XX.

XX.Silvio era andato a Treviso, e ritornò con una lettera per sua moglie. Era la risposta dell'avvocato, che diceva fra le altre cose: «Quella lettera di Roma è scritta evidentemente da un matto, che vede il mondo attraverso il suo cervello, che offre ad un amico l'impresa pericolosa di dirigere un giornale screditato, per compiere la sua rovina. Andando a Roma con quelle idee non trovereste che gl'imbarazzi e la miseria. Il disastro economico di tuo marito non lo obbliga a fare nè il contadino nè il giornalista. In campagna senza le cognizioni nè la pratica dell'agricoltore egli non potrebbe vivere che in ozio, condannando la moglie educata, e avvezza a vivere nella buona società, a trascinare una vita noiosa, nello squallore rurale. A Roma senza un impiego fruttuoso, nella lotta scapigliata dei partiti non avrebbe a subire che continui disinganni [pg!361] e pericoli. A Venezia non potrete più tenere un appartamento, ma avete la nostra casa, ove tu riprenderai le consuete abitudini, vivrai coi tuoi genitori, e lui dividerà le mie fatiche, e colla sua onorata professione d'avvocato troverà degli onesti compensi. Ecco il vostro solo rifugio. Noi riceveremo in famiglia il figliuol prodigo, e subiremo le conseguenze d'un matrimonio troppo precipitato, senza la dovuta ponderazione e le necessarie garanzie.»Quel giorno nessuno volle scendere a pranzo, la tavola di famiglia rimase deserta.Metilde lesse attentamente la lettera di suo padre, la trovò ragionevole e generosa; la passò a suo marito che la scorse in silenzio, ma colle mani tremanti dalla collera che lo strozzava, non ebbe la forza che di pronunziare poche parole, e interrotte:—Rispondi a tuo padre che partiremo per Roma.... che non ho bisogno della sua elemosina.... gli dirai che «il matrimonio troppo precipitato» l'ho fatto io «senza la dovuta ponderazione, e le necessarie garanzie» e che le sue offese alla mia famiglia, ingiuste e sventate, hanno prodotto un pessimo effetto, quello di esiliarti per sempre da Venezia,... perchè tu non devi vederla mai più!... [pg!362]—Silvio! ascolta.... tu non hai diritto di privarmi dei miei genitori.... nè della mia patria.—Ho diritto di far rispettare la mia famiglia.... e di respingere con sdegno le parole ingiuriose dei tuoi parenti.... Venezia è stata la mia rovina.... tu non la vedrai mai più!... gridò il giovine inviperito.—Ma non vedrò nemmeno Roma!... gli rispose Metilde, con energia.—Ebbene, resteremo qui!... soggiunse il marito con calma apparente.—Nemmeno un giorno di più!... esclamò Metilde, con fiera fermezza, e alzando la destra verso il crocifisso che pendeva sul letto, conchiuse:—Lo giuro sull'anima mia, davanti a quel Cristo!...—Lo vedremo!... disse Silvio al colmo della collera, e sentendo che non poteva più frenare lo sdegno, uscì precipitosamente dalla camera, sbattendo le porte con tale violenza che ne tremò tutta la casa.All'ora del tramonto, Metilde scese lentamente le scale, uscì dalla porta d'ingresso senza essere veduta da nessuno, ed entrò nel parco.La sua testa era in fiamme, sentiva bisogno d'aria libera e di solitudine, per raccogliere i suoi pensieri. [pg!363]Era verso la metà del novembre, una nebbiola trasparente si alzava dai prati, mentre il crepuscolo rosseggiava ancora all'estremità dell'orizzonte. I monti lontani passavano dalla tinta violacea alla turchina, si confondevano col cielo, e finalmente scomparivano nell'oscurità della notte. La terra era coperta dalle foglie cadute dagli alberi che scricchiolavano sotto i piedi. Al fruscìo della veste, e al rumore dei passi, gli uccelli raccolti sui rami fuggivano in massa, producendo l'effetto d'un soffio improvviso di vento. Poco dopo il suo passaggio ritornavano al loro posto, e si sentiva nel bosco un pigolìo confuso, che andava scemando a poco a poco, e si diffondeva il silenzio notturno, interrotto lievemente dallo screpolo d'un ramo secco, o dalla lenta discesa d'una foglia fra le ciocche dei pedali.A notte inoltrata Silvio rientrò in casa, accese un lume, salì nella sua stanza, e fu sorpreso di trovarla vuota.—Un altro capriccio dispettoso!—esclamò, e si gettò tutto vestito sul canapè per aspettare la moglie. Divagò lungamente assorto in dolorose meditazioni, fino che cominciò a sonnecchiare, poi ad assopirsi, e finì coll'addormentarsi profondamente, abbattuto da tante sensazioni diverse, e da tanti pensieri. [pg!364]Risvegliatosi tutto ad un tratto a motivo d'un sogno spaventoso, alzò la testa sonnolenta, si sorprese di non essere a letto, poi si ricordò del motivo dell'aspettativa, guardò d'intorno, e rimase meravigliato d'essere ancora solo. Guardò l'orologio e diede un guizzo, era passata la mezzanotte!—Dove diavolo sarà andata a cacciarsi? pensò con qualche inquietudine; o era proprio un dispetto ostinato!...—Prese il lume, e cominciò a girare per le camere vicine, con infinite precauzioni, per non risvegliare quelli che dormivano. Visitò tutte le stanze che sapeva disabitate, per vedere se si fosse addormentata sopra qualche divano, ma erano tutte vuote. Esaminò le porte di casa, ed erano chiuse come al solito; dunque Metilde era rimasta fuori.—L'avranno creduta nella sua stanza, ed essa non si sarà degnata di picchiare;—e pensava,—dove diavolo può essere andata? essa che ha paura di tutto! è davvero sorprendente!...—Poi cominciava ad aver paura anche lui....—ieri sera mi pareva in uno stato di esaltazione.... mi ha veduto molto in collera.... se avesse perduta la testa?... ah no!... mai!...Piano piano aperse la porta con mano tremante, lasciò il lume sul tavolo, e uscì. Era un bel chiaro di luna. Cominciò a guardare intorno alla casa, [pg!365] sotto il portico e nelle serre, cercò attentamente in ogni angolo delle adiacenze, e non vide nessuno. Allora entrò nel bosco, dove la luna non penetrava che a sprazzi attraverso i rami degli alberi. Diede un'occhiata al laghetto e si sentì la pelle d'oca.La superficie tranquilla non aveva una crespa, ma all'ombra faceva paura, perchè era nera come un panno funebre. Si passò una mano sulla fronte, e continuò a camminare sotto gli alberi.Al minimo rumore si fermava, e chiamava a mezza voce:—Metilde.... Metilde sei qui?...—ma nessuno gli rispondeva.Sentiva il rimorso d'aver dormito un po' troppo, di non aver cercato prima, sentiva di aver avuto torto; forse nuove disgrazie lo aspettavano dopo tutte le altre, forse la misura non era ancora colma!... Girovagando inquieto con questi pensieri, e con molti altri, vide dapprima un'ombra scura sopra un banco ai piedi d'un albero, si avvicinò rapidamente, e non tardò ad avvedersi che era proprio lei; ma chiamata per nome non rispose, e non si muovea.Quella rigida immobilità gli fece un'impressione tremenda, un tremito di paura lo assalse, non osava avanzarsi, ebbe bisogno di uno sforzo [pg!366] energico per avvicinarla, guardarla, toccarla. Metilde dormiva.La scosse leggermente; essa alzò il capo, distese le braccia e le gambe, fece uno sbadiglio, e si mise a battere i denti dal freddo.... doveva essere irrigidita. Non rispose a nessuna delle sue domande, si alzò in piedi e partì.—Metilde, arrestati, ascolta, dove vai? che cosa pensi?...—nessuna risposta! continuava ad andare avanti lentamente, e lui la seguiva, e pensava:—È peggio assai di quanto io temeva!... non è morta, ma è pazza!... e le diceva, con voce angosciosa:—Metilde!... povera Metilde!... aspetta tuo marito.... ascolta una parola.... fermati un momento; ho da parlarti.... ma essa non gli dava retta, e proseguiva impassibile la sua strada, fino che veduta la porta aperta entrò in casa.Silvio la accompagnava da presso, chiuse la porta, prese il lume, essa lo precedeva, prese a salire la scala, ed entrò nella sua camera, ed egli la seguì, ed anche quell'uscio fu chiuso.Egli osservava tutti i movimenti di lei con grande attenzione, vide che cercava qualche cosa, le offerse un mantello, la aiutò a coprirsi, poi quando sedette sul canapè, gli si mise dirimpetto e ricominciò a interrogarla. [pg!367]—Perchè non sei venuta a dormire?...—Perchè mi avete chiusa fuori, gli rispose.—Perchè non hai picchiato alla porta?—E tu perchè non sei venuto a cercarmi?Non era nemmeno pazza! era dunque una commedia, una brutta e dispettosa commedia. Questi pensieri cambiarono le ansiose inquietudini del marito, in una irritazione sdegnosa, che gli fece dire sgarbatamente:—Quando si tratta di fare dei dispetti non hai più paura di niente, nemmeno d'un raffreddore, o anche d'una malattia più grave!...—Magari pure! rispose Metilde, così almeno tutto sarebbe finito!...—Sciocchezze!... Ti avverto che questa sia l'ultima volta che mi fai delle scenate; io non amo gli scandali, e sono deciso di non tollerarli.—Sarà l'ultima volta!... te lo prometto.... te ne dò la mia parola d'onore.... se questa sera mi è mancato il coraggio, sarò più forte domani mattina....—Con queste sballonate tu credi di farmi una grande impressione, e invece mi fai dispetto... Pare a sentirti che tu sia la donna più infelice della terra!... ma che cosa ti manca?...—Mi manca tutto! essa rispose; l'affezione e il rispetto di mio marito, la pace domestica, le [pg!368] speranze dell'avvenire, e tante altre cose che non dico....—Alle corte: l'affezione e il rispetto non si impongono, ma bisogna meritarli. In quanto alla pace domestica, sono i tuoi sospetti, e i tuoi dispetti che la intorbidano, sei bisbetica, egoista, intollerante, difficile in ogni cosa!—Tu mi trovi anche difficile?!... ma quali sono le mie esigenze?.... vivo forse secondo il mio stato?... o non mi hai condannata alla vita più noiosa del mondo?... in mezzo a gente rozza.... fra un ubbriacone e la tua ganza!...Silvio scattò, come se fosse spinto da una molla potente, e facendosele davanti coi pugni al viso le disse:—Voi mentite sfacciatamente!... insultate una santa donna, la suora di carità della famiglia, quella che ha soccorso pietosamente i miei poveri parenti infermi, che ha chiusi gli occhi alla buona nonna e all'ottimo mio padre; essa vale mille volte più di voi, non siete degna di mettervi al suo paragone, e guai a voi! se osaste ancora insultare la sua virtù.... civettuola orgogliosa.... e buona da nulla!...Allora Metilde si alzò alla sua volta, pallida come una morta, e disse, con voce tremante:—Non mancavano più che questi insulti!... e la [pg!369] glorificazione d'una ipocrita che non inganna che voi solo!... tutti gli altri la conoscono, tutti sanno che è la vostra ganza!—Basta così!... questa è una menzogna, è un'infamia; tutti la benedicono, voi sola la calunniate indegnamente!... ritirate subito questo insulto....—Giammai! è la pura verità, lo dice lo stesso suo marito.... lo ripete perfino il cocchiere!...—Due cialtroni vigliacchi! due idioti, due ingrati balordi!... che insultano l'angelo della famiglia!—Che sia maledetto quell'angelo, che divenne il demonio dell'inferno!—Maledetta voi e la vostra razza infame e orgogliosa, maledetto il nostro matrimonio che ci ha resi tanto infelici!—Ancora per poco! soggiunse Metilde, la misura è colma. Consolatevi che presto sarete libero di continuare la vostra tresca, senza l'incomodo della moglie....—Declamazioni... fanfaronate... commedie tutte da ridere. Vi conosco troppo, voi e tutta la vostra razza frolla.... non siete capaci di pungervi un dito. Mettetevi a letto, riposatevi dalla stanchezza prodotta dalla rappresentazione drammatica di questa notte. E apparecchiativi a partire per Roma! [pg!370]—Parto piuttosto per l'altro mondo!... il Sile non è poi tanto lontano!... ricordatevi il mio giuramento davanti il Cristo.... e siate sicuro che io non giuro mai il falso.Silvio alzò le spalle in atto d'incredulità e di disprezzo, si sentiva soffocare dalla collera, provava il bisogno di rompere qualche cosa, temeva che l'eccesso dello sdegno lo spingesse a delle escandescenze; volle fuggire il pericolo, uscì dalla stanza, scese precipitosamente le scale, e si mise a correre sotto gli alberi del parco, con passo concitato, coi pugni serrati, coi denti stretti.Era l'alba. L'aria fresca della mattina non tardò a portare qualche refrigerio ai suoi nervi malati, a calmare l'onda del sangue che gli bolliva nelle vene, ma il suo cervello delirava.—Quale funesto destino! egli pensava; quante amarezze, quanti disinganni! E quale avvenire mi attende?... la vita non è che un sogno rapido e triste; a che servono le fatiche degli studi, le lotte della politica, le agitazioni del mondo? Appena cominciata l'azione.... tutto finisce! Qui, in questa casa potevo vivere tranquillo e felice i pochi giorni che mi sono concessi, come fece mio padre, ma fui sordo a' suoi buoni consigli, fui cieco e ambizioso. Ho creduto di sprezzare chi amavo teneramente, pago di false apparenze, [pg!371] ho ceduto il posto ad un idiota briccone; ho preferito all'oro greggio l'orpello lucente, e mi sono ribadita ai piedi la catena del forzato!... Oramai è inutile che mi faccia delle illusioni, la verità è questa: detesto mia moglie, e adoro mia cugina! tutti lo vedono e lo ripetono, io solo mi ostino a nasconderlo a me stesso, malgrado la passione che mi arde dentro, compressa violentemente da tanto tempo, e prossima ad uno scoppio inevitabile.... Ah! Maria!... Maria!... ti ho sempre amata, anche prima d'essermene accorto, e non ho mai avuto l'ardire di confessartelo, nemmeno quando eravamo liberi entrambi.... Essa non ha mai udito dalla mia bocca una dichiarazione d'amore.... ma sa tutto.... e mi ama!... sì, essa pure mi ha sempre amato, fino dalla prima gioventù; noi lo sentiamo senza bisogno di dircelo, lo sentiamo nel profondo dell'anima, lo vediamo nello sguardo, nell'accento, nel sorriso, lo proviamo nell'aria elettrizzata dalle nostre scintille, nel tremito dei nervi, nel tocco delle mani!... La vera passione ha il suo linguaggio arcano, ben più sublime delle ciarle volgari. Le parole umane non hanno significati sufficienti per manifestare le più alte e profonde sensazioni. Eppure con questa passione nell'anima, e coll'arcana intelligenza dei nostri cuori, io l'ho tradita!... l'ho abbandonata! e ne [pg!372] ho sposata un'altra!!... Non esisteva fra noi nessuna promessa palese secondo le fredde abitudini sociali.... ma le due anime erano già legate dalla natura.... io avevo un debito segreto verso di lei, le sono sfuggito con vera fellonia.... ma tali debiti si pagano sempre, in questa o nell'altra vita!... Iddio mi ha condannato al martirio in questo mondo, ed ora incominciano le pene!...Maria, col suo coraggio, colla sua dignità, ha dissimulato il mio tradimento!... col buon senso pratico che domina la sua vita, ha nascosto l'offesa, ha sofferto in silenzio, ha accettato con rassegnazione il compagno che le venne proposto dai parenti, e lo tollera coi suoi vizii, e lo difende!... ma non può amarlo.... non lo ama.... perchè ama me solo!... e forse attende che io mi prostri ai suoi piedi.... per gettarsi nelle mia braccia!....Io sono sempre stato un fatuo, uno scimunito, un idiota!... io attendevo senza pensarci, che Maria venisse a confessarmi il suo amore, che venisse a provocarmi con soavi parole davanti l'alterigia spietata del mio contegno.... imbecille!!...Ma la nostra passione è giunta a tale intensità, che basterà una sola parola per farla prorompere.... e questa parola non l'ho ancora detta!—Mentre fantasticava in queste stravaganze, agitato dalla passione fomentata dalla collera, dal [pg!373] lungo digiuno, dalla notte insonne, vide Andrea che usciva di casa collo schioppo in ispalla.—Essa è sola nella sua camera, egli pensò; è giunto il momento di finirla!...—Rientrò in casa con prudenti precauzioni, per non esser veduto da nessuno, e reso sicuro dall'ora quieta della mattina, e dal silenzio che regnava dovunque, andò a picchiareaddiritturaalla camera da letto di Maria.—Chi è? essa domandò.—Sono io.... Silvio.... ho bisogno di parlarti....—Aspetta un momento, vengo subito, rispose.Egli aspettò ansiosamente, col cuore in burrasca, colla mente esaltata da pensieri strani. Udiva nell'interno della camera uno scompiglio affrettato, un fruscìo precipitato di cose, cassette che si chiudevano, sedie rimosse, e finestre che si spalancavano. Quando tutto fu messo in assetto. Maria corse ad aprire, e, col solito aspetto sereno, gli disse:—Scusami se ti ho fatto aspettare, tutto era in disordine.... Ti sei alzato molto per tempo, che cosa vuoi?...—Vengo a farti una proposta, le disse il cugino, una proposta definitiva, che metterà un termine a tutte le nostre amarezze, che riparerà tutti i miei torti, che ci aprirà un avvenire felice.... [pg!374] mettiti al disopra di tutti i pregiudizii, non secondare che l'unico impulso del cuore, e rispondimi francamente sì o no senza esitazioni....—Ebbene parla.... io sono pronta a tutto, non c'è sacrifizio che possa parermi troppo grave, se posso vederti contento.... dimmi che cosa devo fare....—Vieni a Roma con me....—A Roma?... per che fare?... con chi?...—A Roma noi due soli!... fuggiamo da questo paese.... è l'unico rimedio a tutto un passato di errori funesti, seguìti da disinganni fatali. Io non amo Metilde, tu non ami Andrea, io non amo, non ho mai amato che te sola. Il nostro reciproco affetto col suo silenzio eloquente è l'amore vero, tutto il resto non è che inganno e illusione!...—Silvio! Silvio.... tu deliri, hai gli occhi che gettano fiamme, il tuo viso è stravolto, hai i capelli irti sulla fronte, dimmi che ti senti male, va nella tua camera....—Io ti amo ardentemente, ti ho sempre amata, non posso più vivere senza di te, tu devi esser mia per sempre.... vieni e saremo felici!...—Ma tu bestemmi e mi offendi!... tu spergiuri, e mi proponi il disonore, la vergogna, il tradimento!... e vuoi che siamo felici!... tu sei malato, povero Silvio, qualche dolore inaspettato ti ha sconvolto il cervello.... [pg!375]—Maria, rispondimi francamente, voglio sapere se mi sono ingannato, se devo vivere o morire, rispondimi francamente: mi ami o non mi ami?...—Io non devo amare che mio marito....—Ma tu non puoi amarlo!...—Ho promesso davanti a Dio, di vivere con lui e per lui.... tutto il resto è impossibile!... ritirati.... va.... tu mi proponi una infamia.... non sei degno del nome che porti!...—Maria, non rinnegare la voce della natura, la vita, l'amore, tutto quello che è buono e che è vero, per dei pregiudizii funesti, per un vano rispetto alle ingiustizie ed alle insanie sociali!... Maria.... Maria vieni con me, io ti prometto il paradiso in cambio d'ogni sacrifizio....—Tu vaneggi, e non mi offri che l'inferno, il tradimento, la vergogna, il disonore, i rimorsi.... ritirati.... va.... te lo impongo in nome di tuo padre che ci vede.... esci da questa stanza....—E così dicendo con voce imperiosa, gli accennava la porta col braccio alzato e l'indice disteso.Silvio si precipitò in ginocchioni davanti la donna amata, spinto dall'amore sfrenato o dal rimorso, alzò le mani giunte verso di lei....... e in quel momento si spalancò la porta della camera, e Andrea e Metilde comparvero sulla soglia. Ci fu un minuto di sosta, e poi Andrea si slanciò verso [pg!376] Silvio colla mano armata dal coltello, e gli misurò un colpo che venne sventato dal braccio di Maria, la quale rimase ferita ad una mano, ma potè disarmarlo. Alla vista del sangue che spruzzò sul volto di Silvio, Metilde spaventata si mise a gridare, chiedendo aiuto, e fuggì precipitosamente giù dalle scale. Silvio si era alzato in piedi, dicendo ad Andrea:—Usciamo di qui, sono pronto a darvi qualunque soddisfazione, ma rispettate vostra moglie, l'avete ferita brutalmente, senza rendervi conto d'una scena che dovrebbe avervi sorpreso. Vi siete fitto in mente che io abbia sedotto vostra moglie, ma se questo fosse vero non mi avreste trovato ai suoi piedi. Io la supplicavo di fuggire lontano da voi, che non la meritate; essa vi difende e vi resta fedele malgrado i vostri torti. Ringraziate Iddio di tanto benefizio, del quale siete indegno. Ora sono ai vostri comandi, che cosa esigete da me?...—Prima di tutto esigo che abbandoniate all'istante questa casa, per mai più rimettervi il piede.Silvio guardava Maria, interrogandola collo sguardo. Essa finiva di bendarsi la mano, e dopo d'aver calmato alquanto il marito, soggiunse:—Andrea ha diritto d'imporvi quest'obbligo e voi dovete obbedirlo. [pg!377]Silvio abbassò il capo, alzò le braccia in aria ed uscì senza proferire una parola. Era una protesta o un segno di rassegnazione? nessuno poteva saperlo. Andrea lo seguì, Maria inquieta li accompagnava da lontano.—Adesso tocca noi di finirla, gli mormorava Andrea dietro le spalle, in modo da non essere udito dalla moglie, per ritrovare la quiete bisogna che uno di noi due scomparisca dal mondo.—È vero, gli rispose Silvio, io sono pronto a seguirvi dovunque.—Adesso, subito, è impossibile, rispondeva Andrea, mia moglie ci sorveglia, allontanatevi, ma prima di lasciare il paese, giuratemi che ci rivedremo.—Vi dò la mia parola, che sarò pronto.Maria afferrò il marito per l'abito, e lo trascinò altrove. Silvio entrò nella sua stanza, per fare il baule, che riempì alla rinfusa con quanto gli cadeva in mano senza sapere ciò che facesse, lo chiuse, si mise la chiave in tasca, e uscì per cercare sua moglie. Fece il giro del parco, diede un'occhiata dovunque, poi si recò sotto il portico dell'adiacenza per domandare se qualcuno l'avesse veduta e trovò Pasquale che pareva molto sorpreso d'incontrarlo e gli disse:—Ah, padrone mio, credevo di non vederlo più vivo!... [pg!378]—Perchè?...