ATTO III.

PELAMATTI. Poiché aspettavate me, come mi chiamo?

PANURGO. Malaventura.

PELAMATTI. Mala ventura arei da vero, se te le dessi. Io mi chiamoPelamatti.

PANURGO. Tu ti chiami cosí, per scherzo, Pelamatti, perché poco pelo metti in barba.

PELAMATTI. Di che etá è questo maestro Rampino?

PANURGO. Non l'ho mirato in bocca. Ma m'accorgo che tu hai poca voglia di darmele.

PELAMATTI. Perché n'hai soverchia di riceverle.

PANURGO. Come se dicessi ch'io ti volessi rubar queste vesti.

PELAMATTI. Come tu lo dicessi e io me lo vedessi.

PANURGO. Altri che tu m'arebbe credito di mille scudi.

PELAMATTI. Tu potresti esser tesoriero del re, che non ti arei credito di un quadrino.

PANURGO. Ancora non mi è stata fatta tanta ingiuria!

PELAMATTI. Il maestro m'ave ordinato che consegni queste vesti al padrone, non che le butti via. In questa terra si fan delle burle: veggio ch'hai la febre quartana d'averle nelle mani. Ma io perdo qui le parole.

MORFEO. (Giá è tempo uscir dagli aguati).

PANURGO. Ecco il servo che ho mandato per esse.

MORFEO. Padrone, maestro Rampino m'ha detto che un pezzo fa ve l'ha mandate per Purgamatti o Pelamatti suo servo.

PANURGO. Haigli tu dato i danari della fattura e de' finimenti?

MORFEO. Si bene, ecco la poliza della ricevuta.

PANURGO. È restato sodisfatto del tutto?

MORFEO. Sodisfattissimo.

PANURGO. Haigli tu rotta la testa, come t'ho detto, in farmi aspettar tutta questa mattina?

MORFEO. Signor no, perché mi disse avervele inviate, e datomi tante buone ragioni che mi parve degno di scusa.

PANURGO. Io la vo' adesso rompere a te che non fai quello che ti comando.

MORFEO. Eh, padron, per amor di Dio, quel che non è fatto, pur siamo a tempo di farlo: ci andrò adesso. Ma quel delle vesti va via.

PANURGO. Dágli tanti calci su lo stomaco fin che vomiti il sangue.

PELAMATTI. Non son tuo schiavo.

MORFEO. Perdonagli, padrone, ché maestro Rampino m'ha detto che è un grossolano: non vedete che visaccio da bufalo? quella ciera parla e grida che è la magior bestia del mondo.

PANURGO. Giá mi era venuta la stizza al naso.

MORFEO. Daglile in nome… che non voglio dire, che non so come abbi avuto tanta pazienza. Egli prima gioca de mani che de lingua. Padrone, è forastiero, non è uso a trattar con gentiluomini, tratta al modo del suo paese.

PANURGO. Andiamo a maestro Rampino; e s'egli in mia presenza non gli rompe la testa la spezzerò a tutti due.

MORFEO. Non andate, di grazia, padrone, ché costui le vuol dare a me.Dagliele.

PELAMATTI. E ti par che gli le dia?

MORFEO. Ancor dici: mi pare?

PELAMATTI. Salvi e contenti…

MORFEO….da' mille cancheri che ti divorino o t'avessero divorato duo anni sono!

PELAMATTI. Ecco te le dono. Ma fate che non venghi in bottega.

MORFEO. Camina, sgombra, fuggi, ché la tua presenza gli accresce rabbia.

PELAMATTI. Se ho fatto errore, non mi manca la testa rotta. Orsú, ti lascio,…

MORFEO. Che cosa?

PELAMATTI…. perché mi vo' partire.

MORFEO. Mi pensavo che mi volessi lasciar qualche cosa: lascio io te.

PELAMATTI. Non ho che lasciarvi se non miserie e povertá.

PANURGO. Non le voglio, portale teco.

PELAMATTI. Voleva dir: ti lascio con bona ventura che ti aiuti.

MORFEO. N'hai tu piú bisogno di noi: che il maestro non ti rompa la testa, come s'accorgerá che sei stato burlato. Che ti par, so ben fingere?

PANURGO. Tanto bene che l'aresti dato ad intendere ad altra persona che non è lui. Oh, come ci ha giovato costui! Giá si può tener disfatto il matrimonio.

MORFEO. Andiamo a magnare, che le vivande si guastano, e di qua ne sento la puzza.

PANURGO. Andiamo a travestirci, ch'Essandro ne deve aspettare.

GERASTO. (Questa mattina al far dell'alba ho fatto un sogno giocondissimo. Parevami che fussi divenuto un gatto rosso che avemo in casa, e stava innamorato d'una gatticella detta Bellina; e questa era guardata da una cagna rabbiosa. Parevami la cagna si partisse; la gattolina veniva a me, e mentre la facea miagolar come fussi mezzo gennaio, pareva che divenisse maschio come io. Ecco la cagna, la gatta fugge: cosí mi sveglio. Son stato strologando gran pezza che può significare, e l'interpreto cosí. Il gatto rosso son io, ch'ardo per Bellina, cioè Fioretta, guardata da una cagna rabbiosa—questa è mia moglie, piú rabbiosa d'ogni cagna;—quando si partirá di casa, la goderò. Quel divenir maschio non posso pensar altro se non che la impregnarò d'un figlio maschio. Or me ne vo in casa, ché questa mattina mia moglie disse volersi partire; e il mio sogno ará effetto).

SANTINA. Fate che quel gatto rosso si castri, e se non potete, strangolatelo e buttatelo in un cesso, come merita; che non vo' che vada su per i coppi de' vicini.

GERASTO. (Oimè, che tristo augurio è questo? non lo potea sentir da peggior bocca!).

SANTINA. Nepita, Nepita!

NEPITA. Signora.

SANTINA. Vien qui. (Io non mi parto di casa mai ch'io non lasci Fioretta serrata in camera con mia figlia col chiavistello, accioché, venendo mio marito in casa e non vi essendo io, non mi facesse qualche burla).

NEPITA. (La gelosia ha posto cento diavoli adosso a questa vecchia: mi chiama la notte e il giorno mille volte per saper Fioretta dove sia).

SANTINA. Come hai tardato tanto?

NEPITA. Avea il pistone in mano, l'ho forbito e riposto.

SANTINA. Dove è Fioretta?

NEPITA. In camera con Cleria.

SANTINA. (O sia benedetto Iddio! come sta volentier con mia figlia, non se le distacca da lato mai; però l'amo piú del dovere). E che fa?

NEPITA. Lavorano insieme.

SANTINA. Lavora volentieri?

NEPITA. È tanto gonfia di voglia e sta tanto col pensiero dritto a quel lavoro, che par non vorrebbe mai far altro; né si riposa se non va tutta in sudore.

SANTINA. Da vero?

NEPITA. Adesso l'ha posto l'aco in mano, e fanno quel lavore del punto brisato: piglia un filo e duo ne lassa de fuori.

SANTINA. Digli ch'io trovi finito lo staglio quando ritorno.

NEPITA. Non bisogna dircelo, ché giocano a chi piú fa. Ma Fioretta lavora tanto gagliardo che Cleria gli cede e si dá per vinta.

SANTINA. Dille che si serrino dentro e ponghino il chiavistello.

NEPITA. Ce l'han posto.

SANTINA. Non ci l'ho inteso entrare.

