patria, lo zio era stato sacrificato allo stesso intento, la zia era morta di dolore, suo padre era partito per la guerra e per l'esilio, la nonna aveva passata l'esistenza nella solitudine fra le ansie delle persecuzioni. Ah quei poveri vecchi non avevano mai pensato alla necessità dei milioni, non aspiravano che all'indipendenza del paese, e vivevano modesti e laboriosi sacrificando tutto a questo santo dovere!...Colla mente attristata e il cuore malcontento, [pg!168] con una burrasca di pensieri nel cervello, ove i progetti fantastici, lottavano colle idee sane, rivolse i passi verso l'interno della città. Camminava lentamente, col cappello sugli occhi e il sigaro da un soldo fra i denti, senza guardare in faccia la gente che incontrava per via, sempre pensieroso, girando per un labirinto di calli strette, nell'ombra umida fra le case, salendo e scendendo gli scalini verdognoli e smussati dei vecchi ponti, senza guardare nelle gondole che passavano sotto col tonfo monotono dei remi che rompevano il silenzio di quei poveri quartieri, e sparivano nei canali tortuosi.Dopo lunghi raggiri, giunse finalmente in calle larga San Marco, svoltò per la merceria, e si trovò sotto l'arco della Torre dell'Orologio. Il sole che gli battè sul viso tutto d'un tratto parve che lo destasse da una specie di letargo. Alzò la testa, abbracciò collo sguardo il prospetto della Piazzetta, il Palazzo ducale, le due colonne del leone e di San Teodoro, la laguna, le barche, l'isoletta di San Giorgio, tutto immerso in un lago di luce abbagliante.Una soave armonia echeggiava sulla piazza, un cantico soave di voci celestiali s'innalzava nell'aria, e dopo gli accenti variati d'un a solo melodioso, prorompeva in un solenne rimbombo di [pg!169] tutti gli istrumenti, che pareva un inno trionfale. Era l'ora della musica.La piazza presentava l'aspetto d'una sala immensa, percorsa da una fila di signore eleganti che passeggiavano fra un corteggio di ammiratori. Si udiva un fruscio di seriche vesti, si vedevano tutti i colori che brillavano al sole fra gli abiti scuri degli uomini. Si respirava un'atmosfera artificiale mista di esalazioni confuse di tabacco e di muschio.Un cappellino capriccioso sopra una testa bionda, fece evaporare immediatamente tutta la tristezza dal cervello di Silvio. Addio pensieri malinconici, addio progetti di severa resipiscenza. Alla vista delle signore Ruggeri il giovane praticante dello studio gettò in fretta il mozzicone del sigaro da un soldo, si atteggiò al più grazioso sorriso, abbassò rispettosamente il cappello fino al ginocchio, strinse la mano all'avvocato, presentò i suoi complimenti alla signora Emilia, un sorriso ed un'occhiata alla signorina Metilde, e si unì alla comitiva che passeggiava su e giù dal fondo della piazza alla basilica, andando e ritornando come tutti gli altri.La viva luce che illuminava la chiesa pareva che trasformasse i vetri rotondi delle grandi arcate in tante medaglie d'argento, e le figure dei [pg!170] mosaici, a colori smaglianti, nuotavano nel fondo d'oro, mentre le onde armoniose della musica passavano sulla folla. Davanti a quei prospetti e fra quelle melodie indistinte e confuse con altre voci, le parole umane acquistano una espressione singolare, specialmente fra la gioventù e la bellezza, fra le seduttrici e i sedotti. I suoni reboanti della musica incoraggiano le audacie del dialogo e talvolta lo interrompono a proposito, l'a solo sentimentale d'un soave istrumento serve a meraviglia per accompagnare una frase gentile, e ne rialza il valore. L'uomo può arrischiare una dimostrazione velata, meglio che in un salotto, perchè la donna può fingere di non udirla, e i mariti, i babbi e le mamme, assordati dalle trombe e dai tamburi, non l'odono di sicuro. [pg!171]