—Ecco la ragione: questa mattina la signora Metilde uscì per tempo, mi pareva molto agitata, ho creduto prudente di seguirla a qualche distanza. Essa vagava pei campi, camminava in fretta, guardava il cielo, e faceva dei gesti strani. Io le teneva dietro da vicino nascosto da una siepe, quando s'incontrò col signor Andrea che andava alla caccia, gli si fermò davanti, e le disse:—Dove andate a quest'ora?...—Non lo so, essa gli rispose seccamente.—E avete lasciato solo vostro marito? quale imprudenza! e soggiungeva: Se egli sapesse che sono uscito di casa, andrebbe a trovare mia moglie.—Silvio è uscito prima di voi, e vi avrà veduto ad uscire, essa gli disse:—Ah?... si sarà nascosto apposta per ispiarmi.... scommetto che sarà in compagnia di mia moglie.... sarà entrato nella sua camera....—Ah?... se fosse vero! esclamò la signora Metilde; ho un pensiero fisso al quale resisto ancora perchè mi manca il coraggio; ma se avessi quest'ultima prova, saprei compiere il mio destino!...—Allora il signor Andrea la prese per mano, e le disse:—Andiamo a vedere!—Essa lo seguiva come una bambina, io mi acquattai dietro la siepe per non essere scoperto, e non ebbi tempo di avvertirvi prima che essi entrassero [pg!379] in casa. Quando seppi che vi avevano proprio trovato in camera, vi piansi per morto! ma le fantesche mi dissero che la sola padrona è ferita. Me ne consolo con voi che l'avete scappata bella!...—E mia moglie l'hai più veduta?...—Dopo quella scena non l'ho più vista. Ah poverina! non la abbandoni troppo al suo dolore. Mi scusi sa, ma farebbe pietà ai sassi. Se l'avesse veduta questa mattina!... le tenga gli occhi adosso.... è in tale stato d'esaltazione che sarebbe capace di commettere qualche imprudenza!...Pareva che queste ultime parole lo colpissero fortemente. Affrettò il passo, uscì dal cancello, si mise in traccia di sua moglie, ripetendo lo stesso ritornello della sera antecedente: dove diavolo sarà andata a cacciarsi?...Poi gli ritornavano alla memoria alcune espressioni della infelice: «mi è mancato il coraggio, sarò più forte domani mattina» ed aveva ripetuto ad Andrea: «mi manca il coraggio, ma se avessi quest'ultima prova saprei compiere il mio destino» e si rammentava che gli aveva detto fra le altre cose: «presto sarete libero, il Sile non è tanto lontano!...» ed altre parole di pessimo augurio.Girovagò stupidamente, senza sapere dove andasse, [pg!380] era digiuno da ventiquattr'ore, esaltato da passioni diverse, l'amore deluso, l'odio per Andrea, il disgusto colla moglie, la ferita di Maria, le minacce della moglie, e la sicurezza d'un duello sanguinoso; vedeva buio nell'avvenire, e provava delle allucinazioni paurose.Camminava a caso, senza discernimento, colla mente confusa, dimenticando talvolta perfino lo scopo principale del suo andare. Poi si scuoteva d'un tratto, come se uscisse da un sogno affannoso, e domandava ai passanti se avessero veduto per caso una signora bionda vestita in lutto. Ma nessuno l'aveva veduta, e lui andava avanti.Si trovò dirimpetto alle vecchie mura di Treviso, fra la porta di San Tommaso e la Barriera Garibaldi, e ad una lavandaia che lo guardava curiosamente fece la solita domanda:—Di grazia, avreste veduta una giovane signora bionda, vestita così e così?—Sì signore, è passata poco fa....—Snella, vestita in lutto?—Snella, vestita in lutto!—È lei!... Da che parte si è diretta?—Camminava sulle sponde del Sile, colla testa bassa, arrestandosi sovente a guardare il fiume ed osservando d'intorno, quasi volesse assicurarsi che nessuno la seguiva.... [pg!381]—È proprio lei!... pensò Silvio e, vi ringrazio, soggiunse, mi avete detto che andava da quella parte?—Sì signore.... a sinistra.... seguiva il corso della corrente...Silvio studiò il passo. Cominciò a sentire una seria inquietudine, e rammentava con sempre maggiore apprensione quelle tremende parole: «domani avrò più coraggio... il Sile non è lontano.... sarete libero....» e pensava. Eppure se fosse vero? se tornassi libero?... libero!... e costeggiava il Sile, guardando attentamente i movimenti dell'acqua.Il cielo era tetro, si alzavano dei nuvoloni scuri dalla parte del mare, un'aria umida scuoteva i rami dei pioppi e ne staccava le ultime foglie ingiallite. Cominciava a cadere una pioggerella minuta, l'acqua del fiume pareva inchiostro, e metteva ribrezzo. Il corso tortuoso del Sile è pieno di curve e di accidenti, e fa certi mulinelli traditori che travolgono nelle loro spire tutti gli oggetti galleggianti. Silvio vide da lontano dei viluppi neri che giravano intorno d'un gorgo, sotto ai roveti delle sponde. Corse spaventato da quella parte. Erano mucchi di foglie secche, di spazzature, di stracci e di stecchi. Respirò più liberamente, e tirò avanti. La pioggia [pg!382] veniva giù sempre più forte, non aveva nè mantello nè ombrello; la strada era molle e fangosa, egli proseguiva imperterrito, tutto fradicio e inzaccherato di pantano fino al ginocchio, col presentimento che finirebbe per trovare la sua donna annegata. E pensava:—farò smentire il suo suicidio, si crederà ad un accidente; le farò fare degli splendidi funerali, e poi sarò libero.... libero!... non resterà più che un solo ostacolo alla mia felicità, quel rozzo villano....—e meditava con truci pensieri di far sparire l'ostacolo.... aveva la mente piena di sicari, e di delitti.... e finiva coll'aver paura di sè stesso, per l'orrore dei suoi pensieri. E tornando a idee più miti, diceva fra sè: io devo anzi studiarmi di non ferirlo in duello, per non rendere impossibile ogni relazione con Maria, e cercherò di lasciarmi ferire per eccitare l'interesse di lei, e risvegliare la sua passione!...Poi crescendo sempre la pioggia, e avvicinandosi la sera, pensò che i cadaveri degli annegati non vengono a galla che molte ore dopo la morte, e che quindi fino al giorno seguente, le sue ricerche sarebbero riuscite vane.Salì sopra un'altura della riva, dove il fiume faceva un gomito, slanciò un'ultima occhiata da vicino e da lontano, a diritta ed a sinistra, e non vide altro che la tranquilla corrente la quale [pg!383] scendeva verso il mare senza il minimo ingombro, poi diede uno scroscio di risa nervose, eccitate da una nuova idea che gli attraversava il cervello:—Sarebbe bella, egli pensò, che mentre io cerco mia moglie, come un'imbecille, sotto la pioggia, sulle rive del Sile, essa fosse ritornata alla villa!...Retrocesse sui suoi passi, percorse nuovamente la strada per lungo tratto, poi prese delle scorciatoie attraverso i campi e i fossati, sprofondandosi nei sentieri, sdrucciolando nelle pozzanghere, camminando a dondoloni, fino che a notte inoltrata, giunse stanco e sfinito davanti il cancello della villa. Ma quando si arrestò per suonare il campanello gli venne in mente che in quella stessa mattina, egli aveva promesso che non avrebbe riposto il piede nella casa paterna. Rimase sbalordito sulla soglia, si sentiva mancare le forze, aveva assoluto bisogno di qualche soccorso. Ah! se Maria l'avesse veduto non lo avrebbe certamente abbandonato sulla strada, in quel triste stato, in una notte piovosa. Ma la sua dignità gl'imponeva di morire piuttosto di domandare ad un villanzone rifatto di concedergli, come una carità, l'alloggio nella casa paterna. Si appoggiò alquanto ai pilastri per riprender fiato e farsi coraggio. [pg!384]Dopo qualche esitazione risolse di chiedere l'ospitalità in casa del maestro Zecchini, il quale avrebbe potuto recarsi alla villa per chiedere notizie di Metilde.Andò dunque a picchiare a quella casa, poco discosta dalla casa paterna. Nessuno rispondeva. Prese un sasso sulla strada e si mise a picchiare più forte, ma si facevano ancora aspettare. Finalmente udì che si apriva un balcone, al primo piano, vide comparire un lumicino, e la vecchia fantesca, che gli domandò in aria diffidente e sospettosa:—Chi è a quest'ora, e con questo tempo da ladri?... di chi domandate?—Domando del maestro Zecchini, e non sono un ladro.—Il maestro è a cena, e a quest'ora non riceve nessuno, andate con Dio in santa pace.—A cena?! disse Silvio, tanto meglio!... apritemi dunque Anastasia, non mi avete ancora conosciuto?—sono Silvio Bonifazio.—Maria Vergine santissima! esclamò la vecchia, il signor Bonifazio con questo tempo! a quest'ora!... corro subito ad aprire—e scomparve.Silvio sentì gli zoccoli dell'Anastasia che scendevano per la scala di legno, ma attese invano per lungo tempo che essa venisse ad aprire. [pg!385]La povera vecchia era corsa in tinello ad avvertire il maestro di quella visita, ma egli non voleva crederle; convinto che Silvio fosse partito colla moglie, temeva un tranello, qualche malfattore che volesse ingannarlo per farsi aprire la porta, e assassinarlo, non si è mai sicuri in questi tempi!... e stava discutendo sul partito da prendere, mentre Silvio aspettava sotto la pioggia.Dopo lungo tempo si riaprì la stessa finestra del piano superiore, e questa volta era la testa calva del maestro che si presentava ad interrogare il visitatore sospetto. Dopo un breve dialogo venne tolto ogni dubbio e il maestro si decise a discendere, e ad aprire la porta.Ma quando vide entrare quella figura tutta sciupata le vesti, e ricoperta di fango, egli mandò un grido di terrore, credette d'essere caduto nell'inganno, e non voleva persuadersi che fosse Silvio Bonifazio.—Ma sono io medesimo, in carne ed ossa, ripeteva Silvio, sono io che vengo a mangiarvi la cena, e a domandarvi un letto per questa notte....—Tanto meglio! tanto meglio! diceva sospirando il maestro, che stentava a rimettersi dallo spavento.Lo introdusse in cucina, lo fece sedere sotto [pg!386] la cappa del camino, coi piedi sul focolare; accesero delle fascine, che rischiararono tutto l'ambiente, e fecero fumare l'ospite inaspettato, che pareva prendesse fuoco.Intanto che l'Anastasia, con una spazzola, gli levava il fango dalle scarpe, il maestro gli stropicciava i vestiti con un cencio; egli li ringraziava, e rispondeva alle domande ansiose del vecchio amico:—Ho corso dietro tutto il giorno a quella matta di mia moglie, che ha scelto questa bella giornata per andare al passeggio sulle rive del Sile.... e che forse sarà ritornata alla villa prima di me.—Io rientro appena dalla villa, gli rispose il maestro, e nessuno ha mai saputo niente di voi in tutto il giorno.... Andrea ubbriaco è andato a letto per tempo, io ho tenuto compagnia alla povera donna, che mi raccontò la scena di questa mattina. Essa era inquieta per voi due, non sapendo dove siate andati senza i vostri bauli. Vi ha fatti cercare tutto il giorno, ma invano. La tua imprudenza ha messo il colmo alle sue disgrazie, e tu puoi dire d'averla resa infelice due volte!—Ma infine dove è tua moglie?...—Dio solo lo sa!... non so se sia viva o morta.... ma posso giurarvi che io sono più morto che vivo!... [pg!387] Da più di trenta ore non mangio, mi agito, cammino come uno scemo, senza sapere dove vado....Il maestro lo fece entrare in tinello, Anastasia apparecchiò la tavola, e dopo pochi istanti servì delle uova strapazzate con dentro delle salsiccie, un'insalata di cicoria e ruchetta, del cacio pecorino vecchio, un vinetto bianco frizzante, del pane fresco, e delle frutta.Mangiarono in silenzio, Silvio sgranocchiava a due palmenti, e non faceva complimenti col maestro che continuava a riempirgli il piatto e il bicchiere.—Mi dispiace che non ho altro da offrirti, gli disse il maestro.—Basta così, ne abbiamo più del bisogno, e tutto eccellente, diceva Silvio; e poco dopo soggiunse—se una tremenda apprensione non mi intorbidasse la mente, potrei dire che questo è stato il più lauto banchetto della mia vita!... non ho mai mangiato con tanto appetito.—Intanto la Anastasia è salita ad apparecchiarti un buon letto, riprese il maestro. Prendiamo un'altra fiammata, poi andremo a dormire, per questa sera non possiamo far altro. La notte porta consiglio; domani faremo il resto.Appena coricato, Silvio fu preso da un sonno intenso e profondo, ma dopo poche ore di riposo [pg!388] si destò improvvisamente, scosso da subitaneo terrore. Aveva sognato di vedere la moglie morta, galleggiante sul Sile.Fra il sonno e la veglia non si ricordava più dove fosse, e le tenebre della notte accrescevano la tremenda impressione. Era bagnato di sudore, e andava palpando il letto per raccapezzarsi. Alfine si rammentò tutte le divagazioni del giorno antecedente, il suo arrivo in casa del maestro, e il suo imminente duello con Andrea. I pensieri che lo assalivano erano così incalzanti e affannosi che non gli fu possibile di dormire.Gli pareva che il sangue gli bollisse nelle vene, gettava le coperte che lo soffocavano, si rivoltava nel letto che gli riusciva spinoso.Soltanto all'alba riprese un po' di sonno, oppresso dalla stanchezza.Il maestro inquieto sulla sorte di Metilde si alzò molto per tempo e corse alla villa per sapere se c'era qualche notizia. Nessuno aveva udito parlare di nulla. Il maestro confidò a Pasquale l'arrivo di Silvio, e lo pregò che alla prima notizia gli mandasse un pronto avviso, e che intanto gli portasse il baule, affinchè il suo ospite potesse cambiarsi.Così Silvio si rimise in assetto, e appena fu in ordine, voleva ripartire, alla ricerca della moglie [pg!389] smarrita, ma il maestro gli fece osservare che era inutile fare delle ricerche senza nessun dato positivo, senza sapere da qual parte rivolgere i passi. Per semplice precauzione aveva mandato un uomo fido ad orecchiare lungo il fiume, ed in città; e aspettavano ansiosamente la distribuzione dei giornali locali per vedere se la cronaca cittadina avesse raccolto qualche sinistro accidente.Solo verso le dieci si vide da lontano Pasquale che correva in direzione della casa del maestro e si pensò subito che ci doveva essere qualche notizia. E infatti egli portava una lettera all'indirizzo di Silvio, giunta in quel momento alla villa col messo postale.Silvio lacerò rapidamente la busta con mano nervosa, e con indicibile apprensione. Era il suocero che gli scriveva, annunziandogli che Metilde era giunta felicemente in Venezia; ed era ritornata in famiglia, dopo tante amarezze, col fermo proponimento di non vedere mai più suo marito. S'era accorta da molto tempo della tresca infame di lui, ma le mancava il coraggio di abbandonarlo. Le maledizioni, e gl'insulti aggiunti alla sua pessima condotta, e specialmente l'ultima scena scandalosa la spinsero a mandare ad esecuzione il suo divisamento. I genitori la approvavano [pg!390] pienamente, e in quello stesso giorno il suocero avrebbe presentato al Tribunale la domanda di separazione, facendo valere il diritto della sposa agli alimenti, secondo la clausola del contratto di nozze.—Altro che annegata!... e quella maledetta lavandaia di Treviso che m'aveva fatto credere di averla veduta!...—Non conosci ancora certe donne! gli disse il maestro, non sai che si divertono a mandare i mariti a spasso, e a tenerli lontani dalle mogli, pensando di giovare al proprio sesso, è una vera camorra. La lavandaia si è burlata di te, che dovevi essere abbastanza ridicolo colla tua ingenuità!....—Riconosco d'essere stato un asino!...—Siamo sempre d'accordo, gli rispose il maestro, non parliamone più. Adesso devi pensare agli affari, a guadagnare gli alimenti per la moglie, come li esige il suocero avvocato.—Per mia moglie, osservò Silvio, gli alimenti saranno magri!... e a me non resterà più un soldo per vivere!—Nè una donna da amare!... soggiunse il maestro.—Non importa.... domani posso esser morto! osservò Silvio. Vado subito a Treviso a trovarmi [pg!391] i testimoni, e si deciderà la mia sorte, e quella d'Andrea.Prima di uscire svelò il segreto al maestro Zecchini, il quale alzando le spalle gli rispose:—Sei matto, non ti mancherebbe altro!... e poi che testimoni d'Egitto! credi tu che quel mascalzone d'Andrea sappia nulla di duelli e di testimoni; egli la intenderà alla sua maniera, come i villani, ti condurrà sul terreno per finirla a pugni e a coltellate; e ti ammazzerà come un cane dietro un albero!—Oh! questo poi no!...—Lasciami fare, vado io a terminare ogni questione....—No, no, no, le cose non si devono fare a questo modo, egli crederebbe che abbia paura di lui.... io intendo di mandargli i miei testimoni che gl'insegneranno le cose a dovere. Conosco un ufficiale dell'esercito, e penso d'indirizzarmi a lui....—Il testimonio lo voglio far io!... disse il maestro con fermezza, e mi pare di averne il diritto. Figurarsi se posso permettere che due matti facciano un altro scandalo, e accrescano gli strazii di quella povera Maria con un delitto!... Vado subito alla villa, aspettami qui, che fra non molto sarò di ritorno. [pg!392]Silvio sperava che il maestro s'ingannasse, aveva proprio voglia di trascinare l'avversario sul terreno; si sentiva ben disposto tanto ad ucciderlo che a morire, e attendeva con impazienza il suo destino.Ma il maestro aveva ragione. Andrea ignorava tutte le leggi cavalleresche, credeva di fare un duello in famiglia, senza tante cerimonie; e forse era anche vero quello che aveva detto Zecchini: avrebbe voluto giuocare di coltello, e ammazzare l'avversario a tradimento.Il maestro Zecchini non tardò a persuadere Andrea Pigna che aveva torto, e che per rispetto verso la moglie doveva rinunziare ad una vile vendetta. Maria vedendo il marito fremente pregò il maestro che persuadesse anche Silvio di lasciare il paese.... e per sempre.Non era possibile fare altrimenti, per la pace di tutti, e per l'onore di Maria.Silvio rilasciò al maestro Zecchini una procura illimitata per compiere totalmente le divisioni di famiglia, liquidare tutti i conti, e presentarne i risultati all'avvocato Ruggeri, e fissare la parte alla quale aveva diritto sua moglie.E venne stabilito il giorno seguente per la partenza di Silvio per Roma.—Ma hai pensato seriamente a quello che fai? [pg!393] gli chiese il maestro, guarda bene di non commettere delle nuove corbellerie, ne hai già fatte anche troppe!... devi pensare sul serio a guadagnarti il pane!...—Perdio! rispose Silvio, vuoi che a Roma io muoia di fame?...—Il giornalismo non è per tutti.... che cosa farai se non riesci?... sarai uno spostato!...—Farò il cuoco!—disse il giovane in aria burlesca—e sarò debitore a mia moglie di questo ripiego. Essa non ha mai voluto saperne di occuparsi del nostro pranzo; ci ho dovuto pensare io, così ho imparato l'arte, e la metto da parte, come dice il proverbio.—Piccola differenza!... farai il giornalista.... od il cuoco?...—Idealismo e positivismo, politica e cucina paiono cose tanto disparate, eppure si avvicendano continuamente; il pensare mette in appetito, il mangiare modifica le idee; chi mangia bene fa una politica da egoista, chi mangia male una politica rivoltosa e rivoltante. Discutere gli affari di Stato e la minuta del pranzo sono due fatti positivi dai quali dipende sovente la pubblica moralità. Mangiare e sognare, illudersi sempre! ecco in che cosa consiste la commedia della vita!... [pg!394]Il maestro non capiva niente a queste elocubrazioni, e rideva per amor proprio soddisfatto.Venuta la sera, Silvio fece una passeggiata solitaria intorno la villa paterna; diede l'ultimo addio a quella casa, a quegli alberi, a quelle memorie, a quella pace.Al mattino seguente il maestro Zecchini prese a nolo una vettura e accompagnò alla stazione l'amico che partiva.Passando per l'ultima volta davanti al cancello della villa, Silvio mandò un profondo sospiro, e asciugandosi una lagrima disse al maestro:—Potevo essere completamente felice in quella dimora deliziosa, e vivere giorni sereni e tranquilli con quella donna semplice e sublime.... ed ho tutto perduto!...Il maestro ruppe in una sghignazzata satanica, che faceva il più strano contrasto coi sentimenti melanconici espressi da Silvio, il quale rimase tristamente sorpreso, e gli domandò perchè ridesse a quel modo.—Ti domando scusa, mille volte scusa, si affrettò a rispondergli il maestro; non ho mai saputo frenare il mio maledetto carattere, nè la mia maniera di pensare. Che vuoi!... ascoltando i tuoi lamenti mi è venuto in mente un antico proverbio [pg!395] che dice: «l'asino non conosce la coda, che dopo di averla perduta.»Silvio si sentì umiliato da quella verità, ma era una verità; ed abbassò il capo, e non trovò una sola parola da rispondere.Continuarono la strada in silenzio. Giunti alla stazione si abbracciarono commossi, e Silvio partì per Roma.FINE.DELLO STESSO AUTORE:Il Proscritto(1853). 2.ª ediz. (Milano, Rechiedei, 1870).Le donne hanno ragione(Milano, Redaelli).La vita campestre(Rechiedei, 1870), 2.ª edizione.Bozzetti morali ed economici(Treviso, Zoppelli, 1868).Ricordi d'un Eremita(Milano, Rechiedei, 1870-74).Ricordo di Treviso(Treviso, Zoppelli, 1874).Le Cronache del Villaggio(Milano, Rechiedei, 1872).Il Bacio della contessa Savina(Treves, 1875). 3.ª ed. L. 1 —Villa Ortensia(Treves, 1876) L. 3 —Novità dell'industria applicata alla Vita domestica(Treves, 1879). 2.ª edizione L. 3 —Il Roccolo di Sant'Alipio(Treves, 1881) L. 3 50Sotto i Ligustri, novelle, reminiscenze dell'esilio e impressioni rurali (Treves, 1881) L. 3 50Il Convento(Treves, 1883). 2.ª edizione L. — 50Il Dolce far niente(Treves, 1884). 2.ª edizione L. 3 50Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (fruscio-fruscìo, nostalgia-nostalgìa e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):95—subisce la duratirannide[tirrannide]162—scelti nelle sale diGuggenheim[Guggenhein]198—e con veraabnegazione[annegazione]254—sdrucciolava giùper[per per] la gola342—Metilde e Andrea furonomalcontenti[malcoltenti]372—andò a picchiareaddirittura[addiritura]*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA FAMIGLIA BONIFAZIO ***