NEPITA. Ci è dentro, vi dico.

SANTINA. Or esco con animo quieto. Tu sali su. Ben si dice che amor fa diventar gli uomini pazzi; poiché Gerasto mio marito, da che è intrato in questo farnetico d'amore, è uscito di gangheri, che non so come i fanciulli non gli tirino i sassi dietro.

GERASTO. (O che amorevol moglie, come ben cuopre i difetti del suo marito! Che deve dir di me, quando ha chi le ne domanda, che or non sapendo a chi dirlo, lo va dicendo per le strade?).

SANTINA….Va attillato su la vita, profumato. Giunto a casa toglie lo leuto, canta, suona, sospira. La notte non dorme mai; e io per gelosia che non vada a Fioretta, sto sempre desta: mi dá la veglia. Non attende piú alla cura degli ammalati; ha due figlie in casa che gli paiono sorelle, e non prende cura di casarle; e se per altrui diligenza ne abbiamo maritata una, e aspetta lo sposo che d'ora in ora viene a casa, ne prende quella cura come se non venisse nella sua….

GERASTO. (Beato me, se nella mia morte avesse un oratore come costei, che onorasse i miei funerali!).

SANTINA…. Ben fu infelice quel giorno che lo tolsi!…

GERASTO. (Ben la tolsi io in mal punto per me!)

SANTINA…. Che mi avessi rotto una gamba piú tosto,…

GERASTO. (Mi avessi rotto il collo io!).

SANTINA…. Sventurata me!…

GERASTO. (Anzi me!).

SANTINA…. che non si trova piú sciagurato uomo!

GERASTO. (Che non si trova la piú fastidiosa e bizarra diavola di te! E il peggio è che bisogna farle carezze contro mia voglia, per non farla suspetta del fatto. Orsú, bisogna far buon animo, come si avesse a tòrre una medicina). Ben trovata la mia moglie carissima, non posso tenermi che non ti baci un par di volte per amorevolezza!

SANTINA. «Chi ti fa quello che far non suole, o t'ha ingannato o ingannar ti vuole».

GERASTO. Non si può star sempre ad un modo, moglie mia cara.

SANTINA. Oh come odori di muschio, mi pari una profumeria.

GERASTO. Passando per la bottega di maestro Cesare profumiero, mi spruzzò un poco d'acqua nanfa sul volto.

SANTINA. Non so chi mi tiene la lingua.

GERASTO. Lasciamo il ragionar di questo adesso. Maritata che sará nostra figlia con questo romano, ci vogliam menare una vita la piú felice del mondo.

SANTINA. Come será questa vita felice?

GERASTO. Maritaremo subito Fioretta e la caveremo di casa, che non è buona per servire: è troppo delicata, pare una gentildonna; ne troveremo una piú rustica, che possa spezzar legna, carriarle, far la bucata, star in cocina e sovra tutto, bisognando, toccar delle bastonate.

SANTINA. Fioretta l'ho maritata giá.

GERASTO. L'ho maritata io con un mio amico con men di dugento ducati di dote.

SANTINA. Io con men di cento.

GERASTO. Io con men di cinquanta.

SANTINA. Io con men….

GERASTO. Lasciami finir di parlar, se vuoi. Colui se la torrá nuda.

SANTINA. Questo mio gli fará la sovradote.

GERASTO. Il mio gli dará cento ducati di piú.

SANTINA. Il mio, dugento.

GERASTO. Il mio….

SANTINA. Anzi il mio….

GERASTO. Tu non sai che voglio dire, e passi innanzi.

SANTINA. E tu dici prima che altri risponda.

GERASTO. Hai detto?

SANTINA. Sí bene.

GERASTO. Invano hai detto, perché l'ho maritata io prima che tu.

SANTINA. Io l'ho maritata e dato la mia fede, né posso contravenire al giuramento.

GERASTO. A te non sta maritarla, ma al padron della casa.

SANTINA. Impácciati tu di maschi, che a me tocca la cura delle femine.

GERASTO. Tu non ti intendi di matrimoni, a pena sai filare; attendi a filare.

SANTINA. E tu attendi a medicare. Ma qualche cosa ci è di sotto: non stimi ch'io abbi prima pensato a quello che tu pensi? Se tu mi tenti…

GERASTO. Che cosa?

SANTINA. Vuoi che dica?

GERASTO. Di' tosto.

SANTINA. Quella…

GERASTO. Chi quella?

SANTINA…. che tu sai…

GERASTO. Che so io?

SANTINA. Tu non sai chi dico io, eh?

GERASTO. Ben fu grande la mia sventura aver te per moglie! che seccaggine, che febre, che inferno è questo? Che sia maladetto colui…, non lo voglio dire.

SANTINA. Che si fiacchi il collo chi fu il primo a farne parola!

GERASTO. Che fussi piú tosto morto che incorso in simil sciagura!

SANTINA. Non è stata né sará mai la piú infelice femina di me per esser maritata a tal uomo! Mira a chi ho data cosí bella dote e cosí grande intrata…

GERASTO. Tanto grande che la metá mi soverchieria; me ci affogo dentro.

SANTINA…. e bella e profumata,…

GERASTO. Puzzulente piú d'una carogna.

SANTINA…. senza quello che vi vien dietro, ché me l'hai guasto e consumato.

GERASTO. Menti per la gola! parla piú chiaro, bestia!

SANTINA. Non m'hai guasto e consumato tutto il correrio che hai avuto dietro la dote?

GERASTO. Quattro stracci fradici.

SANTINA. Non sono io nobile? non sei tu un povero medicaccio?

GERASTO. Se non fusse stato per me, i tuoi parenti sarebbono morti mille volte di fame.

SANTINA. Or vo' cominciare a farti conoscere chi son io.

GERASTO. O misero me, quando questi sassi si rompono di stracchezza, ella adesso vuol cominciare! quando finirá, se adesso comincia? in ogni modo, tu hai da star di sopra.

SANTINA. Forse non son io la peggior femina trattata del mondo?

GERASTO. Ti batto, forse?

SANTINA. Guai a te, se avessi tanto ardire!

GERASTO. Di che dunque ti lamenti?

SANTINA. Mi fai star tutta la notte in un canton del letto, sola; e se per disgrazia ti tocco le gambe, subito:—Fatti in lá, che mi rompi il sonno, mi fai caldo.—Io non sono storpiata né mi puzza il fiato.

GERASTO. Tanti figli che abbiam fatto, dimostrano se ti abbi trattato male.

SANTINA. Questo fu cosí nel principio.

GERASTO. Or son vecchio, la complession non mi aiuta: vuoi che mi muoia?

SANTINA. Ci è altro sotto: lasci il tuo terreno incolto per cacciar il vomero nell'altrui terreni; ma s'io me ne accorgo, farò le mie vendette.

GERASTO. Su su, finiamola, ché saresti per durarla tutto oggi. Dove ti eri avviata?

SANTINA. Io non ho da uscire, vo' tornarmene a casa.

GERASTO. Entriam, su presto.

ESSANDRO solo.