X.Fra queste e altre varie vicende di poco rilievo passarono gli ultimi anni di studio, e finalmente Silvio ebbe la laurea, e si dispose a fare la pratica. Papà Gervasio, secondo la sua promessa, e coll'aiuto degli amici, gli aveva trovato un avvocato di Venezia che consentì di riceverlo come praticante, lo accolse con cortesia, e lo presentò alla sua famiglia, composta della moglie e d'una figlia.L'avvocato Annibale Ruggeri aveva una buona clientela che faceva prosperare il suo studio. Silvio non tardò a persuadersi della somma utilità della pratica che andava facendo nella trattazione degli affari. Colla sua giovanile ingenuità egli credeva che il merito dell'avvocato dovesse consistere nella rapidità della procedura. Considerando le lungaggini della giurisprudenza italiana, colle infinite pratiche precauzionali per [pg!159] guarentire tutti i diritti, egli la trovava eccessivamente diffusa e prolissa e pensava che la condotta d'ogni causa dovesse studiarsi in modo da correggere il difetto delle leggi, per soddisfare le parti colla massima possibile sollecitudine. Ma era tutt'altro. Gli bastò poco tempo per accorgersi che l'avvedutezza dell'avvocato consiste nell'arte di non precipitare le sentenze, che potrebbero riuscire funeste senza le dovute precauzioni. Bisogna che l'istruttoria sia ponderata e completa, l'esame dei documenti scrupoloso, è necessario di moltiplicare le conferenze, di allargare le informazioni, di pesare gli atti, di prevedere i sotterfugi degli avversari, di cercare le prove, domandando proroghe sopra proroghe, suscitando incidenti, promovendo dilazioni, mettendo in campo tutti gli amminicoli possibili per tirare in lungo, e avere il tempo di complicare le faccende, come una matassa arruffata, che avvolga l'avversario in una rete di abilissimi cavilli, e di argomentazioni imprevedute da rendergli impossibile l'uscita.E nello studio Ruggeri si lavorava a fondo con tali principii, moltiplicando all'infinito la lista delle spese, per bolli, scritturazioni, consulti, copie, corrispondenze, ma con piena rassegnazione dei clienti che affluivano in gran numero [pg!160] attirati dalla rinomanza dell'avvocato, e dalla speranza che il suo merito e la sua esperienza troverebbero il modo di abbindolare i giudici, facendo trionfare i loro torti come se fossero buone ragioni. E facevano delle lunghe anticamere per attendere il loro turno, alle conferenze. Cosicchè il denaro pioveva in abbondanza ed avrebbe apportata la ricchezza se la casa fosse finita agli ammezzati; ma disgraziatamente aveva un altro piano, e se la scala del piano inferiore faceva salire l'oro alla cassa, la scala del piano superiore lo faceva discendere e sparire. Quella casa era una vera pompa aspirante e premente; gli affari la riempivano, il lusso la vuotava.L'avvocato impallidiva sulle carte e sui codici, ci perdeva gli occhi e i capelli, l'appetito ed il sonno; e si consumava in quella vita sedentaria e in quella atmosfera morbosa, mentre il frutto delle sue fatiche svaporava con prodigiosa rapidità, per pagare le polizze dei tappezzieri e dei merciai, degli orefici, delle modiste e delle sarte. Quella testa forense dell'avvocato era un vero vulcano che sconvolgendo le viscere del mondo giudiziario ne faceva uscire delle eruzioni di cappellini, di fiori, di pizzi, di abiti, di mantelli, nastri, fiori, svolazzi e gioielli. Il prodotto d'ogni [pg!161] conflitto di diritti, d'ogni contratto di nozze e d'ogni testamento finiva sempre in un capriccio di moda. Infine dei conti, marito e moglie, senza saperlo, lavoravano col medesimo risultato, quello di dar da intendere al mondo lucciole per lanterne. Mentre l'avvocato si scervellava sul codice e sul dizionario onde trovare un articolo favorevole, e un vocabolo opportuno per mascherare una verità pericolosa, la moglie davanti lo specchio cercava di raffusolarsi magistralmente per nascondere le sue rughe, per far passare il fintino per capelli effettivi, e i cuscinetti d'ovata per rotondità naturali.Silvio cominciò a frequentare la famiglia Ruggeri, e nelle conversazioni serali ebbe campo di studiare l'arte soprafina della signora Emilia, come durante la giornata aveva potuto ammirare l'abilità magistrale del dottore Annibale nel maneggio degli affari.Nell'ombra prodotta dal cappello della lucerna in un angolo romito del salotto il giovane praticante osservava attentamente quelle due figure caratteristiche; una testa calva piena di pensieri e una testa vuota fornita di ricciolini posticci, che vivevano nel lusso a spese dei litiganti. E pensava fra sè: «le discordie domestiche, l'ignoranza, la mala fede, gl'inganni, le frodi, le [pg!162] rapacità della nostra vita civile forniscono questi tappeti turchi, questi stipi eleganti, questi mobili artistici, scelti nelle sale diGuggenheime nell'officina di Besarel, questi vetri di Murano, questi ninnoli artistici, e i fiori freschi che profumano il salotto in quel magnifico vaso di Ginori.»Ma il più bel fiore era Metilde, quella bella bionda, leggiadra, snella ed eterea come un angelo dipinto da Morelli. Con