XVI.Un fortunato avvenimento venne a rompere la monotonia della loro esistenza. Una gradita rivelazione annunziò a Metilde lo gioie della maternità. La buona notizia corse le poste, portò la contentezza a papà Gervasio ed alla nonna; destò l'invidia dei cugini, attirò le congratulazioni cordiali dei parenti di Brianza, e di tutti gli amici di casa.La signora Emilia stese subito una lunga lista di tutti gli oggetti indispensabili al futuro rampollo dei Bonifazio, e la mise sotto gli occhi del genero che ne restò sbalordito. E la suocera previdente tornò da capo a fare le solite peregrinazioni ai negozi, per esaminare, discutere, e consigliare gli acquisti più opportuni alla figlia. E intanto che lo due signore continuavano a girare per le botteghe, a casa piovevano i pacchi, le scatole, gli involti spediti dai negozianti, colla polizza relativa. [pg!284]La Betta lavorava tutto il giorno ad approntare fascie, bende, gonnellini, bavagli, camicine, e berrettini. Silvio fra la gioia di diventar padre, e lo spavento di non riuscire a pagarne tutte le spese, perdeva la testa. Moltiplicava le corrispondenze ai giornali, per accrescere i suoi guadagni, quando mancavano le notizie le inventava, e i lettori dei giornali nei quali scriveva erano avvertiti d'ogni minimo avvenimento, colla giunta di riflessioni, commenti, supposizioni e predizioni spaventose, che mettevano in pensiero i droghieri, e tutto questo per apparecchiare un corredo conveniente all'erede presuntivo.... dei suoi debiti probabili.E a forza di scrivere nei giornali d'opposizione, con un pessimismo comandato, con l'obbligo di trovar tutto male, lamentando continuamente la mancanza degli uomini che sapessero governare, aveva finito per persuadersi ch'egli sarebbe riuscito colla più accurata educazione del figlio a farne l'uomo aspettato, quello che avrebbe guidate le future generazioni alla gloria, alla prosperità, alla potenza.Gli pareva di sentire un'intuizione che lo ammonisse d'un grande avvenire per la sua famiglia, e cercava attentamente sul lunario un nome che corrispondesse alle sue idee, e che fosse di [pg!285] buon augurio. Il nome di suo padre gli metteva un brivido, un grand'uomo non poteva chiamarsi Gervasio. Annibale il nome del suocero gli pareva troppo classico, gli richiamava alla memoria la noia delle traduzioni scolastiche. Andava enumerando con sua moglie tutte le illustrazioni della patria, ma trovava sempre degli ostacoli per adottare que' nomi. Vittorio era troppo guerresco, Giuseppe troppo comune, Massimo troppo pretendente, Urbano troppo modesto....—E Camillo? gli chiese Metilde, non ti pare un bel nome!...—Camillo!... è bello davvero! bravissima, l'hai trovato, nostro figlio si chiamerà Camillo.Un mese dopo di questa deliberazione, la signora Metilde metteva al mondo una bambina, che la puerpera voleva battezzare col nome di Emilia. Silvio si oppose, col pretesto che non voleva far torto a nessuna delle nonne, e quindi le escludeva entrambe; ma in fondo egli pensava che una sola Emilia in casa gli bastava, ed era anche troppo, e soggiunse:—Se invece d'un maschio c'è nata una femmina, ciò vuol dire evidentemente che l'Italia ha più bisogno d'una donna che d'un uomo, mio padre me l'aveva già detto, ed è stato profeta. Si chiamerà Camilla, e se Camillo ha tanto contribuito [pg!286] a fare l'Italia, Camilla farà gl'Italiani... secondo la formula di Massimo d'Azeglio. Ne faremo una donna completa... secondo i diritti dell'uomo che aspira a conservarsi monogamo, dentro e fuori della legge.Metilde non capiva niente di questi discorsi strampalati, e non aveva la forza di domandare spiegazioni. Pallida, affranta nel suo letto ornato di pizzi, volgeva lo sguardo alla cuna, ove riposava la bimba, e la contemplava con affettuosa compiacenza.Nel lungo puerperio non riusciva a riacquistare le forze, l'allattamento la immagriva, il medico raccomandava ogni riguardo, e di risparmiarle la benchè minima fatica, e il più semplice disagio.Silvio era stato costretto dalla necessità a raddoppiare il lavoro per non mancare dei mezzi necessari a far fronte a tante spese. Lavorava allo studio ed in casa, trattava gli affari curiali, scriveva articoli, faceva il brodo ristretto e la pappa, e gli mancava anche il riposo della notte. Si coricava tardi, oppresso dalla stanchezza, ma dopo breve tempo il pianto della bimba lo risvegliava. Udiva dapprima fra la veglia e il sonno un lieve lamento, un piagnucolare sommesso, che a poco a poco si trasmutava in un piagnisteo e diventava un belato rumoroso e continuo che lo obbligava [pg!287] ad alzarsi. Andava a prendere la bambina, la portava alla mamma che la allattava, poi la riponeva in cuna, si gettava in letto e ritornava ad addormentarsi, ma poco dopo ricominciava la stessa solfa. Si alzava sudato, la riportava in giro sul suo guanciale per la camera fredda. La bimba aveva lo spasimo, gridava per molte ore consecutive, a brevi intervalli; consultarono il medico il quale osservò che la madre faceva poco latte, e trovò indispensabile di aggiungere il poppatoio alla alimentazione insufficiente. Ed ecco l'avvocato, giornalista, cuoco, diventato anche balia, incaricato di alimentare la bimba col poppatoio; e passava gran parte della notte in veste da camera, con un fazzoletto allacciato in testa, a cantare la ninna nanna colla bambina sulle braccia.Dopo lo spasimo e la fame vennero i vermi e la dentizione, e