ESSANDRO. Veramente, i spassi amorosi sono i piú dolci che fioriscono ne' giardini della gioventú, menati dalla primavera degli anni. È degno che un sol momento di quelli s'acquisti con lunga e penosa servitú d'anni; perché questo sol piacere par che eguagli il sommo diletto che si può trovar qui in terra, e mentre si bacia il viso della amata donna, si ha quello contento compito che possa da noi gustarsi in terra. O felici e sovramodo felici coloro che in lieta coppia, da pari ardor feriti, amor gli annoda, e senza sospetto alcuno di gelosia si godono felici insino alla morte! Entrato che fui dentro, le persuasi il mio fatto; non ebbi molta resistenza. Baciandola, diceva che il mio fiato sapea di quel di Fioretta; allora gli scoversi come io e Fioretta eravamo una cosa medema, e l'inganno che avea usato per servirla. Le dispiacque non avercelo scoverto al principio; che senza inganno arei avuto da lei quello che in sí lungo tempo avea acquistato, né saressimo stati tanto tempo ociosi. E mi cercò perdono se mentre la serviva, non sapendolo, m'avesse offeso. Ahi, quanta sarebbe la mia gioia, se non fusse interrotto da questo romano! Ahi, che quanto è stato piú smisurato il piacere, tanto sará piú senza pari il dolore, sapendo che ho da lasciarla. O fortuna, che fusse nato senza cuore, che or non sería ricetto di tante fiamme! Ma farò prima tutto quello che sará possibile, accioché i loro desideri non abbino effetto. Andrò a travestirmi, ridur quelli a casa e attendere al fatto mio.

ESSANDRO. Oh, con quanto buon animo vi meno a casa, poiché vi veggio cosí bene adobbati e andar con tanta riputazione che sareste per darlo ad intendere ad altra persona che Gerasto.

PANURGO. Che ti par di questo mio raschiar grave e sputar tondo? che della portatura, delle vesti e de' guanti? che del caminare? Non ti paiono nati dalla quinta essenza della pedantaria?

ESSANDRO. Non vi manca altro se non che con gli effetti si confaccino i ragionamenti: che ragionando di cose che non sappiate, gli respondiate con parole tanto sospese e ambigue che si possono adattare ad ogni proposito, e ti lasci cadere alle volte dalla bocca qualche parola allatinata.

PANURGO. Lascia fare a me, che ti farò veder miracoli. Ma che ti par del mio aiutante? non ti ha egli ciera di magnifico?

ESSANDRO. Dimmi, Morfeo, che ballotte son queste che tieni in bocca?

MORFEO. Queste non solo mi servono che, ponendole in bocca, mi contrafanno il viso; ma son composte di agli pisti, di galbano e di assa fetida che come il vecchio s'accosterá per ricevermi, gli farò rutti in faccia tanto puzzolenti che giudicherá essere insopportabili a soffrirsi da sua figlia.

ESSANDRO. La lingua perché cosí di fuori, con gli occhi stralunati che pari un appiccato?

MORFEO. Accioché ogni persona si muova a vomito in guardarmi; ma tutto è una delicatura a par di quello che vo' mostrarvi. Che vi par della campana che ho tra le gambe?

ESSANDRO. Ah, ah, ah, a che effetto cotesto?

MORFEO. Gli darò ad intendere che per la rottura mi sieno caduti nella borsa non solo gli intestini, ma tutte le massarizie di casa ancora; accioché sua figlia esca di speranza, che non solo non sará pagata da me di grossi o di doppioni, ma né di un sol picciolo ancora.

ESSANDRO. O Morfeo galante, antivedo la cosa, che riuscirá netta.Entrarò prima e farò con bel modo che Gerasto venghi a ricevervi.

MORFEO. Ricordati dirgli che siamo stracchi e affaticati e morti di fame per essermo stati mal trattati nelle osterie, accioché ne proveda benissimo.

ESSANDRO. So che non pensi ad altro.

MORFEO. E se lo sapete, perché farvelo ricordare da me?

PANURGO. Morfeo, ricordati chiamarmi Narticoforo e tu Cintio, e avermi rispetto proprio come ti fusse padre.

MORFEO. Me ne ricordo e straricordo cosí bene che lo potrei ricordare allo ricordo istesso.

PANURGO. Ricordati ancora…

MORFEO. Non tanti ricordi, che ad uno che si ricorda, i troppi ricordi lo fanno smenticare; ricorda te stesso, che ne hai piú bisogno di me.

PANURGO. Io che ho caro che la cosa rieschi netta, vo prevedendo tutte le cose che ne ponno fare errare.

MORFEO. Taci e poniti in postura, la porta s'apre, eccolo. Al viso conosco che è terra da piantarvi carote, la preda sará nostra, l'incapparemo al primo.

GERASTO. (Quel vecchio, che viene innanzi, certo deve essereNarticoforo; quell'altro storpiato non posso imaginarmi chi sia).

PANURGO. Dopo il secondo vicolo non mi posso ben reminiscere se fusse la terza o la quarta ede.[**?]

GERASTO. O Narticoforo carissimo, voi siate il ben venuto per mille volte!

PANURGO. O Geraste, lepidum caput, voi siate il ben trovato! Cinthi fili, inchinati reverenter.

GERASTO. Questi è Cintio vostro figliuolo?

PANURGO. Ipse est e vostro famulo ancora.

GERASTO. Sii ben venuto, Cintio, figliuol mio.

MORFEO. Ben ritrovato, padre ca… ca… caro.

GERASTO. Come è cosí impedito della lingua, Narticoforo caro? come cosí sconcio della faccia? oimè, che puzza!

PANURGO. Ignoro per qual infausto numine gli venne nelle fauci un'angina e nella bocca quello apostèma, onde gli ha corrotto il fiato e toltogli la facoltá di poter ben alloquere.

GERASTO. Facciamogli tagliar quello apostèma, che qui in Napoli abbiamo valenti uomini che lo san fare.

MORFEO. Non è ma… matura, è acerba. Il vostro naso in… inco… inco… incomincia a sentir la puzza.

GERASTO. Strana infirmitá! come l'ha tutto trasformato!

PANURGO. Era il piú formoso giuvenculo che avesse la cittá di Roma, che da molte nobili matrone era chiesto in copula matrimoniale; e poi non so qual oculo maligno l'ave affascinato, overo discenso lunatico, e fatta la metamorfosi che vedete con intúito oculare.

GERASTO. In tanti anni che ho essercitato la medicina, non ho visto tal caso.

PANURGO. Il peggio è ch'è prerupto nelle parti inferne, gli è calata giú un'ernia intestinale, che non solo vi sono caduti dentro gli intestini, ma gli precordi ancora; onde l'ha fatto inabile ancora a poter fungere il munere uxorio.

MORFEO. A me è slongata cogli… cogli… cogli altri membri la borsa, e vi è dentro caduto il ca… ca… camino di urinare; onde non posso piú fu… fu… fuggire la morte.

PANURGO. Anzi l'ascosto è peggior del patente; ch'una certa egritudine, detta «lupa», gli ha devorato tutto il ventre, e in molti luoghi si veggono l'ossa denudate.

GERASTO. Mò che cosa vedo! Come l'avete voi condotto?

PANURGO. In un grabátulo, in vinti giorni; e da che vi si puose dentro, non l'abbiamo cavato se non adesso; e se gli si aggrava qui alcuno accidente, exalará l'anima. Onde exoptarei che decumbesse in un lettulo e vi si riposasse paulisper, e li facessimo qualche rimedio; e domane all'alba ambulassimo patriam versus.

GERASTO. Io gli ordinarò or ora un serviggiale, e per oggi gli faremo far dieta, che gli sará utile, che per domani stará meglio.

MORFEO. Padre ca… ca……aro, quella lupa che mi ha roso la ca… ca… carne, mi è rimasta in corpo, e mi dá tanta fame che non vorrei far altro che ma… mangiare e ca… ca… caminare.