quei capelli d'oro e quegli occhi turchini, quella vita di vespa, quell'incesso leggiero di silfide!... quando muoveva agilmente sul pianoforte le dita affusolate, Silvio restava estatico a contemplarla, quando in un giro di valzer essa scopriva gli stivalini arcuati che calzavano i suoi piedini eleganti, egli si tirava indietro per paura di toccarla, tanto gli pareva una divinità scesa dal cielo. La prima volta che essa si degnò d'indirizzargli la parola fu tanto confuso che le rispose una sciocchezza che la fece ridere mostrando due file di dentini meravigliosi per la regolarità ed il candore. Ed essa s'avvide subito che quella timidità proveniva da ammirazione, e ne fu soddisfatta. Suo padre aveva detto in famiglia che Silvio Bonifazio, nato in Francia, in esilio, era stato educato a Milano, pareva un giovinotto che accoppiasse le buone qualità francesi e italiane, mostrava [pg!163] spirito e ingegno, ed era audace come suo nonno, un antico soldato del primo Napoleone.Quell'aureola dell'esilio intorno ai capelli profumati, quei mustacchietti giovanili sulla freschezza del volto, quello spirito ecclissato dal semplice aspetto della bellezza gli guadagnò subito tutte le simpatie della fanciulla, e gli assicurò la più indulgente amicizia.A poco a poco venne anche il coraggio, e l'abitudine lo rese sempre più facile. Allora Metilde s'accorse che il giovinotto non mancava di brio, e non tardò a trattenersi seco lui con piacere in lunghe e geniali conversazioni, nelle quali essa pure faceva mostra d'eccellenti qualità intellettuali che raddoppiavano l'effetto della bellezza colla grazia d'un dialogo vivace, e dell'accento veneziano, che la rendevano incantevole. E davvero faceva onore al babbo che l'aveva fatta istruire dai migliori professori. Essa aveva corrisposto benissimo, imparando con pronta intelligenza, e continuando a coltivarsi con buone letture. E parlava con esatte cognizioni di storia e di letteratura, giudicando coll'acuto buon senso della donna accoppiato ad un gusto fine, istintivo e personale che rendeva interessanti i suoi giudizi. E faceva onore anche alla mamma che [pg!164] la vestiva a suo modo, come una bambola, ma con supremo buon gusto, e ben inteso, senza risparmio; non contentandosi di scegliere le stoffe e gli artefici migliori a Venezia o a Milano, ma ricorrendo anche a Parigi, mediante le grandi facilitazioni procurate dai Grandi Magazzini del Louvre, che spediscono gratis, disegni, modelli, campioni, e gli oggetti scelti senza domandare un soldo anticipato. A Venezia pagavano i clienti.La signora Emilia aveva squadrato con un colpo d'occhio il nuovo amico di casa, aveva veduto subito che la sua biancheria era di manifattura francese, che il taglio delle vesti era di Milano, aveva saputo dal marito che il giovinotto dimorava in una villa signorile nei dintorni di Treviso, un piccolo Trianon, un parco all'inglese, cogli alberi più alti del palazzo, con una vasta estensione di bosco, una cascata, un lago, dei frutteti, delle vigne, dei campi come se ne vedono pochi. Dunque non ci potevano essere inconvenienti a quella amicizia, quel giovane apparteneva evidentemente ad una famiglia molto ricca, e quindi era il ben venuto nella sua casa. Qualche interrogazione sagace fatta ai conoscenti e agli amici l'avevano anche perfettamente rassicurata sulla condotta di lui.Era un giovinotto che non frequentava che da [pg!165] Florian, non fumava che sigari d'avana, era carambolista di prima forza, non c'era pericolo che si rovinasse al giuoco, perchè perdeva di raro. Si poteva dunque ammetterlo nella più stretta intimità, ed invitarlo a pranzo senza riguardi.Frattanto papà Gervasio scriveva a suo figlio:«Ti raccomando l'economia. Tu mi assicuri che la biancheria che hai fatto venire da Parigi ti costa meno che se l'avessi acquistata a Venezia, sarà benissimo, ma la tua nonna mi ha fatto delle buone camicie, che mi vanno benissimo e costano meno della metà. In quanto alla polizza del sarto di Milano ti posso assicurare che è esorbitante, e la durata delle stoffe, che tu credi che deva compensarti del prezzo, è una vana illusione. La nonna voleva che Maria ti facesse un paio di guanti di lana, per star caldo, ma tua cugina pretende che tu non vuoi portare che guanti di pelle. Sai che non siamo ricchi, che il povero nonno ci ha lasciati molti debiti che aggravano le campagne, e con questi anni cattivi, colla malattia delle uve, la siccità, le grandini, il prezzo basso dei cereali, la miseria dei contadini, i possidenti si trovano in pessime condizioni. Capisco che la tua condizione esige una tenuta decorosa, e che la moderna società ha molte esigenze; ma procura di non passare i limiti, e pensa alle privazioni [pg!166] che ci siamo imposte per mantenerti a Venezia.