XX.Silvio era andato a Treviso, e ritornò con una lettera per sua moglie. Era la risposta dell'avvocato, che diceva fra le altre cose: «Quella lettera di Roma è scritta evidentemente da un matto, che vede il mondo attraverso il suo cervello, che offre ad un amico l'impresa pericolosa di dirigere un giornale screditato, per compiere la sua rovina. Andando a Roma con quelle idee non trovereste che gl'imbarazzi e la miseria. Il disastro economico di tuo marito non lo obbliga a fare nè il contadino nè il giornalista. In campagna senza le cognizioni nè la pratica dell'agricoltore egli non potrebbe vivere che in ozio, condannando la moglie educata, e avvezza a vivere nella buona società, a trascinare una vita noiosa, nello squallore rurale. A Roma senza un impiego fruttuoso, nella lotta scapigliata dei partiti non avrebbe a subire che continui disinganni [pg!361] e pericoli. A Venezia non potrete più tenere un appartamento, ma avete la nostra casa, ove tu riprenderai le consuete abitudini, vivrai coi tuoi genitori, e lui dividerà le mie fatiche, e colla sua onorata professione d'avvocato troverà degli onesti compensi. Ecco il vostro solo rifugio. Noi riceveremo in famiglia il figliuol prodigo, e subiremo le conseguenze d'un matrimonio troppo precipitato, senza la dovuta ponderazione e le necessarie garanzie.»Quel giorno nessuno volle scendere a pranzo, la tavola di famiglia rimase deserta.Metilde lesse attentamente la lettera di suo padre, la trovò ragionevole e generosa; la passò a suo marito che la scorse in silenzio, ma colle mani tremanti dalla collera che lo strozzava, non ebbe la forza che di pronunziare poche parole, e interrotte:—Rispondi a tuo padre che partiremo per Roma.... che non ho bisogno della sua elemosina.... gli dirai che «il matrimonio troppo precipitato» l'ho fatto io «senza la dovuta ponderazione, e le necessarie garanzie» e che le sue offese alla mia famiglia, ingiuste e sventate, hanno prodotto un pessimo effetto, quello di esiliarti per sempre da Venezia,... perchè tu non devi vederla mai più!... [pg!362]—Silvio! ascolta.... tu non hai diritto di privarmi dei miei genitori.... nè della mia patria.—Ho diritto di far rispettare la mia famiglia.... e di respingere con sdegno le parole ingiuriose dei tuoi parenti.... Venezia è stata la mia rovina.... tu non la vedrai mai più!... gridò il giovine inviperito.—Ma non vedrò nemmeno Roma!... gli rispose Metilde, con energia.—Ebbene, resteremo qui!... soggiunse il marito con calma apparente.—Nemmeno un giorno di più!... esclamò Metilde, con fiera fermezza, e alzando la destra verso il crocifisso che pendeva sul letto, conchiuse:—Lo giuro sull'anima mia, davanti a quel Cristo!...—Lo vedremo!... disse Silvio al colmo della collera, e sentendo che non poteva più frenare lo sdegno, uscì precipitosamente dalla camera, sbattendo le porte con tale violenza che ne tremò tutta la casa.All'ora del tramonto, Metilde scese lentamente le scale, uscì dalla porta d'ingresso senza essere veduta da nessuno, ed entrò nel parco.La sua testa era in fiamme, sentiva bisogno d'aria libera e di solitudine, per raccogliere i suoi pensieri. [pg!363]Era verso la metà del novembre, una nebbiola trasparente si alzava dai prati, mentre il crepuscolo rosseggiava ancora all'estremità dell'orizzonte. I monti lontani passavano dalla tinta violacea alla turchina, si confondevano col cielo, e finalmente scomparivano nell'oscurità della notte. La terra era coperta dalle foglie cadute dagli alberi che scricchiolavano sotto i piedi. Al fruscìo della veste, e al rumore dei passi, gli uccelli raccolti sui rami fuggivano in massa, producendo l'effetto d'un soffio improvviso di vento. Poco dopo il suo passaggio ritornavano al loro posto, e si sentiva nel bosco un pigolìo confuso, che andava scemando a poco a poco, e si diffondeva il silenzio notturno, interrotto lievemente dallo screpolo d'un ramo secco, o dalla lenta discesa d'una foglia fra le ciocche dei pedali.A notte inoltrata Silvio rientrò in casa, accese un lume, salì nella sua stanza, e fu sorpreso di trovarla vuota.—Un altro capriccio dispettoso!—esclamò, e si gettò tutto vestito sul canapè per aspettare la moglie. Divagò lungamente assorto in dolorose meditazioni, fino che cominciò a sonnecchiare, poi ad assopirsi, e finì coll'addormentarsi profondamente, abbattuto da tante sensazioni diverse, e da tanti pensieri. [pg!364]Risvegliatosi tutto ad un tratto a motivo d'un sogno spaventoso, alzò la testa sonnolenta, si sorprese di non essere a letto, poi si ricordò del motivo dell'aspettativa, guardò d'intorno, e rimase meravigliato d'essere ancora solo. Guardò l'orologio e diede un guizzo, era passata la mezzanotte!—Dove diavolo sarà andata a cacciarsi? pensò con qualche inquietudine; o era proprio un dispetto ostinato!...—Prese il lume, e cominciò a girare per le camere vicine, con infinite precauzioni, per non risvegliare quelli che dormivano. Visitò tutte le stanze che sapeva disabitate, per vedere se si fosse addormentata sopra qualche divano, ma erano tutte vuote. Esaminò le porte di casa, ed erano chiuse come al solito; dunque Metilde era rimasta fuori.—L'avranno creduta nella sua stanza, ed essa non si sarà degnata di picchiare;—e pensava,—dove diavolo può essere andata? essa che ha paura di tutto! è davvero sorprendente!...—Poi cominciava ad aver paura anche lui....—ieri sera mi pareva in uno stato di esaltazione.... mi ha veduto molto in collera.... se avesse perduta la testa?... ah no!... mai!...Piano piano aperse la porta con mano tremante, lasciò il lume sul tavolo, e uscì. Era un bel chiaro di luna. Cominciò a guardare intorno alla casa, [pg!365] sotto il portico e nelle serre, cercò attentamente in ogni angolo delle adiacenze, e non vide nessuno. Allora entrò nel bosco, dove la luna non penetrava che a sprazzi attraverso i rami degli alberi. Diede un'occhiata al laghetto e si sentì la pelle d'oca.La superficie tranquilla non aveva una crespa, ma all'ombra faceva paura, perchè era nera come un panno funebre. Si passò una mano sulla fronte, e continuò a camminare sotto gli alberi.Al minimo rumore si fermava, e chiamava a mezza voce:—Metilde.... Metilde sei qui?...—ma nessuno gli rispondeva.Sentiva il rimorso d'aver dormito un po' troppo, di non aver cercato prima, sentiva di aver avuto torto; forse nuove disgrazie lo aspettavano dopo tutte le altre, forse la misura non era ancora colma!... Girovagando inquieto con questi pensieri, e con molti altri, vide dapprima un'ombra scura sopra un banco ai piedi d'un albero, si avvicinò rapidamente, e non tardò ad avvedersi che era proprio lei; ma chiamata per nome non rispose, e non si muovea.Quella rigida immobilità gli fece un'impressione tremenda, un tremito di paura lo assalse, non osava avanzarsi, ebbe bisogno di uno sforzo [pg!366] energico per avvicinarla, guardarla, toccarla. Metilde dormiva.La scosse leggermente; essa alzò il capo, distese le braccia e le gambe, fece uno sbadiglio, e si mise a battere i denti dal freddo.... doveva essere irrigidita. Non rispose a nessuna delle sue domande, si alzò in piedi e partì.—Metilde, arrestati, ascolta, dove vai? che cosa pensi?...—nessuna risposta! continuava ad andare avanti lentamente, e lui la seguiva, e pensava:—È peggio assai di quanto io temeva!... non è morta, ma è pazza!... e le diceva, con voce angosciosa:—Metilde!... povera Metilde!... aspetta tuo marito.... ascolta una parola.... fermati un momento; ho da parlarti.... ma essa non gli dava retta, e proseguiva impassibile la sua strada, fino che veduta la porta aperta entrò in casa.Silvio la accompagnava da presso, chiuse la porta, prese il lume, essa lo precedeva, prese a salire la scala, ed entrò nella sua camera, ed egli la seguì, ed anche quell'uscio fu chiuso.Egli osservava tutti i movimenti di lei con grande attenzione, vide che cercava qualche cosa, le offerse un mantello, la aiutò a coprirsi, poi quando sedette sul canapè, gli si mise dirimpetto e ricominciò a interrogarla. [pg!367]—Perchè non sei venuta a dormire?...—Perchè mi avete chiusa fuori, gli rispose.—Perchè non hai picchiato alla porta?—E tu perchè non sei venuto a cercarmi?Non era nemmeno pazza! era dunque una commedia, una brutta e dispettosa commedia. Questi pensieri cambiarono le ansiose inquietudini del marito, in una irritazione sdegnosa, che gli fece dire sgarbatamente:—Quando si tratta di fare dei dispetti non hai più paura di niente, nemmeno d'un raffreddore, o anche d'una malattia più grave!...—Magari pure! rispose Metilde, così almeno tutto sarebbe finito!...—Sciocchezze!... Ti avverto che questa sia l'ultima volta che mi fai delle scenate; io non amo gli scandali, e sono deciso di non tollerarli.—Sarà l'ultima volta!... te lo prometto.... te ne dò la mia parola d'onore.... se questa sera mi è mancato il coraggio, sarò più forte domani mattina....—Con queste sballonate tu credi di farmi una grande impressione, e invece mi fai dispetto... Pare a sentirti che tu sia la donna più infelice della terra!... ma che cosa ti manca?...—Mi manca tutto! essa rispose; l'affezione e il rispetto di mio marito, la pace domestica, le [pg!368] speranze dell'avvenire, e tante altre cose che non dico....—Alle corte: l'affezione e il rispetto non si impongono, ma bisogna meritarli. In quanto alla pace domestica, sono i tuoi sospetti, e i tuoi dispetti che la intorbidano, sei bisbetica, egoista, intollerante, difficile in ogni cosa!—Tu mi trovi anche difficile?!... ma quali sono le mie esigenze?.... vivo forse secondo il mio stato?... o non mi hai condannata alla vita più noiosa del mondo?... in mezzo a gente rozza.... fra un ubbriacone e la tua ganza!...Silvio scattò, come se fosse spinto da una molla potente, e facendosele davanti coi pugni al viso le disse:—Voi mentite sfacciatamente!... insultate una santa donna, la suora di carità della famiglia, quella che ha soccorso pietosamente i miei poveri parenti infermi, che ha chiusi gli occhi alla buona nonna e all'ottimo mio padre; essa vale mille volte più di voi, non siete degna di mettervi al suo paragone, e guai a voi! se osaste ancora insultare la sua virtù.... civettuola orgogliosa.... e buona da nulla!...Allora Metilde si alzò alla sua volta, pallida come una morta, e disse, con voce tremante:—Non mancavano più che questi insulti!... e la [pg!369] glorificazione d'una ipocrita che non inganna che voi solo!... tutti gli altri la conoscono, tutti sanno che è la vostra ganza!—Basta così!... questa è una menzogna, è un'infamia; tutti la benedicono, voi sola la calunniate indegnamente!... ritirate subito questo insulto....—Giammai! è la pura verità, lo dice lo stesso suo marito.... lo ripete perfino il cocchiere!...—Due cialtroni vigliacchi! due idioti, due ingrati balordi!... che insultano l'angelo della famiglia!—Che sia maledetto quell'angelo, che divenne il demonio dell'inferno!—Maledetta voi e la vostra razza infame e orgogliosa, maledetto il nostro matrimonio che ci ha resi tanto infelici!—Ancora per poco! soggiunse Metilde, la misura è colma. Consolatevi che presto sarete libero di continuare la vostra tresca, senza l'incomodo della moglie....—Declamazioni... fanfaronate... commedie tutte da ridere. Vi conosco troppo, voi e tutta la vostra razza frolla.... non siete capaci di pungervi un dito. Mettetevi a letto, riposatevi dalla stanchezza prodotta dalla rappresentazione drammatica di questa notte. E apparecchiativi a partire per Roma! [pg!370]—Parto piuttosto per l'altro mondo!... il Sile non è poi tanto lontano!... ricordatevi il mio giuramento davanti il Cristo.... e siate sicuro che io non giuro mai il falso.Silvio alzò le spalle in atto d'incredulità e di disprezzo, si sentiva soffocare dalla collera, provava il bisogno di rompere qualche cosa, temeva che l'eccesso dello sdegno lo spingesse a delle escandescenze; volle fuggire il pericolo, uscì dalla stanza, scese precipitosamente le scale, e si mise a correre sotto gli alberi del parco, con passo concitato, coi pugni serrati, coi denti stretti.Era l'alba. L'aria fresca della mattina non tardò a portare qualche refrigerio ai suoi nervi malati, a calmare l'onda del sangue che gli bolliva nelle vene, ma il suo cervello delirava.—Quale funesto destino! egli pensava; quante amarezze, quanti disinganni! E quale avvenire mi attende?... la vita non è che un sogno rapido e triste; a che servono le fatiche degli studi, le lotte della politica, le agitazioni del mondo? Appena cominciata l'azione.... tutto finisce! Qui, in questa casa potevo vivere tranquillo e felice i pochi giorni che mi sono concessi, come fece mio padre, ma fui sordo a' suoi buoni consigli, fui cieco e ambizioso. Ho creduto di sprezzare chi amavo teneramente, pago di false apparenze, [pg!371] ho ceduto il posto ad un idiota briccone; ho preferito all'oro greggio l'orpello lucente, e mi sono ribadita ai piedi la catena del forzato!... Oramai è inutile che mi faccia delle illusioni, la verità è questa: detesto mia moglie, e adoro mia cugina! tutti lo vedono e lo ripetono, io solo mi ostino a nasconderlo a me stesso, malgrado la passione che mi arde dentro, compressa violentemente da tanto tempo, e prossima ad uno scoppio inevitabile.... Ah! Maria!... Maria!... ti ho sempre amata, anche prima d'essermene accorto, e non ho mai avuto l'ardire di confessartelo, nemmeno quando eravamo liberi entrambi.... Essa non ha mai udito dalla mia bocca una dichiarazione d'amore.... ma sa tutto.... e mi ama!... sì, essa pure mi ha sempre amato, fino dalla prima gioventù; noi lo sentiamo senza bisogno di dircelo, lo sentiamo nel profondo dell'anima, lo vediamo nello sguardo, nell'accento, nel sorriso, lo proviamo nell'aria elettrizzata dalle nostre scintille, nel tremito dei nervi, nel tocco delle mani!... La vera passione ha il suo linguaggio arcano, ben più sublime delle ciarle volgari. Le parole umane non hanno significati sufficienti per manifestare le più alte e profonde sensazioni. Eppure con questa passione nell'anima, e coll'arcana intelligenza dei nostri cuori, io l'ho tradita!... l'ho abbandonata! e ne [pg!372] ho sposata un'altra!!... Non esisteva fra noi nessuna promessa palese secondo le fredde abitudini sociali.... ma le due anime erano già legate dalla natura.... io avevo un debito segreto verso di lei, le sono sfuggito con vera fellonia.... ma tali debiti si pagano sempre, in questa o nell'altra vita!... Iddio mi ha condannato al martirio in questo mondo, ed ora incominciano le pene!...Maria, col suo coraggio, colla sua dignità, ha dissimulato il mio tradimento!... col buon senso pratico che domina la sua vita, ha nascosto l'offesa, ha sofferto in silenzio, ha accettato con rassegnazione il compagno che le venne proposto dai parenti, e lo tollera coi suoi vizii, e lo difende!... ma non può amarlo.... non lo ama.... perchè ama me solo!... e forse attende che io mi prostri ai suoi piedi.... per gettarsi nelle mia braccia!....Io sono sempre stato un fatuo, uno scimunito, un idiota!... io attendevo senza pensarci, che Maria venisse a confessarmi il suo amore, che venisse a provocarmi con soavi parole davanti l'alterigia spietata del mio contegno.... imbecille!!...Ma la nostra passione è giunta a tale intensità, che basterà una sola parola per farla prorompere.... e questa parola non l'ho ancora detta!—Mentre fantasticava in queste stravaganze, agitato dalla passione fomentata dalla collera, dal [pg!373] lungo digiuno, dalla notte insonne, vide Andrea che usciva di casa collo schioppo in ispalla.—Essa è sola nella sua camera, egli pensò; è giunto il momento di finirla!...—Rientrò in casa con prudenti precauzioni, per non esser veduto da nessuno, e reso sicuro dall'ora quieta della mattina, e dal silenzio che regnava dovunque, andò a picchiareaddiritturaalla camera da letto di Maria.—Chi è? essa domandò.—Sono io.... Silvio.... ho bisogno di parlarti....—Aspetta un momento, vengo subito, rispose.Egli aspettò ansiosamente, col cuore in burrasca, colla mente esaltata da pensieri strani. Udiva nell'interno della camera uno scompiglio affrettato, un fruscìo precipitato di cose, cassette che si chiudevano, sedie rimosse, e finestre che si spalancavano. Quando tutto fu messo in assetto. Maria corse ad aprire, e, col solito aspetto sereno, gli disse:—Scusami se ti ho fatto aspettare, tutto era in disordine.... Ti sei alzato molto per tempo, che cosa vuoi?...—Vengo a farti una proposta, le disse il cugino, una proposta definitiva, che metterà un termine a tutte le nostre amarezze, che riparerà tutti i miei torti, che ci aprirà un avvenire felice.... [pg!374] mettiti al disopra di tutti i pregiudizii, non secondare che l'unico impulso del cuore, e rispondimi francamente sì o no senza esitazioni....—Ebbene parla.... io sono pronta a tutto, non c'è sacrifizio che possa parermi troppo grave, se posso vederti contento.... dimmi che cosa devo fare....—Vieni a Roma con me....—A Roma?... per che fare?... con chi?...—A Roma noi due soli!... fuggiamo da questo paese.... è l'unico rimedio a tutto un passato di errori funesti, seguìti da disinganni fatali. Io non amo Metilde, tu non ami Andrea, io non amo, non ho mai amato che te sola. Il nostro reciproco affetto col suo silenzio eloquente è l'amore vero, tutto il resto non è che inganno e illusione!...—Silvio! Silvio.... tu deliri, hai gli occhi che gettano fiamme, il tuo viso è stravolto, hai i capelli irti sulla fronte, dimmi che ti senti male, va nella tua camera....—Io ti amo ardentemente, ti ho sempre amata, non posso più vivere senza di te, tu devi esser mia per sempre.... vieni e saremo felici!...—Ma tu bestemmi e mi offendi!... tu spergiuri, e mi proponi il disonore, la vergogna, il tradimento!... e vuoi che siamo felici!... tu sei malato, povero Silvio, qualche dolore inaspettato ti ha sconvolto il cervello.... [pg!375]—Maria, rispondimi francamente, voglio sapere se mi sono ingannato, se devo vivere o morire, rispondimi francamente: mi ami o non mi ami?...—Io non devo amare che mio marito....—Ma tu non puoi amarlo!...—Ho promesso davanti a Dio, di vivere con lui e per lui.... tutto il resto è impossibile!... ritirati.... va.... tu mi proponi una infamia.... non sei degno del nome che porti!...—Maria, non rinnegare la voce della natura, la vita, l'amore, tutto quello che è buono e che è vero, per dei pregiudizii funesti, per un vano rispetto alle ingiustizie ed alle insanie sociali!... Maria.... Maria vieni con me, io ti prometto il paradiso in cambio d'ogni sacrifizio....—Tu vaneggi, e non mi offri che l'inferno, il tradimento, la vergogna, il disonore, i rimorsi.... ritirati.... va.... te lo impongo in nome di tuo padre che ci vede.... esci da questa stanza....—E così dicendo con voce imperiosa, gli accennava la porta col braccio alzato e l'indice disteso.Silvio si precipitò in ginocchioni davanti la donna amata, spinto dall'amore sfrenato o dal rimorso, alzò le mani giunte verso di lei....... e in quel momento si spalancò la porta della camera, e Andrea e Metilde comparvero sulla soglia. Ci fu un minuto di sosta, e poi Andrea si slanciò verso [pg!376] Silvio colla mano armata dal coltello, e gli misurò un colpo che venne sventato dal braccio di Maria, la quale rimase ferita ad una mano, ma potè disarmarlo. Alla vista del sangue che spruzzò sul volto di Silvio, Metilde spaventata si mise a gridare, chiedendo aiuto, e fuggì precipitosamente giù dalle scale. Silvio si era alzato in piedi, dicendo ad Andrea:—Usciamo di qui, sono pronto a darvi qualunque soddisfazione, ma rispettate vostra moglie, l'avete ferita brutalmente, senza rendervi conto d'una scena che dovrebbe avervi sorpreso. Vi siete fitto in mente che io abbia sedotto vostra moglie, ma se questo fosse vero non mi avreste trovato ai suoi piedi. Io la supplicavo di fuggire lontano da voi, che non la meritate; essa vi difende e vi resta fedele malgrado i vostri torti. Ringraziate Iddio di tanto benefizio, del quale siete indegno. Ora sono ai vostri comandi, che cosa esigete da me?...—Prima di tutto esigo che abbandoniate all'istante questa casa, per mai più rimettervi il piede.Silvio guardava Maria, interrogandola collo sguardo. Essa finiva di bendarsi la mano, e dopo d'aver calmato alquanto il marito, soggiunse:—Andrea ha diritto d'imporvi quest'obbligo e voi dovete obbedirlo. [pg!377]Silvio abbassò il capo, alzò le braccia in aria ed uscì senza proferire una parola. Era una protesta o un segno di rassegnazione? nessuno poteva saperlo. Andrea lo seguì, Maria inquieta li accompagnava da lontano.—Adesso tocca noi di finirla, gli mormorava Andrea dietro le spalle, in modo da non essere udito dalla moglie, per ritrovare la quiete bisogna che uno di noi due scomparisca dal mondo.—È vero, gli rispose Silvio, io sono pronto a seguirvi dovunque.—Adesso, subito, è impossibile, rispondeva Andrea, mia moglie ci sorveglia, allontanatevi, ma prima di lasciare il paese, giuratemi che ci rivedremo.—Vi dò la mia parola, che sarò pronto.Maria afferrò il marito per l'abito, e lo trascinò altrove. Silvio entrò nella sua stanza, per fare il baule, che riempì alla rinfusa con quanto gli cadeva in mano senza sapere ciò che facesse, lo chiuse, si mise la chiave in tasca, e uscì per cercare sua moglie. Fece il giro del parco, diede un'occhiata dovunque, poi si recò sotto il portico dell'adiacenza per domandare se qualcuno l'avesse veduta e trovò Pasquale che pareva molto sorpreso d'incontrarlo e gli disse:—Ah, padrone mio, credevo di non vederlo più vivo!... [pg!378]—Perchè?...