GERASTO. Voi dovete esser molto stracco del viaggio.

PANURGO. Io ho avuto una bestia sotto che pareva un Pegaseo, un Bellerofonte, ma poi quadrupedando e cespitando non si poteva movere: dalli, dalli tutto il giorno, talché per poter compir il mio viaggio son stato sforzato smontare a terra e menarmela a mano come un figliuolo.

GERASTO. Tutte queste rozze che si prestano a vettura, sono cosí stracche e piene di guidaleschi che ti cascano sotto dieci volte per ora. Che farem dunque di questo matrimonio?

PANURGO. Carissime germane, poiché per reiterate epistole trattammo questo matrimonio, venuti ad summum conclusionis, gli venne questa egritudine.

GERASTO. Non me ne potevate avisar prima che tòrvi questo travaglio?

PANURGO. Immo saepicule ve ne resi cerziore; e dubitando che voi non mi stimaste pentito dell'appuntamento, come viro probo, per mantenervi la parola—nam «verba, ligant homines, taurorum cornua funes»—ve l'ho qui condotto.

GERASTO. Dispiacemi del vostro fastidio. Ma andiamo a riposarci,Narticoforo: questa è vostra casa.

PANURGO. Entrate, di grazia, voi.

GERASTO. Non entrarò io, se voi non entrate prima.

PANURGO. Libenter faciam per obtruncar queste vostre cirimonie napolitane, di che intendo siate uberrimamente ripieni.

GERASTO. Olá, o di casa, condurreti questi gentiluomini in queste stanze terrene.

ESSANDRO. Padrone, questo è quel marito che volete dar a Cleria?

GERASTO. Sí.

ESSANDRO. Oimè, che bestiemma avete detta! o che galante, ricco, dotto e bel giovane che dicevate questa mattina! Questi è un ospedal di cancheri! Povera signora, che non fusse mai nata!

GERASTO. Perché?

ESSANDRO. Perché piú brutto mostro si potrebbe veder in terra? anima puzzolente, a cui con la sola vista non potria mover vomito?

GERASTO. È ricco.

ESSANDRO. Altro ci vuole.

GERASTO. Non le fará mancar da mangiare.

ESSANDRO. Né questo le manca in casa sua.

GERASTO. E perché è un poco infermo, non gli dará tanto fastidio.

ESSANDRO. Le moglie vogliono questi fastidi.

GERASTO. Dargli poca dote è pur buona cosa.

ESSANDRO. Per non scemar voi la vostra borsa, volete far sempre star vôta quella di vostra figlia. Certo che sotto dura e ingiustissima legge nascemo noi povere donne, se lo marito ha la moglie brutta, se la cangia a sua voglia; e se la moglie fa qualche scappata, subito il coltello alla gola!

GERASTO. L'ará portato un bel presente.

ESSANDRO. Quel pendente che ha fra le gambe, deve essere il bel presente.

GERASTO. Certo ch'io non lo stimava cosí difforme, che non l'arei fatto venire e, se posso con onor mio, lo farò tornare a dietro.

GRANCHIO servo, GERASTO, ESSANDRO.

GRANCHIO. Questo è il largo che m'è stato mostrato, questo è il tempio, questa deve esser sua casa.

GERASTO. Giovane, che vai cercando tu?

GRANCHIO. Un che non ho ritrovato ancora.

GERASTO. Parla: chi è costui? forse lo troverai piú presto.

GRANCHIO. Gerasto medico.

GERASTO. Ecco, l'hai trovato, non cercar piú. Tu chi sei? chi ti manda? che sei venuto a fare?

GRANCHIO. Io son Granchio, servo di Narticoforo romano, che mi manda per correo innanzi, ché lo avisi come esso e Cintio suo figliuolo sono in Napoli e or se ne vengono a casa sua. Ecco, t'ho detto chi sono, chi mi manda e che son venuto a fare.

GERASTO. Tu sei un correo che corri molto tardi, ché sono arrivati prima essi che la nuova.

ESSANDRO. (Oh, come è stato troppo veloce per me!).

GRANCHIO. Se avesse avuto cento piedi come un granchio, non arei potuto caminar cosí veloce, come ho fatto, per giunger presto.

GERASTO. Io penso che come granchio arai caminato all'indietro.

GRANCHIO. Se l'ho lasciati nell'osteria or ora, né si muovono se prima non gli porto la risposta! Come può esser questo?

GERASTO. Come non può essere, se è stato?

GRANCHIO. Non vi ho trovato dunque, perché non siete quello che vo cercando. Ma io tanto cercarò che lo trovarò.

GERASTO. Anzi tu non devi esser quello che ha inviato Narticoforo a cercarmi.

GRANCHIO. Voi come vi chiamate?

GERASTO. Gerasto de Guardati.

GRANCHIO. Di Gabbati piú tosto.

GERASTO. Anzi, che gabba altrui.

GRANCHIO. Però non gabberai tu me, ché andrò tanto cercando che lo trovarò. Ma, di grazia, potrei entrare in casa vostra per vedergli?

GERASTO. Potrai, se non azzoppi o acciechi prima.

GRANCHIO. Entro dunque.

GERASTO. Férmati, scòstati di lá. Tu non entrerai in casa mia, ché, avendo nome Granchio, dubito che non sii granchio da dovero, che granciassi, sgraffignassi, arruncinassi con queste tue unghie di aquila alcuna cosa. La mia casa non è buca per te: non senza cagione ti han posto nome Granchio.

GRANCHIO. A me fu posto nome Granchio, ché come avessi cento mani e cento piedi, tutti adopro in serviggio del mio padrone.

GERASTO. Piú tosto nelle casse o nella credenza del padrone; ma granchio diventi io, se ti ci fo entrare.

GRANCHIO. Son granchio, perché gracchio troppo. Me ne vado.

GERASTO. Va', Granchio, corrier veloce mio che corri all'indietro.

GRANCHIO. Resta in pace, Gerasto, che gabba altri, e voi devete essere il gabbato.

GERASTO. Se tu avessi tanto caminato quanto hai parlato, saresti giunto prima; ma non è meraviglia, ché i granchi hanno due bocche, una innanzi e un'altra dietro.

ESSANDRO. Ahi, misera me!

GERASTO. Fioretta mia, di che stai di mala voglia?

ESSANDRO. Del bel marito ch'hai trovato a tua figlia.

GERASTO. N'ho ritrovato uno buonissimo a te, accettalo e farai bene.

ESSANDRO. Di che etade egli è?

GERASTO. Della mia; e se ben è vecchio, è di forza piú d'un giovane.

ESSANDRO. Di che fattezze?

GERASTO. Come le mie: io e quello siamo come una cosa medema.Conoscilo adesso?

ESSANDRO. A questo marito gli sono serva indegna.

GERASTO. O come mi terrei felice se queste parole ti uscissero dal core!

ESSANDRO. Fa' prova di questa mia volontá.

GERASTO. Su, mano a' fatti, ché la buona volontá senza l'opere non val nulla. Entriamo in casa in quella camera oscura.

ESSANDRO. Non posso adesso.

GERASTO. Quando le donne non vogliono, dicono non possono.

ESSANDRO. Or sapete che la padrona sta gelosa di noi e ci tien sempre gli occhi sopra?

GERASTO. Tu dici bene; ma andiamo in questa camera vicina, ch'io ne ho la chiave.