«La mia salute non è perfetta, ho delle sofferenze intestinali, ma col tempo e le cure passeranno anche queste. Tutti gli altri di casa stanno benissimo, e ti mandano i più affettuosi saluti.»I giorni che gli capitavano di queste lettere Silvio si sentiva invaso da profonda malinconia, alzava gli occhi al soffitto ed esclamava:—Ah! non essere milionario, è la più gran disgrazia che possa toccare ad un uomo che deve vivere in società!... Libertà, indipendenza, diritti dell'uomo e del cittadino!... sono frottole che fanno sbraitare gl'imbecilli, ma infine dei conti non esiste nè libertà, nè indipendenza, nè nulla di buono a questo mondo senza il denaro!... Mio padre non è mai stato splendido, ma adesso che è vecchio diventa avaro. Se la povera nonna non mi aiutasse colle sue economie, se il bigliardo non mi assicurasse dei vantaggi, colla sola mesata paterna non mi sarebbe possibile di vivere a Venezia nella buona società.Una domenica mattina se ne andò a passeggiare, solitario, sullefondamenta nuove, in fondo della città, e in quel deserto fumava un sigaro da un soldo, e meditava sui destini dell'uomo.... senza soldi. [pg!167]L'acqua turchina batteva le rive, s'increspava intorno alle isole, si perdeva in un lontano orizzonte confuso col cielo. A diritta qualche barca peschereccia colla vela riflessa nella laguna filava orzando verso il mare; a sinistra i monti che fanno corona al territorio trivigiano, con una leggiera tinta violetta sfumavano nell'azzurro. L'aria fresca che batteva sul viso era pregna dei profumi iodiati delle alghe, e di sapori salini.Quella quiete, quella solitudine, quei sentori, quel prospetto che gli ricordava gli sfondi pittoreschi del suo parco, trasportavano il pensiero di Silvio alla casa paterna, alle cure serene, ai piaceri semplici della vita domestica. Si ricordò di Maria con tenerezza e con rimorso, pensò che in quel ritiro suo nonno giuocava la vita per l'emancipazione della patria, lo zio era stato sacrificato allo stesso intento, la zia era morta di dolore, suo padre era partito per la guerra e per l'esilio, la nonna aveva passata l'esistenza nella solitudine fra le ansie delle persecuzioni. Ah quei poveri vecchi non avevano mai pensato alla necessità dei milioni, non aspiravano che all'indipendenza del paese, e vivevano modesti e laboriosi sacrificando tutto a questo santo dovere!...Colla mente attristata e il cuore malcontento, [pg!168] con una burrasca di pensieri nel cervello, ove i progetti fantastici, lottavano colle idee sane, rivolse i passi verso l'interno della città. Camminava lentamente, col cappello sugli occhi e il sigaro da un soldo fra i denti, senza guardare in faccia la gente che incontrava per via, sempre pensieroso, girando per un labirinto di calli strette, nell'ombra umida fra le case, salendo e scendendo gli scalini verdognoli e smussati dei vecchi ponti, senza guardare nelle gondole che passavano sotto col tonfo monotono dei remi che rompevano il silenzio di quei poveri quartieri, e sparivano nei canali tortuosi.Dopo lunghi raggiri, giunse finalmente in calle larga San Marco, svoltò per la merceria, e si trovò sotto l'arco della Torre dell'Orologio. Il sole che gli battè sul viso tutto d'un tratto parve che lo destasse da una specie di letargo. Alzò la testa, abbracciò collo sguardo il prospetto della Piazzetta, il Palazzo ducale, le due colonne del leone e di San Teodoro, la laguna, le barche, l'isoletta di San Giorgio, tutto immerso in un lago di luce abbagliante.Una soave armonia echeggiava sulla piazza, un cantico soave di voci celestiali s'innalzava nell'aria, e dopo gli accenti variati d'un a solo melodioso, prorompeva in un solenne rimbombo di [pg!169] tutti gli istrumenti, che pareva un inno trionfale. Era l'ora della musica.La piazza presentava l'aspetto d'una sala immensa, percorsa da una fila di signore eleganti che passeggiavano fra un corteggio di ammiratori. Si udiva un fruscio di seriche vesti, si vedevano tutti i colori che brillavano al sole fra gli abiti scuri degli uomini. Si respirava un'atmosfera artificiale mista di esalazioni