—Ecco la ragione: questa mattina la signora Metilde uscì per tempo, mi pareva molto agitata, ho creduto prudente di seguirla a qualche distanza. Essa vagava pei campi, camminava in fretta, guardava il cielo, e faceva dei gesti strani. Io le teneva dietro da vicino nascosto da una siepe, quando s'incontrò col signor Andrea che andava alla caccia, gli si fermò davanti, e le disse:—Dove andate a quest'ora?...—Non lo so, essa gli rispose seccamente.—E avete lasciato solo vostro marito? quale imprudenza! e soggiungeva: Se egli sapesse che sono uscito di casa, andrebbe a trovare mia moglie.—Silvio è uscito prima di voi, e vi avrà veduto ad uscire, essa gli disse:—Ah?... si sarà nascosto apposta per ispiarmi.... scommetto che sarà in compagnia di mia moglie.... sarà entrato nella sua camera....—Ah?... se fosse vero! esclamò la signora Metilde; ho un pensiero fisso al quale resisto ancora perchè mi manca il coraggio; ma se avessi quest'ultima prova, saprei compiere il mio destino!...—Allora il signor Andrea la prese per mano, e le disse:—Andiamo a vedere!—Essa lo seguiva come una bambina, io mi acquattai dietro la siepe per non essere scoperto, e non ebbi tempo di avvertirvi prima che essi entrassero [pg!379] in casa. Quando seppi che vi avevano proprio trovato in camera, vi piansi per morto! ma le fantesche mi dissero che la sola padrona è ferita. Me ne consolo con voi che l'avete scappata bella!...—E mia moglie l'hai più veduta?...—Dopo quella scena non l'ho più vista. Ah poverina! non la abbandoni troppo al suo dolore. Mi scusi sa, ma farebbe pietà ai sassi. Se l'avesse veduta questa mattina!... le tenga gli occhi adosso.... è in tale stato d'esaltazione che sarebbe capace di commettere qualche imprudenza!...Pareva che queste ultime parole lo colpissero fortemente. Affrettò il passo, uscì dal cancello, si mise in traccia di sua moglie, ripetendo lo stesso ritornello della sera antecedente: dove diavolo sarà andata a cacciarsi?...Poi gli ritornavano alla memoria alcune espressioni della infelice: «mi è mancato il coraggio, sarò più forte domani mattina» ed aveva ripetuto ad Andrea: «mi manca il coraggio, ma se avessi quest'ultima prova saprei compiere il mio destino» e si rammentava che gli aveva detto fra le altre cose: «presto sarete libero, il Sile non è tanto lontano!...» ed altre parole di pessimo augurio.Girovagò stupidamente, senza sapere dove andasse, [pg!380] era digiuno da ventiquattr'ore, esaltato da passioni diverse, l'amore deluso, l'odio per Andrea, il disgusto colla moglie, la ferita di Maria, le minacce della moglie, e la sicurezza d'un duello sanguinoso; vedeva buio nell'avvenire, e provava delle allucinazioni paurose.Camminava a caso, senza discernimento, colla mente confusa, dimenticando talvolta perfino lo scopo principale del suo andare. Poi si scuoteva d'un tratto, come se uscisse da un sogno affannoso, e domandava ai passanti se avessero veduto per caso una signora bionda vestita in lutto. Ma nessuno l'aveva veduta, e lui andava avanti.Si trovò dirimpetto alle vecchie mura di Treviso, fra la porta di San Tommaso e la Barriera Garibaldi, e ad una lavandaia che lo guardava curiosamente fece la solita domanda:—Di grazia, avreste veduta una giovane signora bionda, vestita così e così?—Sì signore, è passata poco fa....—Snella, vestita in lutto?—Snella, vestita in lutto!—È lei!... Da che parte si è diretta?—Camminava sulle sponde del Sile, colla testa bassa, arrestandosi sovente a guardare il fiume ed osservando d'intorno, quasi volesse assicurarsi che nessuno la seguiva.... [pg!381]—È proprio lei!... pensò Silvio e, vi ringrazio, soggiunse, mi avete detto che andava da quella parte?—Sì signore.... a sinistra.... seguiva il corso della corrente...Silvio studiò il passo. Cominciò a sentire una seria inquietudine, e rammentava con sempre maggiore apprensione quelle tremende parole: «domani avrò più coraggio... il Sile non è lontano.... sarete libero....» e pensava. Eppure se fosse vero? se tornassi libero?... libero!... e costeggiava il Sile, guardando attentamente i movimenti dell'acqua.Il cielo era tetro, si alzavano dei nuvoloni scuri dalla parte del mare, un'aria umida scuoteva i rami dei pioppi e ne staccava le ultime foglie ingiallite. Cominciava a cadere una pioggerella minuta, l'acqua del fiume pareva inchiostro, e metteva ribrezzo. Il corso tortuoso del Sile è pieno di curve e di accidenti, e fa certi mulinelli traditori che travolgono nelle loro spire tutti gli oggetti galleggianti. Silvio vide da lontano dei viluppi neri che giravano intorno d'un gorgo, sotto ai roveti delle sponde. Corse spaventato da quella parte. Erano mucchi di foglie secche, di spazzature, di stracci e di stecchi. Respirò più liberamente, e tirò avanti. La pioggia [pg!382] veniva giù sempre più forte, non aveva nè mantello nè ombrello; la strada era molle e fangosa, egli proseguiva imperterrito, tutto fradicio e inzaccherato di pantano fino al ginocchio, col presentimento che finirebbe per trovare la sua donna annegata. E pensava:—farò smentire il suo suicidio, si crederà ad un accidente; le farò fare degli splendidi funerali, e poi sarò libero.... libero!... non resterà più che un solo ostacolo alla mia felicità, quel rozzo villano....—e meditava con truci pensieri di far sparire l'ostacolo.... aveva la mente piena di sicari, e di delitti.... e finiva coll'aver paura di sè stesso, per l'orrore dei suoi pensieri. E tornando a idee più miti, diceva fra sè: io devo anzi studiarmi di non ferirlo in duello, per non rendere impossibile ogni relazione con Maria, e cercherò di lasciarmi ferire per eccitare l'interesse di lei, e risvegliare la sua passione!...Poi crescendo sempre la pioggia, e avvicinandosi la sera, pensò che i cadaveri degli annegati non vengono a galla che molte ore dopo la morte, e che quindi fino al giorno seguente, le sue ricerche sarebbero riuscite vane.Salì sopra un'altura della riva, dove il fiume faceva un gomito, slanciò un'ultima occhiata da vicino e da lontano, a diritta ed a sinistra, e non vide altro che la tranquilla corrente la quale [pg!383] scendeva verso il mare senza il minimo ingombro, poi diede uno scroscio di risa nervose, eccitate da una nuova idea che gli attraversava il cervello:—Sarebbe bella, egli pensò, che mentre io cerco mia moglie, come un'imbecille, sotto la pioggia, sulle rive del Sile, essa fosse ritornata alla villa!...Retrocesse sui suoi passi, percorse nuovamente la strada per lungo tratto, poi prese delle scorciatoie attraverso i campi e i fossati, sprofondandosi nei sentieri, sdrucciolando nelle pozzanghere, camminando a dondoloni, fino che a notte inoltrata, giunse stanco e sfinito davanti il cancello della villa. Ma quando si arrestò per suonare il campanello gli venne in mente che in quella stessa mattina, egli aveva promesso che non avrebbe riposto il piede nella casa paterna. Rimase sbalordito sulla soglia, si sentiva mancare le forze, aveva assoluto bisogno di qualche soccorso. Ah! se Maria l'avesse veduto non lo avrebbe certamente abbandonato sulla strada, in quel triste stato, in una notte piovosa. Ma la sua dignità gl'imponeva di morire piuttosto di domandare ad un villanzone rifatto di concedergli, come una carità, l'alloggio nella casa paterna. Si appoggiò alquanto ai pilastri per riprender fiato e farsi coraggio. [pg!384]Dopo qualche esitazione risolse di chiedere l'ospitalità in casa del maestro Zecchini, il quale avrebbe potuto recarsi alla villa per chiedere notizie di Metilde.Andò dunque a picchiare a quella casa, poco discosta dalla casa paterna. Nessuno rispondeva. Prese un sasso sulla strada e si mise a picchiare più forte, ma si facevano ancora aspettare. Finalmente udì che si apriva un balcone, al primo piano, vide comparire un lumicino, e la vecchia fantesca, che gli domandò in aria diffidente e sospettosa:—Chi è a quest'ora, e con questo tempo da ladri?... di chi domandate?—Domando del maestro Zecchini, e non sono un ladro.—Il maestro è a cena, e a quest'ora non riceve nessuno, andate con Dio in santa pace.—A cena?! disse Silvio, tanto meglio!... apritemi dunque Anastasia, non mi avete ancora conosciuto?—sono Silvio Bonifazio.—Maria Vergine santissima! esclamò la vecchia, il signor Bonifazio con questo tempo! a quest'ora!... corro subito ad aprire—e scomparve.Silvio sentì gli zoccoli dell'Anastasia che scendevano per la scala di legno, ma attese invano per lungo tempo che essa venisse ad aprire. [pg!385]La povera vecchia era corsa in tinello ad avvertire il maestro di quella visita, ma egli non voleva crederle; convinto che Silvio fosse partito colla moglie, temeva un tranello, qualche malfattore che volesse ingannarlo per farsi aprire la porta, e assassinarlo, non si è mai sicuri in questi tempi!... e stava discutendo sul partito da prendere, mentre Silvio aspettava sotto la pioggia.Dopo lungo tempo si riaprì la stessa finestra del piano superiore, e questa volta era la testa calva del maestro che si presentava ad interrogare il visitatore sospetto. Dopo un breve dialogo venne tolto ogni dubbio e il maestro si decise a discendere, e ad aprire la porta.Ma quando vide entrare quella figura tutta sciupata le vesti, e ricoperta di fango, egli mandò un grido di terrore, credette d'essere caduto nell'inganno, e non voleva persuadersi che fosse Silvio Bonifazio.—Ma sono io medesimo, in carne ed ossa, ripeteva Silvio, sono io che vengo a mangiarvi la cena, e a domandarvi un letto per questa notte....—Tanto meglio! tanto meglio! diceva sospirando il maestro, che stentava a rimettersi dallo spavento.Lo introdusse in cucina, lo fece sedere sotto [pg!386] la cappa del camino, coi piedi sul focolare; accesero delle fascine, che rischiararono tutto l'ambiente, e fecero fumare l'ospite inaspettato, che pareva prendesse fuoco.Intanto che l'Anastasia, con una spazzola, gli levava il fango dalle scarpe, il maestro gli stropicciava i vestiti con un cencio; egli li ringraziava, e rispondeva alle domande ansiose del vecchio amico:—Ho corso dietro tutto il giorno a quella matta di mia moglie, che ha scelto questa bella giornata per andare al passeggio sulle rive del Sile.... e che forse sarà ritornata alla villa prima di me.—Io rientro appena dalla villa, gli rispose il maestro, e nessuno ha mai saputo niente di voi in tutto il giorno.... Andrea ubbriaco è andato a letto per tempo, io ho tenuto compagnia alla povera donna, che mi raccontò la scena di questa mattina. Essa era inquieta per voi due, non sapendo dove siate andati senza i vostri bauli. Vi ha fatti cercare tutto il giorno, ma invano. La tua imprudenza ha messo il colmo alle sue disgrazie, e tu puoi dire d'averla resa infelice due volte!—Ma infine dove è tua moglie?...—Dio solo lo sa!... non so se sia viva o morta.... ma posso giurarvi che io sono più morto che vivo!... [pg!387] Da più di trenta ore non mangio, mi agito, cammino come uno scemo, senza sapere dove vado....Il maestro lo fece entrare in tinello, Anastasia apparecchiò la tavola, e dopo pochi istanti servì delle uova strapazzate con dentro delle salsiccie, un'insalata di cicoria e ruchetta, del cacio pecorino vecchio, un vinetto bianco frizzante, del pane fresco, e delle frutta.Mangiarono in silenzio, Silvio sgranocchiava a due palmenti, e non faceva complimenti col maestro che continuava a riempirgli il piatto e il bicchiere.—Mi dispiace che non ho altro da offrirti, gli disse il maestro.—Basta così, ne abbiamo più del bisogno, e tutto eccellente, diceva Silvio; e poco dopo soggiunse—se una tremenda apprensione non mi intorbidasse la mente, potrei dire che questo è stato il più lauto banchetto della mia vita!... non ho mai mangiato con tanto appetito.—Intanto la Anastasia è salita ad apparecchiarti un buon letto, riprese il maestro. Prendiamo un'altra fiammata, poi andremo a dormire, per questa sera non possiamo far altro. La notte porta consiglio; domani faremo il resto.Appena coricato, Silvio fu preso da un sonno intenso e profondo, ma dopo poche ore di riposo [pg!388] si destò improvvisamente, scosso da subitaneo terrore. Aveva sognato di vedere la moglie morta, galleggiante sul Sile.Fra il sonno e la veglia non si ricordava più dove fosse, e le tenebre della notte accrescevano la tremenda impressione. Era bagnato di sudore, e andava palpando il letto per raccapezzarsi. Alfine si rammentò tutte le divagazioni del giorno antecedente, il suo arrivo in casa del maestro, e il suo imminente duello con Andrea. I pensieri che lo assalivano erano così incalzanti e affannosi che non gli fu possibile di dormire.Gli pareva che il sangue gli bollisse nelle vene, gettava le coperte che lo soffocavano, si rivoltava nel letto che gli riusciva spinoso.Soltanto all'alba riprese un po' di sonno, oppresso dalla stanchezza.Il maestro inquieto sulla sorte di Metilde si alzò molto per tempo e corse alla villa per sapere se c'era qualche notizia. Nessuno aveva udito parlare di nulla. Il maestro confidò a Pasquale l'arrivo di Silvio, e lo pregò che alla prima notizia gli mandasse un pronto avviso, e che intanto gli portasse il baule, affinchè il suo ospite potesse cambiarsi.Così Silvio si rimise in assetto, e appena fu in ordine, voleva ripartire, alla ricerca della moglie [pg!389] smarrita, ma il maestro gli fece osservare che era inutile fare delle ricerche senza nessun dato positivo, senza sapere da qual parte rivolgere i passi. Per semplice precauzione aveva mandato un uomo fido ad orecchiare lungo il fiume, ed in città; e aspettavano ansiosamente la distribuzione dei giornali locali per vedere se la cronaca cittadina avesse raccolto qualche sinistro accidente.Solo verso le dieci si vide da lontano Pasquale che correva in direzione della casa del maestro e si pensò subito che ci doveva essere qualche notizia. E infatti egli portava una lettera all'indirizzo di Silvio, giunta in quel momento alla villa col messo postale.Silvio lacerò rapidamente la busta con mano nervosa, e con indicibile apprensione. Era il suocero che gli scriveva, annunziandogli che Metilde era giunta felicemente in Venezia; ed era ritornata in famiglia, dopo tante amarezze, col fermo proponimento di non vedere mai più suo marito. S'era accorta da molto tempo della tresca infame di lui, ma le mancava il coraggio di abbandonarlo. Le maledizioni, e gl'insulti aggiunti alla sua pessima condotta, e specialmente l'ultima scena scandalosa la spinsero a mandare ad esecuzione il suo divisamento. I genitori la approvavano [pg!390] pienamente, e in quello stesso giorno il suocero avrebbe presentato al Tribunale la domanda di separazione, facendo valere il diritto della sposa agli alimenti, secondo la clausola del contratto di nozze.—Altro che annegata!... e quella maledetta lavandaia di Treviso che m'aveva fatto credere di averla veduta!...—Non conosci ancora certe donne! gli disse il maestro, non sai che si divertono a mandare i mariti a spasso, e a tenerli lontani dalle mogli, pensando di giovare al proprio sesso, è una vera camorra. La lavandaia si è burlata di te, che dovevi essere abbastanza ridicolo colla tua ingenuità!....—Riconosco d'essere stato un asino!...—Siamo sempre d'accordo, gli rispose il maestro, non parliamone più. Adesso devi pensare agli affari, a guadagnare gli alimenti per la moglie, come li esige il suocero avvocato.—Per mia moglie, osservò Silvio, gli alimenti saranno magri!... e a me non resterà più un soldo per vivere!—Nè una donna da amare!... soggiunse il maestro.—Non importa.... domani posso esser morto! osservò Silvio. Vado subito a Treviso a trovarmi [pg!391] i testimoni, e si deciderà la mia sorte, e quella d'Andrea.Prima di uscire svelò il segreto al maestro Zecchini, il quale alzando le spalle gli rispose:—Sei matto, non ti mancherebbe altro!... e poi che testimoni d'Egitto! credi tu che quel mascalzone d'Andrea sappia nulla di duelli e di testimoni; egli la intenderà alla sua maniera, come i villani, ti condurrà sul terreno per finirla a pugni e a coltellate; e ti ammazzerà come un cane dietro un albero!—Oh! questo poi no!...—Lasciami fare, vado io a terminare ogni questione....—No, no, no, le cose non si devono fare a questo modo, egli crederebbe che abbia paura di lui.... io intendo di mandargli i miei testimoni che gl'insegneranno le cose a dovere. Conosco un ufficiale dell'esercito, e penso d'indirizzarmi a lui....—Il testimonio lo voglio far io!... disse il maestro con fermezza, e mi pare di averne il diritto. Figurarsi se posso permettere che due matti facciano un altro scandalo, e accrescano gli strazii di quella povera Maria con un delitto!... Vado subito alla villa, aspettami qui, che fra non molto sarò di ritorno. [pg!392]Silvio sperava che il maestro s'ingannasse, aveva proprio voglia di trascinare l'avversario sul terreno; si sentiva ben disposto tanto ad ucciderlo che a morire, e attendeva con impazienza il suo destino.Ma il maestro aveva ragione. Andrea ignorava tutte le leggi cavalleresche, credeva di fare un duello in famiglia, senza tante cerimonie; e forse era anche vero quello che aveva detto Zecchini: avrebbe voluto giuocare di coltello, e ammazzare l'avversario a tradimento.Il maestro Zecchini non tardò a persuadere Andrea Pigna che aveva torto, e che per rispetto verso la moglie doveva rinunziare ad una vile vendetta. Maria vedendo il marito fremente pregò il maestro che persuadesse anche Silvio di lasciare il paese.... e per sempre.Non era possibile fare altrimenti, per la pace di tutti, e per l'onore di Maria.Silvio rilasciò al maestro Zecchini una procura illimitata per compiere totalmente le divisioni di famiglia, liquidare tutti i conti, e presentarne i risultati all'avvocato Ruggeri, e fissare la parte alla quale aveva diritto sua moglie.E venne stabilito il giorno seguente per la partenza di Silvio per Roma.—Ma hai pensato seriamente a quello che fai? [pg!393] gli chiese il maestro, guarda bene di non commettere delle nuove corbellerie, ne hai già fatte anche troppe!... devi pensare sul serio a guadagnarti il pane!...—Perdio! rispose Silvio, vuoi che a Roma io muoia di fame?...—Il giornalismo non è per tutti.... che cosa farai se non riesci?... sarai uno spostato!...—Farò il cuoco!—disse il giovane in aria burlesca—e sarò debitore a mia moglie di questo ripiego. Essa non ha mai voluto saperne di occuparsi del nostro pranzo; ci ho dovuto pensare io, così ho imparato l'arte, e la metto da parte, come dice il proverbio.—Piccola differenza!... farai il giornalista.... od il cuoco?...—Idealismo e positivismo, politica e cucina paiono cose tanto disparate, eppure si avvicendano continuamente; il pensare mette in appetito, il mangiare modifica le idee; chi mangia bene fa una politica da egoista, chi mangia male una politica rivoltosa e rivoltante. Discutere gli affari di Stato e la minuta del pranzo sono due fatti positivi dai quali dipende sovente la pubblica moralità. Mangiare e sognare, illudersi sempre! ecco in che cosa consiste la commedia della vita!... [pg!394]Il maestro non capiva niente a queste elocubrazioni, e rideva per amor proprio soddisfatto.Venuta la sera, Silvio fece una passeggiata solitaria intorno la villa paterna; diede l'ultimo addio a quella casa, a quegli alberi, a quelle memorie, a quella pace.Al mattino seguente il maestro Zecchini prese a nolo una vettura e accompagnò alla stazione l'amico che partiva.Passando per l'ultima volta davanti al cancello della villa, Silvio mandò un profondo sospiro, e asciugandosi una lagrima disse al maestro:—Potevo essere completamente felice in quella dimora deliziosa, e vivere giorni sereni e tranquilli con quella donna semplice e sublime.... ed ho tutto perduto!...Il maestro ruppe in una sghignazzata satanica, che faceva il più strano contrasto coi sentimenti melanconici espressi da Silvio, il quale rimase tristamente sorpreso, e gli domandò perchè ridesse a quel modo.—Ti domando scusa, mille volte scusa, si affrettò a rispondergli il maestro; non ho mai saputo frenare il mio maledetto carattere, nè la mia maniera di pensare. Che vuoi!... ascoltando i tuoi lamenti mi è venuto in mente un antico proverbio [pg!395] che dice: «l'asino non conosce la coda, che dopo di averla perduta.»Silvio si sentì umiliato da quella verità, ma era una verità; ed abbassò il capo, e non trovò una sola parola da rispondere.Continuarono la strada in silenzio. Giunti alla stazione si abbracciarono commossi, e Silvio partì per Roma.FINE.DELLO STESSO AUTORE:Il Proscritto(1853). 2.ª ediz. (Milano, Rechiedei, 1870).Le donne hanno ragione(Milano, Redaelli).La vita campestre(Rechiedei, 1870), 2.ª edizione.Bozzetti morali ed economici(Treviso, Zoppelli, 1868).Ricordi d'un Eremita(Milano, Rechiedei, 1870-74).Ricordo di Treviso(Treviso, Zoppelli, 1874).Le Cronache del Villaggio(Milano, Rechiedei, 1872).Il Bacio della contessa Savina(Treves, 1875). 3.ª ed. L. 1 —Villa Ortensia(Treves, 1876) L. 3 —Novità dell'industria applicata alla Vita domestica(Treves, 1879). 2.ª edizione L. 3 —Il Roccolo di Sant'Alipio(Treves, 1881) L. 3 50Sotto i Ligustri, novelle, reminiscenze dell'esilio e impressioni rurali (Treves, 1881) L. 3 50Il Convento(Treves, 1883). 2.ª edizione L. — 50Il Dolce far niente(Treves, 1884). 2.ª edizione L. 3 50Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (fruscio-fruscìo, nostalgia-nostalgìa e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):95—subisce la duratirannide[tirrannide]162—scelti nelle sale diGuggenheim[Guggenhein]198—e con veraabnegazione[annegazione]254—sdrucciolava giùper[per per] la gola342—Metilde e Andrea furonomalcontenti[malcoltenti]372—andò a picchiareaddirittura[addiritura]*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA FAMIGLIA BONIFAZIO ***