il buon babbo somministrava lo sciropetto di cicoria, fregava le gingive della bimba col dentaruolo di avorio; ma quelle tribolazioni di bambinaia e di balia aggiunte alle fatiche del foro, alle elucubrazioni del giornalismo, ed alle manipolazioni della cucina furono superiori alle sue forze, non tardarono a riuscirgli insopportabili, e volendo egli lottare con vani tentativi di resistenza, finirono per opprimerlo [pg!288] completamente e gettarlo in letto con una grave malattia.Meno male che Metilde cominciava a riaversi, si alzava dal letto, e poteva occuparsi della bimba. Il medico ordinò che la Betta andasse a dormire nella stanza della signora, e si cercasse qualche altra persona per l'assistenza del malato, passato in altra camera.La signora Emilia si dichiarava troppo sensibile, e poco pratica per assistere gl'infermi; fece venire una donna provvisoria, e consigliò Metilde di scrivere al signor Gervasio, pregandolo che mandasse la nonna.Ma per disgrazia di tutti, in quello stesso giorno era successo un brutto accidente anche alla villa Bonifazio. La povera nonna era stata colpita da un insulto apoplettico, e se le fossero mancati i pronti soccorsi del medico, avrebbe dovuto soccombere. Portata in letto priva dei sensi era alquanto rinvenuta dopo il salasso, ma la paralisi le toglieva i movimenti e la favella. Borbottava delle parole confuse, e non poteva muoversi senza aiuto. Maria chiamata in fretta accorse subito al letto della povera paralitica, e non la abbandonava un momento. Papà Gervasio per l'improvvisa afflizione sentiva aggravate le sue sofferenze agli intestini, non si allontanava che per brevi [pg!289] istanti dalla camera della madre, non era in caso di accorrere a Venezia, e non poteva mandare nessuno in assistenza del figlio.Queste desolanti notizie afflissero grandemente le due famiglie di Venezia, che si trovavano in grave imbarazzo. La signora Emilia affaccendata correva dalla sua casa a quella della figlia, si consultava con tutti, ma non ascoltava nessuno, si lamentava sulla sua sorte, gemeva per lo stato di debolezza di Metilde, le raccomandava la quiete e il riposo, deplorava il colpo apoplettico che aveva colpito la signora Bonifazio fuori di tempo, confondeva le cose, sgridava la Betta, voleva insegnarle a fare il brodo per gli ammalati, lo lasciava cadere sul fuoco e infettava la casa col fumo dell'unto bruciato, e concludeva con un atto di accusa contro quel benedetto omo di suo genero, che non aveva preveduto nulla, che colle sue imprudenze s'era guadagnato quella malattia, che metteva in iscompiglio tutta la casa in un momento importuno. Metilde cercava invano di giustificare il marito, il povero diavolo si era troppo affaticato per assisterla, aveva preso freddo di notte, e lavorava soverchiamente pei bisogni della famiglia...—Tu taci, che non sai nulla, le rispondeva sua madre; gli uomini sono testardi, e non sanno [pg!290] mai regolarsi, avrà mangiato troppo di quella sua cucina pesante.... avrà fatto qualche disordine. Tutti i mariti, o quasi tutti assistono le mogli puerpere; è il loro dovere; non ci mancherebbe altro che si rifiutassero... nessuno si ammala per questo!...—Povero Silvio! esclamava Metilde, adesso è inutile di cercare i motivi del suo male; adesso è ammalato e non dobbiamo pensare ad altro che a guarirlo. Il medico dice che quella donna non basta; se potesse bastare almeno per la notte che io ci ho la bimba che non posso abbandonare, farei il possibile anch'io per assisterlo durante il giorno.—Sei matta! non sai proprio quello che dici. Non si conosce ancora la sua malattia; pare che sarà tifo, una malattia contagiosa! Tu non devi nemmeno entrare nella sua stanza, non devi esporti al pericolo, non hai forze bastanti per resistere a tante fatiche, devi pensare prima di tutto alla tua salute, è il tuo dovere di madre!...—E così, chi assisterà mio marito!—Un infermiere!... di qua non si scappa; costerà di sicuro del denaro, ma il vecchio Gervasio pagherà; senza infermiere non è possibile di andare avanti. Ne ho già parlato al medico... mi sono intesa con lui, che ha promesso di trovarlo. [pg!291]—Ah! povero Silvio, quando si vedrà assistito da un estraneo, come resterà crudelmente colpito; si crederà abbandonato da tutti, e questa amarezza potrebbe peggiorare il suo male.—Non aver paura di questo, egli non conosce più chi gli sta intorno, non risponde alle domande che con un gemito insignificante, forse non capisce più nulla!...Metilde piangeva, sua madre la sgridava, facendole osservare che le lagrime in questi casi non servono a nulla, e rovinano gli occhi.Il medico venne con l'infermiere, esaminò nuovamente il malato, e non seppe dissimulare la sua inquietudine. Era giovane anche lui, amico di Silvio, molto studioso, ma esercitava da poco tempo la professione, e ne sentiva la grave responsabilità. Mostrò desiderio di consultarsi con un medico provetto, e propose il celebre dottor Pellegrini. Le signore acconsentirono subito, ed alla sera ebbe luogo il consulto.Il dottor Pellegrini, dopo d'aver ascoltato una relazione del medico curante, esaminò attentamente l'infermo e volle essere informato esattamente delle condizioni fisiche dei parenti, perchè era convinto che ogni individuo riceve coi germi della vita anche quelli della morte.