confuse di tabacco e di muschio.Un cappellino capriccioso sopra una testa bionda, fece evaporare immediatamente tutta la tristezza dal cervello di Silvio. Addio pensieri malinconici, addio progetti di severa resipiscenza. Alla vista delle signore Ruggeri il giovane praticante dello studio gettò in fretta il mozzicone del sigaro da un soldo, si atteggiò al più grazioso sorriso, abbassò rispettosamente il cappello fino al ginocchio, strinse la mano all'avvocato, presentò i suoi complimenti alla signora Emilia, un sorriso ed un'occhiata alla signorina Metilde, e si unì alla comitiva che passeggiava su e giù dal fondo della piazza alla basilica, andando e ritornando come tutti gli altri.La viva luce che illuminava la chiesa pareva che trasformasse i vetri rotondi delle grandi arcate in tante medaglie d'argento, e le figure dei [pg!170] mosaici, a colori smaglianti, nuotavano nel fondo d'oro, mentre le onde armoniose della musica passavano sulla folla. Davanti a quei prospetti e fra quelle melodie indistinte e confuse con altre voci, le parole umane acquistano una espressione singolare, specialmente fra la gioventù e la bellezza, fra le seduttrici e i sedotti. I suoni reboanti della musica incoraggiano le audacie del dialogo e talvolta lo interrompono a proposito, l'a solo sentimentale d'un soave istrumento serve a meraviglia per accompagnare una frase gentile, e ne rialza il valore. L'uomo può arrischiare una dimostrazione velata, meglio che in un salotto, perchè la donna può fingere di non udirla, e i mariti, i babbi e le mamme, assordati dalle trombe e dai tamburi, non l'odono di sicuro. [pg!171]
Fra queste e altre varie vicende di poco rilievo passarono gli ultimi anni di studio, e finalmente Silvio ebbe la laurea, e si dispose a fare la pratica. Papà Gervasio, secondo la sua promessa, e coll'aiuto degli amici, gli aveva trovato un avvocato di Venezia che consentì di riceverlo come praticante, lo accolse con cortesia, e lo presentò alla sua famiglia, composta della moglie e d'una figlia.
L'avvocato Annibale Ruggeri aveva una buona clientela che faceva prosperare il suo studio. Silvio non tardò a persuadersi della somma utilità della pratica che andava facendo nella trattazione degli affari. Colla sua giovanile ingenuità egli credeva che il merito dell'avvocato dovesse consistere nella rapidità della procedura. Considerando le lungaggini della giurisprudenza italiana, colle infinite pratiche precauzionali per [pg!159] guarentire tutti i diritti, egli la trovava eccessivamente diffusa e prolissa e pensava che la condotta d'ogni causa dovesse studiarsi in modo da correggere il difetto delle leggi, per soddisfare le parti colla massima possibile sollecitudine. Ma era tutt'altro. Gli bastò poco tempo per accorgersi che l'avvedutezza dell'avvocato consiste nell'arte di non precipitare le sentenze, che potrebbero riuscire funeste senza le dovute precauzioni. Bisogna che l'istruttoria sia ponderata e completa, l'esame dei documenti scrupoloso, è necessario di moltiplicare le conferenze, di allargare le informazioni, di pesare gli atti, di prevedere i sotterfugi degli avversari, di cercare le prove, domandando proroghe sopra proroghe, suscitando incidenti, promovendo dilazioni, mettendo in campo tutti gli amminicoli possibili per tirare in lungo, e avere il tempo di complicare le faccende, come una matassa arruffata, che avvolga l'avversario in una rete di abilissimi cavilli, e di argomentazioni imprevedute da rendergli impossibile l'uscita.
E nello studio Ruggeri si lavorava a fondo con tali principii, moltiplicando all'infinito la lista delle spese, per bolli, scritturazioni, consulti, copie, corrispondenze, ma con piena rassegnazione dei clienti che affluivano in gran numero [pg!160] attirati dalla rinomanza dell'avvocato, e dalla speranza che il suo merito e la sua esperienza troverebbero il modo di abbindolare i giudici, facendo trionfare i loro torti come se fossero buone ragioni. E facevano delle lunghe anticamere per attendere il loro turno, alle conferenze. Cosicchè il denaro pioveva in abbondanza ed avrebbe apportata la ricchezza se la casa fosse finita agli ammezzati; ma disgraziatamente aveva un altro piano, e se la scala del piano inferiore faceva salire l'oro alla cassa, la scala del piano superiore lo faceva discendere e sparire. Quella casa era una vera pompa aspirante e premente; gli affari la riempivano, il lusso la vuotava.