ESSANDRO. Questo sí, entrate e serratevi dietro bene, ché verrò or ora a ritrovarvi.

GERASTO. Perché non adesso?

ESSANDRO. Darò un'occhiatina per la casa, vedrò che facci la padrona, mi farò vedere, e me ne vengo.

GERASTO. Bene. Io tra tanto me ne andrò volando per una facenda: chi arriva primo, aspetti.

ESSANDRO. Benissimo.

GERASTO. Non mi darai tu un'arra della tua bona volontá?

ESSANDRO. Eccola. Tornate presto e serratevi dentro; e quando io batto, aprite tosto.

GERASTO. Vado.

ESSANDRO. Io era disperato del tutto; ché, venendo adesso Narticoforo ed incontrandosi con lui, il fatto era spacciato per me. Egli pensandosi che vada a trovarlo, stará tutto oggi dentro; tra tanto con Panurgo pensaremo alcun rimedio. Poiché la fortuna mi stringe troppo, bisognano prestissimi rimedi. Né vo' perdermi d'animo, ché la cattiva sorte sopportata con animo valoroso, suol convertirsi in buona. Se vincerò questi perigli, l'ardir sia degno d'eterna lode. O felici miei pensieri, se a tanta gloria giungerete. Ma se mi riesce contraria, io non so se la morte sará bastante rimedio a tanti mali.

PANURGO. Viva, viva, il fatto è riuscito assai meglio che pensavamo!Infin quella invenzione ha valuto un tesoro.

MORFEO. Largo, largo, scostatevi da me, ché con le corna non vi balzi nell'aria!

ESSANDRO. Che cosa hai, Morfeo mio dolce?

MORFEO. Son stato in casa tanto alla mira, e m'accorsi Nepita riponere una testa di vitella cotta. Senza esser visto, l'ho rubbata e ingoiata che non ne trovará un osso. Accostatevi, ascoltate che mugghie:oha, oha.

ESSANDRO. Bene.

MORFEO. In casa son molte robbe e s'apparecchia un banchetto da re, il tutto è in ordine, e tra poco saremo chiamati a tavola.

PANURGO. Padrone, voi state mezzo morto.

ESSANDRO. E l'altro mezzo assai peggio che vivo, anzi son morto tutto, e non ci è altro di vivo che il core, capace e pieno d'infiniti dolori.

MORFEO. Siete forse stato in cucina, ché il fumo vi fa piangere?

ESSANDRO. Voi ridete, ché non avete ancora inteso il vostro male.

PANURGO. M'uccidete tacendo.

ESSANDRO. Vuoi farmi un piacere, e te n'arò molto obligo?

PANURGO. Voglio.

ESSANDRO. Ammazzami.

PANURGO. E se v'ammazzo, quando mi pagherete l'obligo?

ESSANDRO. Quando resuscitaremo.

PANURGO. Troppo tempo ci vuole.

ESSANDRO. Burli in cosa di tanto periglio? M'offendi sul vivo, avendomi il Cielo riserbato a tante miserie.

PANURGO. Non è da saggio ricorrere al morire, quando per altra via si può uscir da affanno. Ditemi, di grazia, che cosa vi tormenta?

ESSANDRO. Il core m'ha pesto tutto il polmone,…

PANURGO. Come?

ESSANDRO…. tanto forte è sbattuto per la paura. Le passioni me l'hanno tutto circondato e oppresso. Vorrei morir per uscir da questo intrigo.

MORFEO. Se vuoi morir tu, muori a tua posta, ch'io vo' sempre vivere per poter sempre bere.

PANURGO. Non puoi dolerti che l'inganno non sia sottilmente trovato, accortamente esseguito e con gran credenza accettato.

ESSANDRO. L'inganno che mostrò cosí buon principio, ha cattivo mezzo e ará pessimo fine. Quella speranza che fiorendo dava presaggio di felicissimi frutti, or è spenta del tutto.

PANURGO. La cagione?

ESSANDRO. È venuto or ora un correo ad avisar Gerasto che Narticoforo e suo figlio se ne vengono a casa.

MORFEO. O ventura maladetta, mira a che ora e a che punto son venuti costoro per disturbare il banchetto! or non poteano venir dopo pranso?

ESSANDRO. Orsú, che mi consigliasti a fare?

PANURGO. Tu perché avevi cosí gran voglia di farlo?

ESSANDRO. Che isconsigliato consiglio fu quello che tu mi desti!

PANURGO. Chi avesse potuto pensare che avessero voluto venir cosí presto?

ESSANDRO. Aiutami, ch'io moro!

PANURGO. A che voleti che vi aiuti, a dolervi?

ESSANDRO. Oimè!

PANURGO. Oimè!

MORFEO. Oimè!

ESSANDRO. Oimè, che mi moro di dolore!

PANURGO. Oimè, che mi moro di dolore!

MORFEO. Oimè, che mi moro di fame!

ESSANDRO. Mi burli? hai torto straziarmi cosí.

PANURGO. Voi volete che v'aiuti a dolervi, io vi aiuto: questa è cosa di poca fatica.

ESSANDRO. Facciamo collegio tra noi della mia vita, e consigliamoci l'un l'altro se dobbiamo fuggircene.

MORFEO. Fuggir io? non mi partirei di questa casa senza mangiar prima, se m'uccideste: sto con tanto desiderio aspettando questa cena che il collo me s'è dilungato un miglio.

ESSANDRO. Dimmi, Panurgo, come potresti rimediare a questo?

PANURGO. Faccisi che quel che è stato, non sia stato: e quel che è per essere, che non sia.

ESSANDRO. Non t'intendo. Rispondi, che faremo?

PANURGO. Qualche cosa faremo.

ESSANDRO. Questo qualche cosa è niente.

PANURGO. Poiché abbiamo cominciato ad ingarbugliar Gerasto, ingarbugliamolo insino al fine.

ESSANDRO. Come l'ingarbugliaremo?

PANURGO. Non dubitar punto, stammi allegro e lascia fare a me che mi sono trovato a magiori garbugli di questi.

ESSANDRO. Fa' che non sia bugiarda la speranza che ho in te.

PANURGO. Almeno non será men bugiarda a te che ad altri.

ESSANDRO. Ma dimmi, di grazia, che pensi fare?

PANURGO. Prima diremo cosí…. Ma questo non è piú bono, bisogna pensar un'altra cosa. Faremo cosí…. Né questo va a proposito, perché potremo incorrere in cosa peggiore.

ESSANDRO. Parla presto.

PANURGO. Sto nel pensatoio, e mi occorrono tanti pensieri che per ogniuno ci bisognarebbe un mese a pensare.

ESSANDRO. Son rissoluto vestirmi da maschio, e se non si voglion partir per bravure, ammazzargli. Ho fatto di modo che Gerasto stará tutto oggi chiuso, e non ci potrá impedire.

PANURGO. Questo non è male, ma sería meglio…

ESSANDRO. Oimè, eccoli! quel primo è Granchio suo servo, quel vecchio deve essere Narticoforo.

PANURGO. Morfeo, entra con Essandro e vèstiti da femina, attendi a quel che si dice e aiuta al bisogno.

MORFEO. L'odor delle vivande ha tratto costui cosí presto; ma tu non n'assaggierai.

NARTICOFORO maestro di scola, GRANCHIO.

NARTICOFORO. Equidem, sive ego quidem—parenthesis,—Carcine, Carcine, vereor, io dubito che tu sii allucinato, perché con tanti reiterati verbilòqui dici ch'eravamo giunti.