—Le buone e le cattive qualità del sangue, [pg!292] egli diceva, producono la salute o le malattie, predispongono le azioni del galantuomo e del birbone, le opere dell'uomo di genio e dell'imbecille. Cerchiamo dunque prima di tutto, di conoscere le origini, di studiare negli ascendenti le tendenze del nostro soggetto. È certo che l'ambiente, la professione, il genere di vita, gli alimenti, le cure igieniche o i disordini, esercitano la loro influenza, modificano le tendenze, le accelerano o le ritardano secondo i casi. Ma tanto l'albero che l'uomo non possono dare che ciò che hanno nel sugo vegetale e nel sangue. È certo che il castagno non farà mai pesche; nè un prossimo parente dell'ultimo doge di Venezia si metterà alla testa di mille uomini per liberare la Sicilia; nè un letterato avrà le stesse malattie d'un cuoco!...A queste parole Metilde arrossì, e subiva nella coscienza una lotta fra la vergogna e il rimorso. «Se parlo,—essa pensava,—faccio palese la mia inettitudine come padrona di casa; se taccio arrischio la vita di mio marito! Mio Dio! che devo fare?...» Le parve di trovare un espediente e chiese al medico:—Mi dica un poco, dottore, se un uomo solo facesse il letterato ed il cuoco, quali sarebbero le sue malattie? [pg!293]Il medico sorrise alquanto, e le rispose, con grande meraviglia di Metilde.—Ne ho conosciuti moltissimi anche di questi, un mio amico improvvisatore, faceva una famosa cucina!... In questo caso, vede mia cara signora, le opere letterarie diventano pasticci, e i pasticci diventano poemi.... cioè sono composti dei più svariati ingredienti.... Ciò non vuol dire che riescano sempre deliziosi come l'Orlando Furioso; anzi talvolta sono indigesti come qualche altro poema... che le auguro di non leggere.Allora Metilde si fece coraggio, e confessò:—Devo avvertirla per sua norma, dottore, che mio marito si diverte a far la cucina....—Ah! bravissimo, disse il dottore, conosco anche qualche avvocato che sa arrostire a meraviglia i suoi polli, e li fa mangiare in tutte le salse....—Forse il fuoco dei fornelli, avrà fatto male a mio marito?...—Se fosse così, si consoli; questo fuoco non è micidiale come quello delle battaglie, non domanda eroismo per affrontarlo, e si guarisce facilmente da' suoi effetti. Non abbia timore, ripareremo a tutti i malanni. Il sangue dei Bonifazio è buono, la patria ha tutto l'interesse di conservarlo. [pg!294]E fatte le sue prescrizioni, prese commiato dalla signora, ed uscì seguito dal suo collega.Quando furono in istrada il dottore Pellegrini continuava a fare quelle domande, che non dovevano udirsi dalla famiglia.—Quali sono le condizioni morali dell'ammalato? ha dei pensieri gravi? delle preoccupazioni attristanti?...—Credo, gli rispondeva il collega, che abbia molti debiti....—Lo purghi con perseveranza.... Ha forse dei patemi d'animo?—Ha una suocera... vecchia elegante....—Vi aggiunga del rabarbaro....La malattia procedeva regolarmente, senza nuovi accidenti; ma pochi giorni dopo cominciò ad ammalarsi anche la bambina, e il medico non sapeva che ordinarle. L'ammalato se ne accorse per la confusione della casa, sospettò che le mancassero i dovuti riguardi, e se ne lamentava coll'infermiere, dicendo:—La Betta non avrà la pazienza di cambiarla spesso, ed io credo che mia moglie non se ne intenda; la mia malattia è una doppia disgrazia!...Raccomandava al medico di esaminare il contenuto del poppatoio, che non si fidasse della mala fede della domestica, e che insegnasse alla [pg!295] signora tutte le cure necessarie, perchè non è stata mai avvezza ad assistere malati. Così gli crescevano le inquietudini, anche per le notizie poco soddisfacenti che venivano dalla villa, e quando avrebbe dovuto star meglio la malattia si aggravava. [pg!296]
XVI.Un fortunato avvenimento venne a rompere la monotonia della loro esistenza. Una gradita rivelazione annunziò a Metilde lo gioie della maternità. La buona notizia corse le poste, portò la contentezza a papà Gervasio ed alla nonna; destò l'invidia dei cugini, attirò le congratulazioni cordiali dei parenti di Brianza, e di tutti gli amici di casa.La signora Emilia stese subito una lunga lista di tutti gli oggetti indispensabili al futuro rampollo dei Bonifazio, e la mise sotto gli occhi del genero che ne restò sbalordito. E la suocera previdente tornò da capo a fare le solite peregrinazioni ai negozi, per esaminare, discutere, e consigliare gli acquisti più opportuni alla figlia. E intanto che lo due signore continuavano a girare per le botteghe, a casa piovevano i pacchi, le scatole, gli involti spediti dai negozianti, colla polizza relativa. [pg!284]La Betta lavorava tutto il giorno ad approntare fascie, bende, gonnellini, bavagli, camicine, e berrettini. Silvio fra la gioia di diventar padre, e lo spavento di non riuscire a pagarne tutte le spese, perdeva la testa. Moltiplicava le corrispondenze ai giornali, per accrescere i suoi guadagni, quando mancavano le notizie le inventava, e i lettori dei giornali nei quali scriveva erano avvertiti d'ogni minimo avvenimento, colla giunta di riflessioni, commenti, supposizioni e predizioni spaventose, che mettevano in pensiero i droghieri, e tutto questo per apparecchiare un corredo conveniente all'erede presuntivo.... dei suoi debiti probabili.E a forza di scrivere nei giornali d'opposizione, con un pessimismo comandato, con l'obbligo di trovar tutto male, lamentando continuamente la mancanza degli uomini che sapessero governare, aveva finito per persuadersi ch'egli sarebbe riuscito colla più accurata educazione del figlio a farne l'uomo aspettato, quello che avrebbe guidate le future generazioni alla gloria, alla prosperità, alla potenza.Gli pareva di sentire un'intuizione che lo ammonisse d'un grande avvenire per la sua famiglia, e cercava attentamente sul lunario un nome che corrispondesse alle sue idee, e che fosse di [pg!285] buon augurio. Il nome di suo padre gli metteva un brivido, un grand'uomo non poteva chiamarsi Gervasio. Annibale il nome del suocero gli pareva troppo classico, gli richiamava alla memoria la noia delle traduzioni scolastiche. Andava enumerando con sua moglie tutte le illustrazioni della patria, ma trovava sempre degli ostacoli per adottare que' nomi. Vittorio era troppo guerresco, Giuseppe troppo comune, Massimo troppo pretendente, Urbano troppo modesto....