L'avvocato impallidiva sulle carte e sui codici, ci perdeva gli occhi e i capelli, l'appetito ed il sonno; e si consumava in quella vita sedentaria e in quella atmosfera morbosa, mentre il frutto delle sue fatiche svaporava con prodigiosa rapidità, per pagare le polizze dei tappezzieri e dei merciai, degli orefici, delle modiste e delle sarte. Quella testa forense dell'avvocato era un vero vulcano che sconvolgendo le viscere del mondo giudiziario ne faceva uscire delle eruzioni di cappellini, di fiori, di pizzi, di abiti, di mantelli, nastri, fiori, svolazzi e gioielli. Il prodotto d'ogni [pg!161] conflitto di diritti, d'ogni contratto di nozze e d'ogni testamento finiva sempre in un capriccio di moda. Infine dei conti, marito e moglie, senza saperlo, lavoravano col medesimo risultato, quello di dar da intendere al mondo lucciole per lanterne. Mentre l'avvocato si scervellava sul codice e sul dizionario onde trovare un articolo favorevole, e un vocabolo opportuno per mascherare una verità pericolosa, la moglie davanti lo specchio cercava di raffusolarsi magistralmente per nascondere le sue rughe, per far passare il fintino per capelli effettivi, e i cuscinetti d'ovata per rotondità naturali.
Silvio cominciò a frequentare la famiglia Ruggeri, e nelle conversazioni serali ebbe campo di studiare l'arte soprafina della signora Emilia, come durante la giornata aveva potuto ammirare l'abilità magistrale del dottore Annibale nel maneggio degli affari.
Nell'ombra prodotta dal cappello della lucerna in un angolo romito del salotto il giovane praticante osservava attentamente quelle due figure caratteristiche; una testa calva piena di pensieri e una testa vuota fornita di ricciolini posticci, che vivevano nel lusso a spese dei litiganti. E pensava fra sè: «le discordie domestiche, l'ignoranza, la mala fede, gl'inganni, le frodi, le [pg!162] rapacità della nostra vita civile forniscono questi tappeti turchi, questi stipi eleganti, questi mobili artistici, scelti nelle sale diGuggenheime nell'officina di Besarel, questi vetri di Murano, questi ninnoli artistici, e i fiori freschi che profumano il salotto in quel magnifico vaso di Ginori.»
Ma il più bel fiore era Metilde, quella bella bionda, leggiadra, snella ed eterea come un angelo dipinto da Morelli. Con quei capelli d'oro e quegli occhi turchini, quella vita di vespa, quell'incesso leggiero di silfide!... quando muoveva agilmente sul pianoforte le dita affusolate, Silvio restava estatico a contemplarla, quando in un giro di valzer essa scopriva gli stivalini arcuati che calzavano i suoi piedini eleganti, egli si tirava indietro per paura di toccarla, tanto gli pareva una divinità scesa dal cielo. La prima volta che essa si degnò d'indirizzargli la parola fu tanto confuso che le rispose una sciocchezza che la fece ridere mostrando due file di dentini meravigliosi per la regolarità ed il candore. Ed essa s'avvide subito che quella timidità proveniva da ammirazione, e ne fu soddisfatta. Suo padre aveva detto in famiglia che Silvio Bonifazio, nato in Francia, in esilio, era stato educato a Milano, pareva un giovinotto che accoppiasse le buone qualità francesi e italiane, mostrava [pg!163] spirito e ingegno, ed era audace come suo nonno, un antico soldato del primo Napoleone.
Quell'aureola dell'esilio intorno ai capelli profumati, quei mustacchietti giovanili sulla freschezza del volto, quello spirito ecclissato dal semplice aspetto della bellezza gli guadagnò subito tutte le simpatie della fanciulla, e gli assicurò la più indulgente amicizia.