Silvio era andato a Treviso, e ritornò con una lettera per sua moglie. Era la risposta dell'avvocato, che diceva fra le altre cose: «Quella lettera di Roma è scritta evidentemente da un matto, che vede il mondo attraverso il suo cervello, che offre ad un amico l'impresa pericolosa di dirigere un giornale screditato, per compiere la sua rovina. Andando a Roma con quelle idee non trovereste che gl'imbarazzi e la miseria. Il disastro economico di tuo marito non lo obbliga a fare nè il contadino nè il giornalista. In campagna senza le cognizioni nè la pratica dell'agricoltore egli non potrebbe vivere che in ozio, condannando la moglie educata, e avvezza a vivere nella buona società, a trascinare una vita noiosa, nello squallore rurale. A Roma senza un impiego fruttuoso, nella lotta scapigliata dei partiti non avrebbe a subire che continui disinganni [pg!361] e pericoli. A Venezia non potrete più tenere un appartamento, ma avete la nostra casa, ove tu riprenderai le consuete abitudini, vivrai coi tuoi genitori, e lui dividerà le mie fatiche, e colla sua onorata professione d'avvocato troverà degli onesti compensi. Ecco il vostro solo rifugio. Noi riceveremo in famiglia il figliuol prodigo, e subiremo le conseguenze d'un matrimonio troppo precipitato, senza la dovuta ponderazione e le necessarie garanzie.»