—E Camillo? gli chiese Metilde, non ti pare un bel nome!...—Camillo!... è bello davvero! bravissima, l'hai trovato, nostro figlio si chiamerà Camillo.Un mese dopo di questa deliberazione, la signora Metilde metteva al mondo una bambina, che la puerpera voleva battezzare col nome di Emilia. Silvio si oppose, col pretesto che non voleva far torto a nessuna delle nonne, e quindi le escludeva entrambe; ma in fondo egli pensava che una sola Emilia in casa gli bastava, ed era anche troppo, e soggiunse:—Se invece d'un maschio c'è nata una femmina, ciò vuol dire evidentemente che l'Italia ha più bisogno d'una donna che d'un uomo, mio padre me l'aveva già detto, ed è stato profeta. Si chiamerà Camilla, e se Camillo ha tanto contribuito [pg!286] a fare l'Italia, Camilla farà gl'Italiani... secondo la formula di Massimo d'Azeglio. Ne faremo una donna completa... secondo i diritti dell'uomo che aspira a conservarsi monogamo, dentro e fuori della legge.Metilde non capiva niente di questi discorsi strampalati, e non aveva la forza di domandare spiegazioni. Pallida, affranta nel suo letto ornato di pizzi, volgeva lo sguardo alla cuna, ove riposava la bimba, e la contemplava con affettuosa compiacenza.Nel lungo puerperio non riusciva a riacquistare le forze, l'allattamento la immagriva, il medico raccomandava ogni riguardo, e di risparmiarle la benchè minima fatica, e il più semplice disagio.Silvio era stato costretto dalla necessità a raddoppiare il lavoro per non mancare dei mezzi necessari a far fronte a tante spese. Lavorava allo studio ed in casa, trattava gli affari curiali, scriveva articoli, faceva il brodo ristretto e la pappa, e gli mancava anche il riposo della notte. Si coricava tardi, oppresso dalla stanchezza, ma dopo breve tempo il pianto della bimba lo risvegliava. Udiva dapprima fra la veglia e il sonno un lieve lamento, un piagnucolare sommesso, che a poco a poco si trasmutava in un piagnisteo e diventava un belato rumoroso e continuo che lo obbligava [pg!287] ad alzarsi. Andava a prendere la bambina, la portava alla mamma che la allattava, poi la riponeva in cuna, si gettava in letto e ritornava ad addormentarsi, ma poco dopo ricominciava la stessa solfa. Si alzava sudato, la riportava in giro sul suo guanciale per la camera fredda. La bimba aveva lo spasimo, gridava per molte ore consecutive, a brevi intervalli; consultarono il medico il quale osservò che la madre faceva poco latte, e trovò indispensabile di aggiungere il poppatoio alla alimentazione insufficiente. Ed ecco l'avvocato, giornalista, cuoco, diventato anche balia, incaricato di alimentare la bimba col poppatoio; e passava gran parte della notte in veste da camera, con un fazzoletto allacciato in testa, a cantare la ninna nanna colla bambina sulle braccia.Dopo lo spasimo e la fame vennero i vermi e la dentizione, e il buon babbo somministrava lo sciropetto di cicoria, fregava le gingive della bimba col dentaruolo di avorio; ma quelle tribolazioni di bambinaia e di balia aggiunte alle fatiche del foro, alle elucubrazioni del giornalismo, ed alle manipolazioni della cucina furono superiori alle sue forze, non tardarono a riuscirgli insopportabili, e volendo egli lottare con vani tentativi di resistenza, finirono per opprimerlo [pg!288] completamente e gettarlo in letto con una grave malattia.Meno male che Metilde cominciava a riaversi, si alzava dal letto, e poteva occuparsi della bimba. Il medico ordinò che la Betta andasse a dormire nella stanza della signora, e si cercasse qualche altra persona per l'assistenza del malato, passato in altra camera.La signora Emilia si dichiarava troppo sensibile, e poco pratica per assistere gl'infermi; fece venire una donna provvisoria, e consigliò Metilde di scrivere al signor Gervasio, pregandolo che mandasse la nonna.Ma per disgrazia di tutti, in quello stesso giorno era successo un brutto accidente anche alla villa Bonifazio. La povera nonna era stata colpita da un insulto apoplettico, e se le fossero mancati i pronti soccorsi del medico, avrebbe dovuto soccombere. Portata in letto priva dei sensi era alquanto rinvenuta dopo il salasso, ma la paralisi le toglieva i movimenti e la favella. Borbottava delle parole confuse, e non poteva muoversi senza aiuto. Maria chiamata in fretta accorse subito al letto della povera paralitica, e non la abbandonava un momento. Papà Gervasio per l'improvvisa afflizione sentiva aggravate le sue sofferenze agli intestini, non si allontanava che per brevi [pg!289] istanti dalla camera della madre, non era in caso di accorrere a Venezia, e non poteva mandare nessuno in assistenza