A poco a poco venne anche il coraggio, e l'abitudine lo rese sempre più facile. Allora Metilde s'accorse che il giovinotto non mancava di brio, e non tardò a trattenersi seco lui con piacere in lunghe e geniali conversazioni, nelle quali essa pure faceva mostra d'eccellenti qualità intellettuali che raddoppiavano l'effetto della bellezza colla grazia d'un dialogo vivace, e dell'accento veneziano, che la rendevano incantevole. E davvero faceva onore al babbo che l'aveva fatta istruire dai migliori professori. Essa aveva corrisposto benissimo, imparando con pronta intelligenza, e continuando a coltivarsi con buone letture. E parlava con esatte cognizioni di storia e di letteratura, giudicando coll'acuto buon senso della donna accoppiato ad un gusto fine, istintivo e personale che rendeva interessanti i suoi giudizi. E faceva onore anche alla mamma che [pg!164] la vestiva a suo modo, come una bambola, ma con supremo buon gusto, e ben inteso, senza risparmio; non contentandosi di scegliere le stoffe e gli artefici migliori a Venezia o a Milano, ma ricorrendo anche a Parigi, mediante le grandi facilitazioni procurate dai Grandi Magazzini del Louvre, che spediscono gratis, disegni, modelli, campioni, e gli oggetti scelti senza domandare un soldo anticipato. A Venezia pagavano i clienti.
La signora Emilia aveva squadrato con un colpo d'occhio il nuovo amico di casa, aveva veduto subito che la sua biancheria era di manifattura francese, che il taglio delle vesti era di Milano, aveva saputo dal marito che il giovinotto dimorava in una villa signorile nei dintorni di Treviso, un piccolo Trianon, un parco all'inglese, cogli alberi più alti del palazzo, con una vasta estensione di bosco, una cascata, un lago, dei frutteti, delle vigne, dei campi come se ne vedono pochi. Dunque non ci potevano essere inconvenienti a quella amicizia, quel giovane apparteneva evidentemente ad una famiglia molto ricca, e quindi era il ben venuto nella sua casa. Qualche interrogazione sagace fatta ai conoscenti e agli amici l'avevano anche perfettamente rassicurata sulla condotta di lui.
Era un giovinotto che non frequentava che da [pg!165] Florian, non fumava che sigari d'avana, era carambolista di prima forza, non c'era pericolo che si rovinasse al giuoco, perchè perdeva di raro. Si poteva dunque ammetterlo nella più stretta intimità, ed invitarlo a pranzo senza riguardi.
Frattanto papà Gervasio scriveva a suo figlio:
«Ti raccomando l'economia. Tu mi assicuri che la biancheria che hai fatto venire da Parigi ti costa meno che se l'avessi acquistata a Venezia, sarà benissimo, ma la tua nonna mi ha fatto delle buone camicie, che mi vanno benissimo e costano meno della metà. In quanto alla polizza del sarto di Milano ti posso assicurare che è esorbitante, e la durata delle stoffe, che tu credi che deva compensarti del prezzo, è una vana illusione. La nonna voleva che Maria ti facesse un paio di guanti di lana, per star caldo, ma tua cugina pretende che tu non vuoi portare che guanti di pelle. Sai che non siamo ricchi, che il povero nonno ci ha lasciati molti debiti che aggravano le campagne, e con questi anni cattivi, colla malattia delle uve, la siccità, le grandini, il prezzo basso dei cereali, la miseria dei contadini, i possidenti si trovano in pessime condizioni. Capisco che la tua condizione esige una tenuta decorosa, e che la moderna società ha molte esigenze; ma procura di non passare i limiti, e pensa alle privazioni [pg!166] che ci siamo imposte per mantenerti a Venezia.
«La mia salute non è perfetta, ho delle sofferenze intestinali, ma col tempo e le cure passeranno anche queste. Tutti gli altri di casa stanno benissimo, e ti mandano i più affettuosi saluti.»
I giorni che gli capitavano di queste lettere Silvio si sentiva invaso da profonda malinconia, alzava gli occhi al soffitto ed esclamava:
—Ah! non essere milionario, è la più gran disgrazia che possa toccare ad un uomo che deve vivere in società!... Libertà, indipendenza, diritti dell'uomo e del cittadino!... sono frottole che fanno sbraitare gl'imbecilli, ma infine dei conti non esiste nè libertà, nè indipendenza, nè nulla di buono a questo mondo senza il denaro!... Mio padre non è mai stato splendido, ma adesso che è vecchio diventa avaro. Se la povera nonna non mi aiutasse colle sue economie, se il bigliardo non mi assicurasse dei vantaggi, colla sola mesata paterna non mi sarebbe possibile di vivere a Venezia nella buona società.
Una domenica mattina se ne andò a passeggiare, solitario, sullefondamenta nuove, in fondo della città, e in quel deserto fumava un sigaro da un soldo, e meditava sui destini dell'uomo.... senza soldi. [pg!167]
L'acqua turchina batteva le rive, s'increspava intorno alle isole, si perdeva in un lontano orizzonte confuso col cielo. A diritta qualche barca peschereccia colla vela riflessa nella laguna filava orzando verso il mare; a sinistra i monti che fanno corona al territorio trivigiano, con una leggiera tinta violetta sfumavano nell'azzurro. L'aria fresca che batteva sul viso era pregna dei profumi iodiati delle alghe, e di sapori salini.