Quel giorno nessuno volle scendere a pranzo, la tavola di famiglia rimase deserta.

Metilde lesse attentamente la lettera di suo padre, la trovò ragionevole e generosa; la passò a suo marito che la scorse in silenzio, ma colle mani tremanti dalla collera che lo strozzava, non ebbe la forza che di pronunziare poche parole, e interrotte:

—Rispondi a tuo padre che partiremo per Roma.... che non ho bisogno della sua elemosina.... gli dirai che «il matrimonio troppo precipitato» l'ho fatto io «senza la dovuta ponderazione, e le necessarie garanzie» e che le sue offese alla mia famiglia, ingiuste e sventate, hanno prodotto un pessimo effetto, quello di esiliarti per sempre da Venezia,... perchè tu non devi vederla mai più!... [pg!362]

—Silvio! ascolta.... tu non hai diritto di privarmi dei miei genitori.... nè della mia patria.

—Ho diritto di far rispettare la mia famiglia.... e di respingere con sdegno le parole ingiuriose dei tuoi parenti.... Venezia è stata la mia rovina.... tu non la vedrai mai più!... gridò il giovine inviperito.

—Ma non vedrò nemmeno Roma!... gli rispose Metilde, con energia.

—Ebbene, resteremo qui!... soggiunse il marito con calma apparente.

—Nemmeno un giorno di più!... esclamò Metilde, con fiera fermezza, e alzando la destra verso il crocifisso che pendeva sul letto, conchiuse:

—Lo giuro sull'anima mia, davanti a quel Cristo!...

—Lo vedremo!... disse Silvio al colmo della collera, e sentendo che non poteva più frenare lo sdegno, uscì precipitosamente dalla camera, sbattendo le porte con tale violenza che ne tremò tutta la casa.

All'ora del tramonto, Metilde scese lentamente le scale, uscì dalla porta d'ingresso senza essere veduta da nessuno, ed entrò nel parco.

La sua testa era in fiamme, sentiva bisogno d'aria libera e di solitudine, per raccogliere i suoi pensieri. [pg!363]

Era verso la metà del novembre, una nebbiola trasparente si alzava dai prati, mentre il crepuscolo rosseggiava ancora all'estremità dell'orizzonte. I monti lontani passavano dalla tinta violacea alla turchina, si confondevano col cielo, e finalmente scomparivano nell'oscurità della notte. La terra era coperta dalle foglie cadute dagli alberi che scricchiolavano sotto i piedi. Al fruscìo della veste, e al rumore dei passi, gli uccelli raccolti sui rami fuggivano in massa, producendo l'effetto d'un soffio improvviso di vento. Poco dopo il suo passaggio ritornavano al loro posto, e si sentiva nel bosco un pigolìo confuso, che andava scemando a poco a poco, e si diffondeva il silenzio notturno, interrotto lievemente dallo screpolo d'un ramo secco, o dalla lenta discesa d'una foglia fra le ciocche dei pedali.

A notte inoltrata Silvio rientrò in casa, accese un lume, salì nella sua stanza, e fu sorpreso di trovarla vuota.

—Un altro capriccio dispettoso!—esclamò, e si gettò tutto vestito sul canapè per aspettare la moglie. Divagò lungamente assorto in dolorose meditazioni, fino che cominciò a sonnecchiare, poi ad assopirsi, e finì coll'addormentarsi profondamente, abbattuto da tante sensazioni diverse, e da tanti pensieri. [pg!364]

Risvegliatosi tutto ad un tratto a motivo d'un sogno spaventoso, alzò la testa sonnolenta, si sorprese di non essere a letto, poi si ricordò del motivo dell'aspettativa, guardò d'intorno, e rimase meravigliato d'essere ancora solo. Guardò l'orologio e diede un guizzo, era passata la mezzanotte!

—Dove diavolo sarà andata a cacciarsi? pensò con qualche inquietudine; o era proprio un dispetto ostinato!...—Prese il lume, e cominciò a girare per le camere vicine, con infinite precauzioni, per non risvegliare quelli che dormivano. Visitò tutte le stanze che sapeva disabitate, per vedere se si fosse addormentata sopra qualche divano, ma erano tutte vuote. Esaminò le porte di casa, ed erano chiuse come al solito; dunque Metilde era rimasta fuori.—L'avranno creduta nella sua stanza, ed essa non si sarà degnata di picchiare;—e pensava,—dove diavolo può essere andata? essa che ha paura di tutto! è davvero sorprendente!...—Poi cominciava ad aver paura anche lui....—ieri sera mi pareva in uno stato di esaltazione.... mi ha veduto molto in collera.... se avesse perduta la testa?... ah no!... mai!...

Piano piano aperse la porta con mano tremante, lasciò il lume sul tavolo, e uscì. Era un bel chiaro di luna. Cominciò a guardare intorno alla casa, [pg!365] sotto il portico e nelle serre, cercò attentamente in ogni angolo delle adiacenze, e non vide nessuno. Allora entrò nel bosco, dove la luna non penetrava che a sprazzi attraverso i rami degli alberi. Diede un'occhiata al laghetto e si sentì la pelle d'oca.

La superficie tranquilla non aveva una crespa, ma all'ombra faceva paura, perchè era nera come un panno funebre. Si passò una mano sulla fronte, e continuò a camminare sotto gli alberi.

Al minimo rumore si fermava, e chiamava a mezza voce:—Metilde.... Metilde sei qui?...—ma nessuno gli rispondeva.

Sentiva il rimorso d'aver dormito un po' troppo, di non aver cercato prima, sentiva di aver avuto torto; forse nuove disgrazie lo aspettavano dopo tutte le altre, forse la misura non era ancora colma!... Girovagando inquieto con questi pensieri, e con molti altri, vide dapprima un'ombra scura sopra un banco ai piedi d'un albero, si avvicinò rapidamente, e non tardò ad avvedersi che era proprio lei; ma chiamata per nome non rispose, e non si muovea.

Quella rigida immobilità gli fece un'impressione tremenda, un tremito di paura lo assalse, non osava avanzarsi, ebbe bisogno di uno sforzo [pg!366] energico per avvicinarla, guardarla, toccarla. Metilde dormiva.

La scosse leggermente; essa alzò il capo, distese le braccia e le gambe, fece uno sbadiglio, e si mise a battere i denti dal freddo.... doveva essere irrigidita. Non rispose a nessuna delle sue domande, si alzò in piedi e partì.

—Metilde, arrestati, ascolta, dove vai? che cosa pensi?...—nessuna risposta! continuava ad andare avanti lentamente, e lui la seguiva, e pensava:

—È peggio assai di quanto io temeva!... non è morta, ma è pazza!... e le diceva, con voce angosciosa:

—Metilde!... povera Metilde!... aspetta tuo marito.... ascolta una parola.... fermati un momento; ho da parlarti.... ma essa non gli dava retta, e proseguiva impassibile la sua strada, fino che veduta la porta aperta entrò in casa.

Silvio la accompagnava da presso, chiuse la porta, prese il lume, essa lo precedeva, prese a salire la scala, ed entrò nella sua camera, ed egli la seguì, ed anche quell'uscio fu chiuso.

Egli osservava tutti i movimenti di lei con grande attenzione, vide che cercava qualche cosa, le offerse un mantello, la aiutò a coprirsi, poi quando sedette sul canapè, gli si mise dirimpetto e ricominciò a interrogarla. [pg!367]

—Perchè non sei venuta a dormire?...

—Perchè mi avete chiusa fuori, gli rispose.

—Perchè non hai picchiato alla porta?

—E tu perchè non sei venuto a cercarmi?

Non era nemmeno pazza! era dunque una commedia, una brutta e dispettosa commedia. Questi pensieri cambiarono le ansiose inquietudini del marito, in una irritazione sdegnosa, che gli fece dire sgarbatamente:

—Quando si tratta di fare dei dispetti non hai più paura di niente, nemmeno d'un raffreddore, o anche d'una malattia più grave!...

—Magari pure! rispose Metilde, così almeno tutto sarebbe finito!...

—Sciocchezze!... Ti avverto che questa sia l'ultima volta che mi fai delle scenate; io non amo gli scandali, e sono deciso di non tollerarli.

—Sarà l'ultima volta!... te lo prometto.... te ne dò la mia parola d'onore.... se questa sera mi è mancato il coraggio, sarò più forte domani mattina....

—Con queste sballonate tu credi di farmi una grande impressione, e invece mi fai dispetto... Pare a sentirti che tu sia la donna più infelice della terra!... ma che cosa ti manca?...

—Mi manca tutto! essa rispose; l'affezione e il rispetto di mio marito, la pace domestica, le [pg!368] speranze dell'avvenire, e tante altre cose che non dico....

—Alle corte: l'affezione e il rispetto non si impongono, ma bisogna meritarli. In quanto alla pace domestica, sono i tuoi sospetti, e i tuoi dispetti che la intorbidano, sei bisbetica, egoista, intollerante, difficile in ogni cosa!

—Tu mi trovi anche difficile?!... ma quali sono le mie esigenze?.... vivo forse secondo il mio stato?... o non mi hai condannata alla vita più noiosa del mondo?... in mezzo a gente rozza.... fra un ubbriacone e la tua ganza!...

Silvio scattò, come se fosse spinto da una molla potente, e facendosele davanti coi pugni al viso le disse:

—Voi mentite sfacciatamente!... insultate una santa donna, la suora di carità della famiglia, quella che ha soccorso pietosamente i miei poveri parenti infermi, che ha chiusi gli occhi alla buona nonna e all'ottimo mio padre; essa vale mille volte più di voi, non siete degna di mettervi al suo paragone, e guai a voi! se osaste ancora insultare la sua virtù.... civettuola orgogliosa.... e buona da nulla!...

Allora Metilde si alzò alla sua volta, pallida come una morta, e disse, con voce tremante:

—Non mancavano più che questi insulti!... e la [pg!369] glorificazione d'una ipocrita che non inganna che voi solo!... tutti gli altri la conoscono, tutti sanno che è la vostra ganza!

—Basta così!... questa è una menzogna, è un'infamia; tutti la benedicono, voi sola la calunniate indegnamente!... ritirate subito questo insulto....

—Giammai! è la pura verità, lo dice lo stesso suo marito.... lo ripete perfino il cocchiere!...

—Due cialtroni vigliacchi! due idioti, due ingrati balordi!... che insultano l'angelo della famiglia!

—Che sia maledetto quell'angelo, che divenne il demonio dell'inferno!

—Maledetta voi e la vostra razza infame e orgogliosa, maledetto il nostro matrimonio che ci ha resi tanto infelici!

—Ancora per poco! soggiunse Metilde, la misura è colma. Consolatevi che presto sarete libero di continuare la vostra tresca, senza l'incomodo della moglie....

—Declamazioni... fanfaronate... commedie tutte da ridere. Vi conosco troppo, voi e tutta la vostra razza frolla.... non siete capaci di pungervi un dito. Mettetevi a letto, riposatevi dalla stanchezza prodotta dalla rappresentazione drammatica di questa notte. E apparecchiativi a partire per Roma! [pg!370]

—Parto piuttosto per l'altro mondo!... il Sile non è poi tanto lontano!... ricordatevi il mio giuramento davanti il Cristo.... e siate sicuro che io non giuro mai il falso.

Silvio alzò le spalle in atto d'incredulità e di disprezzo, si sentiva soffocare dalla collera, provava il bisogno di rompere qualche cosa, temeva che l'eccesso dello sdegno lo spingesse a delle escandescenze; volle fuggire il pericolo, uscì dalla stanza, scese precipitosamente le scale, e si mise a correre sotto gli alberi del parco, con passo concitato, coi pugni serrati, coi denti stretti.

Era l'alba. L'aria fresca della mattina non tardò a portare qualche refrigerio ai suoi nervi malati, a calmare l'onda del sangue che gli bolliva nelle vene, ma il suo cervello delirava.