del figlio.Queste desolanti notizie afflissero grandemente le due famiglie di Venezia, che si trovavano in grave imbarazzo. La signora Emilia affaccendata correva dalla sua casa a quella della figlia, si consultava con tutti, ma non ascoltava nessuno, si lamentava sulla sua sorte, gemeva per lo stato di debolezza di Metilde, le raccomandava la quiete e il riposo, deplorava il colpo apoplettico che aveva colpito la signora Bonifazio fuori di tempo, confondeva le cose, sgridava la Betta, voleva insegnarle a fare il brodo per gli ammalati, lo lasciava cadere sul fuoco e infettava la casa col fumo dell'unto bruciato, e concludeva con un atto di accusa contro quel benedetto omo di suo genero, che non aveva preveduto nulla, che colle sue imprudenze s'era guadagnato quella malattia, che metteva in iscompiglio tutta la casa in un momento importuno. Metilde cercava invano di giustificare il marito, il povero diavolo si era troppo affaticato per assisterla, aveva preso freddo di notte, e lavorava soverchiamente pei bisogni della famiglia...—Tu taci, che non sai nulla, le rispondeva sua madre; gli uomini sono testardi, e non sanno [pg!290] mai regolarsi, avrà mangiato troppo di quella sua cucina pesante.... avrà fatto qualche disordine. Tutti i mariti, o quasi tutti assistono le mogli puerpere; è il loro dovere; non ci mancherebbe altro che si rifiutassero... nessuno si ammala per questo!...—Povero Silvio! esclamava Metilde, adesso è inutile di cercare i motivi del suo male; adesso è ammalato e non dobbiamo pensare ad altro che a guarirlo. Il medico dice che quella donna non basta; se potesse bastare almeno per la notte che io ci ho la bimba che non posso abbandonare, farei il possibile anch'io per assisterlo durante il giorno.—Sei matta! non sai proprio quello che dici. Non si conosce ancora la sua malattia; pare che sarà tifo, una malattia contagiosa! Tu non devi nemmeno entrare nella sua stanza, non devi esporti al pericolo, non hai forze bastanti per resistere a tante fatiche, devi pensare prima di tutto alla tua salute, è il tuo dovere di madre!...—E così, chi assisterà mio marito!—Un infermiere!... di qua non si scappa; costerà di sicuro del denaro, ma il vecchio Gervasio pagherà; senza infermiere non è possibile di andare avanti. Ne ho già parlato al medico... mi sono intesa con lui, che ha promesso di trovarlo. [pg!291]—Ah! povero Silvio, quando si vedrà assistito da un estraneo, come resterà crudelmente colpito; si crederà abbandonato da tutti, e questa amarezza potrebbe peggiorare il suo male.—Non aver paura di questo, egli non conosce più chi gli sta intorno, non risponde alle domande che con un gemito insignificante, forse non capisce più nulla!...Metilde piangeva, sua madre la sgridava, facendole osservare che le lagrime in questi casi non servono a nulla, e rovinano gli occhi.Il medico venne con l'infermiere, esaminò nuovamente il malato, e non seppe dissimulare la sua inquietudine. Era giovane anche lui, amico di Silvio, molto studioso, ma esercitava da poco tempo la professione, e ne sentiva la grave responsabilità. Mostrò desiderio di consultarsi con un medico provetto, e propose il celebre dottor Pellegrini. Le signore acconsentirono subito, ed alla sera ebbe luogo il consulto.Il dottor Pellegrini, dopo d'aver ascoltato una relazione del medico curante, esaminò attentamente l'infermo e volle essere informato esattamente delle condizioni fisiche dei parenti, perchè era convinto che ogni individuo riceve coi germi della vita anche quelli della morte.—Le buone e le cattive qualità del sangue, [pg!292] egli diceva, producono la salute o le malattie, predispongono le azioni del galantuomo e del birbone, le opere dell'uomo di genio e dell'imbecille. Cerchiamo dunque prima di tutto, di conoscere le origini, di studiare negli ascendenti le tendenze del nostro soggetto. È certo che l'ambiente, la professione, il genere di vita, gli alimenti, le cure igieniche o i disordini, esercitano la loro influenza, modificano le tendenze, le accelerano o le ritardano secondo i casi. Ma tanto l'albero che l'uomo non possono dare che ciò che hanno nel sugo vegetale e nel sangue. È certo che il castagno non farà mai pesche; nè un prossimo parente dell'ultimo doge di Venezia si metterà alla testa di mille uomini per liberare la Sicilia; nè un letterato avrà le stesse malattie d'un cuoco!...A queste parole Metilde arrossì, e subiva nella coscienza una lotta fra la vergogna e il rimorso. «Se parlo,—essa pensava,—faccio palese la mia inettitudine come padrona di casa; se taccio arrischio la vita di mio marito! Mio Dio! che devo fare?...» Le parve di trovare un espediente e chiese al medico:—Mi dica un poco, dottore, se un uomo solo facesse il letterato ed il cuoco, quali sarebbero le sue malattie? [pg!293]Il medico sorrise alquanto, e le rispose, con grande meraviglia di Metilde.—Ne ho conosciuti moltissimi anche di questi, un mio amico improvvisatore, faceva una famosa cucina!... In questo caso, vede mia cara signora, le opere letterarie diventano pasticci, e i pasticci diventano poemi.... cioè sono composti dei più svariati ingredienti.... Ciò non vuol dire che riescano sempre deliziosi come l'Orlando Furioso; anzi talvolta sono indigesti come qualche altro poema... che le auguro di non leggere.Allora Metilde si fece coraggio, e confessò:—Devo avvertirla per sua norma, dottore, che mio marito si diverte a far la cucina....