GRANCHIO. Anzi io in replicargli che non poteva essere, si fecero beffe di me che come granchio avea caminato a traverso.

NARTICOFORO. Dic mihi vel responde mihi: non m'hai tu invento nel luogo, illic—status in loco ubi me dereliquisti,—e con i coturni ancora?

GRANCHIO. Sí bene.

NARTICOFORO. Igitur, ergo, dunque come era io in casa sua? alle premesse séguita giusta conclusione.

GRANCHIO. Non so altro che dirvi.

NARTICOFORO. Tu intanto sei optumo in quanto non bevi; perché non tu assorbi il vino, ma il vino assorbe te, et ob id non sei tu, ma il vino che parla.

GRANCHIO. Certo che bevendo non mi bevo i comandamenti del padrone, né voi per farmi avanzar tempo mi faceste bere una voltarella, come è mio costume, prima che mi parta dall'osteria; e io poco me ne curai, pensandomi che questo medico ne avesse ricevuto con un banchetto da imperadore.

NARTICOFORO. Io suspico certo che tu sarai entrato dentro qualche diversorio e ti arai ingurgitato qualche anfora, medimno o congio di liquor di Bacco; e cosí semisepolto nel sonno, ti sará apparso questo strano fantasma d'essere stato in casa di Gerasto, e in estasi gli facesti l'ambasciata e ancor nel somno parli meco. Onde, per saper il vero di questo fatto, bisogna che aspetti o che ti svegli dal sonno o che tu digerisca il vino e che i vapori non ascendano al cerebro.

GRANCHIO. Ed io vi dico che vigilando fui in casa di Gerasto e vigilando feci la vostra ambasciata, e, vigilantemente e stando in cervello, mi dissero che eravate giunto e me ne féro tornare a dietro.

NARTICOFORO. Alter de duobus: aut tu vigilanter sei stolto aut tu dormiendo imbriaco. Però decet, oportet, bisogna che con una buona ferola ti ecciti dal sonno, ché questa è la pozione e l'antifarmaco degli ubbriachi.

GRANCHIO. Dico il vero.

NARTICOFORO. Servorum est falsitates et mendacia dicere. Tanto può esser vero questo quanto tangere caelum digito!

GRANCHIO. Giamai dissi veritá magior di questa.

NARTICOFORO. Proh Iuppiter, che tu mi fai excandescere di rabbia! Mira se sei un búbalo: non ci hai trovati nel luogo dove ci lasciasti? come possiamo esser giunti prima di voi stessi? Furcifer, furcifer, ti prendi piacere di ludificarmi.

GRANCHIO. Non potrebbe essere che questa Napoli non fusse quella che cerchiamo noi? quante Napoli son nel mondo? o forse in questa Napoli fussero piú Gerasti, e abitasse in qualche altra casa e io l'avessi preso in iscambio? Ma io dubito che voi per qualche altra via piú breve di quella che ho fatto io, siate stati in casa di Gerasto, e abbiate mangiato e bevuto bene, e siate tornato prima di me; e or mi diate la baia che mi muoio di fame.

NARTICOFORO. Eamus, ch'io vo' concomitarti insino al luogo; né bisogna escusarti poi:—Ita mihi videre videbatur, mi parea un altro Gerasto, e mi parea che dicesse cosí, mi pensava cosí.—Turpe est dicere: «Non putaram», perché una buona ferola fará le mie vendette. Io ti farò baiular su gli omeri da uno arcipotente bastazo, e da duo pueruli ti farò tener le gambe, ché non possi recalcitare in praeceptorem—con «ae» diftongo,—e io con un corio bubále ti fustigherò ben le natiche.

GRANCHIO. Andiamo; e se non troverete quanto vi ho detto, vo' che mi strappate la lingua dalle radici e il naso ancora; ma se trovarete quanto vi ho detto che sia vero?

NARTICOFORO. Amboduo la penitenza, perché vapulando e verberando ne straccheremo.

GRANCHIO. Che colpa ci ho a questo, io?

NARTICOFORO. Non dico te, ma quello uomo nefario che sará stato áuso usurparsi il nome onorato di un tanto maestro, e luerá la pena della usurpata giurisdizione.

GRANCHIO. Ed io se trovo qualche altro Granchio che dichi che sia me, farò le mie vendette, e massime se si arà mangiato la parte mia. Ma ecco questa è la casa.

NARTICOFORO. Tocca l'ostio.

GRANCHIO. L'ho toccato.

NARTICOFORO. Quando il furore m'ave invaso la mente e sono divenuto furibondo, non scherzare. Battila, ti dico.

GRANCHIO. Che colpa ci ha la porta? avete la còlera contro coloro e la volete sfogare sovra la porta?

NARTICOFORO. Se mi muovi la stizza, sarai lo primo a pentirti di questi futili vanilòqui.

GRANCHIO. O che avessi un che la mi tenesse su le spalle, ché gli vorrei dar un cavallo.

NARTICOFORO. Taci, che s'apre da se stessa.

GRANCHIO. Oh, come ha fatto bene a sé in non farsi battere e a me questa fatica di batterla, ché giá m'aveva sputato su le mani e stretto il pugno per gastigarla; e ne vien fuori una fantesca.

NARTICOFORO. Ipsa est ipse ego, ipse tu ipsa illa.

NEPITA. (Il rumor che fanno questi dinanzi la porta, m'ha fatto lasciar di burattar la farina. Ma chi è questo barbassoro di qua?).

NARTICOFORO. (Granchio, percontala, dimandala un poco).

GRANCHIO. O bella giovane e da bene,…

NEPITA. Sei ben un tristo tu.

GRANCHIO…. di grazia, volgetevi a noi. Prima risponde con i calci che con la lingua: certo deve esser di razza di mulo.

NEPITA. Se avessi detto d'asino, sì.

GRANCHIO. Sí ben, di razza d'asino volevo dire.

NEPITA. E tu un'altra volta lasciami stare. Ma certo che tu non serai altro che un prosontuoso, poiché arrogantemente parli e prosontuosamente tocchi.

GRANCHIO. È cosí gran male il toccare? Tocco la tazza dove beve il mio padrone, che è d'argento; non posso toccar te?

NEPITA. Pensi che se lo sapessero i miei parenti, non te ne farebbono pentire?

GRANCHIO. Tocca tu me, che i miei parenti non se ne curano.

NEPITA. Tu sei ben un cattivo.

GRANCHIO. Cattive son le vesti, ché, si mi vedesti nudo, ti parrei bellissimo.

NARTICOFORO. Tu veramente deliri e patisci di lucidi intervalli. Alloquar hominem—hic et haec homo: lo uomo e la femina.—Femina da bene!

NEPITA. Oh, oh, costui mi chiama «femina da bene»: o è un asino o non deve parlar con me.

NARTICOFORO. Optime quidem. Deterrima muliercula, idest pessima e cattiva femina.

NEPITA. Né tampoco cosí; ma dimmi «femina men cattiva dell'altre».

NARTICOFORO. Tibi Obtemperabo. Femina men cattiva dell'altre, ditemi, state voi qui?

NEPITA. Se stesse qui, non anderei caminando.

NARTICOFORO. Dove stai dunque?

NEPITA. Dove mi fermo.

NARTICOFORO. Dico se sei di qua.

NEPITA. Giá, non son d'oltramare o d'oltra i monti.