—Quale funesto destino! egli pensava; quante amarezze, quanti disinganni! E quale avvenire mi attende?... la vita non è che un sogno rapido e triste; a che servono le fatiche degli studi, le lotte della politica, le agitazioni del mondo? Appena cominciata l'azione.... tutto finisce! Qui, in questa casa potevo vivere tranquillo e felice i pochi giorni che mi sono concessi, come fece mio padre, ma fui sordo a' suoi buoni consigli, fui cieco e ambizioso. Ho creduto di sprezzare chi amavo teneramente, pago di false apparenze, [pg!371] ho ceduto il posto ad un idiota briccone; ho preferito all'oro greggio l'orpello lucente, e mi sono ribadita ai piedi la catena del forzato!... Oramai è inutile che mi faccia delle illusioni, la verità è questa: detesto mia moglie, e adoro mia cugina! tutti lo vedono e lo ripetono, io solo mi ostino a nasconderlo a me stesso, malgrado la passione che mi arde dentro, compressa violentemente da tanto tempo, e prossima ad uno scoppio inevitabile.... Ah! Maria!... Maria!... ti ho sempre amata, anche prima d'essermene accorto, e non ho mai avuto l'ardire di confessartelo, nemmeno quando eravamo liberi entrambi.... Essa non ha mai udito dalla mia bocca una dichiarazione d'amore.... ma sa tutto.... e mi ama!... sì, essa pure mi ha sempre amato, fino dalla prima gioventù; noi lo sentiamo senza bisogno di dircelo, lo sentiamo nel profondo dell'anima, lo vediamo nello sguardo, nell'accento, nel sorriso, lo proviamo nell'aria elettrizzata dalle nostre scintille, nel tremito dei nervi, nel tocco delle mani!... La vera passione ha il suo linguaggio arcano, ben più sublime delle ciarle volgari. Le parole umane non hanno significati sufficienti per manifestare le più alte e profonde sensazioni. Eppure con questa passione nell'anima, e coll'arcana intelligenza dei nostri cuori, io l'ho tradita!... l'ho abbandonata! e ne [pg!372] ho sposata un'altra!!... Non esisteva fra noi nessuna promessa palese secondo le fredde abitudini sociali.... ma le due anime erano già legate dalla natura.... io avevo un debito segreto verso di lei, le sono sfuggito con vera fellonia.... ma tali debiti si pagano sempre, in questa o nell'altra vita!... Iddio mi ha condannato al martirio in questo mondo, ed ora incominciano le pene!...

Maria, col suo coraggio, colla sua dignità, ha dissimulato il mio tradimento!... col buon senso pratico che domina la sua vita, ha nascosto l'offesa, ha sofferto in silenzio, ha accettato con rassegnazione il compagno che le venne proposto dai parenti, e lo tollera coi suoi vizii, e lo difende!... ma non può amarlo.... non lo ama.... perchè ama me solo!... e forse attende che io mi prostri ai suoi piedi.... per gettarsi nelle mia braccia!....

Io sono sempre stato un fatuo, uno scimunito, un idiota!... io attendevo senza pensarci, che Maria venisse a confessarmi il suo amore, che venisse a provocarmi con soavi parole davanti l'alterigia spietata del mio contegno.... imbecille!!...

Ma la nostra passione è giunta a tale intensità, che basterà una sola parola per farla prorompere.... e questa parola non l'ho ancora detta!—

Mentre fantasticava in queste stravaganze, agitato dalla passione fomentata dalla collera, dal [pg!373] lungo digiuno, dalla notte insonne, vide Andrea che usciva di casa collo schioppo in ispalla.

—Essa è sola nella sua camera, egli pensò; è giunto il momento di finirla!...—Rientrò in casa con prudenti precauzioni, per non esser veduto da nessuno, e reso sicuro dall'ora quieta della mattina, e dal silenzio che regnava dovunque, andò a picchiareaddiritturaalla camera da letto di Maria.

—Chi è? essa domandò.

—Sono io.... Silvio.... ho bisogno di parlarti....

—Aspetta un momento, vengo subito, rispose.

Egli aspettò ansiosamente, col cuore in burrasca, colla mente esaltata da pensieri strani. Udiva nell'interno della camera uno scompiglio affrettato, un fruscìo precipitato di cose, cassette che si chiudevano, sedie rimosse, e finestre che si spalancavano. Quando tutto fu messo in assetto. Maria corse ad aprire, e, col solito aspetto sereno, gli disse:

—Scusami se ti ho fatto aspettare, tutto era in disordine.... Ti sei alzato molto per tempo, che cosa vuoi?...

—Vengo a farti una proposta, le disse il cugino, una proposta definitiva, che metterà un termine a tutte le nostre amarezze, che riparerà tutti i miei torti, che ci aprirà un avvenire felice.... [pg!374] mettiti al disopra di tutti i pregiudizii, non secondare che l'unico impulso del cuore, e rispondimi francamente sì o no senza esitazioni....

—Ebbene parla.... io sono pronta a tutto, non c'è sacrifizio che possa parermi troppo grave, se posso vederti contento.... dimmi che cosa devo fare....

—Vieni a Roma con me....

—A Roma?... per che fare?... con chi?...

—A Roma noi due soli!... fuggiamo da questo paese.... è l'unico rimedio a tutto un passato di errori funesti, seguìti da disinganni fatali. Io non amo Metilde, tu non ami Andrea, io non amo, non ho mai amato che te sola. Il nostro reciproco affetto col suo silenzio eloquente è l'amore vero, tutto il resto non è che inganno e illusione!...

—Silvio! Silvio.... tu deliri, hai gli occhi che gettano fiamme, il tuo viso è stravolto, hai i capelli irti sulla fronte, dimmi che ti senti male, va nella tua camera....

—Io ti amo ardentemente, ti ho sempre amata, non posso più vivere senza di te, tu devi esser mia per sempre.... vieni e saremo felici!...

—Ma tu bestemmi e mi offendi!... tu spergiuri, e mi proponi il disonore, la vergogna, il tradimento!... e vuoi che siamo felici!... tu sei malato, povero Silvio, qualche dolore inaspettato ti ha sconvolto il cervello.... [pg!375]

—Maria, rispondimi francamente, voglio sapere se mi sono ingannato, se devo vivere o morire, rispondimi francamente: mi ami o non mi ami?...

—Io non devo amare che mio marito....

—Ma tu non puoi amarlo!...

—Ho promesso davanti a Dio, di vivere con lui e per lui.... tutto il resto è impossibile!... ritirati.... va.... tu mi proponi una infamia.... non sei degno del nome che porti!...

—Maria, non rinnegare la voce della natura, la vita, l'amore, tutto quello che è buono e che è vero, per dei pregiudizii funesti, per un vano rispetto alle ingiustizie ed alle insanie sociali!... Maria.... Maria vieni con me, io ti prometto il paradiso in cambio d'ogni sacrifizio....

—Tu vaneggi, e non mi offri che l'inferno, il tradimento, la vergogna, il disonore, i rimorsi.... ritirati.... va.... te lo impongo in nome di tuo padre che ci vede.... esci da questa stanza....—E così dicendo con voce imperiosa, gli accennava la porta col braccio alzato e l'indice disteso.

Silvio si precipitò in ginocchioni davanti la donna amata, spinto dall'amore sfrenato o dal rimorso, alzò le mani giunte verso di lei....... e in quel momento si spalancò la porta della camera, e Andrea e Metilde comparvero sulla soglia. Ci fu un minuto di sosta, e poi Andrea si slanciò verso [pg!376] Silvio colla mano armata dal coltello, e gli misurò un colpo che venne sventato dal braccio di Maria, la quale rimase ferita ad una mano, ma potè disarmarlo. Alla vista del sangue che spruzzò sul volto di Silvio, Metilde spaventata si mise a gridare, chiedendo aiuto, e fuggì precipitosamente giù dalle scale. Silvio si era alzato in piedi, dicendo ad Andrea:

—Usciamo di qui, sono pronto a darvi qualunque soddisfazione, ma rispettate vostra moglie, l'avete ferita brutalmente, senza rendervi conto d'una scena che dovrebbe avervi sorpreso. Vi siete fitto in mente che io abbia sedotto vostra moglie, ma se questo fosse vero non mi avreste trovato ai suoi piedi. Io la supplicavo di fuggire lontano da voi, che non la meritate; essa vi difende e vi resta fedele malgrado i vostri torti. Ringraziate Iddio di tanto benefizio, del quale siete indegno. Ora sono ai vostri comandi, che cosa esigete da me?...

—Prima di tutto esigo che abbandoniate all'istante questa casa, per mai più rimettervi il piede.

Silvio guardava Maria, interrogandola collo sguardo. Essa finiva di bendarsi la mano, e dopo d'aver calmato alquanto il marito, soggiunse:

—Andrea ha diritto d'imporvi quest'obbligo e voi dovete obbedirlo. [pg!377]

Silvio abbassò il capo, alzò le braccia in aria ed uscì senza proferire una parola. Era una protesta o un segno di rassegnazione? nessuno poteva saperlo. Andrea lo seguì, Maria inquieta li accompagnava da lontano.

—Adesso tocca noi di finirla, gli mormorava Andrea dietro le spalle, in modo da non essere udito dalla moglie, per ritrovare la quiete bisogna che uno di noi due scomparisca dal mondo.

—È vero, gli rispose Silvio, io sono pronto a seguirvi dovunque.

—Adesso, subito, è impossibile, rispondeva Andrea, mia moglie ci sorveglia, allontanatevi, ma prima di lasciare il paese, giuratemi che ci rivedremo.

—Vi dò la mia parola, che sarò pronto.

Maria afferrò il marito per l'abito, e lo trascinò altrove. Silvio entrò nella sua stanza, per fare il baule, che riempì alla rinfusa con quanto gli cadeva in mano senza sapere ciò che facesse, lo chiuse, si mise la chiave in tasca, e uscì per cercare sua moglie. Fece il giro del parco, diede un'occhiata dovunque, poi si recò sotto il portico dell'adiacenza per domandare se qualcuno l'avesse veduta e trovò Pasquale che pareva molto sorpreso d'incontrarlo e gli disse:

—Ah, padrone mio, credevo di non vederlo più vivo!... [pg!378]

—Perchè?...

—Ecco la ragione: questa mattina la signora Metilde uscì per tempo, mi pareva molto agitata, ho creduto prudente di seguirla a qualche distanza. Essa vagava pei campi, camminava in fretta, guardava il cielo, e faceva dei gesti strani. Io le teneva dietro da vicino nascosto da una siepe, quando s'incontrò col signor Andrea che andava alla caccia, gli si fermò davanti, e le disse:—Dove andate a quest'ora?...—Non lo so, essa gli rispose seccamente.—E avete lasciato solo vostro marito? quale imprudenza! e soggiungeva: Se egli sapesse che sono uscito di casa, andrebbe a trovare mia moglie.—Silvio è uscito prima di voi, e vi avrà veduto ad uscire, essa gli disse:—Ah?... si sarà nascosto apposta per ispiarmi.... scommetto che sarà in compagnia di mia moglie.... sarà entrato nella sua camera....—Ah?... se fosse vero! esclamò la signora Metilde; ho un pensiero fisso al quale resisto ancora perchè mi manca il coraggio; ma se avessi quest'ultima prova, saprei compiere il mio destino!...—Allora il signor Andrea la prese per mano, e le disse:—Andiamo a vedere!—Essa lo seguiva come una bambina, io mi acquattai dietro la siepe per non essere scoperto, e non ebbi tempo di avvertirvi prima che essi entrassero [pg!379] in casa. Quando seppi che vi avevano proprio trovato in camera, vi piansi per morto! ma le fantesche mi dissero che la sola padrona è ferita. Me ne consolo con voi che l'avete scappata bella!...

—E mia moglie l'hai più veduta?...

—Dopo quella scena non l'ho più vista. Ah poverina! non la abbandoni troppo al suo dolore. Mi scusi sa, ma farebbe pietà ai sassi. Se l'avesse veduta questa mattina!... le tenga gli occhi adosso.... è in tale stato d'esaltazione che sarebbe capace di commettere qualche imprudenza!...

Pareva che queste ultime parole lo colpissero fortemente. Affrettò il passo, uscì dal cancello, si mise in traccia di sua moglie, ripetendo lo stesso ritornello della sera antecedente: dove diavolo sarà andata a cacciarsi?...

Poi gli ritornavano alla memoria alcune espressioni della infelice: «mi è mancato il coraggio, sarò più forte domani mattina» ed aveva ripetuto ad Andrea: «mi manca il coraggio, ma se avessi quest'ultima prova saprei compiere il mio destino» e si rammentava che gli aveva detto fra le altre cose: «presto sarete libero, il Sile non è tanto lontano!...» ed altre parole di pessimo augurio.

Girovagò stupidamente, senza sapere dove andasse, [pg!380] era digiuno da ventiquattr'ore, esaltato da passioni diverse, l'amore deluso, l'odio per Andrea, il disgusto colla moglie, la ferita di Maria, le minacce della moglie, e la sicurezza d'un duello sanguinoso; vedeva buio nell'avvenire, e provava delle allucinazioni paurose.

Camminava a caso, senza discernimento, colla mente confusa, dimenticando talvolta perfino lo scopo principale del suo andare. Poi si scuoteva d'un tratto, come se uscisse da un sogno affannoso, e domandava ai passanti se avessero veduto per caso una signora bionda vestita in lutto. Ma nessuno l'aveva veduta, e lui andava avanti.

Si trovò dirimpetto alle vecchie mura di Treviso, fra la porta di San Tommaso e la Barriera Garibaldi, e ad una lavandaia che lo guardava curiosamente fece la solita domanda:

—Di grazia, avreste veduta una giovane signora bionda, vestita così e così?

—Sì signore, è passata poco fa....

—Snella, vestita in lutto?

—Snella, vestita in lutto!

—È lei!... Da che parte si è diretta?

—Camminava sulle sponde del Sile, colla testa bassa, arrestandosi sovente a guardare il fiume ed osservando d'intorno, quasi volesse assicurarsi che nessuno la seguiva.... [pg!381]

—È proprio lei!... pensò Silvio e, vi ringrazio, soggiunse, mi avete detto che andava da quella parte?

—Sì signore.... a sinistra.... seguiva il corso della corrente...

Silvio studiò il passo. Cominciò a sentire una seria inquietudine, e rammentava con sempre maggiore apprensione quelle tremende parole: «domani avrò più coraggio... il Sile non è lontano.... sarete libero....» e pensava. Eppure se fosse vero? se tornassi libero?... libero!... e costeggiava il Sile, guardando attentamente i movimenti dell'acqua.

Il cielo era tetro, si alzavano dei nuvoloni scuri dalla parte del mare, un'aria umida scuoteva i rami dei pioppi e ne staccava le ultime foglie ingiallite. Cominciava a cadere una pioggerella minuta, l'acqua del fiume pareva inchiostro, e metteva ribrezzo. Il corso tortuoso del Sile è pieno di curve e di accidenti, e fa certi mulinelli traditori che travolgono nelle loro spire tutti gli oggetti galleggianti. Silvio vide da lontano dei viluppi neri che giravano intorno d'un gorgo, sotto ai roveti delle sponde. Corse spaventato da quella parte. Erano mucchi di foglie secche, di spazzature, di stracci e di stecchi. Respirò più liberamente, e tirò avanti. La pioggia [pg!382] veniva giù sempre più forte, non aveva nè mantello nè ombrello; la strada era molle e fangosa, egli proseguiva imperterrito, tutto fradicio e inzaccherato di pantano fino al ginocchio, col presentimento che finirebbe per trovare la sua donna annegata. E pensava:—farò smentire il suo suicidio, si crederà ad un accidente; le farò fare degli splendidi funerali, e poi sarò libero.... libero!... non resterà più che un solo ostacolo alla mia felicità, quel rozzo villano....—e meditava con truci pensieri di far sparire l'ostacolo.... aveva la mente piena di sicari, e di delitti.... e finiva coll'aver paura di sè stesso, per l'orrore dei suoi pensieri. E tornando a idee più miti, diceva fra sè: io devo anzi studiarmi di non ferirlo in duello, per non rendere impossibile ogni relazione con Maria, e cercherò di lasciarmi ferire per eccitare l'interesse di lei, e risvegliare la sua passione!...

Poi crescendo sempre la pioggia, e avvicinandosi la sera, pensò che i cadaveri degli annegati non vengono a galla che molte ore dopo la morte, e che quindi fino al giorno seguente, le sue ricerche sarebbero riuscite vane.

Salì sopra un'altura della riva, dove il fiume faceva un gomito, slanciò un'ultima occhiata da vicino e da lontano, a diritta ed a sinistra, e non vide altro che la tranquilla corrente la quale [pg!383] scendeva verso il mare senza il minimo ingombro, poi diede uno scroscio di risa nervose, eccitate da una nuova idea che gli attraversava il cervello:

—Sarebbe bella, egli pensò, che mentre io cerco mia moglie, come un'imbecille, sotto la pioggia, sulle rive del Sile, essa fosse ritornata alla villa!...

Retrocesse sui suoi passi, percorse nuovamente la strada per lungo tratto, poi prese delle scorciatoie attraverso i campi e i fossati, sprofondandosi nei sentieri, sdrucciolando nelle pozzanghere, camminando a dondoloni, fino che a notte inoltrata, giunse stanco e sfinito davanti il cancello della villa. Ma quando si arrestò per suonare il campanello gli venne in mente che in quella stessa mattina, egli aveva promesso che non avrebbe riposto il piede nella casa paterna. Rimase sbalordito sulla soglia, si sentiva mancare le forze, aveva assoluto bisogno di qualche soccorso. Ah! se Maria l'avesse veduto non lo avrebbe certamente abbandonato sulla strada, in quel triste stato, in una notte piovosa. Ma la sua dignità gl'imponeva di morire piuttosto di domandare ad un villanzone rifatto di concedergli, come una carità, l'alloggio nella casa paterna. Si appoggiò alquanto ai pilastri per riprender fiato e farsi coraggio. [pg!384]

Dopo qualche esitazione risolse di chiedere l'ospitalità in casa del maestro Zecchini, il quale avrebbe potuto recarsi alla villa per chiedere notizie di Metilde.