—Ah! bravissimo, disse il dottore, conosco anche qualche avvocato che sa arrostire a meraviglia i suoi polli, e li fa mangiare in tutte le salse....—Forse il fuoco dei fornelli, avrà fatto male a mio marito?...—Se fosse così, si consoli; questo fuoco non è micidiale come quello delle battaglie, non domanda eroismo per affrontarlo, e si guarisce facilmente da' suoi effetti. Non abbia timore, ripareremo a tutti i malanni. Il sangue dei Bonifazio è buono, la patria ha tutto l'interesse di conservarlo. [pg!294]E fatte le sue prescrizioni, prese commiato dalla signora, ed uscì seguito dal suo collega.Quando furono in istrada il dottore Pellegrini continuava a fare quelle domande, che non dovevano udirsi dalla famiglia.—Quali sono le condizioni morali dell'ammalato? ha dei pensieri gravi? delle preoccupazioni attristanti?...—Credo, gli rispondeva il collega, che abbia molti debiti....—Lo purghi con perseveranza.... Ha forse dei patemi d'animo?—Ha una suocera... vecchia elegante....—Vi aggiunga del rabarbaro....La malattia procedeva regolarmente, senza nuovi accidenti; ma pochi giorni dopo cominciò ad ammalarsi anche la bambina, e il medico non sapeva che ordinarle. L'ammalato se ne accorse per la confusione della casa, sospettò che le mancassero i dovuti riguardi, e se ne lamentava coll'infermiere, dicendo:—La Betta non avrà la pazienza di cambiarla spesso, ed io credo che mia moglie non se ne intenda; la mia malattia è una doppia disgrazia!...Raccomandava al medico di esaminare il contenuto del poppatoio, che non si fidasse della mala fede della domestica, e che insegnasse alla [pg!295] signora tutte le cure necessarie, perchè non è stata mai avvezza ad assistere malati. Così gli crescevano le inquietudini, anche per le notizie poco soddisfacenti che venivano dalla villa, e quando avrebbe dovuto star meglio la malattia si aggravava. [pg!296]
Un fortunato avvenimento venne a rompere la monotonia della loro esistenza. Una gradita rivelazione annunziò a Metilde lo gioie della maternità. La buona notizia corse le poste, portò la contentezza a papà Gervasio ed alla nonna; destò l'invidia dei cugini, attirò le congratulazioni cordiali dei parenti di Brianza, e di tutti gli amici di casa.
La signora Emilia stese subito una lunga lista di tutti gli oggetti indispensabili al futuro rampollo dei Bonifazio, e la mise sotto gli occhi del genero che ne restò sbalordito. E la suocera previdente tornò da capo a fare le solite peregrinazioni ai negozi, per esaminare, discutere, e consigliare gli acquisti più opportuni alla figlia. E intanto che lo due signore continuavano a girare per le botteghe, a casa piovevano i pacchi, le scatole, gli involti spediti dai negozianti, colla polizza relativa. [pg!284]
La Betta lavorava tutto il giorno ad approntare fascie, bende, gonnellini, bavagli, camicine, e berrettini. Silvio fra la gioia di diventar padre, e lo spavento di non riuscire a pagarne tutte le spese, perdeva la testa. Moltiplicava le corrispondenze ai giornali, per accrescere i suoi guadagni, quando mancavano le notizie le inventava, e i lettori dei giornali nei quali scriveva erano avvertiti d'ogni minimo avvenimento, colla giunta di riflessioni, commenti, supposizioni e predizioni spaventose, che mettevano in pensiero i droghieri, e tutto questo per apparecchiare un corredo conveniente all'erede presuntivo.... dei suoi debiti probabili.
E a forza di scrivere nei giornali d'opposizione, con un pessimismo comandato, con l'obbligo di trovar tutto male, lamentando continuamente la mancanza degli uomini che sapessero governare, aveva finito per persuadersi ch'egli sarebbe riuscito colla più accurata educazione del figlio a farne l'uomo aspettato, quello che avrebbe guidate le future generazioni alla gloria, alla prosperità, alla potenza.
Gli pareva di sentire un'intuizione che lo ammonisse d'un grande avvenire per la sua famiglia, e cercava attentamente sul lunario un nome che corrispondesse alle sue idee, e che fosse di [pg!285] buon augurio. Il nome di suo padre gli metteva un brivido, un grand'uomo non poteva chiamarsi Gervasio. Annibale il nome del suocero gli pareva troppo classico, gli richiamava alla memoria la noia delle traduzioni scolastiche. Andava enumerando con sua moglie tutte le illustrazioni della patria, ma trovava sempre degli ostacoli per adottare que' nomi. Vittorio era troppo guerresco, Giuseppe troppo comune, Massimo troppo pretendente, Urbano troppo modesto....
—E Camillo? gli chiese Metilde, non ti pare un bel nome!...
—Camillo!... è bello davvero! bravissima, l'hai trovato, nostro figlio si chiamerà Camillo.
Un mese dopo di questa deliberazione, la signora Metilde metteva al mondo una bambina, che la puerpera voleva battezzare col nome di Emilia. Silvio si oppose, col pretesto che non voleva far torto a nessuna delle nonne, e quindi le escludeva entrambe; ma in fondo egli pensava che una sola Emilia in casa gli bastava, ed era anche troppo, e soggiunse:
—Se invece d'un maschio c'è nata una femmina, ciò vuol dire evidentemente che l'Italia ha più bisogno d'una donna che d'un uomo, mio padre me l'aveva già detto, ed è stato profeta. Si chiamerà Camilla, e se Camillo ha tanto contribuito [pg!286] a fare l'Italia, Camilla farà gl'Italiani... secondo la formula di Massimo d'Azeglio. Ne faremo una donna completa... secondo i diritti dell'uomo che aspira a conservarsi monogamo, dentro e fuori della legge.