NARTICOFORO. Dico se stai in questa casa.

NEPITA. Se stessi in questa casa, non starei in piazza.

NARTICOFORO. Vo' saper se stai con Gerasto.

NEPITA. Se sto teco adesso, come posso stare con Gerasto? Vedete se siete da poco.

GRANCHIO. Ah, ah, ah!

NARTICOFORO. Tu non intendi questo mio parlare che è pieno di figure e di ornamento oratorio, da' Greci detto «schemata». Cicero in libro De claris oratoribus: «Schemata enim quae Graeci vocant, maxime ornant oratorem, eaque non tam verbis pingendis habent pondus, quam illuminandis sententiis».

GRANCHIO. Questa è la via d'entrar presto in casa!

NARTICOFORO. E si scrive con «ae» diftongo, e vien da «schima» che si scrive con «ita».

NEPITA. Voi dovete essere spiritato, che parlate in tanti linguaggi; ma io perdo qui il tempo, ché non avete altro che parole.

GRANCHIO. Abbiam fatti per te.

NARTICOFORO. Ascolta, di grazia, la conclusione, talché a primo ad ultimum se ho detto se state in questa casa, ho voluto ornatamente inferire se sète incola di questa casa.

NEPITA. Sí che che conclusione cavo io di questo?

NARTICOFORO. Questo «che che» è un «cacephaton», una cacofonia; ma dite piú ornatamente:—Che conclusione caverò io di questo?—L'altre parole sono superflue….

NEPITA. Parlate onesto, se pur vi piace, che vi devreste vergognare.

NARTICOFORO. In che ho peccato?…

NEPITA. Andate in bordello, vi dico, e innanzi quelle donne ragionate di questo.

GRANCHIO. Certo, queste parole l'hanno guasto lo stomaco.

NEPITA. Certo, che dovete essere un bel pappalasagni.

NARTICOFORO. Questo vocabulo «pappalasagni» non l'ho osservato né inSpicilegioné inCornucopiané inCalepino. Granchio, tu che sai di zergo e di furbesco, dimmi, che vuol dire?

GRANCHIO. Che sète un grandissimo letterato!

NARTICOFORO. (Deve esser donna di gran spirito, conosce alla ciera i valenti uomini). Diteme se Gerasto fusse in casa.

NEPITA. Non v'è; né se vi fusse, potrebbe venir a voi, perché ha in casa certi forastieri romani.

NARTICOFORO. Che son questi, ádvene over ospiti?

NEPITA. Dico, forastieri non osti.

NARTICOFORO. Dico, ospiti non osti. Hic et haec et hoc hospes et advena: uomo, femina e cosa strana.

NEPITA. Un certo Nasincolio o Nartincoforo, che cento cancheri sel mangino!

GRANCHIO. Un solo possa mangiar te!

NARTICOFORO. Impara, «Narticoforo» bisogna dire, non «Nasincolio». È nome greco e viene «apò tù nartix», cioè «ferola», e «phoros», idest «ferens»; cioè «che porta la ferola». E come lo scettro è segno della regia podestá, cosí la ferola è segno della magistral dignitade. Ma avèrti che Narticoforo non è ancor giunto.

NEPITA. Come non è giunto, se l'ho visto con questi occhi?

NARTICOFORO. Te allucini, te inganni.

NEPITA. Cosí non fusse egli venuto mai!

GRANCHIO. Cosí non avessimo trovata viva te!

NEPITA. O s'avesse rotto le gambe per la via…

GRANCHIO. O t'avessi rotto il collo tu…

NEPITA…. egli, suo figlio e chi fu cagion che venisse!

GRANCHIO…. tu, tuo padrone e chi ti dà questa creanza!

NARTICOFORO. Come Narticoforo è in casa, se ragiona vosco?

NEPITA. Ho da burattar la farina per i maccheroni, e voi mi trattenete: lasciatemi andare.

NARTICOFORO. Bona verba, quaeso, ascoltiate.

NEPITA. In casa voi non alloggiarete, ben potrete andar altrove.

GRANCHIO. Bel modo di ricevere i forastieri amici del padrone!

NEPITA. Se non gli farò qualche burla, non mi torrò oggi questo barbagianni dinanzi.

NARTICOFORO. Dammi udienza, di grazia.

NEPITA. Eccovela.

NARTICOFORO. Ah, pedissequa, ancillula, scortulo, meretricula, che m'hai ottenebrati gli oculi con questa tua farina. Proh Iupiter, che l'avesse nelle mani per dilaniarla in mille frustuli!

GRANCHIO. Ecco, trovate vere le mie parole. Quanto era meglio credere e non voler provare. Ella è dentro, e noi, come quelli che non entrano mai, siamo restati fuora.

NARTICOFORO. Il canchero che ti mangi! abi in malam crucem! Costei deve essere qualche fantesca ignorante: che sa dei fatti del padrone?

GRANCHIO. Fate quanto volete, troverete vere le mie parole.

NARTICOFORO. Lasciami confabular con Gerasto, cosí vedremo chi arà ragione. Batti le valve con veemenzia, che scappino dalle fibie e contignazioni.

GRANCHIO. E pur volete battere le porte: avete la rabbia con i padroni e la volete sfogar con le porte.

NARTICOFORO. Se mi fai irascere, batterò te per lei.

GRANCHIO. Ecco s'apre di nuovo. O iudiciosa porta, quanto devi esser savia, poiché come stai per esser battuta, t'apri da te stessa.

PANURGO. O amico colendissimo, ben venghi il mio Narticoforo romano!

NARTICOFORO. O Geraste, patronorum patronissime, dii deaeque omnes te sospitent et salvum faciant, ben trovato per una miriade di volte!

GRANCHIO. (Costoro si conoscono: la cosa non va buona per me).

PANURGO. Dove è Cintio vostro figliuolo?

NARTICOFORO. Nel diversorio, ché per non essere assueto a viaggi, recumbe nel pulvinare; ma verrá quanto ocius. Ma certo, Gerastule, Gerastule lepidule, voi stesso vi lacèssite d'ingiuria, chiamandovi decrepito, che per la Dio mercé non mi parete di quaranta anni.

PANURGO. L'aria di Napoli è cosí sottile che nasconde gli anni alle persone.

NARTICOFORO. Mi scrivevate aver i piedi obsessi da nodose podagre; or veggio che gli avete scarni e delicatuli.

PANURGO. Scherzava cosí con voi, intendeva per le podagre due figlie che aveva da maritare.

NARTICOFORO. Oh lepidum caput!

PANURGO. Ma sia come si vogli, son al vostro comando.

NARTICOFORO. Ecco son venuto a tòrvi questa podagra e addossarla al mio figliuolo.

PANURGO. Di questo mi doglio ben, che v'abbiate tolto invano questo travaglio.

NARTICOFORO. Igitur, ergo, dunque col mio solo figliuolo si potevano far queste nozze?

PANURGO. Voi non sapete che voglia inferire?

NARTICOFORO. Nol posso ariolare, se non lo dite prima.

PANURGO. Dico che mi dispiace che siate venuto in Napoli, non potendosi piú effettuare questo matrimonio.

NARTICOFORO. La cagione?