Andò dunque a picchiare a quella casa, poco discosta dalla casa paterna. Nessuno rispondeva. Prese un sasso sulla strada e si mise a picchiare più forte, ma si facevano ancora aspettare. Finalmente udì che si apriva un balcone, al primo piano, vide comparire un lumicino, e la vecchia fantesca, che gli domandò in aria diffidente e sospettosa:

—Chi è a quest'ora, e con questo tempo da ladri?... di chi domandate?

—Domando del maestro Zecchini, e non sono un ladro.

—Il maestro è a cena, e a quest'ora non riceve nessuno, andate con Dio in santa pace.

—A cena?! disse Silvio, tanto meglio!... apritemi dunque Anastasia, non mi avete ancora conosciuto?—sono Silvio Bonifazio.

—Maria Vergine santissima! esclamò la vecchia, il signor Bonifazio con questo tempo! a quest'ora!... corro subito ad aprire—e scomparve.

Silvio sentì gli zoccoli dell'Anastasia che scendevano per la scala di legno, ma attese invano per lungo tempo che essa venisse ad aprire. [pg!385]

La povera vecchia era corsa in tinello ad avvertire il maestro di quella visita, ma egli non voleva crederle; convinto che Silvio fosse partito colla moglie, temeva un tranello, qualche malfattore che volesse ingannarlo per farsi aprire la porta, e assassinarlo, non si è mai sicuri in questi tempi!... e stava discutendo sul partito da prendere, mentre Silvio aspettava sotto la pioggia.

Dopo lungo tempo si riaprì la stessa finestra del piano superiore, e questa volta era la testa calva del maestro che si presentava ad interrogare il visitatore sospetto. Dopo un breve dialogo venne tolto ogni dubbio e il maestro si decise a discendere, e ad aprire la porta.

Ma quando vide entrare quella figura tutta sciupata le vesti, e ricoperta di fango, egli mandò un grido di terrore, credette d'essere caduto nell'inganno, e non voleva persuadersi che fosse Silvio Bonifazio.

—Ma sono io medesimo, in carne ed ossa, ripeteva Silvio, sono io che vengo a mangiarvi la cena, e a domandarvi un letto per questa notte....

—Tanto meglio! tanto meglio! diceva sospirando il maestro, che stentava a rimettersi dallo spavento.

Lo introdusse in cucina, lo fece sedere sotto [pg!386] la cappa del camino, coi piedi sul focolare; accesero delle fascine, che rischiararono tutto l'ambiente, e fecero fumare l'ospite inaspettato, che pareva prendesse fuoco.

Intanto che l'Anastasia, con una spazzola, gli levava il fango dalle scarpe, il maestro gli stropicciava i vestiti con un cencio; egli li ringraziava, e rispondeva alle domande ansiose del vecchio amico:

—Ho corso dietro tutto il giorno a quella matta di mia moglie, che ha scelto questa bella giornata per andare al passeggio sulle rive del Sile.... e che forse sarà ritornata alla villa prima di me.

—Io rientro appena dalla villa, gli rispose il maestro, e nessuno ha mai saputo niente di voi in tutto il giorno.... Andrea ubbriaco è andato a letto per tempo, io ho tenuto compagnia alla povera donna, che mi raccontò la scena di questa mattina. Essa era inquieta per voi due, non sapendo dove siate andati senza i vostri bauli. Vi ha fatti cercare tutto il giorno, ma invano. La tua imprudenza ha messo il colmo alle sue disgrazie, e tu puoi dire d'averla resa infelice due volte!—Ma infine dove è tua moglie?...

—Dio solo lo sa!... non so se sia viva o morta.... ma posso giurarvi che io sono più morto che vivo!... [pg!387] Da più di trenta ore non mangio, mi agito, cammino come uno scemo, senza sapere dove vado....

Il maestro lo fece entrare in tinello, Anastasia apparecchiò la tavola, e dopo pochi istanti servì delle uova strapazzate con dentro delle salsiccie, un'insalata di cicoria e ruchetta, del cacio pecorino vecchio, un vinetto bianco frizzante, del pane fresco, e delle frutta.

Mangiarono in silenzio, Silvio sgranocchiava a due palmenti, e non faceva complimenti col maestro che continuava a riempirgli il piatto e il bicchiere.

—Mi dispiace che non ho altro da offrirti, gli disse il maestro.

—Basta così, ne abbiamo più del bisogno, e tutto eccellente, diceva Silvio; e poco dopo soggiunse—se una tremenda apprensione non mi intorbidasse la mente, potrei dire che questo è stato il più lauto banchetto della mia vita!... non ho mai mangiato con tanto appetito.

—Intanto la Anastasia è salita ad apparecchiarti un buon letto, riprese il maestro. Prendiamo un'altra fiammata, poi andremo a dormire, per questa sera non possiamo far altro. La notte porta consiglio; domani faremo il resto.

Appena coricato, Silvio fu preso da un sonno intenso e profondo, ma dopo poche ore di riposo [pg!388] si destò improvvisamente, scosso da subitaneo terrore. Aveva sognato di vedere la moglie morta, galleggiante sul Sile.

Fra il sonno e la veglia non si ricordava più dove fosse, e le tenebre della notte accrescevano la tremenda impressione. Era bagnato di sudore, e andava palpando il letto per raccapezzarsi. Alfine si rammentò tutte le divagazioni del giorno antecedente, il suo arrivo in casa del maestro, e il suo imminente duello con Andrea. I pensieri che lo assalivano erano così incalzanti e affannosi che non gli fu possibile di dormire.

Gli pareva che il sangue gli bollisse nelle vene, gettava le coperte che lo soffocavano, si rivoltava nel letto che gli riusciva spinoso.

Soltanto all'alba riprese un po' di sonno, oppresso dalla stanchezza.

Il maestro inquieto sulla sorte di Metilde si alzò molto per tempo e corse alla villa per sapere se c'era qualche notizia. Nessuno aveva udito parlare di nulla. Il maestro confidò a Pasquale l'arrivo di Silvio, e lo pregò che alla prima notizia gli mandasse un pronto avviso, e che intanto gli portasse il baule, affinchè il suo ospite potesse cambiarsi.

Così Silvio si rimise in assetto, e appena fu in ordine, voleva ripartire, alla ricerca della moglie [pg!389] smarrita, ma il maestro gli fece osservare che era inutile fare delle ricerche senza nessun dato positivo, senza sapere da qual parte rivolgere i passi. Per semplice precauzione aveva mandato un uomo fido ad orecchiare lungo il fiume, ed in città; e aspettavano ansiosamente la distribuzione dei giornali locali per vedere se la cronaca cittadina avesse raccolto qualche sinistro accidente.

Solo verso le dieci si vide da lontano Pasquale che correva in direzione della casa del maestro e si pensò subito che ci doveva essere qualche notizia. E infatti egli portava una lettera all'indirizzo di Silvio, giunta in quel momento alla villa col messo postale.

Silvio lacerò rapidamente la busta con mano nervosa, e con indicibile apprensione. Era il suocero che gli scriveva, annunziandogli che Metilde era giunta felicemente in Venezia; ed era ritornata in famiglia, dopo tante amarezze, col fermo proponimento di non vedere mai più suo marito. S'era accorta da molto tempo della tresca infame di lui, ma le mancava il coraggio di abbandonarlo. Le maledizioni, e gl'insulti aggiunti alla sua pessima condotta, e specialmente l'ultima scena scandalosa la spinsero a mandare ad esecuzione il suo divisamento. I genitori la approvavano [pg!390] pienamente, e in quello stesso giorno il suocero avrebbe presentato al Tribunale la domanda di separazione, facendo valere il diritto della sposa agli alimenti, secondo la clausola del contratto di nozze.

—Altro che annegata!... e quella maledetta lavandaia di Treviso che m'aveva fatto credere di averla veduta!...

—Non conosci ancora certe donne! gli disse il maestro, non sai che si divertono a mandare i mariti a spasso, e a tenerli lontani dalle mogli, pensando di giovare al proprio sesso, è una vera camorra. La lavandaia si è burlata di te, che dovevi essere abbastanza ridicolo colla tua ingenuità!....

—Riconosco d'essere stato un asino!...

—Siamo sempre d'accordo, gli rispose il maestro, non parliamone più. Adesso devi pensare agli affari, a guadagnare gli alimenti per la moglie, come li esige il suocero avvocato.

—Per mia moglie, osservò Silvio, gli alimenti saranno magri!... e a me non resterà più un soldo per vivere!

—Nè una donna da amare!... soggiunse il maestro.

—Non importa.... domani posso esser morto! osservò Silvio. Vado subito a Treviso a trovarmi [pg!391] i testimoni, e si deciderà la mia sorte, e quella d'Andrea.

Prima di uscire svelò il segreto al maestro Zecchini, il quale alzando le spalle gli rispose:

—Sei matto, non ti mancherebbe altro!... e poi che testimoni d'Egitto! credi tu che quel mascalzone d'Andrea sappia nulla di duelli e di testimoni; egli la intenderà alla sua maniera, come i villani, ti condurrà sul terreno per finirla a pugni e a coltellate; e ti ammazzerà come un cane dietro un albero!

—Oh! questo poi no!...

—Lasciami fare, vado io a terminare ogni questione....

—No, no, no, le cose non si devono fare a questo modo, egli crederebbe che abbia paura di lui.... io intendo di mandargli i miei testimoni che gl'insegneranno le cose a dovere. Conosco un ufficiale dell'esercito, e penso d'indirizzarmi a lui....

—Il testimonio lo voglio far io!... disse il maestro con fermezza, e mi pare di averne il diritto. Figurarsi se posso permettere che due matti facciano un altro scandalo, e accrescano gli strazii di quella povera Maria con un delitto!... Vado subito alla villa, aspettami qui, che fra non molto sarò di ritorno. [pg!392]

Silvio sperava che il maestro s'ingannasse, aveva proprio voglia di trascinare l'avversario sul terreno; si sentiva ben disposto tanto ad ucciderlo che a morire, e attendeva con impazienza il suo destino.

Ma il maestro aveva ragione. Andrea ignorava tutte le leggi cavalleresche, credeva di fare un duello in famiglia, senza tante cerimonie; e forse era anche vero quello che aveva detto Zecchini: avrebbe voluto giuocare di coltello, e ammazzare l'avversario a tradimento.

Il maestro Zecchini non tardò a persuadere Andrea Pigna che aveva torto, e che per rispetto verso la moglie doveva rinunziare ad una vile vendetta. Maria vedendo il marito fremente pregò il maestro che persuadesse anche Silvio di lasciare il paese.... e per sempre.

Non era possibile fare altrimenti, per la pace di tutti, e per l'onore di Maria.

Silvio rilasciò al maestro Zecchini una procura illimitata per compiere totalmente le divisioni di famiglia, liquidare tutti i conti, e presentarne i risultati all'avvocato Ruggeri, e fissare la parte alla quale aveva diritto sua moglie.

E venne stabilito il giorno seguente per la partenza di Silvio per Roma.

—Ma hai pensato seriamente a quello che fai? [pg!393] gli chiese il maestro, guarda bene di non commettere delle nuove corbellerie, ne hai già fatte anche troppe!... devi pensare sul serio a guadagnarti il pane!...

—Perdio! rispose Silvio, vuoi che a Roma io muoia di fame?...

—Il giornalismo non è per tutti.... che cosa farai se non riesci?... sarai uno spostato!...

—Farò il cuoco!—disse il giovane in aria burlesca—e sarò debitore a mia moglie di questo ripiego. Essa non ha mai voluto saperne di occuparsi del nostro pranzo; ci ho dovuto pensare io, così ho imparato l'arte, e la metto da parte, come dice il proverbio.

—Piccola differenza!... farai il giornalista.... od il cuoco?...

—Idealismo e positivismo, politica e cucina paiono cose tanto disparate, eppure si avvicendano continuamente; il pensare mette in appetito, il mangiare modifica le idee; chi mangia bene fa una politica da egoista, chi mangia male una politica rivoltosa e rivoltante. Discutere gli affari di Stato e la minuta del pranzo sono due fatti positivi dai quali dipende sovente la pubblica moralità. Mangiare e sognare, illudersi sempre! ecco in che cosa consiste la commedia della vita!... [pg!394]

Il maestro non capiva niente a queste elocubrazioni, e rideva per amor proprio soddisfatto.

Venuta la sera, Silvio fece una passeggiata solitaria intorno la villa paterna; diede l'ultimo addio a quella casa, a quegli alberi, a quelle memorie, a quella pace.

Al mattino seguente il maestro Zecchini prese a nolo una vettura e accompagnò alla stazione l'amico che partiva.

Passando per l'ultima volta davanti al cancello della villa, Silvio mandò un profondo sospiro, e asciugandosi una lagrima disse al maestro:

—Potevo essere completamente felice in quella dimora deliziosa, e vivere giorni sereni e tranquilli con quella donna semplice e sublime.... ed ho tutto perduto!...

Il maestro ruppe in una sghignazzata satanica, che faceva il più strano contrasto coi sentimenti melanconici espressi da Silvio, il quale rimase tristamente sorpreso, e gli domandò perchè ridesse a quel modo.

—Ti domando scusa, mille volte scusa, si affrettò a rispondergli il maestro; non ho mai saputo frenare il mio maledetto carattere, nè la mia maniera di pensare. Che vuoi!... ascoltando i tuoi lamenti mi è venuto in mente un antico proverbio [pg!395] che dice: «l'asino non conosce la coda, che dopo di averla perduta.»

Silvio si sentì umiliato da quella verità, ma era una verità; ed abbassò il capo, e non trovò una sola parola da rispondere.

Continuarono la strada in silenzio. Giunti alla stazione si abbracciarono commossi, e Silvio partì per Roma.

FINE.

FINE.

DELLO STESSO AUTORE:Il Proscritto(1853). 2.ª ediz. (Milano, Rechiedei, 1870).Le donne hanno ragione(Milano, Redaelli).La vita campestre(Rechiedei, 1870), 2.ª edizione.Bozzetti morali ed economici(Treviso, Zoppelli, 1868).Ricordi d'un Eremita(Milano, Rechiedei, 1870-74).Ricordo di Treviso(Treviso, Zoppelli, 1874).Le Cronache del Villaggio(Milano, Rechiedei, 1872).Il Bacio della contessa Savina(Treves, 1875). 3.ª ed. L. 1 —Villa Ortensia(Treves, 1876) L. 3 —Novità dell'industria applicata alla Vita domestica(Treves, 1879). 2.ª edizione L. 3 —Il Roccolo di Sant'Alipio(Treves, 1881) L. 3 50Sotto i Ligustri, novelle, reminiscenze dell'esilio e impressioni rurali (Treves, 1881) L. 3 50Il Convento(Treves, 1883). 2.ª edizione L. — 50Il Dolce far niente(Treves, 1884). 2.ª edizione L. 3 50

DELLO STESSO AUTORE:

Il Proscritto(1853). 2.ª ediz. (Milano, Rechiedei, 1870).

Le donne hanno ragione(Milano, Redaelli).

La vita campestre(Rechiedei, 1870), 2.ª edizione.

Bozzetti morali ed economici(Treviso, Zoppelli, 1868).

Ricordi d'un Eremita(Milano, Rechiedei, 1870-74).

Ricordo di Treviso(Treviso, Zoppelli, 1874).

Le Cronache del Villaggio(Milano, Rechiedei, 1872).

Il Bacio della contessa Savina(Treves, 1875). 3.ª ed. L. 1 —

Villa Ortensia(Treves, 1876) L. 3 —

Novità dell'industria applicata alla Vita domestica(Treves, 1879). 2.ª edizione L. 3 —

Il Roccolo di Sant'Alipio(Treves, 1881) L. 3 50

Sotto i Ligustri, novelle, reminiscenze dell'esilio e impressioni rurali (Treves, 1881) L. 3 50

Il Convento(Treves, 1883). 2.ª edizione L. — 50

Il Dolce far niente(Treves, 1884). 2.ª edizione L. 3 50

Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (fruscio-fruscìo, nostalgia-nostalgìa e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):95—subisce la duratirannide[tirrannide]162—scelti nelle sale diGuggenheim[Guggenhein]198—e con veraabnegazione[annegazione]254—sdrucciolava giùper[per per] la gola342—Metilde e Andrea furonomalcontenti[malcoltenti]372—andò a picchiareaddirittura[addiritura]

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (fruscio-fruscìo, nostalgia-nostalgìa e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):

95—subisce la duratirannide[tirrannide]162—scelti nelle sale diGuggenheim[Guggenhein]198—e con veraabnegazione[annegazione]254—sdrucciolava giùper[per per] la gola342—Metilde e Andrea furonomalcontenti[malcoltenti]372—andò a picchiareaddirittura[addiritura]

95—subisce la duratirannide[tirrannide]162—scelti nelle sale diGuggenheim[Guggenhein]198—e con veraabnegazione[annegazione]254—sdrucciolava giùper[per per] la gola342—Metilde e Andrea furonomalcontenti[malcoltenti]372—andò a picchiareaddirittura[addiritura]

95—subisce la duratirannide[tirrannide]

162—scelti nelle sale diGuggenheim[Guggenhein]

198—e con veraabnegazione[annegazione]

254—sdrucciolava giùper[per per] la gola

342—Metilde e Andrea furonomalcontenti[malcoltenti]

372—andò a picchiareaddirittura[addiritura]

*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA FAMIGLIA BONIFAZIO ***


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