Metilde non capiva niente di questi discorsi strampalati, e non aveva la forza di domandare spiegazioni. Pallida, affranta nel suo letto ornato di pizzi, volgeva lo sguardo alla cuna, ove riposava la bimba, e la contemplava con affettuosa compiacenza.
Nel lungo puerperio non riusciva a riacquistare le forze, l'allattamento la immagriva, il medico raccomandava ogni riguardo, e di risparmiarle la benchè minima fatica, e il più semplice disagio.
Silvio era stato costretto dalla necessità a raddoppiare il lavoro per non mancare dei mezzi necessari a far fronte a tante spese. Lavorava allo studio ed in casa, trattava gli affari curiali, scriveva articoli, faceva il brodo ristretto e la pappa, e gli mancava anche il riposo della notte. Si coricava tardi, oppresso dalla stanchezza, ma dopo breve tempo il pianto della bimba lo risvegliava. Udiva dapprima fra la veglia e il sonno un lieve lamento, un piagnucolare sommesso, che a poco a poco si trasmutava in un piagnisteo e diventava un belato rumoroso e continuo che lo obbligava [pg!287] ad alzarsi. Andava a prendere la bambina, la portava alla mamma che la allattava, poi la riponeva in cuna, si gettava in letto e ritornava ad addormentarsi, ma poco dopo ricominciava la stessa solfa. Si alzava sudato, la riportava in giro sul suo guanciale per la camera fredda. La bimba aveva lo spasimo, gridava per molte ore consecutive, a brevi intervalli; consultarono il medico il quale osservò che la madre faceva poco latte, e trovò indispensabile di aggiungere il poppatoio alla alimentazione insufficiente. Ed ecco l'avvocato, giornalista, cuoco, diventato anche balia, incaricato di alimentare la bimba col poppatoio; e passava gran parte della notte in veste da camera, con un fazzoletto allacciato in testa, a cantare la ninna nanna colla bambina sulle braccia.
Dopo lo spasimo e la fame vennero i vermi e la dentizione, e il buon babbo somministrava lo sciropetto di cicoria, fregava le gingive della bimba col dentaruolo di avorio; ma quelle tribolazioni di bambinaia e di balia aggiunte alle fatiche del foro, alle elucubrazioni del giornalismo, ed alle manipolazioni della cucina furono superiori alle sue forze, non tardarono a riuscirgli insopportabili, e volendo egli lottare con vani tentativi di resistenza, finirono per opprimerlo [pg!288] completamente e gettarlo in letto con una grave malattia.
Meno male che Metilde cominciava a riaversi, si alzava dal letto, e poteva occuparsi della bimba. Il medico ordinò che la Betta andasse a dormire nella stanza della signora, e si cercasse qualche altra persona per l'assistenza del malato, passato in altra camera.
La signora Emilia si dichiarava troppo sensibile, e poco pratica per assistere gl'infermi; fece venire una donna provvisoria, e consigliò Metilde di scrivere al signor Gervasio, pregandolo che mandasse la nonna.
Ma per disgrazia di tutti, in quello stesso giorno era successo un brutto accidente anche alla villa Bonifazio. La povera nonna era stata colpita da un insulto apoplettico, e se le fossero mancati i pronti soccorsi del medico, avrebbe dovuto soccombere. Portata in letto priva dei sensi era alquanto rinvenuta dopo il salasso, ma la paralisi le toglieva i movimenti e la favella. Borbottava delle parole confuse, e non poteva muoversi senza aiuto. Maria chiamata in fretta accorse subito al letto della povera paralitica, e non la abbandonava un momento. Papà Gervasio per l'improvvisa afflizione sentiva aggravate le sue sofferenze agli intestini, non si allontanava che per brevi [pg!289] istanti dalla camera della madre, non era in caso di accorrere a Venezia, e non poteva mandare nessuno in assistenza del figlio.
Queste desolanti notizie afflissero grandemente le due famiglie di Venezia, che si trovavano in grave imbarazzo. La signora Emilia affaccendata correva dalla sua casa a quella della figlia, si consultava con tutti, ma non ascoltava nessuno, si lamentava sulla sua sorte, gemeva per lo stato di debolezza di Metilde, le raccomandava la quiete e il riposo, deplorava il colpo apoplettico che aveva colpito la signora Bonifazio fuori di tempo, confondeva le cose, sgridava la Betta, voleva insegnarle a fare il brodo per gli ammalati, lo lasciava cadere sul fuoco e infettava la casa col fumo dell'unto bruciato, e concludeva con un atto di accusa contro quel benedetto omo di suo genero, che non aveva preveduto nulla, che colle sue imprudenze s'era guadagnato quella malattia, che metteva in iscompiglio tutta la casa in un momento importuno. Metilde cercava invano di giustificare il marito, il povero diavolo si era troppo affaticato per assisterla, aveva preso freddo di notte, e lavorava soverchiamente pei bisogni della famiglia...
—Tu taci, che non sai nulla, le rispondeva sua madre; gli uomini sono testardi, e non sanno [pg!290] mai regolarsi, avrà mangiato troppo di quella sua cucina pesante.... avrà fatto qualche disordine. Tutti i mariti, o quasi tutti assistono le mogli puerpere; è il loro dovere; non ci mancherebbe altro che si rifiutassero... nessuno si ammala per questo!...
—Povero Silvio! esclamava Metilde, adesso è inutile di cercare i motivi del suo male; adesso è ammalato e non dobbiamo pensare ad altro che a guarirlo. Il medico dice che quella donna non basta; se potesse bastare almeno per la notte che io ci ho la bimba che non posso abbandonare, farei il possibile anch'io per assisterlo durante il giorno.
—Sei matta! non sai proprio quello che dici. Non si conosce ancora la sua malattia; pare che sarà tifo, una malattia contagiosa! Tu non devi nemmeno entrare nella sua stanza, non devi esporti al pericolo, non hai forze bastanti per resistere a tante fatiche, devi pensare prima di tutto alla tua salute, è il tuo dovere di madre!...