PANURGO. I giorni a dietro, medicando lo spedale degli Incurabili, o fusse l'aria infetta di quel luogo o qualche occulta specie di peste, come tengo ben fermo, mi prese tutto e mi venne un spedal di malattie adosso. Questa mia figlia mi serviva a medicarmi e a mutarmi gli empiastri; fra pochi giorni, le venne la medema infirmitá e dal bellíco in giú l'ha tutta rósa e divorata, che non può piú servir per femina. E di piú, le è discesa una ernia di sotto, che è piú tosto un mostro che umana creatura; e ogni cosa che tocca infetta della medema peste. A me il male ha profundato le parti di dietro, e sono incancherite. Onde la poveretta non bisogna che piú si mariti, ma che si muoia in casa overo in un monistero, benché sian brevi i giorni suoi.

NARTICOFORO. Perché prima che mi fusse accinto a questo itinere, non mi avete reso cerziore di questo fatto?

PANURGO. Che strada avete voi fatta al venire?

NARTICOFORO. Dal Garigliano abbiam attraversata la via e venuti perLinterno, dove Scipio piangendo l'ingratitudine della patria commutòla vita con la morte. Poi, per la silva Gallinaria siamo venuti aPuteoli, detta cosí «a putore vel a Puteorum multitudine».

PANURGO. Ed io ho inviato una posta tre giorni sono per la via diAversa e di Capua.

NARTICOFORO. Non mi potrete dar voi Ersilia, l'altra figlia? che parvi? refert sia l'una o l'altra, anzi mi piace piú di Cleria per non essere tanto formosa.

PANURGO. Piacesse a Dio che fusse viva, ché saressimo fuora di questi intrighi! sono piú di quattro mesi che si morio.

NARTICOFORO. Voi non me ne avete fatto parola mai.

PANURGO. Non mi parea convenevole, trattando di matrimoni e allegrezze, mescolarvi con augúri di morti.

NARTICOFORO. Io non parlo sine ratione; ché—avendomi voi interpellato la lezione, ché la mattina leggeva lo sesto di Virgilio con commune applauso degli audienti, e la sera leRegoledi Mancinello; e fattomi profugo da' regni latini—dalla cittá romulea son venuto qui in Palepoli seu Neapoli con auspici di copular un mio figlio in matrimonio; e ragionandosi di ciò tra consanguinei e amici in Roma—ché per la Dio mercé vi siamo di qualche conto—e or tornando alla patria senza la nuora, pensaranno qualche cosa cattiva di me o del mio figliuolo, ché le genti sono piú acconcie a credere il male che il bene. Però mi reduco genuflexo a deprecarvene.

PANURGO. Padron mio caro, non saprei che fare per rimediarci.

NARTICOFORO. Geraste carissime, se forse accipiendo informazione di me o del mio figliuolo, avete inteso qualche cosa che vi spiace—perché si trovano genti che multa dicunt,—o forse la dote è troppa o la mia supellettile è poca, ditelo alla libera, ché potremo rimediare al tutto.

PANURGO. Il parentado è cosí buono ch'io nol merito, la dote posso facilmente pagarla e giá i dinari erano in banco.

NARTICOFORO. Non potrei io entrar in casa e veder questa vostra figlia cosí abrosa?

PANURGO. Io non posso farvi intrare in casa mia, ché per esservi dentro la peste, come vi ho detto, con accostarvi solo alla porta o toccar queste mura, vi viene adosso la medema infirmitade: onde mi dispero di non potervi onorare, come è mio debito, meno di un becchier d'acqua. Ma farò che Cleria mia venghi giú, su la porta. O di casa, fate calar Cleria mia figlia; e recate un poco d'aceto per unger le mani, acciò il tufo e l'aria appestata non infetti questi gentiluomini.

NARTICOFORO. Gerasto caro, accioché sappiate chi sia io, io son quello che ho commentato ilBellum grammaticale, laPriapeiadi Virgilio; ridotte in compendio leRegoledi Mancinello e del Valla; enucleati sensi profundissimi, reconditissimi e abstrusissimi di Prisciano; fatte postille e scòli alleEpistoledi Cicerone: talché vòlito per ora virorum e per tutte le scole si parla di me. Ricordative che voi mi proponeste questo partito e io era piú avido rifiutarlo che accettarlo, ché alla mia prole non mancano matrimoni nella sua patria. Ma voi tanto mi sollecitaste e mi postulaste con iterati internunzi e chirografi, che mi facesti cadere; e or con le parole non s'accordano i fatti.

MORFEO. Che volete, pa… pa… padre caro?

PANURGO. Narticoforo caro, eccovi un poco di aceto, ungetevi le nari, togliete questa balla di profumi.

NARTICOFORO. O mi Deus, o Iuppiter, che mostro è questo? mi incute terrore!

PANURGO. Ecco, vedetela, miratela a vostra posta.

GRANCHIO. A me ha fatto passar la voglia di mangiare.

PANURGO. Camina qua, Cleria mia.

MORFEO. No, no po… posso, pa… padre mio.

PANURGO. Orsú, entra in casa.

MORFEO. Vo… volete altro, pa… padre caro?

PANURGO. Non altro, figlia, coltello di questo cuore; va' e còrcati. Non togliete, di grazia, la balla dal naso, finché non sia entrata e ventilata quest'aria rimasta infetta per il suo apparire. Avete visto mia figlia? Or vedete, da cosí bella giovane qual era, la violenza del morbo a che l'ha ridotta e come l'ha contrafatta!

NARTICOFORO. Che sfinge, che arpia, che Medusa con la testa crinita di serpenti!

PANURGO. Assai piú difforme è quello che cuopre la gonna, che quello che appar di fuori.

NARTICOFORO. Uhá, uhá, che orribil putore che vi ha lasciato: par che sia un putrido cadavere! O che pettuscolo niveo dove sta spaziando Venere con gli Amori! Ma io dubito, Gerasto, che non vogliate ludificarmi; e poiché voi la volete romper meco, io la romperò vosco. Queste non son cose di viro probo, trattar cose di onore e venir meno della parola. Io mi armerò di iambi e di endecasillabi; narrerò lo fatto in modo che la presente e la futura etade non ignori questo facinore: durerá col tempo, che si leggeranno per i trivi publichi e per i triclini.

PANURGO. Fate quel che vi piace: non so che farvi. Perdonatemi, ho da fare a casa.

ESSANDRO. (Eccolo, mi sforzerò spaventarlo talmente che sgombri questa cittá). Deh, se posso trovar uomo che me lo facci conoscere, se non il farò pentire d'aver posto piede in Napoli, voglio essere sbranato in mille parti!

(Pape Satan, pape Satan, aleppe!

Granchio, questi è un troiúgeno Ettore o un Aiace flagellifero!).

GRANCHIO. (Ascoltiamo che dice).

ESSANDRO. Ancora che fusse in mezzo un essercito de nemici, farò tal scempio di lui che non vo' che lasci segno alcuno d'esser stato nel mondo. Che mi curo io di vita? che di giustizia? Dieci anni di vita piú o meno non m'importa.

GRANCHIO. (Chi ardirebbe toccar a costui la punta del naso?).

ESSANDRO. Mi dicono che è romano e maestro di scuola, e che si chiama Arcinfanfano. Dimandarò ogniuno che incontro, accioché per negligenza non resti di trovarlo.

GRANCHIO. (Or so che dice di maestro di scuola e di romano. Fuggete, padrone).

NARTICOFORO. (Io sono insonte, non sono stato infenso ad alcuno).

GRANCHIO. (Mirate che ciera, che guardo fiero!).

NARTICOFORO. (Le ciere torte e i guardi fieri non pungono né tagliano.Dimandagli un poco chi sia).


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