Quella quiete, quella solitudine, quei sentori, quel prospetto che gli ricordava gli sfondi pittoreschi del suo parco, trasportavano il pensiero di Silvio alla casa paterna, alle cure serene, ai piaceri semplici della vita domestica. Si ricordò di Maria con tenerezza e con rimorso, pensò che in quel ritiro suo nonno giuocava la vita per l'emancipazione della patria, lo zio era stato sacrificato allo stesso intento, la zia era morta di dolore, suo padre era partito per la guerra e per l'esilio, la nonna aveva passata l'esistenza nella solitudine fra le ansie delle persecuzioni. Ah quei poveri vecchi non avevano mai pensato alla necessità dei milioni, non aspiravano che all'indipendenza del paese, e vivevano modesti e laboriosi sacrificando tutto a questo santo dovere!...
Colla mente attristata e il cuore malcontento, [pg!168] con una burrasca di pensieri nel cervello, ove i progetti fantastici, lottavano colle idee sane, rivolse i passi verso l'interno della città. Camminava lentamente, col cappello sugli occhi e il sigaro da un soldo fra i denti, senza guardare in faccia la gente che incontrava per via, sempre pensieroso, girando per un labirinto di calli strette, nell'ombra umida fra le case, salendo e scendendo gli scalini verdognoli e smussati dei vecchi ponti, senza guardare nelle gondole che passavano sotto col tonfo monotono dei remi che rompevano il silenzio di quei poveri quartieri, e sparivano nei canali tortuosi.
Dopo lunghi raggiri, giunse finalmente in calle larga San Marco, svoltò per la merceria, e si trovò sotto l'arco della Torre dell'Orologio. Il sole che gli battè sul viso tutto d'un tratto parve che lo destasse da una specie di letargo. Alzò la testa, abbracciò collo sguardo il prospetto della Piazzetta, il Palazzo ducale, le due colonne del leone e di San Teodoro, la laguna, le barche, l'isoletta di San Giorgio, tutto immerso in un lago di luce abbagliante.
Una soave armonia echeggiava sulla piazza, un cantico soave di voci celestiali s'innalzava nell'aria, e dopo gli accenti variati d'un a solo melodioso, prorompeva in un solenne rimbombo di [pg!169] tutti gli istrumenti, che pareva un inno trionfale. Era l'ora della musica.
La piazza presentava l'aspetto d'una sala immensa, percorsa da una fila di signore eleganti che passeggiavano fra un corteggio di ammiratori. Si udiva un fruscio di seriche vesti, si vedevano tutti i colori che brillavano al sole fra gli abiti scuri degli uomini. Si respirava un'atmosfera artificiale mista di esalazioni confuse di tabacco e di muschio.
Un cappellino capriccioso sopra una testa bionda, fece evaporare immediatamente tutta la tristezza dal cervello di Silvio. Addio pensieri malinconici, addio progetti di severa resipiscenza. Alla vista delle signore Ruggeri il giovane praticante dello studio gettò in fretta il mozzicone del sigaro da un soldo, si atteggiò al più grazioso sorriso, abbassò rispettosamente il cappello fino al ginocchio, strinse la mano all'avvocato, presentò i suoi complimenti alla signora Emilia, un sorriso ed un'occhiata alla signorina Metilde, e si unì alla comitiva che passeggiava su e giù dal fondo della piazza alla basilica, andando e ritornando come tutti gli altri.
La viva luce che illuminava la chiesa pareva che trasformasse i vetri rotondi delle grandi arcate in tante medaglie d'argento, e le figure dei [pg!170] mosaici, a colori smaglianti, nuotavano nel fondo d'oro, mentre le onde armoniose della musica passavano sulla folla. Davanti a quei prospetti e fra quelle melodie indistinte e confuse con altre voci, le parole umane acquistano una espressione singolare, specialmente fra la gioventù e la bellezza, fra le seduttrici e i sedotti. I suoni reboanti della musica incoraggiano le audacie del dialogo e talvolta lo interrompono a proposito, l'a solo sentimentale d'un soave istrumento serve a meraviglia per accompagnare una frase gentile, e ne rialza il valore. L'uomo può arrischiare una dimostrazione velata, meglio che in un salotto, perchè la donna può fingere di non udirla, e i mariti, i babbi e le mamme, assordati dalle trombe e dai tamburi, non l'odono di sicuro. [pg!171]