—E così, chi assisterà mio marito!
—Un infermiere!... di qua non si scappa; costerà di sicuro del denaro, ma il vecchio Gervasio pagherà; senza infermiere non è possibile di andare avanti. Ne ho già parlato al medico... mi sono intesa con lui, che ha promesso di trovarlo. [pg!291]
—Ah! povero Silvio, quando si vedrà assistito da un estraneo, come resterà crudelmente colpito; si crederà abbandonato da tutti, e questa amarezza potrebbe peggiorare il suo male.
—Non aver paura di questo, egli non conosce più chi gli sta intorno, non risponde alle domande che con un gemito insignificante, forse non capisce più nulla!...
Metilde piangeva, sua madre la sgridava, facendole osservare che le lagrime in questi casi non servono a nulla, e rovinano gli occhi.
Il medico venne con l'infermiere, esaminò nuovamente il malato, e non seppe dissimulare la sua inquietudine. Era giovane anche lui, amico di Silvio, molto studioso, ma esercitava da poco tempo la professione, e ne sentiva la grave responsabilità. Mostrò desiderio di consultarsi con un medico provetto, e propose il celebre dottor Pellegrini. Le signore acconsentirono subito, ed alla sera ebbe luogo il consulto.
Il dottor Pellegrini, dopo d'aver ascoltato una relazione del medico curante, esaminò attentamente l'infermo e volle essere informato esattamente delle condizioni fisiche dei parenti, perchè era convinto che ogni individuo riceve coi germi della vita anche quelli della morte.
—Le buone e le cattive qualità del sangue, [pg!292] egli diceva, producono la salute o le malattie, predispongono le azioni del galantuomo e del birbone, le opere dell'uomo di genio e dell'imbecille. Cerchiamo dunque prima di tutto, di conoscere le origini, di studiare negli ascendenti le tendenze del nostro soggetto. È certo che l'ambiente, la professione, il genere di vita, gli alimenti, le cure igieniche o i disordini, esercitano la loro influenza, modificano le tendenze, le accelerano o le ritardano secondo i casi. Ma tanto l'albero che l'uomo non possono dare che ciò che hanno nel sugo vegetale e nel sangue. È certo che il castagno non farà mai pesche; nè un prossimo parente dell'ultimo doge di Venezia si metterà alla testa di mille uomini per liberare la Sicilia; nè un letterato avrà le stesse malattie d'un cuoco!...
A queste parole Metilde arrossì, e subiva nella coscienza una lotta fra la vergogna e il rimorso. «Se parlo,—essa pensava,—faccio palese la mia inettitudine come padrona di casa; se taccio arrischio la vita di mio marito! Mio Dio! che devo fare?...» Le parve di trovare un espediente e chiese al medico:
—Mi dica un poco, dottore, se un uomo solo facesse il letterato ed il cuoco, quali sarebbero le sue malattie? [pg!293]
Il medico sorrise alquanto, e le rispose, con grande meraviglia di Metilde.
—Ne ho conosciuti moltissimi anche di questi, un mio amico improvvisatore, faceva una famosa cucina!... In questo caso, vede mia cara signora, le opere letterarie diventano pasticci, e i pasticci diventano poemi.... cioè sono composti dei più svariati ingredienti.... Ciò non vuol dire che riescano sempre deliziosi come l'Orlando Furioso; anzi talvolta sono indigesti come qualche altro poema... che le auguro di non leggere.
Allora Metilde si fece coraggio, e confessò:
—Devo avvertirla per sua norma, dottore, che mio marito si diverte a far la cucina....
—Ah! bravissimo, disse il dottore, conosco anche qualche avvocato che sa arrostire a meraviglia i suoi polli, e li fa mangiare in tutte le salse....
—Forse il fuoco dei fornelli, avrà fatto male a mio marito?...
—Se fosse così, si consoli; questo fuoco non è micidiale come quello delle battaglie, non domanda eroismo per affrontarlo, e si guarisce facilmente da' suoi effetti. Non abbia timore, ripareremo a tutti i malanni. Il sangue dei Bonifazio è buono, la patria ha tutto l'interesse di conservarlo. [pg!294]
E fatte le sue prescrizioni, prese commiato dalla signora, ed uscì seguito dal suo collega.
Quando furono in istrada il dottore Pellegrini continuava a fare quelle domande, che non dovevano udirsi dalla famiglia.
—Quali sono le condizioni morali dell'ammalato? ha dei pensieri gravi? delle preoccupazioni attristanti?...
—Credo, gli rispondeva il collega, che abbia molti debiti....
—Lo purghi con perseveranza.... Ha forse dei patemi d'animo?
—Ha una suocera... vecchia elegante....
—Vi aggiunga del rabarbaro....
La malattia procedeva regolarmente, senza nuovi accidenti; ma pochi giorni dopo cominciò ad ammalarsi anche la bambina, e il medico non sapeva che ordinarle. L'ammalato se ne accorse per la confusione della casa, sospettò che le mancassero i dovuti riguardi, e se ne lamentava coll'infermiere, dicendo:
—La Betta non avrà la pazienza di cambiarla spesso, ed io credo che mia moglie non se ne intenda; la mia malattia è una doppia disgrazia!...
Raccomandava al medico di esaminare il contenuto del poppatoio, che non si fidasse della mala fede della domestica, e che insegnasse alla [pg!295] signora tutte le cure necessarie, perchè non è stata mai avvezza ad assistere malati. Così gli crescevano le inquietudini, anche per le notizie poco soddisfacenti che venivano dalla villa, e quando avrebbe dovuto star meglio la malattia si aggravava. [pg!296]